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Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni cover

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

Chapter 166: LA PENTECOSTE.
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About This Book

This volume gathers the author’s dramatic pieces, sacred hymns and lyrical odes in their established forms together with early drafts, textual variants and the poet’s own explanatory notes. It foregrounds a trajectory from imitation of classical and contemporary models toward a clearer, more individual voice, and repeatedly treats religious devotion, moral reflection and the recovery of poetic dignity. Editorial commentary highlights compositional revisions, the interplay of mythic and Christian imagery, and the formal experiments that mark the poet’s evolving aesthetic.

Non lunge a veglia stavano
Dal gregge lor pastori:
Ecco repente un Angelo,
Ecco del ciel fulgori;
Grave terror li prese,
Ma tosto a lor cortese
Quel nuncio favellò:
—Non paventate; altissima
Nuova di gaudio io porto:
Il salvator de gli uomini
Fra voi quest’oggi è sorto;
Il Cristo io dico: andate,
Ne la città cercate;
Questo segnal vi do:
Entro un presepe, un bambolo
Vedrete in panni involto:
Egli è!—Disse, e per l’ampia
Notte scendea disciolto
D’altri celesti un volo,
Che si libraro a stuolo
Intorno al messaggier.
Gloria al Signor cantarono,
E in terra pace al buono,
In cor volgendo, attoniti,
Che ben voler, che dono;
Ma vinta in tanta piena,
Perdeasi la serena
Possa di quei pensier.

LA PASSIONE.

Il Bonghi annota (p. 177): «È di tutti quello che ha meno strofe rifatte; e più varianti non cancellate delle strofe attuali.—Ha in principio la data: Incipit 3 marzo 1814, però non ne furono scritte che le due prime strofe, e smise; innanzi alla terza, è scritto: Ripreso il giorno 11 luglio, e dopo la strofa terza e quarta, levò mano da capo; innanzi alla quinta, è scritto: 1815, ripreso 5 gennajo, e scrisse le strofe quinta, sesta, settima, ottava: innanzi alla nona, è posta la data: 26 settembre; innanzi alla decima, 28 settembre; in ultimo: Explicit ottobre 1815».

LA RISURREZIONE.

In principio è la data: Aprile 1812; in fine: Explicit 23 giugno. Da correggersi. «Però», osserva il Bonghi (p. 165), «non si vede che lo correggesse: l’inno è stato stampato come qui è scritto».

La strofa: Ai mirabili Veggenti..... fu più volte tentata.

Voi che a gente ahi troppo sorda
Ragionaste del futuro,
Come il vecchio si ricorda
De le cose che già furo,
E le narra a i figli intenti
Che l’ascoltano sedenti
Al notturno focolar.....
Voi che un dì vi ricordaste
De l’età non nate ancora,
E rapiti le narraste
A l’Ebreo fedele allora,
Come narra i prischi eventi
Il buon padre a i figli intenti
Al notturno focolar.....
Voi Profeti, che a le genti
Favellaste del futuro.....

La gioia dei fanciulli, che ora è accennata nella sola seconda metà della strofa: O fratelli, il santo rito..., era prima espressa in un’intera strofa, cui manca o il penultimo o l’antipenultimo verso.

Se il fanciullo in tanta festa
A la madre sua gioconda
Chiederà: che gioja è questa?
—È risorto—gli risponda—
Quei che disse un di: lasciate
I fanciulli a me venir.

LA PENTECOSTE.

Nel manoscritto, il principio è scritto in due forme molto diverse. Innanzi alla prima, che va sino alla decima strofa, è la data 21 giugno 1817. Il Manzoni l’ha abbandonata, ma non cancellata. Le prime tre strofe son molto tormentate di varianti, e rifatte per intero due volte, prima di lasciare da parte. Sonavano così (la prima stesura della prima strofa non ha ancora a posto i versi tronchi):

