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Libro proibito

Chapter 142: NOTE AGLI EPIGRAMMI
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About This Book

A compact assemblage of epigrams, satires and occasional poems that satirize social, political, literary and religious pretensions through irony, coarse humor and skepticism. The verse often adopts conventional metrical forms while deliberately subverting poetic decorum, combining risqué jests, grotesque images and sharp aphorisms to expose hypocrisy, vanity and hollow authority. Short, pointed pieces alternate lighthearted bawdiness with caustic critique, inviting laughter and discomfort while urging free thought and irreverent reassessment of received convictions.

ONORIFICENZE

    Ieri, un calligrafo,
      Per quel che ho udito,
      D'equestre titolo
      Venne insignito;
      Nessuno in dubbio
      Vorrà più mettere
      Che or si proteggano
      Le belle lettere.

CARATTERI FERMI

    —Perchè non paghi i debiti
      Mutata è la tua sorte,
      Tutti san che ricchissimo
      Ti fe' d'un zio la morte.

    —S'io pagassi, direbbero
      Che col cangiar del fato,
      Come gli stolti sogliono,
      Anch'io mi son cangiato.

L'ISTRUZIONE OBBLIGATORIA

    «Dalla miseria
      «Consunti siamo»
      Gridano i popoli:
      «Pan non abbiamo!»
      Ed ecco provvido
      Giunge un decreto:
      «Chi ha fame nutrasi
      Coll'alfabeto!»

A CLELIA

    Scioglimi un dubbio alfine:
    Lèvati il falso crine;
    Vediam se ancor ti resta,
    O Clelia, un po' di testa!

RÉCLAME

    Vogliam raccomandare
    Il Vero, un pio giornale,
    Organo, a quel che pare,
    Del clero liberale;
    Gratis a chi lo chiede
    Lo mandan per la posta,
    E già fin d'or si vede
    Che vale quel che costa.

CONFORTO

    Dalle nuziali soglie
      Ieri fuggia tua moglie….
      E contro Lui ti irriti!
      E piangi…. e imprechi a Lei!
      Pensa a quanti mariti
      D'invidia oggetto sei!

RIPARAZIONI

    Era, fa un mese appena, il tuo giornale
      Organo del partito moderato;
      Progressista or divenne e liberale….
      Ai mantici qualcuno ha riparato?

AL PIÙ ALTO DEI MAESTRI

    Maestro: alle tue musiche
      Crescer dovresti il prezzo….
      Col metro misurandoti
      Formi un maestro e mezzo.

IN MORTE DI UN SINDACO

    È morto il Sindaco….
      Ahi! fiero evento!
      Presto! innalzategli
      Un monumento!…

    O del suo genio
    Nella città
    Doman più traccia
    Non resterà.

LA DIVA [23]

    Diva è la Patti, e attestanlo
    I molti suoi miracoli
    Veramente incredibili
    E sopranaturali….
    Ieri, se il ver narrarono,
    Il giornalista Gellio
    Dopo un lustro di proroghe
    Pagò quattro cambiali.

AD UN PRETE

      Rasa la testa, raso
    Il mento ha don Tomaso;
    Tutto, quest'uom del cielo,
    Sul cor serbato ha il pelo.

QUESITO

    Membro dell'Accademia,
      Membro del club artistico,
      Membro dell'onorevole
      Consesso giornalistico,
      Membro al comizio agricolo,
      Membro dell'Ippodromo….
      Che sei tu dunque, o Gabrio?
      Che sei? Un membro o un uomo?

GLI AVVENIRISTI

    I bimbi ai vecchi gridano:
      «Dell'arte antica voi
      «Siete le illustri mummie,
      «E l'avvenir siam noi!»

      Nè questi genii in fasce
      Pensan che l'avvenire
      Non spetta a ognun che nasce,
      Ma a chi non dee morire.

IN EXTREMIS

      Della morte il pensiero
      Non mi sgomenta affatto,
      Già del grande mistero
      L'esperienza ho fatto;
      Mai non mi sono accorto
      Del nulla mio profondo,
      Pure fui sempre un morto
      Pria di venir nel mondo.

IL MIO EPITAFFIO

    Dicendo mal di tutti, il vero espressi
    Lassù nel mondo; se parlar potessi,
    Pietoso passeggier, ora direi
    Ogni bene di te, ma…. mentirei.

NOTE AGLI EPIGRAMMI

[1] Io abborro i Wagneristi. Non ch'io disconosca i molti pregi della musica di Wagner. Ammiro quant'altri il genio dell'autore del Lohengrin e del Thannauser, ma ritengo esiziale ai giovani musicisti italiani seguire le sue orme, peggio che esiziale imitarlo nelle stravaganze e nei difetti. L'arte wagneriana è un abisso che attrae, ma è pur sempre un abisso. Il caos musicale che ora si è fatto in Italia è dovuto ai seguaci, agli insegnatori, agli ammiratori di una scuola che è il principio di un mostruoso abberramento.

