[T5] Da 15 tornesi.
Né raro è il pezzo da tornesi 15 che s'incontra soltanto col nome del primo Giovanni Corner. Il peso di un esemplare a fior di conio e coperto di bella tinta argentina che n'esiste alla Marciana è esattamente di k. 8. Il tipo n'è simile al pezzo da tornesi 30 di questo doge, ad eccezione della leggenda nel centro del diritto così immutata = * (ovvero ***) = [Gr[TORNES]Gr] = [Gr[DEKAP]Gr] (o [Gr[DEKAPE]Gr]). L'esergo del rovescio di alcuni esemplari è * I *, reca cioè la cifra indicante un soldo di lira veneta a cui corrispondono 15 tornesi.
[T5] Piastra.
Di esimia rarità e di molta bellezza è la moneta di cui imprendo a trattare, la [I[piastra]I]. Essa manca a tutte le nostre raccolte, fuorché a quella della Marciana a cui provenne dal medagliere del Pasqualigo. Reca il nome di Francesco Contarini, che tenne la dignità ducale dal settembre 1623 al dicembre 1624; è di argento a peggio k. 60 per marca, corrispondente al titolo 0,947917, del peso di k. 130 e del diametro di m. 0,040. Ecco pertanto la descrizione che ne stesi su quell'esemplare, del quale diede un disegno esattissimo col metodo Collas lo Zon alla tav. IV. n. 5.
Il diritto offre uno scudo ornato di cartocci nel suo contorno, sormontato dal corno ducale e recante in quattro linee la iscrizione PIAS = TRA = VENE = TA; un cerchio di perline gira intorno allo scudo, ed oltr'esso la leggenda FRANCISCVS . CONTAR : DVX. Nel rovescio è il San Marco in soldo, di leggiadro disegno, fra un ricco ornamento circolare di gigli doppii e di rosoni.
Quanto al valore della piastra, risulterà facilmente dal confronto d'essa con altra moneta che la uguagliava nel titolo, eccedendola nel peso di k. 4. 1/2, il [I[ducatone]I]. Quest'ultimo correva a' giorni del Contarini a lire 7 e soldi 5, quindi la piastra dovea correre a lire 7. Computandosi allora lo zecchino lire 14, la piastra equivaleva a mezzo zecchino.
La rarità singolare di questo pezzo, il vederne l'unico esemplare che se ne conosca a fior di conio, il non incontrare in tariffe né in memorie di zecca alcuna moneta con questo nome, né in quell'epoca né dappoi, fanno ritenere essersi bensì progettata la piastra ed eseguitone il conio, ma non aver mai essa avuto corso, qualunque sia il motivo che determinasse a sospenderla.
[T5] Reali.
Raro, quanto la piastra, è il [I[reale]I] del medesimo doge, e con essa ha comuni il titolo, il peso, il tipo ed il valore; comuni altresì le circostanze che inducono fondata opinione esser rimasto esso pure un progetto ineseguito per cause che ci sono del tutto ignote. L'unica diversità che si riscontra fra questi due pezzi sta nella leggenda del diritto, portando in mezzo allo scudo la epigrafe in tre linee REAL = VENE = TO; e all'ingiro * FRANCIS . CONTARENO . DVX . * L'unico esemplare ch'io ne sappia è quello che colla collezione Pasqualigo passò alla Marciana.
Altro reale esisteva nella raccolta di Maffeo Pinelli, la cui libreria fu sì dottamente descritta dal Morelli (Venezia, 1787) che ci conservò memoria di questo pezzo, che non si sa ove più esista dopo la deplorata dispersione di quel medagliere.
Accontentiamoci dunque del poco che il Morelli ne disse, e ch'io fedelmente trascrivo: [I[Altra moneta rarissima, detta reale, v'ha di Francesco Erizzo, della grandezza di un ducato d'argento, in cui da una parte v'è un lione colle ale stese e con un libro nelle zampe, ed all'intorno SANCTVS . MARCVS . VENET . e sotto REALE. Dall'altra si vede il doge in piedi, e dietro il mare con la prora di una galea ed una fortezza, ed all'intorno si legge FRANC . ERIZZO . DVX . VEN .]I] (Morelli, [I[Libreria di Maffeo Pinelli]I], vol. V. p. 346, [I[App]I].), La rappresentazione di questo secondo lato è invero assai singolare, e meglio ricorda le [I[oselle]I] che non le comuni monete. Lo Zon, riportando questo pezzo sulla fede del Morelli, soggiunge: [I[È noto come l'Erizzo mori nel 1646, quando era in procinto di partire in qualità di generalissimo sulla flotta spedita contro i Turchi che aveano invaso il regno di Candia, a cui pare che abbia relazione quest'ultima moneta]I] (p. 60). Non potrei non soscrivere a questa savia opinione; infatti sappiamo urgente il bisogno di monete per la spedizione contro i Turchi, che nel 1645 avevano presa la Canea; ed io credo probabilissimo siasi coniato il presente reale per gli stipendii dell'armata in que' pochi mesi che volsero dalla perdita di quella piazza alla morte dell'Erizzo avvenuta il 3 gennajo 1646. E forse quest'ultima circostanza originò la sospensione dello stampo, che poi non venne ripreso dal suo successore.
Anche il favore che trovarono ne' commercii d'Oriente nel secolo XVII le piastre e i reali importativi dai trafficanti spagnuoli, mi fa ritenere essersi dalla Repubblica progettato pe' suoi possedimenti di Levante lo stampo di questi tre curiosissimi pezzi.
[T5] Leoni Morosini.
Gl'immensi dispendii che la Repubblica dovette sostenere per la guerra co' Turchi, gli ultimi anni del secolo di cui ci occupiamo, resero straordinariamente operosa in quell'epoca la zecca nostra. Ad agevolare pertanto le transazioni commerciali co' popoli del Levante, si determinò lo stampo di nuove monete che fossero in un medesimo facili a conteggiarsi ne' territorii ove durava la ideale lira di computo dalmata, e dove non si conosceano altre monete all'infuori da quelle della dominante. Nel 1688, ducante Francesco Morosini, uscirono dalla veneta zecca tali monete, che 2 e mezza d'esse uguagliavano uno zecchino, e delle quali ciascuna equivaleva a lire 10 di Dalmazia o lire 6. 16 di Venezia, perché allora nella capitale lo zecchino andava a lire 17, nelle province a lire 25.
Questa moneta, che dal leone rampante nel suo rovescio e dal casato del doge del cui nome primamente s'improntò fu appellata [I[leone Morosini]I], è conosciuta d'ordinario col nome di [I[lion per Levante]I] dalle memorie di zecca, le quali ne determinano il peso in k. 131, ed il titolo a peggio 300 la marca, o al titolo 0,739583, avente cioè d'argento fino per ogni pezzo k. 96. 85/96. Le stesse memorie ci conservarono la cifra del valore monetato in [I[leoni]I] e ne' loro spezzati, che monta alla somma di leoni 1,126,744. 1/2. Ed è invero singolare come oggi nelle raccolte si veggano così raramente i pezzi che appartengono a questa serie; né la si saprebbe spiegare tal rarità che pensando come la maggior parte d'essi fosse o recata in terre pochi anni dopo occupate da' Turchi, o messa fuori di commercio dal sopravvenire di nuove monete che trovarono più favore, come avvenne per esempio de' talleri battuti pel Levante, la cui comparsa nel 1756 dové far isparire i leoni che ancora rimanevano colà in corso.
[I[Leoni]I]. Il diritto di questa moneta, avente un diametro di m. 0,042, offre in proporzioni maggiori la rappresentazione dello zecchino, e reca dietro la figura stante di S. Marco la epigrafe in lettere verticali . S . M . VENET, e dietro al genuflesso doge il suo nome FRAN . MAVROC. Sotto la linea dell'esergo su cui posano le figure, alcuni esemplari hanno le sigle . A . G ., iniziali di Alvise Gritti massaro all'argento nel 1688. II rovescio offre il leone alato e nimbato, ritto sulle zampe posteriori, verso la dritta, e piegante a sinistra il capo, mentre tiene nella zampa anteriore destra la croce, nella manca una palma. Oltre il cerchio di perline che lo racchiude è la epigrafe FIDES ET VICTORIA.
Simile al leone del Morosini è quello di Silvestro Valier che gli succedette nel ducato, e che reca quindi mutata la epigrafe del diritto S * M * VENETV (verticale) = SILV * VALERIO, e nell'esergo le iniziali * A * G * e in altri esemplari * F . T * ed anche * G. A . B *. Il rovescio ne differisce alcun poco per la varia disposizione delle zampe anteriori del sacro leone e per non esser questo chiuso da cerchio di perline. È pezzo men raro di quello del Morosini.
Non si conoscono leoni di Alvise Mocenigo II.° che succedette nel 1700 al Valier, bensì di Giovanni Corner II.° che dopo lui ebbe il ducato nel 1709. I costui leoni, rari come quelli del Morosini, non hanno altre varietà da questi nel diritto che il nome necessariamente sostituitovi da IOAN . CORN . e le sigle dell'esergo * A . M *. Il rovescio è simile al leone del Valier.
[I[Mezzi leoni]I]. Il loro peso, in rapporto all'intero, è di k. 65 e 1/2 e tiene di fino k. 48. 85/192. Simili agl'interi nel tipo e proporzionalmente minori, li superano in rarità. Quello di Francesco Morosini, che pur dovett'esistere, manca a tutte le collezioni da me esaminate; quello di Silvestro Valier si trova alla Marciana ed al Museo Correr, ma di due tipi diversi, recando l'uno nell'esergo le iniziali * P. M *, l'altro * F. T *. Il loro diametro è m. 0,035. Del Corner non vidi mai questa moneta benché sia da ritenere ch'effettivamente si coniasse. Valeva lire venete 3. 8, o lire di Dalmazia 5.
