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La vita nell'esercito

Chapter 2: STORIA DI UNA SCIABOLA
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About This Book

A collection of military short stories portrays life in the army through intimate vignettes and varied perspectives, among them a first-person account by a sword that recounts its forging, battlefield service, long neglect, restoration, and eventual return to combat tied to love and duty. The pieces juxtapose vivid scenes of battle and bivouac with domestic rituals and quiet moments, meditating on honor, memory, and transformation. Narrative viewpoints shift from material objects to soldiers and civilians, linking personal sacrifices and sentimental ties to broader themes of loyalty, fate, and the lingering effects of war on individuals and heirlooms.

STORIA DI UNA SCIABOLA

Nacqui a Toledo in una di quelle storiche fucine che hanno fornito di solide lame tutto il mondo; un fabbro catalano mi martellò, un artefice italiano rabescò la mia lama di fregi bizzarri; rammento ancora la strana sensazione di freddo che mi corse tutta, quando mi gettarono rovente ancora in una tinozza d’acqua gelata. Ho avuto due impugnature; la prima assai semplice in pelle di pescecane e acciaio brunito con tre else; con quella impugnatura mi portò attaccata ad un rozzo cinturone di cuoio di Cordova, il signor di Perédas nella storica guerra di successione del 1808 intorno a Saragozza.

Terribile e gloriosa e patriottica guerra quella, combattuta accanitamente su pe’ selvaggi monti delle Asturie, sulle aspre pendici dei Pirenei, sullo floride pianure del Tago. Molte cose vidi e molte volte scintillai al bel sole di Spagna, incitatrice alle pugne, roteando in fendenti tremendi sugli enormi schakò napoleonici. Ma un giorno il signore di Perédas mi seppellì sotto un mucchio di cadaveri tutta rossa di sangue rappreso.

Di notte alla luce rossiccia delle torce, tra i lamenti dei feriti e dei moribondi e il vociare delle ambulanze, fui raccolta da un contadino e gettata insieme ad altre armi ed indumenti guerreschi in un carretto sgangherato le cui ruote mettevano un sinistro cigolio.

Che notte eterna fu quella! Priva della mia morbida guaina di cuoio, sentivo la fredda rugiada posarsi su di me e agghiacciarmi le fibre; viaggiando, al rude contatto di schioppi arrugginiti e di umili daghe di gregario, pensavo al mio forte signore e mi pareva di sentire ancora la stretta della sua mano robusta. Viveva egli ancora? certo che no; soltanto la morte poteva strapparmi da quel pugno d’acciaio.

Allora qual sorte m’era riserbata?

Viaggiai tutta la notte alla luce chiara, fredda degli astri; tutta la notte giunsero fino a me i fiochi lamenti dei moribondi, il gracchiare de’ corvi famelici; a tratti per la vasta campagna apparivano, in distanza, orrendi bagliori d’incendio, allegri fuochi di bivacco. Di chi era la vittoria? Lo ignoravo, ma qualche cosa mi diceva che doveva essere degli intrepidi difensori della Spagna e questa idea mi consolava della mia inazione, della mia presente miseria. All’alba, il carretto si fermò dinnanzi ad un’umile casa di campagna; due donne giovani e belle, della maschia bellezza catalana, accorsero sul limitare, molti fanciulli circondarono il carretto schiamazzando: due uomini alti e barbuti ci tolsero dal carro, ci trasportarono in una buia soffitta, ci gettarono a rifascio in un angolo. Lunghi anni passarono in quel silenzio non interrotto che dalla gazzarra allegra degli uccelli e dal tubare delle tortore nidificanti sugli embrici. Io invecchiavo; uno strato di ruggine mi copriva tutta come una lebbra, mi rodeva le molecole come una vegetazione parassitaria: la polvere s’agglomerava sull’impugnatura rendendola irriconoscibile, i ragni, tra le else, intessevano le loro trame sottili. Gli anni passavano....

***

Un giorno la porta stridette sai cardini rugginosi e una larga e luminosa zona di sole penetrò allegramente nella buia soffitta mettendo in fuga una pacifica tribù di topi, assoluti padroni del luogo.

— Debbono essere laggiù in quell’angolo, disse una voce maschia.

Un uomo si diresse alla nostra volta, ci sollevò tutte in un fascio, discese le scale traballando sotto il peso e ci depose sopra il gran tavolo della cucina: dal mucchio delle armi saliva un vecchio tanfo di muffa.

— Eccole qui tutte, disse la voce nota.

