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Le commedie - lo astrologo

Chapter 13: ATTO II
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About This Book

The play stages a satirical comedy in which a boastful astrologer and his confederates devise a scheme to exploit a wealthy, credulous old man's faith in occult arts; their plan entwines domestic intrigues, servants' plots, romantic confusions, and petty thieves, producing a series of deceptions, disguises, and comic confrontations. Scenes alternate rapid exchanges and farcical set pieces that expose vanity, hypocrisy, and gullibility while resolving misunderstandings through trickery and social exposure. The work mixes witty dialogue, theatrical ruses, and social satire to lampoon superstition and human avarice.

The Project Gutenberg eBook of Le commedie - lo astrologo

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Title: Le commedie - lo astrologo

Author: Giambattista della Porta

Release date: September 4, 2007 [eBook #22498]
Most recently updated: January 2, 2021

Language: Italian

Credits: Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously made available by Editore Laterza and the Biblioteca Italiana at http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE COMMEDIE - LO ASTROLOGO ***

Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed

Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously made available by Editore Laterza and the Biblioteca Italiana at http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)

GIAMBATTISTA DELLA PORTA

LE COMMEDIE

A CURA DI VINCENZO SPAMPANATO

VOLUME SECONDO

  BARI
  GIUS. LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI—EDITORI—LIBRAI
  1911

LO ASTROLOGO

INTERLOCUTORI

  ALBUMAZAR astrologo
  RONCA |
  ARPIONE | furbi
  GRAMIGNA |
  PANDOLFO |
  GUGLIELMO | vecchi
  CRICCA servo
  Vignarolo
  EUGENIO figliuolo di Pandolfo |
  LELIO figliuolo di Guglielmo | giovani
  ARTEMISIA figliuola di Guglielmo |
  SULPIZIA figliuola di Pandolfo |giovane
  BEVILONA cortigiana
  ARMELLINA serva.

La scena dove si rappresenta la favola è Napoli.

ATTO I.

SCENA I.

ALBUMAZAR astrologo, RONCA, ARPIONE, GRAMIGNA furbi.

ALBUMAZAR. O miei cari compagni e commilitoni Ronca, Arpione e Gramigna, che in questo nobilissimo essercizio della busca, cioè far suo quel che è d'altri, cosí egregiamente e cosí valorosamente vi sète portati meco—tu, Ronca, roncheggiando; tu, Arpione, arpizzando; e tu, Gramigna, stendendo le tue radici per tutto e gramignando quanto afferri;—e come novi Soloni—che il giorno attendeva alle cose publiche e la notte scriveva le leggi d'Atene—voi virtuosamente spendendo l'ore, il giorno insidiando alle borse e falsando monete, scritture, processi e polize al banco, e la notte dando la caccia alle cappe e a' ferraioli, facendo sentinelle per le strade per dare assalti alle porte de' palazzi e batterie alle botteghe—che sono le nostre sette arti liberali:—come uomini di sottilissimo ingegno e valorosissimi guerrieri sempre sète tornati a casa trionfanti e carichi di spoglie ostili e di trofei de nemici, e ne avete conseguiti grandissimi onori.

RONCA. Ed io ne ho aúto parte degli onori, che fui fatto re di Cartagine, con la corona in testa circondando la cittá a cavallo, con riputazione a suon di trombe, con giubilo de' figliuoli e con allegrezza e concorso di tutto il popolo, non mancando chi mi scacciava le mosche dalle spalle.

ARPIONE. Ed io ne sono stato governatore tre volte della Galilea, e con uno scettro di quaranta palmi in mano ho administrato giustizia a quei popoli.

GRAMIGNA. Né io manco di voi: sarei fatto re della Piccardia, ché giocando desiderava danari e mi vennero tre bastoni, ma Rubasco, nostro compagno, per mostrarsi uomo piú valente di me, volse prevenirmi e me li tolse di mano.

RONCA. E come cavalli di buona razza ne portiamo i segni alle spalle, con bolle e patenti espedite a gloria del mestier nostro.

ALBUMAZAR. E con la dottrina che vi ho insegnato, avete fatto cosí felici progressi nell'arte, come non dar credito alle parole d'altri ma avere sempre l'occhio alle mani, non attendere quello che si promette, non aver fede né osservar fede né dar fede alle fedi d'altri, avere le bugie piú pronte che le lagrime delle donne, tenerne sempre apparecchiati gli magazzini sotto la lingua; ché questi sono i condimenti dell'arte nostra e le mercanzie che tengono aperto il nostro fondaco, ricordandovi che la commoditá è madre della ladreria.

RONCA. Veramente confessiamo, con sí importanti e gloriosi ricordi noi non esser indegni discepoli di un tanto maestro; e per segno, nel tribunale della ladreria non abbiamo mai avuto una sentenzia contra.

ALBUMAZAR. Or da cosí onorati princípi—se non mentono i segni della fisonomia che ne' vostri fregiati visi si veggono, come uomini della prima bussola,—ne ho fermo proposito che sète per ascendere a gradi piú alti e far piú gran salti e avere carichi su le spalle i maggiori che sian al mondo, ove spero a vedervi giunger presto come meritano le nostre opere.

RONCA. E noi preghiamo i cieli che siate a parte de' nostri onori; e confessiamo che ne lodate e desiate bene oltre il nostro merito, né possiamo trovar parole cosí degne per ringraziarvi del buon animo e della buona dottrina che abbiamo appresa da voi.

ALBUMAZAR. Come è grande iniquitá tacere il merito, cosí è maggiore invidia ristringerlo con brevi giri di parole. Ma io non ho usato con voi questo prologo per inanimarvi all'impresa, perché conosco che avete piú bisogno di freno che di sproni; ma per avisarvi che siamo in Napoli, cittá piena di ladri e furbi, e se in altri luoghi vi nascono, qui vi piovono: però bisogna star in cervello piú del solito.

GRAMIGNA. Se ben tutto il popolo fosse birri, bargelli, manigoldi, e tutta la cittá prigioni, galee, berline e forche, lo faremo star a segno; e doppo la nostra partita vi resterá un seminario de' pari nostri.

ALBUMAZAR. Non aspettava altra risposta da' vostri animi generosi, ché giá vi veggo scolpiti nelle fronti i trofei e trionfi; né restarò defraudato delle gran speranze di voi. Io son per proporvi un partito.

RONCA. Ecci guadagno?

ALBUMAZAR. Per altro non m'affatico.

RONCA. Eccoci pronti, o piú pazzi e piú bestie che mai!

ALBUMAZAR. Appena giunsi qui in Napoli, che fui richiesto da uno certo Pandolfo, vecchio ricco di danari e mobili di casa, che sta innamorato; ché se l'etá gli scema il cervello, l'amor gli lo toglie in tutto. E quello che importa, è che dá credito alla astrologia e alla negromanzia: che si può dire piú? ché se fosse uno Salomone, il dar credito a queste sciocchezze bastarebbe a farlo la maggiore bestia del mondo. Mirate fin dove giunge la umana curiositá o per dir meglio asinitá! Or io facendo dell'astrologo che partecipa un poco del negromante, che pizzica dell'alchimista e del far molini, con l'aiuto de' miei cari compagni spero lasciare memorabili segni della nostra pratica in casa sua, né dubito punto della riuscita.

