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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 9: CAP. VIII
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. VIII

FRATI, MONACI E CONVENTI.

Non era ordine religioso che non fosse più o meno largamente rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia, vogliamo intendere Palermo, centro anche della vita ecclesiastica dell'Isola. Basiliani e Benedettini, Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano in città e fuori i loro monasteri ed i loro conventi140.

Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto, di S. Francesco d'Assisi e di S. Agostino, e le sotto-regole di S. Domenico e di S. Francesco di Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari, del terz'ordine di S. Francesco e via discorrendo. V'erano poi anche preti secolari e regolari, che partecipavano delle fraterie, ma ne differivano quasi radicalmente, perchè, congregazioni particolari, aveano per proprio istituto determinati scopi, come quello d'istruire la gioventù (Scolopî), di educarla (Filippini), di [pg!134] assistere i moribondi (Crociferi), di meditare e di elemosinare (Teatini) ecc. Di Gesuiti non si parlava più da un pezzo.

I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo supremo di ciascuna era appunto un Provinciale con giurisdizione assoluta sopra un dato numero di conventi. Era preposto al convento un Guardiano, col nome di Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di Correttore tra i Minimi, di Nostro Hermano tra i Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il Correttore moderava o dirigeva la famiglia del suo convento, come il Provinciale o l'Abate (se tra Benedettini, Basiliani ecc.) quelle di tutti i conventi a lui sottoposti. Egli, il Guardiano, amministrava, disciplinava i suoi confrati, ma non così indipendentemente che non dovesse darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi passava qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta ogni spesa, come qualsiasi disposizione relativa al governo materiale e spirituale della comunità.

Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che gli abiti dei Regolari eran tanti e così diversi che ci sarebbe stato da farne una gaia collezione di quadri e da riempirne le più cospicue gallerie del mondo.

L'espressione ha un fondo di vero, in quanto gli abiti, a ragione della necessaria distinzione di ordini, erano molti e molteplici, sì per la stoffa ond'eran composti, sì pei colori e sì per la forma. Come dai frati Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai monaci Benedettini, così dal ruvido albagio (abbràciu) si giungeva al morbido fior di lana; e dal nero perfetto [pg!135] di questi ultimi, al castagno dei Mendicanti, al latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci, dalla saccata dei Minimi, si scendeva alla stretta ed angusta degli Antoniniani. I rozzi sandali, per via di modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a capo nudo, non pochi si coprivano, quali d'un nicchio e quali d'un cappello a tegoli.

La chierica unius mediocris palmae dei Minimi allargavasi fino a limitare, nei Minori Conventuali, una corona di corti capelli, simbolo della corona di spine di G. C., e si riduceva alla misura d'una moneta di scudo d'argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.

Ciascun ordine professava un voto proprio oltre quelli di Povertà, Castità, Obbedienza, obbligatorî per tutte le fraterie; e dove uno s'astringeva a perpetua vita quaresimale (Minimi), un altro a quella della predicazione (Domenicani), gli altri, alla istruzione, alla redenzione degli schiavi, alla elemosina, alle missioni nei Luoghi santi ecc.141.

[pg!136]

Poveri avrebbero dovuto esser tutti in quanto che a nessuno era individualmente lecito di possedere: e se qualche cosa aveano, questa non poteva essere se non del convento; ma tali non erano se si guardi agli stabili ed alle larghe entrate della comunità. I viaggiatori del tempo si palleggiavano le cifre di codeste entrate, e le facevano ascendere a somme favolose142.

Checchè ne sia, nella Capitale ciascun frate (non parliamo neppure di monaci), di qualsivoglia corporazione, mangiava, beveva e vestiva decentemente. In provincia però s'intristiva sovente nei disagi; e v'eran conventi nei quali la tanto gradita campana del refettorio sonava solo pro forma.

