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Le donne dei Cesari

Chapter 12: II.
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About This Book

Lo studio ricostruisce il ruolo pubblico e privato delle donne nell'antica Roma, con particolare attenzione al secolo che seguì il tramonto della repubblica e alla presenza femminile nelle famiglie imperiali. Espone le fonti antiche e ne critica le rappresentazioni sensazionalistiche, ricostruendo invece le trasformazioni giuridiche e sociali: i due regimi matrimoniali, le modifiche della tutela e i dispositivi che permisero alle donne sposate e non sposate di acquisire autonomia patrimoniale e di fatto influenza sociale. Mettere il potere in atto si rivela un onere che può diventare tragico quando è sfruttato anziché esercitato con abnegazione.

III. LE FIGLIE D’AGRIPPA.

I.

Abbandonato dall’opinione pubblica, inviso alla maggioranza del senato, in rotta con Augusto, Tiberio si trovò ben presto a Rodi nella disperata stretta di chi, con una mossa falsa, ha fatto il gioco dei suoi nemici e non sa come riparare all’errore. Uscire di Roma era stato facile; il difficile era rientrarci. E forse la sua fortuna sarebbe tramontata per sempre, ed egli non sarebbe più diventato imperatore, se nell’universale abbandono due donne non gli fossero rimaste fedeli: la madre Livia, e la cognata Antonia, la vedova del fratello Druso, morto giovane, quando più vive erano le speranze che Roma riponeva in lui.

Antonia era una figlia della sorella di Augusto, Ottavia, e di Marco Antonio, il famoso triunviro di Cleopatra; e fu certo la più gentile e dolce tra tutte le figure di donne che compaiono nella tragica e lugubre storia della famiglia dei Cesari. Bella, virtuosa, seria, modesta, equilibrata, portava nella famiglia uno spirito di concordia, una serenità, un senno che, pur troppo, non sempre avevano ragione delle violente passioni e dei rissosi interessi degli altri. Druso e Antonia erano stati per i Romani, sinchè Druso visse, il modello delle coppie fedeli e amorose, cosicchè il loro tenero affetto era passato quasi in proverbio; ma quel che in questa coppia aveva più profondamente commosso a Roma la moltitudine, così incline ad ammirare i discendenti delle grandi famiglie, era la bellezza, la virtù, la dolcezza, la modestia e la riserva di lei. Morto Druso, Antonia non volle rimaritarsi più, sebbene la lex de maritandis ordinibus ne facesse obbligo anche a lei; «giovane e bellissima — scrive Valerio Massimo — si ridusse a vivere in compagnia di Livia, e il medesimo letto vide morire il giovane marito e invecchiare la sposa in una austera vedovanza»; Augusto e il popolo furono così inteneriti da questa suprema prova di fedeltà alla memoria dell’indimenticabile marito, che per comune consenso dell’opinione pubblica, essa fu dispensata dall’obbligo di rimaritarsi; e Augusto stesso, pur così rigoroso nell’imporre l’osservanza della lex de maritandis ordinibus alla sua famiglia, fu questa volta disarmato. Per la prima volta la Ragion di Stato, mezzana e pronuba di prostituzioni legali, rispettò l’anima e il corpo di una donna pura, esentandola dalle promiscuità politiche, obbligatorie per tutte le altre donne della sua famiglia e della sua casta.

Tra una sua villa di Bauli, dove passava la maggior parte dell’anno e Roma, la bella vedova badava ad allevare i suoi tre figli — Germanico, Livilla, Claudio — vivendo appartata dalle cose politiche, nella intimità di Livia, da essa venerata, dopo la morte di Ottavia, come la madre; e cercando di infondere uno spirito di concordia nella lacerata famiglia.

Antonia era molto amica di Tiberio, il quale a sua volta ricambiava di viva simpatia e di un profondo rispetto la bella e virtuosa cognata. Che Antonia, la quale era legatissima a Livia, abbia parteggiato per Tiberio, è certo per molti indizî. Ma della lotta che si impegnò in quegli anni fra nemici ed amici di Tiberio, non Antonia, creatura dolce e mite, ma Livia, più forte, più autorevole, più energica, fu l’anima.

Le cose peggiorarono rapidamente: l’opinione pubblica diventava sempre più ostile a Tiberio e più favorevole a Giulia e al suo figlio; ben presto si vollero dare al fratello minore di Caio Lucio, gli stessi onori già assegnati a Caio; gli interessi si allearono agli odi e ai rancori contro Tiberio, perchè non appena Tiberio era partito, il Senato aveva aumentato le spese delle frumentazioni per il popolo, e quelle per i pubblici giuochi. Quanti approfittavano di queste spese avevano ormai interesse a impedire che Tiberio, famoso per la sua avversione a tutte le spese inutili, tornasse. Non si badò ai mezzi pur di rovinare Tiberio; tutte le arti e tutte le calunnie furono lecite, perfino l’accusa di ordire delle congiure contro Augusto. Fronteggiare insieme i rancori e le inclinazioni di Augusto, l’opinione pubblica, la maggioranza del Senato, gl’interessi coalizzati, Giulia e i suoi amici, era impresa ardua, anche per una donna così abile e forte come Livia. Quattro anni passarono, l’uno più nero ed infausto dell’altro per Tiberio ed i suoi. Al partito di Giulia crescevano di continuo le forze.

