IV.
Il pellicciaio.
Per Parigi non erano partiti lo stesso giorno del matrimonio.
Folco aveva desiderato restare in città, affinchè l'appartamento da lui scelto e addobbato in un quartiere quieto, lontano da genitori e parenti della sposa, parlasse poi, al ritorno dal viaggio di nozze, le parole dolcemente segrete di quei primi giorni d'intimità.
Tutti i congiunti di Gioconda abitavano un quartiere formato da una lunga distesa di case bigiognole o nere, bucate da finestre fitte, l'una accosto all'altra, sventrate da una ininterrotta fila di botteghe, botteguccie, taverne, ciascuna delle quali esalava il tanfo del suo traffico vecchio, di carname, di cuoio, di polleria, di vino, di dolciumi agri, di profumi economici.
Folco lo conosceva bene per quella gita quotidiana ch'egli faceva a visitar la fanciulla e la famiglia, e bene conoscevano Folco gli abitanti dell'una e dell'altra ala di strada, avendolo visto passar tutte le sere. N'era così sazio, vi si sentiva così straniero, che per sè e la moglie aveva preso in affitto un appartamento all'altro capo della città, in una via che essendo tra due di gran movimento, non aveva l'incomodo di troppo frastuono.
Le camere da letto guardavan sopra un folto giardino, avvivando per la quiete, la mitezza del verde autunnale, la maggiore ampiezza di cielo, l'illusione nell'animo di Folco d'essere lungi dal resto della città, e quasi, nei primi giorni, dal resto del mondo.
Folco non s'era ingannato. Sarebbe stato impossibile trovare una più cara amica, una più tenera amante di sua moglie. Ella era riuscita a togliergli dall'animo o almeno a calmare l'amarezza per l'inesorabile contegno della famiglia di lui.
La quale, prima ancora ch'egli confessasse, aveva saputo le sue intenzioni di matrimonio, perchè il signor Piero Dobelli aveva chiesto precisi ragguagli sullo stato finanziario di Folco, e Folco s'era dovuto provvedere dei documenti che gli occorrevano. Aveva saputo così che il giovane pensava di sposare quella…. come si chiama?… Dobelli Gioconda, scrivana o cucitrice, e gli aveva spedito incontro il marchese Corradino Àutari suo cognato.
A dirgli: che il padre non lo avrebbe per nulla diminuito ne' suoi diritti materiali; sdegnava di costringerlo con mezzi volgari, e pure sospendendogli ogni assegno, lo assicurava che non avrebbe ritoccato il testamento, il quale faceva al giovane larghissima parte nei beni mobili ed immobili di famiglia. Ma Folco riflettesse: sposando quella ragazza, non avrebbe mai più riveduto nè padre, nè madre, nè sorella; questi, dal giorno in cui egli avesse dato nome e titolo di contessa Filippeschi alla predetta Dobelli Gioconda, lo avrebbero pianto per morto.
La maniera generosa e insieme spietata con cui lo trattavano, colpì il giovane assai più che se i suoi si fossero mostrati piccini; lo chiudevano in una rete dalla quale non poteva districarsi, perchè nessuno, poste così le parti del dramma, avrebbe osato dar torto alla famiglia e ragione a lui. Grazie alla bontà liberale del padre, egli sarebbe stato un giorno per tutti il conte Folco Filippeschi, ricco e splendido; soltanto pei suoi, nel concetto segreto, nel giudizio inappellabile del cuore, era o matto o morto. Che rispondere?… Folco rispose ch'egli non poteva diversamente; che la sua era la parola dei Filippeschi, ed egli aveva dato parola.
Il cognato, Corradino Àutari, uom grosso di figura, ma sottile di tatto, aveva compiuto la sua ambasceria senza aggiungere e senza togliere, guardando in alto, intorno, come ripetesse una canzone imparata a memoria. Per suo conto pensava che c'era della esagerazione di qua e di là; che con un ragionevole ritardo da parte di Folco e con un bel gruzzolo alla famiglia di quei Dobelli, tutto si sarebbe accomodato. Ma erano idee sue; vedeva il padre e il figlio irremovibili; la testardaggine era il difetto di casa Filippeschi. E se ne andò pacifico com'era venuto.
Di tutto questo, Folco mise a ragguaglio la nuova contessa.
Ella lo ascoltava quasi con devozione, sempre, parlasse egli di casi della vita, o di arte, o di studi, o scherzasse. Pianse per lui, lo accarezzò, disse che amare era una grande sventura, che a lei si negava il conforto dell'affetto largito pure alle bestie.
Folco non poteva vedere il caro volto inondato di lagrime, i magnifici occhi velati, la soave bocca rattratta dal singhiozzo.
Aveva pensato più volte che sarebbe stato prudente non andare a Parigi, poichè l'assegno di casa gli veniva a mancare, e una trentina di migliaia di lire delle quali poteva ancora disporre sarebbero presto sfumate; Gioconda alla quale aveva confidato il savio proposito dopo il colloquio con Corradino Àutari, s'era mostrata subito contenta; rinunziava a Parigi ben volentieri, se la rinunzia poteva assicurare un po' di pace al suo Folco.
Ma questi, vedutala poi afflitta più giorni per le acerbe dichiarazioni dei Filippeschi, non aveva saputo tener fermo. Gli pareva di dovere egli darle qualche gioia, almeno una piccola soddisfazione di vanità femminile. Il matrimonio non poteva per lei esser tutto nell'accogliere le carezze del marito e nel cambiar di casa.
Non deve Folco, d'altra parte, continuare i suoi studi e compiere le ricerche alla Biblioteca Nazionale?
Per ciò insiste, prega, ottiene che la contessa muti ella pure d'avviso.
È così stabilito. Ella si dà subito a preparare il corredo pel viaggio; e canta, gaia, con gli occhi ardenti di piacere come il giorno in cui Folco le ha messo nel dito l'anello di rubino.
Un pomeriggio, tornando dalla passeggiata, Folco trova in anticamera parecchie grandi scatole sulla cassapanca, e seduti due ragazzi che le hanno portate. La cameriera gli spiega che la signora contessa ha mandato a chiedere del pellicciaio.
—Bene, bene!—disse Folco.
Oltrepassata la soglia del salottino, vede Gioconda, la quale prova innanzi allo specchio una giacca di martora. Sono, tutt'intorno, sulle poltrone, sulla tavola, a terra, molte altre pelliccie irsute, aggomitolate a guisa di belve, che mescolano forme e colori, bigio, nero, bianco, rosso di fuoco, argento, su cui la seta delle fodere mette riflessi di metallo.
Gioconda va speditamente incontro a Folco.
—Sto cercando—annuncia con un sorriso—qualche cosa che mi si adatti: una giacca o una stola. Che preferisci?
—Allora giungo a proposito?—Interroga Folco, allegro.
—Mandato dal cielo, amore mio, per consigliarmi….
Ma il conte ammutolisce d'un subito.
Da un angolo del salotto, dov'era curvo a disporre la roba già vista, si leva e si avanza con parecchi goffi inchini, il pellicciaio. È Carlo Albèri, il giovanotto impomatato, quel Carlo Albèri che ha negozio presso la casa dei Dobelli, voltato il canto, a sinistra; quella specie di pupazzo dal volto roseo e dal sorriso meccanico, che voleva sposare Gioconda.
Folco scruta lui, scruta Gioconda, interrogativo e accigliato: ma l'uno e l'altra, quasi non capissero nè imaginassero lo sdegno silenzioso del conte, appaiono imperturbabili. Carlo Albèri seguita a sciorinare stole, posandole cautamente sugli òmeri della contessa o aiutandola a infilar le maniche delle giacche.
—Ebbene,—riprende la signora,—che ti sembra?… Mi va?… Ti piaccio?
Girando sui tacchi, si mette a fianco del marito perchè la veda bene, e gli sorride intanto con gli occhi socchiusi: ha un gesto, coi capi della stola fra le mani, pieno di civetteria.
—No,—risponde secco il conte.
E, tentato dalla voglia di farsi capire, benchè il cuore gli dica che la tentazione non è degna di lui, si fa lecito di soggiungere a Carlo Albèri:
—No; cotesta non va! La tenga per la sua futura sposa….