1. Monte ove Dio discese,
Ove su l’ardue nuvole
Le ardenti ale distese
La gloria del Signor,
Salve, o pendice eletta
Del solitario Sinai
Salve infocata vetta,
Ove il Signor posò.
Caliginosa rupe,
Ove ristette Adonai,
E su le nubi cupe
L’ignito solio alzò,
Salve, o solingo Sinai,
Ov’ei, fra il tuono e il lampo
De’ suoi redenti al campo
Il suo voler dettò.
2. Ma tu più cara a Dio,
Sionne, or di silenzio
Coperta e non d’obblio,
Vedova de’ tuoi re;
Tu bella un tempo e libera,
Che bella ancor sarai,
Tu che saluto avrai
Che degno sia di te?
Ma tu che un dì signora
Fosti di tanti popoli,
Che il sarai forse ancora,
Sion, madre di re,
Sepolta or nel silenzio
Ma nell’obblio non mai,
Tu che saluto avrai
Che degno sia di te?
3. Poi che su’ colli tuoi
Scese il potente Spirito,
Che l’universo poi
Empiè di sua virtù;
Senza di cui l’amabile
Legge di Dio che vale?
Al duro cor mortale
La legge è servitù.
Fra la tua doppia cima
Scese il promesso Spirito,
Ivi diffuse in prima
Le piene sue virtù;
Senza di cui l’amabile
Legge di Dio che vale?
Al duro cor mortale
La legge è servitù.

Seguivano poi tre altre strofe, qua e là variate ma non rifatte. Esse dicono:

4. È face alta su l’onda
Che scogli e sirti illumina,
Che fa veder la sponda
Ma che non può salvar.
Invan da lunge il naufrago
Il suo periglio ha scorto,
Invan, ch’ei piomba absorto
Nel conosciuto mar.
5. Ma questa eterna in Dio
Pietosa Aura ineffabile,
Di cui giammai desio
Indarno un cor non ha;
Questa d’Adamo al misero
Germe il cammino addita,
E alla promessa vita
Gioja e vigor gli dà.
6. O del peccato ancella
E della colpa immemore
Terra, al Signor rubella,
Chi ti cangiò così?
Donde su tanta tenebre
Sì viva luce uscìa?
E su che fronti in pria
Dovea levarsi il dì?

La settima strofa appar ritentata più volte:

7. Come la piccioletta
Prole al suo nido stringesi,
E della madre aspetta
Indarno il noto vol:
Ella, tornando al tepido
Nido con l’esca usata,
Per l’aria insanguinata
Cadde percossa al suol;...
Come, ristretti al nido,
I non pennuti parvoli
Stanno aspettando il fido
Vol della madre invan;...
.....................
Cadde percossa al pian;...
Qual, se gran tempo il fido
Vol della madre aspettano,
Treman ristretti al nido
I non pennuti ancor:
Lei, che reddiva al tepido
Nido con l’esca usata,
Nell’aria insanguinata
Percosse il cacciator;...
Come lo stuolo immoto
Dei non pennuti parvoli
Freme aspettando il noto
Vol della madre invan;...
...................
...................
Qual, se la madre è lunge,
Stringonsi al nido e chiamano [aspettano]
La madre che non giunge
I non pennuti ancor....

E poi ancora tre strofe:

8. Tal, poi che tratto al colle
Il buon Maestro esanime
Imporporò le zolle
Del suo sublime [eminente] altar,
Dei trepidanti Apostoli
Il mesto [l’orbato] stuol confuso
Solea sovente al chiuso
Ostello ricovrar;
9. Ove credenza al vero [al non visto vero]
Non diè [Negò] l’errante [Negò credenza] Didimo,[1271]
E fe’ promessa......
Che vana al rischio uscì;
E poi che in nube il videro
Ascendere all’empiro,
Del suo promesso spiro
Ivi attendeano il dì.
[Da omettersi o da rifarsi.]
10. Ecco un fragor s’intese
Qual d’improvviso turbine;
Fiamma dal ciel discese
E sovra lor ristè: [Da correggersi.]
Sui labbri indotti [Sui rozzi labbri] il vario
Mirabil suono Ei pose,
Da quel parlar [E da quel suon] pensose
Pender le genti Ei fè.
[Rifiutato.]

