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Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. cover

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C.

Chapter 105: NOTE:
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About This Book

Lo studio ricostruisce le relazioni politiche tra Roma e l’Egitto fino al 50 a.C., trattandole come manifestazione della politica estera e della vita romana piuttosto che come semplici annotazioni erudite. Esamina l’assetto economico, sociale e istituzionale dell’Egitto tolemaico e i loro riflessi nei rapporti commerciali e diplomatici con Roma. Analizza le varie fasi di avvicinamento, alleanza e ostilità, critica interpretazioni precedenti e propone nuove valutazioni sulle motivazioni e sugli effetti delle scelte diplomatiche, collegando le dinamiche estere alle conseguenze interne e offrendo una sintesi critica delle fonti antiche e moderne.

NOTE:

1.  Die politischen Beziehungen der Römer zu Aegypten bis zu seiner Unterwerfung. p. 1-45. Heiligenstadt, 1863.

2.  Rom und Aegypten in ihren politischen Beziehungen bis Costantin. Rottweile (Progr.) 1870, p. 1-16.

3.  De Lagidarum cum Romanis societate, p. 1-48. Lutetiae-Parisiorum. 1879.

4.  De rebus inter Romanos et Aegyptios intercedentibus, p. 5-43 Berlin. 1893.

5.  Le precedenti monografie, tranne quella dello Schneiderwirth, la più antica e quindi la più incompleta, e l’altra dello Schmid, compendiosissima e senza indicazione delle fonti, sono tutte, del resto, lavori scolastici. Il Bandelin ha poi un torto, secondario sì, ma non insignificante. Egli non si limita, come dichiara anche il titolo del suo lavoro, alle relazioni politiche, ma, così facendo, lascia molto a desiderare nell’enumerazione e nella trattazione dei rapporti commerciali e religiosi di Roma con l’Egitto.

6.  Anche i più arditi, per non dire audaci, nel dar di frego a tutte le convenzioni storiografiche del passato, non hanno saputo liberarsi dai più gravi pregiudizi, quando si trattava di rimutare sostanzialmente i nostri concetti su codesta storia medesima. Così, per es., il Pais, nella prefazione a due sue grossi e ribelli volumi intorno alla storia di Roma, (St. di Roma — Torino, 1898-99), ha una pagina della più ingenua retorica sulle pubbliche e private virtù romane, per cui egli ritiene che «alla nazione», alla quale «in tempi meno lontani è stata così a lungo mossa accusa di aver formulata la teoria del macchiavelismo», «può tornar di conforto l’esempio degli antichi romani, che lottando contro Pirro, Annibale e Filippo, tanto nella diplomazia, quanto sul campo di battaglia, combatterono a viso aperto» (XV-XVI), della quale asserzione, se altro non fosse, il presente scritto sarà — involontariamente e implicitamente — la più categorica smentita.

Un libro, per contro, scevro di qualsiasi pregiudizio ho riscontrato nello splendido e recentissimo saggio del Masè Dari — M. T. Cicerone e le sue idee sociali ed economiche. Bocca. Torino, 1901.

7.  La questione della decadenza delle nazioni latine, che non ha proprio nulla che fare con una questione di razza, non è, in gran parte, se non l’estrema illazione della decadenza della società romana, e molta luce essa verrebbe a ricevere da una seria ricerca delle cause di tale fenomeno. Ma questa non può non rimanere tentativo sterile e doloroso, giacchè i pochissimi, che, con nobile sforzo, vi si affacendano intorno, di tutt’altro genere di fatti e di fenomeni hanno pratica che di quelli del mondo e della civiltà classico-romana. Uno per tutti citerò il Sergi ed i suoi studi: «Come sono decadute le nazioni latine» [in N. Antologia, 1 agosto 1899] e «La decadenza delle nazioni latine». Torino. Bocca, 1900, che della mia affermazione costituiscono la prova più irrefragabile.