Alla fine il partito di Tiberio si decise ad una audacia disperata: colpire il partito avversario con uno scandalo nella persona stessa di Giulia. La lex Iulia de adulteriis, fatta da Augusto nell’anno 18, e che dava licenza a qualunque cittadino di accusare la sposa infedele davanti ai tribunali, quando il marito o il padre non l’accusassero, si applicava a tutti i cittadini romani, dunque anche la figlia di Augusto, alla vedova di Agrippa, alla madre di Caio e di Lucio Cesare, le due giovani speranze della repubblica. Giulia aveva sino ad allora violato la lex Iulia; e non aveva subito la pena, che aveva colpito tante altre donne dell’aristocrazia, solo perchè nessuno aveva osato provocar questo scandalo nella prima famiglia dell’impero. Il partito di Tiberio, protetto e guidato da Livia, l’osò alla fine. È impossibile dire quale fu la parte di Livia in questa tragedia: certo è che essa o qualche altro personaggio influente riuscì a procurarsi le prove della colpa di Giulia, e le portò ad Augusto, minacciando, se egli non compiva il suo dovere, di portarle al pretore e di fare un processo. Augusto aveva voluto con la lex Julia che se il marito, come era allora il caso di Tiberio, non poteva accusare la donna infedele, il padre doveva farne le veci; ed Augusto dovette subir la sua terribile legge, per evitare scandali e guai peggiori. Esiliò Giulia nella piccola isoletta di Pantelleria; e a 37 anni, la giovane, avvenente, piacevole, voluttuosa signora, che aveva brillato a Roma tanti anni, dovette sparire per sempre dalla metropoli, ridursi a vivere in una isoletta selvaggia. La sua vita era troncata per sempre dall’odio implacabile di un partito nemico, dalla crudeltà inesorabile di una legge, fatta dal padre.

Dopo l’esilio di Giulia, la fortuna di Tiberio e di Livia, per quattro anni languente, risorge. Ma non così rapidamente, come Livia e Tiberio forse avevano sperato. Giulia conservò, anche nella disgrazia, numerose amicizie e una grande popolarità; per molto tempo il popolo di Roma dimostrò a suo favore; molti sollecitavano il suo perdono da Augusto: prova evidente che le orribili infamie raccontate sul suo conto erano esagerazioni di nemici. Giulia aveva violata la lex Iulia, questo è sicuro: ma se aveva commesso un fallo, non era un mostro, come i suoi nemici dicevano: era una bella signora, come molte ce ne furono, ce ne sono e ce ne saranno, provvista di vizi e di virtù umane. E difatti il suo partito, riavutosi dallo scandalo, riprese la guerra; e fermo nel pensiero di far perdonare Giulia, tentò quanto potè per impedire a Tiberio di tornare a Roma e riprender parte alla vita politica, sapendo che se il marito rimetteva il piede in Roma, Giulia non ci ritornerebbe più. Uno solo poteva rientrare in Roma: o Tiberio o Giulia. E la mischia dei due partiti riarse intorno ad Augusto, più furiosa che mai.

Caio e Lucio Cesare, i due giovani figli di Giulia, prediletti di Augusto, furono i portavoce dei nemici di Tiberio presso Augusto, il contrappeso dell’influenza di Livia. Nessuna arte fu negletta per seminare tale odio e diffidenza tra i due giovani e Tiberio, che non potessero mai ritrovarsi insieme nel governo e la presenza degli uni escludesse l’altro. Un nuovo aiuto i nemici di Tiberio trovarono in una figlia di Giulia e di Agrippa — Giulia minore, come la storia l’ha chiamata, — che Augusto amava non meno di Caio e di Lucio. Sposata a L. Emilio Paolo, al discendente di una delle più grandi famiglie di Roma, Giulia divenne presto, in Roma, al posto della madre, l’Antilivia; raccogliendosi dattorno, come la madre, una corte di giovani eleganti, di scrittori, di poeti — Ovidio faceva parte del suo circolo — la quale bilanciasse la consorteria dei vecchi senatori (parrucconi, diremmo noi) che facevano circolo intorno a Livia. Non indugiò molto neppure ad abusare della benevolenza del nonno come ne aveva abusato la madre; sfoggiando, all’ombra della sua protezione, un lusso che i nemici del vecchio puritanismo romano ammiravano appunto perchè vietato dalle leggi; costruendo una magnifica villa, che era una sfida alla legge suntuaria; e — se si vuol credere alla tradizione — violando anche quella lex de adulteriis, che era stata così fatale alla madre.

