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La vita nell'esercito

Chapter 18: PASQUA IN FORTEZZA
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About This Book

A collection of military short stories portrays life in the army through intimate vignettes and varied perspectives, among them a first-person account by a sword that recounts its forging, battlefield service, long neglect, restoration, and eventual return to combat tied to love and duty. The pieces juxtapose vivid scenes of battle and bivouac with domestic rituals and quiet moments, meditating on honor, memory, and transformation. Narrative viewpoints shift from material objects to soldiers and civilians, linking personal sacrifices and sentimental ties to broader themes of loyalty, fate, and the lingering effects of war on individuals and heirlooms.

PASQUA IN FORTEZZA

Exilles.... 1893.

Amica mia, questa mattina, quando il soldato è entrato nella stanza ed ha aperto le imposte, una bella striscia luminosa di sole è entrata improvvisamente, balzando sul letto, rifrangendosi sulla parete dirimpetto.

E il soldato, il buon Cornacchia, te lo rammenti? mi ha detto con una grande allegria nella voce:

— Signor tenente, oggi è Pasqua.

— Va bene, dammi il caffè.

Nel dormiveglia tentavo di continuare il sogno interrotto bruscamente. In verità non potrei dire che fosse un sogno; era più che altro un lavoro della memoria che ricostruiva, minuto per minuto, una mezza giornata della mia esistenza. Sorbendo il caffè caldo, pensavo all’ultima domenica che avevamo passato insieme a Torino, rammenti? alla nostra passeggiata triste su quel lunghissimo viale Margherita, dagli alberi tutti brulli, illuminati da un sole pallido. Io ero in borghese e ti davo il braccio, tossendo a piccoli colpi secchi ogni minuto, e ti narravo tutta l’odissea delle mie disgrazie, non tacendo nulla, nemmeno i miei torti, come ad un fratello, come ad un amico. Era una giornataccia: nel cielo larghi fiocchi di nuvole bigie si inseguivano, passando dinnanzi al sole pallido, stendendo come una cortina di piombo; qualche sprazzo d’azzurro qua e là che lasciava passare un fascio di raggi bianchi, e una striscia di nuvole nere in fondo che serrava l’orizzonte come una coltre funebre.

Gli operai vestiti a festa ci guardavano curiosamente al passaggio; tutta graziosa tu, colla giacchetta di velluto marrone a galloni d’oro, colla veste azzurra, di un azzurro opaco indovinatissimo; tutto frettoloso io col bavero dell’ulster alzato e il foulard fino alle orecchie. Traversammo Porta Milano, ci internammo nella galleria nuova, dove la musica suonava; si pareva uccelli dispersi noi due tra quel popolino indomenicato (la parola è brutta, ma è italiana) che si divertiva. Entrammo in una birreria, domandammo qualche cosa;... tu mi facevi coraggio, mi dicevi di sperare e avevi invece nella voce la disperazione e un gran dolore nel cuore che traspariva dagli occhi....

— Sor tenente, sono le nove, — mormora Cornacchia.

— Sta bene: dammi i vestiti.

La zona di sole ha invaso trionfalmente la stanza, si è impadronita del letto e della parete di fronte mettendo dei lucciori dappertutto; dalla finestra aperta entra un’arietta fresca, refrigerante, profumata di ginepro; un gran pigolìo di passeri è nell’aria.

Mi vesto, scendo in cortile a far la passeggiata mattutina, mentre Cornacchia mi fa il letto e mi prepara la colazione.

Il cantiniere mi dà la buona Pasqua.

Grazie, e sorrido. Dio mio, no, non deve essere stato un sorriso molto allegro quello, e nemmeno molto triste: oramai credo di aver persino dimenticato le dolci consuetudini di certe solennità famigliari. Pasqua? Natale? Capo d’anno? Giorni un po’ più tristi degli altri per il cumulo delle dolci memorie che risvegliano: ecco tutto.

Camminando adagio, adagio, respirando a pieni polmoni, giungo alla batteria da 15, che ha i pezzi in barbetta sul fianco sinistro del forte. Tutto il forte, nero, ferito dal sole, sembra meno tetro, sembra ringiovanito. Sotto passa la Dora, stretta tra le ripe di macigno come un cane al guinzaglio, urlando. A destra, sul contrafforte, ancora qua e là bianco di neve, si erge minaccioso nell’ombra il fortino di Serre la Garde; ma tutta la vallata a monte si perde in sfumature di verde tenero e di viola pallido, maculate di larghe striscie bianche, e per gli alberi scarni corrono i primi brividi della vita, e dalla terra smossa sale il potente odore dei primi germogli.

È Pasqua, è Pasqua; ecco, da un piccolo tuffo d’erbe ho colto questa viola piccola, non ancora dischiusa, la prima viola di questi monti, forse, e te la mando. Nota la coincidenza curiosa: è nata proprio a due palmi di distanza dalla gola nera di un enorme cannone da 15....