Il Governo, che si occupò anche un poco di monasteri e di conventi poveri, provvide a tutti in generale con la legge dell'ammortizzazione; ed ai disagiati, con l'abolizione di quei conventini che per difetto di patrimonio, o per iscarsezza di numero, o per degenerazione dal primitivo istituto, non fossero più in grado di reggersi o non avessero più ragione di esistere.

Codesto concetto, vogliam dire embrionale, del Governo sulle corporazioni religiose, doveva in tempi posteriori, due terzi di secolo dopo, dar luogo a provvedimenti tanto improvvisi quanto immaturi. Gli scomposti tumulti palermitani del settembre 1866, fin qui non ricercati abbastanza nella loro finalità, vennero seguiti dallo scioglimento delle corporazioni medesime [pg!137] e dall'incameramento dei loro beni a pro dello Stato, o meglio a pro di accorti speculatori. Costoro, aiutati da inconsci, o da inesperti, o da disonesti, seppero trarne profitto a scapito dei poveri, ai quali il dilapidato patrimonio venne indebitamente sottratto.

Della morale dei frati si è sempre discusso: e le opinioni unilaterali ci son giunte in proverbi poco benevoli ad essa. Se ne raccontano tante, da poterne venir fuori un nuovo Decamerone; ma si dimentica che la fragilità è umana, e non poteva esigersi virtù soprannaturale in mezzo alle tentazioni pertinaci della vita in chi a 16 anni avea professato un voto, del quale non era in grado di valutare le conseguenze avvenire.

Ferdinando III volle ovviare al danno della inconsapevolezza dei giovanetti che si legavano con voti perpetui a quella età, e dispose che le professioni non dovessero farsi innanzi il ventunesimo anno: disposizione savia, ma non priva di difetto in quanto il professando, chierico dapprima, novizio poi, non avea avuto fino a vent'anni agio di conoscere il mondo per decidersi ad abbandonarlo per una vita del tutto diversa.

E frattanto, vedi incoerenza dello spirito umano! Una volta che Re Ferdinando recossi a visitare il chiostro di Monreale, quei monaci, dopo avergli chiesto la mitra come l'avevano i canonici della Collegiata del Crocifisso, altra grazia non seppero domandargli se non quella di poter pronunziare voti solenni prima del ventunesimo anno! Il Re avrà pensato: «Oh guarda! io l'avevo fatto per essi, ed essi non se ne contentano: [pg!138] ...fate il comodo vostro!», e da Legato Apostolico concesse il privilegio, che la incauta comunità si affrettò a consacrare in una lapide nello scalone del monastero.

L'obbedienza era il voto forse più rigorosamente osservato, o fatto osservare. Il semplice frate, ed anche in dignità di Definitore, di Maestro, di Reggente, vi si sobbarcava o rassegnato o a denti stretti. Il Provinciale, emanazione dell'autorità generalizia, ordinava a suo arbitrio la residenza del frate. Codesta residenza egli partecipava all'interessato con un foglio di carta in latino, chiamato obbedienza; la quale poteva essere imposta dalla esigenza del culto in una chiesa di provincia, ma poteva anche rappresentare, come di frequente avveniva, un provvedimento disciplinare. In questo secondo caso la faccenda era grave: e la obbedienza sonava castigo o punizione.

L'obbedienza era un'arma terribile. Per essa, dicono le male lingue, avevano sfogo le antipatie di persona, gli odii di parte monastica; in essa si epilogavano le vendette personali. I peggiori conventi della provincia eran destinati ad ospitare i paria delle fraterie. Quando poi l'avea fatta grossa od era un recidivo incorregibile, previa l'autorizzazione del Generale dell'ordine, il frate veniva confinato in un convento di «stretta osservanza» non solo fuori provincia, ma anche fuori ordine. Era un domicilio coatto in tutto il significato della parola, al quale, in caso di riluttanza di renitenza, andavasi con la sgradita scorta della forza pubblica, rimanendosi sotto la scomoda sorveglianza [pg!139] della Polizia. Gibilmanna, tra Cefalù e Castelbuono, suona triste anche oggi pei frati che vi tribolavano; e Polistena era la Gibilmanna della Calabria.