Cosicchè, anche dopo la caduta di Giulia, i suoi tre figli — Caio, Lucio, Giulia — erano abbastanza potenti, e per la debolezza di Augusto, e per il favore pubblico, e per gli appoggi in Senato, da contrastare il terreno al partito di Livia. A mala pena, dopo infiniti stenti e quattro anni di intrighi, nell’anno 2 dopo C., Livia riuscì ad ottenere che Tiberio potesse ritornare a Roma; ma a condizione che s’occupasse solo dell’educazione del figlio e dei suoi affari privati, ogni faccenda pubblica esclusa. Augusto era vecchio e non bastava più all’impero; l’esercito era arrugginito, le finanze dissestate, le frontiere mal sicure; in Gallia, in Pannonia, in Germania la rivolta serpeggiava; Tiberio solo, che era il primo generale e uno dei migliori amministratori del suo tempo, che poteva mettere a disposizione della repubblica il pieno vigore della sua virilità matura, era in grado di fare ciò, che Lucio e Caio non sapevano. Ma inutilmente: Augusto non cedeva alle istanze di Livia: I Giulî erano padroni dello Stato e ne tenevano lontani i Claudî.

Tiberio sarebbe forse stato bandito per sempre dal potere, se il caso non l’avesse aiutato, togliendo di mezzo Caio e Lucio Cesare. Poco dopo il ritorno di Tiberio, il 20 agosto dell’anno 2 d. C. Lucio Cesare moriva a Marsiglia, spento da breve malattia; e venti mesi dopo, nel febbraio dell’anno 4, moriva pure Caio, in Licia, in seguito ad una ferita ricevuta in una scaramuccia. Queste due morti furono così premature, così vicine l’una all’altra e così opportune per Tiberio, che la posterità si è rifiutata di considerarle come uno dei tanti accidenti che possono capitare a tutti gli umani; e ha sospettato in quelle la mano criminosa di Livia! Senonchè chi conosce un po’ il mondo e gli uomini, sa che è più facile immaginare e sospettare che compiere questi avvelenamenti romanzeschi. Pur lasciando in disparte ogni considerazione sul carattere di Livia, — e molte se ne potrebbero fare — è difficile immaginare come essa avrebbe osato e potuto avvelenare i due giovani a tanta distanza da Roma, in Asia l’uno e in Gallia l’altro, per mezzo di molti complici, in tempi in cui, divisa come era la famiglia di Augusto da tanti odi, ogni suo membro era sospettato, spiato, appostato da un partito nemico; e in cui l’esempio di Giulia provava che la parentela con Augusto non era schermo sufficiente contro i rigori della legge e la collera dell’opinione pubblica. È poi cosa notissima che il popolo inclina sempre a sospettare un delitto ogni qual volta un uomo noto e potente muore prematuramente. Senza risalire alla leggenda del Conte Rosso avvelenato dalla madre, ricorderemo che trent’anni fa era tradizione, a Torino, che Cavour fosse stato avvelenato dalla mano di un’amante, chi diceva per ordine di Napoleone III, chi dei gesuiti, solo perchè la sua vita fu repentinamente troncata (da una nefrite, credo) a 52 anni, proprio quando l’Italia sentiva di averne maggior bisogno! Questa ecatombe di giovinetti e di giovani nella famiglia di Augusto sembra la persecuzione di un’oscura fatalità e può riuscir sospetta: ma appunto perchè le morti premature furono così numerose, non si possono spiegare se non con il logoramento della stirpe bacata nel midollo. Tutte le famiglie, invecchiando nel potere e nella ricchezza, si spengono: onde nessuna aristocrazia potè durare se non rinnovandosi, e quelle che si sono chiuse in sè, sono perite.

Nessuna seria ragione ci autorizza ad attribuire a una donna, che fu venerata come un modello dagli uomini migliori della sua età, un così orrendo delitto; e le favole che ne raccontò il popolino, avverso a Livia perchè fedele a Giulia, e che gli storici delle età seguenti raccolsero, valgono quanto le dicerie del popolino torinese sul veleno propinato a Cavour. La morte di Caio e di Lucio Cesare fu però una grande fortuna per Tiberio, perchè impose il suo ritorno al potere. L’impero era nei guai dappertutto; la Germania era mezza in rivolta; l’esercito aveva bisogno di un capo; pure Augusto, vecchio e irresoluto, esitava ancora, temendo l’avversione che covava e in senato e nel popolo contro il troppo autoritario Tiberio. Alla fine, d’accordo con Livia, la parte più seria, più autorevole, più antica della nobiltà senatoria, capeggiata da un nipote di Pompeo, Gneo Cornelio Cinna, gli impose di richiamare Tiberio, minacciando, pare, di ricorrere a qualche espediente violento, su cui noi non abbiamo sicure notizie. Certo è che si fece paura al vecchio Augusto, vincendo così con una paura maggiore la paura di cui gli era cagione la impopolarità di Tiberio; e il 26 giugno dell’anno 4 dell’êra volgare Augusto adottava Tiberio come figlio, gli faceva dare la potestà tribunizia per dieci anni, prendendolo a collega. Tiberio, a sua volta, per volontà di Augusto, adottava come figlio Germanico, il figlio maggiore di Druso e di Antonia, la sua fedele amica: un giovane intelligente, attivo, e da cui tutti speravano molto.