—La mia futura?—esclama il pellicciaio col volto atteggiato a stupore per la frase malaccorta.—Non ci arrivo più, signor conte….
E con un sospiro che ha del rammarico, finisce:
—Sono ammogliato da quattro anni….
Gioconda dà in una limpida risata; getta d'un colpo la stola, ne prende un'altra dalle mani di Carlo Albèri, il quale attende quieto e grave alla bisogna.
Folco è stupefatto; così la contessa come il pellicciaio sono sinceri, lontani dal sospettare quel che gli passa pel capo; ella ride, egli è tutto in pena tra l'ammucchiar la roba guardata e il metterne innanzi della nuova. La scena è tanto semplice, che il conte si domina, sorride a Gioconda, le consiglia di buon grado l'acquisto di una stola e d'un manicotto di zibellino per tremila lire all'incirca.
Ma quando Carlo Albèri, chiamati i ragazzi a riporre il tesoro, prende congedo con inchini più rilevati, camminando fin sul limitare a ritroso, Folco gli ripete:
—Davvero, Lei è ammogliato da quattro anni?…
—Il signor conte non può dubitarne,—conferma il pellicciaio un po' scosso da tanta insistenza.—Tutto il quartiere dove abito lo sa: quattro anni, cinque fra pochi mesi….
—Non me dubito,—conclude persuaso il conte.—Domandavo, perchè Lei mi pare molto giovane….
Carlo Albèri se ne va, orgoglioso dell'inaspettato complimento; e non appena l'uscio gli si è chiuso alle spalle, Gioconda cinge delle braccia il collo del marito.
—Sei stato molto gentile, a farmi così bel regalo!
Ma come presa da un'idea repentina, si stacca da Folco, e ride ancora.
—Quel povero Albèri!—esclama.—Perchè domandargli se è ammogliato? È rimasto a bocca aperta, e avrà creduto che tu voglia rapirgli la sua perla!
—La conosci?—-interroga Folco.
—Oh sì! La signora Albèri ha i capelli di stoppa rossi ed è tonda da tutti i lati…. Non credo ti convenga!
Folco notando il tono leggero e schietto con cui parla la contessa, l'attira a sè nuovamente e la bacia sulla bocca.
È sincera.
E per lungo tempo il conte non osa più fare allusione a quell'episodio: gli brucia dentro, gli torna crudele alla memoria, lo irrita, lo umilia.
Chi lo ha giuocato mediante la commedia del probabile fidanzamento della fanciulla col pellicciaio? La signora Delfina o il signor Piero? o l'una a istigazione dell'altro? Presolo in trappola, abusando della sua facile impressionabilità giovanile, lo han condotto lemme lemme a sposar la loro figliuola; del che è ben lieto, nonostante i dissapori colla famiglia e le gravi conseguenze economiche.
Ma perchè dubitar delle sue intenzioni leali, trattarlo da gonzo e costringerlo? Così i bassi mercanti di minuterie e di similoro si destreggiano sulle fiere con l'uomo di campagna; gli danno a credere che se non compera subito, al prezzo domandato, verrà un altro, pronto a dare di più; e il campagnuolo truffato ride melenso al pensiero che ha per poca moneta ciò che gli altri cercano invano per molta.
Folco Filippeschi tacque: sentiva un ritegno delicato anche verso la moglie, la quale apprendendo le miserabili giunterie ond'ella gli era stata profferta e quasi gettata tra le braccia, ne avrebbe arrossito per sè e per i suoi.
E Folco non avrebbe forse parlato mai più di quel molesto episodio.
L'amore voluttuoso e tenero di Gioconda lo ripagava d'ogni malinconia.
Ma a Parigi ella è come ebbra di gioia, di fracasso, di luce, di vanità, d'impazienza, di stupore: gli spettacoli si susseguono; non v'è tempo a gustarli tutti. Quella vita, così lontana dalla sua vita di fanciulla piccola borghese, ch'ella non poteva figurarsela se non con un sorriso di desiderio rassegnato, ora le sta intorno, la tocca, la trascina, la fa sua.
La strada pulsante, coperta di folla, annegata in un fragore interminabile che sale, irrompe nelle case, con le voci rauche imperiose delle automobili o il rimbombo sordo di grossi orrendi veicoli, sembra eccitarla quasi fosse diffusa nell'aria un'essenza di febbre che le penetra per tutti i pori. La contessa non vorrebbe riposare per non perdere un'ora; anche dall'albergo guarda di tratto in tratto le luci fantastiche che trapelano di là dalle cortine alle finestre; giù è l'onda fitta, nera della folla, corteo senza fine; ai lati e in alto bruciano tutti i colori, dalla sommità delle case ai piedi delle botteghe; nel mezzo quattro file rapide di carrozze e di automobili. Passerà ella pure tra quella tempesta di fracasso, per quella via ampia su cui ondeggia un fumo, una nebbia? forse più lontano, laggiù, dove la luce si diffonde come una striscia bianca all'orizzonte?…
Folco prende parte alla felicità della giovane; è felice egli pure della ingenua gratitudine ch'ella gli dimostra.
Gioconda spedisce ogni giorno un diluvio di cartoline e di vedute alle sue amiche: viene da gente oscura, vive tra la luce; desidera che quella gente sappia di qual luce viva e qual'è la sua gioia.
Folco osserva, lasciando che si sbizzarrisca. Gli pare un poco strano ch'ella si senta ancor legata al mondo da cui l'ha tolta e che ne voglia eccitar l'incanto o l'invidia: non ha saputo ancor formarsi l'animo del presente, obliando i giorni di dubbio, di attesa, di miseria. La contessa Gioconda Filippeschi manda cartoline a un capo fabbrica, alla moglie di un tramviere, alla figliuola di un bollatore di lettere. Folco osserva e non dice nulla.
Ma la contessa ha la preferenza per la madre: le scrive quasi quotidianamente, narrando le sue giornate; è ancora sotto il dominio di quella scaltra donna che ha fatto la fortuna della figliuola grazie al raggiro e la perfetta grazia della menzogna. Folco non può dimenticarlo.
Una sera vede la contessa a tavolino, con la penna nella destra, come di solito.
—Scrivo alla mamma,—ella spiega.—L'avverto che andiamo a Versailles domani, perchè le sue lettere non abbiano a perdersi.
—Sarebbe una vera disgrazia!—ribatte Folco ironico.—E poichè le scrivi, dovresti dire a tua madre che non c'era alcun bisogno di mentire per costringermi a sposarti. Ti avrei sposata lo stesso.
Gioconda, già stupita del tono insolito con cui parla suo marito, abbandona la penna, e chiede:
—Che significa?
—Era inutile,—spiega Folco,—la storiella di Carlo Albèri: che se non ti avessi sposata io, ti avrebbe sposata lui.
La giovane si leva di scatto.
—Questo, ti hanno raccontato? Chi ti ha raccontato questo?
—Tua madre; per poco io non prendeva a schiaffi quell'innocente pellicciaio disgraziato….
—Che vergogna!—esclama Gioconda.—Perchè mentire così?
—Lo domando anch'io: perchè mentire così?—ripete Folco ridendo.—Si credeva forse che io ti avrei sposata per gelosia di quel pover'uomo? Come si è potuto pensare di costringermi con uno stratagemma ridicolo?… Io ti sposava perchè ti volevo, perchè ti amavo davvero.
Gioconda, volte le spalle alla tavola, piange a capo chino.
Folco, pure sentendone dolore, vuole dir tutto il suo pensiero e non tornar daccapo un'altra volta.
—La cosa in sè,—aggiunge prendendo posto in una poltrona e attirando sulle ginocchia la giovane, la quale reclina il capo sulla spalla di lui e lo ascolta,—la cosa in sè non ha nulla di grave; ma rivela che i tuoi non rifuggono dall'inganno, e ciò mi dispiace. Io vorrei che tu non fossi un po' di qua e un po' di là; un poco mia e un poco di tua madre; un po' di ieri, un poco di oggi…. Mi comprendi?
—Vorresti che io fossi tutta di qua, tutta di oggi, tutta tua, insomma?—traduce Gioconda con un sorriso attraverso alle lagrime.
