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La vita nell'esercito

Chapter 3: CAMERE MOBILIATE
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About This Book

A collection of military short stories portrays life in the army through intimate vignettes and varied perspectives, among them a first-person account by a sword that recounts its forging, battlefield service, long neglect, restoration, and eventual return to combat tied to love and duty. The pieces juxtapose vivid scenes of battle and bivouac with domestic rituals and quiet moments, meditating on honor, memory, and transformation. Narrative viewpoints shift from material objects to soldiers and civilians, linking personal sacrifices and sentimental ties to broader themes of loyalty, fate, and the lingering effects of war on individuals and heirlooms.

CAMERE MOBILIATE

A Maurizio Basso.

Al momento di dare un’eterno addio alla mia vita di scapolo, posso dire che la storia dei miei dieci anni di spalline si riassume tutta in queste due parole: Camere mobiliate.

Hai mai pensato, amico mio, quale portentosa influenza può esercitare una camera mobiliata sull’intero corso della nostra vita?

La camera mobiliata fa parte dell’esistenza dell’ufficiale, la modifica o la determina secondo i casi, la regola sempre. In certe camere, per esempio, io ero di una saggezza esemplare, in certo altre invece.... Dio mio!... Basta, io modificherei il vecchio proverbio così: «Dimmi la camera che hai e ti dirò chi sei». No?... In dieci anni di vagabondaggio traverso all’Italia, io ho provato tutte le specie possibili e immaginabili di camere ammobiliate, dalla volgare cameretta d’albergo a 1,50 per notte, all’elegante garçonnière in corso Umberto a Torino; dalla camera dell’ufficiale a disposizione in quartiere, alla cameretta civettuola, allo studietto intellettuale ed allegro di Corso Palestro, dove ho scarabocchiato tanta carta e condotto parallelamente le fila di tanti dolci idillii....

Nelle stanze a disposizione però, (mi affretto a dirlo ad onor del vero), non ci sono stato che per forza, quando ero agli arresti in quartiere, per motivi quasi sempre indipendenti dalla mia volontà. Oh lunghe, tristissime ore di arresti nel cupo quartiere dei Quattro Venti a Palermo, in quella celletta da cenobita, così malinconicamente deserta di mobili, così fiocamente illuminata dalla luce scialba del cortile!

Io rammento: un lettuccio di ferro da collegiale ornato di una zanzariera a baldacchino; un vecchio comò zoppicante, colle serrature arrugginite ed inservibili; un tavolinuccio ricoperto da un cencio di tappeto rosso, pieno di macchie d’inchiostro, e quattro sedie che si tenevano ritte per virtù d’equilibrio. Di nuovo, in quella cameretta, non c’erano che i miei oggetti di divisa di sottotenente appena promosso; anzi i galloni della giubba e del berretto appesi all’attaccapanni, mettevano in quel grigiore scialbo uno scintillamento di chincaglieria che faceva pensare ad una bottega di rigattiere in cui fosse per caso capitato uno stok di roba nuova. Di mio, di veramente mio, non c’erano che alcuni ritratti di famiglia attaccati al muro, e un quadretto rappresentante la Madonna della Seggiola appeso a capo del letto.

Il quadretto lo scopersi il giorno che vuotai il baule per dar la consegna di tutti i miei indumenti al mio primo attendente, il soldato Serra.

Era accuratamente ravvolto in una copertina di giornale, e portava sul tergo alcune parole scritte colla calligrafia tremolante della mamma: «Che la Madonna ti accompagni sempre e vegli sui tuoi sogni e sui tuoi pensieri!»

Nel coperchio del baule, dalla parte interna, c’era pure, attaccata colla gomma, una piccola immagine in litografia rappresentante la Madonna del Rosario colle braccia distese quasi ad accogliervi tutta l’umanità sofferente, e lo sguardo dolcemente rivolto ai peccatori della terra, come un’invito.

Nella piccola cornice bianca era scritto un solo nome: «Clelia». Rammento che ne rimasi assai commosso: la mamma e la sorella, senza saperlo forse, avevano avuto per me lo stesso affettuoso pensiero, quello di mettermi sotto la salvaguardia della Madonna.

Ora il vecchio baule non c’è più, il piccolo letticciuolo da collegiale è rimasto a Palermo; ma la Madonna della Seggiola guarda ancora dal coperchio della cassa, i miei indumenti di vecchio tenente e di cittadino rimesso a nuovo.

