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Le nostalgie

Chapter 21: XVI.
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About This Book

The collection gathers lyric pieces that meditate on longing, the poet's vocation, and the tension between dream and daily reality. Poems evoke memories, idealized female figures and youthful wanderers, using classical and maritime imagery to explore yearning, separation, and the search for artistic truth. The poet reflects on rhythm, form, and the consoling power of imagination, alternating luminous visions of pastoral or marble-city scenes with melancholy awakenings and social constraint. Musical language, formal elegance, and recurrent motifs of night, sea, and distant horizons shape a contemplative sequence about desire, memory, and the costs of creative pursuit.

XIII.

ATARAH
AD ARRIGO BOITO

*

Atarah regna sopra un vasto impero;
  Ha dolce l'occhio e lo sguardo severo,
  E passa eretta fra le vinte genti.
  Le sue pupille sono più fulgenti
  D'ogni fuoco che brilla al diadema
  Pel quale ognuno innanzi ad essa trema.
  La strana gemma che il coturno allaccia
  Dall'alto carro par che guardi in faccia
  —Mentre il corteggio maestoso incede—
  Il popol schiavo che le giunge al piede,
  (Al piè divin che sa sulla cervice
  Dell'uom posare e renderlo felice).
  Ella è possente, e se bella non fosse
  Col terror frenerebbe le sommosse;
  E come un uomo ella saprìa regnare
  E ricever l'incenso dell'altare.
  Ed anco è bella, e se non fosse forte
  Padrona pur sarebbe della sorte,
  E senza scettro ella potrìa guidare
  La moltitudin cui dal monte al mare
  Abbaglia il ritmo di sue forme e il truce
  Occhio languente dall'arcana luce.

Ella non teme alcun rivale e sfida
  Che il più grande l'offenda o la derida,
  E non paventa alcun Iddio e china
  Non si prostra ad alcun, poichè è divina.
  Sapïente, l'immenso impero regge
  E per sè non conosce alcuna legge
  E frena il mondo e non subisce freno.
  —E quando passa, alta e scoperto il seno
  Marmoreo e bruno e coronata in fronte,
  Porta la gloria alteramente e l'onte.

Prostràti al suolo cristïani e mori
  Miran tacendo i mostruosi amori
  Cui potenza e talento ognor la spinge—
  E i suoi desir stupiscono la sfinge
  Che sogna sempre nella sabbia avvinta
  Dall'immenso silenzio intorno cinta.

Ella tutto provò. Nei più segreti
  Abissi del piacer con gl'inquieti
  Sensi seguì la mente che galoppa,
  La fantasia malsana; e nella coppa
  Cercò l'ultima goccia. E tutto il campo
  Del possibile scorse (come lampo
  Che ovunque guizza) e lo trovò assai vasto,
  Ma limitato. Nulla m'è rimasto?
  Disse sognando, e con la sua possanza,
  Con l'ingegno che annulla la distanza,
  Con la muta scïenza della carne,
  I toccati confin vuole allargarne.

Si risovvenne ed inventò. La storia
  Le fu maestra, ma ad infame gloria
  Peggiore ell'è d'ogni regina; strinse
  Più stretti i nodi alla chimera e vinse
  Semiramide stessa invidïosa
  Nel superbo sepolcro.
                        A mente che osa
  Aiutata dall'oro e dal potere
  Natura cede.
               E nelle calde sere
  Perfino il puro ciel complice anch'esso
  Parea s'inebbriasse, a lei sommesso
  Con le infinite stelle. Ed ella in alto
  Guardava meditando un qualche assalto
  Per convertire coi desiri occulti
  Il firmamento ad infernali culti.

  Lo spirto suo è astuto, ardito e pazzo.
  —Talor sdraiata in sull'alto terrazzo,
  Talor seguente in mare le sue flotte—
  Ora voluttüosa in lunga notte
  Lontan dal sole nel gioir si affoga,
  Ora il nemico di sua man soggioga.
  Brevi battaglie lampeggianti adora
  Ed orgie senza termine in cui l'ora
  Passa obliata—Poi con regal calma
  Ozïosa sogna all'ombra d'una palma.

* *

Ella tornava un dì da una vittoria
  Suprema, cinta d'abbagliante gloria.
  E bella al par d'una immortai guerriera…
  Il suo serto splendeva nella sera
  Siccome un sol notturno sulla terra,
  E il popol suo e quello vinto in guerra
  Tremavano davanti al suo passaggio.
  Ed il cielo taceva sovra il maggio
  Fiorito e caldo, e la città giuliva
  Fiammeggiante brillava sulla riva,
  Accesa tutta da un delirio immane,
  Vivente mare fatto d'onde umane,

Sul re captivo ella teneva fise
  Le sue pupille.
                  Ella l'amò e l'uccise.