—Ecco!
—Hai ragione, ti domando scusa!—dice la giovane alzandosi.—Guarda: non scrivo più a quegli amici.
Straccia prestamente un mucchio di cartoline già pronte con l'indirizzo.
—Alla mamma scriverò più di rado,—promette, mandando la lettera a raggiungere le cartoline.
Si volta, sta pensosa a fissare suo marito, il volto del quale è ormai sereno.
—Del resto, sai?—dice, avvicinandosi quasi impacciata,—tutta tua sono stata sempre, anche quando ero un poco di là, un poco di ieri. Sono stata sempre tutta tua.
E sorridendogli quasi timidamente, si acquatta docile ai piedi di
Folco.
V.
Memorie di ieri.
Dalla fiumana di gente che batte il lastrico del boulevard des
Italiens da mattina a notte, sbucò una sera il marchese Ariberto
Puppi incontro a Folco e Gioconda; i quali passeggiavano pel piacere
della giovane che voleva sentire la folla.
La contessa lo notò subito. Camminava malcerto, quasi zoppicando, e aveva una figura secca ed elegante a un tempo che, vista una volta, non isfuggiva più all'occhio.
Gioconda lo rammentava bene, del resto.
Sul finire del pranzo di nozze, Ariberto Puppi le si era messo vicino, abbandonando la sua dama Giustina Baguzzi, parente di Gioconda, e aveva detto a questa mille graziose parole, facendola sorridere spesso, ridere qualche volta.
Era stato il solo, fra gli amici di Folco, che in quella baraonda di gente avesse tenuto il contegno adatto. Egli poteva prendersi lievemente beffe di Giustina Baguzzi o di qualunque altra signora caduta in quella riunione come una mosca nel latte; ma Gioconda Dobelli, fatta quel giorno contessa Gioconda Filippeschi, non era, non poteva, non doveva essere che la contessa Filippeschi, moglie di un gentiluomo suo amico: nessuno aveva diritto a chiedere perchè, nè a rammentar la mancanza di cinque secoli di nobiltà alla sua famiglia.
Il contegno di lui aveva tale espressione. Ariberto s'era occupato di Gioconda, pur dicendole parole futili e leggere, come s'occupava delle grandi dame di sua conoscenza. S'era messo francamente tra lei e il piccolo mondo di sua origine, dando con abile naturalezza una lezione di forma ai parenti e alle amiche di Gioconda e, insieme, agli amici suoi, venuti al convegno per divertirsi.
Questi avevano capito; intorno a Gioconda s'era formato un circolo di gentiluomini, la cui discreta, attenta galanteria aveva richiamata la giovane alla realtà felice dell'avvenimento e al suo giusto significato.
Ariberto Puppi era di dodici anni circa maggiore di Folco; di diciassette, esattamente, più vecchio di Gioconda.
Ella voleva considerarlo vecchio, senz'altro; aveva calcolato che poteva esserle quasi padre, un papà mandatole dal caso fortunato. Ma s'era dovuta subito ricredere.
La vita di Ariberto Puppi narratale per sommi capi da Folco in una di quelle ore di confidenza in cui è più caro il letto nuziale, non le parve candida quale a un vecchio si conveniva.
Egli correva troppo il mondo; lo si rilevava, del resto, dal suo stesso linguaggio: aveva veduto l'Europa intera, non una, ma dieci volte; contava amicizie maschili e femminili non soltanto a Bucarest come a Pietroburgo, ma nelle alte classi sociali, come tra la gente di teatro, nel mondo degli scrittori, della diplomazia, degli artisti celebri, come tra gli specialisti da caffè-concerto. Sapeva la storia d'infinita gente: aveva pranzato alla tavola d'Edoardo VII e cenato con Rosa Belcolore; parlava di politica, sempre tenendo l'occhio al retroscena, che valeva per lui il retroscena della Boite à Fursy; non si sapeva di prim'acchito quando nominava Jack o Dmitriew se intendeva parlare d'un ministro plenipotenziario o d'un ammaestratore di foche. Dei diplomatici e dei Re, delle ballerine e degli uomini politici, delle imprese di teatro e dei governi faceva tutta una cosa. Disegnava figure e profili, raccontava abitudini visti dal vero. Non c'erano giornali meglio informati di lui; ossia egli diceva quel che i giornali non potevano dire.
No, non era il papà.
Gioconda lo constatò con grazia, scuotendo il capo, dopo che Folco le aveva detto di lui ciò che credeva opportuno di dirle per suo avviso.
—È un vero peccato!—osservò la giovane.—Noi avevamo bisogno di un papà: il tuo non ci vuole, il mio non sa; siamo giovani e la vita è difficile: possiamo aver bisogno d'un consiglio….
—Un consiglio si può sempre chiedere a un amico,—rispose Folco sorridendo.—Io credo che Ariberto sia sincero quando dice che mi vuol bene.
—Allora sarà il tuo papà,—concluse la contessa.—Egli sarà il tuo papà.
E la notizia fu comunicata, prima di partire per Parigi, ad Ariberto
Puppi, il quale alzò le braccia al cielo con gesto di desolazione:
—Ma quali consigli posso io dare a vostro marito?—esclamò.—Egli veste benissimo e sa leggere un orario: io non vado più oltre. Figuratevi, forse lo sapete, che traduceva François Villon, e io ignorava anche l'esistenza di quel poeta. Non me ne importa nulla, ma ciò può darvi idea della mia coltura!
Ariberto Puppi aveva la debolezza di mostrarsi in tutto assai peggio di quel che non fosse: ignorante, pigro, volubile, nullo. Stanco un giorno della rinomanza di bell'uomo, s'era tirato addosso una grandine di mali finti, si era foggiato una maschera, s'era messo a camminare come una navicella in burrasca, appoggiandosi, quando non se ne dimenticava, a un bastoncino d'ebano.
Gioconda aveva appreso con infinito stupore che tutti quei mali e quegli inconvenienti di cui Ariberto Puppi si doleva, non esistevano affatto; egli voleva figurare come un uomo finito: altri hanno la vanità di figurare sempre gagliardi.
La contessa ne aveva riso.
—È dunque vivo?—domandava a Folco.
—Vivo, vivo!—assicurava Folco.—Non ha mai avuto un giorno d'emicrania.
—Se hai molti amici come Ariberto, puoi aprire un manicomio….
—Esemplare unico!—definì Folco.
—Credo che finirà per essermi odioso!—riflettè la giovane.
Ma quando lo vide quella sera sbucar d'un tratto dalla fiumana di gente che batteva il lastrico del boulevard, ella sorrise amichevolmente.
—Dove andate?—chiese Ariberto, quasi si fossero lasciati un'ora prima.
—Io vado a dare un'occhiata ai balli russi. Prendiamo un taxi; sapete che non posso camminare.
—Puppi!—gridò Gioconda, piantandosi sul marciapiede.—Non cominciamo! Se volete essere il papà di Folco, non dovete più parlare dei vostri malanni da burla.
—Io non parlerò più dei malanni,—consenti Ariberto,—ma devo confessarvi che non ho mai pensato a essere il papà di Folco…. Che cosa me ne farei? perchè volete darmi questa afflizione morale in cambio delle afflizioni fisiche?
—Vi teniamo in serbo,—disse Gioconda,—pel giorno in cui avremo bisogno di consiglio.
—Ma che? per darvi un consiglio, occorre sollevare cento chili a braccio teso? sospendere in aria coi denti l'omnibus del Giardino delle Piante?—domandò Ariberto spaventato.
La contessa rise dagli occhi e fece spallucce.
Non poteva serbare il broncio a un così buffo amico; quella sera si divertì molto; i suoi sguardi quasi trepidi erano per Folco; di tanto in tanto gli cercava la mano, perchè non si allontanasse pur col pensiero; non pareva contenta s'egli non rispondeva col sorriso al sorriso di lei. Ma rideva assai volentieri alla parola e alle osservazioni di Ariberto; discuteva animatamente con lui sulle donne che vedeva intorno e sul loro modo di vestire e di comportarsi.
Verso la fine dello spettacolo, Ariberto era stanco.
