—Forse vuoi che allontani Ariberto, senza un motivo, anzi quando ho motivo a essergli grato per le sue parole affettuose?
La giovane tacque. Rimaneva in lei l'impressione, ostinata, che
Ariberto fosse un nemico temibile; ma comprese che, neppur pregato,
Folco non se ne sarebbe potuto sbarazzare d'un colpo. Meglio era
attendere e vigilare.
—Non desidero nulla,—rispose freddamente.—Tutto sta bene come tu dici.
—Gioconda, te ne prego. Aiutiamoci a dissipar questo malinteso.
—Non c'è alcun malinteso,—assicurò Gioconda con la medesima freddezza.—Vorrei rimanere sola!
Folco la guardò, interrogativo. La vide pallida, con la fronte annuvolata. Varcò la soglia senza rispondere. Gioconda chiuse l'uscio. Folco udì girare la chiave nella toppa.
Allora egli afferrò la busta, i manoscritti, i libri che giacevano sul tavolino, e con un gesto desolato li gettò di nuovo nel baule.
Fissò l'uscio chiuso, domandandosi invano la ragione di tanta severità.
Egli non sapeva ancora che il peggior nemico della donna è colui il quale la convince d'avere avuto torto.
VIII.
Vicende.
La signora Delfina e il signor Piero Dobelli rimasero sbalorditi apprendendo da una conoscente chiacchierina che la contessa Filippeschi era da otto giorni a Milano. Dopo quattro mesi di assenza, da otto giorni a Milano, e non aveva avvertito la famiglia del suo arrivo, nè era andata a trovarla….
—Che cosa si fa?—chiese Delfina.
—Si fa finta di non sapere nulla, e si passa da casa sua,—rispose
Piero.
Uscirono: per abitudine, Delfina andava innanzi; veniva poi Piero; e da ultimo Dick, il quale essendo vecchio e grasso camminava piano, indifferente al viavai delle strade popolose come alla vista di altri cani, che gli davano una fiutata e tiravan via. Per riguardo a Dick, camminava piano anche Piero e camminava piano anche Delfina; i tre componevano il corteo della vita pacifica.
—Di questo passo,—osservò Piero,—arriveremo da Gioconda verso l'alba.
Si consultarono, diedero un'occhiata a Dick, il quale aveva bisogno di prendere una boccata d'aria, e decisero di noleggiare una carrozza. Dick si acconciò di malavoglia tra Delfina e Piero, perchè odiava le novità; e le passeggiate in carrozza erano in casa Dobelli tal novità, che Dick non ne rammentava due nella sua quattordicenne esistenza.
La contessa Filippeschi era in casa. Si fecero annunziare, mentre la cameriera apriva loro l'uscio del salotto. Attesero venti minuti.
Finalmente Gioconda comparve, con la sigaretta tra l'indice e il medio della sinistra.
La signora Delfina pensava di slanciarsele fra le braccia, ma l'espressione fredda di Gioconda la rattenne immediatamente. Più che fredda, era accigliata.
—Ah, siete voi!—disse.—Accomodatevi. Mi fa piacere di vedervi.
—Capirai: noi ti scrivevamo e tu non rispondevi!—osservò
Piero.—-Sei tornata e non ci hai avvertiti.
—Avevo le mie buone ragioni!—rimbeccò pronta Gioconda.
—Imbronciata con noi? esclamò Delfina.—Che cosa ti abbiamo fatto?
—Ma sì: che è questa indegna commedia del pellicciaio?—proruppe
Gioconda.
Delfina volse il capo verso Piero, nello stesso istante in cui Piero volgeva il capo verso Delfina; e s'interrogarono muti a vicenda.
—Il pellicciaio? La commedia?…—domandò Piero.
—Vedo che ve ne siete dimenticati,—seguitò Gioconda.—Carlo Albèri: non avete inventato voi la storiella di Carlo Albèri che doveva sposarmi, se non mi sposava Folco?
—Oh Dio, una piccola cosa!—esclamò Delfina.
—Ah, una piccola cosa!—ribattè ironica Gioconda.—Una piccola cosa che Folco ha scoperto, e pur la quale desidera non vedervi…. Voi la chiamate una piccola cosa, ed egli la chiama raggiro indegno, e ne è mortalmente offeso.
—Come diavolo ha potuto scoprire?…—interruppe Piero.
—Nel modo più semplice; voi scioccamente non me ne avevate avvertita,—spiegò la contessa,—e io, non sapendo nulla, ho chiamato l'Albèri prima di partire per Parigi, perchè dovevo comperare una stola. Folco è sopravvenuto, ha interrogato l'Albèri, e ha saputo così che è ammogliato da cinque anni…. La conclusione si è che per lungo tempo Folco non desidera vedervi in casa sua. Mi dispiace dirvi questo, ma io devo obbedire….
—È giusto, è giusto,—rispose Piero alzandosi.
—Ti sei divertita almeno a Parigi?—interrogò Delfina.
Il volto di Gioconda fu irradiato repentinamente da una gran luce.
—Ah!—disse.
E l'esclamazione parve più eloquente d'ogni descrizione ai due
Dobelli.
—L'avevo sempre detto, io, che Parigi è una grande città!—osservò
Delfina a Piero. Ma tu sei tutto per la Triplice.
—Che c'entra?—ribattè Piero.—La Triplice in politica, siamo d'accordo; ma per divertirsi non c'è che Parigi, non dico di no.
Seguì una pausa.
—E?…—interrogò di nuovo Delfina con un'occhiata significativa.
Gioconda capì, arrossì un poco, e rispose:
—Sì….
—Che nome gli darete?—domandò Piero.
—Nomi di casa Filippeschi: Manfredi o Lillia,—dichiarò la contessa.
—E il padre del conte, la madre, la sorella?—domandò Delfina.
—Tutti come morti. Folco ha scritto e riscritto, ha mandato amici, e non ha ottenuto nulla.
—Duri, gli animali!—si lasciò scappare il signor Dobelli.
—Però, a me non dispiace, vedi?—riflettè Delfina.—Gente di carattere: si sente la razza.
—Già; resta a vedere di qual razza si tratta!—rimbeccò Piero.
Erano giunti sulla soglia.
—Arrivederci, figliuola!—disse Piero, baciando Gioconda in fronte.—Verrai tu a trovarci?
—Senza dubbio! promise la contessa, abbracciando Delfina, poi Piero, e abbassandosi a fare una carezza a Dick.
Uscirono com'erano venuti: Delfina innanzi, quindi Piero, Dick da ultimo; piano tutti e tre.
Gioconda non aveva detto il più e il meglio.
Non appena tornato da Parigi, e fatto il conto di ciò che gli rimaneva, Folco Filippeschi s'era dovuto mettere alla ricerca d'un impiego. Sperava di trovare un posto pel quale la sua coltura non fosse inutile; ma i suoi sforzi erano riusciti vani, uno dopo l'altro. Presso un avvocato bisognava fare il copista, con uno stipendio miserrimo; presso i giornali v'era piuttosto pletora che scarsezza di redattori; i ricchi signori non usavano più il segretario, e di certo non avrebbero dato la preferenza a un giovane che per nascita e titoli era un loro pari.