[2] Accade sovente di leggere nelle commemorazioni necrologiche la frase seguente: «insomma egli era sì onesto, sì buono, che non ebbe mai un nemico.» Se qualcuno nel giorno delle mie esequie venisse a recitarmi sulla fossa, un complimento di tal genere, vorrei che i becchini gli menassero tra il capo e la schiena quattro buoni colpi di zuppa, tanto da insegnare a tutti gli oratori da camposanto che un peggior insulto non si può fare alla riputazione di un galantuomo. «Non aveva nemici!… Ma era dunque un grand'asino, questo povero morto!…» Tale sarebbe o dovrebb'essere il commentario di ogni persona di buon senso.—Hai tu conosciuto degli uomini di mente e di cuore (non ti parlo dei grandi pensatori, dei celebri artisti, degli illustri capitani, ecc., ecc.) i quali, per poco abbiano studiato o lavorato a vantaggio o servigio dei loro simili, non siensi tirati addosso una tempesta di odii e di inimicizie? Non basta forse che uno emerga dal comune per qualche favilla di intelligenza, per qualche dote speciale del cuore, perchè il mondo lo faccia scopo di rancori, di odii e di persecuzioni? Per farci benvolere da tutti, bisogna esser nati cretini, o avendo sortito dalla natura un po' di ingegno e di cuore, comportarci di tal guisa che nessuno mai abbia ad invidiarci.

[3] Le Società del Quartetto sono un'ottima istituzione; ma in Italia non hanno prodotto verun utile risultato. A Milano il Quartetto venne iniziato da un nucleo di letterati e musicisti pretenziosi, i quali da bel principio ne profittarono per mettersi in mostra. Ai concerti intervenne, per moda, la così detta fine-fleur della società; là si cominciò a parlare di arte aristocratica, di grand'arte, ecc., ecc.; là si crearono i primi entusiasmi artifiziali, si organizzarono le camorre, si inventarono i genii dell'alta scuola. La Società del Quartetto divenne a Milano il sabba classico dei musicisti convulsionarii. Molte dame isteriche si videro finger l'estasi e la catalessi per una suonata di Beethowen. Si cominciò a parlare con schifo della musica italiana; si chiamarono volgari Rossini e Verdi—e furono poi stampati e portati a cielo dalla haute-claque dei versi e delle musiche cui non mancherà l'applauso dei posteri, se i posteri vorranno essere, come da molti si spera, più cretini di noi.

[4] Se avete moglie; se dessa è una di quelle donne eccezionali che, uscendo da onesta famiglia, recano nel domicilio coniugale i propositi della virtù e della fede—una di quelle donne volgari, stupide, antidiluviane, alla cui felicità può bastare l'affetto del marito e dei figli—se, in una parola, vostra moglie fosso tanto sciocca da amarvi e viver paga del vostro amore; non vi è che un mezzo onde voi possiate educarla in guisa che ella si renda degna di mettersi a pari colle dame del buon genere. Obbligatela ad un corso di rappresentazioni drammatiche al Manzoni o in altro teatro dove si recita la buona commedia. Dopo venti o trenta serate di tal regime, vi prometto che ella comprenderà perfettamente di esser stata una gran bestia ad appagarsi di voi, e quando meno ve lo aspettate, verrà a declamarvi sul muso l'apologia dell'adulterio. Una donna onesta null'altro può imparare alla scuola del teatro moderno.

[5] Qualcuno bramerà sapere chi sia questo Gellio, al quale sono indirizzati molti de' miei epigrammi. Dirò: Gellio non è un individuo, sibbene il riassunto di molti individui. È un composto di asino e di briccone; di asino che sa scrivere, di briccone che ha l'aria di gentiluomo; sono tipi che abbondano. Io n'ho visti e praticati parecchi, e spero che picchiandone uno, la battitura venga sentita da molti.

[6] In un mio recente viaggio lungo la penisola, soffermandomi in certi gabinetti che non è bello nominare, ho dovuto convincermi che l'incarico della decenza pubblica e privata oggidì viene esclusivamente affidato ai prodotti della stampa periodica. In molti casi, sono due imbratti che si incontrano.

[7] In seguito alle perquisizioni praticate a Parigi l'anno 1871 negli Uffici della Comune, venne trovata la seguente lettera, diretta da Giulio Vallés al cittadino Protot:

«Mio caro amico,

«Considerando che la più parte de' miei impiegati scrivono il francese come altrettanti conduttori d'omnibus

«Considerando che la grammatica è il più grande dei pregiudizî, la più stupida delle convenzioni stabilite dalla antica tirannide, ecc. ecc.

«La Comune di Parigi decreta:

«ARTICOLO UNICO.

«Il libro di Vöel e Chaptal, intitolato Grammatica francese, non verrà più insegnato nelle scuole del Governo, essendo volere della Comune che tutti i cittadini dello Stato sieno liberi di esprimere le loro idee come loro talenta meglio.