RONCA. Quei danari e quelle tapezzarie saranno a noi acutissimi incitamenti ad esser piú destri e piú scaltri e piú solleciti che mai.

ALBUMAZAR. Giá da' vostri ladri cenni, furbeschi atti e muti zerghi conosco il pensiero che si ravoglie nel cuore: state attenti a' miei pronostichi e fateli riuscir veri. Avisatemi di quello che intendete; ché, acquistata che avremo la credenza appresso lui, li faremo la casa piú netta e lucida di uno specchio.

RONCA. Attendete a far bene voi la parte vostra, ché da noi vedrai effetti che avanzaranno la tua stima.

ALBUMAZAR. Eccolo che viene. Arpione, discostati, ascolta ciò che dice e riferiscimelo; Gramigna, trattienti su la porta e vedi narrargli qualche miracolo de' miei, perché io me ne entro.

SCENA II.

PANDOLFO vecchio, CRICCA servo, GRAMIGNA.

PANDOLFO. Cricca, io vo' farti consapevole di uno mio secreto: e se le tue manigolderie, che hai usato contro di me fin ora, l'usarai in darmi sodisfazione, ti impadronirai del tuo padrone e mi conoscerai piú amorevole che mai; ché mai piú per l'adietro mi è accaduta una simile occasione.

CRICCA. A che bisognan tanti proemi? pare come che ora m'aveste a conoscere.

PANDOLFO. E perché è gran tempo che ti conosco, per ciò ho usato tanto proemio.

CRICCA. Per chi donque mi conoscete?

PANDOLFO. Per un grande uomo! Se non fussi un gran furfante e se avessi la coda dietro, saressi un diavolo per un uomo, ché vuoi far piú per Eugenio mio figliuolo che per me.

CRICCA. E se mi avete in tale stima, non vi fidate donque di me, ché io non posso esser altro di quello che io sono.

PANDOLFO. Potresti volendo, sta in tuo poter l'essere; e però ti ho detto:—Se sarai cosí prudente e savio come sei manigoldo, e farai per me quello che cerchi fare per mio figliuolo, avrai altra ricompensa da me ora, che non speri col tempo da mio figliuolo.—Però se sarai d'accordo meco e secondarai il mio desiderio, buon per te; ché se mi accorgo che mi fai delle tue, guai a te.

CRICCA. Eccomi cosí manigoldo come voi dite, per ubidirvi e pormi ad ogni rischio per amor vostro.

PANDOLFO. Ma perché dubito che cosí sia in mio favore come tu diventar uomo da bene, vo' che mi giuri prima.

CRICCA. Giuro a….

PANDOLFO. Tu non sai di che giurare, e dici:—Giuro a.—

CRICCA. Giuro tutto quello che volete e non volete.

PANDOLFO. Poiché sei cosí frettoloso al giurare, sarai piú volontaroso a non osservare.

CRICCA. Se ben dovrei pregarvi che non vi fidiate di me, pur per il desiderio che ho di servirvi vi prego che ve ne fidiate.

PANDOLFO. Sappi, il mio caro Cricca, che fra i mancamenti della mia vecchiaia il maggior è l'amore….

CRICCA. Che umor di malinconia o di pazzia!

PANDOLFO. Non mi interrompere: so che vuoi dire che son vecchio di settant'anni.

CRICCA. Questo volevo dirvi.

PANDOLFO. Se son vecchio son tagliato a buona luna, e il legno tagliato a buona luna dura gran tempo gagliardo e non fa tarli: «Il vino vecchio è miglior del nuovo», «Gallina vecchia fa buon brodo», «Lardo vecchio bona minestra».

CRICCA. Il fatto sta che voi non sète né lardo né legno né vino né gallina.

PANDOLFO. Non sai tu quel proverbio: «Trista quella casa dove non è un vecchio»?

CRICCA. Sí, per consiglio, ma non per marito. Vi guastarete lo stomaco.

PANDOLFO. Son di buona complessione.

CRICCA. Bisogna essere di buono cervello; se non, farete la morte del grillo che muore sul buco.

PANDOLFO. La borsa fará parere il vecchio giovane alla donna: le darò danari al doppio.

CRICCA. È vero che non la pagherete se non di doppioni.

PANDOLFO. Il malanno che ti venga! io vorrei che tu mi alleggerissi e non mi aggravassi i miei guai. Per che ti dissi al principio che tu hai sempre avuto dell'asino.

CRICCA. Se ho avuto dell'asino in consigliarvi, da or inanzi avrò del savio nel tacere. A' padroni bisogna dire che i suoi vizi e mancamenti sieno virtú, se vuoi sperare utile; ché facendo il contrario, è molto pericoloso. Vorrei che vi valeste di quei consigli con li quali consigliate gli amici vostri.

PANDOLFO. «Sempre fu grand'abondanza di consiglieri e carestia d'aiuti». Vorrei piú tosto che mi escusasti che reprendesti: vo' aiuto e non consiglio. Se vuoi consigliarmi, ammazzami e finiscila presto: tanto è possibile lasciare questo capriccio quanto me stesso. In somma Artemisia….

CRICCA. Artemisia? proprio erba per i vostri denti!

PANDOLFO. «A cavallo vecchio erba tenerella».

CRICCA. Ben che lo confessiate che sète cavallo. Che volete donque? che vi sia ruffiano?

PANDOLFO. So che a te non si potrebbe fare piú gran piacere che essere richiesto di ruffianeria; ma io ti vo' per aiutante.

CRICCA. Dite su.

PANDOLFO. Tu sai che ci convenemmo insieme con Guglielmo, io dargli Sulpizia mia figliuola per moglie, ed egli a me Artemisia sua figliuola, chiedendomi due mesi a fare le nozze, finché andasse e tornasse di Barberia….

CRICCA. Ed in un'ora non poteva andare e ritornare dalla barberia?

PANDOLFO. Come in una ora si va nell'Africa?

CRICCA. Io pensava dalla barberia a farsi radere la barba.

PANDOLFO. … Or io passava questo tempo al meglio che poteva con la speranza del suo ritorno, quando ecco nel piú bello delle speranze vien nuova che è sommerso nelle sirti. Quanto dolor n'abbi sentito lo lascio considerare a te.

CRICCA. Seguite.

PANDOLFO. Non potendo io piú sopportare, la feci chiedere a Lelio suo figliuolo, il qual mi fe' rispondere che in casa sua non si dilettavano di anticaglie ma di modernaglie, e molte altre parole ingiuriose. Né a me per tante ingiurie si è raffreddato l'amore, né posso lasciare d'amarla; ma or mi s'appresenta una occasione di conseguire il mio desiderio a dispetto di Lelio….

CRICCA. L'occasione avrei io caro d'intendere.

PANDOLFO. … È giunto in Napoli un certo todesco indiano di lá della
Trabisonda, dalla fin del mondo, astrologo mirabile e negromante;…

CRICCA. Come uno negromante vuole acquistar nome si finge di lontani paesi, come ne' nostri non vi fussero di simili animalacci.

PANDOLFO. … e chiamasi Albumazzaro metereoscopico….

CRICCA. Il nome solo bastarebbe a farlo essere appicato senza processo!