Ariberto Puppi, tornato a sua volta da Parigi, s'era interessato egli pure a quella ricerca, bussando alle porte degli amici, delle semplici conoscenze, dei suoi stessi fornitori.
Un giorno si presentò a Folco con un mezzo sorriso imbarazzato.
Il posto c'è!—disse.—Ma….
Gli sembrò che Folco fosse allegro. S'interruppe.
—Forse hai già trovato?—domandò.
—No,—rispose Folco.—Sono allegro per un altro motivo. Gioconda mi ha detto…. mi ha confessato….
—Ho capito,—fece Ariberto, sorridendo.—Sei papà: augurii!
—Ecco: e tu comprendi che in questo caso accetto qualunque posto senza discutere, purchè mi dia da vivere.
Ariberto voleva rammentargli i quattrini sciupati a Parigi per capriccio della contessa, i quattrini che in quell'ora sarebbero stati doppiamente preziosi; ma si frenò. Disse che il posto c'era: commesso agli stipendi della Casa Adolfo Scotti e C. Occorreva un certo coraggio ad accettarlo; bisognava star sulla breccia a viso aperto, servire il pubblico anonimo, trangugiar forse qualche boccone amaro. Stipendio, ducentocinquanta al mese.
Ariberto si guardò dall'aggiungere che la cifra dello stipendio era dovuta a lui, vecchio e cospicuo cliente della Casa; e disse invece che s'era voluto usare un riguardo alla persona di Folco.
—Tutto benissimo!—rispose Folco.—Non m'importa affatto di stare sulla breccia. A Milano ho poche conoscenze. Le persone di spirito, in ogni caso, mi daranno ragione: quanto agli imbecilli, non dobbiamo curarcene.
Ariberto gli strinse la mano senza parlare; Folco lo abbracciò. Poi corse a recar la notizia a Gioconda, che da molti giorni seguiva con paura, con trepidanza, la sorda lotta di Folco, e temeva non avesse energia sufficiente a superarla. Quando udì che Ariberto lo aiutava, il cuore le si allargò; aveva di lui un concetto strano, fra l'odio e l'ammirazione; il suo intervento assicurava, agli occhi di Gioconda, la vittoria.
—Ebbene,—le disse Folco,—ora credi che Ariberto mi sia amico?….
Non gli devo tutto in questo istante?
La contessa ebbe il suo sorriso enigmatico.
—Non discutiamo!—rispose.
—Perchè non vuoi piegarti all'evidenza?—insistette Folco.
—Ma che fosse amico tuo non ho mai dubitato!—esclamò Gioconda.—Dubito sempre che sia amico mio…. È un'impressione; potrò ravvedermi col tempo.
Folco entrò così agli stipendi della Casa Scotti. Non gli riuscì difficile impratichirsi di quel commercio; stette, come diceva Ariberto, sulla breccia, francamente, valorosamente. Quasi, ci si divertiva; non gli dispiaceva quel lavoro febbrile, che i primi giorni lo aveva stremato di forze; non gli dispiaceva quella sfilata di gente che trattava le futilità, le maglie di seta, gli oggettini leggiadri e inutili, con gravità pensosa; non gli dispiaceva, sopra tutto, guadagnarsi la vita. Pensava al bimbo che doveva nascere, e al piacere di potergli raccontare, un giorno, che papà vendeva le calze e i fazzoletti mentr'egli veniva alla luce.
Che cosa non avrebbe fatto per quel bambino di domani, per quel piccolo Manfredi o per quella piccola Lillia? Dov'erano le sue stolte ambizioni letterarie, l'illusione superba di conquistar l'alloro coi libri?… Folco ne sorrideva senza amarezza, come di sogni puerili. E mai non gli era parso che la festa fosse così dolce; che il riposo fosse così confortante, così lieto.
Andava a spasso con Gioconda la domenica, come un piccolo borghese, e qualche volta a teatro, nei posti popolari: egli abituato a tutte le squisitezze d'una esistenza ricca, godeva l'esistenza modesta del commesso, placidamente; non aveva occhi se non per Gioconda e non rammentava il lusso, i capricci, lo scialo d'un giorno, quasi non li avesse mai conosciuti. In verità, se lo stipendio fosse stato un poco più largo e gli avesse dato modo di curar meglio Gioconda, non lo avrebbe barattato con un patrimonio, perchè sentiva tutto l'orgoglio nobile della fatica, tutta la soddisfazione di lavorare per sua moglie e pel suo bambino.
Gioconda, in silenzio, dissimulando abilmente, soffriva.
Dopo quella prima visita al ritorno da Parigi, i suoi avevano appreso che Folco s'era dovuto acconciare a un posticino con modesto stipendio; che Gioconda aveva venduto manicotto e stola e tutti quanti i suoi oggetti preziosi, eccettuati l'anello nuziale e l'anello di rubino; che anche Folco aveva venduto libri, stampe, quadri; che s'erano ridotti in due camere mobigliate.
—Hai preso la via più lunga,—osservò la signora Delfina,—ma finisci per vivere come e peggio tu avessi sposato il pellicciaio….
—Distinguiamo!—interruppe il signor Piero, comprendendo che Gioconda era ferita dalle parole inconsciamente crudeli di sua madre.—Il conte Filippeschi è sempre il conte Filippeschi; e un giorno sarà ricchissimo.
—E quando verrà questo giorno?—rimbeccò Delfina.—Fra un mese, fra un anno, fra dieci anni? Magari fra venti, anche; e la giovinezza di Gioconda sarà sfiorita tutta negli stenti.
La logica di sua madre appariva alla contessa inesorabile ed esatta. Per certo, ella si guardava dal pensar con desiderio alla morte del conte suocero; ma il periodo di prova durissima, tanto più dura in quanto era succeduto immediatamente agli splendori della vita parigina, poteva essere ben lungo.
Nacque intanto la bambina, Lillia.—La felicità di Folco aveva dell'esagerazione, della follia, dell'ubbriacatura. Mandò subito un telegramma ai suoi; fece avvertire Piero e Delfina che perdonava l'inganno del pellicciaio, anzi non lo rammentava più, e potevan venire ad abbracciar la figliuola. Cantava, saltava, si portava intorno la bambinetta bellissima, sordo alle raccomandazioni della levatrice, la quale gli teneva dietro perchè non la soffocasse.
Gioconda era contenta, ma d'un contento più pacato. Sorrideva, commossa alla felicità traboccante di suo marito, e guardava con amore la piccola Lillia che vagiva.
Aveva desiderato un maschio, un bel Manfredi, bruno con gli occhi avana iniettati di pagliuzze d'oro.
Le nasceva una femmina rosea, con un ciuffetto di capelli così biondi, che parevano bianchi.
Non se ne lagnò; le volle bene ugualmente, la curò con attenzione, palpitò ai suoi dolori, visse delle sue gioie.
—Io la chiamerei François Villon,—disse Folco in uno slancio di letizia.—Se non avessi tradotto François Villon, non ti avrei sposata e non avrei oggi Lillia.
—Che diventerebbe mai, povera Lillia,—riflettè Gioconda,—per imitare il tuo poeta?
Ma di repente le parole festose tacquero nella casa.
Una sera comparve Ariberto Puppi.