I soldati sono fuori tutti, per il paese; anche i consegnati; nel cortile però un coscritto seduto al sole sta facendo asciugare un paio di uose.

— E voi perchè non siete uscito? — gli domando.

Il coscritto si alza, diventa rosso, abbassa la testa.

— Sor tenente, non tengo soldi....

La ragione è indiscutibile; mi frugo in tasca, gli metto in mano qualche lira.

— Tieni, vai a spasso; bevine un bicchiere alla mia salute.

— Sor tenente!...

— Silenzio! non si rifiuta mai: prendete!

Il buon diavolo intasca i danari, mi fa un saluto di perfetta ordinanza e se ne va in camerata colle sue uose non completamente asciutte: più tardi mi ripassa davanti in gran tenuta, i guanti bianchi, la trecciuola sul kepy, sorridendo come un uomo felice.

Due lire fanno felice un uomo, e anche meno talvolta....

***

Quasi in compenso della mia buona azione la posta mi ha recato una lettera tua e un letterone da casa: tutta la famiglia che mi scrive. Nel leggerle e nel rileggerle ho passato due ore di una tristezza deliziosa. Come sei stata buona a ricordarti di me, a farmi coraggio! Subito ho pensato ai nostri progetti di quella domenica, che tu non hai nella lettera voluto rammentare, pensando che ciò avrebbe aumentato la mia tristezza. Povera amica!... Ma io ci ho pensato e ho scosso il capo, ricordando quante volte il destino aveva traversato i nostri progetti così bene architettati, e mi è venuta l’idea di non farne mai più, di lasciarmi vivere così, in balìa del caso, senza illusioni, senza speranze, senza desiderii. Poi ho sorriso di me stesso e di questa idea. Che sciocco! spero di rivederti; come farei se mi mancasse questa speranza; come farei?

La lettera di mamma è corta e dice un mondo di cose buone e commoventi. Senti, cosa mi dice la mamma: «Perchè tu dovevi venire, Roma, la tua eterna amante, si parava de’ suoi colori più belli sotto la carezza del suo splendido sole; il Pincio, la tua passeggiata prediletta, è tutta una fioritura lussureggiante; i pioppi della Villa Borghese rinverditi, stormiscono ed hanno quel fruscìo particolare di seriche vesti femminili, che a te piace tanto; la via Nazionale è un’apoteosi di luce, il laghetto di Villa Pamphili è azzurro come una turchese e trasparente come il cristallo.... Ma tu non vieni e allora nel cielo della nostra Pasqua famigliare passa la brutta nuvola della tua assenza e Roma non mi piace più». Povera e santa donna, quanto affetto in quelle poche righe, quanto dolore in quelle poche parole!... Ecco, ora ridivengo triste, di una tristezza cupa, fatta tutta di ricordanze e di rimpianti.

Saranno fanciullaggini, ma certi ricordi dell’adolescenza, quando mi assalgono all’improvviso, mi mettono subito nella gola un nodo doloroso di pianto e lo stimolo delle lagrime negli occhi. Ahimè! soltanto lo stimolo, che è come uno spasimo acuto che non trova sfogo mai nelle lacrime.

Quello che rende la mia memoria più terribile è la visione fisica perfettissima delle cose e degli uomini: io non so; pare quasi che i fantasmi evocati dalla memoria si coloriscano nella retina dell’occhio di tutti i loro colori reali. Ora per tutta la giornata e per molti giorni ancora io non saprò togliermi dall’anima la visione del Pincio tutto fresco e odorante come un mazzo enorme di fiori, la visione di Via Nazionale e del laghetto di Villa Pamphili, il fruscìo femminile dei pioppi di Villa Borghese che stormiscono, che accennano coi vertici acuminati al perpetuo dubbio della vita....

***

Che ti parli di me? Sarò noioso, amica mia; la mia vita anche quando è allegra, è triste come un ideale mancato; ora poi non può essere allegra, figurati!...

Dopo il fatto, lo sai, stetti alcuni giorni in quartiere agli arresti di rigore, aspettando.

Tre giorni fa, mercoledì mi pare, arrivò l’annunzio: due mesi di fortezza ad Exilles.

La notizia lì per lì non mi fece nè caldo nè freddo: anzi mi meravigliai che non me ne avessero dati tre, come prevedevo.