8.  Colgo quest’occasione per deplorare, come in altri miei scritti, la diffidenza, colla quale in Italia, viene, di consueto, accolto qualsiasi tentativo di studio storico, che esca dal campo di una pura trattazione erudita. Ed il curioso si è che i più diffidenti s’illudono così di assurgere alla serietà degli studiosi tedeschi, i quali invece, (ironia della sorte!), costituiscono con la loro teorica [Cfr. Böch (Encyklopädie und Methodologie p. 306-8. Leipzig, 1886), il quale è poi l’erede diretto del grande F. A. Wolf] e colla pratica quotidiana la più categorica condanna della nostra esclusivista pedanteria. Così un tempo non pareva fosse per accadere, quando, prima del nostro risorgimento, fioriva, specie nelle provincie meridionali d’Italia, una pleiade di cultori di studi storici, i quali erano anzi tutto dei pensatori e degli uomini politici, e che, per fermarci al mondo della filologia classica, rispondevano ai nomi di un Pagano, di un Delfico, di un Cuoco e di un Trinchera, il quale ultimo, al 1850, traducendo un ottimo compendio latino di antichità romane; fidava in un futuro orientamento di codesti studi verso punti di vista più alti e più larghi che non «le nude e grette osservazioni riguardanti la filologia, le origini, le allusioni delle frasi, la etimologia ed il significato delle parole», ed offriva, nelle aggiunte all’opera tradotta, osservazioni mirabili e novissime sulla «costituzione, la politica, le oscillazioni del potere del senato e del popolo, i mezzi del governo, la legislazione, infine le cagioni degli eventi, della durata, della decadenza e della ruina dell’impero romano». [Antichità romane dell’Aula tradotte dal latino da F. Trinchera Vi. 2. Napoli. 1850. Pref. VII]. Da quel tempo ad oggi solo i miopi potranno affermare di avere, per questo rispetto, notato un progresso, ed io ho rammemorato uno sconosciuto traduttore di un manuale che nessuno più legge, per additare nel di lui metodo un esempio di quell’accordo delle operazioni della filologia classica, imprescindibile ad ogni storico e la cui assenza è causa unica del volgare dilettantismo dei quotidiani giudizi sui fenomeni del mondo classico romano, che noi abbiamo precedentemente deplorato, e con cui il Trinchera si sarebbe vergognato di baloccarsi.

9.  Cfr. Iomard — Mémoire sur l’Agricolture etc. de l’Égypte, sect. 1º, T. XVII.

10.  Robiou — Mémoires sur l’économie politique, l’administration et la législation de l’Égypte au temps des Lagides, p. 44 e segg. Paris, 1875.

11.  Ibid. 54-5.

12.  Ibid. 32 e segg.

13.  Ibid. p. 63.

14.  Ibid. 72.

15.  Ibid. p. 52 e segg.

16.  Cfr. Cap. 1º, § II, del pres. lav. Robiou — Op. cit. p. 118 e segg.

17.  Mayr — Lehrbuch der Handelsgeschichte, p. 17-8. Wien 1894.

18.  Il Sergi (N. Antologia, 1 apr. 1899) à avuto il torto di paragonare invece all’inglese il popolo romano.

19.  Ciccotti — Il tramonto della schiavitù, p. 138 e segg.

20.  Lombroso — Économie politique de l’Égypte sons les Lagides, p. 100 e segg. Turin. 1870. Robiou — Op. cit. p. 108 e segg.

21.  Cfr. Ciccotti — l. c. e Robiou — Op. cit. 66 e segg.

22.  Riv. di cultura moderna. Fasc. 7-8, 31 Agosto 1900. Curis — «La clientela e la schiavitù nell’antichità.»

23.  Ziebarth — Das griechische Vereinwesen, p. 109 e segg. Leipzig. 1896.

24.  Robiou — Op. cit. 66 e segg.

25.  Ficker — Manuale della lett. classica antica, trad. dal De Castro, I, 165 e segg., 192 e segg., 210 e segg. Venezia, 1840.