Innanzi alla nuova forma è scritto: Ricominciato il 17 aprile 1819; e in fine: 2 ottobre. «Nessun altro inno ha più pentimenti, cancellature, tentativi di questo», scrive il Bonghi, che vi si sofferma. Io mi limiterò a notare che, dopo le prime due strofe, che gli fluirono dalla penna come poi le stampò (salvo che, in luogo de’ vv. 3 e 4 della 1ª, aveva prima scritto:

Custode e testimonio
Dell’alleanza eterna),

il Manzoni ritentò d’incastrare la tenera e cara similitudine, intorno a cui aveva tanto, e sì vanamente, lavorato nella prima stesura (str. 7ª e 8ª); ma anche questa volta dovè abbandonare per disperata l’impresa. Ecco i più notevoli tra i nuovi rimaneggiamenti:

Come in lor nido [macchia] i parvoli,
Sparsi di piuma lieve,
Cheti la madre aspettano
Che più tornar non deve,
Chè, discendendo al tepido
Nido con l’esca usata,
Per l’aria insanguinata
Cadde percossa al suol....
Siccome augei che trepidi
Invan da lungo il fido
Vol della madre aspettano
Cheti nell’alto nido;
Ella, tornando al tepido
Covo coll’esca usata....
[Ella che a lor sollecita
Reddia coll’esca usata]....
..........
Qual se, tornando al tepido
Nido con l’esca usata,
Cadde percossa tortora
Per l’aria insanguinata;
E all’improvviso strepito
Udì fermarsi il volo;
Trema l’imbelle stuolo
Dei non pennuti ancor....
Siccome augei che pavidi,
Chiusi nell’alte fronde,
L’alata madre chiamano,
Che al grido non risponde...
..........
..........
..........
..........
Con questo cuor [Mesto così] degli undici
Il vedovo drappello
Giva in quei giorni a chiudersi
Nell’ignorato [Nel solitario] ostello.
Qual era il tuo principio,
Sposa immortal di Dio!
Timor, silenzio, obblio,
E inoperoso duol.

La magnifica strofa: Come la luce rapida... è costata molto lavoro. Da prima il Manzoni scrisse:

Felici turbe, in Solima
Nel sacro dì venute,
Che in sermon vario udirono
Il suon della salute;
E al gran principio attonite,
Pensar che in ogni lido
Risonerebbe il grido
Che da quel loco uscì.

Poi, cercò d’esprimere l’effetto della discesa dello Spirito sui popoli con una similitudine, che, ritentata, lasciò da ultimo a mezza strada:

Tale il pastor d’Elvezia,
Col gregge errando in volta,
Ad or ad or lo strepito
D’acque sorgenti ascolta....
Tal nell’alpestre Elvezia
Talor s’arresta il vago
Pastor, là dove il Rodano
Esce dal freddo lago....

Poi, si rifece alla prima forma (cfr. str. 6ª del primissimo getto):

O della colpa immemore
E delle colpe ancella,
Terra, divota agl’idoli
E al tuo signor rubella,
È nato il Sol che splendere
Dovrà sovr’ogni lido,
Porgi l’orecchio al grido
Che da Sionne uscì.

Poi, finalmente, spuntò la similitudine della luce; che si presentò così:

Qual sulla terra il rapido
Lume del sol discende,
E sulle cose in vario
Color distinto splende....
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E prende il color vario
Del loco ove si posa....
Come quaggiù la rapida
Luce, dovunque posa,
Va suscitando i varii
Color di cosa in cosa....
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E adduce i color varii
Ovunque si riposa....

E seguitava:

Tal la parola, al fervido
Spirital soffio [Soffio repente] accesa,
In cento suoni intesa
Dalle tue labbra uscì.

A mezzo della strofa seguente, Adorator degl’idoli..., ripigliava:

Colui che spinge il fulmine
Per l’infiammata [infocata] via,
Che ai mari il turbo invia,
E le rugiade al fior;
Quei che comanda al fulmine,
Quei che diè nome al cielo,
Che sul romito stelo
Fa germogliare il fior;
Che diè la penna all’aquila,
Che sul tuo nobil viso
Scrisse il pensier, che ai bamboli
Diè l’ineffabil riso,
Che di sua man fra l’opere
Invan cercando vai
Quel che adorar non sai
Ma che ti senti in cor;
È un solo; è fuor dei secoli,
Generator perenne:
È Verbo eterno, è spirito
Che oggi a salvar ti venne.
A Lui dall’empie immagini
La terra alfin ritorni;
E voi che aprite i giorni
Di più felice età,....