«GIULIO VALLÉS.»

Si comprende come in Italia non pochi giornalisti parteggiassero e parteggino ancora pel liberalismo dei Comunardi.

[8] Le scandalose intraprese del padre Theöger direttore di un collegio di ignorantelli; le prodezze altrettanto laide che valsero al Padre Ceresa un processo ed una grave condanna, o i frequenti casi congeneri che si sviluppano ogni giorno da altri istituti maschili governati dai molto reverendi, non valgono a dissuadere certi padri e certe madri dal gettare in balìa di tali educatori i loro figli giovinetti. Questi padri e queste madri, leggendo il mio epigramma, lo chiameranno indecente; io ritengo più indecente la loro condotta. Essi diranno che i loro figli si guasterebbero il cuore a leggere i miei otto versi; io ripeto, che in un collegio di barnabiti o di gesuiti accadrebbe loro di guastarsi…. il cuore e tutto il resto. Ma pare che certi parenti il resto lo contino per nulla.

[9] È bene che le leggi impongano un freno al libertinaggio, ma vi ebbero in ogni tempo dei galantuomini e degli uomini insigni, i quali amarono sfrenatamente il bel sesso e peccarono d'ogni lussuria. Ho conosciuto dei libertini incorreggibili dotati delle più elette virtù. Leggete in Plutarco le vite degli uomini illustri. I più famosi capitani, i più saggi legislatori scandolezzarono il mondo colle loro disonestà. Di Giulio Cesare dicevasi che era il marito di tutte le mogli, la moglie di tutti i mariti. Mostriamoci indulgenti a tali debolezze. Questione di cervelletto e di midollo spinale.

[10] Nella Confessione generale di un critico ho sviluppato più largamente le idee accennate in questo epigramma. Amo riprodurre un frammento di quell'articolo:

«Critico letterario suol essere ordinariamente uno scrittore dappoco, negletto dagli editori e dal pubblico, inetto a concepire ed a produrre delle opere attraenti, epperò nemico giurato di chi fa, di chi riesce coll'ingegno e collo studio ad elevarsi—Critico musicale è quasi sempre un musicista abortito, il quale, dopo aver pubblicato una dozzina di polke pel consumo dei salumieri, od aver prodotta un'opera altrettanto elaborata che stucchevole, pretende erigersi a maestro dei maestri, o avventandosi a quanti ottengono dei luminosi successi, crede rivendicare, col disprezzo di ciò che è buono e generalmente lodato, la propria impotenza e le sconfitte obbrobriose—Critico d'arte è sovente un pittore reietto dalle Accademie e obliato dai committenti, i cui quadri, venduti sulle pubbliche aste e passati dall'uno all'altro rigattiere, vanno poi ad affumicarsi sulle ignobili pareti di qualche osteria da villaggio.

«Non avvi idiota, il quale non sia in grado, al più o meno peggio, di esercitare il mestiere del critico. È tanto facile stampare su un quadrato di carta: Manzoni è un gramo poeta, Verdi fa della musica intollerabile. Vela è uno scrittore mediocre; ma non è dato che agli artisti di genio scrivere il Cinque maggio, fare un'opera come il Rigoletto e trarre dal marmo uno Spartaco.

[11] Questo, e l'epigramma che segue, han preso argomento da un libro di Cesare Tronconi apparso col titolo: Passione maledetta. La pubblicazione di quel romanzo sviluppò delle polemiche vivaci. Tutti gridarono allo scandalo, e la moltiplicità dei gridi giovò naturalmente allo spaccio della edizione. Non voglio farmi giudice della morale altrui; ciascuno ha la sua, e ci tiene. Ho però notato che in tali casi non sono sempre gli uomini di fama più intemerata e di vita più irriprovevole quelli che gridano più forte. Nel romanzo del signor Tronconi è narrato di una Clara, la quale violentemente incitata dall'ardente temperamento alle ebbrezze della voluttà, diviene una moglie onesta per aver sposato un giovane e robusto marito abbastanza valido per appagarla. In questo episodio nulla io trovo di immorale; ma ritengo che ogni marito sfibrato si guarderà bene dal permettere alla sua giovane moglie una lettura di tal genere. La denigrazione di certi libri non è il più delle volte che un risentimento dell'egoismo individuale. Ed ecco perchè avviene che il vero apparisca sovente immoralissimo anche ai più liberi pensatori, scevri da ogni pregiudizio.

[12] Un disgraziato poetastro, autore di romanzi non letti e di pessimi melodrammi, in più occasioni, mutando pseudonimi ed iniziali per non darsi a conoscere, scrisse di me e di alcuni miei libretti d'opera tutto il peggio che la sua bile potesse suggerirgli. Egli offerse gratis e ottenne di veder stampati i suoi articoli ipocondriaci in parecchi giornali. Io lo riconobbi alla punta degli orecchi e rido ancora di lui.