Ritornato al potere Tiberio provvide, di accordo con Augusto, a riordinare l’esercito e lo Stato; e a placare, con atti di clemenza e nuovi matrimoni, le furiose discordie che negli ultimi anni avevano diviso o turbato la famiglia dei Giuli e dei Claudi. L’esilio di Giulia fu addolcito; Germanico sposò Agrippina, un’altra figlia di Giulia e di Agrippa, una sorella di Giulia minore, vedova di Caio Cesare; Livilla, sorella di Germanico e figlia di Antonia, fu data al figlio di Tiberio, a Druso, un giovane coetaneo di Germanico e che non ostante certi difetti, l’irascibilità e l’inclinazione ai piaceri, mostrava alcune qualità di uomo di Stato: fermezza, mente solida, attività. Si voleva sempre con questi matrimoni far della famiglia di Augusto, del ramo giulio e del ramo claudio che la componevano intrecciati, un corpo solo, formidabile, unito, così da poter essere il fondamento su cui poserebbe la repubblica, ossia il governo di tutto l’impero. Ma se il proposito era savio, i fermenti di discordia e la infelicità dei tempi potevano più che i buoni propositi. Troppo si era aspettato a richiamar Tiberio al potere; il disordine, dopo dieci anni di governo senile, era troppo grande; i provvedimenti imaginati da Tiberio per riassettare le finanze dell’impero, irritarono le classi ricche dell’Italia; nel 6 dopo C. scoppiò la grande rivolta della Pannonia. Che spavento fu quello! Parve di tornare ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni. In un istante di follia collettiva si temè perfino che la penisola potesse essere invasa e Roma assediata dai barbari! Tiberio accorse rapido, e domò l’insurrezione, non affrontandola in campo aperto, ma stancandola: metodo sicuro e savio, con le milizie di cui disponeva! Ma a Roma, passato lo spavento, il protrarsi della guerra irritò, e divenne per molti un pretesto per sfogar l’odio antico contro Tiberio, il quale fu accusato di aver paura, di non sapere il suo mestiere, di tirare in lungo la guerra per ambizione! Il partito avverso a Tiberio risollevò la testa, tentando perfino di aizzargli contro Germanico, che giovane, ambizioso, temerario, avrebbe preferito una guerra rapida; e certo si sarebbe creato già sin da allora un partito di Germanico ed uno di Tiberio, se Augusto, questa volta, non avesse da Roma sostenuto Tiberio. Ma le difficoltà e le incertezze erano grandi; e rinascevano di continuo.

In mezzo a queste lotte e a queste paure un nuovo scandalo scoppiò nella famiglia di Augusto: Giulia minore, come la madre, si lasciò cogliere in fallo dalla lex Iulia de adulteriis e dovè prendere anch’essa la via dell’esilio! Come e per opera di chi lo scandalo scoppiasse, noi non sappiamo: sappiamo invece che Augusto amava molto la nipote; onde è da credere che in quell’agitato e torbido momento, mentre tanti odi si appuntavano contro la sua famiglia e la sua casa, tanti sforzi si facevano per rovesciare di nuovo Tiberio, che pure aveva salvato l’impero, Augusto dovè una seconda volta subire la sua legge; e non osò contendere al partito puritano, alla minoranza arcaizzante dei senatori, agli amici di Tiberio, questa seconda vittima della sua famiglia. Certo è che si fece quanto si potè per limitare lo scandalo; e che dell’esilio della seconda Giulia appena qualche sommaria notizia sarebbe giunta sino a noi, se tra i complici che furono esiliati con lei non ci fosse stato anche Ovidio, che doveva empire venti secoli dei suoi lamenti e farli giungere sino alle orecchie dei più tardi nipoti.