Dei prigionieri poi fissò la sorte;
  Prescrisse strane leggi; ogni coorte
  Vide sfilare in una polve d'oro.
  I serti vinti chiuse nel tesoro
  E prodigò le gemme. Poi le sale
  E i cortili s'aprirò a colossale
  Festa.
         Nel colmo del gioir furente,
  Ella scomparve. Andò per la silente
  Aperta scala al sommo del palazzo
  D'onde scorgeva l'assordante e pazzo
  Spettacolo dell'orgia impicciolito.
  E allor pensò, pensò con infinito
  Ardire. Ed un desìo sentì dolente
  E acuto; e assorta sulla sala ardente,
  Che avea per vôlta il cielo imperturbato,
  Ora volgeva l'occhio ancor velato
  Da torve ebbrezze, ora mirava invece
  Le calme stelle scintillanti. Fece

  Un gesto stanco, indi la mano stese
  E lentamente una gran coppa prese,
  E la vuotò con un gesto demente.
  S'accese la pupilla stranamente,
  Sparì dinanzi agli occhi suoi la festa,
  Curvossi indietro la sua bella testa
  Smorta e bramosa sotto il diadema,
  E cadde morta in una ebbrezza estrema.

XIV.

LA BARCA

Vidi una rotta barca sopra l'umida
  Spiaggia caduta, e giunta ai giorni estremi;
  Dall'albero pendea una vela lacera,
              Eran perduti i remi.

Smarrito è ormai il vessillo che fluttua,
  Franto il timon, le sarte—e la sirena
  Scolpita sulla prua, ridente al pèlago,
              Ahi! giace nella rena.

E gli arabeschi, e le dorate, ingenue
  Pitture son raschiate, e nulla resta
  Della prima parvenza e del bell'impeto
              Delle sere di festa.

Triste rovina avvolta nella polvere,
  Pur bella ancora per le svelte forme!
  —Simile all'uom che all'avvenire torbido
              Stanco rinunzia e dorme.

Tra le nubi del ciel, beffardo irrompere
  Scorgeasi un raggio sulla terra serena.
  Guardai. Sconnesse erano ormai le fradicie
              Coste della carena.

Era quella la barca che l'oceano
  Dovea meco solcar cercando i lidi
  Dove viviam felici nell'orgoglio
              Dei sentimenti fidi.

Era quello il navilio delle fervide
  Speranze nelle imprese ardimentose
  Per cui s'attese invan vento propizio
              Mentre appassian le rose.

Non indugiate mai, voi che la gondola
  Tenete in riva pronta per salpare.
  Furioso irride con lo scherno orribile
              Agli aspettanti il mare.

Varate pur tra la bufera rapida
  In tra i lampi ed i tuoni e le saette,
  Fidate pur le vostre gioie al turbine,
              A un fragil alber strette!

Per chi parte tra i fulmini e le tenebre,
  Sfidando il mar con una fede ardita,
  Spesso si snebbia il cielo e azzurro illumina
              Una novella vita.

XV.

. . . . .

Alta e superba nella sculturale
  Perfezïon delle sue forme pure,
  Pare una statua greca—eppur sa il male
              Delle tristezze oscure.

Divine son le linee del suo volto,
  Le curve altere della sua persona.
  —Nel bianco petto è un cor che soffrì molto
              E al soffrir s'abbandona.

Invano nel mirare il suo profilo
Scorre il pensiero ai lieti dì d'Atene
E ricordiam la Venere di Milo.
              —Le ore non son serene.

A poco a poco sul marmoreo viso
Nuovo pallor pose la vita. Antica
È la bellezza sua, ma il suo sorriso
              Conosce la fatica.

XVI.

RESURRECTA

              Che la vostra miseria non mi tange,
              Nè fiamma d'esto incendio non m'assale.
                                         DANTE

*

Ella già visse nell'antico Egitto,
  Tra le città che sembran visïoni,
  Allor che gloriosi nel delitto

Trionfavan superbi i Faraoni;
  E guardò calma col gran d'occhio nero
  Le feste immense e l'orride tenzoni.

Pallida e bruna, col sorriso altero,
  Della immobile Sfinge colossale
  Sfidò lo sguardo bianco ed il mistero

Con la serenità d'una rivale.
  —E degli amori sempre più implacati
  Conobbe il peso e il fàscino letale;

E gli ascosi desir negli abbagliati
  Occhi d'intera folla plaudente
  E le brame che lottano coi fati.

—Poscia sparì d'in mezzo a quella gente,
  La splendida sua vita ebbe una fine;
  Crebbe il pallor, fûr le pupille spente,

S'irrigidir le sue forme divine
  Qual prodigio che subito s'arresta,
  E nel sonno calò senza confine.

In bende avvolta fu dai pie' alla testa,
  E sotto la piramide, in l'eletto
  Sepolcro preparato come a festa,

Dormì mill'anni con lo stesso aspetto.

* *

Ora è fra noi. Per mistica e segreta
  Legge rinata sotto nuovo clima,
  Come una evocazione di poeta,

Bellezza tal che realtà sublima!
  I dolori dell'oggi ed i desiri
  Guardando senza sprezzo e senza stima.

Ahi! non cura le gioie ed i martiri
  Di quest'epoca folle ed ammalata,
  Ed ignora la causa dei sospiri.

E resta calma e pensierosa, e guata
  Tra le piccole feste e il triste amore,
  Nel trionfo paranco trasognata.

Della sua vita e morte anterïore
  Un vestigio sul viso l'è rimasto;
  Vi si scorge il ricordo che non muore

Dei sogni ardenti e del suo sonno casto.

XVII.

