XIII.
ATARAH
AD ARRIGO BOITO
*
Atarah regna sopra un vasto impero;
Ha dolce l'occhio e lo sguardo severo,
E passa eretta fra le vinte genti.
Le sue pupille sono più fulgenti
D'ogni fuoco che brilla al diadema
Pel quale ognuno innanzi ad essa trema.
La strana gemma che il coturno allaccia
Dall'alto carro par che guardi in faccia
—Mentre il corteggio maestoso incede—
Il popol schiavo che le giunge al piede,
(Al piè divin che sa sulla cervice
Dell'uom posare e renderlo felice).
Ella è possente, e se bella non fosse
Col terror frenerebbe le sommosse;
E come un uomo ella saprìa regnare
E ricever l'incenso dell'altare.
Ed anco è bella, e se non fosse forte
Padrona pur sarebbe della sorte,
E senza scettro ella potrìa guidare
La moltitudin cui dal monte al mare
Abbaglia il ritmo di sue forme e il truce
Occhio languente dall'arcana luce.
Ella non teme alcun rivale e sfida
Che il più grande l'offenda o la derida,
E non paventa alcun Iddio e china
Non si prostra ad alcun, poichè è divina.
Sapïente, l'immenso impero regge
E per sè non conosce alcuna legge
E frena il mondo e non subisce freno.
—E quando passa, alta e scoperto il seno
Marmoreo e bruno e coronata in fronte,
Porta la gloria alteramente e l'onte.
Prostràti al suolo cristïani e mori
Miran tacendo i mostruosi amori
Cui potenza e talento ognor la spinge—
E i suoi desir stupiscono la sfinge
Che sogna sempre nella sabbia avvinta
Dall'immenso silenzio intorno cinta.
Ella tutto provò. Nei più segreti
Abissi del piacer con gl'inquieti
Sensi seguì la mente che galoppa,
La fantasia malsana; e nella coppa
Cercò l'ultima goccia. E tutto il campo
Del possibile scorse (come lampo
Che ovunque guizza) e lo trovò assai vasto,
Ma limitato. Nulla m'è rimasto?
Disse sognando, e con la sua possanza,
Con l'ingegno che annulla la distanza,
Con la muta scïenza della carne,
I toccati confin vuole allargarne.
Si risovvenne ed inventò. La storia
Le fu maestra, ma ad infame gloria
Peggiore ell'è d'ogni regina; strinse
Più stretti i nodi alla chimera e vinse
Semiramide stessa invidïosa
Nel superbo sepolcro.
A mente che osa
Aiutata dall'oro e dal potere
Natura cede.
E nelle calde sere
Perfino il puro ciel complice anch'esso
Parea s'inebbriasse, a lei sommesso
Con le infinite stelle. Ed ella in alto
Guardava meditando un qualche assalto
Per convertire coi desiri occulti
Il firmamento ad infernali culti.
Lo spirto suo è astuto, ardito e pazzo.
—Talor sdraiata in sull'alto terrazzo,
Talor seguente in mare le sue flotte—
Ora voluttüosa in lunga notte
Lontan dal sole nel gioir si affoga,
Ora il nemico di sua man soggioga.
Brevi battaglie lampeggianti adora
Ed orgie senza termine in cui l'ora
Passa obliata—Poi con regal calma
Ozïosa sogna all'ombra d'una palma.
* *
Ella tornava un dì da una vittoria
Suprema, cinta d'abbagliante gloria.
E bella al par d'una immortai guerriera…
Il suo serto splendeva nella sera
Siccome un sol notturno sulla terra,
E il popol suo e quello vinto in guerra
Tremavano davanti al suo passaggio.
Ed il cielo taceva sovra il maggio
Fiorito e caldo, e la città giuliva
Fiammeggiante brillava sulla riva,
Accesa tutta da un delirio immane,
Vivente mare fatto d'onde umane,
Sul re captivo ella teneva fise
Le sue pupille.
Ella l'amò e l'uccise.
Dei prigionieri poi fissò la sorte;
Prescrisse strane leggi; ogni coorte
Vide sfilare in una polve d'oro.
I serti vinti chiuse nel tesoro
E prodigò le gemme. Poi le sale
E i cortili s'aprirò a colossale
Festa.
Nel colmo del gioir furente,
Ella scomparve. Andò per la silente
Aperta scala al sommo del palazzo
D'onde scorgeva l'assordante e pazzo
Spettacolo dell'orgia impicciolito.
E allor pensò, pensò con infinito
Ardire. Ed un desìo sentì dolente
E acuto; e assorta sulla sala ardente,
Che avea per vôlta il cielo imperturbato,
Ora volgeva l'occhio ancor velato
Da torve ebbrezze, ora mirava invece
Le calme stelle scintillanti. Fece
Un gesto stanco, indi la mano stese
E lentamente una gran coppa prese,
E la vuotò con un gesto demente.
S'accese la pupilla stranamente,
Sparì dinanzi agli occhi suoi la festa,
Curvossi indietro la sua bella testa
Smorta e bramosa sotto il diadema,
E cadde morta in una ebbrezza estrema.