[I[Quarti di leone]I]. Del peso di k. 32. 3, aventi cioè di fino k. 24. 85/384, e parimente rarissimi. Il quarto di leone del Morosini non l'ho mai veduto, ma ne ritengo la esistenza dalle memorie di zecca, e credo sia quella moneta della raccolta Gradenigo (Zanetti, vol. II, p. 203 n. 253) che il suo possessore descrisse per mezzo leone di questo doge, benché le desse il peso di k. 34. 2; peso, se vuolsi, eccedente il legale, ma che induce forte sospetto non abbiasi potuto deteriorar cotanto un pezzo da ridurlo quasi alla sua metà; porta le sigle . A . C ., ch'io credo s'abbiano a leggere . A . G ., attribuendone la fabbrica al 1688 quand'era massaro all'argento il già ricordato Alvise Gritti.
La Marciana e la Raccolta Correr possedono bensì il quarto di leone di Silvestro Valier, simile in proporzioni minori all'intero di questo doge, con un diametro di m. 0,030 e colle iniziali * F. T * nell'esergo dell'averso. Il Gradenigo pur ci descrive (ibid. n. 258) simile moneta da lui conservata di Giovanni Corner II.° che portava nell'esergo le sigle … M. che si possono facilmente supplire A. M.
Il quarto equivaleva a lire 1. 14 di nostra moneta, o a lire 2. 1/2 di computo nel Levante.
[I[Ottavi di leone]I]. Di molta rarità è parimente quest'ultimo spezzato del leone, mancante alla Marciana, non però al Museo Correr, né alla serie del Gradenigo (ibid. n. 254). Pesa k. 16. 3/8, e tiene di fino k. 12. 85/768, ed ha un diametro di m. 0,026. Non n'è accertata la esistenza che di quello battuto dal Morosini, simile al suo intero, ma avente nell'esergo le iniziali . Z . R . che ricordano Zuanne Riva massaro all'argento nel 1693, e recante il leone non chiuso da cerchio di perline. Il valore di questa piccola moneta era di soldi veneti 17.
[T5] Gazzette e Soldi per le Isole e per l'Armata.
Parlando delle gazzette e de' soldi di rame battuti per la Dalmazia e per l'Albania, ho enunciato un canone che qui siamo al caso di poter applicare, [I[riscontrarsi cioè alcune volte nelle monete venete di puro rame l'età del loro stampo calcolandone il peso]I]. Vedemmo infatti alle pag. 17 e 18 che verso l'anno 1700, quando lo zecchino si ragguagliava a lire dalmate di computo 25, si cavavano da una marca di puro rame gazzette 30. 1/3, ciascuna del peso di k. 38, ovvero soldi 60. 2/3, ognuno del peso di k. 19. Gli è effettivamente questo medesimo peso che riscontriamo quasi costante nelle due monete di cui tocchiamo, le quali ritengo perciò aversi ad ascrivere alla ducea del Peloponnesiaco.
La loro leggenda le annuncia coniate per aver spaccio nelle isole Jonie ed in quelle dell'Arcipelago, nonché pegli stipendii de' soldati e de' marinaj ch'erano sulla flotta.
L'unico tipo della gazzetta presente ch'è a mia cognizione ha un diametro di m. 0,027 e reca nel diritto la epigrafe chiusa fra due rosoni ISOLE = E. T = ARMATA in tre linee. Il rovescio è il solito S. Marco in mollecca cinto dall'iscrizione * S. MARC. VEN *, e nell'esergo * II *.
Non ne differisce il soldo che nelle proporzioni e nell'esergo del rovescio ch'è necessariamente * I *.
[T5] Gazzette e Soldi per l'Armata e per la Morea.
Quello che ho detto poc'anzi delle gazzette e de' soldi per le Isole e per l'Armata, può riportarsi anche alle monete presenti, colle quali hanno comune l'epoca siccome il peso, e che si coniarono perché avessero spaccio nella Morea contesa a' Turchi dal valore del Morosini.
Il diritto della gazzetta offre la iscrizione ARMATA = E. T = MOREA chiusa da due rosoni; nel rovescio è simile alla gazzetta per le Isole. Il diametro n'è parimente uguale.
Il soldo non varia qui pure che nelle sminuite proporzioni, e nella cifra indicante il valore.
[T5] Gazzette e Soldi per Corfù, Cefalonia e Zante.
Minori di peso, e quindi di più moderno conio, sono le monete che recano i nomi delle isole di Corfù, Cefalonia e Zante per le quali vennero battute nella veneta zecca. Ricordai più addietro come intorno al 1730, allorché lo zecchino si valutava in Levante a lire 33 di conto, le gazzette dalmato-albanesi andassero a 39 per marca di rame, ed avessero in conseguenza un peso di soli k. 29. 7/13 come i soldi pesavano k. 15. 1/26. Ed invero tal peso ricorre nelle monete ch'esaminiamo, la cui fabbrica è perciò a riportarsi agli ultimi anni di Alvise Mocenigo III.° o al breve ducato di Carlo Ruzzini. Questa posteriorità d'epoca mi determinò a collocarle ultime nella serie de' sei pezzi di rame della quale ci occupiamo, serie non affatto comune, ma che non manca alle nostre raccolte, le quali abbondano d'ordinario, più che de' semplici soldi, de' loro dupli.
La gazzetta battuta a Venezia per le isole di Corfù, Cefalonia e Zante ne porta nel diritto i nomi fra due rosoni e disposti in tre linee, con ortografia variata ne' quattro tipi che ne ho veduti:
1. CORFV = CEFALONIA = ZANTE
2. CORFV = CEFAL = ZANTE
3. CORF. = CEFAL. = ZAN.
4. CORF. = CEFAL = ZANT.
Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo attorniato dall'epigrafe * S. MARCVS. VEN * (ovvero VE *) e nell'esergo * II *. Ha un diametro di m. 0,026.
Simile, ma in proporzioni minori, è il soldo, recante due varietà d'iscrizioni nel diritto:
1. CORF. = CEFA. = ZAN
2. CORF. = ZANT. = CEF.
Nel rovescio gira intorno al leone la epigrafe * S. MARC. V * e nell'esergo la cifra * I *. Il diametro è m. 0,020.
Le sei monete di questa serie, come pure quelle di puro rame per la Dalmazia e per l'Albania, continuarono ad aver corso nelle isole Jonie, dove si battevano nel 1801 autonomi pezzi da 5 e 10 gazzette venete, fino al 1819 in cui il governo protettore di quelle isole decretava la loro distruzione, e se ne giovava a battere gli oboli ed i dittoboli colla figura sedente della Britannia.
[T5] Talleri a torchio col leone rampante.
Il favore che avea trovato ne' commercii del Levante il tallero imperiale di Germania invogliò, alla metà del secolo scorso, la Signoria di Venezia a tentarne la fabbrica per inviarlo a' suoi possedimenti oltremarini. Ad ottenerlo pertanto di quella leggiadra e regolar forma che formava la bellezza estrinseca de' talleri alemanni, e che da un secolo e più non era per la zecca veneta che un incompiuto desiderio, statuiva il Senato il 15 marzo 1755, ducante Francesco Loredan, la introduzione in quell'officina del torchio in luogo dell'incommodo martello fino allora impiegato nella monetazione.
Abbiamo però una terminazione del C. X, 27 marzo 1500, che suona così: [I[El singular modo et inzegno trovado cum molta sua industria et acuità per el fedel nostro Zuane da i relogii in far et stampar soldi cum tanta equalità, justeza et rotondità quanta alcuno ha veduto et come ha testificado el gastaldo de la Cecha nostra, et similiter li maistri de le stampe et altri hano visto el suo lavor et modo de lavorar, cossa a tutj admiranda; die indur la Signoria nostra a voler dar modo ch'el possi perseverar el bon principio dato non solum in li soldi et mezi soldi predicti, ma ogni altra sorte monede ac etiam li ducati (]I]zecchini[I[) como el se ha offerto de trovar modo cum ogni pianeza rotondità perfecta et pexo; adeo che le monede nostre, quale excelleno tutte altre monede de bontà, excellerano similiter de beleza; cossa che certamente se die dexiderar per honor de la Signoria nostra et per tuor ogni modo al stronzar de dicte monede le qual non potrano per alcun modo esser toche che imediate non siano cognossiute]I], ecc.
Da questa terminazione, che ho fedelmente trascritta dal Capitolar delle [I[Broche]I], rilevasi, parmi, che un congegno esclusivamente adatto allo stampo delle monete, onde risultassero belle e rotonde, una specie quindi del torchio odierno, fosse nella zecca nostra introdotto da questo Giovanni, che dalla prima sua professione ebbe il nome di Orologiajo. Quale si fosse questo congegno non s'hanno memorie. A chi tuttavia considera la rara perfezione de' nummi usciti dalla veneta zecca gli ultimi anni del secolo XV e fino al principio del XVII, si renderà facile a comprendere che, senza un meccanismo che ne agevolasse il lavoro, non era possibile coll'ordinario martello ottenere sì bei risultati. Ma nel secolo XVII, e più ancora nel successivo, i conii veneziani andarono imbarbarendo, talché quando il Loredan introduceva il torchio nel 1755 Venezia dava forse le monete più informi di quelle d'ogni altro stato d'Italia.
Che la introduzione del torchio abbia a riportarsi a quest'anno, ce lo fa sapere, oltre la terminazione de' Pregadi del 15 marzo 1755, la iscrizione che ancora si legge in zecca:
AURO
ET ARGENTO
MELIORI FORMA FERIVNDO
EX SENATVS CONSVLTO
ANNO DOMINI
MDCCLV.
Reca però maraviglia che il torchio si destinasse esclusivamente a' talleri fino alla caduta della Repubblica. Non abbiamo in fatti, oltr'essi, veruna moneta altramente improntata che a martello, ad eccezione della [I[osella]I] dell'anno IX del medesimo doge Loredan (1760), la quale sappiamo da memorie di zecca che [I[a pochi è piaciuta]I]. Tanta era la forza dell'abitudine che si preferivano i vecchi pezzi bruttissimi ai nuovi leggiadri; abitudine che ci richiama le arti tarde a sprigionarsi nel medio evo dalle tradizioni jeratiche.