FRA I MONTI

*

Giovani e già dalle uniformi grevi
  Vicende affranti e dal tornar dei giorni
  Inesorabili,
  Dagli anni lunghi e dai dì troppo brevi
  Ora tumultüosi or disadorni,

Risospinti dal caso, ancor riuniti,
  Ma più divisi assai che dagli eventi
  Dal sentir intimo,
  Un istante obliavano, smarriti
  In te, Natura, che il cuore addormenti.

* *

Andavan soli come ai dì passati
  In una valle chiusa in mezzo ai monti.
  Era il meriggio,
  Ma sui verdi sentier dal sol dorati
  Nell'alme loro v'eran due tramonti.

Ei camminava mesto, lentamente.
  Guardando le pupille dolorose
  D'azzurro limpido
  E la purezza del profilo, e spente
  Quasi sul volto a lei le belle rose.

Gli antichi dì parean tornati ancora;
  Ei credeva sognare un sogno vero.
  Le foglie tremule
  Mormoravan su lor come in allora
  Che Amor li precedeva sul sentiero.

L'alte montagne nere e i verdeggianti
  Colli e le roccie e i pini e le cascate
  D'argento vivido
  Suscitavano in lui gli antichi canti,
  Ricordavano a lei l'ore passate.

Mirava il triste sguardo ed il sorriso
  Ancor più triste—e gli diceva i fati
  Lungo il silenzio
  E la terribil calma del suo viso
  E i suoi capelli d'oro scolorati.

Egli sentiva nuovo atro dolore
  E non osava prenderle la mano.
  Il labbro roseo,
  La bocca semiaperta come un fiore
  Davan tormento di desir lontano.

Andavan sempre, appena una parola
  Vana scambiando ed un sorriso mesto,
  Ma come un rantolo
  L'inutil detto ritornava in gola
  Ed il sorriso scompariva presto.

Giunsero alfine al pie' d'una cascata
  Che dall'alto piombava eternamente;
  E stanchi, subito
  Sedetter sulla pietra logorata
  Sotto la piova dell'acqua cadente.

Tutto era verde intorno, alberi ed erbe
  Ed il muschio dei sassi ognor spruzzati
  Dall'acqua candida,
  Verdi le foglie e verdi le superbe
  Cime dei monti eccelsi e imperturbati.

A un tratto innanzi a loro una parvenza
  Vaga si leva. Uno spettro gentile,
  Ahi! bello e pallido,
  Oltremodo e silente. Eppure senza
  Stupore lo guardaro in atto umile.

Poichè l'avevan ben riconosciuto
  Al pallore, agli spenti occhi divini,
  Ai raggio livido
  Che uscìa da lui, ed al suo labbro muto,
  —E rimaser tremanti, ad occhi chini.

Era il povero antico amor, perduto
  Da tanto tempo, d'ogni speme privo,
  Disciolto in l'aere!…
  E fûr trafitti da un rimorso acuto,
  L'antico amor non era ahimè! più vivo.

Ahi! senza vita egli era a lor davanti
  Coi capelli di fiori incoronati,
  Ma eran languide
  Appassite ghirlande e i vecchi pianti
  S'eran negli occhi suoi cristallizzati.

Lo spettro cadde a terra. Allor pietosa
  Anco una volta la bella compagna
  Posò un ginocchio;
  Lui pure si chinò; la prezïosa
  Salma portaro in mezzo alla campagna,

La portarono insieme a un vasto prato
  Solitario più ancora e là, scavata
  La terra, un tumulo
  Apprestarono, ed or giace isolato
  L'amore che finì la sua giornata.

La fossa è larga e guarda il firmamento
  Perchè ei possa risorger s'è immortale,
  Ed in silenzio
  Restaro a lungo là senza lamento
  E sentivan passar soffio letale.

Ed ella, fredda, lui guardava intanto
  Senza fede oramai ne' giorni bui.
  Guardava gelida;
  Ed ei sentì che l'occhio senza pianto
  Dicea che aveva amato più di lui.

XVIII.

. . . . .

La terra è un punto in mezzo al firmamento,
Tra una polve di soli astro ignorato:
Atomo è l'uomo ignaro del suo fato,
            Che appena nato è spento.

—Cosi pensiam nelle ore solitàrie
  Quando è di noi signor solo il pensiero,
  Quando cerchiam senza fralezza il vero
            E scrutiam l'invisibile—

Ma allor che avvinti da due bianche braccia
Nella festa dei sensi appare il vero
E ne sembra si fonda ogni mistero
            Nel mistero d'un bacio,

Sentiam che vasto più del vasto cielo
E più forte del fato Amore impera,
Che l'uomo è il re per cui vediam, la sera,
            Steso il sidereo velo.

XIX.

LA VILLA

*

Risplende il sole; il vasto cielo puro
  Distende la sua pace sovra il mondo;
  Dormono le colline, e lungi, in fondo
  Mette una riga nera il bosco oscuro;

Ed il largo viale sontüoso
  Conduce nella villa abbandonata,
  Aperta, dove l'alta sala ornata
  È piena di frescura e di riposo.

Errando nel tepor del mezzogiorno,
  Due vaghi amanti innanzi a quella villa
  S'arrestan contemplando la tranquilla
  Vista pensosi e il muto parco intorno,

Il vecchio giardiniere ai vaghi amanti
  Mostra la casa, e lor dice una storia
  D'amor celati e di trascorsa gloria,
  Di luminosi giorni e amari pianti—

E d'una principessa innamorata,
  Da ognun respinta e fiera del suo fallo…
  —E la descrive—amazzone, a cavallo
  Passare per la strada ombreggïata—

Amorosa sedere in sul terrazzo
  All'ora del tramonto a Lui vicino,
  —Poi sollevare uscendo dal giardino
  Con la piccola mano il greve arazzo.

