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La vita nell'esercito

Chapter 7: I.
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About This Book

A collection of military short stories portrays life in the army through intimate vignettes and varied perspectives, among them a first-person account by a sword that recounts its forging, battlefield service, long neglect, restoration, and eventual return to combat tied to love and duty. The pieces juxtapose vivid scenes of battle and bivouac with domestic rituals and quiet moments, meditating on honor, memory, and transformation. Narrative viewpoints shift from material objects to soldiers and civilians, linking personal sacrifices and sentimental ties to broader themes of loyalty, fate, and the lingering effects of war on individuals and heirlooms.

AL DISTRETTO

I.

Scendendo dal treno dopo avere per un buon tratto di strada ricostrutto colla fantasia tutti i capitoli della famosa Disfida, mi figuravo Barletta una grande città e quasi quasi pretendevo di trovarvi gli abitanti vestiti coi costumi di quell’epoca, maglie, brache e giustacuore. Era una giornata di novembre splendidissima ed il verde malvagio Adriatico come per dare una smentita a Gabriele D’Annunzio, era invece calmo come un olio e azzurro come gli occhi della mia Ninì.

Uscii dalla stazione e mi internai nella città storica.

Potenzinterra!... Di veramente medio-evale non scopersi che il Castello e il sudiciume addensato nelle vie e sulle facciate delle case. Anzi, ma che medio-evale! Il sudiciume doveva risalire senz’altro all’epoca della fondazione della città e rimaneva là trionfalmente a dimostrare non tanto la mancanza di scope, quanto l’olimpica.... come dire? indifferenza degli abitanti.

Ma forse il Municipio lo lascia lì apposta per far vedere ai forestieri.... il colore locale.

Domandai quale fosse l’albergo meno.... più.... insomma l’albergo migliore e mi diressi a quello indicatomi; La stella, naturalmente d’Italia, dove mi fu assegnata una camera sul genere famoso di quella che toccò al Berni

Udite Fracastoro un caso strano....

Ma lasciamo andare. Causa la presentazione dei coscritti al Distretto, Barletta era animatissima; frotte di contadini affluivano da tutte le strade di campagna, famiglie intere con gli asini, i muli, le vacche ed ogni ben di Dio. Accampavano dappertutto come le tribù degli zingari; sulla riva del mare era tutto un brulicame nero di gente, che mangiava, beveva, dormiva tranquillamente come se niente fosse; la banchina era presa di assalto, le osterie rigurgitavano, le scalinate delle chiese ne erano gremite, la piazza del Castello addirittura invasa. Per le vie non si camminava se non a furia di spinte, di calci, di gomitate, di maledizioni.

Come Dio volle arrivai al Distretto; gli ufficiali degli altri reggimenti aspettavano già di essere ricevuti. Il colonnello ci accolse affabilmente, ci disse che il giorno seguente ci fossimo trovati tutti alle otto del mattino e ci mise in libertà.

Un giorno intero di libertà. Oh la divina parola!...

II.

Trascrivo queste linee da un taccuino di note prese così en amateur. La stanza grande del rapporto è riscaldata a 22 centigradi. Si soffoca. Il colonnello è seduto ad un tavolo separato ed ha alla sinistra il maggiore. Il capitano medico (bell’uomo, ancora giovine, baffi biondi e spiccata pronunzia toscana) è in piedi vicino al pantometro; noi tutti siamo seduti in circolo; sulla porta il piantone introduce gli inscritti che il maggiore chiama.

— Passalacqua!...

L’infelice entra nudo come la mamma lo ha fatto; ho osservato che entrano tutti col capo basso, vergognosi, nella pudica posiziono della Venere dei Medici. Tutti gli occhi si fissano sul povero diavolo avidamente, esaminandolo, pesandolo, analizzandolo, squartandolo quasi per veder come è fatto; l’ufficiale dei bersaglieri gli misura a vista il torace, quello di cavalleria gli esamina le coscie e l’inforcatura, quello d’artiglieria il sistema muscolare delle braccia e delle gambe; quelli di fanteria invece lo guardano coll’indifferenza di coloro che, belli o brutti, sono obbligati a prendere quelli che loro si danno.