XIV.
LA BARCA
Vidi una rotta barca sopra l'umida
Spiaggia caduta, e giunta ai giorni estremi;
Dall'albero pendea una vela lacera,
Eran perduti i remi.
Smarrito è ormai il vessillo che fluttua,
Franto il timon, le sarte—e la sirena
Scolpita sulla prua, ridente al pèlago,
Ahi! giace nella rena.
E gli arabeschi, e le dorate, ingenue
Pitture son raschiate, e nulla resta
Della prima parvenza e del bell'impeto
Delle sere di festa.
Triste rovina avvolta nella polvere,
Pur bella ancora per le svelte forme!
—Simile all'uom che all'avvenire torbido
Stanco rinunzia e dorme.
Tra le nubi del ciel, beffardo irrompere
Scorgeasi un raggio sulla terra serena.
Guardai. Sconnesse erano ormai le fradicie
Coste della carena.
Era quella la barca che l'oceano
Dovea meco solcar cercando i lidi
Dove viviam felici nell'orgoglio
Dei sentimenti fidi.
Era quello il navilio delle fervide
Speranze nelle imprese ardimentose
Per cui s'attese invan vento propizio
Mentre appassian le rose.
Non indugiate mai, voi che la gondola
Tenete in riva pronta per salpare.
Furioso irride con lo scherno orribile
Agli aspettanti il mare.
Varate pur tra la bufera rapida
In tra i lampi ed i tuoni e le saette,
Fidate pur le vostre gioie al turbine,
A un fragil alber strette!
Per chi parte tra i fulmini e le tenebre,
Sfidando il mar con una fede ardita,
Spesso si snebbia il cielo e azzurro illumina
Una novella vita.
XV.
. . . . .
Alta e superba nella sculturale
Perfezïon delle sue forme pure,
Pare una statua greca—eppur sa il male
Delle tristezze oscure.
Divine son le linee del suo volto,
Le curve altere della sua persona.
—Nel bianco petto è un cor che soffrì molto
E al soffrir s'abbandona.
Invano nel mirare il suo profilo
Scorre il pensiero ai lieti dì d'Atene
E ricordiam la Venere di Milo.
—Le ore non son serene.
A poco a poco sul marmoreo viso
Nuovo pallor pose la vita. Antica
È la bellezza sua, ma il suo sorriso
Conosce la fatica.
XVI.
RESURRECTA
Che la vostra miseria non mi tange,
Nè fiamma d'esto incendio non m'assale.
DANTE
*
Ella già visse nell'antico Egitto,
Tra le città che sembran visïoni,
Allor che gloriosi nel delitto
Trionfavan superbi i Faraoni;
E guardò calma col gran d'occhio nero
Le feste immense e l'orride tenzoni.
Pallida e bruna, col sorriso altero,
Della immobile Sfinge colossale
Sfidò lo sguardo bianco ed il mistero
Con la serenità d'una rivale.
—E degli amori sempre più implacati
Conobbe il peso e il fàscino letale;
E gli ascosi desir negli abbagliati
Occhi d'intera folla plaudente
E le brame che lottano coi fati.
—Poscia sparì d'in mezzo a quella gente,
La splendida sua vita ebbe una fine;
Crebbe il pallor, fûr le pupille spente,
S'irrigidir le sue forme divine
Qual prodigio che subito s'arresta,
E nel sonno calò senza confine.
In bende avvolta fu dai pie' alla testa,
E sotto la piramide, in l'eletto
Sepolcro preparato come a festa,
Dormì mill'anni con lo stesso aspetto.
* *
Ora è fra noi. Per mistica e segreta
Legge rinata sotto nuovo clima,
Come una evocazione di poeta,
Bellezza tal che realtà sublima!
I dolori dell'oggi ed i desiri
Guardando senza sprezzo e senza stima.
Ahi! non cura le gioie ed i martiri
Di quest'epoca folle ed ammalata,
Ed ignora la causa dei sospiri.
E resta calma e pensierosa, e guata
Tra le piccole feste e il triste amore,
Nel trionfo paranco trasognata.
Della sua vita e morte anterïore
Un vestigio sul viso l'è rimasto;
Vi si scorge il ricordo che non muore
Dei sogni ardenti e del suo sonno casto.
XVII.
FRA I MONTI
*
Giovani e già dalle uniformi grevi
Vicende affranti e dal tornar dei giorni
Inesorabili,
Dagli anni lunghi e dai dì troppo brevi
Ora tumultüosi or disadorni,
Risospinti dal caso, ancor riuniti,
Ma più divisi assai che dagli eventi
Dal sentir intimo,
Un istante obliavano, smarriti
In te, Natura, che il cuore addormenti.
* *
Andavan soli come ai dì passati
In una valle chiusa in mezzo ai monti.
Era il meriggio,
Ma sui verdi sentier dal sol dorati
Nell'alme loro v'eran due tramonti.