[13] Questo Epigramma lo scrissi o pubblicai nell'anno 1870, allorquando Prussiani e Francesi si trucidavano per una obbrobriosa questione di supremazia. Victor Hugo, nel suo splendido discorso recitato a Parigi in commemorazione di Voltaire, espresse presso a poco il medesimo concetto con queste parole: «Il diritto ora ha trovato la sua formola: la forza vien chiamata violenza e comincia ad essere giudicata; la guerra è messa in stato di accusa. La civiltà istruisce il processo…. In molti casi l'eroe è una varietà dell'assassino. I popoli cominciano a comprendere che la grandiosità di un delitto non può essere una attenuante; rubare è un vitupero; invadere non può essere una gloria… No! la gloria sanguinosa non esiste!»

[14] La fecondità musicale dell'Italia è dimostrata dal copioso elenco delle nuove opere che vien pubblicato ogni anno dalla Gazzetta musicale. Non si produsse mai tanto in fatto di musica teatrale, nè mai sì numerosi e chiassosi i successi. Dal 1870 al 1878 apparvero più di 250 opere nuove di zecca. E quante apoteosi di genii! Quanti banchetti d'onore, quanti maestri accompagnati trionfalmente per le vie con fiaccole; a suono di fanfare! quanti nomi levati a cielo, e subito scomparsi nelle nuvole! Delle 250 opere nuove a mala pena ne sorvissero due o tre di maestri già noti in precedenza; dell'altre non si parla più. E mentre nessuno vuol saperne di veder riprodotti i sublimi aborti della grande arte moderna, il buon repertorio di Rossini, di Bellini, di Donizetti, di Verdi, di Mercadante, si va necessariamente assottigliando per mancanza di cantanti idonei e di maestri direttori che comprendano e facciano cristianamente eseguire la musica non ostrogota.

[15] Questo epigramma somiglia nel concetto ad un altro famoso, che viene attribuito ad Ugo Foscolo. I tempi non sono cambiati. Anche oggi in Italia

        Suonatori di corni e di tromboni,
        Comici, cavadenti, parrucchieri,
        Birri, gendarmi, sindaci, lenoni,
        Si chiamano per burla cavalieri.

(Vedi Caos italiano).

[16] La pederastia è vizio da preti, da sagrestani e da paolotti. I pellegrini cattolici, accorsi a Roma dal 1872 al 1876 per ossequiare Pio IX, non sempre seppero contenersi dal dimostrare le loro inclinazioni anormali. Il vecchio partito legittimista, composto di clericali ammorbati di lussuria, celebrava recentemente in Parigi delle orgie nefande, parodiando i sacri riti. I semi del brutto vizio si spargono nel mondo da un luogo che appunto per questo fu denominato seminario. Pedagoghi o cappellani lo insinuano nelle grandi famiglie che patteggiano per la monarchia di diritto divino. Non è delicato metter in luce tali brutture, ma è peggio commetterle.

[17] I telegrammi spediti dal Re Guglielmo a sua moglie duraste la guerra Franco-Prussiana, hanno fatto stupire il mondo. Non mai l'egoismo di un potente si mostrò sotto forme più ingenue. Ho tradotto in brevi versi qualcuno di quei piccoli capolavori; ma raccoglierli tutti, e pubblicarli testualmente nella prosa originale, sarebbe un utile ammonimento ai popoli che spendono bestialmente il loro sangue pel capriccio dei despoti.

[18] Mio padre era un ex-militare del primo impero. Egli nutrì fino all'ultimo de' suoi giorni una specie di culto per Napoleone; tanto, che alla vigilia della sua morte (parlo di mio padre) ho veduto delinearsi un sorriso sulle sue labbra avendogli io ricordato che l'indomani porterebbe la data del cinque maggio. Figlio di un bonapartista, io ho nel sangue la simpatia pei napoleonidi, e non ho mai cessato dal professare la più viva riconoscenza per l'uomo che nel 1859 mi ha fatto palpitare di entusiasmo col suo Proclama agli Italiani. Ho scritto un opuscolo in favore di Napoleone III, quand'era prigioniero in Inghilterra. Compiangetemi! Dai possenti caduti c'è poco da sperare—meglio mi avrebbe giovato far l'apoteosi dell'Imperatore dì Germania!

[19] Nulla meglio di una grossa frase poetica per sconfiggere il senso comune. Victor Hugo ne ha sparato una molto grossa dopo la battaglia di Sèdan, quando disse che alla Repubblica Francese sarebbe bastato un soffio per disperdere le armate prussiane.

[20] Un buon fattore campagnolo recandosi al municipio per votare la scelta del deputato, venne interpellato da un elettore novizzo:

—A chi date il vostro voto?

—Diamine! al vecchio… a quello che è già stato alla Camera gli anni passati.

—Non sarebbe meglio mandare al Parlamento degli uomini nuovi? Mi han detto che i vecchi hanno divorato per dritto e per traverso….