Egli veniva di rado a visitar Gioconda e Folco. S'era accorto che la contessa era gelida con lui, e quantunque non trovasse la ragione di quel contegno, non intendeva chiederla, nè far capire che aveva capito; poi Folco era l'intero giorno occupato, ritornava a casa la sera stanchissimo; non si sapeva quale fosse l'ora meno inopportuna per una visita. Da ultimo, Ariberto pensava che alla contessa, orgogliosissima, sapeva male forse ch'egli, compagno di cene e di svaghi a Parigi, vedesse la sua povertà presente; e per delicatezza stava lontano.
Folco gli corse incontro a ringraziarlo della visita inaspettata; ma si arrestò vedendo l'espressione dolente, grave, ch'era sul volto d'Ariberto.
—Folco,—disse questi dopo essersi inchinato alla contessa,—io devo compiere un incarico molto penoso.
—Mio Dio!—esclamò con voce soffocata il giovane.—Sta male la mamma?
—No; si tratta di tuo padre; devi partire subito.
—È molto ammalato?—interrogò Folco affannosamente.
—Molto. Parti subito.
Folco si gettò nell'altra camera a preparare una valigia.
Ariberto fece qualche passo, avvicinandosi a Gioconda.
—Andate anche voi!—consigliò sottovoce.—Suo padre è morto; Folco avrà bisogno d'un cuore fedele. È il notaio che mi telegrafa, perchè avverta Folco, la cui presenza è necessaria all'apertura del testamento. Andate anche voi. Accompagnatelo!
Gioconda tremava, pallidissima.
—Vi ringrazio!—disse ella pure sottovoce.
Corse da Folco, lo serrò stretto; gli mormorò all'orecchio:
—Ti accompagno!
Folco la guardò, comprese; e si abbandonò tra le braccia di lei, piangendo disperatamente.
IX.
Giornate fosche.
Gioconda tenne in quell'occasione un contegno perfetto.
Sarebbe stato imprudente dimostrare un acerbo dolore per la morte del conte suocero, il quale non aveva mai voluto conoscerla, le aveva impedito di varcar la soglia di casa, ed era morto senza perdonare a lei e a Folco.
Ma sarebbe stato peggio mostrarsi indifferente a una sciagura, che colpiva Folco nel più alto dei suoi sentimenti. La contessa non fu nè indifferente nè accasciata; tenne con dignità le gramaglie per diciotto mesi, e quantunque, tra mobili ed immobili, Folco avesse ereditati parecchi milioni, non si dipartì dalle abitudini di una vita modesta, badando solo che degli agi potesse godere Lillia.
Folco era stato percosso fieramente dalla morte improvvisa del padre.
A Perugia, nello studio del notaio, s'era trovato di fronte alla madre, alla sorella, al cognato; aveva sperato che la comunanza della sventura gli permettesse di esprimere loro la sua devozione.
Essi furono di marmo. Salutarono, entrando e uscendo dallo studio, con un cenno del capo; e perchè v'erano alcune disposizioni da prendere, ne diedero incarico al notaio, che s'intendesse con Folco (dissero, anzi, «col conte Filippeschi»), quasi avessero temuto di rivederlo.
Soltanto il cognato, Corradino Àutari, si ritrovò, come per caso, l'indomani dal notaio, e abbracciò Folco.
—Sai,—gli disse.—Testardi! È la razza.
—Io sperava,—rispose Folco timidamente,—di poter presentare mia moglie alla mamma e a Giselda…
Corradino levò le braccia al cielo.
—Non te lo sognare!—esclamò.—Giselda e tua madre ignorano che tua moglie esista: lo ignoreranno sempre.
E aggiunse, quasi come un ritornello:
—Che vuoi? È la razza. Come dice la divisa di casa Filippeschi?
—«Crolli il mondo».
—Bene; crollerà il mondo, ed esse rimarranno immobili.
Folco non osò insistere. Vedeva, ormai insuperabile ed eterna, la barriera che lo separava da sua madre e da sua sorella.
Tornato all'albergo, trovò Gioconda pallida, bella, nelle sue vesti nere, che tenendo tra le braccia la piccola Lillia, le susurrava parole carezzevoli. Sentì un vano impeto di ribellione.
A che tanto orrore della povera donna? Non era onesta e diritta come Giselda? Di quale colpa si poteva accusarla, se non d'avere accolto l'amore di lui e d'aver con lui sopportato bravamente le traversie della sua vita?
Egli leggeva ogni giorno negli occhi di Gioconda una domanda: «Mi vogliono?» E volgeva gli occhi altrove, non potendo rispondere.
Partì, quasi fuggì da Perugia non appena tutte le prescrizioni di legge furono compiute; lasciò l'ordine al notaio di vendere a mano a mano i poderi di sua proprietà; non sarebbe mai più tornato.
Quando furono in treno, nello scompartimento che aveva scelto perchè gli estranei non gli dessero di gomito in quell'ora inenarrabilmente malinconica, Folco s'avvide che Gioconda piangeva in silenzio.
Era ferita al cuore.
Mai non avrebbe creduto che pure innanzi alla morte, pure in un giorno di grande lutto, le donne di casa Filippeschi sarebbero rimaste impassibili di fronte a lei e alla sua bambina. S'aspettava di giorno in giorno d'esser chiamata a una riconciliazione; ma più ancora s'aspettava che Folco la imponesse, che facesse prevalere il suo buon diritto e la sua volontà.
Allorchè, venuta l'ora della partenza, Gioconda dovette salire in treno per non tornar forse mai più a Perugia e far così incolmabile l'abisso che la teneva lontana dalla suocera e dalla cognata, il dolore e l'ira le pervasero l'animo.
Guardò Folco da capo a piedi, quasi lo vedesse la prima volta. Chiuso nell'abito nero, pallido in volto, gli occhi stanchi dalle lagrime, biondo, sembrava un fanciullo smarrito. Era un debole, un vinto; la volontà di lui al paragone della volontà di due donne, le quali erangli pur legate dai più stretti vincoli di sangue, non valeva nulla, non aveva significato alcuno; chiunque poteva passarvi sopra e calpestarla.
Era un debole.
Gioconda che si sentiva capace di perseguire anni ed anni, ora per ora, un suo disegno con paziente scaltrezza, con tenacità ostinata, con elasticità felina, aveva pei deboli un senso di commiserazione non troppo dissimile dal disprezzo.
Fu desolata, scoprendo che la volontà di due donne era più forte della volontà di suo marito. In un altro istante, presa come le avveniva, dallo sdegno, si sarebbe lasciata sfuggir dalle labbra parole amare; ma intuì che non doveva colpire di nuovo Folco già provato dalla sventura.
Tacque, si rôse dentro, pianse in silenzio.
E non gli perdonò.
La morte subitanea del conte, la ricchezza sicura, avevano allontanato l'uno dall'altra.
Folco si diceva che in causa di Gioconda aveva perduto la sua famiglia; che Gioconda a Parigi gli aveva impedito di lavorare, costringendolo a sciupar tempo in una vita la quale era, per quel momento, pazzesca. Tornarono, con gli agi, le idee d'ambizione letteraria, e il tempo perduto sembrava a Folco irreparabile.