Passalacqua, nella pudica posizione sopra descritta, si ferma peritoso sulla porta.

— Venite avanti, giovanotto, venite avanti!

Il povero diavolo si avanza tremando; ha il viso, il collo e le mani color di certe terrecotte antiche, i piedi assolutamente neri e di una grandezza inverosimile, il corpo bianco.

— Ti raccomando quelle basi granitiche, — mi dice Rosati indicandomi i piedi di Passalacqua.

— Vi chiamate Passalacqua?

— Sissignore.

— Che mestiere?

— Contadino.

— Sapete leggere e scrivere?

— Nossignore.

Il capitano medico lo fa mettere sul pantometro e il sergente lo misura.

— Uno e cinquantasette.

— È piccolino!...

Il capitano gli misura il torace.

— Ottantuno.

Gli ufficiali di cavalleria, di artiglieria, dei bersaglieri, non lo guardano nemmeno più, non è roba per loro.

Il medico lo dichiara abile.

— Mi pare che sarebbe il caso di metterlo in fanteria... — dice il colonnello.

— Direi anch’io.... — risponde il capitano.

— Bè! qual’è il reggimento più anziano?

Io mi alzo.

— Questo giovanotto è suo.... — e sorride malignamente.

— Tante grazie!

Mi seggo e segno Passalacqua sul mio taccuino non senza fargli il relativo pupazzetto. Gli altri amici, di nascosto, mi danno la baia.

— Bel pezzo di giovine, per Dio!

— Peccato che abbia le gambe storte!

— Se sei buono a trovargli un paio di scarpe che gli vadano bene, ti pago un pranzo!

— Aspettate, aspettate, rispondo io, ce ne sarà per tutti!

***

— Kyrieleyson!

Tra le risate generali suscitate dalla bizzaria del nome, entra un pezzo d’accidente che sembra l’Ercole Farnese senza la clava.

— Cristo, che muscoli! E quello se ti tira un pugno sai dove ti manda? dice Rosati. Tutti ammiriamo quelle forme atletiche, tanto più che il nome di sacrestia faceva invece prevedere un.... sacrestano.

Mori, il tenente dell’artiglieria da montagna, si alza in piedi e lo degna di un serio esame.

Il medico lo misura. Altezza 1,85, torace un metro.

— Questo lo piglierei io, — dice Mori.

Nessuno pensa a contestarglielo; non c’è che dire, Kyrieleyson è fatto apposta per portare un cannone sulle spalle.

— Va bene. Artiglieria da montagna. Andate pure.

***

Il colosso scappa tutto allegro battendo le mani.

Accadono delle scenette curiose; quando si alza Robecchi di Genova-Cavalleria il povero diavolo che è sotto l’antropometro si mette a piangere.

— Cosa c’è da piangere? — gli fa il capitano pigliandogli il ganascino.

Signor Capitane i’ nun ce voglio ij in cavalleria....

— E perchè?

Perchè so’ cinc’anne...

— Ci vuol pazienza, figlio mio.

Signor Colonnello per l’amor de Dio! — e volge intorno a tutti noi uno sguardo disperato, invocando il nostro soccorso.

Ma Robecchi lo ha notato sul taccuino e cerca di consolarlo....

***

Chi ha assistito una mattinata intera all’assegnazione, esce di lì con molte convinzioni profondamente scosse, la prima tra le quali quella che l’uomo sia il più bello degli animali: che sia un animale sta bene, ma il più bello poi!...

Perchè bisogna pure ammettere che un uomo brutto è sempre inferiore ad un animale bello, sopratutto quando l’intelligenza si pareggia. Basta, ho assistito allo sfilare di una nudità maschile che non era in verità tutta composta di Antinoi, anzi!...