Le Costituzioni siciliane però offrivano la guarentigia di un tribunale d'appello al religioso che si credesse ingiustamente castigato: vogliam dire il Giudice della R. Monarchia, che ordinariamente era un alto prelato, e, perchè rappresentante del Governo, indipendente. A questo Giudice il povero bersagliato richiedeva fremente e fiducioso una riparazione, che allo spesso otteneva completa: la revoca d'un'obbedienza che eccedesse i limiti dell'ordinario e prendesse carattere di punizione immeritata anche in rapporto alla salute del frate. Era l'autorità sovrana del Re che si contrapponeva alla monastica, la quale da Roma, da un Generale, da un Cardinal protettore dell'ordine, dal Papa stesso attingeva forza ed autorità.

Or parendo questa esorbitante in alcuni ordini e come una inframettenza a scapito della potestà regia, un giorno si pensò a diminuirla, anzi a distruggerla senz'altro in alcuni ordini monastici: ed eccola colpita in pieno petto. Un decreto reale, la mattina del 4 novembre 1788, improvvisamente aboliva i Generalati dei Domenicani e dei Francescani in Sicilia. Fu una bomba che scoppiò con ispaventevole fracasso, accolta dove con fragorosi applausi, dove con penosa sorpresa; di che l'eco giunse disastrosa a Roma. In Palermo frati e chierici regolari non compresi nel sovrano editto si chiedevano perchè non lo si estendesse [pg!140] anche ai loro ordini, sottraendoli così alla supremazia d'un Generale o d'un Procuratore Generale, che quasi nessuno di essi aveva mai veduto, ed al quale dovevano ciecamente ubbidire.

Espressione dei sentimenti d'allora son tre sonetti anonimi, corsi manoscritti appena promulgato alle Quattro Cantoniere il real decreto. Chi li compose? Nessuno lo seppe; solo più tardi se ne attribuì la paternità ad un prete, professore di Teologia dommatica nell'Accademia degli Studî, il celebre sac. Carì, che con olimpica serenità se ne rimaneva dietro le quinte.

I sonetti son così liberi che noi non sappiamo farli di pubblica ragione; e perciò li lasciamo manoscritti143.

Com'essi, i frati, passassero il loro tempo, è stato detto e ripetuto. A quanti si sono occupati delle fraterie, rincrescevole è parso il saperle sovente disoccupate senza utile alcuno per la società. I viaggiatori che lasciavano la Sicilia, scagliavano contro queste tutti i sassi che incontravano per via. Gorani nel 1791 mettendo in combutta preti, monaci e frati, ne faceva sessantatremila poltroni, oltre a «centomila persone votate al celibato e perdute per la società»144. Chi abbia per poco guardato l'opera del «citoyen françois», sa che mangiatore di ecclesiastici egli fosse. Hager dolevasi che andando a cercare qualche frate in convento, non ne trovasse mai uno. Dov'erano? «Nelle botteghe o per le strade, a sciupar un tempo prezioso, a ciarlare, [pg!141] ad oziare, mentre non pur l'agricoltura, ma anche le manifatture e le fabbriche per manco di braccia perivano». E voleva senz'altro che si mandassero a zappare o far da manuali145.

Fin quell'uomo mite del Marchese Villabianca deplorava questo stato di cose, che tornava «a molto discapito della popolazione». Quando nel 1779, sulla politica del Tanucci, il Sovrano, «stante il continuo, smisurato moltiplicarsi di frati mendicanti di S. Francesco», ordinava per dieci anni la chiusura dei noviziati e fissava per le province siciliane il numero dei Cappuccini in 900, degli Osservanti in 450, e dei Riformati in altri 450, lo stesso nobiluomo compiacevasi che S. M. volesse «uomini utili allo Stato pel maneggio delle armi e per la coltura di campi»146. Nè men severo in siffatti giudizî era nella sua malandata vecchiaia.