Gioconda non dimenticava d'essere stata trattata da tutti i congiunti di suo marito come una donna che non si deve conoscere, che non si può ammettere in una casa onesta, come l'ultima delle femmine; e Folco non aveva saputo spezzare il cerchio di oltraggiante disprezzo in cui avevan chiusa la sua compagna, colei che portava il suo nome e gli aveva data Lillia.
Non dissero nulla, ma diventarono ostili l'uno all'altra. Nè Folco nè la contessa chiesero una spiegazione; pareva s'intendessero e sapessero già.
Durante il periodo di lutto, Folco potè riavere l'appartamento dei primi giorni di nozze.
Venivano in quella casa a passare la serata molti amici; alcuni di amicizia vecchia, come Ariberto Puppi; altri, i più, d'amicizia nuova, nata dalla ricchezza, farfalloni che accorrevano a tutte le luci.
Guardandosi intorno perchè si sentiva sola, Gioconda trovò Ariberto
Puppi, il nemico di ieri.
D'un tratto ella si ricredeva sul conto di lui.
Le eran bastate le parole dettele sottovoce, la sera in cui egli aveva annunziato la morte del conte:
—Andate anche voi! Accompagnatelo!…
V'era un senso amichevole, un consiglio affettuoso, un tono d'esperienza. La contessa n'era rimasta colpita come da una rivelazione; aveva guardato Ariberto Puppi allora e poi, di ritorno da Perugia, con occhi di curiosità indagatrice. Fosse veramente un amico?… Fosse, non ostante le bizzarrie e le monomanie, un uomo forte?
Gli sorrise, gli diede la mano, tornando; gli disse con calore:
—Sapete? Rammento sempre le parole di quella sera: «Andate anche voi!
Accompagnatelo». Qualche volta me le ripeto.
—Ecco, vi dirò, contessa,—rispose Ariberto con un sorriso. Voi credevate che io fossi, non so perchè, vostro nemico….
Gioconda si sentì arrossire.
—…. e perciò,—soggiunse Ariberto fingendo di non veder quel turbamento ch'era una confessione, avete dato un'importanza eccezionale alle parole che chiunque vi avrebbe detto in quel giorno di sventura. Vi siete stupita perchè non vi davo un cattivo consiglio…. Ciò è un poco offensivo per me; è un poco crudele da parte vostra….
—Vi domando perdono,—si lasciò scappare Gioconda, alzando gli occhi in volto ad Ariberto.
—Oh,—esclamò questi, inchinandosi a baciarle la mano,—non chiedetemi perdono di nulla. La colpa è interamente mia. Io sono, come dire? secco, angoloso, beffardo…. Voi siete pressochè ancora una fanciulla inesperta e le mie maniere vi sono spiaciute. Il torto era mio; voi avevate ragione….
—Allora, facciamo la pace?—disse Gioconda sorridendo.
—Non ne ho bisogno; non devo che continuare a essere vostro amico, come sono stato sempre.
Gioconda respirò.
Folco era freddo con lei; ma anche non fosse stato, ella sapeva bene che in un'occasione grave, in un'ora di battaglia, egli non avrebbe avuto nè l'energia, nè l'esperta sicurezza per consigliarla. Gli altri intorno erano bellimbusti, ganzerini che le facevano la corte e tentavano sviarla; uomini dei quali non si sarebbe fidata, ai quali non avrebbe mai detto parola che non fosse stata scherzosa o ironica.
Da qual parte volgersi?
Con l'impeto del suo carattere si volse tutta ad Ariberto.
Egli se ne accorse e ne fu impacciato. Come dirle: «Badate: se voi pensate che io sono un vecchio, non lo pensano gli altri, non lo penso io stesso, e la mia assiduità può nuocere a voi e a Folco. Ho trentasette anni e molta voglia e molta forza di vivere. Siate prudente, per voi, per me, per tutti»?
Si mise a farle la corte; una corte divertita, un po' leggera, un po' frivola, fatta di lievi sarcasmi, ma instancabile, quasi per avvertirla che anche con lui correva qualche pericolo, che poteva bruciarsi le ali proprio là dove supponeva non ci fosse più fuoco.
Gioconda rideva.
—No, no, vi prego, non dite sciocchezze! Sì, sarò bella, sarò elegante, ma questo non vi riguarda….
—Come, non mi riguarda?
—Non vi riguarda. Ascoltatemi: accompagnatemi fuori; non voglio uscire sola, e Folco si secca ad andar pei negozi. Devo far delle compere. Su, venite fuori con me….
Ariberto obbediva, mandando al diavolo Folco.
O che tipo d'imbecille era diventato costui, il quale pareva non occuparsi più di Gioconda e darsi tutto soltanto alla piccola Lillia? Stava con Lillia l'intero giorno, giuocava, con Lillia, conduceva a spasso Lillia, e non vedeva che sua moglie era o accasciata da una noia indicibile o circondata da un nugolo di corteggiatori, alcuni dei quali pericolosi?
Che aveva? Che pensava?
Interrogò discretamente Gioconda, e non ne capì nulla.
Allora, con quella sincerità rude che s'irritava allorchè doveva battere contro una porta chiusa, andò a bussar direttamente alla porta di Folco. Da vecchio amico aveva ben diritto a sapere.
Gli domandò:
—Come mai non accompagni quasi più la contessa?
—Non posso starle sempre alle gonne,—rispose Folco,—sarebbe anche ridicolo: non è una bambina; e i mariti gelosi hanno torto….
—È vero: ma dallo starle alle gonne al non uscir quasi più con lei c'è qualche divario…. Finirà per annoiarsi tremendamente. Le hai portato via anche Lillia….
—Io?…—esclamò Folco.—Ma Lillia è sua quanto mia.
—Senza dubbio; soltanto è sempre con te, o tu sei sempre con lei: si può dire che tu fai le veci della mamma….
—È Gioconda che ti ha incaricato di rivolgermi queste osservazioni?
Ariberto ebbe un gesto di energico diniego.
—No, no; osservo io; non ci vuol molto. Ho visto, per così dire, nascere il vostro matrimonio e perciò noto con facilità i mutamenti…. Sono forse indiscreto?…
—Anzi; la tua amicizia non esisterebbe, se non fosse franca.
—E allora mi sembra che tu sia ingiusto con la contessa; parrebbe quasi che le tenessi il broncio per non so qual cosa….
Folco stette in silenzio un istante: poi disse a mezza voce, quasi confessasse:
—Che vuoi? Ho torto. Ma dalla scomparsa di mio padre, sono andato pensando e ripensando, e ho sentito che Gioconda è stata causa, involontaria ammettiamolo, di molti mali per me. Grazie al mio matrimonio, ho perduto la famiglia. Il papà è morto senza perdonare; mia madre e mia sorella sono inesorabili….
—Ma tu fai colpa alla contessa delle colpe altrui!—esclamò Ariberto.
—Ti ho già detto che ho torto,—rispose Folco.—Si ha sempre torto quando si ragiona col sentimento e non con la testa; tuttavia, se ne accettano lo stesso le conclusioni. Ho perduto dunque la famiglia; non più padre, non più madre, non più cognato. Ho perduto anche la mia città e la mia terra perchè, non volendo rimetter piede laggiù, tutti i miei beni saranno venduti man mano che l'occasione si presenta…. È molto, come tu vedi….