Molti uomini ci furono attorno, ci presero, ci spolverarono, ci esaminarono curiosamente. Quello che mi impugnò pel primo era un vecchio signore alto e magro dalle fedine brizzolate, dagli occhiali cerchiati in oro: mi osservò a lungo, cercando di scorgere traverso alla ruggine il disegno dei miei rabeschi, cercando un nome, una data, una marca di fabbrica. Io in quell’aria, in quella luce, mi sentivo rinascere; il buon sole di primavera mi scuoteva di dosso l’umidità e l’uggia di quella lunga prigionia; i movimenti che la mano del vecchio, mi imprimeva, mi rendevano l’antica elasticità, il vigore antico, dandomi sussulti di gioia.

— Buona lama, buona lama!... diceva il vecchio soddisfatto.

— È di Toledo, della celebre fabbrica di Manuel Paëz; ha combattuto sotto Saragozza nel 1808 in mano a quel prode signor di Perédas, che morì poi sulle mura della città, disse l’uomo che mi aveva tolto dal mio cantuccio buio, con un’inflessione d’orgoglio nella voce.

— Quanto chiedete? domandò il vecchio.

— Non ha prezzo signore; la raccolse mio padre sul campo di battaglia ed io la conservavo come una reliquia di famiglia. Ma siamo poveri, il pane è caro, mia moglie è malata.... Fate voi, signore, io non discuterò.

Il vecchio gettò sulla tavola dieci fiammanti pesos di Spagna, il cui suono argentino dovette gradevolmente solleticare l’orecchio del campagnuolo andaluso.

— Va bene?

— Grazie a Vossignoria: l’arma è vostra, disse il contadino intascando prestamente le belle monete.

Il vecchio signore mi avvolse accuratamente in una fascia di tela e mi portò via.

Così mi separai dalla mie compagne di prigionia....

***

In Italia subii una magnifica trasformazione: un armaiolo di Milano mi si mise d’attorno a ripulirmi, a levarmi la ruggine con una cura amorosa: fui temprata nuovamente; per la seconda volta sentii il bacio ardente del fuoco, il freddo bacio dell’acqua, poi mi si adattò una nuova impugnatura d’avorio colle else in metallo dorato, martellata da una mano maestra. Ero più bella di prima, più lucente, più fiammante; la mia lama s’era assottigliata, la mia punta pareva quella di un’ago.

Un giorno mentre l’armaiolo mi dava l’ultimo colpo di brunitoio, entrò nella bottega una fanciulla, uno splendore di fanciulla, pallida e bruna come la fata di una leggenda moresca. Mi guardò a lungo, mi prese nelle sue manine delicate e bianche, poi mi posò sul banco dicendo all’artefice:

— Inciderete il mio nome sulla lama da questa parte; dall’altra parte il motto: «Per la patria e per la dama»

— Sarà fatto, disse l’armaiuolo inchinandosi.

Provai così anche il morso roditore dell’acido; ma per guarire fui messa in una guaina di bulgaro morbida ed odorosa come un guanto e adagiata mollemente in un lungo astuccio di velluto. Come si stava bene lì dentro!...

Così trasformata, rinnovata, ringiovanita tornai alla casa del vecchio signore che mi aveva acquistata in Ispagna, anelante a nuove pugne su nuovi campi di battaglia, avida di scintillare al sole italiano, di combattere per una causa nobile e grande. Mi avrebbero forse lasciata poltrire nel mio morbido astuccio?

Una notte fui portata nel salotto; un salotto principesco e sontuoso, dove tutto fiammeggiava alla luce dei lampadari di Murano. C’erano tre persone intorno a me; il vecchio signore dalle fedine brizzolate, la bellissima creatura di cui portavo il nome inciso sulla lama, e un giovane biondo, dall’occhio azzurro e dolce, vestito della splendida uniforme degli Usseri di Piacenza; parlavano sottovoce, commossi, pallidi come alla vigilia di un grande avvenimento: la fanciulla era triste, ma gli sguardi del giovane e del vecchio lucevano di una fiamma baldanzosa.

— Quando parti? domandò Bianca.

— Fra poche ore, all’alba: gli Austriaci sono padroni della linea del Mincio e circondano Peschiera, bisogna affrettarsi....

— Ritornerai non è vero?

— Se Dio m’assiste!...

— Porterai questa spada, per mio ricordo.

E mi trasse dall’astuccio.

— Grazie, cara.

Il giovane la baciò in fronte, poi mi sguainò, mi fece scintillare alla luce dei doppieri, lesse la scritta e pose le labbra sulla lama al posto dov’era inciso il nome di lei. (Un brivido mi corse tutta a quel contatto) poi disse attaccandomi ai pendagli del suo cinturone di bulgaro.

— Questa spada sarà il mio talismano.

— Iddio t’ascolti!

— Figli miei, seguitemi, disse il vecchio signore con voce grave, velata da una dolce emozione.