Non pertanto, Bartels, per indole, per professione evangelica e per la evoluzione e rivoluzione dei tempi, avverso alle fraterie, faceva un'osservazione di ben altro genere a favore delle fraterie medesime. Mentre l'aristocrazia del censo tormentava nelle lontane terre i vassalli e, forse senza saperlo o volerlo, ne succhiava per mezzo di avidi procuratori il sangue, gli ordini religiosi erano umani verso la povera gente che ne lavorava la terra e ne riceveva pane; il quale se era bagnato di sudore, non grondava di lacrime. [pg!142]

L'osservazione trova appoggio nei fatti.

È bensì vero che guardando ai diversi istituti monastici non fosse da rimanere edificati della scrupolosa osservanza dei voti; ma è ugualmente vero che, come per compenso, larga era nei frati la beneficenza. La povertà pudibonda trovava sempre nelle case monastiche una minestra ed un pane, che sovente bastava a sfamare sventurati non usi a stender la mano. La miseria, che per lunga abitudine di chiedere andava a battere a quelle porte, non tornava indietro senza un sussidio. Differenti le ore per quella come per questa; diverse le mense. Houel, pur esso non amico dei frati, rimaneva commosso nel vedere, dentro il convento dei Cappuccini, «in un refettorio particolare e recondito, accolti ogni giorno a desinare nobili poveri e vergognosi, con grande onestà serviti. Nessuno si accorgeva della ragione del loro andare, giacchè infinito era il concorso dei poveri a quel convento. Ed osservava: «Quest'opera di carità fa degni di considerazione quei frati, ai quali ricchi e non ricchi fanno elemosina per sopperire alle spese a tanto bene necessarie. Essi meritano di esser benedetti, giacchè non posson fare dei loro beni uso migliore»147.

Come nei monasteri femminili era la stretta clausura pei due sessi e per qualunque persona, meno che per le autorità ecclesiastiche, pel medico e per gli operai addetti a lavori materiali; nei conventi la clausura era solo limitata alle donne. Gli uomini potevano [pg!143] entrare; le donne, invece no. A nessun militare era fatto lecito sorpassare armato la porta, la sua sciabola o spada dovea rimanere giù, in essa. Quando i Reali ebbero vaghezza di fare una visita al monastero dei Benedettini di S. Martino, e con loro erano anche donne, avvenne una strana scenetta, nella quale le dame di compagnia, col pretesto di far parte della comitiva, presero per loro le facoltà della Regina e delle principesse reali di penetrare nelle monastiche mura maschili; il che fu ragione di gravi risentimenti dei superiori.

Ed è giusto avvertire che alcuni anni innanzi era stata perpetrata una comica frode, per ragione della quale la sorveglianza era divenuta più del solito oculata. Una signora inglese, desiderosa di conoscere de visu l'interno del monastero, travestita da uomo, era entrata con altri uomini, visitatori del grande edificio. Nessuno se ne accorse, nessuno ne seppe nulla; ma quando l'Abate n'ebbe conoscenza, ordinò che nessun forestiere quind'innanzi vi mettesse più piede148. In dubiis pro anima.

Gibbon lasciò scritto: «Un solo convento dei Benedettini rese alla scienza forse maggiori servizî che le due università di Oxford e di Cambridge.».

Questa opinione, in Sicilia, nel secolo XVIII, deve aver credito, perchè nei monasteri di S. Martino e di Monreale erano uomini eminenti per dottrina, pietà e senso squisito d'arte. Il gusto che dominava fin nei particolari delle opere antiche e moderne dei due monasteri, [pg!144] non meno che in quelli di S.a Maria del Bosco e di S. Nicolò l'Arena, prova che quelle non eran persone volgari, ma che invece si ispiravano ai più elevati sentimenti del bello. Dopo un secolo e più che il Governo Vicereale fece vandalici saccheggi a S.a Maria del Bosco; dopo trentott'anni che la Legge sulle corporazioni religiose è venuta a scompaginare quanto avea saputo comporvi il monachismo intelligente, musei, pinacoteche, librerie, attestano una civiltà di pensiero che la beffarda società d'oggi non riuscirà a cancellare giammai.