L’esilio di Ovidio è uno dei misteri che più tormentarono la curiosità dei secoli, come la maschera di ferro. Ovidio stesso l’ha acuita con la prudenza, non parlando mai chiaramente delle accuse a cui soggiacque, facendo ad esse soltanto delle vaghe allusioni, che si riassumono in due parole: carmen et error. Onde i posteri si domandano da venti secoli quale fu questo error che mandò l’elegante poeta a morire tra i barbari Geti, sulle sponde del Danubio; e naturalmente senza venirne a capo. Se però non è possibile precisare quale fu l’error che costò così caro ad Ovidio, è possibile invece rendersi ragione di quel che fu questo singolare e famoso episodio della storia di Roma, a cui Ovidio deve in parte la sua immortalità. Ovidio non fu vittima, come troppo si è ripetuto, di un capriccio del dispotismo; e quindi non può essere paragonato ad uno dei tanti scrittori russi, che l’amministrazione deportava in Siberia per odio e per paura, senza una ragione precisa, sotto gli czar. Il suo caso, in una certa misura, potrebbe piuttosto paragonarsi al processo di Oscar Wilde, sebbene l’accusa a cui i due poeti soggiacquero fosse diversa. L’error di Ovidio fu certamente di aver violata qualche disposizione della Lex Iulia de adulteriis, che, noi lo sappiamo, era molto minuta e specificava come casi di complicità molti atti e fatti, che anche agli occhi dei più rigoristi moderni, sembrerebbero biasimevoli, sì, ma non degni di così terribili pene. È verosimile che Ovidio incappasse in una di queste disposizioni; ma il suo error, grave o leggera che fosse, più che la ragione vera della condanna, fu il pretesto: il pretesto per sfogare su di lui un vecchio rancore, che aveva ragioni più profonde. Il tradizionale puritanismo romano volle mandare in esilio il poeta delle signore frivole, eleganti, leggere; l’autore dei poemi erotici, che con la penna ed i versi aveva aiutato i tempi a mutare l’antica austera materfamilias in una dispendiosa amica degli uomini e dei sollazzi; il poeta, che si era fatto ammirare, sopratutto dalle donne, lusingandone le inclinazioni più pericolose. Il puritanismo odiava i nuovi indirizzi della vita sociale, e quindi anche la poesia di Ovidio, precipuamente per i loro funesti effetti sulle donne, le quali, come vedemmo, nelle famiglie aristocratiche, non erano punto mantenute nell’ignoranza, e quindi leggevano poeti e filosofi. Ma perciò appunto ci fu sempre a Roma una viva avversione contro la letteratura leggera e immorale. Se i libri fossero andati solo per le mani degli uomini, la poesia di Ovidio non avrebbe forse avuto la fortuna di una persecuzione, che doveva attirare su di essa l’attenzione della posterità. La libertà della donna pareva, insomma, a questa società, dovere imporre una maggior riserva anche nella letteratura; e Ovidio, che se ne era scordato, se ne ricordò a proprie spese, quando dovè ridursi in esilio tra i Geti, sulle rive del Danubio gelato, perchè troppe donne leggevano troppo volontieri, a Roma, i suoi libri. I quali furono, per ordine di Augusto, tolti dalle biblioteche: il che non impedì tuttavia che giungessero sino a noi, quando tante opere più serie — la storia di Tito Livio per esempio — si sono o interamente o in troppa parte perdute!

II.

Dopo la rovina della seconda Giulia, Augusto non ebbe più, sino alla morte, che avvenne il 23 agosto del 14 dopo C., gravi dispiaceri dalle donne della sua casa. La grande sciagura degli ultimi anni del suo governo è una sciagura pubblica: la disfatta di Varo e la perdita della Germania. Ma con quanta tristezza doveva Augusto guardare indietro, nelle ultime settimane della sua lunga vita, la storia della sua famiglia! Tutti quelli che egli aveva amati erano stati strappati a lui innanzi tempo da un destino crudele: dalla morte, Druso, Caio e Lucio Cesare; dall’Infamia e dalla Crudeltà della legge, peggiore che la morte, le due Giulie! La grandezza senza esempio a cui si era levata, non aveva portato fortuna alla sua famiglia. Egli restava vecchio, quasi solo, superstite stanco tra le tombe dei suoi cari spenti innanzi tempo dal Fato, tra le memorie ancora più dolorose di quelle che erano state sepolte vive in selvaggie isolette e nella tomba dell’Infamia; non avendo più altra compagnia che quella di Tiberio con cui si era riconciliato davvero, di Antonia, la dolce nuora da tutti rispettata, e di Livia, la donna che il destino aveva messo ai fianchi negli anni orrendi del sangue e del ferro; la compagna fedele, per cinquantadue anni, della sua varia, meravigliosa e tragica fortuna. Si capisce quindi che, come gli storici narrano, le ultime parole del vecchio imperatore siano state un tenero ringraziamento alla moglie fedele: «Addio, Addio, Livia; ricordati della nostra lunga unione!». Con queste parole egli terminava la sua vita da vero romano: rendendo omaggio alla sposa, che il costume e la legge volevano compagna fedele e amorosa, non docile schiava dell’uomo.

Ma se la famiglia di Augusto aveva tribolato e sanguinato già durante la sua vita, più sofferse e pericolò dopo la morte di lui. Non si renderà mai conto della storia del primo impero chi, partendo dal preconcetto che Augusto fondò una monarchia, si imagina che la sua famiglia dovè godere, nella società romana, dei privilegi che sono riconosciuti, in tutte le monarchie, alla famiglia del sovrano. Certo di una condizione privilegiata questa famiglia godè sempre se non per legge, di fatto, e per la forza stessa delle cose: ma non per nulla Roma era stata per tanti secoli una repubblica aristocratica, in cui tutte le famiglie della nobiltà si erano considerate eguali e sottoposte alle medesime leggi. Del privilegio che alla famiglia dei Giulio-Claudi assicurava la suprema dignità del suo capo, l’aristocrazia si vendicò prendendola in odio, sospettandone e calunniandone tutti i membri, sottoponendola con crudele voluttà, quando poteva, alle leggi comuni, anzi maltrattando con più feroce accanimento quelli che per caso cadessero sotto le sanzioni di una legge. Ai privilegi di cui godevano i membri della famiglia imperiale, faceva equilibrio il pericolo di dover ricevere più forte i colpi delle leggi, se qualcuno ci cascasse sotto, per dare all’aristocrazia senatoria la atroce soddisfazione di vedere uno di questi felici martoriato come e più degli altri. Non è dubbio, ad esempio, che le due Giulie furono più severamente punite e infamate che le altre signore dell’aristocrazia ree dello stesso delitto; e che Augusto aveva dovuto essere con loro spietato, perchè non si dicesse in Senato, che faceva leggi non per i suoi, ma per gli altri.