[I[Francesco Loredan]I]. È indubitato che nel 1755 si diede mano, in via soltanto d'esperimento, allo stampo dei talleri; ma nessuno ne abbiamo che porti quell'anno, perché la fabbrica ne incominciò veramente nel successivo 1756. Era in quell'epoca lo zecchino montato al valore di lire di Dalmazia 48, e si manteneva dal settembre 1716 a venete lire 22. Pensarono quindi i Veneziani util cosa sarebbe lo stampo di uno spezzato dello zecchino che fosse in un medesimo esattamente multiplo della lira dalmata di conto e della veneta; quindi si volle il tallero del valore di mezzo zecchino, equivalente cioè a venete lire 11 o dalmate 24.
Il tallero pesa k. 138 d'argento a peggio 190 per marca, o in altri termini è al titolo 0,835. La metà d'esso, a titolo uguale, pesa proporzionalmente k. 69.
Questa moneta ha nell'intero un diametro di m. 0,040, e reca nel suo diritto un busto di donna coperta d'ermellino le spalle, del berretto de' dogi il capo, e rivolta di profilo alla destra del riguardante; all'intorno le gira la epigrafe RESPUBLICA VENETA. Nel rovescio, entro uno scudo, ricco di cartocci nel suo ornamento esteriore, sorge il leone alato e nimbato, rampante verso la sinistra e che tiene nelle zampe anteriori aperto il libro de' Vangeli; gli gira intorno la leggenda FRANC : LAUREDANO DUCE 1756 (in altri esemplari 1761). Il contorno del pezzo è formato di linee parallele inclinate. Due tipi diversi conosco del diritto di questa moneta, oltre la varietà più facile a rimarcare degli anni: l'uno ha il profilo della imagine della Repubblica molto vezzoso, l'altro non è sì vago perché la disposizione delle labbra ad un manierato sorriso le dà un'aria alcun po' satirina. Questo secondo è il tipo che più ordinariamente si vede nelle raccolte.
Ma di bellezza singolare è il busto della Repubblica improntato sul mezzo tallero, il cui diametro è m. 0,033, e il cui tipo è uguale a quello dell'intero, sminuito necessariamente nelle proporzioni. Non conosco di questo spezzato del Loredan altr'epoca che quella 1756.
Le memorie di zecca ci conservarono la cifra de' talleri battuti sotto il Loredan, cioè
dall'anno 1756 all'11 aprile 1750 talleri n. 137,973. 1/2.
dal 9 novembre 1761 in appresso, talleri n. 24,255. 1/2.
[I[Marco Foscarini]I]. Il 14 luglio 1762 imprese il Foscarini per la terza volta lo stampo de' talleri improntandoli del proprio nome. Introdottasi col torchio l'arte de' punzoni, non hanno queste monete altra varietà da quelle del Loredan che nel nome del principe. Sì il tallero che la sua metà recano quindi al rovescio la leggenda MARCO FOSCARENO DUCE, 1762. Sappiamo dalle memorie di zecca essersene da questo doge stampati per la somma di talleri 11,682. 1/2.
[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Le stesse osservazioni cadono sul tallero da questo doge improntato dietro il tipo de' precedenti, e della sua metà. La iscrizione che portano al loro rovescio questi due pezzi è la seguente ALOYSII ([I[sic]I]) MOCENICO DUCE 1766, e nel mezzo tallero 1764.
Ad eccezione del tallero del Loredan, che però non è comune, gli altri 5 pezzi di questa serie sono difficili a trovarsi, né so che alcun medagliere tutti li posseda, ad eccezione della Raccolta Correr.
Qui mi giova soffermarmi ad un settimo pezzo che nell'agosto 1850 vidi nelle mani del dottor Koch di Trieste, distinto naturalista e fervoroso raccoglitore di monete veneziane. È un [I[quarto di tallero]I], del tipo comune a' descritti col leone rampante, improntato in argento del titolo medesimo, e di peso relativamente minore, di leggiadro conio e di perfetta conservazione. Reca verso il contorno del rovescio la iscrizione ALOYSII MOCENICO DUCE 1765. Al primo vedere questo curioso cimelio della zecca nostra, mi sorse qualche dubbio sulla genuinità d'esso; ma le assicurazioni del dotto Koch sulla provenienza del pezzo, e maggiormente il più accurato esame, mi fecero inclinare a ritenerlo effettivamente genuino. Quanto alla sua rarità singolare, mancando esso a tutte le nostre collezioni, non saprei come meglio spiegarla che ritenendolo un semplice progetto, poi abortito. Gli è però indubitato che non ne troviamo menzione nelle memorie di zecca; ma il loro silenzio non dee esserci sufficiente a farne sospetta la originalità. Nelle memorie di zecca non troviamo nemmeno ricordato l'[I[ottavo del leone Morosini]I]; ma chi mai potrebbe sospettare, vedendola, che questa moneta, conservata al Museo Correr, sia falsa?
[T5] Talleri a torchio col leone seduto.
Che il favore sperato da' Veneziani per la nuova moneta ne' possedimenti del Levante venisse successivamente meno, lo prova la cifra sempre diminuita de' pezzi che si batteano per ogni [I[posta]I]. Si volle quindi tentare un nuovo stampo, e che ancor più del primo s'accostasse a' talleri germanici. Il Senato col decreto 6 febbrajo 1768 adottava il nuovo conio, e destinava poi a presiederne la fabbrica l'ingegnere Ferracina di Bassano.
Quanto però non riuscì inferiore di bellezza al primo tallero! Di questo non sappiamo l'egregio artefice, mentre ci è conservato il nome dell'incisore del nuovo, che fu certo Antonio Schabel, mediocrissimo coniatore tedesco, che aveva la smania di segnare le proprie iniziali sulle monete.
[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Approvatosi il nuovo conio colla succitata terminazione, si conservò il titolo e il peso di prima, ma se ne variò il valore, conguagliandolo cioè ad un ducato e un quarto d'argento, o a lire venete 10, pari a lire 21 e soldi 10 di Dalmazia, e si permise che a quest'ultimo prezzo lo ricevessero le casse de' possedimenti oltremarini. Il nuovo tallero del Mocenigo serba il diametro e necessariamente la grossezza del vecchio, ma nel diritto reca un busto di donna rivolta a destra del riguardante, con piccolo diadema sul capo, e coperta d'ermellino le spalle, di ricco manto il petto; brutto e sdolcinato il disegno, povera l'esecuzione. Gira all'intorno del busto la leggenda RESPUBLICA VENETA, preceduta da un rosone e continuata per abbracciar più campo da un ornatino pur chiuso fra due rosoni. Il rovescio offre il leone di S. Marco colle ali spiegate seduto verso la dritta, e volgente alla sinistra il capo, tenendo la zampa manca anteriore sul libro aperto, e posato sopra una mensola nel cui orlo le iniziali . A . S . (A. Schabel); all'intorno la leggenda ALOYSIO MOCENICO DUCE prolungata dagli ornamenti stessi che rimarcammo in quella del diritto, e nell'esergo l'anno * 1768 * oppure * 1769 *. Il contorno è a fogliame.
Il nuovo tallero di questo doge, del quale non abbiamo spezzati, è rarissimo se improntato nel 1768, quasi comune se nel 1769.
[I[Paolo Renier]I]. La diminuzione decretata nel prezzo de' nuovi talleri non portò vantaggio di sorta, ma fu accagionata di disordini, per cui un nuovo Senatoconsulto del 29 settembre 1779 ne ritornava il valore al primitivo di mezzo zecchino; e vi si aggiunsero, ducante il Renier, gli spezzati, [I[mezzi]I], [I[quarti]I], [I[ottavi]I], tutti all'ordinario titolo dell'intero, cioè a peggio 190, del peso relativo di k. 69, 34. 1/2, 17. 1/4, e del valore di lire 5. 10, 2. 15, 1. 7. 6.
Non variano questi ovvii nummi dal secondo tallero del Mocenigo, quanto al tipo, se non nella iscrizione del rovescio e nella data, recando tutti intorno al leone la leggenda PAULO RAINERIO DUCE. Talleri del Renier n'esistono cogli anni 1781, 1784, 1785, 1787, 1788; mezzi cogli anni 1780, 1784, 1786; quarti ed ottavi cogli anni 1780, 1781, 1786; avvertendosi in questi due pezzi minori dentellato il contorno, anziché a fogliame.
[I[Lodovico Manin]I], mutata l'epigrafe del rovescio (LUDOVICO MANIN DUCE), continuò a stampare quelle monete; e di lui si trovano facilmente talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1794, 1795, 1797; mezzi talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1797; quarti del 1790; ottavi degli anni 1790, 1791, 1794 e 1796. I conii e i punzoni di questi pezzi dell'ultimo doge, lavorati dallo Schabel, esistono ancora nella veneta zecca.
[T3] ZECCHE DI CORON E DI MODON.
Quasi in appendice alla parte del mio lavoro che tratta delle monete del Levante Veneto ho creduto collocare le scarse notizie che ci rimasero di officine nummarie progettate da' Veneziani a Coron ed a Modon, castella che proteggono la punta della Morea che guarda a libeccio. Quanto è a mia cognizione su questo argomento è solo una legge del Maggior Consiglio, sancita il 7 marzo 1305, legge di cui qui trascrivo il tenore:
[I[ Millesimo trecentesimo quinto, die VII Marcii. Cum per principem Achaiae et alios de Romania fiat talis moneta propter quam redditus nostri Comunis Coroni et Modoni sunt valde deteriorati, et etiam mercatores inde recipiunt magnum praeiuditium et sinistrum; capta fuit pars quod per nostrum Comune debeant cudi in Corono et Modano illae monetae quae videbuntur Domino Duci, Consiliariis, Capitibus de XL et Provisoribus esse meliores pro nostris negociis de inde.]I]
(Dal [I[Registro MAGNUS]I] appartenente al M. C., pag. 10, conservato nell'I. R. Archivio Generale di Venezia).
