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La volpe di Sparta

Chapter 18: INDICE.
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About This Book

The narrative opens with a vivid department-store scene in which Vittorina Ornavati seeks her trusted clerk but is served by the polished Filippeschi, whose refinement unsettles her and contrasts with her distracted husband Celso. The story traces shifting affections and small domestic rivalries as characters move between public commerce and private rooms. Through close observation of manners, shopping rituals, and ironic social exchanges, the work examines vanity, the appeal of outward refinement, marital inattention, and the subtle misunderstandings that shape loyalties and social standing.

XI.

Indizii.

Il lussuoso appartamento che, al ritorno da Stresa, Folco Filippeschi aveva fatto addobbare, fu aperto a ricche feste.

Cessato col lutto l'obbligo del silenzio e del riserbo, Gioconda voleva divertirsi come conveniva alla sua età e come le permetteva la sua alta posizione sociale.

Le feste di casa Filippeschi erano molto frequentate; i corteggiatori crescevano di numero, non soltanto per la fama di bellezza che la contessa godeva, ma per la rinomanza della sua virtù.

Alcuni celebri bellimbusti le stavano intorno, animati dal cieco istinto malvagio di distruggere quella virtù, di calpestare qualche cosa di sacro.

Gioconda era imperturbabile.

Tra gli assidui contava i vecchi amici e li prediligeva: Celso e Vittorina Ornavati, Ariberto Puppi, Nenni Forcioli. Il quale da tempo andava dicendo che doveva recarsi a Parigi per comprare cavalli, e il momento infatti era buono. Ma non si muoveva.

Aveva egli solo trovato la maniera giusta di far la corte a Gioconda. Non le diceva alcun complimento, quasi fosse cieco alla sua bellezza, ma le provava coi fatti che per lei trascurava i più pressanti interessi, mutava abitudini, non reggeva a viverle lontano. Era un corteggiamento serrato ed efficace, del quale nessuno poteva avvedersi; anzi, osservando che per Gioconda non aveva mai una parola che non fosse comune, una premura che non fosse convenzionale, gli amici giudicavano Nenni un orso.

Ariberto Puppi soltanto non si lasciava cogliere a quelle apparenze.

Aveva notato che la contessa, impassibile con tutti, sembrava un poco nervosa quando Nenni tardava. Una sera, durante un ricevimento, nell'attraversare la serra, Ariberto aveva veduto la contessa passare in fretta: seduto sopra un divano di vimini era Nenni Forcioli; e la contessa gli aveva dato la mano a baciare. Di certo ella non aveva attraversato la serra che allo scopo di veder Nenni e di lasciare ch'egli posasse a lungo sulla sua mano le labbra ardenti.

Ariberto fece in tempo a ritrarsi; e imbattutosi con Folco, gli disse bruscamente:

—Tu sai che la donna vuole un padrone?

Folco lo guardò.

—A che proposito?—domandò sorpreso.

—A proposito di niente. Ma la donna vuole un padrone.

E come ritornello, modulò tra le labbra:

—Un pa-dro-ne, un pa-dro-ne!

Folco sorrise: le bizzarrie di Ariberto lo divertivano; lo osservò mentre si allontanava, stretto nella marsina, appoggiandosi un poco al fragile bastoncino d'ebano.

Venivano in casa anche il padre e la madre di Gioconda, il signor Piero e la signora Delfina. Ma non ai trattenimenti: si sarebbero sentiti in qualche impaccio, tra tutti quegli eleganti e quelle dame, non sapendo bene gli usi mondani. Essi venivano a vedere i preparativi, le tavole ornate di cristalli multicolori, con gli argenti di casa Filippeschi, antichi e pesanti. Quella ricchezza li abbacinava.

—È cosa stupenda!—diceva Piero.—Tu sei veramente fortunata, figliuola mia!…

—Ti rammenti quando scrivevi a macchina, sotto dettatura? E il salottino era freddo e bisognava tener la lampada a mezza luce per fare economia di petrolio?

Gioconda tacque al ricordo che le portava innanzi sua madre.

—Ora sei felice,—seguitò questa.—Giovane, bella, ricca, godi tutta la tua libertà….

Eran le parole che Vittorina Ornavati aveva detto a Folco.

—La mia libertà!—ripetè Gioconda.

—Oh certamente! Io potrei uscir la mattina e tornar la sera, e Folco non mi domanderebbe dove sono stata….

—Grande fiducia, grande stima,—spiegò il signor Piero.—E te la meriti!

La contessa non volle ribattere.