Abituato a vivere con gente che viveva la sua stessa vita e non aveva nè domande da rivolgergli nè scoperte da fare, il marchese Puppi si stupiva della garrulità di Gioconda, del suo chiedere incessante, del suo facile maravigliarsi, di quella curiosità tutta femminile che vede due, tre cose alla volta e trova due, tre domande da metter fuori.
Egli rispondeva con minore attenzione: guardava a quando a quando una ballerina sul palcoscenico, dorata dalla nuca ai tacchi, la quale danzava con infernale rapidità una danza russa; e a quando a quando Folco Filippeschi al suo fianco; il quale appariva sereno, soddisfatto, l'animo riposato che gli traluceva dagli occhi senza ombre.
—Che bestia!—pensava Ariberto crudamente.—Se avesse sposato la ballerina laggiù, non avrebbe avuto più noie e più disagi che sposando questa ingenuissima e onestissima figliuola; col vantaggio che la ballerina non si stupirebbe di nulla, e questa invece passa la vita a stupirsi di tutto…. È una donna da fare, o meglio da rifare. Ci vorrà una bella costanza, povero Folco!…
In quel momento, Gioconda, come usava, toccò la mano di Folco e gli sorrise: Folco le sorrise. Nel cervello di Ariberto passò il dubbio, senza ragione, senza gradazione, che la giovane non fosse sincera. Dove aveva egli letto un profilo di donna, che sembrava far tutto quanto voleva il suo innamorato e faceva invece tutto quanto voleva lei?
—Maria Feodòrowna Petrowski,—disse Gioconda ad alta voce, guardando nel programma.
—La ballerina,—aggiunse distratto Ariberto.
Ma dove aveva letto quel profilo? andava chiedendosi.
Leggeva tanto poco, per abitudine, che non doveva essergli difficile rammentare una pagina. E la scovò infatti nella memoria. Aveva comperato le liriche del Villon e le aveva guardate qua e là, sbadigliando, tanto per sapere di che e di chi voleva occuparsi Folco Filippeschi; subito gli eran caduti gli occhi sulla pagina in cui il poeta parla con rancore della sua amante, l'ingannatrice docile.
Mentre i due, Folco e Gioconda, guardavan la scena, tornò a fissarli.
Era facile comprendere che il conte Filippeschi non vedeva nella contessa la donna, la moglie, la compagna, l'amica; vedeva la perfezione. Non aveva detto venti parole nella serata e lasciava parlar lei; la scrutava per sapere se godeva; era orgoglioso di leggere su quel volto piccolo e bruno l'espressione del piacere, stava attento ad ogni suo gesto, quasi per interpretarlo. La beveva, o si lasciava bere.
—E Villon?—chiese a un tratto Ariberto.
Folco sussultò come avesse udito lo sbatacchiar fragoroso d'un uscio alle sue spalle.
—Non dovevi lavorare intorno a Villon?—seguitò Ariberto.—Mi avevi detto, se non erro, che avresti cercato alla Biblioteca Nazionale ciò che ti occorre?
—C'è tempo,—rispose Folco.—Ora Gioconda deve divertirsi.
—Tocca alla contessa richiamarti al lavoro.—-osservò Ariberto, sorridendo per attenuare nelle parole il senso di rimprovero.
La contessa volse il capo lentamente.
—Io?—disse con indifferenza Ma subito si corresse:
—Io sarei felice di veder lavorare il mio Folco. Non m'importerebbe nulla di rimanere sola all'albergo se sapessi che Folco è alla Biblioteca o non ha tempo d'accompagnarmi a teatro.
—Un giorno o l'altro,—promise Folco piuttosto a sè medesimo che ad
Ariberto,—mi ci metterò.
—Quanto rimarrete a Parigi?—domandò Ariberto.
—Chi sa?—disse Folco.—Fin che fa piacere a Gioconda.
—Eh allora!—esclamò Ariberto ridendo.
Ma Gioconda gli lanciò un'occhiata insolitamente fredda.
Quei discorsi la rattristavano. Gli studi letterari di Folco le portavano il ricordo del salottino male illuminato da una lampada miserabile, le facevano risuonare all'orecchio il ticchettìo della macchina da scrivere, le spiegavano innanzi tutto il quadro dei giorni di timore. Aveva tanto sofferto per la speranza di innamorare il conte Folco Filippeschi, per lo spavento di vederlo sfuggire!…
François Villon non aveva oramai sulla sua anima se non il potere di risvegliar quegli echi dolorosi. La sera che aveva trascritto il Rondeau era stata seguita per lei da una tormentosa notte di dubbi, una delle tante notti in cui sognava a occhi aperti. Folco l'amava? L'amava davvero o si trattava d'un semplice capriccio? Era molto giovane: poteva allontanarsi, dimenticarla, incontrar più facili prede. Ed ella si comportava secondo prudenza, o doveva essere più ardita? continuare nel suo riserbo o svelare abilmente a Folco con un tremito, con un gesto, con una parola impensata, ch'era innamorata di lui?… L'alba si levava che la fanciulla non aveva ancor trovato riposo.
Poi di giorno le toccava ascoltar le discussioni tra sua madre e suo padre. Erano giunte da Perugia le informazioni su Folco Filippeschi, di cui il signor Piero aveva dato incarico a un amico. Eccellenti; magnifiche; insuperabili; un matrimonio di prim'ordine!… Folco sarebbe stato ricchissimo; apparteneva a una nobiltà la cui origine si perdeva nella notte dei secoli. Carattere mite; giovinezza pura; non si conoscevano di lui nè trascorsi, nè vizii, nè debolezze, nè amoretti; dedito interamente a' suoi studi; avido di gloria, ambizioso.
La mamma osservava, però, che i giorni passavano e che l'ambizioso non si decideva. Avrebbe voluto un poco più di civetteria da parte di Gioconda, di quella civetteria innocente, ignara, che è efficacissima; il suo riserbo la faceva parer fredda, non lasciava nemmeno capire se aveva o non aveva una simpatia per Folco, e Folco doveva trovare in sè il coraggio per due, se voleva fare un passo risoluto.
Il signor Piero opinava invece che il contegno di Gioconda non doveva mutare in nulla. Si fa presto a commettere un'imprudenza che poi si rammenta e si rinfaccia a distanza di anni. Occorreva che Folco Filippeschi si avanzasse lui, da solo; non avesse a pensare che Gioconda era in cerca d'un marito.
La fanciulla ascoltava umiliata quelle diatribe, accarezzando Dick aggomitolato sul suo grembo.
Finalmente un raggio di sole squarciava le cupe nubi di quei giorni; Folco le aveva offerto l'anello di rubino col motto. Tale una gioia rabbiosa s'era scatenata nell'animo della fanciulla, che, rimasta sola, aveva addentato l'anello, come si addenta una preda da troppo tempo covata con gli occhi. Tuttavia era stata ancora in dubbio, fino al giorno delle nozze, fino al ritorno dal Municipio e dalla chiesa: allora soltanto aveva sentito la tensione aspra dei nervi allentarsi; s'era abbandonata piangendo fra le braccia di Folco.
E non era finita. A Parigi, egli le svelava il raggiro stupido tramato da suo padre e da sua madre in silenzio: la storiella del probabile fidanzamento con Carlo Albèri, ammogliato da ben cinque anni! Ne aveva provato un subito rancore contro quei due: perchè non avvertirla, non consigliarsi prima con lei?… O che mai era ella, perchè si tentassero tutte le maniere di sbarazzarsene?… Poteva bene, bella, pura, intelligente, essere amata da un conte Filippeschi, senza chiuder questi in una rete di volgarissime giunterie.
I suoi l'annoiavano. Le scrivevano di continuo a Parigi pel denaro. Sapevano che Folco non sarebbe stato diseredato, ma sapevano pure che da casa non gli mandavano più un quattrino; e quanto sarebbe durata quella situazione penosa?… Che la ragazza—la contessa Filippeschi era tuttora e sempre in casa, la ragazza—ci pensasse, facesse economia, trattenesse il conte….
Gioconda da più giorni non rispondeva.
Il marchese Ariberto Puppi col rammentarle Francesco Villon e gli studi letterari di Folco, l'aveva inscientemente ripiombata in quei ricordi angusti; umiliazioni, trepidanze, volgarità, insonnie, lagrime: le liriche del poeta da capestro non le dicevano altro.