Parlando più sopra del [I[tornese]I], ho fatto vedere come il favore ch'ebbe in Levante ne' secoli XIII e XIV questa moneta introdottavi da' Francesi signori d'Acaja, movesse i Veneziani intorno alla metà del trecento a coniarla essi pure allorché stesero nel suolo di Grecia i loro possedimenti. Ma se anche il primo tornese battuto da' nostri fu improntato del nome di Andrea Dandolo, vedemmo come fino dal 1287 una legge speciale regolasse le pratiche de' cambiatori di tornesi, e come nel 1298 Marco Polo ne parlasse come di nummo avente singolar favore ne' commercii orientali. Qual maraviglia perciò se i Veneti, gelosi della voga di questa moneta francese, che ridondava in danno delle proprie, pensavano nel 1305 d'imprendere lo stampo di conio che le si avvicinasse, e d'imprenderlo in due castella del Peloponneso acciò ne fosse più pronto lo spaccio?
Sennonché, qualora la terminazione surriferita avesse effettivamente avuto esecuzione, sarebbe molto difficile che non si fosse conservata fino a noi alcuna moneta di Modon o di Coron, battuta sotto Pietro Gradenigo e sotto i costui successori fino ad Andrea Dandolo. Eppure a nessun pezzo di Pietro Gradenigo, di Marin Zorzi, di Giovanni Soranzo, di Francesco Dandolo e di Bartolomeo Gradenigo non puossi applicare il nome di tornese; né dal disegno prender argomento a tenerli altrove battuti che nella zecca di Venezia. Escludendo il ducato d'oro che si possede di que' dogi, le monete conosciute di Pietro Gradenigo sono le seguenti: il [I[piccolo]I] coniato la prima volta da Sebastiano Ziani sul modello de' denari imperiali, il [I[grosso]I] cuso primamente da Enrico Dandolo, il [I[marcuccio]I] di bassissima lega che pure avea dato fuori il doge vincitore di Costantinopoli, il doppio[I[ quartarolo]I] e la sua unità di cui alcuni vorrebbero attribuire l'origine alla ducea del Dandolo stesso, ma che genuino non si trova che da Pietro Ziani in poi. Lo Zorzi e il Soranzo non hanno altra moneta argentea che il grosso. Francesco Dandolo ha il piccolo e il grosso, a cui aggiunse il [I[mezzanino]I] o mezzo grosso e il [I[marchetto]I] d'argento, continuato quest'ultimo dal suo successore Bartolomeo Gradenigo, del quale pur hassi il grosso. Queste, e non altre, sono le monete che si conoscono nell'epoca di cui ci occupiamo, ma nessuna di queste poteva sicuramente essersi battuta per sostenere la concorrenza con quelle de' duchi d'Atene e di Chiarenza, come vorrebbe la terminazione 1305.
Che cosa dunque è a conchiudere, s'esiste la legge e non esistono le prove che siasi effettivamente eseguita? La risposta è facile a indovinare; tanto più che di officine monetarie de' possedimenti veneti non abbiamo veruna memoria, all'infuori da quella di Cattaro.
[T1] III. CANDIA.
Imprendendo a parlare delle monete che i Veneziani coniarono per l'isola di Candia, la mente corre a que' torbidi giorni in cui una serie di maravigliosi avvenimenti guerreschi rese immortali gli sforzi de' nostri per conservare quel baluardo d'Europa che la prepotente forza de' Turchi fe' suo, dopo venticinque anni di guerra accanita.
Andrea Valier senatore che visse in quell'epoca memoranda, e che in que' fatti ebbe parte, se ne fece lo storico. La costui opera, pubblicata nel 1679, è libro sommamente importante; è uno de' più bei monumenti con che si onorasse la memoria di tanti generosi cittadini che prodigarono alla patria gli averi ed il sangue. Io, ristretto dalla cerchia limitata del mio soggetto, non posso occuparmene in quest'opera se non in quanto alcuni di que' fatti abbiano immediato rapporto colla materia che ho a svolgere.
La grande isola di Candia, [I[Creta]I] degli antichi, la quale, forse perché la maggiore delle isole greche, si favoleggiò culla e reggia di Giove, venne in mano a' Veneziani l'anno stesso della conquista di Costantinopoli, avendola essi per oro da Bonifacio marchese del Monferrato. Mandatevi colonie per abitarla e dissodarne gli abbandonati terreni, si mostrò in sulle prime intollerante di giogo, e costrinse con ribellioni frequenti la dominante a reprimervi gli spiriti, di soverchio esaltati, colla forza dell'armi. Più che un secolo e mezzo durò questa lotta incessante fra la Repubblica e que' sudditi turbolenti, finché assicurata la tranquillità e agevolate le comunicazioni colla capitale mercé le conquiste fatte da' Veneziani sui lidi della Dalmazia, ebbe Candia giorni di pace e di prosperità. Ma l'impeto degli Ottomani, minaccianti Europa ed invasori d'Europa, strinse quella colonia alla lontana metropoli, questa temendo di perdere il più agguerrito antemurale de' suoi possedimenti, quella paventando di subire il giogo esecrato, ambedue prevedendo che le forze turche, assicurate le loro conquiste nel continente, si sarebbero arrovesciate, quando che fosse, su quel punto importantissimo.
E così veramente addivenne. Quantunque fino dal 1539 temessero i Veneziani per Candia e ne guardassero i porti e le castella, pure gli sforzi de' Turchi si diressero durante l'intero secolo XVI contro le isole dell'Arcipelago e contro Cipro, e la prima minaccia a Candia, che apre questa guerra, continuata venticinque anni, si avverò solo nel 1644.
Quali monete prima di quell'epoca correvano in Candia? quelle stesse che pur avevano corso in tutt'i possedimenti del Levante Veneto, i [I[tornesi]I], come abbiamo veduto parlando di questi ultimi all'anno 1476. Non si ha memoria però di nummi particolari di quell'isola prima del 1632, in cui troviamo i
[T5] Soldini.
Allorché, occupandomi nel capitolo precedente delle monete del Levante Veneziano, parlai de' tornesi, dissi come ciascuno d'essi corrispondesse in origine alla dodicesima parte del grosso nostro, vale a dire a quattro bagattini, valore che in seguito andò scemando fino a che ne' primi anni del secolo XVII tanto era deteriorato che il tornese si ragguagliava a que' giorni alla quindicesima parte del soldo, era cioè calato ad un 1/5 del primitivo valore. Le sigle che incontriamo ne' [I[soldini]I] di Candia, così appellati per la loro piccolezza in confronto de' nostri che si chiamarono allora [I[soldoni]I], ci provano che il soldino equivaleva a 4 tornesi, cioè a 4/15 del soldo veneziano.
L'anno 1632 decretava la Repubblica si battesse per Candia, e tosto s'inviasse a quell'isola, una somma di tredicimila ducati in soldini di rame. Ad agevolare pertanto il computo nei soldini dell'isola e nei tornesi comuni a' possedimenti di Levante, si fecero due monete di differente valore, l'una cioè di un soldino o 4 tornesi, l'altra di 10 tornesi o due soldi e mezzo. Sono queste le prime monete [I[certe]I] che i nostri abbiano coniato per la sola Candia, e di queste passo senz'altro alla descrizione.
[I[Pezzo da soldini 2 e 1/2]I]. = Varia nel peso da k. 22 a k. 27, quantunque lo Zon lo fissi (p. 74) a k. 25, per modo che gr. 10 di peso rispondano ad un tornese di valore. Il suo diametro è m. 0,025, e la materia n'è puro rame. Il diritto offre in mezzo ad un leggiadro contorno, che non molto si discosta da quello descritto nella [I[piastra]I] e nel [I[reale]I] di Francesco Contarini, la epigrafe in tre linee = SOL = DINI = * 2 * 1/2 * (in alcuni esemplari mancano le stelline). Il rovescio ha il S. Marco in gazzetta a' cui fianchi due piccole rose e nell'esergo . T. 10 . ovvero T . 10. ed anche T . 10, [I[tornesi dieci]I]. Il Museo Correr ne ha pure esemplari con due incusioni, delle quali non sono in grado di spiegare il significato, SP sopra B negli uni, GM negli altri.
[I[Soldino]I]. = Parimente di rame, ma del diametro 0,019, e del peso variante da k. 9 a k. 10. 3. Simili discrepanze nel peso da me avvertite in esemplari della più bella conservazione, m'indurrebbero a credere che anche per queste piccole frazioni della moneta non si avesse riguardo che al valor nominale, benché sia probabile che ne fosse stabilito l'intrinseco nella misura più sopra notata di k. 2. 2 per tornese. Il diritto offre in due linee la parola SOL = DINO. Sovra la prima è una stellina; altra stellina maggiore, talvolta una rosa fra due minori, sotto la seconda. Il rovescio è simile al pezzo da 10 tornesi, ma nell'esergo ha variamente espresso il valore T . 4, . T . 4 ., * T 4 *, . T 4 . [I[tornesi quattro]I].
Equivalendo pertanto il soldino di Candia a 4/15 del veneziano, il pezzo da soldini 2 e 1/2 va ragguagliato a 2/3 del marchetto. E siccome il soldo è costantemente la 20.ª parte della lira, così è a ritenere che a quell'epoca v'era in Candia una lira del valore di 80 tornesi cioè rispondente a soldi veneti 5. p. 4. Ma non conosco di questo pezzo la effettiva esistenza, e fors'era, come la lira di Dalmazia, una semplice moneta ideale di computo.
Il soldino e il suo multiplo non portano, è vero, il nome della colonia per cui furon battuti; ma il loro valore doppiamente espresso in soldini e tornesi, la rispondenza esatta di una moneta peculiare di Candia a quel nome ed a quel valore, il sapersi per quell'isola ordinato nel 1632 lo stampo di monete analoghe, il disegno delle figure e i caratteri de' pezzi in questione proprii di quell'età, sono tutte ragioni colle quali io credo di giustificare pienamente l'averli, collo Zon, attribuiti a quella colonia e a quell'epoca.
[T5] Gazzetta doppia di F. Erizzo.