—Ed è appunto per questo che dobbiamo preferirli. Se han mangiato, debbon essere satolli; mentre questi altri che sono ancora a digiuno….

—Perdio! non ci aveva pensato—» E tutti due fecero opera prudente e patriottica, votando per l'antico deputato.

[21] Allorquando, nel 1876, andò al potere la sinistra, il nuovo Ministero si chiamò Governo di riparazione. Non è bene fidarsi troppo nelle riparazioni che un ministro può promettere. Se avete freddo, riparatevi ad ogni buon conto colla flanella, o se piove, coll'ombrello.

[22] L'opinione, accreditata dai pedanti, che la vitalità dì un lavoro letterario dipenda più che altro dalle bellezze dello stile, non trova appoggio nei fatti. Le commedie del Goldoni, scritte in lingua negletta, sopravvissero a quelle del Nota forbitissime. Si leggono con diletto le tragedie di Shakespeare tradotte in prosa non sempre elettissima dal Rusconi, non quelle di molti poeti italiani irriprovevoli per la sonorità del verso e per altri pregi dì forma. Autori encomiatissimi per la forbitezza dello scrivere, quali il Caro, il Giordani, il Tommaseo, ecc. ecc., trovano oggidì pochi lettori, mentre il Bandello ed altri novellieri antichi, non hanno cessato di dilettare col semplice prestìgio della originalità e della naturalezza sbadata. Si può essere teste da rapani e far dei libri raccomandabili come testi di lingua.

[23] I giornali milanesi, nell'anno 1877, quando Adelina Patti cantò alla Scala, non la chiamavano altrimenti che col titolo di Diva. L'incenso delle adulazioni e delle iperboli ammirative fu lautamente pagato dai preti-appaltatori, che lucravano sull'idolo, Non apparvero mai, sotto forma di giudizii critici, le più scempie ampollosità. La Patti è una brava cantante. L'ho udita nella Aida; mi parve insuperabile nella espressione plastica del personaggio; non ugualmente atta, per insufficienza di energia vocale, a tradurre tutti gli accenti della musica. L'ambiente della Scala mi parve troppo vasto per una Diva nella quale il talento soverchia troppo spesso la voce. Ho udito, ne' miei giovani anni, quando in Italia l'arte del canto fioriva, non meno di venti prime donne superiori o pari di merito alla Patti. Non si chiamavano Dive; per udirle alla Scala si pagavano tre lire austriache, e talvolta cantavano alle panche. Non si conosceva ancora in Italia l'arte della gran blague americana, e il pubblico era avezzo a sentir cantar bene. Una cantante che sappia ancora esprimere correttamente un periodo di musica senza guastarlo di gargarismi, di singulti, di ventosità tracheali, oggidì può passare per un miracolo.

POESIE SATIRICHE

AL DOTTOR L. V.

Epistola in versi

    Voi franco mi garrite, altri mi mormora
    Dietro le spalle perchè sol di futili
    Novellette, di ciancie e di bazzecole
    O di lesti epigrammi io colmo il mignolo[1]
    Giornaluccio; nè mai d'Europa ai tumidi
    Fati consento qualche breve pagina,
    Nè mi invischio gracchiando alla polemica
    Che oggidì più che mai ferve in Italia
    Fra chi in alto è salito e chi si arrampica.
    «Passò quel tempo.» Anch'io nelle effemeridi
    Da un soldo strimpellai guerra e politica,
    E logoro il cervello e guasto il fegato
    Mi ho nel vano armeggío. Non trova grazia
    Lo schietto vero. Parteggiare, fremere,
    Al suon della gran cassa ampolle vacue
    Lanciare al vento; reboänti e rancide
    Frasi accozzando, inacidir la cronaca
    Di sospetti, di oltraggi e di calunnie,
    Diluïr telegrammi, imbrattar storie….
    Avventarsi…. strisciar…. leccare…. mordere…
    Tale è il mestier—Direte: è mestier facile….