—Vedete qua,—ella soggiunse.—Quando ricevo una lettera, la lascio sul tavolino, sulla sedia, dove il caso vuole. Non c'è pericolo che Folco ne guardi nemmeno la soprascritta.

—Grande stima! ripetè il signor Piero.

Gioconda alzò le spalle. Non poteva non pensarla diversamente; e le pareva ridicolo ch'ella non avesse a temer nulla da suo marito, potesse essere anche imprudente con lui, mentre doveva guardarsi da Ariberto Puppi.

La presenza assidua di costui cominciava ad infastidirla. Era un amico, ma un amico ingombrante, che aveva occhio a tutto, che solo aveva letto nel cuor di lei, che sembrava vigilarla da tempo e col suo contegno riservato le esprimeva un muto rimprovero, quasi uno stupore doloroso.

Egli aveva còlto più d'una volta, involontariamente, la contessa e
Nenni Forcioli mentre parlavano sottovoce.

La contessa e Nenni si cercavano. Per lui ella aveva ripreso amicizia con certe famiglie presso le quali era certa d'incontrarlo; ed egli per lei non mancava a una festa, sebbene di solito per lo passato se ne astenesse, perchè non ballava e non poteva divertirsi; piccole gradazioni, che allo sguardo penetrante d'Ariberto non andavano perdute.

In quei trattenimenti, la contessa e Nenni non avevano occasione di star molto insieme; tutt'al più giuocavano a bridge allo stesso tavolino. Ma nessuna festa finiva senza che il Forcioli trovasse maniera di parlare a Gioconda brevemente, con frasi rotte, con emozione; e quantunque Gioconda non rispondesse, si allontanava sempre un poco pallida e turbata.

—Uhm!—andava dicendo Ariberto a sè stesso.—Dov'è Folco?…

Folco era, come le leggi mondane esigono, dappertutto fuor che presso sua moglie; non si vedeva al fianco di lei se non per accompagnarla alla festa e ricondurla a casa.

La contessa era mutata. Si occupava poco anche della piccola Lillia. Cercava con avidità di distrarsi, non come una volta, per vedere ciò che non aveva mai veduto, per inebbriarsi di lusso e di rumore; ma come per isfuggire a sè medesima, a un pensiero che la incalzasse, a una tentazione che la circuisse. C'era qualche cosa nella sua vita che le stava sopra e la perseguitava.

Un giorno, mentre prendeva il tè in casa Filippeschi ed era presente anche Folco, Ariberto notò che Gioconda non aveva più il suo bel rubino col motto.

—Forse l'avete perduto?—chiese ingenuamente.

La contessa arrossì.

—No, non l'ho perduto,—balbettò.—Si è guastato e l'ho dato ad aggiustare.

Poi, volgendosi a Folco:

—Non volevo dirtene nulla, per timore che tu mi sgridassi.

Folco sorrise, indulgente. Ariberto si scusò.

—Ho commesso una goffaggine, contessa!… Già, è vero: bisogna pensar dieci volte prima di parlare, e poi…. stare zitti.

Ma la goffaggine, secondo Ariberto, l'aveva commessa Gioconda con la sua risposta. Come, l'anello di rubino si era guastato? Ma si trattava d'un solo grosso rubino, senza contorno di brillanti, senza decorazioni d'alcun genere. Un rubino non si guasta: c'è o non c'è. Piuttosto, Nenni Forcioli aveva espresso il desiderio che l'anello col motto non ci fosse più; e Gioconda aveva obbedito.

—Non ha torto,—pensò Ariberto sarcastico.—Ormai il motto si può lievemente modificare: «Trois étions….»;

L'indomani l'anello ricomparve sul dito di Gioconda. Non era più «guastato», o miracolosamente il gioielliere aveva riparato il guasto in un soffio.

—Uhm!—disse Ariberto a sè medesimo. E gli parve che Nenni Forcioli fosse di cattivo umore; poi, sul finir del ricevimento, Gioconda gli disse alcune parole sottovoce: spiegava; e Nenni Forcioli si rasserenò.

XII.

Il padrone.

Miss Mary Garnett, la governante, inglese, venne ad avvertire la contessa che la piccola Lillia non voleva alzarsi: era molto rossa in faccia, e miss Mary Garnett temeva avesse la febbre.

Gioconda stava facendo colazione con Folco nella piccola sala da pranzo di puro stile veneziano del decimottavo secolo; era la sala a cui non accedevano invitati. Gioconda la preferiva alla grande, di stile fiorentino, vasta, magnifica, un po' tetra. Gli specchi veneziani chiusi in cornici di pallido oro riflettevan le imagini come attraverso un velo; i mobili eran ricoperti di stoffe antiche dal color bigio stinto. La piccola sala aveva qualche cosa di raccolto, dava un senso di intimità silenziosa, che, nella città dai rumori incessanti, era incantevole.