Chiusi i bauli, sbrigai alcuni affarucci e partii. Ricordo che ordinai al cocchiere di passare sotto le tue finestre; c’era il sole, speravo di vederti perchè so che ami tanto il primo buon sole di primavera. Le finestre erano aperte, anzi sull’ultima di destra era disteso il tuo abito azzurro di quella domenica, orlato da una sottile striscia di sole, ma tu non c’eri. Alla stazione comperai molti giornali e non ne lessi nemmeno uno: era quasi solo nello scompartimento e col viso al finestrino fumavo, fumavo.... Le ore son passate così in una perfetta assenza di pensiero. È la prima volta che ciò mi accade e darei qualunque cosa perchè mi accadesse un’altra volta, perchè è una cosa deliziosa che ora non mi so più spiegare: una specie di catalessia mentale; si vede tutto, si capisce tutto e non si pensa a niente, il cervello in perfetto riposo.

Che cosa strana!...

Scesi a Chiomonte, il grazioso paesetto dei villeggianti, e fino ad Exilles mi feci la strada a piedi. La strada mi era nota: l’aveva percorsa tante volte nell’autunno in buona compagnia, e nell’inverno sulla slitta tutto ravvoltolato nella mantellina; una strada assai pittoresca, che costeggia la Dora spumeggiante da una parte e rode i fianchi aspri del contrafforte del Gran Seren dall’altra, con voltate brusche e frequenti; su tutti i declivi era ancora la neve alta.

Quando vidi il forte, il pensiero della prigionia mi strinse subito il cuore come una morsa; il forte nero, visto dalla strada su quella specie di masso morenico sovrastante alla Dora, ha un aspetto sinistro; pare il castello dell’innominato, pare un covo di banditi appostati sull’altura per sbarrare la strada.

Poi cominciò la dolorosa Via Crucis della salita, una salita eterna tra i campi a destra e i castagneti a sinistra, che mostrano qualche strappo di verde tra il bianco uniforme della neve. E su, su, faticosamente, per la Rampa Reale acciottolata, senza aver nell’anima l’ideale ed il grido del pellegrino di Longfellow; anzi!...

Arrivai su che imbruniva: mi fu assegnata una delle stanze prospicienti al cortile, e mi si disse che al mattino seguente il signor comandante del forte mi attendeva per la visita di dovere.

Mi buttai sul letto tutto vestito e mi addormentai di un sonno di piombo.

***

Il comandante — un maggiore d’artiglieria — fu assai gentile; mi assegnò tre ore al giorno di passeggio nel forte, e si fece dare la parola d’onore che non sarei uscito: insieme alla parola gli diedi anche la sciabola, che egli chiuse in un armadio.

Non mi vergogno a dirlo: distaccandomi dalla mia sciabola, fui preso da quel nodo doloroso alla gola e da quello spasimo acuto negli occhi, che sono il mio pianto, un orribile pianto angoscioso.

Più tardi, aiutato da Cornacchia, disfeci le casse; sai ho portato tutto; i miei libri, i miei giornali, la tavolozza, i colori, il mandolino....

Subito alla testa del letto, dove mia madre ci vorrebbe sempre vedere la Madonna della Seggiola, ho fatto un trofeo di ritratti; tutti i ritratti di famiglia; in mezzo vi campeggia quello grande di papà, quell’augusta figura di vecchio dalla fronte serena, che mi ricorda i bei versi di Luigi Giulio Mambrini:

E conscio omai d’essere al duolo offerto,

al duolo attinge sopra uman coraggio,

indi sereno gli permane un raggio,

il glauco raggio del grande occhio aperto.

Tra quello delle mie due sorelle ho messo la tua fotografia, quella di profilo, un po’ malinconica, ma tanto bella; sei contenta?...

Più in là ho fatto un altro trofeo: quello degli amici e.... tanto lo sai, delle amiche: ed ho tirato fuori tutta la mia biblioteca e tutti i miei scartafacci nell’intento di studiare molto, di lavorare molto. Ci riuscirò?

Dietro il paravento, Cornacchia mi prepara il pranzo pasquale. Che Dio me la mandi buona!

***

Da tre giorni faccio questa vita; mi alzo verso le nove, lavoro dalle nove alle undici, dalle due alle sei e dalle otto a mezzanotte: ho molta carne al fuoco e molti progetti per la testa....

Figurati, sto pensando ad un romanzo di cui tu sarai l’eroina.... Ti piace l’idea?...

Al momento di chiudere la lettera mi si presenta Cornacchia, con una di quelle sbornie classiche che fanno epoca; è accompagnato da un patriotto che lo sorregge per le ascelle. Viene a domandarmi se ho bisogno di niente.

— Se ho bisogno di niente? — grido io arrabbiato — Sei tu, pezzo d’asino, che avresti bisogno di qualche cosa.... lo so io di che cosa.... Vai a letto subito piuttosto.... animale!...

Il patriotto, accompagnandolo fuori della porta, alquanto male in gambe anche lui, mi dice con uno sguardo che intercede la grazia:

— Sor tenente.... è Pasqua....

Già — penso io — è Pasqua oggi: almeno gli altri lo dicono!...

Ma non mi lamento però, sai? la mia Pasqua l’ho passata con te.... in ispirito, pur troppo!