PANDOLFO. … Come è solo nella scienza, è cosí solo nel nome. Prima, mi vo' far indovinar se Guglielmo sia morto o vivo. Se è morto, che lo faccia risuscitare per un giorno, finché conchiuda il mio matrimonio, e poi farlo tornare a morire;…

CRICCA. E voi credete a queste bugie?

PANDOLFO. Le credo, arcicredo, stracredo.

CRICCA. Non sapete che la negromanzia è refrigerio di quelli miseri che si trovano in qualche strabocchevole desiderio?

PANDOLFO. Overo che trasformasse qualche persona in Guglielmo….

CRICCA. Che non trasformi voi in una bestia!

PANDOLFO. … e che quel facesse le mie nozze. Ma di quanto ti ho detto, non bisogna che lo publichi e bandischi, ché mi rovinaresti i disegni, e giocarebbeno poi fra noi de' sgrognoni senza discrezione e di bastonate straordinarie: e giá te le puoi por nel libro delle ricevute.

CRICCA. Vi prometto operarmi in tutto quel poco che posso.

PANDOLFO. Ed un poco manco ancora, purché non vogli tradirmi. Or andiam a casa sua.

CRICCA. L'ora è tarda: sará meglio andarci domani.

PANDOLFO. Il «domani», il «farò» e l'«andarò» sono figli del niente: bisogna andare ora.

CRICCA. Or riposano i vecchi.

PANDOLFO. L'innamorato non ha riposo mai.

CRICCA. Informatevi prima chi sia, ché forse sará qualche truffatore.

PANDOLFO. Guarda nol dire, ché intende quanto si dice di lui e ci fará andare in visibilium.

CRICCA. Chi?

PANDOLFO. L'astrologo.

CRICCA. E che, gli astrologhi sono Orlandi?

GRAMIGNA. (Arpione, va' a casa e riferisci ad Albumazzaro quanto hai inteso, ché io restarò alla porta).

CRICCA. Or andiamo dove volete.

PANDOLFO. Ecco la casa: dimanda costui.

CRICCA. Costui mi pare da Fuligno.

PANDOLFO. Che vuol dir «fuligno»?

CRICCA. «Degno di una fune e d'un legno»!

SCENA III.

GRAMIGNA, PANDOLFO, CRICCA.

GRAMIGNA. Che dimandate voi?

PANDOLFO. Sète di casa?

GRAMIGNA. Son servo dell'astrologo divino.

CRICCA. Avrá ben bevuto l'astrologo, poiché è di vino.

GRAMIGNA. «Divino», cioè che sa delle stelle, delli cieli e di cose celestiali, e perché indovina.

PANDOLFO. Si potria parlare col vostro indovino?

GRAMIGNA. È ritornato stracco dalla caccia de spiriti e di intelligenze, e n'ha portato piú di cento carafelle piene; e or sta con quadranti, astrolabi e metereoscopi e altri stromenti, osservando la congiunzione de' pianeti.

CRICCA. Dunque i pianeti si congiungono in cielo e s'impregnano? e che cosa partoriscono?

GRAMIGNA. Buoni influssi quando son maschi, cattivi quando son femine.

CRICCA. Che flussi: di sangue o di cacaiole?

PANDOLFO. Dice «influssi» e non «flussi», bestiaccia! Doppo l'osservazione avremo audienza noi?

GRAMIGNA. Si porrá a tavola a mangiare e bere.

PANDOLFO. Che berrá? che mangiará questa mattina?

GRAMIGNA. Una Venere allessa e un Mercurio arrosto.

PANDOLFO. Perché Venere prima e poi Mercurio?

GRAMIGNA. È uomo fuor del naturale.

CRICCA. Guardisi che non moia d'altro caldo che di sole.

PANDOLFO. Mangiando che beve?

GRAMIGNA. Liquore di pianeti, rugiade di stelle fisse, distillazioni di destini, quinte essenzie de fati, sugo di cieli.

PANDOLFO. Come li raccoglie? come se li beve?

GRAMIGNA. La notte, quando sta contemplando il cielo, li piovono su la gran barba, ed ei se li succhia e se li beve; l'avanzo si conserva, per quando ha sete, in certe botte grandi cerchiate di zodiachi, coluri equinoziali e orizonti; altri in certe botte mezzane cerchiate di tropici iemali ed estivali; e altri in certi barili cerchiati di cerchi artici e antartici.

CRICCA. Di che paese è questo vostro mangiapianeti e cacaflussi?

GRAMIGNA. Di uno paese di Lamagna detto Leccardia.

PANDOLFO. Sa egli quando fa la luna nova?

GRAMIGNA. Questa notte sará la luna nova.

CRICCA. Che nova? che vecchia? è quella medesima che fu fatta col mondo.

PANDOLFO. Quanto abbiamo questo anno di aureo numero?

CRICCA. Né numero aureo né argenteo lo posso mai trovare nella mia borsa.

PANDOLFO. Giovane, se la mia non è scortisia di dimandare, narratemi alcuno de' suoi miracoli.

GRAMIGNA. Dirò cose mirabili di stupore.

CRICCA. Purché le vediamo.

GRAMIGNA. Lega le donne con uno incanto…

CRICCA. Ed io le so legare con un suono senza canto.

GRAMIGNA. … che vi seguono dove volete:…

CRICCA. Le lego io una fune al collo e le strascino.

GRAMIGNA. … dico con due parole che li dice dentro l'orecchie.

CRICCA. Io so certe parole, l'una piú potente dell'altra, che se non fanno effetto alla prima, lo fanno alla seconda, e se no, alla terza; che è potentissimo. La prima volta le scongiuro per dieci ducati; se ricusan, per cento; e se pur restie, per mille: e con questo terzo scongiuro fo trottare i monti, non che le donne.

GRAMIGNA. Lega un uomo ché non possa usare con la sua moglie.

CRICCA. Lo lego ancor io con una fune ché non usará con la moglie né con altri.

GRAMIGNA. Fa nascere in un subito in testa ad un uomo un par di corna piú di uno cervo.

CRICCA. Ogni donna maritata lo sa fare.

GRAMIGNA. Fa diventare li uomini bestie, asini e becchi, e le donne vacche e scrofe.

CRICCA. Ci diventano senza l'arte sua ogni giorno.

GRAMIGNA. Fa pronostici infallibili.

CRICCA. Pronostica sempre male ché indovini.

GRAMIGNA. Fa un'acqua che tuffandosi dentro l'uomo s'innamora piú.

CRICCA. Ogni acqua fa questo effetto, affogandovisi dentro.

GRAMIGNA. Ti fa buttare da un luogo eminente senza pericolo di romperti le gambe.

CRICCA. Il boia lo sa fare meglio di lui: gli butta dalla forca senza pericolo delle gambe.

PANDOLFO. Bastano questi. Muoio se non lo vedo: Cricca, batti la porta.

CRICCA. Batto. Tic toc.

SCENA IV.

ALBUMAZAR, CRICCA, PANDOLFO, GRAMIGNA.

ALBUMAZAR. Chi diavolo batte?

CRICCA. Te ne porti in carne e in ossa! Doveva scongiurare ora e aspettava li diavoli, perché dimanda:—Chi diavolo batte?—È Farfarello.

GRAMIGNA. Avete battuto troppo gagliardo, perché li astrologhi sono lunatichi.