—È molto,—convenne Ariberto.—Ma la tua famiglia oggi è la contessa, è Lillia.
—Ho torto,—ripetè Folco,—Ma non ho torto sempre. Stammi ad ascoltare. Gioconda che è venuta meco a Perugia, sa bene, quanto me, quali sono state le conseguenze del matrimonio; per darle il mio nome, ho distrutto ogni cosa, ho abbandonato famiglia e amici, e città nativa: quando ne è stato il caso, ho lavorato umilmente….
—Magnificamente, corresse Ariberto.
—Magnificamente se tu vuoi, per sostenere lei e la bambina. Ebbene, che cosa ella m'ha dato in cambio di tutto questo?…
—Come?—esclamò Ariberto stupefatto.—Ma ti ha dato tutta sè stessa, tutta la sua vita, tutto il suo amore….
—E tutti i suoi capricci!—aggiunse Folco.—Perchè non mi ha assecondato in ciò che mi è più caro, nel mio lavoro e nelle mie ambizioni…. Oh è ben diversa da quei giorni in cui lavorava con me, nel suo salottino povero ch'ella odia, e che io rammento sempre con tenerezza! A Parigi, vedi, in seguito ai tuoi buoni consigli, io ho tentato di riprendere il mio lavoro; ella se ne accorse, e mi fece una tale scena, così inaspettata, così contraria al suo carattere docile, che io ho guardato d'allora in poi quei manoscritti e quei libri con orrore; li ho richiusi nel baule, non ne ho parlato più, e non so nemmeno dove siano andati a finire…. Voleva divertirsi, capisci, divertirsi a qualunque costo, giorno e notte, e non si fermò che quando io le dissi che bisognava ci fermassimo per forza perchè mi rimaneva il denaro appena sufficiente a reggere ancora qualche mese e a cercarmi intanto un impiego.
—Era molto giovane,—scusò Ariberto.—Non sapeva che fosse nè la vita nè il danaro.
—E sta bene: ma poi?… Oggi non siamo più nelle stesse condizioni.
Abbiamo la ricchezza.
—Mi sembra che non ne abusi,—osservò Ariberto.—Anzi, che non ne usi neppure, perchè non fa alcun lusso e non ha chiesto nemmeno d'avere una carrozza.
—È vero…. Ma se io le parlo dei miei studi passati, del desiderio di riprenderli, di quelle ambizioni che in un giovane sono naturali, Gioconda risponde distratta; una volta era l'entusiasmo, oggi è l'indifferenza….
Ariberto scattò.
—O che uomo sei tu?—disse.—Hai bisogno che una donna, che la moglie, ti parli di letteratura e di Francesco Villon, per metterti a lavorare? Hai bisogno che le tue ambizioni diventino le ambizioni della contessa per sentirle ancora dentro di te?… Ma tu chiedi troppo: ma una donna vive benissimo senza letteratura e senza ambizioni!… Sarebbe straordinario, sto per dire ridicolo, che tua moglie si facesse l'apostolo e il compagno del tuo lavoro, e che scrivesse a macchina sotto dettatura.
—Non esageriamo,—interruppe Folco.—Non chiedo tanto. A me basta ch'ella non sia gelida e quasi repulsiva quando le parlo dei miei progetti…. Comprendo che Gioconda non deve essere l'apostolo del mio lavoro; ma non deve esserne neppure il nemico….
—E che t'importa?—disse Ariberto.—Bada: nelle tue parole c'è una grossa esagerazione: io non credo affatto che la contessa sia nemica del tuo lavoro. Ma voglio ammetterlo per un istante…. E che t'importa? Lavori per lei o per te? Hai una tua convinzione, un tuo concetto, una tua strada da percorrere, o non li hai? Non sei libero della tua persona, del tuo tempo, delle tue idee?…. In tutto questo la contessa non può nulla.
—È vero,—confessò Folco.—Ma in tutto questo manca il più bello: il sorriso d'una donna!…
Ariberto si alzò; gli pareva che la frase sentimentale fosse molto buffa, ma non volle rilevarlo. D'altra parte aveva parlato abbastanza; le accuse che Folco faceva a Gioconda erano tanto poco fondate, che sarebbero cadute da sole, e il giovane avrebbe riconosciuto alla prima occasione il suo torto.
—Io me ne vado,—disse Ariberto.
E rammentando alfine una delle sue mille infermità fantastiche, soggiunse:
—Ho un certo dolore, qui, al braccio sinistro….
Folco alzò le spalle, ridendo.
—Ti auguro—disse—di non averne mai altri!
Ariberto se ne andò: ma l'indomani vide la contessa, verso l'ora del tè. Folco era uscito; i soliti amici non erano ancora giunti. Ariberto disse:
—Ho parlato ieri a lungo con Folco.
—Di Francesco Villon, ahimè!—sospirò Gioconda.
—È dunque vero?—esclamò Ariberto sorpreso.
—Che cosa?
—È vero che non volete più udir parlare di Francesco Villon e di letteratura? Permettetemi di essere indiscreto. Io avevo osservato da tempo che in casa vostra c'è un po' di malumore: non siete felici e spensierati, ora che la felicità e la ricchezza vi arridono. La cosa mi è parsa bizzarra; e mi sono fatto lecito di parlarne a Folco.
—Avete fatto benissimo,—approvò la contessa.—Ed egli vi ha risposto che io non traduco più Villon con lui e che mi annoio a udirlo parlare della poesia francese del XV secolo…. Vi ha detto questo?…
—A un dipresso,—rispose Ariberto.
—Ma, caro amico, son due anni che ne sento parlare e son due anni che porto pazienza. Vedete di quali colpe mi accusa? Miserie, non vi pare?
—E perchè non lo lasciate parlare? Tutti noi abbiamo il nostro tic.
—Oh, sì,—esclamò Gioconda ridendo.—Voi avete il tic di parer moribondo.
—E tuttavia mi sopportate benissimo,—osservò Ariberto.
—Non vi sopporterei affatto se foste mio marito…. Del resto, io non mi curo di fingere, non ascolto pazientemente, non gli presto aiuto, non lo incoraggio nelle sue ambizioni. Lo confesso apertamente: e confesso che lo faccio apposta….
—Ma perchè? Perchè questa cattiveria?—interrogò Ariberto.—Così andrete di male in peggio, Folco è un bel giovane, ricco, elegante….
—Che cosa volete dire? Che un giorno potrebbe consolarsi con un'altra?
La contessa rise.
—State tranquillo!—soggiunse.—In ogni modo, farà quel che crederà….
—Quali capricci!—esclamò Ariberto.
Ma Gioconda gli posò una mano sul braccio.
—No,—disse recisamente.—Non sono capricci. Egli mi ha offesa e la mia indulgenza è finita con lui…. Non fate quel viso di stupore! Mi ha offesa col permettere che sua madre e sua sorella mi tenessero lontana come una cosa immonda, e non mi stendessero le braccia neppure il giorno in cui io accompagnava lui ad un pellegrinaggio di dolore…. Capite questo, caro amico?
Ariberto non rispose.