Eppure fu in quella cameretta così poveramente mobiliata che io, appena diciannovenne, sognai i miei sogni più belli e insensati d’amore, di grandezza e di gloria. Oh lunghe, febbrili insonnie nell’afa meridiana d’Agosto, nello scirocco caldo e soffocante di sabbia e di profumi di zagara! Oh deliziose insonnie notturne, carezzate dalla brezza marina, oh incomposto tumultuar di desiderii ignoti, di vaghe speranze, di progetti confusi!... Oh vigoroso galoppar di vita per i muscoli e di giovinezza per le vene!... Oh, vent’anni! oh, vent’anni!...

***

Poi, ti ricordi? Le due gaie camerette della Gran Brettagna in Via Bandiera, colla porta che serviva da finestra e viceversa ed il salotto comune dell’Albergo, dove capitavano i più bei tipi di questo mondo: e la saletta da pranzo, quella specie di table d’hôte presieduta da quel buon diavolo di vecchio troupier del cavalier Sebasti, tenente anziano reduce dalla Crimea e possessore di giubbe o pantaloni inverosimili, ti ricordi?

Oh! i pranzetti allegri, le allegre partite a scopone con quei due cari mattacchioni di Ballerini e di Rosati, le belle risate alimentate da quel celebre vino siciliano nero, e denso come il sangue di qualche favoloso leone!... Oh! le belle e gioconde risate colla Contessa, con la maestra di francese e col signore tedesco che le faceva gli occhi di triglia, le magnifiche serate passato col bicchiere in mano come Goliardi del vecchio stampo, a dar la stura al nostro inesauribile buon umore, all’effervescenza della nostra giovinezza che ci fuggiva da tutti i pori come la schiuma del generoso Champagne!

Le magnifiche serate al Politeama in seconda cavea, vestiti in borghese come tre manigoldi, te le ricordi?

Io ho sempre presente la figura del nostro degno bersagliere, con quella cappellata bassa da mosciarellaro e quei pantaloni a campana da calzolaio indomenicato che ci guardava tutti e due coll’aria di pietoso disdegno con cui Don Marino Torlonia guarderebbe un commesso di negozio.

E solamente il ricordo di quei beati tempi, a dieci anni di distanza, mi rasserena il viso come per incanto, mi mette sulle labbra il prurito di ridere ancora di quel bel riso spensierato e squillante che rallegrava il cuore....

***

Ma ritorniamo alle camere mobiliate. Quanto ne ho cambiate in dieci anni? Chi se ne ricorda? Rammento quelle dove ho abitato più a lungo, quelle in cui si è compiuto qualche atto importante della mia esistenza di scapolo un po’ scapato. Tutte eguali però, dal più al meno, tutte colla fisonoinia volgare di camera d’affitto, cogli identici mobili, e i soliti fiori artificiali sotto le campane di vetro e le oleografie identiche su cornici da rigattiere. E come le camere, così le padrone. Dalla Conca d’Oro all’estremo paesello delle Alpi; tutte le stesse, con gli stessi vizii e le stesse virtù, pronte a chiudere un’occhio o a scandolezzarsi secondo le puntualità del pagamento, curiose come.... padrone di casa e pettegole come lavandaie.

Ricordi la baronessa che ti veniva a spiare dalle stecche delle persiane? Ricordi la magnifica lezione che le desti una bella sera in cui la sua curiosità ti aveva seccato?

***

Quella delle padrone di casa è una classe di persone su cui, noi ufficiali, potremmo fare degli studii profondi. Dall’affittacamere di professione alla contessa autentica, ma decaduta che affitta per bisogno, che varietà infinita di tipi, che sbalorditoia gamma di toni e semitoni!... Ma più ricca ancora di sfumatura, di toni e di colori è la classe delle padroncine di casa che comincia dalla sartina e passando per la maestra, che è il tipo più comune, finisce colle signorine per bene.

Se le padrone di casa che si lasciano corteggiare dal loro inquilino appartengono al genere più pericoloso, le padroncine di casa sono pericolose sempre specialmente per i sottotenenti giovani e non abbastanza agguerriti e corazzati contro le lusinghe dell’eterno femminino.