Si guardò rapidamente intorno; sbarrò gli occhi quasi per abbacinarli al torrente di luce artificiale che inondava il teatro. Le sembrò che tutte le donne le quali occupavano poltrone e palchetti, fossero sue amiche, pari a lei; forse ella era anche più su, nella scala sociale. Esse ignoravano Carlo Albèri, Dick, suo padre, sua madre, la lampada poco pulita, la macchina da scrivere; erano simpatiche, vestivano tutte benissimo.
Gioconda assorbiva con voluttà il presente per dimenticare il passato, per distruggerlo, perchè non osasse tornar mai.
—Folco,—disse, volgendosi a suo marito.
Desiderava prolungar le ore di godimento, che l'allontanassero sempre più dalla casa bigiognola con le botteghe respiranti il tanfo del loro traffico vecchio.
—Folco,—disse,—dopo lo spettacolo, vorrei cenare….
—Ma certo, certo,—rispose Folco.—Ho molto piacere di vederti così ben disposta.
—È una buona idea!—approvò Ariberto.—Vi condurrò all'Abbaye; siete mai stati all'Abbaye?…
Allora la giovane sorrise anche a lui, un sorriso mite di gratitudine.
VI.
Tutta di qua.
L'ondata del piacere le passò accanto e per poco non la travolse.
Vide in quella cena all'Abbaye la vita parigina notturna, il ritrovo in cui le dame straniere dan di gomito a quelle che non sono dame; notò le eleganze spinte fino alla soglia della stranezza; una folla di donne in abito scollato, di uomini in abito nero, uno spumeggiar di calici, una profusione d'argenti, un ondular discreto di musica invisibile; sentì un fiotto di profumi discordanti salirle alle nari, impregnarle vesti e capelli.
Mangiò poco; non bevve quasi nulla; fingeva d'ascoltare ciò che dicevano i due uomini, Folco e Ariberto, il primo dei quali non aveva occhi se non per lei, e l'altro non vedeva nulla perchè aveva visto troppe volte lo stesso spettacolo o spettacoli consimili.
Ma gli sguardi di Gioconda seguivano con curiosità ciò che avveniva a questa e a quella tavola; faceva gran fatica a non rivolgersi per guardare anche le scene che si svolgevano alle sue spalle. Constatò con ingenua maraviglia che Ariberto conosceva tutti; prima di sedere aveva chiesto il permesso di salutare alcune dame ch'erano a una tavolata non molto discosto, e aveva finito per trovare amiche e amici a tutte le tavole.
La contessa lo vedeva inchinarsi, baciar la mano dell'una e dell'altra, dir qualche parola agli uomini, sorridere: gli chiedevano chi era la giovane signora e il gentiluomo che cenavano con lui; gli occhi dei commensali si posavano su Gioconda discretamente, ma non così di sfuggita ch'ella non comprendesse che si parlava di lei; era soddisfatta; il suo nome correva tra quella folla in cui erano rappresentati quasi tutti i paesi d'Europa.
—Voi incontrate il favore mondiale, cara contessa,—annunziò Ariberto nel tornare alla sua tavola.—Se mi sono attardato un poco, la colpa è più vostra che mia. Non c'è stato uno, non c'è stata una, che non mi abbia chiesto chi è la magnifica dama che Folco e io abbiamo l'onore di servire. Perfino la duchessa di Rejkiavik, la quale ha il difetto di spregiar tutte le donne che non siano mostri, ha dovuto confessare che siete ammirevole.
—Folco, disse Gioconda ridendo,—hai udito? sei contento della tua piccola moglie?…
Folco levò il capo a guardare intorno, per vedere la folla degli ammiratori.
—Se ti fa piacere il…. come ha detto Ariberto?… il favore mondiale,—rispose poi,—io sono certo contento: ma non avevo bisogno d'un plebiscito di questo genere per volerti bene….
Ariberto comprese che Folco Filippeschi era piccato, e mutò subito discorso.
Gioconda intuì a sua volta che Folco rammentava il giuoco di casa Dobelli, l'arte di risvegliar in lui la gelosia; e si morse le labbra. Ella sapeva ormai che invece di aizzar la passione e l'amore, come avviene nel cuore di quasi tutti gli uomini, la gelosia spegneva l'una e l'altro nel cuore di Folco.
—Mostratemi la duchessa di Rejkiavik,—ella pregò Ariberto.
Questi, felice di trovare facile argomento a discorsi che potevano distrarre Folco dalla prima inquietudine, indicò a Gioconda la duchessa e via via i commensali più cospicui, da un re in incognito a un granduca russo, a un generale inglese, dalle attrici meglio note a quella Maria Feodòrowna Petrowski che un'ora prima ballava, tutta d'oro dalla nuca ai tacchi, l'infernal danza moscovita.
La cena si protrasse a lungo, servita da tre camerieri con una gravità la quale pareva invitare a considerare seriamente ogni portata nella sua bellezza complicata prima di gustarla.
Era notte tardissima, allorchè Gioconda metteva piede sul predellino dell'automobile per far ritorno all'albergo. Ariberto aveva preso congedo; intendeva prolungar di qualche ora la veglia con alcuni amici che lo avevano invitato alla loro tavola.
Ma appena furono soli nell'automobile e Folco le sedette al fianco,
Gioconda indovinò ch'egli era ostile, di malumore.
—Non ti sei divertito?—ella chiese.
—Poco. La folla che ti guarda m'indispettisce,—rispose Folco.
Gioconda gli prese la destra fra le sue piccole mani, e la tenne, in silenzio.
Egli si chinò a baciarla. Come per magia, il malumore e l'ostilità erano sfumati nell'animo di lui al solo contatto di quelle mani.
—Non badarci,—disse, quasi scusandosi.—Ti ho condotta a Parigi perchè ti diverta, e non pensare a me.
La contessa non rispose; guardava i boulevards, oscuri, a quella tarda ora quasi deserti, alcuni popolati da gente malvestita, che rasentava le case. La città non dormiva; era cessata la furia dei veicoli, ma serpeggiava la vita subdola della notte, ma quelle ombre che passavano erano indizio di convegni finiti o di convegni che principiavano; molti rettangoli di luce nelle case svelavano ore d'insonnia o di veglia, in attesa della luce nebbiosa dell'alba.
Gioconda inebriata da quel tuffo di vita mondana, pensava seriamente se non fosse stato possibile ottenere da Folco di rimaner per sempre a Parigi; forse, a poco a poco, non senza molta arte, non senza quella sommissione che vinceva nell'animo di Folco i più ragionevoli propositi.
Ella aveva dimenticato che i danari di Folco non potevano durare eternamente; s'illudeva sulla cifra, sul valore, sulle spese; forse ne aveva altri, Folco, dei quali non aveva parlato.
—Non andremo più all'Abbaye,—ella disse a un tratto.
—Perchè, se ti diverti?—obiettò Folco sorpreso.
La giovine volse il capo per nascondere un sorriso di vittoria.
Ariberto Puppi non comparve nè l'indomani nè i giorni successivi; mandò alla contessa un gruppo di orchidee e stette assente una settimana. Gioconda non disse nulla, ma fu inquieta. Quell'uomo conosceva Parigi come ella conosceva la sua piccola casa trafitta da misere finestrucole; era una guida sicura.
Sopra tutto piaceva a Gioconda quel vivere di lui accanto sempre, dentro spesso, alla grande vita internazionale di lusso; quell'udirlo nominar la contessa Filippeschi insieme alla principessa di Furstein, al granduca Vladimir, ai nomi più eletti che rappresentavano l'aristocrazia e la plutocrazia di tutto il mondo, la lusingava.
Finalmente Ariberto venne una sera a prendere «i suoi figliuoli», e andarono a teatro e cenarono.
—Ebbene,—chiese la contessa a Folco, tornando a casa e gettando la stola di zibellino sul letto,—non sono ora tutta di qua?
Rideva al pensiero che i primi giorni ella aveva osato spedir cartoline alla sarta, alla modista, alla moglie del fuochista o del tramviere. Il suo nome figurava ormai nel Figaro con quello di Folco tra i commensali più assidui dei ritrovi più eleganti.