* *

I vaghi amanti erraron fino a sera
  Tra le aiuole e i sentieri, e nelle vaste
  Gallerie, su e giù tra le rimaste
  Gaie memorie d'una gioia vera.

Il sorridente amor loro appariva
  Il sovvenir d'un sentimento fido,
  La lunga festa del nascosto nido,
  La passion che nel desir si avviva,

I rai del sol sulle sboccianti rose
  E la profonda gioia contenuta
  E il ridere argentino fra la muta
  Complicità festosa delle cose.

Ridean le cose. Un'allegria infinita
  Usciva dai cespugli, dai viali,
  E tra i profumi e un vivo batter d'ali
  Nell'ebbrezza la mente era smarrita.

E desiaron di restare. L'alma
  Dovea goder più dolcemente e forte
  In un tal sito l'indulgente sorte
  Che permetteva lor sì dolce calma.

* * *

Ma l'ombra scese della sera, a poco
  A poco invase il cielo ed ogni loco,
  E stese un velo sui ricordi lieti.
  S'adombraron le lucide pareti,
  Smorti si fero i bei colori, spenti
  Gli estremi bagliori aurei correnti
  In su le stoffe sontuose e oscure,
  Sulle quali vivevan le figure
  Dipinte una esistenza tenebrosa
  Mentre morìa la vita vera. Ascosa
  Malinconia sorgeva nei recessi
  Amati dove dagli Dei concessi
  Divini istanti eran trascorsi.
                                E voci
  Sorger pareano arcane—e dubbi atroci
  Mormoravano allora e di segreti
  Dolor non anco espressi dai poeti
  Svelavano a metà l'atro mistero,
  Senza parole definite, il vero
  Nudo mostrando e la fuggente gioia.
  E lo spettro s'alzava della Noia
  Regina alfine, ed i sospetti muti
  S'infiltravan siccome dardi acuti
  Per l'alme scosse nella giovin fede.
  E si sentia che l'uomo, triste erede
  Di colpe antiche e di fralezze vili,
  Sol può tener con vincoli sottili
  Per un istante l'alta, passaggiera
  Felicità, senza misura, intera.

Piangean le cose—una tristezza immensa
  S'alzava ovunque; si facea più densa
  La tenebra che ai cuori s'infiltrava.—
  Nello sconforto che la mente aggrava
  I rosei sogni già finiano in pianto—
  Rotto pei due era il soave incanto—
  La villa, prima gaia e ospitaliera
  Nel dì sereno, or diventava nera,
  Arcigna e chiusa in ostile rifiuto.
  Sacrileghi sentiansi entro quel muto
  Tempio dal Dio crudele abbandonato
  Su cui librava il minacciar del Fato
  Uguale sempre e che si fugge invano.

Il desire parea fatto lontano.
  Ed un fantasma incontro a lor venìa
  Che avea sul volto il Duolo e l'Ironia,
  La sazietà e la gioia bugiarda,
  L'ipocrita pietà per cui s'attarda
  L'amor che menzognero ancor sorride.

Il vecchio giardiniere allora vide
  Fuggire i due amanti impalliditi:
  —La bella villa dai cortesi inviti
  Or sembrava un soggiorno di iattura,
  —Scansando il malaugurio, dalle mura
  Usciron presto del giardin deserto,
  E ripresero il lor cammino incerto.

SONETTI

XX.

GIOIA PASSATA
A J. M. DE HEREDIA

Il palazzo è di marmo, e le fontane
  Ebber zampilli lieti e gorgoglianti;
  Sovra i pilastri due leon rampanti
  Superbi ancora alzan le zanne vane.

Il cancello ad ornati irti e pesanti,
  Semiaperto, cadente, alle lontane
  Ville ricorda ancor le pompe insane
  E le feste e gli amori e gli alti vanti,

Ma l'erba intanto cresce in sul viale,
  La ruggine corrode i gran blasoni,
  E stanno chiuse le istoriate sale,

Ahi, prive di chiarore e di canzoni!
  —La noia regna in fra le due grand'ale
  E con l'edera sale pei balconi.

XXI.

RISPOSTA A H. CAZALIS

Credete che la forma passaggiera
  Dalla materia eterna ch'è sua culla,
  Come caduta in mar goccia leggiera
  Disparirà nell'ocean del nulla.

Sperate che il destin che si trastulla
  Con l'alma nostra rifulgente e nera,
  Allor che lascerem la terra brulla
  Ne affogherà dentro una notte vera.

Ma v'ingannate: eterna è la condanna.
  Desire ignoto gli scomparsi affanna;
  Nasce chi muore, ad altro sol gettato.

Ma forse il dì della stanchezza estrema
  Comprenderemo alfin tutto il poema,
  Ed in quel dì perdoneremo al fato.

XXII.

RITRATTO

La testa, il busto suo da imperatrice
  Sembran scolpiti in marmo imperituro;
  Nel circo avrìa sorriso al morituro
  Gladiator, suprema vincitrice.