—Intendiamoci bene,—seguitò Gioconda.—Non gli ho mai domandato di mettersi contro la volontà di suo padre. Un giorno egli chiese la mia mano, e non fece parola delle difficoltà che il matrimonio mi avrebbe accumulato intorno. Quando suo padre dichiarò che io non esisteva, che sarebbe morto senza vedermi, non dissi nulla. Certo, non ne avevo piacere. Ma comprendevo bene che la volontà di suo padre era incrollabile, e che, spingendo Folco contro di lui, lo avrei spinto contro una roccia. Suo padre venne a morire: la sorella e la madre accolsero Folco assai peggio che se fosse stato uno sconosciuto: egli non si ribellò. Gli fecero dire per mezzo del notaio che non pensasse di condurre in casa loro «quella donna». Quella donna sono io….
Gli occhi di Gioconda ebbero un lampo.
—Folco non si ribellò…. Ah, badate, caro Ariberto!… Si può essere deferenti e rispettosi verso la madre e la sorella, ma a patto che esse non insultino. Folco non trovò la forza di dire: «Quella donna è la contessa Gioconda Filippeschi, è mia moglie, è la madre della mia bambina; quella donna era una fanciulla onestissima quando io l'ho sposata e la sua onestà non era facile, perchè non le mancavano intorno tranelli e tentazioni. Quella donna ha tenuto sempre una condotta esemplare; se voi non volete conoscerla, tanto peggio per voi! Ella non ha mai mendicato nè la vostra stima, nè la vostra protezione, perchè si contenta della tranquillità della sua coscienza». Folco non ha avuto il coraggio di dir questo….
—Giuggiole! Non era poco….—esclamò Ariberto.
—Era la verità o no?
—Perfettamente, cara contessa. Ma non tutte le verità si possono dire.
—Come, non potete dire che vostra moglie è onesta?—interrogò
Gioconda.
—Senza dubbio: ma la madre e la sorella di Folco lo sanno quanto voi: non fanno questione di onestà e di rispettabilità; anzi, non fanno questione di nulla. Obbediscono ciecamente, senza discutere, ai concetti del conte. Folco ha veduto giusto. Qualunque parola sarebbe stata vana.
—Benissimo, dategli ragione,—esclamò Gioconda.—Fatto è che io rimasi sola all'albergo, giunsi a Perugia quasi di nascosto, ne ripartii quasi di nascosto; la contessa Filippeschi a Perugia era…. Come dire?… una merce di contrabbando, a guisa d'una femmina perduta. Folco mi caricò in treno, silenziosamente, mi ricondusse a Milano; e perchè mi vide piangere, me ne chiese anche il motivo, quasi avessi dovuto ridere!…
Gioconda fece una pausa, guardò in volto Ariberto, poi proseguì:
—Ebbene: Folco mi ha offesa. Io non gli ho perdonato. Non so se gli perdonerò mai.
—Andiamo, via!—fece Ariberto.—Dovete riconoscere che la partita era difficile da giuocare; non poteva già condurvi in casa Filippeschi contro la volontà di sua madre….
—Doveva far comprendere che la sua volontà sola esisteva ormai!…
—Occorreva una forza eccezionale,—disse Ariberto.—E Folco non l'ha.
—Ah, esclamò Gioconda con un sorriso ironico.—Voi credete dunque che essere debole sia un'attenuante agli occhi di una donna? Io non so se di donne vi intendiate: mi hanno detto che sì. E allora dovete saper meglio di me che le donne vogliono, hanno bisogno d'un padrone; una donna che ha per marito un uomo di carattere debole è sola nel mondo, è indifesa: e dacchè sono stata a Perugia e ho visto Folco lasciar vincere e stravincere contro di me sua madre e sua sorella, io ho avuto la sensazione di essere sola….
—Non potete dimenticare,—osservò Ariberto, che Folco vi ha dato un gran nome….
—Ah no!—interruppe Gioconda.—Un gran nome? Ma se i Filippeschi mi ignorano? Ma se devo confessare che non ho mai messo piede a palazzo Filippeschi, e non so nemmeno se mia cognata Giselda è bionda o bruna, se mia suocera è alta o piccola?… Quale diverso trattamento mi avrebbero fatto i Filippeschi, se Folco mi avesse tolto dal fango della strada? Dite voi….
Ariberto non disse nulla. Cercò degli occhi il suo bastoncino d'ebano, vi si appoggiò lievemente e si rivolse a Gioconda:
—Ora, contessa, credo che Folco sia meno crudele di voi, certo meno severo. Egli riconoscerà il suo torto….
—Purchè non sia troppo tardi!—mormorò Gioconda.
—Oh, oh! Non dite parole che si potrebbero giudicar male. Arrivederci, contessa…. Ho un piccolo dolore qui, alla spalla sinistra….
La contessa lo guardò sorridendo.
—E poi?—domandò.
—E poi un poco d'emicrania…. E poi i vostri corteggiatori che sopraggiungono per il tè…. Contessa, questi mi fanno più male che tutti i reumi del mondo!…
Baciò la mano a Gioconda, e si allontanò cautamente, con passo incerto.
X.
La volpe di Sparta.
Dai giorno in cui aveva riveduto nell'atrio del Grande Albergo di Stresa Folco Filippeschi, appena uscito di lutto, e s'era potuta fare amica della contessa Gioconda, la petulante Vittorina Ornavati era contentissima.
Tutti i damerini che abitualmente corteggiavano la contessa Filippeschi erano andati ad abitare o si erano fatti assidui del Grande Albergo, ben lieti di trovarvi non soltanto Gioconda Filippeschi, ma anche Vittorina Ornavati, graziosa, loquace, vivacissima, che giovava come contrapposto a Gioconda, la quale, chiusa nel suo orgoglio, era contegnosa e fredda.
Così ambedue le signore vivevano in un cerchio di assidue premure, di galanterie pronte, di adulazioni incessanti, che avevano stancato e stancavano Gioconda, mentre accendevano la fantasia di Vittorina.
Prendeva parte a quel circolo assai spesso anche Ariberto Puppi. Egli era impercettibilmente beffardo; deciso a non far la corte a Gioconda se non quasi per ischerzo, e indifferente a Vittorina, che non gli sarebbe spiaciuta come donna se non avesse chiacchierato, Ariberto poteva osservare con occhio non velato da alcuna passione le smancerie, le timidezze, le audacie, le goffaggini, le sottigliezze, le gelosie, le rivalità di quel gruppo d'uomini, in cui i giovani davan di gomito ai maturi, e i maturi ai vecchi e i vecchi agli adolescenti. Tutto un uragano di speranze e di timori si svolgeva sotto gli sguardi curiosi di Ariberto, il quale non aveva nè da temere nè da sperare.
E perchè il suo cuore era libero e non annebbiato il cervello, quello spettacolo finiva sempre per umiliarlo.
Gli uomini non gli parevano se non ciò che erano davvero in quel momento: marionette. Le mani agili di Gioconda tenevano i fili di almeno venti di quei pupazzi; di cinque o sei, i fili eran tra le mani di Vittorina. L'una e l'altra potevano farli ridere, sorridere, aggrondare, parlare, tacere, correre o star fermi, vestirsi di bianco o di nero; ciascuno di quelli sorvegliava il vicino, perchè non avesse di più; ciascuno era gaio o accigliato a seconda di ciò che toccava a lui e di ciò che toccava al rivale.