Gli ultimi anni del governo di Francesco Erizzo, che sedette sul trono ducale dal 1631 al 1646, furono funestati dall'incominciamento della guerra di Candia, e dalla perdita di una delle piazze più importanti dell'isola, la Canea, presa nel 1645 da' Turchi dopo un'eroica resistenza. Il pericolo nel quale si trovava l'intera colonia, di cui era minacciata la medesima capitale, determinò il Senato ad imprendere con enorme dispendio una nuova spedizione per assicurare il restante dell'isola e ripigliare agli Ottomani la piazza dalle loro armi occupata. Il doge Erizzo, comeché ottuagenario, fu proclamato generalissimo, ma anziché salpasse mori. Gli è appunto in quel breve tempo che scorse dalla presa della Canea alla morte dell'Erizzo che ho collocato lo stampo del [I[reale]I] per il Levante, come qui vi colloco quello della [I[doppia gazzetta]I] per Candia. La somiglianza di questo rarissimo pezzo con quelli battuti per l'isola stessa dal suo successore Francesco Molin, e la necessità in cui si trovava l'esercito veneziano a Candia di monete piccole, necessità che indusse a coniare le doppie gazzette, le gazzette semplici e i soldi per quell'isola un anno dopo, mi determinano ad assegnare a Candia questo cimelio della numismatica veneziana, anziché al Levante, dove facilmente avrebbe potuto trovar posto presso il non men raro [I[reale]I].
Della doppia gazzetta di Francesco Erizzo non conosco che un solo esemplare, conservato nella Marciana. Quanto al metallo, è biglione bassissimo, a peggio k. 1098 per marca, del peso di k. 20 all'incirca e di diametro indeterminabile per la irregolarità del contorno. Questo pezzo subì due volte il martello monetario, ed il secondo colpo fu aggiustato al nummo dapprima impresso, per modo che il diritto s'improntasse dello stampo del rovescio e viceversa. Ebbi così ad impiegare la maggior pazienza per dicifrarne sotto la doppia impressione le rappresentazioni e le leggende; giunsi nullameno a discernere faticosamente le une e le altre. Il diritto porge la figura del doge genuflesso e rivolto di profilo alla sinistra del riguardante, chiuso in un cerchio di perline oltre cui è l'iscrizione FRANC . ERIZZO . D . Nell'esergo hannovi iniziali di monetario delle quali non è riconoscibile che una A in mezzo a due altre sigle, di cui quella a destra pare una B. È quindi agevole il riscontrare nelle sigle medesime le iniziali di Zuan Alvise Battagia che fu massaro all'argento nella zecca nostra gli anni 1646 e 1647, sigle che rafforzano la opinione che più sopra esposi sull'epoca e quindi sulla destinazione di questa moneta. Il suo rovescio presenta il leone alato e nimbato, rampante verso sinistra, pur avvolto in cerchio di perline oltre cui gira la epigrafe SANCT . MARC . VENET . Nell'esergo la cifra * IIII * indica il valore di [I[quattro soldi]I], o due gazzette.
Per quanto io mi sappia, questo pezzo è totalmente sconosciuto agli amatori della nostra numografia. Tale circostanza è appieno giustificata dalla qualità dell'unico esemplare che forse n'esiste nelle raccolte. Non puossi nemmeno asserire che abbia avuto mai corso; né d'esso, né del reale dell'Erizzo, non abbiamo fondamento alcuno per ritenerli più che semplici prove di zecca.
[T5] Gazzette doppie e semplici, e Soldi di Francesco Molin.
Per fatti gloriosamente immortali, quali prosperi, quali sventurati, va segnalata la ducea di Francesco Molin, successore all'Erizzo nel 1646, e che resse la Repubblica fino al 1655. Gli sforzi per avanzare l'armamento di Candia, la nobiltà patrizia venduta a prezzo d'oro per sopperire a' favolosi dispendii, le imprese arditissime sulle coste dalmate ed albanesi, la chiusa fatta a più riprese da' nostri colle bocche de' lor cannoni dello stretto de' Dardanelli, le cittadelle perdute e ripigliate, le fazioni sul mare di Tommaso Morosini, del Cappello, del Grimani, del Mocenigo e del Riva sono a leggersi nella storia del Valier. Io non credo che alcun popolo possa vantare una serie di avvenimenti sì gloriosi, anche se il loro esito fu infelice, come il popolo veneziano combattente a Candia le forze smisurate de' Turchi.
Difettava nel 1647 quell'isola di danaro pel traffico minuto, necessario a tanti soldati che vi spediva la Repubblica, traendoli dalle proprie terre od ingaggiandoli all'estero. Si decretò quindi quell'anno stesso che fossero coniate monete da 2 e da 1 gazzetta e da 1 soldo per Candia, ed ivi prontamente inviate. Sembra peraltro che il loro stampo non fosse così copioso da saziare i bisogni dell'isola combattuta, se nel volgere di pochi anni fu necessario ricorrere a monete ossidionali.
Volgendoci ora a descrivere le monete battute nel 1647 per Candia, ricorderò conservarsene ne' nostri musei tre diverse.
I.° [I[Gazzetta doppia]I]. = È delle tre la più rara, mancando essa alla raccolta Correr, né avendone io mai veduto altro esemplare da quello in fuori della Marciana, quantunque esistesse anche nella collezione Gradenigo descritta dal suo possessore nel secondo volume dello Zanetti, dove però il Gradenigo ci assicura non averne lui vedute di simili nei lunghi anni che fu sulla flotta (p. 197-198, n. 218). Il diametro n'è m. 0,028, il peso del pezzo da me esaminato è di soli k. 28. 3, mentre dovrebb'essere di k. 39. 51/235, incolpandosi di tal divario il cattivo stato di conservazione dell'esemplare. Il biglione che ne costituisce la materia ha di fino k. 54 per marca, è cioè a peggio 1098, equivalente al titolo 0,046875. Perciò il metallo è il medesimo che quello allora impiegato a battere i [I[soldoni]I] da 12 bagattini, il cui peso dovrebbe stare esattamente alla nostra moneta come 1 a 4. Il diritto offre una donna coronata, seduta di prospetto, avente nella destra il corno ducale, lo scettro nella manca; il leone di S. Marco le giace accosciato presso il piede sinistro, e un cerchio di perline le gira intorno, lasciando spazio alla iscrizione . FRANC . MOLINO . D . V . ([I[Dux Venetiarum]I]); e nell'esergo le sigle . Z . A . S . indicano il nome di Zuanne Alvise Salamon che fu massaro all'argento negli anni 1650 e 1651, sigle che ricorrono altresì nella [I[osella]I] dell'anno settimo del Molin, e provano come siasi seguitato più anni a battere quelle monete, la cui rarità può facilmente spiegarsi colla occupazione turca dell'isola per cui furono coniate. Il rovescio ha il S. Marco in soldo colla singolare aggiunta di una spada alzata ch'ei stringe colla destra, mentre nella manca tiene il Vangelo. Lo accerchia il solito contorno di perline, oltre cui la leggenda SANCT. MARC. VEN fra due rosoni, e fra due rosoni parimente nell'esergo la cifra IIII indicante il valore del pezzo, 4 soldi.
II°. [I[Gazzetta]I] = Simile al suo duplo è pur la gazzetta semplice, del diametro di m. 0,023, del peso di k. 19. 143/255, e di biglione al titolo antecedentemente notato. Uguale n'è pure il tipo, proporzionalmente minore, in cui altra differenza non si rimarca dal doppio pezzo che la leggenda del rovescio che offre VE. invece di VEN, e l'esergo del lato medesimo che porta di necessità la cifra . II .
III.° [I[Soldo]I] = I due esemplari da me veduti di questa moneta, l'uno nella Raccolta Correr, l'altro alla Marciana m'inducono forte sospetto non sia essa che una moneta di capriccio, seppure non vogliasi credere che la fretta in cui si trovò la zecca veneta di coniare e spedire a Candia quantità di monete piccole non avesse impedito di preparare lo stampo del soldo particolare per quell'isola, e obbligato a valersi per l'uno de' lati del conio comune de' soldoni veneziani, per l'altro del conio della gazzetta di Candia. Ambedue infatti quegli esemplari presentano dall'una parte il leone di S. Marco dinanzi a cui genuflesso è il doge; gira intorno alle due figure oltre il cerchio di perline la scritta . S. M. V. ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) FRANC. MOL ([I[Franciscus Molino]I]) e sotto la linea dell'esergo è fra due rosoni il numero 12 de' bagattini componenti il soldo. Il rovescio invece è improntato col conio del diritto della suddescritta gazzetta, ma essendo il diametro dell'ultima non poco eccedente quello del soldone comune, non poté stamparvisi che la base delle lettere che ne formano la leggenda. Il peso è l'ordinario de' soldi, k. 9. 189/235, co' quali ha comune il titolo dell'argento.
Siccome queste monete doveano principalmente servire ai pagamenti delle truppe che riceveano i loro stipendii in moneta veneziana, credo per tal ragione essersi preferito allo stampo degli altri pezzi di Candia da 4 e da 10 tornesi quello di monete perfettamente analoghe a quelle della metropoli, se non nel tipo, bensì nel peso, nel titolo e nel valore. Era poi facilissimo in quell'isola ragguagliare questo valore alla moneta ivi corrente; il soldone era pari a 15 tornesi; la gazzetta a 30 tornesi, la gazzetta doppia a tornesi 60.
[T5] Moneta Grimani.
Dalle monete battute per l'isola di Candia nella veneta zecca, passiamo ora a quelle che per dolorosa necessità dovettero coniarsi nell'isola stessa. Prima di tutte ci si presenta fra queste una moneta ch'ebbe il nome dal capitano generale Giambattista Grimani, sottentrato al destituito Cappello nel 1646. Gli è appunto questo anno che leggiamo inciso sulla moneta, ma non credo che allora siasi cusa, bensì in uno dei successivi, improntandola colla data 1646 solo perché la nomina del Grimani era caduta in quell'anno.