Il morso dei desir, che a noi non lice
  Impuniti pensar, nei dì che furo
  Avrìa sentito e nel triclinio impuro
  Regnato bionda incoronata attrice.

Or passa altera ma non più serena
  Nella moderna vita dolorosa,
  E il suo pallor dice la stanca lena,

Lo sguardo fisso la mestizia ascosa,
  Lo sforzo d'una fede che raffrena
  L'irrequieto spirto che non posa.

XXIII.

RITRATTO

Ella ha i capelli biondi e gli occhi neri,
  Lo sguardo dolce ed il sorriso astuto,
  Parla talora il ciglio e il labbro è muto,
  Volan le chiome e gli occhi son severi.

Ha buono il core e lo spirito arguto
  E i detti or folleggianti ed ora alteri,
  Variano i suoi pensier sempre sinceri,
  Ama la canzonetta ed il liuto,

Ama il chiarore della luna mesta
  E il falso luccicare della scena,
  Si sente triste in mezzo ad una festa,

Senza ragion l'alma ha di gioia piena.
  Vuole la calma e brama la tempesta,
  Bionda con l'occhio ner, cupa e serena.

XXIV.

RITRATTO

Col nero e lungo sguardo e con l'arcana
  Vaghezza del sorriso che indovina,
  Con la raccolta sua chioma corvina
  E col caldo pallor che il viso emana,

Ella sembra venuta da lontana
  Festa opulenta dove fu regina.
  Gemma salvata dalla gran rovina
  Della passata gloria veneziana.

Ma per lei si vorrebbe altra cornice:
  L'antico Canalazzo pien di festa
  Al tempo di Venezia imperatrice.

Dagli ornati scalini ecco s'appresta..
  E sullo smalto di quel ciel felice
  Spicca il profilo della bruna testa.

XXV.

È un castello feudale in miniatura,
  Dall'abbandono sorto in nuovo aspetto;
  Sei secoli passaron sul suo tetto
  E or ridon bianche le vetuste mura.

Solitario ed in mezzo alla frescura
  D'alte piante, tra verdi prati eretto,
  Da una profonda fossa è ancor protetto
  E d'acqua ha ancora una larga cintura.

Ma il ponte levatoio è fisso ormai,
  E aperta sta la sala allegra e vasta
  Dove non giunge il mugghiar del vento.

E ne sembra il castello, allor che i rai
  Vibran del sol che la torre sovrasta,
  Gioiel di pietra legato in argento.

XXVI.

RASSOMIGLIANZA

Vidi l'umido labbro e pur procace
  Lo sguardo per lussuria semispento,
  E il ciglio pien di volontà tenace
  E la fermezza del marmoreo mento;

Mirai la linea del profilo altera,
  La maestà della sua guancia smorta,
  E dissi: È larva od è figura vera?
  È viva o dal passato alfin risorta?

Chi è mai? Chi fu?—Ma nuova visïone
  S'alzò dinnanzi alla mia mente scossa:
  Era una sala aurata, e più persone
  In una luce profumata e rossa,

E Lei rividi bella e tenebrosa
  Versar l'ebbrezza in cesellata coppa
  E accendere il desir che più non posa
  Ma vola ognor della Chimera in groppa!

Era l'antica cena di Ferrara,
  L'amor letale ed il velen dell'orgia…
  E riconobbi, uscita dalla bara
  Alla moderna età, Lucrezia Borgia.

XXVII.

PAESAGGIO

Senza rumore, immacolata e lieve,
  Sovra il ghiaccio del lago smerigliato
  In linee lunghe scende ognor la neve
  E bianco sembra l'aere rigato.

E fino agli orizzonti indefiniti
  Tutto è candore. In sulle opposte rive
  Pendono gigantesche stalattiti
  Coperte di diamanti e luci vive.

Si disegnano i rami delle piante
  In bianco sovra il cielo grigio e smorto.
  I fiori son spariti e tutte quante
  Le frondi e l'erbe. Ed ecco tutto è morto

Per un tempo e sepolto nell'inverno.
  Cosi tace talora ogni desìo
  E sembra spento pure ciò ch'è eterno
  Sotto il manto di neve dell'oblìo.

XXVIII.

SOTTO UN RITRATTO

Diritta e bianca sorge in sul cammino
  Arido e triste della vita umana,
  Fragile come un fior di gelsomino,
  Eppur dotata di potenza arcana;
  Soave qual chi ancor ride al destino
  Ma altera come l'errante Dïana.

Dalle svelte sue forme arrotondate,
  Dallo sguardo, un olir voluttüoso—
  D'acri gioie imminenti ed aspettate
  Spira, desìr sotto le nevi ascoso.
  Il sen, le braccia di bellezza armate
  Formidabili sono nel riposo.

XXIX.

MARINA

Par quasi nero il mare sconfinato
  Sotto il cielo pesante e cupo. Il vento
  Tace e tutto ne sembra addormentato;
  Nella natura ogni volere è spento.

Dovunque regna una oppressiva pace,
  S'odono mormorii sottomarini.
  Si dirìa ferma alfin l'ora fugace
  E che immobili pendano i destini.

Ma è minacciosa la profonda e mesta
  Calma che rassomiglia ad una morte…
  Ed ecco, lungi, un soffio di tempesta
  Ed un fragor di ferree infrante porte!