26.  Riv. di cult. mod. l. c. p. 79-80.

27.  Ciccotti — Op. cit. 141-3. Mayr — Op. cit. 30-5.

28.  Böger — De mancipiorum commercio apud Romanos, p. 25-1841.

29.  Barbagallo — Il Senatus-consultum ultimum. Cap. II, § 1 e op.e ivi cit. Roma. Löscher, 1900. Cfr. altresì Cap. II, § III e Cap. IX, § 5 del pres. lav.

30.  Nitzsch — Die Gracchen und ihre nächsten Vorgänger p. 15. Berlin. 1847.

31.  Cfr. Masè-Dari. M. Tullio Cicerone etc. p. 241 e segg.

32.  Mommsen — Storia romana. III, 430-532, trad. it. del Sandrini, 1865.

33.  Guhl e Koner — La vita dei Greci e dei Romani, § 69 e segg., trad. dal Giussani. Löscher. Torino.

34.  Aula — Compendio di Antichità romane, trad. dal Trinchera, II, p. 107-13. Napoli, 1850.

35.  Mommsen — St. rom. 391-412. Ihne. Römische Geschichte I, 452-53. 1879.

36.  Pirro morì al 273 e non al 274, come generalmente si crede (Niese — Geschichte der Griech. und Maked. Staaten etc. II, 61, n. 51, 1899).

37.  Iustine — Histoire universelle avec trad. franc. de I. Pierrot et Boitard. XVIII, 2. 1862. Zonara — Epitome historiarum. VIII, 6. Lipsia, 1869. Dion. Hal. Quae supersunt. XX, 11. Eutr. — Breviarium ab urbe condita. II, 15 ed. Ruehl. Lipsiae, 1887.

38.  La dinastia dei Tolomei, imperante in questo tempo in Egitto, dicesi anche dei Lagidi da Lagos, padre del fondatore della medesima.

39.  Droysen — Geschichte der Hellenismus. P. IIª, V. 2º, p. 244.

40.  Ib. 256. Niese — Op. cit. I, 35-43, 1896.

41.  Droysen — II, 2, p. 129-3. Duruy — Histoire des Grecqs depuis les temps les plus réculés jusqu’à la réduction de la Grèce en province romaine, III, 383-7. Paris, 1887-9. Niese — I, 321-2.

42.  Droysen — II, 2, p. 146-72. Duruy — III, 388. Niese — I, 322-33.

43.  Droysen — II, 2, 258. III, 56. Duruy — III, 398.

44.  Droysen — II, 2, 296-8. Duruy — III, 398.

45.  Droysen — II, 2, 284, 286.

46.  Droysen — II, 2, 236. Duruy — III, 399.

47.  Droysen — II, 2, 318. Duruy — III, 401.

48.  Droysen — III, 1, 56, 305-7. Cfr. Meltzer — Geschichte der Karthager — I, 411-13. Berlin. 1896. Mayr — Op. cit. p. 17-18.

49.  Droysen — III, 1, 237 e segg. Niese — II, 130 2.

50.  Lo Schmid, che per spiegarsi l’ambasceria è ricorso a tali voglie e desideri, (Cfr. Op. cit. 1-2), non s’è dovuto formare una chiara idea della situazione di Pirro, Lisimaco e Tolomeo nell’Oriente antico.