—Sei tutta di qua!—ripetè Folco sorridendo.—Ora andiamo bene.
Tornò alla mente di Gioconda l'idea di stabilirsi a Parigi; ogni volta ch'ella si sentiva sfiorata dall'onda del tramestìo gaio, e poteva vivere la grande vita notturna, il suo cervello s'annebbiava. Era notata per la sua bellezza; ma pure accarezzando la sua ambizione femminile, gli omaggi e gli aggettivi dei giornali su quel tema non le bastavano. Voleva essere, come ella diceva, «distinta», fine, veramente signora.
E senza parere, studiava il portamento, l'atteggiamento, gli sguardi, i gesti delle grandi signore italiane, inglesi, russe, francesi, con le quali si trovava nelle sale dei teatri, nei luoghi di convegno alla moda. Non solo, in breve, non tormentava più Folco e Ariberto con una tempesta di domande attonite, ma sapeva apparir freddissima in pubblico, quasi indifferente agli spettacoli, come tutta la sua giovinezza fosse trascorsa nel fasto che non ha più nulla da desiderare, come ella tornasse da viaggi in cui aveva visto ogni cosa.
Così era «tutta di qua».
Folco se ne stupiva senza parlare; perchè non appena varcata la soglia della loro camera all'albergo, Gioconda traboccava di gioia, d'allegria, di spensieratezza; si accoccolava volontieri per terra, cantava a gola spiegata, sfrenava quasi selvaggiamente la furia delle domande; era per Folco solo, nella più soave intimità, la ragazza che camminava trasognata in un paese di incanti e aveva bisogno di aggrapparsi al braccio di lui per non vacillare.
Il marchese Puppi, il quale voleva bene davvero a Folco Filippeschi, e non sapeva ancora definire la contessa, oscillando a volta a volta fra i giudizi più contradditorii, seguitava a osservar la coppia: con curiosità Gioconda; con qualche timore Folco.
Egli non aveva potuto assodare se non che Folco Filippeschi era incappato fino al collo; buona cosa, giudicava Ariberto, in amore; temibilissima nel matrimonio. L'amore è breve: il matrimonio è eterno; l'amore è un episodio, il matrimonio è la vita; si può per un mese, per un anno rinunziare alla propria personalità, trascurare i propri interessi; non si può per la vita intera. Occorre che nel matrimonio l'uomo sia il padrone, quanto più gli è possibile amorevole e persuasivo; ma padrone.
Per ciò Ariberto Puppi non s'era ammogliato.
—È una «cuffia»!—egli disse a sè medesimo, per definire l'amore di
Folco verso Gioconda.
Una sera udì che un poco celiando, un poco da senno, la contessa avanzava l'idea di stabilirsi a Parigi; così abilmente, con tanta cautela, ch'egli rammentò certi topolini, i quali prima d'arrischiare una corsa alla luce sporgono il musetto, fiutano l'aria, drizzan le orecchie, volgono il capo di qua e di là; e non appena il silenzio e l'odore li rassicurano, via di galoppo, saltellando felici al sole, al vento.
—Perbacco!—si lasciò sfuggire Ariberto.
—Che cosa significa «perbacco»?—interrogò pronta Gioconda.
Ariberto si strinse nelle spalle ridendo.
—Non significa nulla!—spiegò.—Tocca a Folco dir l'ultima parola.
Folco non disse, e Gioconda non domandò.
Ma se Ariberto non riusciva ancora a capir bene lei, ella non riusciva affatto a capire Ariberto.
Era un amico? era un nemico? Proteggeva Gioconda o proteggeva Folco? a quale dei due avrebbe portato aiuto e consiglio in caso di dissenso? Sotto la squisitezza delle maniere signorili, Ariberto sembrava a Gioconda impenetrabile. Non appena si trattava d'esprimere un'opinione che avesse qualche peso, egli si distraeva con una sagacia diplomatica, la quale era riuscita a irritar più d'una volta Gioconda, d'una irritazione tuttavia ben dissimulata.
Quel «perbacco» significava «che sciocchezza!» o «che buona idea»? Non si sapeva. Negli occhi della contessa si accese un lampo d'ira, ch'ella non potè nascondere se non volgendo il capo subitamente.
L'indomani mattina, mentre Folco leggeva il giornale, aspettando che Gioconda si abbigliasse per uscire, fu telefonato al conte Filippeschi che il marchese Puppi lo attendeva nella sala di lettura per dirgli una parola.
—È Ariberto,—si volse Folco a Gioconda.—Che può volere?
—Ma!—disse Gioconda inquieta.
—Io scendo: tu mi raggiungi.
—Fra poco.
Nella sala di lettura, guardando alcune stampe inglesi, le quali rappresentavano scene di caccia a cavallo, Ariberto Puppi ruminava dentro di sè i pensieri che lo avevano deciso a quel colloquio. Vestiva in abito grigio, teneva sotto il braccio il cappello floscio, e, dimentico delle sue numerose infermità, aveva posato il bastoncino d'ebano sulla tavola nel mezzo della sala.
Andò con un sorriso amichevole incontro a Folco.
—Sei vestito per uscire?—chiese, scorgendo nella sinistra di Folco il cappello e il bastone.
—Sì; Gioconda mi deve raggiungere qui; andiamo al Museo Cernuschi.
—Ah, sta bene!
Sedettero su un divano; quindi Ariberto riprese:
—Io devo partir domattina per Londra; sono passato a salutarti, e mi riservavo di venire stasera a presentare i miei omaggi alla contessa….
—Mi spiace molto che tu parta,—rispose Folco.—Dispiacerà molto anche a Gioconda…. Ma tornerai presto, speriamo?
—Rimarrò a Londra un mese, almeno.
—Oh, allora ci ritroverai qui!—esclamò Folco.
—Davvero?—fece Ariberto.—Ancora un mese a Parigi?
—Che vuoi?—spiegò Folco.—Gioconda ci si diverte. Non hai udito che iersera parlava di stabilirci?
—Ti pare? Io ho creduto che scherzasse!—ribattè vivamente
Ariberto.—Perchè questa vita….
Si arrestò, quasi ravvedendosi a tempo.
—Ebbene?—interrogò Folco sorridendo.—Questa vita?…
—Mi permetti di parlarti con franchezza: non mi terrai il broncio?—domandò Ariberto.
—Ma te ne prego; so che tu mi vuoi bene; le tue osservazioni possono essere giuste o non giuste, ma sono certamente dettate dalla sollecitudine per me, per noi.
—Non conti,—incalzò Ariberto,—che io ho un'infinità d'anni più della contessa, più di te? Sono un vecchio.
—Pei vecchi il diritto della parola è sacro!—disse Folco ridendo. E così?…
—Ti dicevo che questa vita è dannosa alla contessa e a te; alla contessa perchè non le concede un'ora di quiete; a te, perchè non ti lascia far nulla.
Io credo che la contessa per la prima ne sia stufa e non osi dirtelo: oramai ha veduto tutto quanto di strano e di eccezionale la vita di Parigi può offrire a una signora; avete percorso rapidamente il ciclo; non potete che ripercorrerlo, due, tre, dieci volte, non so con quanto gusto….
Fece una pausa, guardò Folco per comprendere quale effetto sortivano le sue parole; ma il giovine a testa china disegnava con la punta del bastone imaginarii disegni sul tappeto.
—Per ciò credevo,—soggiunse Ariberto esitante,—che non vi sareste trattenuti ancora a lungo.
Folco levò il capo e, guardando dritto Ariberto negli occhi, interrogò:
—Tu mi consigli di andarmene?
—Non ho il diritto di consigliare,—rispose Ariberto prudentemente.
—Ma se ti chiedessi un consiglio?—fece il giovane.
—Allora ti direi che puoi anche rimanere, purchè non dimentichi lo scopo pel quale sei venuto qui, purchè tu tragga qualche profitto da questo lungo soggiorno.
—Ma non potrei più tener compagnia a Gioconda,—obiettò Folco.—Il giorno alla Biblioteca Nazionale; la sera a coordinare le notizie raccolte, a studiare e a leggere….