Sordo rumor e lampi ardenti e tuoni,
  Tenebra fitta e luce che ne abbaglia…
  E in mezzo alle fulgenti visioni
  La letale magia della battaglia!

XXX.

MARINA

Di gente affaccendata è pieno il porto.
  Tutto è clamore, grida e voci sorde;
  Parlano i marinai con gesto accorto,
  Stridono lungo gli alberi le corde.

Al brulicar del suolo fa contrasto
  L'austera calma maestà del mare
  Che si stende color di piombo e vasto
  Fin dove sguardo umano può arrivare.

E sotto il sole ardente d'improvviso
  Tutto si tace e sta ciascuno e guata.
  Brillano gli occhi in ogni attento viso,
  La folla in varie pose sta atteggiata

Verso un sol punto. Ed ecco, abbandonando
  Lenta la riva, al pelago infedele
  Rivolta, ubbidïente ad un comando
  Esce la nave lieta a gonfie vele.

XXXI.

PAESAGGIO

Circondata da rupi alte e scoscese
  La valle è angusta, strana e tenebrosa
  Per l'altezza degli alberi. Il paese
  È degno d'ispirar Salvator Rosa.

Sotto quell'ombre, in tra le roccie rotte,
  Si sognano guerrieri in armature
  Che pugnan dal mattin sino alla notte
  Con la lancia affilata e con la scure,

Ed il cozzar de' destrier bardati
  E il fluttuar dell'ondeggianti piume
  E gli scudi sonare e gli ululati
  Dei feriti che piombano nel fiume.

I prodigiosi assalti e l'ire pazze,
  E il delirio di vincere e le scosse
  Supreme, allor che gli elmi e le corazze
  Si spezzano e le spade sono rosse,

Gli sguardi irati uscir dalle visiere
  E i lampi irradïar l'orrenda scena!
  —Ma passa un fanciullin con un paniere
  Vociando una canzone a gola piena.

XXXII.

PAESAGGIO

Tutto riposa al raggio della luna,
  Ma il viale è nell'ombra a noi davanti.
  S'ergono all'aura in lunga fila bruna
  I profili degli alberi giganti.

Biancheggia in fondo tacita la villa
  Tutta chiusa, deserta o addormentata.
  Non si scorge laggiù lume o scintilla,
  Ma la vôlta del ciel tutta è stellata.

Un poema infinito ed amoroso
  Le foglie vi susurrano giulive…
  Il parco nella notte appar festoso
  E le statue intraviste quasi vive.

Dormono i nidi ed i fragili fiori
  Posan col capo languido che pende,
  Si confondon le forme ed i colori…
  —E l'ombroso vial qualcuno attende.—

XXXIII.

A EMILIO PRAGA

Il gracile tuo corpo lotta fiera
  Brevemente pugnò:—Ma vinse alfine
  L'alma alata e fuggì. Misera fine,
                  Vittoria altera!

L'alma fuggì pari ai fulgenti versi
  Che uscìan da te quasi inconsciente e ignaro
  —E se ne andavan per le vie dispersi
                  Del mondo avaro—

E mentre qui tarda giustizia ormai
  Al tuo nome si rende sull'avello
  Che incoronato di pòstumi rai
                  Risorge bello,

E mentre qui trovano alfine il porto,
Il rimpianto e la lode i tuoi poemi,
E rivivono i primi con li estremi,
                  —Or che sei morto—

Tu forse già mutato in altra forma
Gioisci d'una gloria assai più pura,
Di qualche nuova vita nella norma
                  A noi oscura.

Ma nella tomba o in nuovi dì raggianti
Hai scordato, non vedi e non ascolti,
Ed ignori i pigmei a te rivolti,
                  Ora inneggianti!

XXXIV.

THÈOPHILE GAUTIER*

   * Dal libro Le Tombeau de Théophile Gautier
     (Paris, Lemerre, 1873).

Sereno, e stanco di vicende umane,
  Questa terra inquieta egli ha lasciato.
  Egli, il Maestro, delle forme arcane
                    Innamorato.

Era forte nell'arte—era il leone.
  Ne possedea la maestà severa,
  Lo sguardo assorto in calma visïone,
                    E la criniera.

Risuscitò l'ignota poesia,
  Evocando col suo desir possente
  Il fulgore infocato e la magìa
                    Dell'Orïente,

I monumenti sotto il cielo aperto
  Nella tòrrida luce polverosa,
  E la sublime noia del deserto
                    Senza una rosa.

Disse Bisanzio dove l'onda bagna
  L'alte moschee dalle dorate fronti,
  I calli angusti nella dolce Spagna
                    In mezzo ai monti.

Fu dell'Italia appassionato amante
  E ne applaudì la gloria e la fortuna,
  —I palazzi il ricordano vagante
                    Per la laguna.

Cantò la Gioia e il Bello e la pagana
  Voluttà della Forma, e gl'imi amori
  Delle cose e i desir—l'ebbrezza umana
                    E i suoi colori.

Eppur sapeva le segrete pene
  E le immense mestizie del poeta;
  Sentì tristezza nella morta Atene,
                    Pensò alla mèta,

Al destino, alla brama d'Infinito;
  Pianse il passato ed indagò il futuro,
  Interrogò le sfingi, e tese il dito
                    Verso l'oscuro.