51.  Mommsen — II, 140 e segg. Ihne — II, 336 e segg.

52.  Meltzer — Op. cit. II, p. 228-32, 246-8. Niese — II, 42.

53.  Engel — Kypros. 40-71. Berlin. 1841.

54.  Mayr — Op. cit. p. 18.

55.  Droysen — III, 1, 305. Schneiderwirth. Op. cit. p. 5.

56.  Plin. Hist. nat., XIII, 11 e XXVI, 26 ed. Lemaire. 1827. Lumbroso — Op. cit. 147-8.

57.  Cfr. Willems — Le sénat de la rép. romaine. II, 497.

58.  Zonara — l. c. Val Max. — IV, 3, 9. Dio — l. c.

59.  Id. I, 279, n. 4.

60.  Willems — Op. cit. I, 279, n. 4.

61.  Iustin. XVIII, 2.

62.  Liv. Periochae, XIV.

63.  Op. cit. p. 8.

64.  Cfr. Böck — Corpus inscriptionum graecarum, n. 5795.1843. Plautus — Pseudolus. act. I, sc. II, v. 14, ed. Lemaire.

65.  Zonara — l. c. Dio — l. c.

66.  Ibid. e Val. Max l. c.

67.  Che sia stata la prima si rileva dal confronto della sua cronologia con quella del regno di Tolomeo Filadelfo.

68.  Mommsen — Op. cit. I, 2, p. 1-18. Richter — Handelsgeschichte in Alterthum, p. 97 e segg.

69.  App. Sic. I.

70.  Schmid — Op. cit. 2-3. Ameilhon — Hist. du commerce et de la navigation sous les Ptolémées, p. 103-4, 1766.

71.  Op. cit. III 1, 305.

72.  Cfr. Fasti consulares (in Bouché — Leclerq. Manuel d’autiquités romaines. p. 497. Paris. 1886).

73.  Droysen — Op. cit. III, 2, p. 15.

74.  Droysen — Op. cit. III, 317-349.

75.  Mahaffy — A history of Aegypt. The ptolomaic dynasty. 130-4, 1899.

76.  Mommsen — Op. cit. I, 2, p. 124.

77.  Droysen — Op. cit., l. c. p. 17-18.

78.  Tale è anche l’opinione del Gutschmid (in Sharpe — Geschichte Aegyptens. Ubers. v. H. Iolowicz, berichtigt von. A. v. Gutschmid. II, Ausg. I, 221 A. 2). Il Bandelin (Op. cit. 10) à cercato di contraddirvi, opponendo erroneamente un passo di Giustino (XXVII, 2, 9), secondo il quale pareva al critico che al 237, all’infuori di qualsiasi guerra, fosse stata ratificata una pace decennale fra Tolomeo, Seleuco e Antioco. Se non che Giustino fa solo menzione di una pace fra Seleuco e Tolomeo, a cui come la sua stessa narrazione ci assicura (XXVII, III, 9-11 e III, 9 e segg.), certo non partecipò Antioco. Lo Schmid (Op. cit. 4) riferisce l’ambasceria romana alla guerra da noi indicata, segnandola però erroneamente come del 241 a. C.

79.  Il Droysen (Op. cit. III, 1, 387) e lo Schneiderwirth (Op. cit. p. 9, n. 3), sulla fede di Svetonio (Claud. 25), pare propendano a credere che, nella guerra egizio-siriaca del 219-7, i Romani abbiano contro i Tolomei sostenuto le parti del pretendente Seleuco, ma nè Svetonio afferma che l’alleanza fu stretta contro l’Egitto, nè è facile attribuire il passo al Seleuco implicato nella IIIª guerra egizio-siriaca.

80.  IX, 44, 1-3.

81.  Mommsen — Op. cit. I, 2, p. 125.

82.  Pol. l. c.

83.  Cic. — Rhetorica ad Herennium. III, 2, 2. Lemaire. Parisiis. 1831.

84.  Di ciò, benchè sforniti di testimonianze positive, ci assicurano le prossime cordiali relazioni con Roma.

85.  Cfr. Cic. — Orat. in Rullum II, 326 (ed. Lemaire).

86.  Pol. l. c.

87.  Ihne — R. G. I, 514, n. 1 e II. 215.

88.  XXIII, 7-10.

89.  Erano i comandanti del presidio romano di Capua o i praefecti iuris.

90.  Liv. XXVII, 4. Il Bandelin (p. 12) crede che la testimonianza di Polibio sull’ambasceria romana, chiedente vettovaglie, che noi abbiamo riportato all’anno 216 (Cfr. § 5), coincida con quella di Livio, di cui adesso discorriamo, e ciò perchè a lui sembrava che le parole di Livio contraddicessero ad un’anteriore richiesta di aiuti.