Molti matrimonii legali od illegali, (ma il più delle volte illegali) hanno avuto origine da un semplice «buon giorno» scambiato per le scale tra la padroncina di casa e il suo inquilino reduce dalla piazza d’armi o dalla tattica; molti collages, molti disgraziati legami, sono dovuti all’impossibilità di liberarsi da una padrona di casa che ha dei diritti; molte seccature non sono che il prodotto di piccole vendette di padrona di casa lasciate in asso. Le padroncine di casa arrivano al loro scopo in vari modi e con vari procedimenti adatti per lo più all’indole dell’inquilino; tutte le armi sono buone, da una sapiente modestia a un’audacia sapiente, dal sagace temporeggiamento alla dedizione improvvisa, dalla ritirata prudente all’accorta entrata in tempo.

Quando ci sono le padroncine, le mamme agiscono di seconda mano e rappresentano il rinforzo che giunge sempre in tempo nei momenti più difficili, come una riserva napoleonica usa a manovrare per linee interne.

Nessuna madre nobile di ruolo saprà mai riprodurre al vero la matronale aria di dignità che assumono in certe circostanze codeste agenti di matrimoni al minuto; nessun psicologo le supera nell’arte di giudicare a prima vista l’uomo della situazione.

In questa bisogna, esse posseggono un odorato infallibile; quando la faccia del nuovo inquilino non presenta i requisiti voluti, il loro contegno verso di lui diviene di una rigidezza eccezionale e la loro sorveglianza sulle figliuole di una feroce acutezza.

Non serve che la camera del pigionale sia perfettamente libera ed abbia la porta sulle scale; non serve che tornando dal teatro lui e l’altra entrino in casa colla massima precauzione, che l’altra esca di casa sul far del giorno, quando tutti dormono ancora.

La terribile padrona di casa sente i rumori più impercettibili; indovina da quelli tutti i movimenti, nulla le sfugge, nè il minuto preciso dell’entrata, nè il minuto secondo dell’uscita.

E allora, quando ella ha di già in vista l’uomo, un bel giorno vi fa chiamare dalla sua domestica e vi dice con l’aria di una regina offesa che quella non è la maniera di regolarsi in casa di gente per bene, dove ci sono delle fanciulle oneste e timorate di Dio, e che si meraviglia.

Voi, naturalmente, vi meravigliate più di lei di essere stato oggetto di un così odioso spionaggio e protestate. Ella ribatte e vi dice di cercarvi un altro alloggio. Voi cercate e trovate.

Alle volte può accadervi, come è accaduto a me a Parma, di capitare in casa di gente allegra. La padrona di casa ancora giovane, belloccia, senza tanti scrupoli, che vi offre gentilmente la camera e la sua compagnia; un’adorabile cameriera al piano di sotto, una modista sullo stesso pianerottolo, tre cucitrici di bianco al terzo piano, pronte ad invadere la vostra stanza al primo cenno d’invito, al primo pizzicar di chitarra.

E può accadervi, come a me, di tenere la porta spalancata tutto il giorno e buona parte della notte, di far molta musica e di farsi suonare maledettamente agli esami.

Può accadervi di andare ad abitare a un primo piano, sopra la bottega di un barbiere, che si crede in dovere di venirvi ad offrire i proprii servizii nonchè di darvi parecchi non richiesti consigli sulla scelta delle relazioni da farsi nel casamento, e particolari preziosi sulle abitudini di tutti i pigionanti.

Vi può capitare anche una padrona di casa vedova sì, ma romantica che svaligerà la vostra biblioteca e la vostra toeletta e si metterà in vedetta dietro le stecche delle persiane per sapere chi viene a trovarvi; oppure un’onesta madre di nove marmocchi che non vi lasceranno dormire un’ora del giorno, che spieranno sulle scale un vostro sorriso o una vostra innocente carezza per invadervi la camera, attaccarsi alla vostra sciabola, portarvi via la dragona, manomettervi tutto. O il martirio chinese di un dilettante di piano o di violino, o il prospetto di una famiglia sistema Vergini di Praga, che vi inviterà immancabilmente ai suoi giovedì musico-danzanti.

Ovunque voi andiate è un’insidia tesa e più o meno abilmente celata. Se la casa ha un portiere avete un nemico naturale, se non l’ha ne avete tanti quanti sono gli inquilini. Se oltre alla camera accettate di stare in pensione dalla vostra padrona di casa, siete un uomo perfettamente rovinato.