    Pur (vedete, dottor, com'io fui tanghero!)
    Nulla azzeccato ho mai—Italia, patria,
    Ordine, libertà, fede ai principii,
    Democrazia—palle di gomma elastica
    Pel cerretano giocator di bossolo—Serie
    cose io credea. Modesto e ingenuo
    Esposi il pensier mio; però dai circoli
    Dei pusilli gaudenti ove si biascica
    La nenia eterna del quïeto vivere,
    Nè dai cupi, frementi conciliaboli
    Ove ringhian tribuni e arruffapopoli,
    Il verbo io presi mai. Prostrarmi agli idoli
    Non sèppi. Liberal, volli esser libero[2];
    E sì libero fui, che al breve svolgersi
    Di quattro o cinque mesi, in abbominio
    Venni ai rossi ed ai bianchi, e fu miracolo
    Se n'uscii vivo—Bah! quelli gridavano:
    Ei s'è fatto codino! alla politica
    Di Cavour tien bordone—E questi: «o scandalo!
    Ei plaude a Garibaldi ed osa irridere
    Qualche nostra Eccellenza!»—Mo! vedetelo!
    Ripiglian quelli: il rattoppato e logoro
    Abito ha smesso, ed anco ieri il rancio
    Pagò al trattor: fondi segreti—«Ei bazzica
    Cogli scavezzacolli democratici,
    Notan gli altri: badate! di repubblica
    E socialismo puzzan le parentesi
    Del testo scapigliato—Esser veridico
    E leal che mi valse?—Dai sinedrii
    Onnipotenti fui reietto; incomodo
    Collega a tutti, quei la man ritrassero
    Dalla mia dubitosi; mi guardarono
    Biechi gli altri ringhiando: al mercenario
    Scriba il gibbetto! Intanto si sciupavano
    Per me gli anni più baldi in acri e sterili
    Guerriglie di parole. Addio, fantastiche
    Scorrerie del pensier! Gli estri languirono,
    Morì la celia, ogni gentil tripudio
    Cessò. Giocondo novellier nei circoli
    Più non mi assisi; si converse in rantolo
    La gaia nota, e dentro l'interlinea
    In gerghi irosi si disciolse il fegato.
    Un dì, allo specchio mi guardai; di nivei
    Peli la barba, di due solchi lividi
    Deforme il volto mi apparì. All'occipite
    Stesi la mano, e delle dita il brivido
    Intonsurata mi annunziò la cherica.
    Gran che! «Alla fibra macerata i redditi
    Del prostituto inchiostro un di fien lauto
    Compenso, e all'ossa dispolpate l'adipe
    Rifiorirà.» Quei che così ringhiavano
    Al mio garretto, oggi, impinguati e tronfii
    Di ricchezze e poter, dall'alto irridono
    La nostra grulleria. Nè a torto ridono….
    Ben io, pensando quali a me sovvennero
    Fondi segreti, oggi crisparsi i visceri
    Mi sento ancora. Le ipoteche rosero
    Fin la casuccia ov'io sperava gli ultimi
    Miei giorni ricovrar..,. Narri il tipografo
    La tetra istoria; questo sol rammemoro
    Che la stoltezza di parlare e scrivere
    L'abbominato vero, un dì sul lastrico
    Mi gettò inebetito.—Eppur: che valsemi
    Vender case e poderi? Mi investirono
    Con briaco furor mastini e botoli
    Di fronte e a tergo; più rabbiosi a mordermi
    Ruffiani, spie e ciurmadori in maschera
    Da Catoni o da Bruti, che vedevansi
    Poi, nelle agapi oscene e nei postriboli,
    I dì e le notti gavazzar coll'obolo
    Smunto ai citrulli. Oggi, i citrulli godano
    Le ben compre lautezze, e prestin gli omeri
    Ai nuovi furbi che salir domandano
    L'albero di cuccagna! Alla politica
    Ho detto addio. Merlo spennato, ai liberi
    Miei monti ricovrai; di nuovo ossigene
    Il polmon ritemprato, oggi dal vertice
    Alla bassa cloäca io guardo, e zuffolo
    Allegramente. Che mi cal se chiaminsi
    Sella, Minghetti, Visconti o Nicòtera
    I rettori d'Italia? O se alla greppia
    Dello Stato oggi rumini l'apostata
    Che or fan sei mesi ancor fremea repubblica!
    Se il giocoliere, rimestando il bossolo,
    La rubra palla destramente in lattea
    Ciambella tramutò, non io sorprendermi
    Oggi potrei. Plauda chi vuole o strepiti
    Di rabbiose invettive, io so qual termine
    Avrà la farsa. Al sine cura, al ciondolo,
    Al lauto appalto, al grasso impiego mirano
    Quei che belan sommessi e quei che latrano.
    Gli schietti e i buoni dalla mischia ignobile
    Si ritraggon sdegnosi; e solitario
    Quegli ascende la balza e canta ai vertici
    Le divine utopie; questi le libere
    Idee fischiate dall'ottuso secolo
    Fida nell'orto alle cipolle e ai rapani.
    È il partito più saggio. Italia novera
    Settemila giornali ove colluviano
    L'oscena feccia, il brago, ogni putredine
    Della Reggia e del trivio. Ivi si abbeveri
    E diguazzi a suo prò chi vuol nei colici
    Flussi l'alma stemprarsi, o d'itterizia
    Morir consunto.—Dismorbiamo l'aëre.
    Caro dottore, e intorno a noi si dissipi
    Il reo miäsma che ne investe! Giovani
    Ci rifarem. Schiudiam la casa ai lepidi
    Amici; suoni di festose musiche
    11 salottino, e più chiassosi irrompano
    I repressi cachinni. Ospite assidua
    Fra noi respiri la gajezza; scoppino
    Gli epigrammi, i bei motti, le facezie,
    Gli aneddoti giocondi—e in noi riflettasi
    L'ilarità di tutti. Sulle pagine
    Non ammorbate dalla rea politica
    Gli odii e i rancor svaniscono, si appianano
    I più tetri cipigli, e dell'innocuo
    Lepor le donne amabilmente ridono.