PANDOLFO. Perché «lunatichi»?

GRAMIGNA. Sempre contemplano e parlano con la luna.

ALBUMAZAR. Non sono calato piú presto perché stava parlando con una intelligenza mercuriale.

PANDOLFO. Bascio le mani della Vostra Strologheria, padron mio caro.

ALBUMAZAR. Bene vivere est laetari! siate venuti in buon'ora, in miglior minuto, in bonissimo secondo, in felicissimo terzo, quarto e quinto, in nomine planetarum, stellarum, signorum et omnium caeli caelorum!

PANDOLFO. La stupendissima fama del valor vostro ci chiama: noi siamo venuti per ricevere da voi un favore, e vi prego da quel grande uomo che sète a non mancarmi, e ve ne avrò singolare obligo.

ALBUMAZAR. Eccomi pronto alla caritá.

CRICCA. Purché non sia pelosa!

ALBUMAZAR. Voi desiderate saper d'un certo Guglielmo si sia vivo o morto, il quale vi avea promesso Artemisia sua figlia per sposa, e voi a lui Sulpizia per contracambio, e se ne andò poi in Barberia.

PANDOLFO. Me l'avete tolto dalla punta della lingua. Ma che motivi or vedo?

ALBUMAZAR. Giá sormontava negli assi e poli de' cardini celesti e vaneggiava tra gli eccentrici, concentrici ed epicicli: cercava alcuni punti felici per voi,…

CRICCA. Anzi per voi, e siano di spiedi e pontiroli!

ALBUMAZAR. … e se il sole era entrato nel segno del Cancro:…

CRICCA. Il canchero e il fistolo che ti mangi!

PANDOLFO. Tu prendi il granchio, Cricca! dice «Cancro» e non «canchero».

CRICCA. Il granchio lo prendete voi e il canchero!

ALBUMAZAR. … egli è morto, mortissimo, perché il raggio direttorio è gionto alla casa sesta,…

CRICCA. Dice che vi bisogna far un rottorio dietro la testa, perché purghi li mali umori.

ALBUMAZAR. … e negli luoghi della morte è gionto il suo afelio,…

CRICCA. Poveretto! dice che è morto e fete!

ALBUMAZAR. … e passa dal tropico estivale all'iemale….

CRICCA. È stropicciato e lo stivale li fa male!

ALBUMAZAR. … E giá la luna scema se ne va alla volta di Capricorno.

CRICCA. Guardatevi, padrone, tôr cotal moglie! quando la luna scema è cornuta e va al capricorno, vi minacciano corna: sarete un cornucopia.

ALBUMAZAR. Tu sei pazzo e presentuoso; e se non ti emendi, ti farò pentire della tua pazzia e prosunzione!

PANDOLFO. Taci, bestia! quei vocabuli sono arabichi e turcheschi.

CRICCA. Astrologo, di che ciera ti paro io?

ALBUMAZAR. Ho visto mille appicati in vita mia, ma non ho veduto la piú maladetta e scommunicata fisonomia e ciera della tua; e se tu fossi un poco piú alto da terra, direi che sei stato appicato giá. Ma se ben mi ricordo, vidi l'altro giorno uno che s'andava scopando per la cittá: o tu sei esso o egli te.

CRICCA. S'ho cattiva cera di fuori, dentro ho buono miele.

ALBUMAZAR. Cera da far candele: la forca prolongar la potrai ma non scampare!—Ma ditemi: costui è vostro servo?

PANDOLFO. Si bene.

ALBUMAZAR. Fate sonare la campana a mortorio.

PANDOLFO. Ancor non è morto.

ALBUMAZAR. Sará ucciso fra poco e li sará passato il cuore da mille punte. E cosí conoscerai se sono buono o cattivo astrologo; e quando l'avrai scampata, allor schernisci me e la potentissima arte dell'astrologia.

PANDOLFO. Padron caro, non mirate costui che è mezzo buffone, e però ha preso con voi questa confidanza. La prego per lo suo valore che non miri la costui pazzia; e rimediate se potete.

SCENA V.

RONCA, ARPIONE, CRICCA, PANDOLFO, ALBUMAZAR.

RONCA. Ah, traditore, fermati, dove vai?

ARPIONE. Sarò io cosí assassinato da voi?

CRICCA. Ah, di grazia, signor Albumazzaro!

ALBUMAZAR. Non te lo dissi io?

RONCA. Non ti lasciarò mai se non ti farò passare il cuor di mille punture.

ARPIONE. In mezzo la strada, di giorno, assassinio sí grande!

RONCA. Tu non scapperai vivo dalle mie mani.

ARPIONE. A me questa, eh?

CRICCA. Misericordia misericordia!

RONCA. Fuggi quanto vuoi, ché noi ti giungeremo, traditoraccio.

CRICCA. Oh oh!

PANDOLFO. Cricca, che hai che gridi cosí forte?

CRICCA. Son morto, non mi date piú, son morto giá!

PANDOLFO. Come sei morto se tu parli?

CRICCA. Poco ci manca a morire, ci è rimasto un poco di spirito.

PANDOLFO. Che hai?

CRICCA. Sono trafitto da piú di mille punte di pugnale e di spade: di grazia, mandate per un cerusico!

PANDOLFO. Non temer, no.

CRICCA. Non vedete che ho piú buchi nel corpo che un crivello? il sangue, le budella, il fegato, il polmone e il cuore sono tutti fuora.

PANDOLFO. Alzati, ché sei sano.

CRICCA. Come sano se ho piú di centomila ferite?

PANDOLFO. Ove son le ferite, ove i buchi? ti ho tòcco pur tutto e non ci è nulla.

CRICCA. Son tutto una ferita, tutto un buco, ogni cosa che tocchi è ferita o buco, però non troverai nulla.

PANDOLFO. Io non tocco né vedo piaga.

CRICCA. Pian piano, di grazia, non toccate ché mi fate male, non mi fate morire innanzi tempo.

PANDOLFO. Io dico che non hai male alcuno.

CRICCA. Se pur guarisco non sarò mai piú uomo.

ALBUMAZAR. Sei vivo per me. Or alzati, ch'è passato quell'influsso maligno, e guai a te s'io non avessi remediato. Or va' e schernisci l'arte dell'astrologia!

CRICCA. Chiamatemi un medico che mi medichi.

ALBUMAZAR. Ti dico che stai bene: alzati su.

CRICCA. Se ben pare che stia bene cosí di fuori, di dentro son tutto morto, oh oh!

PANDOLFO. Cricca, tu non hai male alcuno.

CRICCA. Ancorché parli e mi muova, pur non posso credere che sia vivo.
Signor astrologo mio, ti chiedo perdono.

ALBUMAZAR. Impara a schernir gli astrologhi!

PANDOLFO. Seguiamo, signor Albumazzaro.

ALBUMAZAR. E perché la luna, come dicemmo, da Capricorno passa in Acquario e in Pesce, il vostro Guglielmo è morto nell'acque e se l'hanno mangiato i pesci.

PANDOLFO. Or io vorrei….

ALBUMAZAR. So meglio indovinare il vostro cuore che voi stesso non sapete. Voi vorreste che lo facessi risuscitare, e che tornasse a casa sua e vi attendesse la promessa, e poi tornasse a morire?

PANDOLFO. Questo è il mio desiderio.