Una trentina di cuori palpitavano all'apparir delle due giovani, s'affievolivano al loro allontanarsi; le due giovani dovevano provare la sensazione del domatore che, entrando nella gabbia, vedon le tigri accovacciarsi quasi per incanto; o meglio ancora, della maestra che varcando la soglia della scuola distribuisce zuccherini e rimbrotti ai bimbi secondo il modo con cui recitano la lezione.
Ciò che più faceva sorridere Ariberto Puppi, si era la certezza che tutti quei gonzi non avevano affatto la sincerità d'un qualsiasi sentimento: volevano l'una o l'altra, Gioconda o Vittorina, per vanità; volevano soverchiare i rivali; d'amor vero, di passione vera, neppur l'ombra.
E Ariberto ammirava l'arte con cui le due donne, guidate da un impareggiabile istinto, li facevan trottare senza nulla concedere; ambedue sapevan benissimo che pensare di quel loro serraglio o di quel loro asilo infantile; benissimo leggevano nel cuore e negli occhi di quegli instancabili adoratori. Esse li tenevano tutti a distanza, badavano a distribuir con equità zuccherini e frecciate, in maniera che ciascuno avesse ogni giorno quanto gli spettava; e ogni giorno li rimandavano a casa mezzo contenti e mezzo disperati, sorridendo dietro il ventaglio.
Del resto Ariberto sapeva pure che Vittorina Ornavati amava in silenzio Folco Filippeschi; e che Gioconda Filippeschi, superba e sdegnosa, non amava nessuno.
Per quest'ultima parte, Ariberto si sforzava a non essere sincero con sè stesso. La sua esperienza gli diceva che la contessa aveva per lui tale un'amicizia, tale una confidenza, tale un abbandono d'anima, che con poco, s'egli avesse voluto, il sentimento avrebbe preso altra forma e altro nome. Egli non voleva; ma per non volere, stringeva i denti e i pugni.
Quanto ai due mariti, Folco Filippeschi non pareva menomamente impensierito della subdola guerra che tutti quegli amici intendevano muovere alla sua felicità. Era certo che nessuno valesse un'occhiata? era sicuro della virtù di Gioconda? vigilava senza dare a vedere?… Non si poteva dire: andava e veniva, lasciava la contessa alle prese coi galanti, partiva il suo tempo tra la lettura, le lunghe indiavolate corse in automobile, le gite con la piccola Lillia.
Che Vittorina Ornavati fosse innamorata di lui, non s'era accorto o aveva fatto finta di non accorgersi; e tuttavia se n'era accorta Gioconda, la quale aveva notato che la voce di Vittorina mutava, rivolgendosi a Folco, e che la graziosa donna arrossiva un poco quando vedeva avvicinarsi il giovane.
—Attenta!—le disse un giorno Ariberto scherzando.—La piccola
Vittorina vi porterà via il marito!
—Scusatemi,—rispose la contessa alzando le spalle.—Se Folco è tanto stupido, non è il caso di contenderlo….
—Stupido, stupido!—borbottò Ariberto.—De gustibus et coloribus…. Sapete il proverbio. E poi, in un quarto d'ora di distrazione, visto che la piccola ce ne fa una malattia….
—Non sarà a questo modo che Folco potrà farmi dimenticare i suoi torti!—rimbeccò la contessa.
—Rammentate ancora i suoi torti?
—Com'egli rammenta i miei….
—Non avete fatto pace? non vi siete spiegati?
—Nemmen per sogno!… E volete ch'io sia gelosa di lui, quando egli non è geloso di me?
—Superbi: tutt'e due troppo superbi!—osservò Ariberto.
—Ma è vero o non è vero che Folco non è geloso?—incalzò la contessa.
Ariberto rise.
—Penserà di voi,—disse,—quel che voi pensate di lui: «Se è tanto stupida!…»
—Ah no, caro Ariberto! Io ho la scelta; egli non ha che quella povera piccola Vittorina; io ne ho venti al mio sèguito….
—Sì, ma confessate che tutti i venti, messi insieme, non valgono
Folco!…
Gioconda non rispose.
L'altro marito, Celso Ornavati, vedeva benissimo che parecchi bellimbusti stavano intorno a Vittorina; ma egli aveva la sua teoria: una giovane deve superare il periodo dell'amicizia intima di casa, cioè dei corteggiatori che si fanno amici intimi; superato il quale, ella diventa savia, avveduta e inaccessibile come una fortezza sopra un picco. Per Vittorina quel periodo era già valicato da tempo. E Celso si dilettava di filosofia bergsoniana, poi era passato al Nietzsche, poi allo Schopenhauer….
—Ma tu cammini come i gamberi!—gli aveva detto un giorno Folco ridendo.
—Lascia fare: ognuno cammina come può!
—È un gambero filosofico!—aveva definito Ariberto Puppi.
Egli s'era divertito fino a quel giorno, vedendo la gara di tanti uomini, che tutti, l'uno dopo l'altro, dovevano rinunziare alle loro speranze. Ma d'un tratto, Ariberto non si divertì più.
Era venuto a far parte del gruppo un giovane di trent'anni, Stefano Forcioli, che gli amici chiamavano Nenni. Di media statura, tutto muscoli, bruno in volto, asciutto, angoloso, dava a capire immediatamente ciò ch'egli era: un domatore di cavalli. Appassionato per gli svaghi sportivi, ma in modo speciale per l'ippica, possedeva una scuderia da corsa, la quale gli costava non soltanto molti quattrini ogni anno, ma cure infinite e tempo. A vederlo, lo si immaginava subito in tenuta da fantino, giubba nera su calzoni bianchi, la frusta sotto il braccio, le braccia tese, il corpo curvo come in agguato, nello sforzo supremo del galoppo finale.
Ariberto lo conosceva da tempo. Non aveva fama di donnaiuolo. Tuttavia Ariberto avrebbe voluto vederlo meno assiduo al tè della contessa Filippeschi, mentre Nenni non mancava a un solo. Ariberto pensava a ciò che la contessa gli aveva detto un giorno: le donne han bisogno d'un padrone; ed ecco il padrone: quell'uomo da scuderia, abituato a ordini secchi, brevi, a forzar cavalli all'ostacolo, a levarsi poco dopo l'alba, a lavorare tutto il giorno come uno scozzone.
Era il contrasto di Folco; questo, fine, amante delle buone lettere, coltissimo, con una fantasia impressionabile e con animo aperto alla bellezza; l'altro, duro, chiuso a tutti i gusti d'arte, imperioso e laconico.
Ariberto fingeva sorriderne. Nenni non faceva la corte nè a Gioconda nè a Vittorina: aveva per l'una e per l'altra nulla più che la premurosa cortesia del gentiluomo verso la donna; mai non gli usciva dalle labbra un complimento, mai non pareva accorgersi nè della bellezza e dell'eleganza di Gioconda, nè della grazia e della civetteria di Vittorina. Mandava fiori di tanto in tanto, come s'usa, accompagnava l'una signora o l'altra alla passeggiata, indifferentemente; era impossibile capire s'egli avesse una preferenza.
—Uhm!—disse Ariberto.