Ei camminava mesto, lentamente.
Guardando le pupille dolorose
D'azzurro limpido
E la purezza del profilo, e spente
Quasi sul volto a lei le belle rose.
Gli antichi dì parean tornati ancora;
Ei credeva sognare un sogno vero.
Le foglie tremule
Mormoravan su lor come in allora
Che Amor li precedeva sul sentiero.
L'alte montagne nere e i verdeggianti
Colli e le roccie e i pini e le cascate
D'argento vivido
Suscitavano in lui gli antichi canti,
Ricordavano a lei l'ore passate.
Mirava il triste sguardo ed il sorriso
Ancor più triste—e gli diceva i fati
Lungo il silenzio
E la terribil calma del suo viso
E i suoi capelli d'oro scolorati.
Egli sentiva nuovo atro dolore
E non osava prenderle la mano.
Il labbro roseo,
La bocca semiaperta come un fiore
Davan tormento di desir lontano.
Andavan sempre, appena una parola
Vana scambiando ed un sorriso mesto,
Ma come un rantolo
L'inutil detto ritornava in gola
Ed il sorriso scompariva presto.
Giunsero alfine al pie' d'una cascata
Che dall'alto piombava eternamente;
E stanchi, subito
Sedetter sulla pietra logorata
Sotto la piova dell'acqua cadente.
Tutto era verde intorno, alberi ed erbe
Ed il muschio dei sassi ognor spruzzati
Dall'acqua candida,
Verdi le foglie e verdi le superbe
Cime dei monti eccelsi e imperturbati.
A un tratto innanzi a loro una parvenza
Vaga si leva. Uno spettro gentile,
Ahi! bello e pallido,
Oltremodo e silente. Eppure senza
Stupore lo guardaro in atto umile.
Poichè l'avevan ben riconosciuto
Al pallore, agli spenti occhi divini,
Ai raggio livido
Che uscìa da lui, ed al suo labbro muto,
—E rimaser tremanti, ad occhi chini.
Era il povero antico amor, perduto
Da tanto tempo, d'ogni speme privo,
Disciolto in l'aere!…
E fûr trafitti da un rimorso acuto,
L'antico amor non era ahimè! più vivo.
Ahi! senza vita egli era a lor davanti
Coi capelli di fiori incoronati,
Ma eran languide
Appassite ghirlande e i vecchi pianti
S'eran negli occhi suoi cristallizzati.
Lo spettro cadde a terra. Allor pietosa
Anco una volta la bella compagna
Posò un ginocchio;
Lui pure si chinò; la prezïosa
Salma portaro in mezzo alla campagna,
La portarono insieme a un vasto prato
Solitario più ancora e là, scavata
La terra, un tumulo
Apprestarono, ed or giace isolato
L'amore che finì la sua giornata.
La fossa è larga e guarda il firmamento
Perchè ei possa risorger s'è immortale,
Ed in silenzio
Restaro a lungo là senza lamento
E sentivan passar soffio letale.
Ed ella, fredda, lui guardava intanto
Senza fede oramai ne' giorni bui.
Guardava gelida;
Ed ei sentì che l'occhio senza pianto
Dicea che aveva amato più di lui.
XVIII.
. . . . .
La terra è un punto in mezzo al firmamento,
Tra una polve di soli astro ignorato:
Atomo è l'uomo ignaro del suo fato,
Che appena nato è spento.
—Cosi pensiam nelle ore solitàrie
Quando è di noi signor solo il pensiero,
Quando cerchiam senza fralezza il vero
E scrutiam l'invisibile—
Ma allor che avvinti da due bianche braccia
Nella festa dei sensi appare il vero
E ne sembra si fonda ogni mistero
Nel mistero d'un bacio,
Sentiam che vasto più del vasto cielo
E più forte del fato Amore impera,
Che l'uomo è il re per cui vediam, la sera,
Steso il sidereo velo.
XIX.
LA VILLA
*
Risplende il sole; il vasto cielo puro
Distende la sua pace sovra il mondo;
Dormono le colline, e lungi, in fondo
Mette una riga nera il bosco oscuro;
Ed il largo viale sontüoso
Conduce nella villa abbandonata,
Aperta, dove l'alta sala ornata
È piena di frescura e di riposo.
Errando nel tepor del mezzogiorno,
Due vaghi amanti innanzi a quella villa
S'arrestan contemplando la tranquilla
Vista pensosi e il muto parco intorno,
Il vecchio giardiniere ai vaghi amanti
Mostra la casa, e lor dice una storia
D'amor celati e di trascorsa gloria,
Di luminosi giorni e amari pianti—
E d'una principessa innamorata,
Da ognun respinta e fiera del suo fallo…
—E la descrive—amazzone, a cavallo
Passare per la strada ombreggïata—
Amorosa sedere in sul terrazzo
All'ora del tramonto a Lui vicino,
—Poi sollevare uscendo dal giardino
Con la piccola mano il greve arazzo.