ALBUMAZAR. «Sed de privatione ad habitum non datur regressus»: cioè col fiato delle stelle e de' pianeti far risuscitare un uomo dalle ceneri, oh che stento, oh che manifattura! Ci bisogna una intelligenza planetaria delle grosse, che sono fastidiose e fantastiche, come quella di Giove e del Sole; e queste sorti di spiriti tanto ti servono quanto si pagano bene: e se voglio essere ben servito bisogna che io paghi meglio, senza le molte difficultá che porta seco questa impresa.

PANDOLFO. Purché sia sodisfatto del mio desiderio, non guardarò a spesa nessuna.

ALBUMAZAR. Faremo l'istesso effetto con l'arte prestigiatoria. Torremo una intelligenza di bassa mano, che vuole poca spesa, e con l'aiuto di quella faremo che un vostro servo o amico pigli la forma di Guglielmo, e gli falseggiaremo solamente il sembiante, che non si sappia discernere se il vero sia falso o il falso vero.

PANDOLFO. Io vi prego, strapriego, arciprego, o mio negromantissimo astrologo, o mio astrologhissimo negromante, che prendiate di me calda e amorevole protezione; e in ricompensa vi darò questa catena d'oro che ho al collo, che vale scudi cinquecento.

ALBUMAZAR. Non lasciarò far ogni cosa per aiutarvi.

PANDOLFO. Vi raccomando il corpo e l'anima mia!

ALBUMAZAR. Ma fermatevi, ché mentre sto ragionando con voi ho visto certe linee nella fronte, e mi pare che tutte le stelle siano congiurate a' vostri danni e sono corrucciate e incolerite contro di voi….

PANDOLFO. Oh che dite! son morto! Voi state attonito?

ALBUMAZAR. … E perché le linee son tante colorite che paiono sanguigne, l'effetto sará tra poco: un gran sasso vi caderá sopra il capo, che vi spolpará tutta la carne e l'ossa e se n'andará in vento.

PANDOLFO. Cacasangue! questo è altro che amore: il cuore sbatte cosí forte che pare che sia un tamburo. Astrologo, me vobis commendo.

ALBUMAZAR. Abbiate pazienza: cosí comanda quel pianeta di cui voi sète preda.

PANDOLFO. Misericordia, pietá di me!

ALBUMAZAR. Sappi che le stelle e i pianeti sempre guerreggiano fra loro e fanno amicizie e inimicizie, e se stessero in pace per un momento, il mondo ruinarebbe. E come noi potremo opporci al cielo che non disponga delle cose mondane?

PANDOLFO. Voi con la vostra sapienza….

ALBUMAZAR. Bene dixisti, ché il sapientissimo Tolomeo egiziano disse: »Sapiens dominabitur astris».—Gramigna, calami giú quel cappello e talari di Mercurio, fatti sotto ponto di Mercurio ascendente nel suo segno.

PANDOLFO. Io non mi partirò tutto oggi da' vostri piedi.

ALBUMAZAR. Eccolo, ponetelo in testa, e tenete in mano questa imagine marziale, impressa quando egli felicissimo ascendeva su l'orizonte nel segno d'Ariete di marzo, di martedi, all'ora prima di Marte, ché vi fará libero d'ogni male.

PANDOLFO. Accetto volentieri la grazia che mi fate.

ALBUMAZAR. Orsú, andate, abbiate l'uomo che volete transformare e tornate a me, ché vi renderò pago d'ogni vostro desio.

PANDOLFO. Cosí facciamo.

ALBUMAZAR. Io intanto col mio stromento iscioterico per via d'azimut e almicantarat cercherò felici ponti per voi.

PANDOLFO. Restate in pace!

ALBUMAZAR. Andate: che le stelle vi siano propizie e vi riempiano la casa d'influssi benigni, propizi e fortunati!

SCENA VI.

PANDOLFO, CRICCA.

PANDOLFO. Cricca, in somma l'astrologia è una grande arte: mira come subito in vedermi m'indovinò quanto mi stava nel cuore, e come intese quanto dicevi poco innanzi e lo burlavi e non gli volevi credere. Ecco ne hai patito la penitenza, e tristo te se non lo pregavo per la tua vita.

CRICCA. Veramente non pensava che fosse astrologo da vero: lo stimava qualche razza di furfante, come se ne trovano tanti che si vantano d'esser astrologhi e ingannano la vil plebe.

PANDOLFO. Beato te che sei uscito di periglio, ché a me par che d'ora in ora mi cada il mondo in testa! Per tutto oggi non farò questione. Se alcuno mi dirá:—Sei un furfante,—dirò:—Son un furfante e mezzo.—Che importa quella parola? bisogna vivere e fare li fatti suoi.

CRICCA. Andiancene presto a casa.

PANDOLFO. Vorrei aver un campanil in testa per stare piú sicuro. Oh oh, son morto!

CRICCA. O povero padrone, per parecchi giorni non avrai pedochi in testa, ché tutti saranno pesti o fuggiti per la paura!

PANDOLFO. Dubito che il mio cervello non sia balzato un miglio fuor della testa.

CRICCA. Ancorché paia cosí a te, spero che non sia nulla se il medesimo intervenne a me.

PANDOLFO. Oimè! che non mi assicuro d'alzarmi.

CRICCA. Alzatevi, ché vi ha difeso la celata fatta a ponti di stelle.

PANDOLFO. Parmi che non abbia male, o salamonissimo arcidottore. Li suoi pronostichi mi hanno tanto inanimito che m'assicuro d'ogni cosa che mi promette.

CRICCA. Andiamo.

ATTO II

SCENA I.

VIGNAROLO, ARMELLINA serva.

VIGNAROLO. (Sia maladetto Amore e quella puttana che l'ha cacato! Prima non conosceva altro pensiero che star alla villa; e doppo che mi sono innamorato bestialmente, mi par che in villa sia sempre inverno, e la primavera fuggirsi alla cittá per starsi con la mia Armellina. Son risoluto narrarle l'amor mio e richiederla, ché alle donne bisogna dir qualche parola, poi lasciar fare al diavolo che sempre lavora. Ma eccola su l'uscio: vorrei parlarle, ma mi vien l'animo meno: vo' far buon core e salutarla). Vi saluto centomila migliaia di volte, Vostra Signoria illustrissima, Vostra Altezza, Vostra Maestá.

ARMELLINA. Oh, quanti titoli! vignarolo.

VIGNAROLO. Non sète voi la mia signora, la mia regina e la mia imperadora?

ARMELLINA. Che cosa mi porti, vignarolo?

VIGNAROLO. Rispondi al saluto prima, poi mi chiedi che porto.

ARMELLINA. Rispondi tu prima a me: se dici che son la tua imperadora, ti posso comandare.

VIGNAROLO. Porto il presente, mezzo al patrone e mezzo a te; e se ti piace tutto, piglialo tutto.

ARMELLINA. Mi raccomando.

VIGNAROLO. Fermati un poco, ché son venuto a posta dalla villa per vederti…

ARMELLINA. E mò non m'hai veduta?

VIGNAROLO. … e parlarti ancora.

ARMELLINA. E mò non m'hai parlato?

VIGNAROLO. Lasciami parlare.

ARMELLINA. E mò che fai?