Tale contraddizione è affatto inesistente, ma quel che più importa si è che le circostanze, menzionate da Polibio, non si attagliano più all’anno 210, cui con certezza deve riferirsi la menzione liviana.

91.  Mommsen. I, 120-48.

92.  Ibid. 145-6.

93.  Niese. II, 475 e segg. Ihne. II, 339-40.

94.  L’Ihne (II, 339) e il Weissenborn (n. a Liv. XXVII, 30, § 4-7) ritengono la mediazione del 208, il Niese (II, 485) del 209.

95.  Liv. XXVII, 30, § 4-7, 9-15. App. Mac. II.

96.  App. l. c.

97.  Liv. l. c.

98.  Liv. XXXI, 2.

99.  Mahaffy — Op. cit., p. 142-7.

100.  Cfr. Bandelin — 14.

101.  XXXI, 1.

102.  XV, 23 § 1-3 e XVI, 21 e segg.

103.  Ibid. V, 63, § 1.

104.  Inst. XXX, 1-3.

105.  Pol. XVI, 21-2.

106.  Niese — II, 637, n. 2.

107.  App. Mac. III.

108.  Taccio delle testimonianze di Val. Max. (VI, 61), di Tacito (Annales — II, 67, ed. Iacob. 1875-7) e — per ora — della leggenda incisa nella moneta riprodotta in Mommsen (C. I. L. Iº, n.º 474. Berlin. 1868), che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbero riferirsi ad altra età. Tacito inflitti parla di «Ptolemei liberis,» mentre Tolomeo IVº non aveva che un solo figliuolo. Val. Max. menziona Lepido come già pervenuto per la seconda volta al consolato ed allora P. M., nel qual caso l’ambasceria deve essere posteriore al 175, poichè il pontificato massimo di Lepido è del 180, mentre i suoi due consolati, rispettivamente, del 187 e 175. Infine la moneta ci presenta Emilio Lepido, (al 201 ancor giovanissimo), già calvo. (Pighius — Annales rom. II, 404. 1615. Cfr. Cohen. Description générale des monnaies de la rép. rom. Pl. I, 6. Paris. 1857). Non tralascio però un’ultima osservazione non scevra d’importanza. Il tutore di Tolomeo Epifane, M. Emilio Lepido, dovrebbe, cosa più che inverosimile, essere probabilissimamente quello stesso, che, quattro anni di poi, sarà ancora così giovane da meritare, solo in grazia di codesta sua qualità, l’indulgenza di Filippo di Macedonia (Pol. XVI, 34, § 1-6. Liv. XXXI, 18, § 1 e segg.). Cfr. anche Band. 15.

109.  Appiano veramente parla di Tolomeo IVº, ma la qualifica, che ne offre («ἔτι παῖς ὤν») dà ad intendere che si tratta del figlio, Tolomeo Vº.

110.  Pol. III, 2. È bene rammentare come in quel tempo l’Egitto subisse una generale insurrezione delle sue province, di cui, più che gli storici greci, ci avvertono le iscrizioni demotiche di Canopo e di Rosetta (Cfr. Révillout. Les décret de Canops etc. in Rev. arch. nov. 1877).

111.  Cfr. anche Liv. XXXI, 14; 1, § 10, 2, § 1. Pol. XV, 20.

112.  Affinchè, dice Polibio, insieme con Epifane, si erigesse a intermediario fra Roma e la Macedonia, o meglio, secondo App. (l. c.), facesse eguale ingiunzione di desistere dalle ostilità.

113.  Cfr. Cap. I, § 8 del pres. lav.

114.  Era salito al trono al 204, di cinque anni circa (Letronnes — Recueil des inscriptions grecques et latines de l’Egypte. I, 265-6. 1842-8). Circa le versioni delle fonti sulle origini della seconda guerra macedonica cfr. Nissen — Kritischen Untersuchungen über die Quellen der vierten und fünften Dekade des Livius, p. 119 e segg. e Anhang. II, 306. Berlin. 1863.