Quanto avrei pagato ad essere in quel momento l’illustre Mantegazza!...

Quello che è positivo è che ci hanno tenuto lì quattro ore senza rivolgerci una parola a noi di fanteria, e alla fine il colonnello, che è senza dubbio una persona intelligente, ci ha dispensato dall’assistere per l’avvenire a quella cerimonia soffocante e poco profumata.

— Tanto per quello che ci fanno qui, lor signori!... — ha detto sorridendo.

— Sicuro, ha ragione, per quello che ci facciamo!... Siam come il due di briscola!

***

Mentre queste scene accadono nella sala dell’assegnazione, nella saletta attigua quelli già visitati si rivestono dei loro panni, allegri o tristi secondo le diverse sorti e scendono in cortile lasciando il posto agli altri. Davanti alla porta del Distretto la folla è enorme; la sentinella, gli uomini di guardia non sanno come fare a tener sgombro il passaggio, a far stare indietro tutta quella gente. Le prime file sono tutte formate di donne, le mamme, le sorelle, le mogli dei coscritti, che aspettano di vedere i loro cari, di udire la loro sentenza. Ogni momento sono addosso alla sentinella che ha la consegna di non lasciar passare nessuno.

— State indietro, buone donne, state indietro....

— Ma non vedete che spingono?...

— State indietro vi dico; cosa volete vedere qui davanti?... Tanto non vedete nulla.

Ma sì, è lo stesso che parlare al muro; tutte vogliono vedere, tutte hanno qualcosa da domandare al caporale ed ai soldati di guardia.

— Fatemi il piacere — dice una vecchia piangendo — chiamatemi un momento Giovanni Piscitiello.

— Non si può.

— Un momento solo per sapere dove l’hanno messo.

— Ora lo saprete, a momenti scendono — dice il caporale.

La folla si acqueta, ascolta i rumori che vengono dall’interno del quartiere. Scendono! Scendono! si sente lo scalpiccìo di molti piedi per le scale; le donne si raccomandano a tutti i santi.

— Largo, largo!

Passa un drappello di coscritti che vanno al Castello accompagnati da un sergente e da due caporali.

La folla si divide; è un vociferare altissimo, un chiamare e rispondere affrettato, un agitar di mani, di braccia, di fazzoletti; nella confusione si distinguono le parole di abile, rivedibile, fanteria, bersaglieri che sono su tutte le bocche. Le mamme si gettano arditamente tra le file del drappello e riempiono di pane, di fichi secchi, di forme di cacio le tasche dei figli, come se andassero in Siberia. Il sergente si fa in quattro per riordinarli, per metterli a posto, per mandarli avanti.

— Che reggimento? Che reggimento?

— 5º fanteria.

Il drappello è uscito dalla piazza.

Ad uno ad uno escono tutti e dieci, accolti dallo stesso schiamazzo di voci assordanti e la piazza si comincia a spopolare; tutti i parenti dei coscritti seguono i drappelli al Castello confusamente.

L’ultimo a uscire è il drappello accompagnato dal sergente di cavalleria, che solleva un uragano di pianti, di imprecazioni, di interiezioni, di bestemmie.

— Cinque anni! poveretti! cinque anni!

E il numero fatale è ripetuto tra i singhiozzi, dal gruppo delle mamme e delle comari.

III.

Siamo nel magazzino del Distretto; una vecchia chiesa ridotta a quell’uso, dove è un potentissimo tanfo di rinchiuso, un forte odor di pepe, di olio rancido, di cuoiame.

I drappelli degli inscritti sono allineati contro al muro e hanno dinnanzi a loro il rispettivo ufficiale e i graduati, i piantoni vanno e vengono carichi di scarpe, di biancheria, di cappotti, di zaini, di kepy; i furieri scrivono, il maggiore passeggia, gli ufficiali contabili sorvegliano le distribuzioni. Ogni dieci minuti la voce del maggiore echeggia sotto la volta altissima.