VIGNAROLO. Ragiono pur, ma vorrei….

ARMELLINA. Che vorresti?

VIGNAROLO. Sí sí, sai che vorrei? che mi volessi bene.

ARMELLINA. Io per me non ti vo' male.

VIGNAROLO. So ben che non mi vuoi male: pur non mi vuoi bene.

ARMELLINA. Che vorresti dunque che facessi?

VIGNAROLO. Tôrmi per marito.

ARMELLINA. Son poverella, non ho dote da darti.

VIGNAROLO. Mi basta la grandezza de' tuoi costumi e della tua natura.

ARMELLINA. Non vo' che alcuno mi pigli: vuo' stare come sto.

VIGNAROLO. Se vuoi stare come stai, diventarai salvatica.

ARMELLINA. Come?

VIGNAROLO. La vite come sta sola cade in terra e s'insalvatichisce: la donna è la vite, l'uomo è il palo; se non ha il palo dove s'appoggia, sta male.

ARMELLINA. Impalato possi esser tu da' turchi!

VIGNAROLO. Ah, traditora, perché mi maledici?

ARMELLINA. Burlo cosí con te.

VIGNAROLO. Ed io me lo prendo da dovero. Io non amo al mondo altri che te. Tutto il giorno piango e mi tormento, e per chi, ah? per te, lupa, cagna che ti mangi il mio cuore; e tanto potrei star senza amarti quanto far volar un asino. Se tu vuoi essere mia moglie, dal primo giorno ti fo donna e madonna di tutte le mie robbe, te le porrò in mano ché le maneggi a tuo modo. Beata te, se tu farai a mio modo!

ARMELLINA. Io vo' che tu facci a mio modo.

VIGNAROLO. Facciasi, se non al mio, al tuo modo: tutto torna in uno, purché non resti di fuora. Ma io vorrei una grazia da' cieli.

ARMELLINA. Ed io un'altra.

VIGNAROLO. Che vorresti?

ARMELLINA. E tu che vorresti?

VIGNAROLO. Il direi, ma temo che ti corrucci.

ARMELLINA. Non me corruccio: dillo.

VIGNAROLO. Dammi la fede.

ARMELLINA. Eccola.

VIGNAROLO. Oh che mano pienotta e grassotta!

ARMELLINA. Dimmi, che vorresti?

VIGNAROLO. Vorrei esser quel piston che pista nel tuo mortaio.

ARMELLINA. Ed io vorrei che, quando ho fatta la salsa, mi leccassi il mortaio. Ma vo' partirmi.

VIGNAROLO. S'è partita, la vitellaccia.

SCENA II.

PANDOLFO, VIGNAROLO.

PANDOLFO. (Quel furfante di Cricca ha preso tanta paura di quelle coltellate, che non vuole lasciar trasformarsi in Guglielmo in conto veruno: ho pensato al vignarolo, ma non ho per chi mandarlo a chiamare).

VIGNAROLO. Padrone, buon giorno!

PANDOLFO. O vignarolo, che mai giungesti a miglior tempo!

VIGNAROLO. «Come cavallo magro ad erba fresca».

PANDOLFO. Ho tanto bisogno di te che non ne ho avuto altrettanto in vita mia; e se tu vuoi servirmi, tu sarai la mia ed io la tua ventura.

VIGNAROLO. Eccomi per servirvi.

PANDOLFO. È giunto qui un astrologo che transforma gli uomini in altre persone. Se tu vuoi lasciarti transformare in un mio amico, ti lascio tre annate dell'affitto che mi rendi della tua villa.

VIGNAROLO. E se mi transformo in un'altra persona, che mi servirá quell'utile? lo farai a quello, non a me.

PANDOLFO. Tu non sarai transformato se non per ventiquattro ore, e poi ritornerai come prima.

VIGNAROLO. E chi m'assicura che torni come prima? ché transformandomi si perde la persona mia, non sarei piú in calendario e non restarebbe segnale al mondo che vi fosse stato. No no.

PANDOLFO. Non è peggio al mondo che avere a fare con animalacci come tu sei: «se li preghi s'insuperbiscono, se li bastoneggi s'indurano»; non si sa come trattar con loro, razza grossolana! Farò seco come si fa con i cani: che, per fargli piacevoli e che faccino a modo de' padroni, non se li dá da mangiare e si pigliano con la fame.

VIGNAROLO. Almeno, se morirò di fame, morirò quel che sono; ma se mi trasformo, venerò in fumo, in vento.

PANDOLFO. Chi non cerca migliorare vive sempre misero e meschino, e non val per sé né per altri. Sai che differenza è fra un savio e uno ignorante?

VIGNAROLO. No.

PANDOLFO. Che il savio mangia bene, beve meglio, ben vestito e sempre a spasso; l'ignorante, sempre scalzo, nudo e morto di fame e di sete, e sempre stenta e fatica: perché il savio conosce l'occasione di far robba, si mette a pericolo una volta per non stentar sempre; l'ignorante non si cura dell'utile né si provede. «Tu hai poco senno e manco ventura»: se tu saprai conoscerla, felice te! Chi recusa la sua ventura è sventurato.

VIGNAROLO. Padrone, né mi muovono le tue lusinghe né mi spaventano le tue minacce: il diventare un altro è una specie di morire, e col morire non ci sto bene. Io farei capitomboli per amor vostro.

PANDOLFO. Deh, che ti venga il mal francese!

VIGNAROLO. Non ho paura che mi venga.

PANDOLFO. Perché?

VIGNAROLO. Mi è venuto gran tempo fa e ne sto in possessione.

PANDOLFO. Se lo hai, che ti mangi e spolpi insin alle ossa, sciagurato che sei! ché se il pan che mangi conoscesse da chi è mangiato, piangeria quando è sotto i tuoi denti. Ti ho detto che tu non ti moverai da quel che sei, che si trasformerá il volto solo per ventiquattro ore: poi lascierai quel volto preso e tornerai nel tuo di prima. Fa' conto che andarai in maschera per un giorno, proprio come se dormissi e in sogno ti paresse esser Guglielmo, e risvegliandoti la mattina ti trovi quel vignarolo ch'eri prima. Ma che diavolo te ne può avvenire per questo?

VIGNAROLO. Io togliendo quella somiglianza e ingannando la casa di
Guglielmo, son io che l'inganno o no?

PANDOLFO. Non tu ma quella somiglianza.

VIGNAROLO. E quella somiglianza ed io non siamo tutti una cosa?

PANDOLFO. No, ché tu mai sarai Guglielmo né Guglielmo te; ma restará ingannato chi si crede che tu sia Guglielmo.

VIGNAROLO. Io pensava che bisognasse disfarmi e risolvere la carne e l'ossa, e poi impastarmi di nuovo e buttarmi a cola dentro le forme di Guglielmo per transformarmi in lui.

PANDOLFO. Non tante cose, no.

VIGNAROLO. Chi sa, forse mi ci accorderò. Ma come sarò transformato in
Guglielmo, che ho da fare?

PANDOLFO. Entrarai in casa sua; e le genti stimaranno che tu sii il padrone, ti ubidiranno: disporrai di Artemisia sua figliuola, che mi sia moglie.

VIGNAROLO. Or questo non è un mezzo ruffianesimo? perderò l'onore.

PANDOLFO. Abbi danari, ché l'onore poco importa.