La [I[moneta Grimani]I] è un pezzo da 2. 1/2 soldini recuso; la recusione ha le forme più barbare sì ne' caratteri che nelle figure, e fu stampata da gente inesperta nel maneggio del martello monetario, talché sotto il secondo tipo restò non solo visibile e dicifrabile il primo, ma il secondo è molto leggero e lascia a mala pena discernere alcune parole. Non ci voleva quindi che il confronto simultaneo de' sette esemplari custoditine nella Raccolta Correr per rilevare le intere leggende di questa non comune moneta. L'uno de' lati offre lo stemma della famiglia Grimani tutt'ornato di cartocci inelegantissimi e sormontato dal berretto di capitano generale. Una linea circolare gli gira intorno e lo divide dal campo della iscrizione ch'è indubbiamente questa: IO. BAP. GRIM. GEN. IMP. VENET. Una linea serve d'appoggio allo scudo, e nel breve esergo che s'apre fra essa e la circolare stanno le sigle G * 10. L'altro lato ha un orrido S. Marco in soldo che tiene lo scudo Molin, insegna del doge allora regnante. Nello spazio fra la linea su cui posa il leone ed il cerchio che lo attornia sono ripetute le sigle G * 10, e fuori di questo cerchio gira l'epigrafe SANCTVS MARCVS VENETVS 1646, notandosi per esattezza che le N da questo lato sono rovescie. Quanto al diametro e al peso di questa moneta è inutile il dirne, perché non è, lo ripeto, che un pezzo da 2. 1/2 soldini di rame recuso.
Se veramente quell'anno 1646 si riferisse all'epoca dello stampo della moneta, fatto riflesso alla moneta stessa che dagl'informi caratteri si annuncia coniata in momenti d'estrema necessità potrebbe a taluno venir in mente la si percuotesse in Rettimo assediata e presa quell'anno da' Turchi. Ma non porterebbe allora il nome del Grimani, sì però del Cappello sotto il cui generalato ebbe sì infelice esito la resistenza di Rettimo. Chiamato il Grimani a quella suprema dignità gli ultimi mesi di quell'anno, e incominciando la serie gloriosa delle sue geste solo nel successivo, hassi tutto il fondamento di ritenere che la data impressa sulla moneta non ad altro si riferisca che all'assunzione dell'intrepido duce al generalato. Siccome poi nel 1648 perì, vittima del suo dovere, nelle acque de' Dardanelli, e i nummi ch'esaminiamo furono senza fallo improntati anzi che gli si sostituisse il Mocenigo, del quale in caso diverso avrebbero portati gli stemmi e il nome; così è probabilissimo che la loro fabbrica abbia a collocarsi nel 1648 quando i Turchi misero il primo assedio a Candia. Quale ne fosse il valore, ce lo dice la moneta medesima, G. 10; e siccome non abbiamo pezzo cui si possa applicare quella iniziale fuorché la [I[gazzetta]I] così opino doversi interpretare quella sigla G. per gazzetta, e corrispondere il pezzo ad una lira veneta o a dieci gazzette. Nel 1652 correvano ancora in Candia siffatti pezzi, e sotto quell'anno ci racconta il Valier come i disordini moltiplicatisi obbligassero la Signoria a totalmente bandirli. Riporto il passo del Valier ([I[Storia della guerra di Candia]I], p. 289) dal quale si rileva eziandio che appunto in quell'isola s'imprimevano questi nummi, se vollersi inviati tutt'i lor conii a Venezia: [I[Non ommetteva il Senato applicatione alcuna per sostenere quella città. E perché in essa s'erano formate certe monete di rame dette ]I][SC[GRIMANI[I[]SC], le quali ogni giorno mancauano di stima in riguardo dell'accrescimento che faceuano di numero, si uedeva chiaramente che la continuatione delle medesime hauerebbe affatto diuertito il commercio alla piazza, la quale una uolta finalmente sarebbe perita per necessità; fu ordinato al generale Riua che totalmente le prohibisse e che inuiasse a Venetia tutte le stampe, per troncare una cosa tanto perniciosa; la quale, conforme l'ordinario, fu incominciata con un ottimo fine in un caso di estrema urgenza, ma fu poi continuata con fini d'ingordissima auaritia, oltre l'inganno e la fraude d'infiniti monetarii che riceueuano incitamento dalla facilità della fabbrica]I]. E conchiude: [I[Per questo meritò in tutti i tempi il più attento riguardo la costruttione di nuove monete di solo nome, perché essendo tanto soggette ad esser adulterate, la medicina per ordinario diuenta ueleno, et il rimedio bisogna che nasca con precipitio anche di molti innocenti]I]. Sante e generose parole son pure queste ultime, che si vorrebbero scolpite sulle officine monetarie dell'Europa moderna!
Prima di chiudere il mio breve discorso su questa moneta, di cui spero aver determinato chiaramente l'epoca, il valore e la circostanza che le diede origine, osserverò essere questo di tutt'i nummi veneziani il solo che porti altro nome nelle sue leggende da quello del doge; il solo altresì ove ad un generale veneziano sia dato il titolo d'[I[imperatore]I].
[T5] Ossidionali del 1650.
Se spetta con ogni probabilità al primo assedio che Candia sostenne nel 1648 la [I[moneta Grimani]I], appartengono al secondo due pezzi assai più rari, improntati dell'anno 1650, in cui i Turchi, raccolte novelle forze, la strinsero formidabilmente. Questi conii a cui noi Italiani diamo il nome di [I[ossidionali]I], e pe' quali la lingua alemanna ha l'espressivo vocabolo [I[Nothmünze]I], mostrano nella grettezza del disegno e nel pessimo stampo una mano avvezza a trattare le armi del soldato più che il martello dello zecchiere.
Esposi superiormente per qual ragione s'abbia a riconoscere nella [I[moneta Grimani]I] un segno rappresentativo della lira veneta. Alcune sigle ricorrenti ne' due tipi che qui verrò illustrando li manifestano multipli di quel nummo. Infatti quello maggiore in diametro e in peso porta nel rovescio le iniziali L. X, mentre il minore ha invece L. V, ch'io vorrei interpretare [I[lire dieci]I] e [I[lire cinque]I]. Il Valier, nel passo più addietro riportato, parlando delle monete ossidionali di Candia sotto l'anno 1652 non ricorda se non le monete Grimani e ne tace il valore. Che quel nome abbia a dinotare il pezzo da 10 gazzette che porta l'anno 1646 è fuor d'ogni dubbio, perché vi leggiamo impresso il nome del capitano generale Grimani. Non credo peraltro avanzare un'ipotesi malferma nel conghietturare che ad altre monete successivamente battute fra i rigori dell'assedio si desse il medesimo nome che s'era dato alla prima. Certo è che i due nummi di puro rame che in breve descriverò dovettero subire il ritiro dalla circolazione, se sono oggi ridotti di gran rarità.
[I[Pezzo da lire dieci]I]. = I due soli esemplari ch'io vidi di questa moneta sono conservati nel Museo Correr, ed uno d'essi scarseggia straordinariamente nel peso per aver tagliato il contorno, che nell'esemplare perfetto è sì largo da corrispondere ad un sesto del diametro della moneta, il quale tocca perciò m. 0,030 nell'uno, e 0,025 nell'altro pezzo. Quanto al peso è nel primo di k. 59, nel secondo di k. 29. Il diritto offre in tre linee orizzontali, la iscrizione allusiva ad una moneta nominale che non traeva d'altronde valore che dalla fiducia del popolo per cui s'era battuta, FIDES PVBLICA 1650. Sopra l'epigrafe è un piccolo leone, e a' suoi lati due punti intorno a ciascuno de' quali girano altri 5 punti disposti quasi ad indicare gli angoli di un pentagono, e sott'essa una stellina. Una linea circolare avvolge l'epigrafe ed i suoi ornamenti, ed è alla sua volta chiusa da giro maggiore ove alternano segmenti di circolo, punti e stelline, così disposti *).(*). Il rovescio offre una ben disegnata imagine di S. Marco in piedi, veduto di prospetto, che nella sinistra tiene il Vangelo e colla destra benedice. Gli stanno a' fianchi le sigle L e X le quali superiormente esposi che ritengo esprimere [I[lire dieci]I].
[I[Pezzo da lire cinque]I]. = Dello stesso nummo che servì nel 1648 a battere la moneta Grimani, cioè del pezzo da soldini 2. 1/2, si giovarono gli assediati abitatori di Candia per improntarvi un segno rappresentatore del quintuplo di quella più antica ossidionale. Almeno tali si mostrano i due soli esemplari che ne ho veduti, l'uno al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il diritto e il rovescio di questo pezzo portano i tipi medesimi del precedente, sminuiti nelle loro proporzioni, e col necessario mutamento a' lati del santo, ove scorgonsi le sigle L e V indicanti, secondo me, il valore di [I[lire cinque]I]. Il lavoro del conio n'è però assai scadente, il diametro di m. 0,020 senza il contorno.
Raffrontato questo pezzo col suo duplo, troviamo nell'ultimo, considerandone il miglior esemplare, una eccedenza del peso. Nessuna maraviglia però mi farebbe se questa eccedenza, che non supera i 5 k., fosse maggiore d'assai. Prescindendo anche dall'angustiosa fretta in cui tali nummi furono cusi sotto una pioggia di palle di cannone e di bombe, osserverò che non occorreva certa scrupolosità nel pesare i pezzi che monetandosi andavano ad assumere un valore affatto nominale.
[T5] Zecchino di cuojo.
Scrisse lo Zon nel suo più volte citato trattato della Zecca Veneta (p. 72): [I[Nel numero di queste monete temporanee, o piuttosto segni, o tessere per l'armata, potrebbe per avventura notarsi uno ]I]zecchino di cuojo[I[ col nome di Francesco Cornaro doge di soli 20 (]I]leggi 24[I[) giorni, nel 1656, simile affatto a quello d'oro di lui, ma di forma distinta e minore, con caratteri che, nella forma dell'E così segnato H, vi grecizzano, ed il quale fino all'anno presente (]I]1847[I[) si possedette dai conti Pompei di Verona colla tradizione che sia moneta battuta pei bisogni della guerra di Candia. Il suo tempo vorrebbe assegnarsi in vicinanza alla vittoria dei Dardanelli del 26 giugno di detto anno, e darebbe maggior probabilità il sapersi che in quegli anni stessi fu a quella guerra e vi sostenne cariche distinte il generale d'artiglieria conte Tommaso Pompei]I].