L'occhio profondo all'orizzonte volto
  Assaliva i confini del pensiero…
  E il suo sogno vagava ognor più sciolto
                    Oltre il mistero.

Or lo ha seguito. Ei che raggiunta avea
Perfezione impeccabil di parola,
Sentiva in sè come sepolta dea
                    L'alma che vola.

E forse già lassù dove s'ammanta
La gran luce terribile e superna,
Bello di nuova vita, ardente canta
                    La Beltà eterna.

XXXV.

SARAH BERNHARDT

        Her eyes were as a dove's that sickeneth.
                                       SWINBURNE

Bianca apparizïon dagli occhi immensi,
  Dal magro viso smorto, dove un fiore
  Sanguigno par la bocca che nei sensi
                 Versa ignoto languore,

Ella s'avanza, arcana creatura,
  Dell'ideai col vero unione estrema,
  Anima che traspar dalla figura
                 E il corpo strema.

Ed in mezzo al silenzio uno strumento
Nuovo risuona per la vasta sala…
È la sua voce musical, portento
                 Ch'alta dolcezza esala.

Le rime echeggian nuove ed ecco i vieti
Ritmi ne sembra udir la prima volta;
Quelli accenti di fàscini segreti
                 Empion la vôlta.

Ella commove fin le turbe sorde
E l'ascosa rivela umana fibra.
Lira vivente dalle cento corde
                 Che ad ogni tocco vibra.

Or la vediamo pura statua, eterna
Classica imago dalle caste pose;
Ma all'indomani si rifà moderna,
                 E con le ondose

Movenze ed il febbril gesto e il sorriso
Parigina si mostra—avventuriera—
Gran dama—amante dallo stanco viso,
                 Smorta, morbosa, vera.

La lunga stola dalle pieghe belle
Tragicamente cade sul suo piede;
Ella prega ed impreca—irosa—imbelle
                 Comanda, chiede,

Schiava, regina dal gemmato crine—
Innamorata, ascetica, pagana…
—Poi sovra il raso sa sgualcir le trine
                 Occhïeggiando vana.

E a dieci lustri d'intervallo il dramma
Rifulge ancor nella novella attrice,
Arde in quell'esil corpo una gran fiamma
                 Divoratrice.

E, presente, il Poeta imperituro*
  Rammenta il dì della battaglia vinta!
  Ed al supremo suo trionfo puro
                 Ora la vuole avvinta.

E dico a Lei: avventurosa, insieme
  Al plauso della folla il plauso ottieni
  Di Lui che ancor dall'alto tuona e geme,
                 Spezzati i freni.

Vivo Egli assiste alla sua gloria intera;
  E applaude a te, artista, e a te sorride.
  —Il tuo meriggio unito alla sua sera
                 Non scorderà chi vide.

* Victor Hugo assisteva nella primavera del 1879 alla prova generale di Ruy Blas—in cui Sarah Bernhardt aveva assunto la parte della Regina.

XXXVI.

A ERNESTO ROSSI

Shakespear ne appar quale caverna mistica
  Da lontano riflesso stenebrata;
  Incerto è il suol, ma di rubini e zàffiri
                    La vôlta costellata.

Chi vi s'interna sente l'ali viscide
  Delle strigi passar sulla sua fronte
  E trova ignoti fior foschi e purpurei
                    Nelle sanguigne impronte.

Incespica tra i scettri e le corone,
  Urta i fantasmi mesti degli uccisi;
  Poi lo incanta la bianca visïone
                    Di sovrumani visi.

Inorridito per le larve pallide,
  Mentre fugge accecato dalle spade,
  Ode dal fiume la canzon d'Ofelia
                    E il sovvenir lo invade.

E l'immensa caverna ognora stendesi
  Da ogni lato nel mondo interïore,
  O tenebrosa nel delitto o rosea
                    Nel mistero d'amore.

E l'uomo vi si perde senza guida,
  Oppresso, ammaliato, smorto, anelo…
  Ma pur fra il tenebrore e fra le strida
                    Scorge un lembo di cielo.

Nè bello il vide mai qual nella plumbea
  Notte di quelle stanze sontüose
  Illuminar da una fessura tenue
                    Le più sordide cose.

Passan guerrieri spaventosi e taciti,
  Passan regine pel rimorso scarne,
  Tornan sibille con l'antico dubbio
                    Lo spirto a affaticarne.

Contorce il riso il labbro del buffone,
  E intanto al suoi cade una testa mozza…
  Vicino al canticchiare del beone
                    La passïon singhiozza,

La più gentil pietà vive in Cordelia
Eternamente—e ognora Otello latra;
Vince ogni senno con le forme olimpiche
                    L'imperïal Cleopatra.

Or tu, sublime attore, alta una fiaccola
  Scotendo in mano, discendesti al fondo
  Della buia caverna in cui nascondesi
                    Entro la terra un mondo.

Animoso scendesti del Poeta
  Nel vasto impero ove il volgo si tedia,
  E forzasti a parlar, possente atleta,
                    La velata tragedia.

E il popol vide corruscar di rùtili
  Gemme la vôlta, e le pareti in fiamma
  Pareangli allora che la vita scorrere
                    Sentivasi nel dramma.

Ai corpi, creator, donasti il palpito
  Strappando ad ogni petto il suo segreto;
  Nè si potè celar nel nero strascico
                    Il sognatore Amleto.