—Se non erro,—osservò Ariberto,—la contessa ha detto che sarebbe lieta di vederti lavorare e che nulla le importerebbe di rinunziare ai divertimenti quando ciò ti fosse utile.
—Tu credi?
—Perchè dubitarne? Bisognerebbe che io le facessi l'affronto di supporre che mentiva.
Seguì un breve silenzio, durante il quale Folco riprese a disegnar ghirigori sul tappeto; poi di nuovo alzò la testa e domandò:
—Lavorare, a che scopo?
—È una domanda molto delicata,—fece Ariberto, esitando di nuovo.
—Ti prego di parlare con franchezza,—disse Folco,—-di esporre tutto il tuo pensiero….
—Lavorare ti sarà sempre giovevole,—riprese Ariberto,—anche se non ti renderà danaro per ora. Ti sarà giovevole agli occhi della tua famiglia, della quale, io credo, ambisci la stima….
—Senza dubbio,—esclamò Folco.
—Tu ti sei messo contro i tuoi, a causa del matrimonio,—seguitò Ariberto.—I tuoi ti vedono a Parigi per più mesi, viver la vita elegante e dimenticare ogni giorno meglio i tuoi disegni di studio. Ciò non mi pare prudente da parte tua. Ben altro sarebbe il giudizio che farebbero di te, se sapessero che il matrimonio non ti ha distolto dai tuoi progetti, e che il tempo passato a Parigi non è stato tutto sciupato. Io ho sempre la speranza, perdonami se te lo dico, di vederti riconciliato coi tuoi e la contessa accolta come ella merita. Il tuo lavoro sarà un buon argomento in tuo favore, mentre l'ozio può non nuocere, ma certo non giova.
—Hai ragione,—disse Folco.
—Inoltre, seguitò Ariberto, incoraggiato dall'approvazione dell'amico,—presto o tardi avrai bisogno di danaro.
—Oh,—interruppe Folco,—non sarà un libro di studi critici o di profili letterarii che potrà darmi da vivere!
—E allora?—interrogò Ariberto.
—Lavorerò diversamente: farò un mestiere.
—Suvvia!—esclamò Ariberto stupito,—è molto…. è molto….
E non trovava la parola adatta, sufficientemente dolce.
—È molto originale ciò che tu dici,—seguitò poi. Come? Sei in procinto di guadagnarti da vivere facendo un mestiere, e ti balocchi a Parigi, tra cene e teatri? Ma se lo sapesse, la contessa per la prima te lo impedirebbe!… A me la vita di Parigi costa in media duecento lire al giorno.
—Noi siamo più modesti,—osservò Folco.—Finora spendiamo noi due ciò che tu spendi da solo; ma certo spendiamo troppo per quello di cui posso disporre.
—È un'altra ragione per deciderti a partire o per riprendere i tuoi studi,—ribattè Ariberto.
Folco si alzò e gli stese la mano.
—Ti ringrazio,—disse.—Non dimenticherò la prova d'amicizia che mi hai dato con le tue leali parole!
Stette un poco in ascolto, poi aggiunse:
—Te ne prego: non parlarne a Gioconda. Credo sia qui….
Si udiva infatti nel corridoio un lieve fruscìo di gonne sulla corsia azzurra.
Ariberto si piantò innanzi a una delle stampe inglesi, e accennando col bastoncino d'ebano, osservò ad alta voce:
—No, no, Folco; tu hai torto di credere che siano antiche. Se non erro, sono imitazioni; belle imitazioni senza dubbio, ma temo siano state colorate sulla tiratura in nero…. Oh, contessa, buon giorno! Sono venuto a portarvi il mio saluto….
La contessa ch'era apparsa sulla soglia, gli porse la destra da baciare; apprese che Ariberto doveva partire per Londra e se ne mostrò dolente; ma subito parve rasserenata:
—Un mese?—disse.—Soltanto un mese? Allora ci ritroveremo qui, perchè noi non abbiamo alcuna intenzione di andarcene. Non è vero, Folco?
Folco acconsentì con un moto del capo, e gettò un'occhiata ad Ariberto
Puppi. Voleva dire:
—Vedi?… Come si fa?…
VII.
La tempesta.
Gioconda rilevò non senza inquietudine che del colloquio abbastanza lungo con Ariberto Puppi, suo marito non le dava alcun ragguaglio.
Egli disse che avevan parlato d'arte, di stampe, aspettando lei; e Gioconda ebbe l'impressione che Folco non diceva il vero o non diceva tutto.
Perchè?
Osservato attentamente Folco, le sembrò pensieroso: che di tanto in tanto si scuotesse come per non essere sorpreso, ed esagerasse allora la sua abituale spigliatezza.
Perchè?
Le due domande urgevano. Gioconda sentiva d'essere sul limitare di un piccolo segreto, il quale le avrebbe dato la chiave anche dell'altro, della domanda che spesso si rivolgeva: Ariberto era un amico o un nemico? aveva su Folco un ascendente che giovava a lei o le nuoceva?
Tentò di cogliere Folco alla sprovvista. Chiese:
—Che cosa farà a Londra?
—Non so, rispose Folco.
—Come? non ti ha detto neppur questo?
—Non avevo il diritto d'interrogarlo.
—È vero, ma credevo ch'egli spontaneamente….
—Non mi ha detto nulla, forse perchè è facile comprendere che a Londra farà quel che faceva qui, cioè niente. Egli passa, del resto, ogni anno un mese in Inghilterra, ospite di amici….
—E delle stampe, che cosa ti ha detto?—interrogò bruscamente
Gioconda.
La domanda giungeva inaspettata.
Folco, alieno per educazione e per orgoglio dalla menzogna, non aveva facilità ad inventare; sentì che una vampa gli saliva alla fronte.
—Oh,—fece distratto,—abbiamo parlato così, in generale, a proposito di quelle stampe inglesi….
La contessa fu certa, da quel momento, che Folco mentiva.
Ariberto aveva parlato di ben altro, di cose tanto gravi e importanti che Folco non poteva riferirgliele esattamente. E che potevano essere, se non giudizii su lei stessa? Ella era certa che Ariberto non si sarebbe fatta lecita un'opinione men che favorevole, e che Folco non l'avrebbe ascoltata senza chiederne la ragione. Ma infine qualche cosa ci doveva essere. Il giudizio più ostile può essere abilmente larvato con la forma più cortese.
Ebbe uno slancio d'ira, quasi d'odio contro Ariberto. Il suo istinto femminile l'avvertiva ch'egli era un nemico: un temibile nemico perchè raffinatamente gentile.
Le tornò in niente la frase che la direttrice del collegio di monache presso il quale era stata educata i primi anni, ripeteva con frequenza: «È inutile uccidere un nemico; basta seppellirlo sotto i fiori».
Ariberto Puppi doveva essere della stessa scuola.
Gioconda aveva un carattere impetuoso, ch'ella vigilava con cura instancabile perchè non traboccasse; ma pur rimanendo giù, chiusi e frenati, l'impeto, l'ardenza del carattere vivevano sempre.
Al pensiero di poter essere stretta lentamente e implacabilmente nell'aura di veleno diafano che un abile nemico le seminava intorno, si sentì soffocare.
Già la docilità perfetta, l'arte di sommessione con cui riusciva a condurre Folco, le costavano ogni giorno un immane sforzo su sè stessa; un altro da disarmare con la stessa attenta cautela, con la stessa obliqua sagacia, l'avrebbe trovata esausta.
Andarono al Museo Cernuschi, ma non videro bene. Erano ormai ambedue nervosi; un'ombra pesante sembrava esser caduta fra l'uno e l'altra. Fecero colazione al Pré Catelan, ma parlarono poco; Gioconda sorrideva, e il suo pensiero era lontano; Folco tentava d'allacciare una conversazione, e il suo pensiero era lontano.
Mentre rientravano all'albergo il portiere si presentò ad avvertire che come gli avevano ordinato, aveva fatto notare due poltrone per lo Châtelet.
—Ah,—disse Folco, quasi sorpreso.—Sta bene. A che ora?
—Alle nove,—rispose il portiere.
Gioconda si domandò invano che cosa pensasse.