Ho riportate le stessissime parole dello Zon, che primo disse di questa strana moneta, della quale io spero sarò l'ultimo a dire. Conciossiaché sia ormai tempo di sbandire dalla numismatica veneta tante goffaggini alle quali non so come dessero luogo ne' lor lavori scrittori riputatissimi. Quanto ai rapporti storici del pezzo in questione, non sono d'accordo col mio illustre amico, perché la battaglia dei Dardanelli ch'egli, colla consueta sua esattezza, nota combattuta il 26 giugno 1656, avvenne dopo che al defunto doge Corner era già succeduto Bertucci Valier. Aggiungerò che in niuno scrittore, in nessun documento non ricorre il minimo cenno di monete di cuojo battute per le strettezze di Candia. E il silenzio de' documenti e degli storici è per me autorevolissimo, trattandosi d'epoca a noi vicina e delle cui memorie abbondano le fonti nostre.
Il pezzo che vide e descrisse lo Zon ebbi anch'io tra mani più volte, mentr'era in proprietà del sig. Giuseppe Dina intelligente ed onesto negoziante d'oggetti numismatici in Venezia; e in quella occasione potei a tutt'agio esaminarlo e paragonarlo ad altri zecchini di Francesco Corner che si vedono, quantunque rari, nelle raccolte, ma sempre in oro. Mi fu quindi agevole il convincermi che lo zecchino di cuojo fu veramente battuto col conio dello zecchino del Corner, e la differenza nella forma delle E che allo Zon apparvero foggiate come H non dipendeva che dall'essersi raggrinzato il cuojo, senza che s'avesse a supporre l'impiego di un conio particolare. Anzi a questo medesimo ristringimento della materia improntata ascrivo, senza tema d'errore, il diminuito diametro che rimarcava il mio amico. Il conio dunque su cui fu cuso il controverso pezzo si trovava nella zecca nostra ed era quello medesimo che servì allo stampo dell'oro, come lo provano luminosamente i confronti da me istituiti. E nel 1656 niuno lasciò memorie che la zecca di Venezia coniasse, invece d'oro, il cuojo; ma sappiamo anzi che in quegli anni si stampò quantità straordinaria di quel prezioso metallo appunto per sostenere l'isola travagliata e avanzare le imprese guerresche. Solo negli assedii della capitale di Candia s'ebbe due volte ricorso, come più sopra vedemmo, a nummi ossidionali; ma nel 1656 Candia era sbloccata e liberamente comunicava colla metropoli, onde traeva monete di valore intrinseco, non avendo necessità di pezzi di valor nominale.
Alla gran serie de' capricci di zecca ascrivo lo zecchino di cuojo del doge Francesco Corner. Durante lo stampo delle auree monete, sappiamo che la bizzaria di taluno che si trovava nella officina nummaria della Repubblica improntava di que' conii pezzi di rame o d'argento, non difficili a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte. Così eseguendosi lo stampo degli zecchini del Corner, sarà saltata a taluno in cervello la stramba idea d'improntarne un pezzo di cuojo. Ecco ond'io credo traesse origine questo nummo singolarissimo, che non merita che d'ora in poi uomo se n'occupi.
[T5] Gazzette e Soldi.
Ultimi nell'ordine cronologico si presentano alle nostre considerazioni sulle monete di Candia le gazzette ed i soldi. L'epoca del loro stampo sappiamo con precisione dalle memorie di zecca fra le quali si legge: [I[Le gazzette e i soldi di rame per Candia furono fabbricati l'anno 1658]I]. Non ricordandosi qui tuttavolta in qual mese si desse mano a quel lavoro, sarei incerto se attribuirli al ducato di Bertucci Valier o a quello di Giovanni Pesaro, il primo morto in quell'anno, il secondo in quell'anno stesso innalzato alla ducal dignità.
Le istorie nostre ci ricordano in quest'anno portato il flagello della guerra sulle acque de' Dardanelli. Ecco perché vediamo cessare a Candia le monete ossidionali e farsi luogo a quelle di giusto peso e cuse nella veneta zecca. È fuor di dubbio che i Veneziani rifuggirono mai sempre dai pezzi a' quali l'impronto dava un valore puramente nominale, e quindi se talvolta ne emisero dovettero essere indotti a farlo dalla più dura necessità, come accadde ne' due assedii del 1648 e del 1650.
Allorché ho parlato delle gazzette e de' soldi coniati per la Dalmazia e per l'Albania, ho fatto vedere come si prescrivesse intorno al 1700 che il loro peso fosse rispettivamente di k. 38 e k. 19. Ciò non ostante dalle succitate memorie di zecca rileviamo che si volle fossero le gazzette per Candia di k. 34, i soldi di k. 17. La materia n'è puro rame; il diametro delle prime di m. 0,027, de' secondi di m. 0,022. Veniamo alla lor descrizione.
Offre la gazzetta nell'averso il nome CANDIA in una linea orizzontale, e sopra e sott'esso un rosone fra due stelline. Nell'esergo di questo lato ha, ne' quattro diversi tipi che ne ho veduti, le sigle . N. C., F. R., M. A. S. e P. M., le quali, con esempio molto raro nel rame, sono le iniziali del massaro sotto cui furono stampati i varii pezzi. Due sole varietà sono però in grado d'interpretare; vale a dire le sigle N. C. che ricordano Nicolò Contarini massaro all'argento nel 1658 l'anno medesimo in cui si decretò la moneta, e quelle M. A. S. che ricordano Marco Aurelio Soranzo il quale coprì quella carica nel 1659. Il rovescio del pezzo in discorso porge il S. Marco in gazzetta ma alcun poco variato dalla ordinaria rappresentazione, recand'esso nella sinistra il libro de' Vangeli, nella dritta la spada alzata; rappresentazione che rimarcammo ricorrere in altre monete cuse per Candia sotto il doge Molin; e veramente miglior attributo non gli si poteva applicare in que' tempi bellicosi. Gira intorno al simbolo del patrono della Repubblica la epigrafe consueta . SANCT . MARC . VEN . (o VENE .), e nell'esergo di questa faccia il numero II fra due rosoni.
Simile alla gazzetta ma in proporzioni relativamente minori di peso e di diametro è il soldo, del quale varia di necessità l'esergo del rovescio che offre il numero * I *, e del quale non mi venne fatto vedere che un tipo portante nell'altro lato le sigle P e M.
Le ultime monete son queste che i Veneziani improntarono per quella diletta colonia. Undici anni dopo, nel 1669, esauriti da' nostri tutt'i mezzi ch'erano in loro potere per impedire i progressi delle vittorie de' Turchi, e prolungare una resistenza ormai divenuta inutile ed impossibile, abbandonati dall'Europa incivilita, ammirati da' contemporanei e più da' posteri, segnarono quella capitolazione per cui Francesco Morosini poté insuperbire quasi d'una segnalata vittoria. Da quel giorno Candia decadde, Candia, memore dell'affetto di Venezia, Candia mal tollerante il giogo de' barbari. E da quel giorno sottentravano gli aspri e i parà alle gazzette e ai tornesi, il governo dei padiscià a quello dei dogi, la luna falcata al leone di S. Marco.
Non è però che dopo la caduta di Candia queste ultime monete che ho descritte cessassero dall'aver corso. Anche vent'anni dopo la perdita di quell'isola ne girava gran numero ne' possedimenti di Levante che restarono alla Repubblica. Di ciò abbiamo prove indubitatissime in una serie di sigle che sulle gazzette, e più raramente sui soldi, si andavano contromarcando, delle quali offro un prospetto ove ho raccolte le da me conosciute, quasi tutte esistenti nel Museo Correr. Le loro varietà si riducono alle seguenti: 1.° VICE.° VEND.N, 2.° POLO NANI ovvero PN, 3.° S, 4.° GB, 5.° M, 6.° ZD ed anche ZD4, 7.° CCO, 8.° RB, 9.° TINO. Le agevolmente interpretabili sono, a vero dire, soltanto le prime due; l'una ricorda Vincenzo Vendramin che nel 1688 scortò la cassa militare in Morea dove i Veneziani stringevano Negroponte d'inutile assedio, l'altra Paolo o Polo Nani che nell'anno stesso era colà tesoriere delle truppe della Repubblica. L'ultima, ch'io mai non vidi, vorrebbe il Gradenigo, nel cui museo si conservava, fosse contrassegnata per aver corso nell'isola di Tino (Zanetti, II, p. 207, n. 280). Quanto alle altre, le lascio alla interpretazione di numismatici di me più pazienti o più fortunati.
Prospetto delle varietà d'incusione nelle Gazzette di Candia. [SC[SIGLE DEL MASSARO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL DIRITTO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL ROVESCIO.]SC] 1. . N . C . S in cerchio di perline G B in cerchio di perline 2. . N . C . VICE.° = VEND..N = * e ZD CCO 3. . M . A . S . nulla RB 4. . M . A . S . VICE.° = VEND..N = * e PN POLO = NANI sotto 2 perline 5. . M . A . S . P N POLO = NANI fra 6 perline 6. . M . A . S . Z D CCO 7. . M . A . S . S fra perline GB fra perline 8. . M . A . S . nulla POLO = NANI fra 7 perline 9. . P . M . S fra perline GB fra perline 10. . P . M . POLO = NANI fra 6 perline nulla 11. . F . R . G B in cerchio di perline S fra perline 12. . F . R . VICE.° = VEND.N POLO = NANI fra 7 perline 13. . F . R . S dentro una corona (?) B dentro una corona (?) 14. . F . R . M in cerchio di perline nulla 15. . F . R . P N POLO = NANI 16. . F . R . VI = VE e Z D 4 CCO 17. . . . . . . VICE.° = VEND..N POLO = NANI e PN 18. . . . . . . VICE.° = VEND..N e TINO nulla
Del soldo due sole varietà incuse sono a mia notizia, l'una nel Museo Correr coll'esergo P. M. avente contromarcata nel diritto una S fra perline, nel rovescio G B; l'altra descritta dal Gradenigo (Zanetti, II, p. 207 n. 281) recante nel diritto incuse le iniziali DM entro una corona.