Dopo il verso Nel suo dolor pensò?..., ripigliava:

Dalle infeconde lagrime
Una speranza è nata,
Che sugli erbosi [sui deserti] tumuli
Siede pensosa [tranquilla] e guata,
E alzando il dito, al vigile
Pensiero un calle [segno] accenna,
Che l’immortal sua penna
Tutto varcar [Oltrepassar] non può.
Oh vieni ancora, o fervido
Spiro, nei nostri seni;
Odi, o pietoso, i cantici
Che ti ripeton: Vieni!
A te la fredda Vistola,
A te risuona il Tebro,
A te la Senna e l’Ebro,
E il Sannon mesto a te.
Te sanguinose invocano
Consolator le sponde
Che le vermiglie cingono
E le pacifich’onde;
Te salvator l’armigero
Coltivator d’Hajti,
Fido agli eterni riti,
Canta, disciolto il piè.
Vieni!, a te grida il Libano,
Il Libano fedele,
Ove crescean sì vividi
I cedri ad Israele.
Oggi il fedel che al Golgota
La vuota tomba adora,
Dove scendesti allora
Prega che scenda ancor.
Oh scendi, altor di Vergini,
Allevator [Suscitator] di prodi;
Tu che spirar negli animi
I santi pensier godi,
Quei che formò, benefica
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior,
Che lento poi, sulle umili
Erbe, morrà non colto,
Nè sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se l’almo sol nol visita
Nel mite aer sereno,
Se non gli nutre in seno
La vita che gli diè.
Scendi nel cor, cui l’arida
Via dell’esiglio piace,
Che già divora i gaudii
Dell’avvenir fallace;
.....................
.....................
Sgombra da’ nostri petti
Ciò che immortal non è.
Ma se talor dal piangere,
Dal bramar vano affranti,
Cadiamo, in sulla sterile
Via del deserto, ansanti
.....................
.....................

Ma qui gli fallì la lena. Vi scrisse più tardi: Ripreso di nuovo il 26 settembre 1822. Ricopiò la strofa: Perchè, baciando i pargoli.... e ad essa fece seguire le altre, di poco variate.

[1271] Cfr. Joan. XX, 24 ss.: «Thomas antem unus ex duodecim, qui dicitur Didymus,... dixit eis: Nisi videro in manibus eius fixuram clavorum, et mittam digitum meum in locum clavorum, et mittam manum meam in latus eius, non credam». [Sch.].

IL NOME DI MARIA.

In principio ha la data: 9 novembre 1812; in fine: 19 aprile 1813. Nel manoscritto, in calce della prima pagina, dov’è la prima strofa (il cui quarto verso suona: «D’una cognata annosa»), è la seguente osservazione (cfr. più sù, i Materiali estetici):

All’ingegno umano pajono belle quelle cose dell’arte che hanno analogia con esso. Le regole sono i modi già trovati e posti in uso per arrivare a questa analogia. Coloro che giudicano secondo le regole, intendono principalmente a scoprire l’analogia dell’opera colle regole, e così l’animo loro preoccupato non può sentire se vi sia quell’altra prima analogia. Questi giudizj sono imperfetti per molte ragioni; e le principali sono: che le regole non comprendono tutte le possibili analogie, e che si può errare nell’applicazione di esse anche buone. Il vocabolo pedantesco pare significhi tali maniere di giudizj.

L’Inno sembra avesse da principio questo diverso cominciamento:

Cara è a molti fidanza il patrio suolo
E il dì supremo oltre passar col grido;
Ma di mille volenti, appena un solo
Vince il cimento infido
[Ma il voglion mille, e vince appena un solo
L’esperimento infido.]
Questa cura superba ardea quei grandi
Per cui fu [Figli di] Roma ad imperar nudrita,
Che diero in cambio de la fama i blandi
Ozj e la dolce vita.
E quando, oltre tant’Alpe e tanta in pria
Mal tentata onda, in mille terre dome
[E quando ogni Alpe, ogni tentata in pria
Onda varcata............]
Più che mai bello risonar s’udia
Di quei prestanti [più degni, valenti] il nome....