* *
I vaghi amanti erraron fino a sera
Tra le aiuole e i sentieri, e nelle vaste
Gallerie, su e giù tra le rimaste
Gaie memorie d'una gioia vera.
Il sorridente amor loro appariva
Il sovvenir d'un sentimento fido,
La lunga festa del nascosto nido,
La passion che nel desir si avviva,
I rai del sol sulle sboccianti rose
E la profonda gioia contenuta
E il ridere argentino fra la muta
Complicità festosa delle cose.
Ridean le cose. Un'allegria infinita
Usciva dai cespugli, dai viali,
E tra i profumi e un vivo batter d'ali
Nell'ebbrezza la mente era smarrita.
E desiaron di restare. L'alma
Dovea goder più dolcemente e forte
In un tal sito l'indulgente sorte
Che permetteva lor sì dolce calma.
* * *
Ma l'ombra scese della sera, a poco
A poco invase il cielo ed ogni loco,
E stese un velo sui ricordi lieti.
S'adombraron le lucide pareti,
Smorti si fero i bei colori, spenti
Gli estremi bagliori aurei correnti
In su le stoffe sontuose e oscure,
Sulle quali vivevan le figure
Dipinte una esistenza tenebrosa
Mentre morìa la vita vera. Ascosa
Malinconia sorgeva nei recessi
Amati dove dagli Dei concessi
Divini istanti eran trascorsi.
E voci
Sorger pareano arcane—e dubbi atroci
Mormoravano allora e di segreti
Dolor non anco espressi dai poeti
Svelavano a metà l'atro mistero,
Senza parole definite, il vero
Nudo mostrando e la fuggente gioia.
E lo spettro s'alzava della Noia
Regina alfine, ed i sospetti muti
S'infiltravan siccome dardi acuti
Per l'alme scosse nella giovin fede.
E si sentia che l'uomo, triste erede
Di colpe antiche e di fralezze vili,
Sol può tener con vincoli sottili
Per un istante l'alta, passaggiera
Felicità, senza misura, intera.
Piangean le cose—una tristezza immensa
S'alzava ovunque; si facea più densa
La tenebra che ai cuori s'infiltrava.—
Nello sconforto che la mente aggrava
I rosei sogni già finiano in pianto—
Rotto pei due era il soave incanto—
La villa, prima gaia e ospitaliera
Nel dì sereno, or diventava nera,
Arcigna e chiusa in ostile rifiuto.
Sacrileghi sentiansi entro quel muto
Tempio dal Dio crudele abbandonato
Su cui librava il minacciar del Fato
Uguale sempre e che si fugge invano.
Il desire parea fatto lontano.
Ed un fantasma incontro a lor venìa
Che avea sul volto il Duolo e l'Ironia,
La sazietà e la gioia bugiarda,
L'ipocrita pietà per cui s'attarda
L'amor che menzognero ancor sorride.
Il vecchio giardiniere allora vide
Fuggire i due amanti impalliditi:
—La bella villa dai cortesi inviti
Or sembrava un soggiorno di iattura,
—Scansando il malaugurio, dalle mura
Usciron presto del giardin deserto,
E ripresero il lor cammino incerto.
SONETTI
XX.
GIOIA PASSATA
A J. M. DE HEREDIA
Il palazzo è di marmo, e le fontane
Ebber zampilli lieti e gorgoglianti;
Sovra i pilastri due leon rampanti
Superbi ancora alzan le zanne vane.
Il cancello ad ornati irti e pesanti,
Semiaperto, cadente, alle lontane
Ville ricorda ancor le pompe insane
E le feste e gli amori e gli alti vanti,
Ma l'erba intanto cresce in sul viale,
La ruggine corrode i gran blasoni,
E stanno chiuse le istoriate sale,
Ahi, prive di chiarore e di canzoni!
—La noia regna in fra le due grand'ale
E con l'edera sale pei balconi.
XXI.
RISPOSTA A H. CAZALIS
Credete che la forma passaggiera
Dalla materia eterna ch'è sua culla,
Come caduta in mar goccia leggiera
Disparirà nell'ocean del nulla.
Sperate che il destin che si trastulla
Con l'alma nostra rifulgente e nera,
Allor che lascerem la terra brulla
Ne affogherà dentro una notte vera.
Ma v'ingannate: eterna è la condanna.
Desire ignoto gli scomparsi affanna;
Nasce chi muore, ad altro sol gettato.
Ma forse il dì della stanchezza estrema
Comprenderemo alfin tutto il poema,
Ed in quel dì perdoneremo al fato.
XXII.
RITRATTO
La testa, il busto suo da imperatrice
Sembran scolpiti in marmo imperituro;
Nel circo avrìa sorriso al morituro
Gladiator, suprema vincitrice.
Il morso dei desir, che a noi non lice
Impuniti pensar, nei dì che furo
Avrìa sentito e nel triclinio impuro
Regnato bionda incoronata attrice.
Or passa altera ma non più serena
Nella moderna vita dolorosa,
E il suo pallor dice la stanca lena,
Lo sguardo fisso la mestizia ascosa,
Lo sforzo d'una fede che raffrena
L'irrequieto spirto che non posa.