[T1] IV. CIPRO.
Quando nel 1473 morì Jacopo Lusignano re di Cipro, Catterina Corner veneziana a lui disposata nel 1468 assunse le redini del governo dell'isola in nome del figlio che, postumo al marito, le nacque. Pochi mesi visse il fanciullo e, lui morto, la Corner rimase sola a signoreggiare il reame. Vorrebbe il Pasqualigo che di questa donna si avessero monete, battute vivente il figliuolo; ma la sola ch'ei ne ricordi nelle sue schede non è che un mal conservato pezzo di rame dell'imperatore Michele Duca. Escludiamo perciò dalla nostra serie quel pezzo, che veramente non le apparterebbe s'anche fosse genuino, perché battuto anzi la cessione fatta dalla Corner dell'isola di Cipro a' Veneziani, avvenuta nel 1489.
Rileviamo da memorie di zecca che negli anni 1553 e 1559 si coniarono per Cipro monete appellate
[T5] Carzie.
Questo nome, che manca ora al greco volgare, suona moneta di rame, sia poi di semplice rame o di basso biglione, e deriva da [Gr[chalkòs]Gr], [I[aes]I], o da [Gr[chálkeios]Gr], [I[ex aere ductus]I], o meglio ancora da [Gr[chalkíon]Gr] preso in senso di moneta vile, come lo usò Aristofane ([Gr[Batrachoì]Gr], Act. II. [I[Antepirrh]I]. v. 8 e 9):
… [Gr[allà toútois tois ponerois chalkíois]Gr]
[Gr[Chthès te kaì próen kopeisi to kakísto kómmati]Gr].
È facile a spiegare colle corruzioni della greca favella ne' bassi tempi il non insolito mutamento della pronuncia della [Gr[l]Gr] in [Gr[r]Gr]. Infatti anche oggidì il coniatore è detto dal popolo greco indifferentemente [Gr[chalkias]Gr] e [Gr[charkias]Gr]. Né crederei diversa la origine della medicea [I[crazia]I] toscana, che però altri vorrebbero derivare dal [I[kreuzer]I] tedesco.
Ma i nostri numografi, ricordando le [I[carzie]I] di Cipro, e l'epoche del loro stampo surriferite, e il loro peso di k. 2. 2, e il titolo ragguagliato a 92 di fino, o a 1060 di peggio per marca, non si volsero ad applicare quel nome ad alcuna moneta delle cuse in quegli anni. Eppure, se non di Marcantonio Trevisan che regnò un solo anno, vi sono monete di Francesco Venier che ducò dal 1554 al 1556, e di Girolamo Priuli che montò nel 1559 il trono ducale, alle quali si può applicare senz'esitanza il nome di [I[carzie]I], corrispondendovi, oltre l'epoca, il titolo e il peso.
Sono queste due nummoli molto rari, i quali recano dall'un de' lati una croce con quattro fiamme o con quattro bisanti agli angoli che forman le braccia, e chiusa da un cerchietto, oltre cui gira l'epigrafe + FRANC . VENERIO . DVX negli esemplari del primo, e in quelli del secondo + HIERON . PRIOLI . DVX . Offre il rovescio il leone di S. Marco in gazzetta e intorno ad esso la leggenda + S . MARCVS . VENET . Degli unici esemplari che ne ho veduti, conservasi il primo al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il loro diametro è m. 0,013, il peso è il più sopra riferito di k. 2. 2, meno le piccole differenze portate dal non perfetto grado di conservazione. Il titolo del biglione corrisponde appunto a peggio 1060.
Non sappiamo il valore della carzia a quell'epoca, ma questo valore ci apparirà dal confronto con altra moneta notissima, cioè col ducato d'argento di Girolamo Priuli. Questo pezzo, il maggiore che fino allora avessero monetato i Veneziani in quel metallo, si fece a peggio 60 e del peso di gr. 651, cioè di k. 162. 3, ed aveva quindi di fino gr. 617. 3/32. Siccome il ducato stesso si valutava allora, per decreto 7 gennajo 1561, lire 6 e soldi 4, cosi ogni soldo vi era rappresentato da una particella di argento fino del peso di k. 1. 3875/3968. Ora, essendo nel ducato il bagattino rappresentato da circa quattro decimi di grano, e nella carzia avendosi parimente di fino grani 0,799, valutato alcun poco in quest'ultima il molto rame, credo poter affermare che la carzia equivaleva intorno alla metà del secolo XVI a 2 bagattini.
[T5] Soldo col doge armato.
Si custodisce nella Marciana un soldo, del peso di k. 2 d'argento, a peggio 550 per marca o poco meno, recante da un lato la imagine in piedi di Pietro Loredan, doge dal 1567 al 1570, volto a sinistra, coperto d'armatura, cinto il capo del corno ducale, e stringente colla destra il vessillo. Intorno a lui la epigrafe PETRVS . LAVRETA . DVX .; al rovescio il S. Marco in soldo chiuso da cerchietto, oltre il quale la consueta leggenda + S . MARCVS . VENETVS . Di questo pezzo, d'esimia rarità e di molta bellezza, il Museo Correr possede un esemplare, ignorato allo Zon e agli altri numismatici, simile al suddescritto nel peso, nel titolo, nel tipo del diritto, e totalmente svariato nel rovescio, perché reca la figura del Cristo in piedi, veduta di prospetto, che tiene il mondo nella sinistra, e colla dritta sta in alto di benedire, ed è attorniato dal motto TV SOLVS SANCTVS; tipo ricorrente in altre monete di quest'età, senza nome di doge, e che probabilmente spettano al Loredan. Vorrebbe lo Zon che questa monetina, da lui veduta soltanto nella Marciana, fosse allusiva alla guerra coi Turchi principiata nel 1569, e battuta per uso della veneta armata (ib. p. 35); e più sotto (p. 68) la novera fra le monete di Cipro. Io non nego che il doge possa aversi effigiato nella singolare rappresentazione di catafratto per aver egli incoata la guerra co' Turchi a proteggere il minacciato reame; ma non posso convenire collo Zon nell'ascrivere ch'ei fa alla serie delle monete di Cipro il soldo presente. I due esemplari, che forse unici se ne conservano, recano ambedue, come indicai testé, simile il diritto, diverso il rovescio; e questo rovescio medesimo vediamo in monete affatto comuni di quella età. Non potrebb'egli meglio spiegarsi il tipo e la rarità del controverso pezzo, ritenendo che i due esemplari del Correr e della Marciana, fossero semplici prove di una moneta a cui si volle poi sostituire un diverso rovescio?
[T5] Bisante.
L'unica moneta che i Veneziani stampassero nell'isola di Cipro è il [I[bisante]I], nummo ossidionale lavorato da' difensori di Famagosta stretta da terribile assedio. Nella sua operetta [I[Historia de Salamina capta]I], edita la prima volta a Venezia nel 1843, Antonio Riccoboni, storico contemporaneo a quel fatto, tocca dell'origine di questa moneta: [I[Cum autem IV. Non. Majas ]I](a. 1570)[I[ per totam insulam Cyprum bellum inter Venetos et Turcas promulgatum esset, ipse]I] (intendi Marcantonio Bragadin difensore della piazza, che dopo la resa fu scorticato vivo da' fedifragi nemici) [I[pecuniis indigens… quod totum aurum et argentum quod haberet in equestres et pedestres copias consumpsisset, nec facile propter locorum distantiam opportunum nummorum subsidium sperare posset… aerarium confici quamprimum voluit nummosque diu noctuque signari aereos mandavit; alteros duodecim assium, alteros quattuor quadrantium, atque hujusmodi moneta peditibus italis et graecis, equitibusque et omnibus qui in praesidio erant satisfaciebat, edicto facto ut suspendii poena illis esset proposita quicumque talem pecuniam recusarent]I].
Il pezzo ossidionale di Famagosta, ovvio a trovarsi, è di puro rame ed ha un diametro di m. 0,028; il peso ne' varii esemplari è tanto incerto che sembra affatto arbitrario; il minimo da me riscontrato fu di k. 17, il massimo di k. 46. Nel mezzo del campo del diritto è il leone seduto e rivolto alla sinistra del riguardante, e sott'esso l'anno 1570, e all'ingiro PRO. REGNI. CYPRI. PRESSIDIO. Nel rovescio è in tre linee la iscrizione VENETORV = FIDES. INVI = OLABILIS, sopra la quale un amorino, svolazzante verso la destra, allude alle tradizioni mitologiche dell'isola cara a Venere; e nell'esergo il nome di BISANTE colle note, varie negli esemplari, IIII, .I., . I . E ., . I . F . Ma come discernere fra questi pezzi quelli [I[duodecim assium]I] e quelli [I[quattuor quadrantium]I] che il Riccoboni distingue? Le sigle stessissime occorrono in un pezzo del massimo e in uno del minimo peso; dunque il peso non è dato regolatore. Il tipo nemmeno perché in tutte è simile, come simile è il metallo che in tutte è semplice rame. Se tutte avessero la cifra IIII potrebbero essere i pezzi di 4 quadranti, pezzi che d'altronde non sappiamo a che moneta corrispondessero. Ma quello di 12 assi, nome parimente a noi sconosciuto, parlandosi di monete coniate da' Veneziani, qual mai sarebbe? Forse quel nummo di biglione, custodito alla Marciana, del diametro m. 0,021 e, del peso di k. 14, che offre da un lato in quattro linee la epigrafe ÆS = ARGE = NTI = .X., e dall'altro il leone di S. Marco gradiente verso manca con all'esergo 1571? Lo Zon (p. 69) non esita a dirci anche questo pezzo, di rarità straordinaria, spettare alla guerra di Cipro; ma per uniformarsi al detto dal Riccoboni dovrebbe portare la cifra XII anziché quella X. Confessiamolo, ci mancano i fondamenti per basare una più plausibile conghiettura.