Eppure nel secolo XVIII il pubblico non era pienamente persuaso della pietà e della sapienza dei Benedettini. Padri dotti e buoni come i fratelli Salvatore e G. E. Di Blasi, come D. Ambrogio Mira e D. Raffaele Drago, D. Gaspare Rivarola e D. Carlo Ant. Paternò, e come D. Gioacchino Monroy ed altri tali, si contavano a dito: e i non contati si prestavano a giudizî sfavorevoli, che tutti li mettevano in combutta. La loro mondanità li teneva con un piede nel chiostro ed uno nelle dorate sale degli aviti palazzi, alternando così la monotona recitazione del breviario con la variata lettura di certi libri giunti in contrabbando dalla Francia, e l'aperta contemplazione delle sacre immagini nella chiesa e dei severi ritratti nei dormitorî con quella furtiva delle Provvigioni pel chiostro, stampe di costumi e di scene illustrate, che con deplorevole leggerezza qualcuno tra essi mostrava a visitatori stranieri149.

[pg!145]

Poesie siciliane e italiane del tempo e di prima avvalorano siffatti giudizî, certo non temerarî. Di una di esse diremo che un benedettino raccomandava in poveri versi ai suoi correligiosi di rimanere al loro posto, di serbar silenzio a rifettorio, di non andar bighellonando pel monastero, di stare in ritiro, di non cercare più di tre pietanze e, nel sollievo di gennaio, di non pensare all'antica usanza150. Che cosa fosse questo «sollievo» e questa «usanza», non si riesce di capire: salvo che per quello non voglia intendersi un po' di svago a Palermo, dentro il monastero dello Spirito Santo (caserma dei pompieri), nei giorni freddi d'inverno in S. Martino; e per questa, qualche vecchio abuso. Altri componimenti ribattono sul medesimo chiodo; ma son colpi delicati che si riducono a biasimare, indirettamente rafforzandolo, lo sfarzo dei nobili figli di S. Benedetto, sfarzo rimasto proverbiale quanto il letto dei Predicatori e le mense dei Cappuccini:

Lettu di Duminicani,
Lussu di Binidittini,
Tavula di Cappuccini.

Se i Benedettini per la loro nascita e quindi per una cert'aria d'altezzosità venivano sfavorevolmente segnalati dai religiosi d'altri ordini, questi non potevano andar lieti di cordiali rapporti tra loro. Gelosie sempre rinascenti per dottrine teologiche, per preminenze di regole, li tenevan divisi l'un l'altro, ed erompevano [pg!146] in motteggi in pubblici ritrovi principiando nei refettorî e finendo nelle sagrestie dei proprî conventi.

Dal dì ch'erano andati via i Gesuiti, i Domenicani erano restati quasi i primi a rappresentare la più soda cultura, essi nel sito dei quali era stato fiorentissimo lo Studio, protetto dal Magistrato del Comune. Per questo eran tenuti in alta estimazione. Ma i Domenicani non sapevano perdonare ai Francescani la immensa colonna alzata in onore della Concezione in mezzo della piazza della lor grande chiesa; colonna che ricordava un trionfo dei frati Conventuali, sostenitori arditi della verginità di Maria, da essi posta in dubbio.

Quella colonna era un dispetto permanente per ciascun domenicano, il cui ordine vide sempre di malocchio il giuramento del sangue del Senato di Palermo151, e serbò una certa simpatia pel Muratori, che lo biasimò non essendo giustificabile la difesa, a costo del proprio sangue, di una credenza cattolica non proclamata mai come domma dai sovrani pontefici. Ma i Francescani se ne impipavano, perchè avevano dalla loro il Magistrato Civico e sapevano che tutte le simpatie dei Domenicani non sarebbero valse un briciolo nella protezione di questo, specialmente dopo che la potenza dell'ordine di S. Domenico era stata depressa per l'abolizione del S. Uffizio.