XXIII.
RITRATTO
Ella ha i capelli biondi e gli occhi neri,
Lo sguardo dolce ed il sorriso astuto,
Parla talora il ciglio e il labbro è muto,
Volan le chiome e gli occhi son severi.
Ha buono il core e lo spirito arguto
E i detti or folleggianti ed ora alteri,
Variano i suoi pensier sempre sinceri,
Ama la canzonetta ed il liuto,
Ama il chiarore della luna mesta
E il falso luccicare della scena,
Si sente triste in mezzo ad una festa,
Senza ragion l'alma ha di gioia piena.
Vuole la calma e brama la tempesta,
Bionda con l'occhio ner, cupa e serena.
XXIV.
RITRATTO
Col nero e lungo sguardo e con l'arcana
Vaghezza del sorriso che indovina,
Con la raccolta sua chioma corvina
E col caldo pallor che il viso emana,
Ella sembra venuta da lontana
Festa opulenta dove fu regina.
Gemma salvata dalla gran rovina
Della passata gloria veneziana.
Ma per lei si vorrebbe altra cornice:
L'antico Canalazzo pien di festa
Al tempo di Venezia imperatrice.
Dagli ornati scalini ecco s'appresta..
E sullo smalto di quel ciel felice
Spicca il profilo della bruna testa.
XXV.
È un castello feudale in miniatura,
Dall'abbandono sorto in nuovo aspetto;
Sei secoli passaron sul suo tetto
E or ridon bianche le vetuste mura.
Solitario ed in mezzo alla frescura
D'alte piante, tra verdi prati eretto,
Da una profonda fossa è ancor protetto
E d'acqua ha ancora una larga cintura.
Ma il ponte levatoio è fisso ormai,
E aperta sta la sala allegra e vasta
Dove non giunge il mugghiar del vento.
E ne sembra il castello, allor che i rai
Vibran del sol che la torre sovrasta,
Gioiel di pietra legato in argento.
XXVI.
RASSOMIGLIANZA
Vidi l'umido labbro e pur procace
Lo sguardo per lussuria semispento,
E il ciglio pien di volontà tenace
E la fermezza del marmoreo mento;
Mirai la linea del profilo altera,
La maestà della sua guancia smorta,
E dissi: È larva od è figura vera?
È viva o dal passato alfin risorta?
Chi è mai? Chi fu?—Ma nuova visïone
S'alzò dinnanzi alla mia mente scossa:
Era una sala aurata, e più persone
In una luce profumata e rossa,
E Lei rividi bella e tenebrosa
Versar l'ebbrezza in cesellata coppa
E accendere il desir che più non posa
Ma vola ognor della Chimera in groppa!
Era l'antica cena di Ferrara,
L'amor letale ed il velen dell'orgia…
E riconobbi, uscita dalla bara
Alla moderna età, Lucrezia Borgia.
XXVII.
PAESAGGIO
Senza rumore, immacolata e lieve,
Sovra il ghiaccio del lago smerigliato
In linee lunghe scende ognor la neve
E bianco sembra l'aere rigato.
E fino agli orizzonti indefiniti
Tutto è candore. In sulle opposte rive
Pendono gigantesche stalattiti
Coperte di diamanti e luci vive.
Si disegnano i rami delle piante
In bianco sovra il cielo grigio e smorto.
I fiori son spariti e tutte quante
Le frondi e l'erbe. Ed ecco tutto è morto
Per un tempo e sepolto nell'inverno.
Cosi tace talora ogni desìo
E sembra spento pure ciò ch'è eterno
Sotto il manto di neve dell'oblìo.
XXVIII.
SOTTO UN RITRATTO
Diritta e bianca sorge in sul cammino
Arido e triste della vita umana,
Fragile come un fior di gelsomino,
Eppur dotata di potenza arcana;
Soave qual chi ancor ride al destino
Ma altera come l'errante Dïana.
Dalle svelte sue forme arrotondate,
Dallo sguardo, un olir voluttüoso—
D'acri gioie imminenti ed aspettate
Spira, desìr sotto le nevi ascoso.
Il sen, le braccia di bellezza armate
Formidabili sono nel riposo.
XXIX.
MARINA
Par quasi nero il mare sconfinato
Sotto il cielo pesante e cupo. Il vento
Tace e tutto ne sembra addormentato;
Nella natura ogni volere è spento.
Dovunque regna una oppressiva pace,
S'odono mormorii sottomarini.
Si dirìa ferma alfin l'ora fugace
E che immobili pendano i destini.
Ma è minacciosa la profonda e mesta
Calma che rassomiglia ad una morte…
Ed ecco, lungi, un soffio di tempesta
Ed un fragor di ferree infrante porte!
Sordo rumor e lampi ardenti e tuoni,
Tenebra fitta e luce che ne abbaglia…
E in mezzo alle fulgenti visioni
La letale magia della battaglia!
XXX.
MARINA
Di gente affaccendata è pieno il porto.