Da poco avevan recata la posta.

—Queste sono per te!—aveva detto Folco, consegnando a Gioconda alcune lettere.

E mentr'egli leggeva quelle che portavano sulla busta il suo nome, Gioconda apriva con un tagliacarte sottilissimo le sue, quasi tutte di donne; una sola con calligrafia maschile, alta, verticale, precisa come uno stampato: la calligrafia d'un uomo risoluto e tenace.

Non appena udì ciò che miss Mary Garnett le riferiva, la contessa gettò le lettere aperte sulla tavola e si alzò precipitosamente.

—Vado a vedere!—disse a Folco.—Spero non sia nulla. Stanotte stava benissimo.

—Non sarà nulla,—confermò il conte.—Miss Mary Garnett è sempre pessimista.

Gioconda uscì.

Folco seguitò a leggere; poi sbadatamente gettò le lettere su quelle di Gioconda; volle riprenderle, separarle. I suoi sguardi caddero sulla calligrafia verticale, alta, precisa, e percorsero le prime linee:

«Oggi alle tre vi attendo. Venite a questo primo convegno, ve ne supplico con tutta l'anima. Esso vi proverà che non avete nulla da temere in casa mia».

Folco si passò la mano sul volto, quasi credesse di sognare, poi si fece pallido, bianco, si levò in piedi, e gettò un grido rauco.

In quel punto. Gioconda tornava.

Prima ch'ella interrogasse, Folco avvertì:

—Ho urtato con la caviglia contro un piede della tavola; ne ho sentito un dolore acuto. Come sta la bambina?

Gioconda era inquieta.

—Non sta bene,—annunziò.—Temo anch'io che abbia la febbre. Te ne prego: manda a chiamare subito il medico.

E uscì. Folco si avviò per telefonare immediatamente al medico di casa. La contessa tornò indietro a prendere la sua corrispondenza.

La piccola Lillia dormiva in un letticciuolo bianco presso il letto della mamma; questa la udiva durante la notte; non aveva mai voluto affidarla ad alcuna governante, sebbene miss Mary Garnett fosse prudente e seria.

Folco trovò Gioconda curva sul visino di Lillia; era in tutto il volto della contessa un'ansia trepida, uno smarrimento, che la faceva quasi irriconoscibile. Anche Folco si chinò a guardare la bambina, la quale teneva gli occhi chiusi, e un breve lagno le sfuggiva di tra le labbra.

Il medico venne, studiò Lillia con attenzione, poi si rivolse alla contessa:

—La febbre non è alta. Credo si tratti d'una semplice indisposizione.

Folco vide una maschera di dolore arcigno cader dal volto di Gioconda: i colori le tornarono alle guancie, la luce agli occhi; le sue labbra sorrisero.

—Ora la lascino riposare,—consigliò il medico.—E Lei, contessa, non abbia timore.

S'allontanarono. Folco non disse parola. Il dottore scrisse una ricetta e promise che sarebbe tornato.

—Venga alle due,—pregò Gioconda,—perchè alle tre ho un appuntamento.

Folco rattenne a fatica un guizzo.

Quando il medico si fu congedato, Folco domandò con indifferenza:

—Hai un appuntamento alle tre?

—Sì,—confermò Gioconda.—Non si tratta che di combinare con la contessa Stefani quella fiera di beneficenza…

Folco non obiettò nulla. Non aveva mai udito parlar di fiera, ma poco gl'importava, sapendo benissimo dove e da chi Gioconda era aspettata.

Da chi? No: veramente egli non sapeva; quella calligrafia gli era ignota; si trattava d'un uomo ch'egli non conosceva o non aveva mai avuto occasione di scrivergli: qualche cacciatore di femmine, qualche libertino, che faceva il suo mestiere; il nome non contava. Folco si chiuse nel suo studio; era annientato dalla rivelazione.

Riudì all'orecchio il ritornello d'Ariberto: «La donna vuole un padrone: un pa-dro-ne!»

Gioconda l'aveva trovato: egli, Folco, non era capace di far da padrone; egli era un pover'uomo, un letteratoide, un ambizioso andato a male.

Rise beffardamente.

—Chi sa?—disse ad alta voce.—Chi sa ch'io non sia capace di far da padrone?

A tavola, verso mezzogiorno, scrutò Gioconda; fingeva di mangiare, ma tutto restava sul piatto; era irrequieta, distratta, nervosa. Folco notò che, contrariamente alle sue abitudini, bevve due bicchieri di Porto.