SCUOLA MODERNA[3]

    —Al diavolo l'estetica,
      La logica, il buon senso,
      E l'idëal melenso!
      Poichè l'arte pöetica
      Dai vecchi impacci è sciolta,
      Farò il comodo mio….
      E spero questa volta
      Coi famosi del secolo
      Salire agli astri anch'io.

    —Il verno io canto, il verno,
      La stagione crudele—
      Stanotte il Padre Eterno
      In cima alla montagna
      Ha fatto il lattemiele….
      E gli Aquiloni batton la campagna.

    —Al piè del Resegone
      Ve'! come il lago fuma
      Immoto, senza schiuma!…
      Visto dal mio balcone
      Il gelido cratère
      Sembra la catinella d'un barbiere
      A cui mancò il sapone.

    —Dalle nuvole rotte
      Il sole ad intervalli
      In berretta da notte
      Mette fuori la faccia stralunata,
      Sbadigliando di noja—
      E frattanto, di neve disgelata
      Sgocciola la tettoia,
      Come il nasuccio d'uno scolaretto
      Che smarrì il fazzoletto.

    —Al margine del fosso
      Sulla morta natura
      Squittisce un pettirosso,
      Coll'aria d'un becchino,
      Che d'una vergin sulla sepoltura
      Legga ghignando un romanzo di Dròz,
      O si sfiati a trillar sull'ottavino
      Un tema di Berliòz.

    —Se scendo all'orticello,
      Cui bieco irride il sole,
      Le assiderate aiuole
      Mi chieggono un mantello….
      Gli alberi incappucciati
      Come convalescenti
      Ringhiano da dannati:
      Dio! che dolor di denti!

    —Pur, dai gracili steli
      Una pallida rosa piccioletta
      In bianca parrucchetta
      Sfida il rigor dei geli;
      Tanto bella e gentil, che la diresti
      Ai languidi colori, ai tratti mesti,
      La crèola di Balzac,
      Una smilza figura
      Di Dorè, di Kaulbach,
      Una giovin marchesa in miniatura.
      Se non temessi offenderti,
      Piccola Pompadour,
      Vorrei offrirti un cigaro Cavour!

    —Là, sulla opposta riva,
      Poderosa, anelante,
      Una locomotiva
      Fra i gioghi si allontana,
      Come un tetro elefante
      Che sbuffi il fumo d'un superbo avana.
      E dietro a quella sfilano schierati
      Dieci vagoni in sembianza di abati
      Che vanno al Giubileo
      Grugnendo il Laus Deo!

    —Sull'ultimo vagone
      Gaia e modesta ascendi,
      O mia nuova Canzone;
      E nella letteraria sinagoga
      Se mai, per caso, apprendi
      Che oggigiorno hanno voga
      Dei carmi così fatti,
      Raccomanda a chi studia pöesia
      Di andare a scuola all'ospedal dei matti.

L'UOMO-PALETOT

    Questi, che vedi muoversi
      Se per le vie ti inoltri,
      Son uomini o soprabiti?
      Son soprabiti o coltri?

    Uomini son, dal lùgubre
      Saio così sformati,
      Che, a vederli, ti paiono
      Armadii impelliciati.

    Un dì, se più farnetichi
      Della moda il capriccio,
      Costor vedrem per tunica
      Vestire un pagliericcio.

    E son gli elegantissimi….
      Sono i liòns dei corsi!
      Eh! via! ribattezzatevi
      Ippopotami od orsi!

    Se d'uomo qualche pallida
      Sembianza ancor serbate,
      In voi tre tipi adunansi:
      Birro, bromista e frate.

    Taluni, poi, che il bàvero
      Sovrappongono e il fiocco,
      Dite un po': non vi porgono
      L'effigie di San Rocco?

    Cotanta mole d'abiti
      È lusso od è miseria?
      O forse che in Italia
      Fa il gel della Siberia?

    Il Buon Dio, che dei tangheri
      Talor si piglia scherno,
      Quest'anno per deridervi
      Quasi abolì l'inverno;

    E in gennaio, investendovi
      Coll'afa della state,
      Gridò dal cielo: «bestie,
      Mo', adesso…. soffocate!»

    Buon Dio, la è troppa grazia
      Se ridi e non ti sdegni;
      Qual gente mai, quai popoli
      Dell'ira tua più degni?

    Nè stupirei che all'impeto
      Dei gelidi aquiloni,
      Un dì per noi mutassero
      Il clima e le stagioni;

    Per noi, che nati ai limpidi
      Raggi d'un ciel clemente,
      In grembo a questa Italica
      Terra di fior ridente,

    Invidïam, per stolida
      Moda o per goffa insania,
      I ghiacci alla Siberia,
      Le nebbie alla Germania.