Tuttavia sinchè Augusto visse, egli fu per i suoi parenti uno schermo sufficiente. Sopratutto nell’ultimo ventennio Augusto fu l’oggetto di un rispetto quasi religioso. L’epoca tempestosamente grande da cui proveniva, straordinaria fortuna, il lungo governo, i servigi che aveva resi davvero e quelli che era parso rendere, gli avevano conferito tanta autorità, che l’invidia riponeva innanzi a lui le sue freccie più avvelenate. Per rispetto a lui, anche la sua famiglia non fu, tranne in qualche passeggero furore dell’opinione pubblica, come quelli in cui le due Giulie furono condannate, troppo calunniata e maltrattata. Ma, lui morto, le cose mutarono, perchè Tiberio, sebbene fosse un sagace amministratore, un valentissimo generale e un uomo capace, non godeva le simpatie e il rispetto di Augusto: anzi era odiato da una parte considerevole del Senato e della aristocrazia, quella che aveva a lungo parteggiato per Caio e Lucio Cesare. Non l’ammirazione del Senato e del popolo, ma la necessità l’aveva imposto come capo della repubblica, perchè, quando Augusto morì, l’impero essendo in guerra con i Germani e le provincie pannonico-illiriche in rivolta, era forza affidare l’esercito ad un uomo che incutesse terrore ai barbari e che al caso sapesse combatterli. Tiberio stesso era così convinto che la maggioranza del Senato e il popolo di Roma subirebbero il suo governo per forza, che era stato a lungo in forse: se accettare o no. Nessuno si illudeva meno di lui che sarebbe facile governare con gli animi così avversi.

Sotto il governo di Tiberio la famiglia imperiale fu circondata da un odio molto più intenso e palese, che non sotto Augusto. Una coppia faceva eccezione: Germanico ed Agrippina, i quali erano molto amati. Ma qui appunto incominciarono le prime gravi difficoltà per Tiberio. Intorno a Germanico, che aveva 29 anni quando Tiberio fu assunto alla presidenza della repubblica, incominciò a raccogliersi un partito che, corteggiandolo e adulandolo, lo oppose a Tiberio; inconsapevolmente aiutato sopratutto dalla moglie di Germanico: Agrippina. Era costei, diversamente da sua sorella Giulia, una donna di costumi intemerati, innamorata e fedele al marito, una vera matrona romana come la tradizione l’aveva vagheggiata, casta e feconda, che a 26 anni aveva già dati nove figli al marito, di cui però sei erano morti. Ma quasicchè Agrippina fosse destinata a mostrare che nella casa di Augusto ed in quei tempi torbidi e strani, la virtù non era meno pericolosa del vizio, sia pure per un altro verso, e per differenti ragioni, della sua fedeltà al marito, dell’ammirazione che godeva in Roma, Agrippina era così fiera, che tutti gli altri difetti del suo carattere erano come inturgiditi dallo smodato orgoglio di questa sua virtù. E tra questi suoi difetti occorre enumerare una grande ambizione, una specie di attività faragginosa e tumultuaria, una irriflessiva impetuosità di passioni, una pericolosa mancanza di ponderazione e di criterio. Agrippina non era malvagia; ma era ambiziosa, violenta, intrigante, imprudente, poco riflessiva, quindi facile a scambiare i suoi sentimenti ed interessi per la ragione universale del giusto; amava molto il marito, da cui non si staccava mai, che accompagnava in tutti i viaggi; ma appunto perchè lo amava lo spingeva a secondare quella sorda opposizione a Tiberio, che voleva farne il suo campione e il suo favorito.