—Sei stato a trovare Lillia?—ella chiese.

—Sì,—rispose Folco.—Mi pare stia meglio.

E cominciò a discorrere. Sentiva dentro di sè un'allegria stravagante, una voglia di ridere, di scherzare, di correre, che veniva dall'incubo tremendo di quelle ore, dall'angoscia spaventevole ch'egli conteneva con tutte le sue forze.

Gioconda rispondeva appena, curvata sotto un pensiero troppo grave. Era il pensiero di Lillia? era il pensiero dell'appuntamento? Folco non avrebbe saputo rispondere: forse l'uno e l'altro le attanagliavano l'anima e pesavano tanto ch'ella non riusciva più a fingere. Verso le due, la contessa chiamò la cameriera e le diede ordine di prepararle l'abito per uscire.

Folco, il quale era presente, con un giornale tra le mani, alzò il capo.

—Sei sicura di poter uscire?—domandò.

—Ma certo,—ella rispose.—Non credi che Lillia migliori?

—Lo dirà il medico.

Gioconda si ritirò nella sua camera, e quando il dottore giunse, Folco vide ch'ella era vestita.

Indossava un abito nero, semplice, che le dava una grazia quasi di fanciulla, una bellezza nuova di riserbo e di verecondia. Gioconda osservò che Folco era pallidissimo e tremava.

—Non ti spaventare tanto,—ella disse.—Lillia sta meglio.

Folco guardò l'orologio.

—Sono appena le due e un quarto,—notò.—Il tuo appuntamento non è per le tre?

—Sì,—rispose pronta Gioconda,—ma non voglio far attendere. Più presto vado e più presto ritorno.

—Hai dato ordine d'attaccare?

—No: esco a piedi. Ho bisogno di scuotermi.

Dicevano queste parole sottovoce, accanto al letticciuolo, mentre il dottore andava misurando la febbre di Lillia e le apriva la bocca per osservare la gola.

—La febbre è salita!—annunziò.

Vi fu un silenzio. Il medico riprese a scrutare la bambina, si piegò su di lei, accostò l'orecchio al suo piccolo petto scoperto.

Non disse nulla. Scrisse una nuova ricetta.

—Tra due ore sarò di ritorno!—promise poi.

Folco guardò la contessa. La maschera di dolore le era nuovamente calata sul volto, dura e chiusa.

—Non vai all'appuntamento?—egli chiese.

La contessa tacque.

Folco si allontanò, passò il limitare del suo studio, aperse il tiretto della scrivania, fece scivolar qualche cosa nella tasca destra della giacca. Poi tornò presso il letto della bambina. V'era ancora, dritta in piedi, Gioconda. La veste nera, il pallore del volto, l'immobilità, facevano della bellissima giovane una figura tragica.

—Non vai all'appuntamento?—chiese Folco di nuovo.

—Non so!—ella rispose.

Ma d'un tratto si scosse, puntò l'indice al bottone del campanello elettrico.

—Portami il cappello e la pelliccia!—ordinò alla cameriera.

Folco ebbe un fremito che lo percorse da capo a piedi, mentre la sua mano s'affondava nella tasca della giacca.

Gioconda appuntò il cappello in testa. Folco vide che aveva un velo fittissimo, il quale avrebbe impedito di riconoscerla. Poi la contessa indossò il mantello.

Ma esitava; si scatenava una tempesta dentro il suo animo.

Folco ne seguiva ogni gesto, ogni movimento, con un'intensità non più dissimulata, con un'attenzione che gli raddoppiava il battito alle tempie.

La cameriera era uscita.

Gioconda si avvicinò a Lillia e le toccò la fronte. Stette ad ascoltarne il respiro affannoso e quel breve lagno che le sue labbra lasciavano sfuggire senza tregua. Allora, quasi con uno strappo, Gioconda si tolse il cappello di testa, gettò a terra la pelliccia.

—Non vado!—annunciò con voce risoluta.

Folco levò la destra dalla tasca, e gettando la rivoltella sul letto, disse freddamente:

—Fai bene!

FINE

INDICE.

  I. L'ombra della donna…. Pag. 1
  II. Il pretesto ……… 25
  III. Le due coppie …….. 48
  IV. Il pellicciaio ……… 70
  V. Memorie di ieri ……. 91
  VI. Tutta di qua …….. 112
  VII. La tempesta ……… 136
  VIII. Vicende ………. 153
  IX. Giornate fosche ……. 175
  X. La volpe di Sparta …… 203
  XI. Indizii ……….. 224
  XII. Il padrone ……… 235