Non contro un altro ordine, ma contro la confraternità [pg!147] dei falegnami, i Teatini sbraitavano per la statua di S. Giuseppe, che quelli, proprietarî del terreno della chiesa, aveano voluto piantare sulla porta. E che non fecero per impedire questa preferenza di fronte al fondatore del loro ordine, S. Gaetano! Ogni anno, per la festa di S. Giuseppe, quando i maestri dentro il maestoso tempio distribuivano la immagine del S. Patriarca, inghiottivano bocconi amari nel sentire i monelli a gridare sotto la loro Casa, nella vicina piazza Vigliena e per le vie: Viva S. Giuseppe, e non S. Gaetano!152.

Ragione di scatti e di ostilità erano le processioni sacre, alle quali era d'obbligo l'intervento delle comunità religiose. La precedenza di queste dava luogo a liti non sempre definibili dall'autorità ecclesiastica secolare (la quale, del resto, ben poco poteva sugli ordini regolari), ed era occasione frequente di clamorosi ricorsi presso l'Apostolica Legazia. Frati Conventuali, Osservanti, Riformati scendevano in lizza tra loro, e poi, alla lor volta, in lizza contro altre comunità per il posto che loro spettava nelle pubbliche funzioni.

Nel 1778 il Re in persona, come Legato Apostolico, stabiliva le norme regolatrici di siffatta bisogna; ma quelle norme a nulla valsero, e lo spettacolo dei dissidî proseguì poco edificante.

Tre anni dopo un Ministro siciliano, a nome del Re scriveva: «Per darsi fine alla controversia agitata [pg!148] con eccessivo calore degli animi tra i pp. Conventuali ed i pp. Osservanti e Riformati in materia di precedenza nelle processioni ed in altre pubbliche funzioni,.... S. M. ha avuto presente la sovrana sua reale risoluzione del 1778, con cui per punto fisso e generale fu determinato che la precedenza dei frati nelle pubbliche funzioni regolar si debba dall'antichità dell'approvazione del rispettivo loro Istituto». E partecipava questa volontà acciò venisse comunicata ai superiori di quegli ordini, non solo «per comune notizia», ma anche «per l'osservanza, ad oggetto di evitarsi in avvenire le scandalose brighe che sovente per tal piato sono avvenute».

Sarebbe una vera ingenuità il credere che le brighe cessassero. Nelle processioni e nell'associazione dei cadaveri si combatteva pel diritto di priorità; come nella festa di S. Antonio per quello della celebrazione di essa, reclamato per conto proprio ed esclusivo da ciascuno dei tre ordini. Si giunse a tale che il Re dovette incaricare il Tribunale della Legazia e specialmente la R. Camera di S. Chiara del più rigoroso esame, in giudizio contraddittorio, «delle bolle pontificie invocate dai provocatori della lite e dei giudizî degli scrittori di cronache, annali ecc. dei documenti tutti che si potettero avere nelle mani dai componenti quel Tribunale, fornito sempre d'uomini notissimi per onestà, ricchi di erudizione storica, come di scienza canonica. Più anni andavan per la scrupolosa ricerca, che dovea fornire la base della sentenza; solo nel 1794 il R. Dispaccio pose fine alla [pg!149] questione»153. Il Sovrano, che avea ben altro pel capo che i puntigli dei frati per siffatte piccolezze, conchiudeva in questi termini perentorî: «Che s'imponga perpetuo silenzio a controversie di questo genere, le quali per lungo tempo han turbata la pace dei frati col distrarli dagli esercizî di religione, ai quali son chiamati»154.

Gli era come dicesse: Andate a farvi benedire: e non mi state più a rompere la devozione!... [pg!150]