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Le novelle della guerra

Chapter 17: I superstiti.
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About This Book

A collection of short narratives portraying wartime experiences and their aftermath, combining intimate remembrances, character sketches of combatants and civilians, and reflective passages on courage, sacrifice, and collective identity. The pieces juxtapose criticism of political indecision and public disgrace with admiration for private endurance and anonymous labor that sustains and rebuilds the nation, honoring the dead while tracing a moral and spiritual renewal. A dedicatory preface frames the stories within familial memory and rooted perseverance.

I superstiti.

“Ai martiri crocifissi e alla sconcia viltà dei gazzettieri d’oltr’Alpe e d’oltre mare.„

V’è nell’oasi, oltre Suk-el-Gema, un pozzo: il pozzo della morte.

Ifa el Targiani condusse la centuria dei prigionieri verso quel luogo, il giorno di Sciara-Sciat, ed empì dei loro corpi l’arca profonda. Erano bersaglieri. Colti asserragliati in una casa dell’oasi, furono chiusi in un cerchio umano e dovettero arrendersi. Attraversarono la strada di Tagiura, attraversarono l’ampio piazzale di Suk-el-Gema fra le case sventrate e la palazzina del Comando, volsero a destra per un sentiero angusto fra i muriccioli e i fichi d’India. Si arrestarono a una casa. Ivi era un pozzo e una spianata. Ifa el Targiani, la bestia, dette per primo il segno e la carneficina incominciò. Erano cento e cinque i nostri, e centocinque ne caddero fra il pozzo e la casa sinistra.

Il condottiero, man mano che qualcuno moriva, tracciava su la terra, con una sua verghetta, una linea, ridendo del computo infame.

E l’arca fu ben presto ricolma che l’olocausto non era compiuto. Allora si aperser le fosse, l’una vicino all’altra, nel campo contiguo, e come l’opera fu compiuta e ritornò il silenzio, solo rimase, su la terra rossa, il computo infame di Ifa el Targiani.

Le linee si distendevano parallele per buon tratto; tante, quanti erano i sepolti. E così le trovammo il giorno di Tagiura.

Poco prima di giungere al pozzo, vedemmo su l’uscio di una tana deserta, sei occhi umani.

Tutti seppero allora, come io seppi, i tre abbacinati dall’orbite vuote e sanguinose; i tre corpi ignudi, lividi di battiture, ritti e brancicanti presso la tana acquattata fra l’urlìo degli irsuti sciacalli.

Tutti seppero questo perchè non uno parlò. Poi fummo all’arca del pozzo e più lungi si udivano gli scoppi delle mine, il crepitar dei fucili.

L’ora trascorse fra la muta pietà accigliata. Nè si udì una maledizione, nè una minaccia quando apparvero i dissepolti nell’orrendo sfacelo. I soldati che videro si rinsaldarono nel loro ardimento.


Più tardi, un arabo fu sorpreso oltre le trincee di Henni. Era acquattato entro una cisterna e brandiva il fucile.

Vistosi perduto si gettò innanzi a braccia levate. Chiese pietà. Ebbe salva la vita. Due soldati se lo posero in mezzo e si avviarono a condurlo al prossimo accampamento. Eran due giovani dell’Alpe di Luni, semplici, senza doppiezza. Supponevano la bontà frutto di ogni sole e dolce cortesia l’esser grati.

E non usaron durezza. Si dissero: — È un uomo ed ha un cuore come noi!

Più tardi l’un d’essi era morto colpito alle spalle dall’arabo prigioniero e l’altro rantolava moribondo.

E questa è l’anima della gente a cui la democrazia vorrebbe elargire una patria, un sentimento, una giustizia che non ha mai saputo e non sa. E questa è la nostra razza feroce, che gli ipocriti del mondo han voluto bestemmiare.