Se di nuovo il Senato e la famiglia imperiale non si scisse in due fazioni, fu perchè Germanico resistè saviamente ai suoi troppo zelanti ammiratori; e forse anche perchè la madre, Antonia, non smise mai di essere, quanto il governo di Tiberio durò, la più fida ed affezionata amica dell’imperatore. Dopo il divorzio di Giulia, Tiberio non si era riammogliato; e gli affettuosi uffici che avrebbe dovuto compiere presso di lui la moglie, furono compiuti in parte dalla madre, in parte dalla cognata. Nessuna persona era ascoltata dal chiuso e diffidente imperatore, quanto Antonia. Chi voleva impetrar da lui qualche favore, non poteva far meglio che affidar la causa ad Antonia. È verosimile quindi che Antonia bilanciasse presso il figlio la moglie. Ma se proprio non si giunse alla scissione, delle difficoltà nacquero presto. Non solo Agrippina e Livia vennero in discordia, ma — e fu cosa più grave — cedendo un po’ al suo temperamento, un po’ ai suggerimenti della moglie e degli adulatori, Germanico, che alla morte di Augusto era legato per la Gallia, iniziò di suo capo una politica germanica contraria alle istruzioni di Tiberio. Tiberio, che i Germani conosceva per lunga esperienza, non voleva più molestarli: la rivolta di Arminio dimostrava che, minacciati nella loro indipendenza, sapevano unirsi e diventavano pericolosi; lasciati in pace, si distruggevano in guerre continue. Occorreva quindi non assalirli o minacciarli, ma abilmente soffiar nel fuoco delle loro continue discordie e guerre, affinchè, interdistruggendosi, lasciassero tranquillo l’impero. Ma questa saggia e prudente politica poteva piacere a un vecchio guerriero, come Tiberio, che già aveva raccolti tanti allori; non ad un giovane che ambiva di segnalarsi con grandi imprese; al cui fianco stava, stimolo continuo, una moglie ambiziosa e che era circondato da una corte di adulatori. Germanico, di sua iniziativa, passò il Reno e incominciò una vasta offensiva, attaccando una dopo l’altra, con rapide e fortunate spedizioni, le più potenti popolazioni germaniche. A Roma questa ardita mossa piacque, massime ai nemici di Tiberio che erano molti; sia perchè l’ardimento piace sempre più che la prudenza, a coloro che non rischiano nulla e giudicano di una guerra a centinaia di miglia dai campi di battaglia; sia perchè la gloria di Germanico poteva offuscare Tiberio. E Tiberio, non ostante disapprovasse, per un certo tempo lasciò fare il figlio adottivo per non contrariare l’opinione pubblica e per non parer di invidiare al giovane Germanico la gloria che si acquistava.

Tuttavia egli non voleva che Germanico si impegnasse troppo con le tribù germaniche; e quando gli parve che avesse abbastanza mostrato il valor suo e abbastanza fatto sentire ai nemici la possanza di Roma, lo richiamò, mandando l’altro figlio suo, figlio non adottivo, ma vero, Druso. Ma questo richiamo non garbò punto al partito di Germanico, il quale recriminò amaramente sussurrando che Tiberio era geloso di Germanico, che lo aveva richiamato per impedirgli di acquistare gloria in una impresa immortale. Tiberio pensava così poco a impedire a Germanico di adoperare in servizio di Roma il suo ingegno, che subito dopo nell’anno 18 d. C. lo mandò in Oriente a rimettere l’ordine nell’Armenia agitata da interne discordie, dandogli quindi un comando non meno importante di quello che gli aveva tolto. Ma nel tempo stesso non volle affidar interamente ogni cosa al senno di Germanico, che era capace e valoroso, ma giovane, e sempre accompagnato da una moglie imprudente e da una corte di adulatori irresponsabili; e perciò gli mise a fianco un uomo più anziano, maturo e sperimentato: Gneo Pisone, un senatore, che apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma.

Gneo Pisone doveva aiutare, consigliare, e se era necessario, frenare Germanico; e anche informare Tiberio di quanto il giovane faceva in Oriente. Di questo non si può dubitare: ma chi vorrà contestare a Tiberio, che aveva la responsabilità dell’impero, il diritto di far sorvegliare un giovane di trentatrè anni, cui tanti e così gravi interessi erano commessi? Senonchè questa ragionevole e misurata cautela fu cagione di infiniti guai. Germanico si offese, e istigato dagli amici, venne in guerra con Pisone; Pisone avendo condotto sua moglie Plancina, che era una grande amica di Livia, come Germanico aveva condotto Agrippina, Agrippina e Plancina litigarono, da mogli fedeli, non meno dei loro mariti; l’autorità romana in Oriente si divise in due cabale, quella di Pisone e quella di Germanico, che si accusarono di illegalità, di concussione, di prepotenza, e di cui ciascuna non pensò che a disfare quello che l’altro aveva fatto. Quale delle due cabale avesse ragione o in che misura ciascuna avesse torto o ragione, è difficile dire, perchè il racconto di Tacito, annebbiato da un’ostilità preconcetta, non ci illumina affatto. Ma è certo che Germanico non rispettò sempre le leggi e qualche volta agì con soverchia leggerezza, obbligando Tiberio ad intervenire personalmente: come allorchè andò con Agrippina a fare un viaggio in Egitto, che anche allora era una meta favorita dei viaggiatori curiosi e istruiti. Ma allora vigeva anche un’ordinanza di Augusto che vietava ai senatori romani di metter piede in Egitto, senza uno speciale permesso. Come aveva scavalcato questo divieto, non sarebbe meraviglia se Germanico in altre occasioni non avesse rispettato troppo alla lettera le leggi, che definivano i suoi poteri.