Qui è scritto Incipit, e quella che poi fu la prima strofa. Dopo la strofa: O Vergine, o Signora..., seguiva quest’altra:

I re fan doni a’ tuoi delubri santi;
Presso i talami aurati, le regine
Orando stanno, a’ preziosi innanti
Tuoi simulacri inchine.

La strofa: In che lande selvagge.... fu tentata più volte.

Non è di fior, cred’io, tanto selvaggia
Famiglia omai, che de le pinte foglie [di sue ricche spoglie]
Ornato ancor dell’are tue non aggia
Le benedette soglie.....
Qual famiglia di fiori in si selvaggia
Landa a lontano sol tinge le foglie,
Che ornato ancor......

La strofa: La femminetta.... fu cominciata così:

La femminetta nel tuo sen cortese
L’inosservata lagrima accomanda;

poi postillò: «Et quae desperat tractata nitescere posse, relinquit»; ma, per buona fortuna, ci si rimise.

Tu de la femminetta che ti prega
L’inosservata lagrima raccogli....

In margine, scrisse finalmente i due versi come ora si leggono.


FRAMMENTO D’UN INNO.

La signora Luisa Collet, essendo venuta a Milano sulla fine del 1859, presentò al Manzoni una copia del suo poemetto La femme. Il poeta, rivedendola, le disse: «Voi sentite profondamente la natura. Ho trovato nel vostro poema della donna, e particolarmente nella Paysanne, dei passi che me l’hanno fatto capire. C’è in quel racconto un paragone tra le anime le cui virtù rimangono nascoste, e certe bellezze della montagna dischiuse soltanto allo sguardo di Dio, che mi ha colpito. Io pure ho fatto un avvicinamento dello stesso genere, in una poesia che non ho poi pubblicata».

I versi della signora Collet, cui il Manzoni pare alludesse, son questi:

«Pour le désert la nature a ses fêtes:
Des lieux choisis que l’homme n’a point vus,
Sur les hauts monts des floraisons secrètes,
Des gais sentiers, des lacs, des bois touffus.
Fraîcheur des eaux, aménité des mousses,
Senteurs montant de la terre au ciel bleu.
Combien ainsi vous devez être douces,
Vous dévoilant, vierges, à l’œil de Dieu!
.................
Il est aussi des âmes inconnues
Dont les vertus fleurissent en secret;
Tout le parfum de ces urnes élues
Se perd en Dieu comme un encens discret....».

Più tardi, quando la signora Collet era per lasciare Milano, il Manzoni le diresse la lettera seguente:

Madame, des vers comme ceux que vous avez eu la bonté de m’envoyer, et la bonté encore plus grande de m’adresser, m’auraient dans un autre temps donné l’envie irrésistible, quoique audacieuse, d’y répondre par d’autres vers; mais à présent il ne me reste plus pour la poésie que la faculté de la goûter; je dis cette poésie qui, sortant du cœur, passe par une imagination brillante et féconde. Et puisque sur ce sujet vous pourriez ne pas entendre à demi-mot, je suis forcé d’ajouter que c’est de votre poésie que j’entends parler. Je dois encore ajouter que j’aurais peut-être exprimé ce sentiment d’un cœur plus libre, avant de connaître les louanges qu’une indulgence excessive vous a dictées, et contre lesquelles je proteste du fond de ma conscience.

Vous trouverez pourtant des vers, madame, en tournant la page; car je ne puis résister à la tentation de vous transcrire ceux dont j’ai eu l’honneur de vous parler, et dans lesquels j’ai eu le bonheur de me rencontrer avec vous.

C’était dans un hymne commencé trop tard, et que j’ai laissé inachevé, sitôt que je me suis aperçu que ce n’était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui m’essoufflais à courir après elle. J’y voulais répondre à ceux qui demandent quel mérite on peut trouver aux vertus, stériles pour la société, des pieux solitaires. Ce n’est que dans les deux dernières strophes que vous trouverez, je l’espère, madame, quelques-unes de vos pensées et de vos images, quoique moins vives; je transcris aussi les deux premières, pour l’intelligence de l’ensemble.