Tutto è clamore, grida e voci sorde;
Parlano i marinai con gesto accorto,
Stridono lungo gli alberi le corde.
Al brulicar del suolo fa contrasto
L'austera calma maestà del mare
Che si stende color di piombo e vasto
Fin dove sguardo umano può arrivare.
E sotto il sole ardente d'improvviso
Tutto si tace e sta ciascuno e guata.
Brillano gli occhi in ogni attento viso,
La folla in varie pose sta atteggiata
Verso un sol punto. Ed ecco, abbandonando
Lenta la riva, al pelago infedele
Rivolta, ubbidïente ad un comando
Esce la nave lieta a gonfie vele.
XXXI.
PAESAGGIO
Circondata da rupi alte e scoscese
La valle è angusta, strana e tenebrosa
Per l'altezza degli alberi. Il paese
È degno d'ispirar Salvator Rosa.
Sotto quell'ombre, in tra le roccie rotte,
Si sognano guerrieri in armature
Che pugnan dal mattin sino alla notte
Con la lancia affilata e con la scure,
Ed il cozzar de' destrier bardati
E il fluttuar dell'ondeggianti piume
E gli scudi sonare e gli ululati
Dei feriti che piombano nel fiume.
I prodigiosi assalti e l'ire pazze,
E il delirio di vincere e le scosse
Supreme, allor che gli elmi e le corazze
Si spezzano e le spade sono rosse,
Gli sguardi irati uscir dalle visiere
E i lampi irradïar l'orrenda scena!
—Ma passa un fanciullin con un paniere
Vociando una canzone a gola piena.
XXXII.
PAESAGGIO
Tutto riposa al raggio della luna,
Ma il viale è nell'ombra a noi davanti.
S'ergono all'aura in lunga fila bruna
I profili degli alberi giganti.
Biancheggia in fondo tacita la villa
Tutta chiusa, deserta o addormentata.
Non si scorge laggiù lume o scintilla,
Ma la vôlta del ciel tutta è stellata.
Un poema infinito ed amoroso
Le foglie vi susurrano giulive…
Il parco nella notte appar festoso
E le statue intraviste quasi vive.
Dormono i nidi ed i fragili fiori
Posan col capo languido che pende,
Si confondon le forme ed i colori…
—E l'ombroso vial qualcuno attende.—
XXXIII.
A EMILIO PRAGA
Il gracile tuo corpo lotta fiera
Brevemente pugnò:—Ma vinse alfine
L'alma alata e fuggì. Misera fine,
Vittoria altera!
L'alma fuggì pari ai fulgenti versi
Che uscìan da te quasi inconsciente e ignaro
—E se ne andavan per le vie dispersi
Del mondo avaro—
E mentre qui tarda giustizia ormai
Al tuo nome si rende sull'avello
Che incoronato di pòstumi rai
Risorge bello,
E mentre qui trovano alfine il porto,
Il rimpianto e la lode i tuoi poemi,
E rivivono i primi con li estremi,
—Or che sei morto—
Tu forse già mutato in altra forma
Gioisci d'una gloria assai più pura,
Di qualche nuova vita nella norma
A noi oscura.
Ma nella tomba o in nuovi dì raggianti
Hai scordato, non vedi e non ascolti,
Ed ignori i pigmei a te rivolti,
Ora inneggianti!
XXXIV.
THÈOPHILE GAUTIER*
* Dal libro Le Tombeau de Théophile Gautier
(Paris, Lemerre, 1873).
Sereno, e stanco di vicende umane,
Questa terra inquieta egli ha lasciato.
Egli, il Maestro, delle forme arcane
Innamorato.
Era forte nell'arte—era il leone.
Ne possedea la maestà severa,
Lo sguardo assorto in calma visïone,
E la criniera.
Risuscitò l'ignota poesia,
Evocando col suo desir possente
Il fulgore infocato e la magìa
Dell'Orïente,
I monumenti sotto il cielo aperto
Nella tòrrida luce polverosa,
E la sublime noia del deserto
Senza una rosa.
Disse Bisanzio dove l'onda bagna
L'alte moschee dalle dorate fronti,
I calli angusti nella dolce Spagna
In mezzo ai monti.
Fu dell'Italia appassionato amante
E ne applaudì la gloria e la fortuna,
—I palazzi il ricordano vagante
Per la laguna.
Cantò la Gioia e il Bello e la pagana
Voluttà della Forma, e gl'imi amori
Delle cose e i desir—l'ebbrezza umana
E i suoi colori.
Eppur sapeva le segrete pene
E le immense mestizie del poeta;
Sentì tristezza nella morta Atene,
Pensò alla mèta,
Al destino, alla brama d'Infinito;
Pianse il passato ed indagò il futuro,
Interrogò le sfingi, e tese il dito
Verso l'oscuro.
L'occhio profondo all'orizzonte volto
Assaliva i confini del pensiero…
E il suo sogno vagava ognor più sciolto
Oltre il mistero.