Le due camere da letto erano contigue, Gioconda udì che Folco apriva il baule; poi dal fruscìo capì che ne levava delle carte, e da un certo giro di chiave, che apriva una busta di pelle in cui eran chiusi i suoi manoscritti.
Ella conosceva bene quella busta. L'aveva tenuta in casa, da fanciulla, presso la macchina da scrivere, e ogni sera Folco vi aggiungeva una pagina di note o di traduzione. La busta sapeva la povera vita oscura d'altri tempi. Gioconda vi aveva, più di una notte insonne, posato il capo a piangere, l'aveva serrata al petto con furore, quasi la busta avesse contenuto, inesplicabile e misterioso, l'avvenire di lei.
Gioconda andò sulla soglia a guardare, stese le braccia nel vano, appoggiando le mani all'uno e all'altro stipite. Era un suo gesto abituale; avanzava il capo a sorridere e a chiamare Folco.
Ma non sorrideva quel giorno. Scorse Folco, il quale, volgendo le spalle, s'era messo a tavolino e rileggeva o annotava con una matita.
—Lavori? chiese la contessa.
Folco trasalì, come destato di soprassalto.
—Sì.—rispose, girando la testa a guardarla.—Lavoro un poco.
Gioconda avanzò di qualche passo.
—Lavorerai anche stasera?—seguitò.
—Se fosse possibile….
—Allora bisogna avvertire che le poltrone allo Châtelet sono libere,—disse Gioconda.
Folco si alzò, avvicinandosi a sua moglie. Aveva sentito nelle sue parole un malcontento, una freddezza, che gli riuscivano dolorosamente nuove.
—Ti dispiace?—interrogò.
—Non mi dispiace affatto,—rispose la contessa allontanandosi.
Aveva veduto sul tavolino la busta, le carte coi segni ch'ella odiava; tutta la sua vita brancolante di fanciulla povera dalla biancheria di cotone era balzata fuori come per magìa da quel baule, a rammentarle la cecità della fortuna.
—Ti dispiace?—ripetè Folco, seguendola.
—No,—disse ancora Gioconda, con la stessa freddezza.
E prese posto in una poltrona, guardando qua e là, fuor che in faccia al giovane.
Poi travolta all'improvviso dall'indole veemente che si svelava contro la sua stessa volontà, esclamò di scatto:
—Questo, ti ha detto Ariberto? che devi lavorare? che non dobbiamo andar più a teatro?… Perchè non mi hai riferito le sue parole? Egli deve aver detto qualche cosa anche contro di me….
Folco la interruppe con un gesto.
—Mi stupisco,—ribattè,—che tu possa anche semplicemente supporlo.
Ariberto non ha avuto per te se non parole d'ammirazione e d'amicizia.
E tu puoi credere che io avrei permesso una frase non deferente, non
gentile?
—E sia!—riprese la contessa.—È stato deferente, gentile, amico, ammirativo, tutto quello che vuoi. Ma perchè hai taciuto tutto ciò che ti ha detto? Perchè mi hai inventato le bugie più puerili? Credevo tu avessi compreso che fremo, da stamane. Non per le opinioni, non per i consigli di Ariberto, dei quali posso anche non tener conto; ma perchè ho capito che non ho più la tua confidenza e che tu tenti d'ingannarmi. Ariberto ti sprona a lavorare. Fa benissimo. E perchè tu racconti invece che avete parlato di stampe e di arte? Ha dunque espresso qualche giudizio che io non devo sapere? Una volta quando ero la tua amica e la tua fidanzata, tu mi raccontavi perfino i tuoi progetti letterari, senza nemmeno assicurarti che fossi capace di comprenderli; oggi che sono tua moglie, tu mi metti in disparte, e i colloquii col più intimo dei tuoi amici diventano misteriosi per me?… È un consiglio di Ariberto, anche questo?
Folco guardava Gioconda, attonito.
Era irriconoscibile.
Aggomitolata nella poltrona, pareva non vivesse se non nel viso fattosi pallidissimo, quasi bianco; anche le labbra le si erano scolorite per l'ira, e gli occhi nel pallore mandavano una fiamma straordinaria. Aveva perduto la grazia di fanciulla ignara, che sembrava essere rimasta non tocca in lei; l'espressione della sfida, d'un orgoglio vendicativo, malvagio, le pervadeva tutto il volto.
Sarebbe stato difficile dire s'era più bella nelle ore di calma gioia o in quell'ora d'impeto furioso; certo la donna appariva d'un tratto, dritta sul busto, alta col capo, in tutta la sua forza felina.
—Gioconda, t'inganni!—interruppe Folco.
—No, non m'inganno. Sento che Ariberto Puppi non mi è stato mai amico. Forse anch'egli, come i tuoi, mi crede indegna perchè vengo da povera piccola gente e mi sono conservata pura tra le privazioni. Forse perchè la mia casa è fredda d'inverno e mio padre non è stato mai a Parigi, a Londra, e non si è mai ubbriacato di sciampagna?
—Gioconda!—esclamò Folco, movendo un passo contro di lei.—Non devi parlare in questo modo nè dei miei, nè di Ariberto! Te lo proibisco!…
La contessa tacque subito. Si alzò, andò alla finestra, scostò macchinalmente le cortine e guardò la folla nera nella strada.
—Ariberto mi ha rammentato che sono a Parigi per lavorare,—seguitò Folco con voce più calma.—Ho fatto male a non dirtelo; ne convengo; e te ne chiedo scusa. Credevo che pel mio lavoro tu non avessi più simpatia, e mi ripromettevo di lavorare solo. Ecco tutto. Ariberto non ha detto altro. Cioè, sì: ha dello che si augura di sapermi presto riconciliato coi miei e di veder te accolta dalla mia famiglia come meriti….
Fece una pausa, aspettando che Gioconda riconoscesse il suo errore.
Gioconda taceva.
—Hai capito?—seguitò Folco dolcemente.—Ti chiedo perdono di non averti riferito subito ogni cosa; non vi sono misteri nè tra te e me, nè tra me e Ariberto. Ho taciuto per una delicatezza esagerata, per non importunarti con i miei vecchi scartafacci. Non è una colpa….
Gioconda restava immobile a guardar dalla finestra senza vedere.
—Gioconda!—ripetè Folco avvicinandosele.
Tentò di abbracciarla e si sentì respinto.
—Non credi a quello che ti ho detto?—domandò stupito.—Credo!—rispose la contessa volgendosi.
Ella era pallida e la sua voce non aveva tono.
—E allora? Non ti pare d'avere avuto torto?…
La contessa tacque.
—Gioconda! pregò Folco.—Rispondimi una parola.
—Non so,—disse Gioconda lentamente,—se ho avuto torto. È possibile. Ma so bene che c'è qualcuno ormai il quale può tutto su di te, può farti mutar vita da un'ora all'altra, può domani anche nuocerti con un consiglio sbagliato….
—Oh,—fece Folco sorridendo. Sei gelosa d'Ariberto?
—Io temo ch'egli non sia sincero,—rispose la contessa.
Folco frenò a stento un gesto d'impazienza.
—Ma che vuoi? Finora non ho avuto da lui se non parole molto savie: credo ch'egli mi sia veramente affezionato e che la sua amicizia onesta e la sua esperienza mi siano utili.
—La sua esperienza?—esclamò Gioconda.
Si rattenne un istante, poi soggiunse:
—Ma non mi hai raccontato tu stesso ch'egli ha corso tutto il mondo in cerca di piaceri? che non ha mai fatto nulla? che non ha esperienza se non di giuoco, di donne, di cavalli? Sono tue parole, queste, e me le dicevi quando io ingenuamente volevo chiamarlo papà o volevo facesse da padre a te.
—È verissimo,—rispose Folco.—Tuttavia, sotto un'apparenza frivola si nasconde un'anima diritta, che non oserebbe mai darmi un consiglio il quale non venisse da considerazioni di probità e d'onore.
La contessa non dissimulò un sorriso lievemente sarcastico.
—Sei molto ingiusta con lui,—osservò Folco.—Io vorrei sapere che cosa tu desideri. Forse ti dispiace che io riprenda a lavorare?
—Oh, no!—ribattè vivamente Gioconda.—Sono contenta che ti occupi dei tuoi studi!