***

Barcamenarsi saggiamente per dieci anni da una camera all’altra in tutte le città d’Italia, sfuggire per dieci anni di seguito a tutte le insidie, rompere tutte le ragnatele, eludere i trabocchetti, sfatare l’incanto di tanti sorrisi, non è cosa da tutti. Molti cadono nella pania delle prime lusinghe, molti ci cascano improvvisamente quando già cominciavano ad agguerrirsi, pochi resistono sino alla fine.

In certe camere che sembrano predestinate, rimangono molti lembi di cuore e molti lembi di portafoglio; certune hanno visto cadere molti ideali e assistito alla morte di molte libertà di scapoli: chi sa quante hanno il diritto di chiamarsi storiche per il succedersi degli stessi fenomeni nei medesimi punti, nelle ore medesime! Ci pensi tu?... È spaventevole!...

Perchè, cambiano i reggimenti di guarnigione, cambiano i distaccamenti, ma le camere mobiliate rimangono sempre le stesse e nulla in esse si rinnova mai, nemmeno il copriletto di satin giallo ricoperto di crochet, nemmeno le tendine confezionate in casa, nemmeno il tappetino su cui tante generazioni di stivali si sono posate.

Certi casamenti che l’abitudine ha omai consacrati, acquistano una specialissima fisonomia di quartieri in festa, cogli attendenti che vanno e vengono, colle giubbe e i pantaloni dalle fodere e dalle bande rosse, gialle, cremisi o bianche, sciorinate al sole sui terrazzini del cortile. In quegli alveari umani le bambine crescono liberamente, abituandosi, familiarizzandosi all’idea che un giorno avranno anche loro il proprio ufficiale, non importa come, non importa quando.

E i frutti che un Reggimento ha lasciato acerbi l’altro Reggimento trova maturi e pronti a lasciarsi cogliere da una mano avida: quello che la fanteria ha preparato la cavalleria raccoglie, lasciando l’eredità ai bersaglieri; le lacrime spremute dall’artiglieria sono asciugate dal genio. Oh, invidiabile cameratismo! Che ne dici? Se tutti cercassero la camera colla pregiudiziale di questo idee, molte lacrime si asciugherebbero da sè per mancanza di pietosi fazzoletti disposti a tergerle.

Ma c’è un Dio anche per le padrone di casa giovani, per le padrone di casa vedove, per le padrone di casa romantico-sentimentali. C’è un Dio anche per le padroncine bellocce senz’altra dote che la voglia di maritarsi, per le maestre elementari, per le piccole bas-bleu, per le strimpellatrici di piano-forti e per le fanciulle militaromani. C’è la buaggine umana confederata ai vent’anni dei sottotenenti, all’inesperienza dei collegiali, alla potenza assassina degli occhi neri e degli occhi celesti. C’è la vanità umana infinita come la misericordia di Dio, per la quale ogni giovano ufficiale si crede irresistibile in virtù della sua giovinezza e dei suoi galloni; c’è.... c’è....

Ma è il caso di lasciarla lì. Bene o male eh, vecchio mio? siamo giunti sulla trentina sani e salvi ed ora un magnifico scetticismo figlio dell’esperienza ci guida nel mare magno della vita coll’occhio cauto del vecchio pilota avvezzo alle tenebro ed alle nebbie dell’Oceano. Oramai lo scacco barbiere non ce lo danno più, vero? E si comincia a pensare e a desiderare con una certa tenerezza, con uno struggimento grande, ad una camera propria con mobili proprii, senza fiori artificiali sotto le campane di vetro, senza copriletti a crochet, senza il servizio da caffè colle tazze scompagnate sul comò. Si comincia a pensare ad una padrona di casa che non si somigli per nulla alle solite, che non nasconda insidie nei begli occhi e secondi fini nel sorriso, che non frughi tra le vostre carte, che non legga le vostre lettere, che non adoperi i vostri fazzoletti. Una bella padroncina di casa che sia anche la padrona del vostro cuore e vi liberi per tutta la vita dal martirio delle camere mobiliate.

Non è vero che ci pensi anche tu, birbone? O confessalo via!...

Ma se si trattasse di tornare a vent’anni, nelle nostre camerette della Gran Brettagna dove io scrivevo — Dio ce ne liberi! — i miei primi versi e tu buttavi giù pupazzetti e novelle veriste da Verga della seconda maniera, ci ritorneresti tu? Eh!... chi lo sa!?...