Or lo ha seguito. Ei che raggiunta avea
Perfezione impeccabil di parola,
Sentiva in sè come sepolta dea
L'alma che vola.
E forse già lassù dove s'ammanta
La gran luce terribile e superna,
Bello di nuova vita, ardente canta
La Beltà eterna.
XXXV.
SARAH BERNHARDT
Her eyes were as a dove's that sickeneth.
SWINBURNE
Bianca apparizïon dagli occhi immensi,
Dal magro viso smorto, dove un fiore
Sanguigno par la bocca che nei sensi
Versa ignoto languore,
Ella s'avanza, arcana creatura,
Dell'ideai col vero unione estrema,
Anima che traspar dalla figura
E il corpo strema.
Ed in mezzo al silenzio uno strumento
Nuovo risuona per la vasta sala…
È la sua voce musical, portento
Ch'alta dolcezza esala.
Le rime echeggian nuove ed ecco i vieti
Ritmi ne sembra udir la prima volta;
Quelli accenti di fàscini segreti
Empion la vôlta.
Ella commove fin le turbe sorde
E l'ascosa rivela umana fibra.
Lira vivente dalle cento corde
Che ad ogni tocco vibra.
Or la vediamo pura statua, eterna
Classica imago dalle caste pose;
Ma all'indomani si rifà moderna,
E con le ondose
Movenze ed il febbril gesto e il sorriso
Parigina si mostra—avventuriera—
Gran dama—amante dallo stanco viso,
Smorta, morbosa, vera.
La lunga stola dalle pieghe belle
Tragicamente cade sul suo piede;
Ella prega ed impreca—irosa—imbelle
Comanda, chiede,
Schiava, regina dal gemmato crine—
Innamorata, ascetica, pagana…
—Poi sovra il raso sa sgualcir le trine
Occhïeggiando vana.
E a dieci lustri d'intervallo il dramma
Rifulge ancor nella novella attrice,
Arde in quell'esil corpo una gran fiamma
Divoratrice.
E, presente, il Poeta imperituro*
Rammenta il dì della battaglia vinta!
Ed al supremo suo trionfo puro
Ora la vuole avvinta.
E dico a Lei: avventurosa, insieme
Al plauso della folla il plauso ottieni
Di Lui che ancor dall'alto tuona e geme,
Spezzati i freni.
Vivo Egli assiste alla sua gloria intera;
E applaude a te, artista, e a te sorride.
—Il tuo meriggio unito alla sua sera
Non scorderà chi vide.
* Victor Hugo assisteva nella primavera del 1879 alla prova generale di Ruy Blas—in cui Sarah Bernhardt aveva assunto la parte della Regina.
XXXVI.
A ERNESTO ROSSI
Shakespear ne appar quale caverna mistica
Da lontano riflesso stenebrata;
Incerto è il suol, ma di rubini e zàffiri
La vôlta costellata.
Chi vi s'interna sente l'ali viscide
Delle strigi passar sulla sua fronte
E trova ignoti fior foschi e purpurei
Nelle sanguigne impronte.
Incespica tra i scettri e le corone,
Urta i fantasmi mesti degli uccisi;
Poi lo incanta la bianca visïone
Di sovrumani visi.
Inorridito per le larve pallide,
Mentre fugge accecato dalle spade,
Ode dal fiume la canzon d'Ofelia
E il sovvenir lo invade.
E l'immensa caverna ognora stendesi
Da ogni lato nel mondo interïore,
O tenebrosa nel delitto o rosea
Nel mistero d'amore.
E l'uomo vi si perde senza guida,
Oppresso, ammaliato, smorto, anelo…
Ma pur fra il tenebrore e fra le strida
Scorge un lembo di cielo.
Nè bello il vide mai qual nella plumbea
Notte di quelle stanze sontüose
Illuminar da una fessura tenue
Le più sordide cose.
Passan guerrieri spaventosi e taciti,
Passan regine pel rimorso scarne,
Tornan sibille con l'antico dubbio
Lo spirto a affaticarne.
Contorce il riso il labbro del buffone,
E intanto al suoi cade una testa mozza…
Vicino al canticchiare del beone
La passïon singhiozza,
La più gentil pietà vive in Cordelia
Eternamente—e ognora Otello latra;
Vince ogni senno con le forme olimpiche
L'imperïal Cleopatra.
Or tu, sublime attore, alta una fiaccola
Scotendo in mano, discendesti al fondo
Della buia caverna in cui nascondesi
Entro la terra un mondo.
Animoso scendesti del Poeta
Nel vasto impero ove il volgo si tedia,
E forzasti a parlar, possente atleta,
La velata tragedia.
E il popol vide corruscar di rùtili
Gemme la vôlta, e le pareti in fiamma
Pareangli allora che la vita scorrere
Sentivasi nel dramma.
Ai corpi, creator, donasti il palpito
Strappando ad ogni petto il suo segreto;
Nè si potè celar nel nero strascico
Il sognatore Amleto.