VIGNAROLO. Un cuor mi dice che lo facci; un altro, no. (Vignarolo, consiglia un poco te stesso.—Ascolta e fa' come ti dico io. Come sarò transformato, entrarò in casa sua, mi goderò Armellina. Ma se son Guglielmo, Guglielmo goderá quella dolcezza, non il vignarolo: avrò fatto la caccia per altri. No no, non lo vo' fare in conto veruno, morrò piú tosto! Non tanta còlera, vignarolo, piano piano! son solo e fo questione con me medesimo: consigliati meglio. Transformandomi in Guglielmo, avrò quanto desio in questo mondo; se passará questa occasione, non tornerá piú mai. Di vignarolo diventarò gentiluomo con moglie e danari, e dalla villa passarò alla cittá: cancaro alla zappa, alla vanga, all'aratro, a' buoi, anche a' porci e all'asino ancora! Sicché risolviti, vignarolo, ad una bella occasione: quando sarò dentro, prometterò Armellina al vignarolo, farò stipulare i capitoli, li prometterò cento, ducento o trecento ducati; e quando ritornarò io, andarò con li capitoli in mano a ritrovar Armellina). Lo farò, sí sí, son risoluto.

PANDOLFO. Sei risoluto?

VIGNAROLO. Risolutissimo; ma avvertite che vuo' che mi promettiate far un altro piacere anco a me quando sarò in casa di Guglielmo.

PANDOLFO. Ed a chi ho da mostrarmi cortese e amorevole se non a te che con ogni obbedienza dimostri servirmi, massime se per tuo mezzo conseguirò la mia Artemisia? Certo che non ti pagherò d'ingratitudine né di discortesia.

VIGNAROLO. Quando sarò dentro e che per opra mia recupererai la tua moglie, io prometterò Armellina sua serva al vignarolo; però quando sarò ritornato vignarolo a voi, mi facciate osservare la promessa con dir che or son in villa.

PANDOLFO. Eccomi e con la persona e con la robba per servirti e porre navi e cavalli per osservarti la promessa, e sarò tuo campione.

VIGNAROLO. Su su, me ne son pentito: la cosa non può riuscire, resta per me.

PANDOLFO. Che dici? che cervello è il tuo?

VIGNAROLO. Orsú, voglio servirvi.

PANDOLFO. E ti vuo' dar del mio ducento ducati piú di dote.

VIGNAROLO. Su, mano a' fatti, andiamo all'astrologo, ché voglio transformarmi.

PANDOLFO. E vuo' che stii sempre tre mesi in letto e mangiar sempre maccheroni.

VIGNAROLO. Se non basta transformarmi, disformami, reformami e conformami ancora.

PANDOLFO. Io so che i baci che ti dará Armellina si udiranno un miglio.

VIGNAROLO. Deh, andiamo presto, di grazia, ché io mi struggo, mi consumo e mi muoro!

PANDOLFO. Fermati! dove vai? non è quella la strada per ire all'astrologo.

VIGNAROLO. Io strabilisco, non so dove mi vada.

PANDOLFO. Eccolo. Monsignore, noi siamo tutti in pronto.

SCENA III.

ALBUMAZZAR, PANDOLFO, VIGNAROLO, GRAMIGNA.

ALBUMAZZAR. Ed arrivati in buon punto di astrologia: ché se il Sole vi fosse padre, madre Venere, la Luna sorella, Saturno vostro avo, Marte zio, Giove fratello e Mercurio vostro consobrino, non si sarebbono collocati in luoghi piú eletti del cielo di favorirvi e spargere sopra voi i loro felici influssi, che nell'ascendere, che nel mezzo del cielo, tutti in angoli, in congiongimenti e felicissimi aspetti di trini e di sestili; e in fortuna, sepolti in luoghi deboli e radenti.

PANDOLFO. Sappiamo bene il valore vostro: che sforzate i cieli a fare a vostro modo. Ecco colui che vuole transformarsi.

ALBUMAZZAR. Di buona indole.

VIGNAROLO. Padron mio, nulla mi duole.

ALBUMAZZAR. Di questo date grazia al Fattore del cielo, delle stelle, influssi planetari celestiali, che t'ha fatto uomo, che per forza del suo intelletto va penetrando i suoi secreti naturali.

PANDOLFO. Vi prego che quanto prima si può si dia principio all'opra.

ALBUMAZZAR. Primieramente bisogna trovar una camera terrena che sia rivolta al levante, che è la piú benigna parte del cielo; che non abbia fenestre al ponente;…

GRAMIGNA. (Quel «levante» è il miglior luogo, ché da quel levante levaremo le robbe della casa; quel «ponente» è suo contrario, ché non ci porrá altro del suo che parole).

ALBUMAZZAR. … e che sia in tutto conversa al settentrione: ché, secondo la opinione di Zoroastro, figlio di Oromasio persiano, Iarca bracmane, Tespione gimnosofista, Abbari iperboreo, Ermete Trismegisto, Budda babilonico, e tutt'i caldei e cabalisti, i cattivi influssi del cielo vengono da settentrione, che è la parte di dietro del cielo….

GRAMIGNA. (E massime quando quel vento non può star ristretto e vien fuori per la strada di dietro, che si chiude fra due monti rotondi della sfera della luna, con influssi umidi).

PANDOLFO. O grandissima sapienza, o mirabilissima astrologia!

GRAMIGNA. (Con quei nomi bizzarri l'ha pieno di spavento e di stupore!).

ALBUMAZZAR. … E se pure la fenestra settentrionale s'apre in qualche vicolo deserto, non sarebbe tanto cattiva.

GRAMIGNA. (Va designando le finestre donde possiamo aver la robba, ma ogni fenestra sará settentrionale per lui).

PANDOLFO. Vi porterò in mia casa, e voi vi eleggerete quella stanza che vi piace.

ALBUMAZZAR. Or, declinando dalla goezia alla teurgia, farmacia, neciomanzia, negromanzia, arte notoria e altre vane e superstiziose scienze, ci attaccaremo all'arte prestigiatoria che illude e perstringe gli occhi, che fan vedere una cosa per l'altra….

GRAMIGNA. (Giá spaccia la sua mercanzia, chiacchiere e menzogne e carote in furia).

ALBUMAZZAR. … E perché la Luna è quel pianeta in cielo che si transforma in piú forme—ché dalla neomenia in sette giorni sin alla dicotoma, e dalla dicotoma in sette altri giorni al panselino, e in sette altri dal plenilunio alla dicotoma, e in altretanto al panselino,—ci serviremo di quella nella nostra operazione;…

PANDOLFO. Oh cose altissime!

GRAMIGNA. (Giá tuttavia entrano le carote).

ALBUMAZZAR. … perché con quel suo mostrarsi in varie forme, mostra agli uomini d'intelletto che ella sola può fare questa maravigliosissima metamorfosi….

PANDOLFO. Oh che altissime cagioni!

ALBUMAZZAR. … Onde bisogna ornare prima quella camera di drappi bianchi finissimi lunari, e se fossero di tela d'argento, assai meglio;…

GRAMIGNA. (Quei panni ti faranno trionfar per molti giorni).

ALBUMAZZAR. … la terra coperta di lini bianchi e sottili;…

GRAMIGNA. (Per camiscie, fazzoletti, calzette e pedali).