— Silenzio per Dio! facciano far silenzio!

C’è una stanzetta apposta per la distribuzione delle scarpe; i drappelli entrano uno per volta, si mettono contro il muro; i coscritti si tolgono le scarpe e mettono i piedi nel pedometro di legno; certi piedi e certe calze!... Il sergente dice i numeri: due paia del 27 due del 28, quattro del 29, tre del 30 e uno del 31.

Il piantone porta le scarpe e le distribuisce, i coscritti le misurano; subito comincia la litania delle lamentazioni.

— Sor tenente mi vanno larghe....

— Sor tenente mi vanno strette....

— Cambiatele tra voi due, vediamo.

— Sor tenente mi fanno male.

— Dove? Cambiatele anche voi con queste qui.

— Sor tenente son troppo grandi....

— Sor tenente son troppo piccole....

— Eh! andate al diavolo! Un momento, un po’ di pazienza sacr...! Con quella zampa lì ci vuol altro che il 27! Caporale, dategliene un paio del 30.

Dopo un’altra mezz’ora di cambiamenti nessuno reclama più, le scarpe finiscono per andar bene e si ritorna nel gran magazzino dove distribuiscono il resto.

Ricominciano le misurazioni degli oggetti di panno; una scena comica; a certuni piccoli son capitati dei cappotti che toccano in terra, che li fanno parere impiegati delle pompe funebri; a quelli alti dei cappottini che fanno ridere, colle maniche che arrivano al gomito. Non parliamo dei pantaloni di panno e di tela, veri abissi di roba nei quali, a cascarci dentro, non c’è più da cavarci i piedi. Le litanie continuano. Il tenente, il sergente, i caporali, tutti intorno a questi poveri diavoli a spogliarli, a rivestirli cento volte in un minuto, abbottonando e sbottonando giubbe e cappotti, voltandoli e rivoltandoli e tirandoli in tutti i sensi.

— State dritto per Dio! Cosa guardate? lasciate guardare a me! Se non vi sapete vestire sfido!... tirate su quei pantaloni.... più su.... già sono un po’ lunghi.... levatevi quel cappotto....

Finalmente ci siamo: si passa alla distribuzione della roba minuta, il sacchetto degli oggetti fuori d’uso, il sottogola, la nappina, il ginocchiello. Ad ogni oggetto nuovo che si distribuisce, i coscritti cascano dalle nuvole, si guardano in faccia meravigliati, ci ficcano dentro le dita, lo voltano in tutti i sensi. I caporali, gli appuntati danno le spiegazioni sorridendo.

— Questi sono i sacchetti per il sale, questi sono i sacchetti per le gallette....

— Cosa sono le gallette?

— Lo vedrete al Reggimento che cosa sono!

La distribuzione è finita; i coscritti mettono tutto nel telo da tenda, fanno un gran fagotto, se lo buttano sulle spalle e via al Castello....

E così tutti i giorni....

IV.

La partenza da Barletta ed il viaggio da Barletta a Palermo non sarò capace di dimenticarli campassi cento anni.

Dopo un mese di dirozzamento, di marcie e contromarcie dal Castello al Distretto e viceversa, di istruzione individuale sulla piazza del Molo, i soldati s’erano un po’ svegliati, marciavano di già quasi al passo per due e per quattro; molti anzi portavano già l’uniforme con qualche spigliatezza, inclinavano il berretto a destra come i soldati anziani, stringevano a più non posso la martingala del cappotto. Il giorno della partenza li misi in rango al Castello, li passai in rivista, feci un mondo di raccomandazioni sul modo di contenersi durante la lunghissima marcia e via....

Alla stazione bisognò farsi largo con i pugni, con i gomiti, con gli urli, colle minaccie, per potere entrare sul piazzale; le donne si gettavano tra le file, costernate, piangendo, portando ai figli dei sacchi pieni di pane e di vivande; tutti entravano nei ranghi, fratelli, sorelle, compaesani. Una disperazione.