Qui ne appare un profilo e là d'un torso
I muscoli, e laggiù brilla uno sguardo…
Or ne atterra il delitto, ora il rimorso
Di Macbeth o Riccardo.
Con la toga romana, o sotto il lucido
Corsaletto, od il manto d'ermellino,
Del cuor dell'uom sentiamo eterno il battito
Pauroso del destino.
E ognor t'inoltri con l'accesa torcia,
Infaticabil cercatore ardito,
E rischiarato dal fulgente genio
Mostri un regno infinito.
XXXVII.
VENERE NERA
Era una notte chiara e tropicale.
Nell'aria torrida
Passava un soffio di languor letale,
Afrodisiaco.
Sul mar brillava un luccichìo di fosforo,
Misterïoso;
Parca forier di cósmiche battaglie
L'alto riposo,
Morivan lenti in su la calda riva
I flutti languidi,
L'onda lambendo la rena moriva
Con lungo murmurare.
Tutto era bruno: e terra e cielo e oceano;
Taceano i venti,
Eppur movea lassù un arcano palpito
Le stelle ardenti.
Stendeasi in là, vastissima pianura,
Il suol dell'India;
Il sacro suoi della gran fede oscura
Pieno di tènebre.
Pareva il mar d'alto portento gravido.
Irrequieto,
Ma la natura già potea conoscere
Il suo segreto.
Ecco, d'un tratto, l'onda si divide,
E sorge argentea
In mezzo al mar che intorno ad essa ride
Una conchiglia,
Vasta conchiglia illuminata, rosea,
Che par dischiuda
Cosa di ciel, poichè vi sorge Venere
Divina e nuda,
Ma paurosa ancor più della greca
Bellezza candida,
Chè bianca no, ma è d'un color che acceca,
Di bronzo splendido.
S'allieta il ciel, la luna vibra un raggio…
Ed ecco altera
Incanta allora in sua beltà terribile
Venere Nera.
XXXVIII.
INTERNO
A F. COPPÉE
Lontana dai rumor, chiara e quieta,
Addorme il core ed il pensier risveglia
La stanza del poeta,
Qui c'è l'impronta della lunga veglia,
Là stanno i libri che lo spirto adora,
Ovunque è sparsa una malìa segreta.
La penna giace non asciutta ancora;
Tutto spira la vita e insiem la pace.
Ed il sole colora
Ogni appeso ritratto: là, procace,
Mostra un'attrice le sue grazie infide
E turba lievemente la dimora.
Qui s'impegnò la lotta che non vide
Il lettore distratto; e qui l'idea
Passò come la donna che sorride,
Poi torna Dea.
—Su un piedestallo, bianca e imperitura,
La Venere di Milo ne conquide
Con la sua posa eternamente pura.
XXXIX
*
In fondo ai chiari abissi prezïosi
Che il mar contende irato agli occhi nostri,
Gl'ignorati tesori stanno ascosi.
Difesi là da spaventosi mostri
Ed ammassati in cristalline valli
In tra lucenti grotte e rosei chiostri;
In tra le piante strane ed i coralli,
Nei profondi splendor che, ignoti, per le
Iridi hanno riflessi verdi e gialli,
Vergini d'ogni sguardo stan le perle.
* *
Così, lontani e avvolti nel mistero
Dove sorgon spettrali visioni,
Nel dominio fatato del pensiero,
Tra la magìa degli imminenti suoni,
Tra i vïolenti olezzi e blandi e acuti,
Prede rapite e ben celati doni,
Tra gli azzurri vapor come perduti,
In confuso fulgor misti e sommersi,
Attendendo i poeti ed i lïuti,
Non anco detti stanno i nuovi versi.
INDICE
I. Invitte stanno le superne cime 3
II. Separazione 15
III. Storia di mare 33
IV. Alla sera 47
V. Rose appassite cui non rise il sole 51
VI. Presentimento 57
VII. Nel parco 63
VIII. Semper et ubique 67
IX. Gli amori 79
X. Una voce 89
XI. Fuggiva il giorno ed io pensai 97
XII. La cascata 107
XIII. Atarah 111
XIV. La barca 121
XV. Alta e superba nella sculturale 127
XVI. Resurrecta 131
XVII. Fra i monti 137
XVIII. La terra è un punto in mezzo al firmamento 145
XIX. La villa 149
XX. Gioia passata 159
XXI. Risposta 161
XXII. Ritratto 163
XXIII. Ritratto 165
XXIV. Ritratto 167
XXV. È un castello feudale in miniatura 169
XXVI. Rassomiglianza 173
XXVII. Paesaggio 175
XXVIII. Sotto un ritratto 177
XXIX. Marina 179
XXX. Marina 181
XXXI. Paesaggio 183
XXXII. Paesaggio 185
XXXIII. A Emilio Praga 189
XXXIV. Théophile Gautier 193
XXXV. Sarah Bernhardt 199
XXXVI. A Ernesto Rossi 205
XXXVII. Venere Nera 213
XXXVIII. Interno 217
XXXIX. In fondo ai chiari abissi prezïosi 219