Ed ecco i versi:

A Lui che nell’erba del campo
La spiga vitale nascose,
Il fil di tue vesti compose,
De’ farmachi il succo temprò;
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
Che il larice ai verni, e l’ontano
Durevole all’acque creò;
A quello domanda, o sdegnoso,
Perchè sull’inospite piagge,
Al tremito d’aure selvagge,
Fa sorgere il tacito fior;
Che spiega davanti a lui solo
La pompa del pinto suo velo;
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.

La signora Collet li pubblicò nella sua Italie des Italiens (Paris, Dentu, 1862; vol. I, pag. 376). Li ripubblicarono poi: A. Stoppani, I primi anni di A. Manzoni, Milano, 1874, pag. 243-5; E. Bonghi, Opere ined. o rare, I, 201-3; G. Sforza, Epistolario di A. Manzoni, Milano, Carrara, 1883, II, 283.

Il Bonghi annotò: «Quale fosse il titolo dell’Inno cui questi versi appartengono, non è detto da lui; ma un suo amico, che ne ricorda un’altra strofa, crede che così queste trascritte dal Manzoni, come quella tenuta a mente da lui, appartengano ad un inno a’ Santi. Che sarebbe quello che nell’autografo degl’Inni ha titolo Ognissanti, ma di cui ivi non esistono se non i motti latini, che vi sarebbero stati scritti per epigrafe»:

in omnibus Christus. (Paul., Col. III, 11).
Multa quidem membra, unum autem corpus. (Cor. 1, XII, 20).
Omnes enim vos Unum estis in Christo Jesu. (Gal. III. 28).

La strofa, tenuta a mente dall’amico del Manzoni cui accenna il Bonghi, è questa:

Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono,
Te sola più sù che il perdono
L’Amor che può tutto locò.

Scherillo.


ODI

NOTA.—La prima edizione a stampa del Cinque maggio non fu fatta dal poeta, ma comparve, non senza mende e inesattezze (perfino nel frontispizio!), a Lugano, sulla fine del 1822, con la versione latina di Erifante Eritense (al secolo Pietro Soletti di Oderzo). Il traduttore vi premise la seguente letterina ricevuta dal Manzoni, con la data di Milano, 20 giugno 1822:

«Chiarissimo signore, Le debbo doppj ringraziamenti, e pel pensiero ch’Ella ha avuto d’abbellire in versi latini quella mia Ode Ei fu, e per la gentilezza con la quale si è piaciuto di comunicarmi la sua bella versione. La prego di gradire le mie sincere congratulazioni: non posso esprimerle il sentimento da me provato alla replicata lettura della sua composizione; questo sentimento è stato il diletto che fanno nascere i bei versi. La copia dell’Ode da Lei comunicatami differisce dal testo in qualche piccola cosa. Le noto qui sotto le poche differenze per obbedirla, non già perchè Ella cangi nulla alla versione, la quale sta pur bene com’è. Rimango pieno di riconoscenza per l’onore ch’Ella m’ha fatto, e col più sincero ossequio.

Suo umiliss. devot. servitore
Alessandro Manzoni».

  • «St. 4: S’erge commosso—Sorge or commosso.
  • St. 7: Ferre—Serve.
  • St. 10: Ei sparre—E sparve.
  • St. 14: E ricordò—E ripensò».

Contemporaneamente, e magari qualche giorno prima, l’Ode fu pubblicata, insieme con la traduzione tedesca del Goethe, nel vol. IV, fasc. 1º, pag. 182-88, del giornale Ueber Kunst und Alterthum, ottobre o novembre del 1822. Il Goethe lesse e tradusse, nella str. E ripensò..., percorse valli invece di percossi valli. Quella sua traduzione egli la recitò alla Corte di Weimar l’8 agosto 1822. (Cfr. nella Cultura del Bonghi, fasc, del 1º febbraio 1883, una lettera di H. Simon di Berlino).