Qui ne appare un profilo e là d'un torso
  I muscoli, e laggiù brilla uno sguardo…
  Or ne atterra il delitto, ora il rimorso
                    Di Macbeth o Riccardo.

Con la toga romana, o sotto il lucido
  Corsaletto, od il manto d'ermellino,
  Del cuor dell'uom sentiamo eterno il battito
                    Pauroso del destino.

E ognor t'inoltri con l'accesa torcia,
  Infaticabil cercatore ardito,
  E rischiarato dal fulgente genio
                    Mostri un regno infinito.

XXXVII.

VENERE NERA

Era una notte chiara e tropicale.
          Nell'aria torrida
  Passava un soffio di languor letale,
          Afrodisiaco.

Sul mar brillava un luccichìo di fosforo,
          Misterïoso;
  Parca forier di cósmiche battaglie
          L'alto riposo,

Morivan lenti in su la calda riva
          I flutti languidi,
  L'onda lambendo la rena moriva
          Con lungo murmurare.

Tutto era bruno: e terra e cielo e oceano;
          Taceano i venti,
  Eppur movea lassù un arcano palpito
          Le stelle ardenti.

Stendeasi in là, vastissima pianura,
          Il suol dell'India;
  Il sacro suoi della gran fede oscura
          Pieno di tènebre.

Pareva il mar d'alto portento gravido.
          Irrequieto,
  Ma la natura già potea conoscere
          Il suo segreto.

Ecco, d'un tratto, l'onda si divide,
          E sorge argentea
  In mezzo al mar che intorno ad essa ride
          Una conchiglia,

Vasta conchiglia illuminata, rosea,
          Che par dischiuda
  Cosa di ciel, poichè vi sorge Venere
          Divina e nuda,

Ma paurosa ancor più della greca
          Bellezza candida,
  Chè bianca no, ma è d'un color che acceca,
          Di bronzo splendido.

S'allieta il ciel, la luna vibra un raggio…
          Ed ecco altera
  Incanta allora in sua beltà terribile
          Venere Nera.

XXXVIII.

INTERNO
A F. COPPÉE

Lontana dai rumor, chiara e quieta,
  Addorme il core ed il pensier risveglia
          La stanza del poeta,
  Qui c'è l'impronta della lunga veglia,
  Là stanno i libri che lo spirto adora,
  Ovunque è sparsa una malìa segreta.

La penna giace non asciutta ancora;
  Tutto spira la vita e insiem la pace.
          Ed il sole colora
  Ogni appeso ritratto: là, procace,
  Mostra un'attrice le sue grazie infide
  E turba lievemente la dimora.

Qui s'impegnò la lotta che non vide
  Il lettore distratto; e qui l'idea
  Passò come la donna che sorride,
          Poi torna Dea.
  —Su un piedestallo, bianca e imperitura,
  La Venere di Milo ne conquide

Con la sua posa eternamente pura.

XXXIX

*

In fondo ai chiari abissi prezïosi
  Che il mar contende irato agli occhi nostri,
  Gl'ignorati tesori stanno ascosi.

Difesi là da spaventosi mostri
  Ed ammassati in cristalline valli
  In tra lucenti grotte e rosei chiostri;

In tra le piante strane ed i coralli,
  Nei profondi splendor che, ignoti, per le
  Iridi hanno riflessi verdi e gialli,

Vergini d'ogni sguardo stan le perle.

* *

Così, lontani e avvolti nel mistero
  Dove sorgon spettrali visioni,
  Nel dominio fatato del pensiero,

Tra la magìa degli imminenti suoni,
  Tra i vïolenti olezzi e blandi e acuti,
  Prede rapite e ben celati doni,

Tra gli azzurri vapor come perduti,
  In confuso fulgor misti e sommersi,
  Attendendo i poeti ed i lïuti,

Non anco detti stanno i nuovi versi.

INDICE

I. Invitte stanno le superne cime 3
II. Separazione 15
III. Storia di mare 33
IV. Alla sera 47
V. Rose appassite cui non rise il sole 51
VI. Presentimento 57
VII. Nel parco 63
VIII. Semper et ubique 67
IX. Gli amori 79
X. Una voce 89
XI. Fuggiva il giorno ed io pensai 97
XII. La cascata 107
XIII. Atarah 111
XIV. La barca 121
XV. Alta e superba nella sculturale 127
XVI. Resurrecta 131
XVII. Fra i monti 137
XVIII. La terra è un punto in mezzo al firmamento 145
XIX. La villa 149
XX. Gioia passata 159
XXI. Risposta 161
XXII. Ritratto 163
XXIII. Ritratto 165
XXIV. Ritratto 167
XXV. È un castello feudale in miniatura 169
XXVI. Rassomiglianza 173
XXVII. Paesaggio 175
XXVIII. Sotto un ritratto 177
XXIX. Marina 179
XXX. Marina 181
XXXI. Paesaggio 183
XXXII. Paesaggio 185
XXXIII. A Emilio Praga 189
XXXIV. Théophile Gautier 193
XXXV. Sarah Bernhardt 199
XXXVI. A Ernesto Rossi 205
XXXVII. Venere Nera 213
XXXVIII. Interno 217
XXXIX. In fondo ai chiari abissi prezïosi 219