ALBUMAZZAR. … un altar nel mezzo della camera, con vasi d'argento, bacili, bocali, candellieri e turribuli; e se vi fossero alcuni vasi d'oro non saria male, per la fratellanza che ave il Sol con la Luna e per piú onoraria:…

GRAMIGNA. (Vuol che ci bastino per molti mesi ancora).

ALBUMAZZAR… ché con tal bianchezza e puritá si allettano li influssi lunari, perché questo apparecchio si fa per la Luna….

GRAMIGNA. (Anzi per noi, ché ci alletteranno e provocheranno più che il Sole e la Luna).

ALBUMAZZAR. … Bisognano ancor per lo sacrificio e per certe altre ceremonie animali bianchi lunari, come una vitella di latte ma tutta bianca, ma se pur avesse qualche macchia piccola, non importa:…

GRAMIGNA. (E ancorché fosse tutta nera, pur ce la mangiaremo, non dubitate).

ALBUMAZZAR. … cosí alcuni capponi, piccioni e vini bianchi per spruzzar sul foco, come chiarelli, grechi, vernacce, e quanto piú vecchio e brillante tanto migliore, e con quanta maggior abbondanza tanto l'opra sará piú agevole a riuscire: che in queste cose «chi piú spende manco spende», e «se non si fa oggi non si fa in cento anni», perché è la massima congiunzione di pianeti.

GRAMIGNA. (Oh che sia benedetto un tal astrologo! ché senza buoni vini il banchetto non poteva riuscire bene; e carichi di robbe e di cibi ci partiremo da Napoli allegramente).

PANDOLFO. Come farò che non ho tanti drappi in casa né tanti argenti?

ALBUMAZZAR. Potrete tôrgli in prestito, ché serviranno solo per quattro ore e si potranno restituire a' padroni subito subito. E se vi fossero alcune provature bianche e fresche e altri frutti bianchi, pur sarebbono a proposito.

GRAMIGNA. (E ci vuol l'acconciabocca ancora).

PANDOLFO. Tutto si ará.

ALBUMAZZAR. Ma avertite che, doppo fatta l'opra, vo' la catena d'oro promessame per elemosina delle mie fatiche.

PANDOLFO. Le cose son troppo care.

ALBUMAZZAR. Tanto le dolcezze d'amore saranno piú care, perché costono; né amore e avarizia stanno bene insieme.

PANDOLFO. Orsú! prometto, doppo che avete trasformato il servo, donarvi quanto vi ho promesso.

GRAMIGNA. (Diavolo, sazialo tu! dubito che il troppo chiedere non li faccia perdere il tutto).

ALBUMAZZAR. Or andiamo a fare l'elezione delle camere, poi datemi licenza che vada a prepararmi.

PANDOLFO. Andiam presto, ché «il presto è il padron de' negozi».—Vignarolo, non partirte di qua né dir parola ad uomo di quanto hai inteso, ancorché ci andasse la vita.

VIGNAROLO. E se mi uccidessi non mi partirei di qua, né se mi cavassi la lingua parlarei.

SCENA IV.

CRICCA, VIGNAROLO.

CRICCA. Vignarolo, che vai facendo?

VIGNAROLO. Castelli in aria.

CRICCA. Di che cosa?

VIGNAROLO. Il padrone mi ha commandato che non lo dica ad uomo.

CRICCA. Dillo a me che sono una bestia.

VIGNAROLO. No no: sai che da me son secreto; quanto or ci debbo essere che me l'ha commandato il padrone?

CRICCA. Io non lo voglio sapere se bene mi pregassi.

VIGNAROLO. Se non lo dico, potrebbe essere che mi facesse una postema nel corpo e mi crepasse.

CRICCA. Ma pure….

VIGNAROLO. L'astrologo mi vuole transformare in Guglielmo: entrarò in casa sua, darò Artemisia per moglie al padrone e l'Armellina al vignarolo.

CRICCA. Hai detto bene che fai castelli in aria che si risolveranno in fumo. Ma eglino dove sono?

VIGNAROLO. Son entrati in casa per eleggere la stanza per la transformazione.

CRICCA. (Oimè, la cosa va calda! l'astrologo fará certo l'effetto: il vecchio avrá Artemisia a dispetto di suo figlio e di Lelio suo fratello! Non è da perdere tempo: troverogli e avisarogli del fatto, e ripararemo questo accidente. Ma cercarò se posso prima disuader questo asino). Ma dimmi: come ti metti a tanto pericolo? ché nel disfar della persona ci va il pericolo della vita.

VIGNAROLO. Non ci è pericolo, no.

CRICCA. Come no? se ti tagli un dito si sente cosí gran dolore, che sará quando si disfará il tutto? Il padrone, con grandissime promesse che mi ha fatte, non ci ha potuto coglier me: ci ha colto te che sei una bestia.

VIGNAROLO. Me ne vien molto commodo.

CRICCA. Da questo commodo ne viene molto incommodo: il desiderio ti fa precipitare, e per dilettare i tuoi appetiti incapparai in qualche mala ventura.

VIGNAROLO. Me l'ha consigliato il padrone ed io lo vo' fare.

CRICCA. I cattivi consegli fanno cattiva riuscita: per lo piú cadono sopra coloro che l'ordiscono.

VIGNAROLO. Lego l'asino dove vuole il padrone.

CRICCA. Dubito che questo «asino» e questo «ligare» non siano un capestro che ti leghi e ti strangoli il collo; perché oltre il pericolo di disfare, come si scopre la forfantaria, Lelio suo figlio con la corte te ne fará patir la penitenza.

VIGNAROLO. La patirá quel Guglielmo che paio, non quel vignarolo che sono.

CRICCA. (Stiman costui un asino, ma asino son io che lo stimava un asino. Ma eccoli che vengono fuori. Non vo' che ne veggano insieme: andarò e avisarò Lelio ed Eugenio del tutto).

SCENA V.

ALBUMAZAR, PANDOLFO, VIGNAROLO.

ALBUMAZAR. La casa è molto a proposito. Io andrò a tôr le mie armi, astrolabi, meteoroscopi, e per via di azimut e almicantarat prepararò le cose necessarie. Voi andate a tôr li argenti e paramenti in prestito e l'altre cose che vi ho detto, e lasciate ordinato in casa che si sgombri la camera e poi s'orni.

PANDOLFO. Sará fatto in un subito quanto avete ordinato.

ALBUMAZAR. Vo e volarò qui fra poco.

PANDOLFO. Andate felice!—Vignarolo, di' a Sulpizia che cali giú li addobbamenti di damasco con quelle trine d'oro e tutti gli argenti miei, e che sgombri la camera e l'adorni tutta; e torna volando.

VIGNAROLO. Cosí farò.

PANDOLFO. O felice me, o benedetto astrologo! eccomi giunto a quanto mai ho desiderato: posseder Artemisia per isposa. Cancaro! se ci dovesse andar la vita. E non mi par che mai giunga quell'ora; oh, quanto tarda il vignarolo!—Finiamola, a che dimori tanto?

VIGNAROLO. Eccomi!

PANDOLFO. Vien meco a portar vasi di argento che mi farò prestar dagli amici, li animali e quei liquori.

VIGNAROLO. Vengo.