Purtroppo la discordia tra Germanico e Pisone empì di confusione e di discordia tutto l’Oriente; e inquietò di riflesso Roma, dove il partito avverso a Tiberio l’accusò di perseguitare il figlio adottivo per gelosia; dove anche Livia, non più protetta da Augusto, incominciò ad essere sospettata di intrigare contro Germanico per odio di Agrippina. E Tiberio non sapeva che fare, impacciato dalla opinione pubblica favorevole a Germanico, e desideroso nel tempo stesso che i suoi figli dessero l’esempio di obbedire alle leggi. Quando, nel 19 d. C. Germanico ammalò ad Antiochia; e dopo una malattia lunga, alternata di molti miglioramenti e peggioramenti, alla fine, come suo padre, come i suoi cognati, soccombette al destino, in piena giovinezza, a 34 anni! È da stupirsi se l’immaginazione popolare, sgomenta da questa nuova morte immatura, che troncava una pericolosissima discordia politica, incominciasse subito a sussurrar di veleno? Il partito di Germanico, esasperato da questa sciagura che lo annientava, insieme con le speranze di quanti si erano legati a Germanico per le loro fortune future, raccolse, colorì, propagò per ogni dove la voce: e chi a questa voce credette con maggior fede fu Agrippina, che il natural dolore della morte faceva anche più impetuosa, scriteriata e violenta. Agrippina che, se fosse stata una donna ponderata e di senno, meglio di ogni altro avrebbe potuto sapere quanto quella diceria era assurda.

In breve fu diceria universale a Roma che Germanico era stato avvelenato da Pisone; e per ordine di Tiberio e di Livia, si sussurrò a voce più bassa. Pisone era stato lo strumento di Tiberio, Plancina quello di Livia. L’accusa è assurda: lo riconosce anche Tacito, il quale ci racconta in che modo gli accusatori di Pisone pretendevano che il veleno fosse stato propinato: in un banchetto, a cui Pisone, invitato da Germanico, sedeva parecchi posti distante da lui, e avrebbe versato il veleno nelle sue vivande, in presenza di tutti i convitati, senza che nessuno se ne accorgesse. Tacito stesso, che pure odia a morte Tiberio, dice che tutti giudicavano questa una favola assurda: e tale la giudicherà ogni uomo di buon senso. Ma l’odio fa credere anche a persone intelligenti le favole più inverosimili; il popolo, favorevole a Germanico, era invelenito contro Pisone e non ascoltava ragione; tutti i nemici di Tiberio si persuasero facilmente che qualche truce mistero si nascondeva sotto questa morte e che da un processo contro Pisone potrebbe nascere uno scandalo, il quale riverbererebbe sullo stesso Tiberio; si incominciò a dire che Pisone possedeva delle lettere di Tiberio, in cui era contenuto l’ordine di avvelenare Germanico! Alla fine anche Agrippina giunse a Roma con le ceneri del marito e con l’usata veemenza incominciò a empire di proteste, di imprecazioni e di accuse contro Pisone la casa imperiale, il Senato, Roma tutta. Il popolo, che l’ammirava per la sua fedeltà e il suo amore, si commosse anche di più e da ogni parte si gridò che un così esecrando delitto meritava una punizione esemplare.

Difatti se da prima Pisone aveva trattato come meritavano, con altero disprezzo, queste accuse, presto si accorse che gli era necessario ritornare a Roma a difendersi. Un amico di Germanico l’aveva accusato; Agrippina, strumento inconsapevole dei nemici di Tiberio, riscaldava ogni dì più la opinione pubblica con il suo lutto querulo ed ostentato; il partito di Germanico agitava il Senato e il popolo. Ma quando Pisone giunse a Roma, si vide abbandonato quasi da tutti. Egli sperava in Tiberio, che conosceva la verità e che desiderava che questa follia dileguasse dagli spiriti. Ma Tiberio era sorvegliato da una malevolenza spietata; qualunque cosa avesse fatto a prò di Pisone, sarebbe stata interpretata come la prova che egli era il complice di lui e che perciò lo voleva salvo. Tutta Roma, diceva, ripeteva, era sicura che Pisone mostrerebbe al processo le lettere di Tiberio. Livia si industriò nell’ombra per salvare Plancina, ma per Pisone Tiberio non potè far altro, che raccomandare al Senato, quando il processo incominciò, e con un nobilissimo discorso che Tacito ci ha conservato, la più rigorosa imparzialità. Giudicassero senza riguardi nè alla famiglia imperiale nè alla famiglia di Pisone. Inutile ammonimento: chè la condanna era sicura, non ostante l’assurdità della accusa. I nemici di Tiberio erano così inviperiti e così risoluti a spingere le cose all’estremo, sperando che saltassero fuori le famose lettere; l’opinione pubblica era così esaltata, che Pisone si uccise prima della fine del processo.

Agrippina aveva sacrificato ai Mani del marito, morto prematuramente, un innocente. Tiberio potè solo salvare la moglie, il figlio e la fortuna di Pisone, che i nemici volevano distruggere con un solo colpo.