Il consigliere Grüner narra in una sua lettera d’aver sentito leggere dal Goethe stesso il testo dell’ode manzoniana. Il gran poeta, egli scrive, «era quasi trasfigurato e commosso, i suoi occhi mandavano scintille, la precisa accentazione di ogni parola e insieme l’espressione m’incantavano; e quando ebbe finito, ci fu un momento di pausa. Ci guardammo a vicenda, e leggemmo il nostro entusiasmo l’uno negli occhi dell’altro. Non è vero, riprese Goethe, non è vero che Manzoni è un gran poeta? Io vorrei, gli risposi, che Manzoni fosse stato presente a questa declamazione: egli avrebbe avuto un ampio compenso dell’opera sua». (Cfr. L. Senigaglia, Relazioni di Goethe e di Manzoni, nella Rivista Contemporanea, Firenze, 1888).

Annota il Bonghi (Op. ined. o rare, I, 15-16): «Certo che il Manzoni non la pubblicò lui. Dopo averla scritta, la mandò alla Censura per ottenerne licenza, e questa gliela negò. Ma egli, come raccontava, aveva usato un piccolo sotterfugio: alla Censura ne aveva mandato due copie, facendo conto che qualcuno degl’impiegati di polizia n’avrebbe trafugata una, e così la poesia si sarebbe divulgata. Il che appunto accadde, e sin dal giorno dopo tutta Milano la leggeva, senza che all’autore se ne potesse far colpa».—Dalle Carte segrete della polizia austriaca (II, 317) si apprende come, ancora nel 1823, «la polizia di Vicenza avvertisse essersi sparsa un’ode in morte di Napoleone, della quale sospettavasi autore un tal Manzoni di Verona, mentre poi un poliziotto letterato, il Lancetti, ne asseriva autore il Monti!». (Cfr. D’Ancona, Poesie di A. M., Firenze, Barbèra, 1892, p. 88).

Riproduco il testo dell’edizione autentica delle Opere varie, 1845, ponendo a pie’ di pagina le varianti dell’edizione di Jena 1827. Per alcuni emendamenti alle copie che correvano manoscritte, cfr. la lettera del Manzoni al Pagani, del 15 novembre 1821; e per tutto il resto, D’Ovidio, Discussioni manzoniane, pag. 198 ss.

L’ode Marzo 1821 e il frammento Il proclama di Rimini furono la prima volta stampati in un opuscoletto di 15 pagine, a Milano, tipografia di Giuseppe Redaelli, nel 1848, col titolo: Pochi versi | inediti | di Alessandro Manzoni, Nel verso della pagina di frontispizio è questa avvertenza: «Edizione messa sotto la tutela delle veglianti leggi e convenzioni, e che si vende una lira italiana, in favore dei profughi veneti, per cura della Commissione Governativa delle offerte per la causa nazionale.—NB. Si riterranno contraffatte tutte le copie che non portassero il marchio della Commissione suddetta». Difatto, sul frontispizio della copia che possiedo, c’è un bollo rotondo, con dentro scrittovi: Gov.º Provv.º | Commissione | delle offerte.—In quel medesimo anno fortunoso, furon di quei versi fatte altre tre edizioni, a Milano «luglio 1848», a Venezia e a Livorno.—Di poi, nel 1860, il Manzoni li fece ristampare coi tipi e nel sesto dell’edizione delle Opere varie del 1845, continuando la numerazione di queste, e ripetendone, completato, l’indice. Nella copia che ho tra mani, essi fanno corpo col resto, senza che appaia traccia visibile del diverso anno della stampa.

Riproduco quest’ultimo testo, riscontrandolo con quello dell’opuscoletto del 1848, quasi in tutto identico.

Scherillo.


IL CINQUE MAGGIO.[1272]
ODE.

Ei fu.[1273] Siccome immobile,
Dato il mortai sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,[1274]
Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;[1275]
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.
Lui folgorante[1276] in solio[1277]
Vide il mio genio e tacque;[1278]
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:
Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio;[1279]
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre[1280] al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
Gioia[1281] d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve,[1282] pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;[1283]
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il triste esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.
E sparve,[1284] e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese![1285]
Oh quante volte ai posteri
Narrar sè stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
E ripensò[1286] le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.[1287]
Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò; ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;
E l’avviò, pei[1288] floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri[1289] avanza,
Dov’è[1290] silenzio e tenebre
La gloria che passò.
Bella Immortal! benefica[1291]
Fede ai trionfi avvezza![1292]
Scrivi ancor questo,[1293] allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui[1294] posò.