— In rango per Cristo!... — urlavo io.

Il sergente, i caporali, gli appuntati, persino il mio attendente percorrevano di corsa tutta la colonna per rimettere a posto gli sbandati, per cacciare dai ranghi gli intrusi.

Finalmente si riuscì a penetrare nella stazione, a mettersi in ordine sotto la tettoia aspettando il treno: molti coscritti piangevano.

La folla rimasta di fuori si addensava contro lo steccato urtandosi come le onde di un mare in burrasca; le mamme in prima linea si aggrappavano alle aste, chiamando i figli a voce alta, pregando, supplicando di lasciarli loro vedere ancora un minnto, per un bacio solo....

Il treno stava per arrivare.

Ad un tratto sotto lo sforzo enorme della folla una parte dello steccato si ruppe; subito un fiotto umano si riversò sulla banchina dilagando come un torrente che straripi; nessuna forza avrebbe potuto respingere quella folla quasi tutta composta di donne. Bisognò rassegnarsi a lasciarla entrare, limitarsi a serrar di più le file coi graduati. Io ero all’estrema destra; la folla mi stringeva da tutte le parti, tutti mi supplicavano piangendo, ringraziando, benedicendo: arrivavano sempre donne cariche di vettovaglie, di maccheroni, di bottiglie di vino, di sigari.

— Sor tenente mio, vi raccomando mio figlio....

— Sta bene, non abbiate paura.

— Sor tenente mandatelo in licenza per Pasqua...

— Sì, sì, li manderemo tutti....

Finalmente arrivò il treno; un treno lungo e nero come un serpe. Quando dopo un buon quarto d’ora di fatica, i coscritti furono tutti dentro, il popolo diede l’assalto al treno; le predelline erano zeppe di gente; dagli sportellini continuavano a passare vettovaglie, pane, vino, sigari, continuava lo scambio dei saluti a voce alta, i pianti delle mamme. Invano la cornetta squillava, invano il conduttore badava a gridare: Partenza!... Nessuno si muoveva. Finalmente un po’ colla persuasione, un po’ colla forza si riuscì a far discendere tutta quella povera gente dalle predelline.

Ispezionando i vagoni occupati dai miei coscritti e ripetendo le esortazioni già fatte di non scendere a nessuna stazione, vidi un piede umano uscente di sotto a una panchina.

— Cosa diavolo c’è? — dico.

Afferro il piede e tiro.

Un coscritto pallido come un cencio, si alza in piedi.

— Signor tenente è mia madre.

— Vostra madre?

La povera vecchia era uscita fuori dall’incomodo nascondiglio tutta spaventata, colle lagrime agli occhi.

— Per l’amor di Dio, sor tenente, non ci dite niente a mio figlio. La colpa non è sua; sono stata io... per accompagnarlo fino a Bisceglie.

— Scendete, buona donna, scendete!...

— Mi lasciate dare un altro bacio a Pietruccio mio?

— Sì, ma fate presto, che si parte....

La vecchia baciò ripetutamente Pietruccio raccomandandogli di star buono, di voler bene al signor tenente....

— Presto sacr...! — gridava il capo stazione.

La presi per la vita e la deposi a terra; mentre scappavo per raggiungere il mio scompartimento, ella mi corse dietro, mi afferrò una mano, me la baciò e poi mi infilò nel braccio una corona di fichi secchi.

— Prendete signori’ — non ci ho altro....

L’ultimo fischio e subito la locomotiva si mise in moto; i soldati cantavano, quelli ai finestrini sventolavano i fazzoletti: dalla banchina, dalla strada, dalle siepi fiancheggianti, un urlo immenso rispose, un grido d’addio, di angoscia straziante.

Quel treno lungo e nero come un serpe strisciava sulle rotaie metalliche mettendo un fischio continuo, acuto, come il dolore di tutte le madri che egli si lasciava dietro piangenti....

I soldati cantavano....