Assistei allora ad una scena commovente e solenne. La piccola cappella del palazzo era tutta illuminata di ceri; all’altare sontuoso un prete celebrava la messa. Era un venerando sacerdote, una di quelle maestose figure di vegliardo su cui si legge, come su di uno specchio, tutta la storia di una vita incontaminata; celebrava il sacrifizio divino serenamente, sorridendo ai due fidanzati che si inginocchiavano dinanzi alla balaustra ricoperta di fiori.

Bianca pregava fervorosamente il Signore che le risparmiasse lo sposo, che glie lo facesse ritornare illeso e vittorioso; egli, il giovine ufficiale degli usseri, la divorava collo sguardo pregustando tutta la felicità di quella notte divina, la prima e forse l’ultima, del suo matrimonio.

Sui gradini dell’altare il sacerdote parlò rivolto agli sposi colla sua voce tremula e dolce; parlò di amore e di patria, di speranza e di fede, di onore e di dovere: poi alzò la bianca mano benedicente e il vecchio signore baciò sulla fronte la figlia e lo sposo....

In quella notte dalla poltrona dove fui gettata, assistei al più dolce, al più bello, al più divino degli idillii umani e ne fremo ancora al ricordo....

***

Per tutto il giorno avevo battuto sui fianchi di un cavallo generoso che ci portava via in corsa sfrenata; sentivo dietro di me il sonoro galoppo di tutti i cavalli dello squadrone e la polvere di una strada lunghissima stendentesi a perdita di vista, si posava sulla mia impugnatura damascata. Quali pensieri turbinavano nell’animo del mio nuovo padrone? Ancora ebbro di ricordi d’amore egli si eccitava alla corsa, e pungeva i fianchi del suo sauro focoso. Io pensavo che sarebbe triste di morire così, giovane, bello e amato da un angelo; ma più pensavo alle lacrime di lei in quell’ora che vedeva dileguare la sua felicità al galoppo rapido di Mallecho. Povera Bianca! A lungo aveva sventolato il fazzoletto in segno d’addio, in quell’alba luminosa di giugno, dal suo balcone; a lungo aveva seguito collo sguardo il rapido dileguarsi del suo cavaliero gentile che andava alla battaglia. Poi quando l’aveva perduto di vista, aveva dovuto scoppiare in singhiozzi tra le braccia di suo padre, il vecchio gentiluomo milanese....

Ad un tratto mi sentii stringere all’impugnatura da una mano nervosa ed estrarre dalla guaina, violentemente. Cominciava dunque la pugna?

Eravamo a Monzambano: grandi masse di fanteria austriaca si vedevano azzurreggiare in distanza; nell’aria era un continuo scintillare di lance, di baionette, di spade; era un crepitar lontano di moschetti, un rombo fiero di cannoni; grosse nubi di fumo bianco salivano nella serenità trasparente del cielo.

— Ci siamo! pensai.

Lo squadrone dietro a me, (la sua mano mi agitava in aria in segno di comando), aumentava la celerità dell’andatura, allungava il galoppo, si metteva in linea. Si vedevano distintamente i quadrati della fanteria nemica irti di baionette, passavano di tanto in tanto sul nostro capo le granate fischiando come bolidi incandescenti.

— Avanti!... tuonò la sua voce.

La lunga linea di uomini e cavalli pareva una legione di angeli sterminatori.

Caricat!...

Savoja!...

Non rammento più nulla: una grandine di piombo cadde su noi senza arrestare la nostra corsa precipitosa, poi un’altra più fitta, più micidiale; i cavalli eccitati, spaventati, le nari fumanti e l’occhio feroce volavano calpestando tutto come gl’ippocrifi di una truce visione Dantesca. E sempre il glorioso grido incitatore ne incalzava alle spalle:

— Savoia!...

Poi una granata ci scoppiò proprio dinnanzi con orrendo fragore e sentii che una parte della mia lama volava via trasportata da una scheggia. Mallecho stramazzò a terra fulminato, io sentii che la mano del mio giovin signore m’abbandonava, ma rimasi attaccata al suo polso per la dragona. Tutto lo squadrone in corsa sfrenata volò sopra di noi, tornò indietro, rivolò quattro volte all’assalto fino a che rimase vincitore....

Alla sera si seppellirono i cadaveri si raccolsero i feriti; i medici, gl’infermieri e le suore di carità giravano sul campo della carneficina. Un gruppo d’uomini mi circondava.

— È morto? domandò una voce a me nota, la voce del vecchio gentiluomo milanese.

— Sì, disse il medico addolorato: una scheggia di granata gli ha squarciato il petto.

La granata austriaca aveva spezzato tre esistenze: la mia, la sua e quella di Bianca....

Ora colla lama rotta a metà e coll’impugnatura rossa di sangue e nera di polvere, sono ritornata nell’astuccio di velluto, e sto nella vedova camera nuziale di Bianca come una reliquia preziosa.