115.  Liv. XXXI, 5, § 5-7. L’assenza di qualsiasi tutela da parte di un emissario romano sulla corte di Alessandria, oltre che da codeste due ambascerie, è altresì palese da tutte le altre, che verremo notando durante la prossima guerra macedonica e la prima siriaca.

116.  Liv. XXXI, 9 § 1-5.

117.  Babelon — Monnaies de la république romaine; 126-8. Paris. 1885. Infatti Giustino, Massimo e Tacito sono tutti posteriori all’anno di coniazione della moneta.

118.  Troplong — De la contrainte par corps. X e prec. Bruxelles. 1848.

119.  Lange — Römische Alterthümer. Iº, p. 446-7. Berlin 1856. De Ruggiero «Agrariae leges» in (Encicl. giuridica it. § 2 e segg.).

120.  Questa popolazione minuta non bisogna però crederla tutta, ed in ogni tempo, avversa alla grande politica estera, voluta allora dal senato. Finchè fu composta di proprietari sulla via della rovina o di rovinati con speranza di risurrezione, essa ebbe motivo di avversare la politica delle classi dominanti. Ma, quando il proprio disastro fu irreparabile, quando le file dell’esercito furono aperte anche ai non censiti, e la speranza di assegnazioni demaniali e di elemosine da parte dei benestanti e degli uomini di governo — tanto più laute, quanto più sontuosa ne era la mensa — brillò anche pei veterani e pei proletari, i loro interessi ebbero agio di coincidere coll’imperialismo dei dominatori. Tanto più che, chiusa ogni altra via legale, quella del comando militare rimase ai capi della democrazia mezzo fortunoso di vittoria e di governo, mentre intanto, presago del nuovo pericolo, il senato, come avremo a notare, (Vi. Cap. VI, § 2 del pres. lav.) inorridiva dal perseverare nella via con tanto calore intrapresa.

121.  Mommsen — St. rom. II, 148.

122.  Liv. XXXI, 6.

123.  Masè-Dari — Op. cit. 242 e passim.

124.  Id. 7.

125.  Id. 8.

126.  Il Bandelin (16) dichiara di non scorgere tale intenzione nell’ambasceria egizia, tanto più che la corte alessandrina non era da alcun trattato con Roma obbligato ad aiutare i propri alleati, solo «ex autoritate populi romani». Crede invece che, desiderando aiutare gli Ateniesi e trovandosi minacciata da Filippo e da Antioco, la corte alessandrina abbia cercato di servirsi dei Romani in pro dei loro amici della Grecia.

L’atto diplomatico della corte alessandrina non può spiegarsi senza tener conto della identica posteriore condotta in due altri prossimi eventi (Cfr. § 12, 13 del pres. cap.), i quali, per le opposte loro circostanze, escludono l’ingenua interpetrazione del Bandelin.

127.  Cfr. Cap. I, § 8.

128.  Niese — Op. cit. II, 169. 1899. Strack. Die Dynastie der Ptolomäer p. 383. 1896. Droysen — Op. cit. III, 1, 399.

129.  Droysen — III, 1, 399.

130.  Niese — II, 357, n. 1. Droysen — III, 1, 347.

131.  Niese — II, 122. Head — Historia nummorum. 496. Oxford. 1887.

132.  Niese — II, 406 e 169.

133.  Niese — II, 101, 406. Starck. l. c. Head. p. 624.

134.  Niese — II, 169. Droysen — I, l. c. e n. 1.

135.  Niese — II, 406, Droysen — l. c. e III, I, 347.

136.  Niese — II, 169. Droysen — III, 1, 347 e 399, III, 2, 145.

137.  Niese — II, 139, n. 2. Droysen — III, I, 399.

138.  Niebuhr — Kleine historische und philologische Schriften I, 238 e 289. Bonn. 1828.

139.  Niese — II, 101, 143-4, 406.

140.  Niese — II, 169. Droysen — III, 1, 357. Head. 670, 2, 45.

141.  Niese — II, 141-2.

142.  Dr. III, 1, 256. Head. 680.