E tentò scoprire terreno con Gioconda, un giorno in cui Nenni era assente.
—Credo che quell'analfabeta non vi dispiaccia, cara contessa….
—Oh, a proposito,—interruppe Gioconda,—voi che lo chiamate sempre analfabeta, guardate qua, come sa scrivere bene….
—Ah, è capace di fare la sua firma?—esclamò Ariberto.
E prese la lettera che Gioconda gli porgeva e la volse e la rivolse: una calligrafia verticale, alta, precisa come uno stampato; la calligrafia d'un uomo risoluto e tenace.
—Bene!—seguitò Ariberto.—Che cosa vi scrive: che vi ama?…
—Che mi ama lo so già, senza che me lo scriva,—rispose crudelmente Gioconda, per irritare Ariberto.—Si scusa di non poter essere oggi dei nostri.
—Qualche appuntamento?…
La contessa diede in una risatina ironica.
—Volete farmi diventar gelosa anche di lui?—esclamò.—Ho detto ch'egli mi ama; non ho detto che lo ami io….
—Giuggiole!—fece Ariberto.—Non lo direte mai!…
—Insomma, devo esser gelosa, per farvi piacere?
—No: per farmi piacere, dovreste metterlo alla porta….
—Ariberto, Ariberto,—disse Gioconda in tono di rimprovero.—Voi passate il segno, voi mi offendete, credendo ch'io possa amare lui o chiunque altri….
Ariberto si piegò subito a baciarle la mano, in atto umile; tuttavia pensò ch'ella non era sincera e che fingeva benissimo….
Ma in quel punto sulla soglia del Grande Albergo comparve la figura asciutta e svelta di Nenni Forcioli.
—Ahi!—mormorò Ariberto.
La contessa mosse incontro a Nenni, con un'espressione di letizia, con un sorriso così limpido, che Ariberto fece girar tra le dita nervosamente il bastoncino d'ebano.
—Come mai?—ella chiese.—Io non vi aspettava più….
—Se volete, torno via!—disse Nenni ridendo.
—No, no, ve ne prego! esclamò Gioconda con involontario calore.—Sedete qui, accanto a me; oggi siete la pecorella smarrita.
—Ah Dio, siamo fritti; mi scambia i lupi con le pecore!—borbottò
Ariberto, chinandosi un poco verso Vittorina.
—Sono andato all'appuntamento,—spiegò Nenni. Ho sbrigato tutto in venti minuti e con l'automobile sono corso qui.
Non una parola di più. Nenni Forcioli sapeva fermarsi a tempo. A qual pro aggiungere una frase galante? I fatti parlavano per lui, e Gioconda era intelligente.
Ariberto se ne andò prima degli altri. Egli pensava che Nenni, quella canaglia abituata alle scaltrezze della scuderia, poteva anche avere inventato l'appuntamento per dar risalto alla premura di sbarazzarsene e di giungere in tempo da Gioconda.
—È il padrone!—disse Ariberto a sè medesimo.—Furbo e ostinato.
E da quel giorno volse tutta la sua attenzione su di lui, ma non vide nulla; Nenni sembrava non avanzare punto nella simpatia e nella dimestichezza con Gioconda; sembrava anche non impensierirsene e non tentare niente per ottener da lei qualche piccolo privilegio, qualche leggero vantaggio sugli altri.
Ariberto vide invece che avanzava molto Vittorina verso Folco.
Vittorina aveva finito, impaziente e capricciosa, per pregare Folco d'essere più assiduo.
Folco s'era acconciato a soddisfarla e non mancava più alla tavola di Vittorina; di là poteva osservare l'armeggio, il gareggiare dei suoi amici intorno a Gioconda. In verità, non credeva tanto; non aveva mai sospettato che sua moglie fosse così stretta d'incessante assedio. Ella ballava ogni giorno, poco prima del tè, un valzer; e per ottener l'onore d'esserle cavaliere, era uno spingersi, un supplicare, un accorrere, che strappavano qualche sorriso ad Ariberto.
Nenni Forcioli non ballava, epperò non supplicava mai; stava egli pure a guardar gli altri, placido e curioso.
Tutto ciò mise una punta nel cuore di Folco. Non già che dubitasse di Gioconda, ma gli sapeva male ch'ella vivesse in quell'aria, tra quegli adulatori smaccati, ciascuno dei quali si credeva capace di farle perdere la testa e sperava anzi di giungervi, presto o tardi.
Spiaceva anche, a Folco, di dover notare che Vittorina Ornavati lo amava; ella era insistente, lo interrogava di continuo, lo pregava con un piccolo broncio geloso di non guardare sempre dalla parte di sua moglie. Folco doveva prestarsi a lasciarsi adorare, e ciò gli dava idea d'una grande ridicolaggine.
Vittorina, dopo tutto, era discreta: non chiedeva se non ch'egli le stesse vicino e che non fosse accigliato. Da tempo Folco appariva a tutti melanconico e taciturno, la sua fronte aveva una ruga precoce, le sue parole erano spesso ironiche; v'era un senso d'amarezza in tutto ciò che diceva, come se qualche cosa gli ribollisse dentro, gli lacerasse l'animo.
—Io non so comprendere:—gli osservò un giorno Vittorina.—Siete sempre sarcastico, mentre la felicità vi arride. Non è vero?
La felicità di Folco era un tema che Vittorina trattava di frequente, quasi per sondare, per assicurarsene.
Folco non rispose.
—Voi siete felice,—seguitò Vittorina,—e non potreste non esserlo. Giovane, colto, ricco, sano, possedete una moglie che tutti vi invidiano; la vostra bambina è deliziosa. Che cosa potete chiedere di più? E come mai siete sempre imbronciato?
Folco la guardò.
—Cara amica,—disse.
Esitò un istante, quindi proseguì:
—Forse anche a voi, a scuola, hanno raccontato la storia del giovane spartano….
—Che? Il giovane spartano? E chi era?
—Un giovane spartano aveva rubato una volpicella; e per non essere punito, poichè il furto era causa di gravissima condanna, egli nascose la volpe fra la tunica e il petto. Condotto innanzi al magistrato, sostenne di non aver rubato nulla; e mentr'egli si difendeva, la volpe andava rodendogli il petto e le viscere. Il giovane rimase impassibile all'atroce dolore; fu liberato, ma morì poi per lo strazio che la volpe aveva fatto delle sue carni…. Spero abbiate compreso, cara amica….
—Oh, sì, ho compreso benissimo,—esclamò Vittorina.
Ma non aveva compreso nulla; e quella sera medesima ella disse a suo marito:
—O Celso, che cosa significa questa storia della volpe di Sparta?…
—La volpe di Sparta?… Non ne so nulla io….
Allora Vittorina ripetè a Celso il racconto che le aveva fatto Folco.
—Mah!—osservò Celso.—È un racconto simbolico. Vorrà dire che anch'egli è rôso da qualche dolore segreto, da qualche volpicella che ha voluto prendere a dispetto degli altri….
Vittorina tacque: stavolta aveva compreso davvero.
Celso era per andarsene, quando tornò indietro.
—Bada però,—aggiunse,—che la storia del giovane spartano è una frottola, come tutta la storia greca…. Non vorrei che tu t'impressionassi per la morte di quel ragazzo….