    E già di nebbia nordica
      L'Italia è tutta piena,
      Nè i carmi un raggio vibrano
      Di poesia serena;

    Nè più dall'aspre musiche,
      Gonfie di spurie note,
      Esce il sussulto e il fremito
      Che l'anima ti scuote.

    Divina Arte, che in Grecia
      Ignuda eri sì bella,
      Smetti tu almen fra gli itali
      La nordica gonnella;

    Cinta d'un vel diafano,
      Sciolta la chioma ai venti,
      Delle tue forme vergini
      Esci a bear le genti.—

    Ti acclamerem qual nunzia
      D'una invocata aurora,
      E direm che l'Italia
      Del sol la terra è ancora.

VOLERE È POTERE[4]

Novella.

    Un tal Stucchi Tommaso
      Del päesel di Arona
      Avea letto per caso
      Un libro del Lessona,
      Dove, con molti esempi
      Dei vecchi e nuovi tempi,
      Chiaro si fa vedere
      Che volere è potere.

    —«Volere!…. è presto fatto….
      Se tanto il voler giova,
      Converrebbe esser matto
      Per non tentar la prova….
      Io non domando onori,
      Non titoli o favori,
      Di gloria io non mi picco,
      Ma…. voglio farmi ricco.

    Or più non mi imbarazza
      La scelta del mestiere,
      Apro uno studio in piazza,
      Mi intitolo banchiere;
      Se ad iniziar la banca
      Il capital mi manca,
      Poichè basta volerlo,
      Sò come posso averlo.

    Ciò detto, il buon Tommaso
      Si recò da un notaro,
      Franco gli espose il caso,
      Gli domandò il denaro;
      Ma quei, con faccia bieca;
      «Che mi da in ipoteca?
      —Nulla—Nulla!…. ho capito
      Non posso!…. affar finito.»

    —Non può?…. Lei mi canzona!
      Tal scusa più non va:
      Non ha letto il Lessona?
      Lo voglia e lo potrà»
      L'altro lo guarda in viso
      Con cinico sorriso,
      E per uscir di imbroglio,
      Conclude: ebben, non voglio!

    Ricorse l'indomani
      Agli amici, ai parenti;
      N'ebbe discorsi vani,
      Promesse, complimenti,
      Consigli che mordevano,
      Sorrisi che parevano
      Dirgli: qui tutto avrete
      Fuor quello che volete.

    E sorse un dubbio in lui:
      «Che della vita al gioco
      Anche il volere altrui
      Debba contare un poco?
      Dalle prove che ho fatto
      Parrebbe…. Eh! via!…. son matto!
      Che colpa ci ha il Lessona
      S'io son nato ad Arona?

    «Nei piccoli paësi
      Piccole le risorse….
      Qui gli uomini scortesi,
      Qui stitiche le borse;
      E poi, nemo propheta
      In patria
—è storia vieta;
      Per ritentar le prove
      Convien ch'io vada altrove.

    Solo, a piedi, di notte,
      Partì senza un quattrino,
      E colle scarpe rotte
      Un giorno entrò in Torino
      Sclamando: «qui ho voluto
      Venire, ed ho potuto;
      Volendolo, mi pare,
      Ora potrò mangiare.»

    Infatti, appena scorta
      L'insegna di un trattore,
      Maso varcò la porta
      Con passo da signore;
      Sedette, fu servito,
      E sazio l'appetito,
      Pensò: volevo un pranzo,
      L'ottenni, e n'ho d'avanzo.

    Ma quando il cameriere
      Venne a portargli il conto,
      Gli parve che al volere
      Fosse il poter men pronto—
      Il garzonetto attese
      Alquanto, e poi gli chiese:
      Vuol altro?—Ora, mio caro,
      Vorrei….—Cosa?—Il denaro.

    —Denaro!—Certamente….
      Tu sai che le parole
      Oggi non valgon niente,
      E per pagar ci vuole
      Denaro; or, come averlo
      Potrei senza volerlo?….
      —Mi paghi, faccia presto!
      —Voglio il denar per questo!

    Ed ecco, mentre dura
      La strana discussione,
      Due guardie di questura
      Si avanzan col padrone
      —Sentiamo!…. cos'è stato?….
      Tommaso in tuon pacato
      Risponde: «del diverbio
      Fu origine un…. proverbio.»

    «Tutto si può, volendo,
      Lo dice il testo, ed io
      Agli altri esempi intendo
      Unir l'esempio mio—
      Venir volli a Torino
      E feci a piè il cammino,
      Qui volli entrar, entrai;
      Volli pranzar, pranzai.»

    —Ed ora?—Or non avendo
      Denaro…. è naturale….
      Ch'io voglia….—Intendo! intendo!
      Ci segua!…. Al Criminale
      Verrà stanotte a cena;
      La casa è tutta piena
      Di gente che ha voluto
      E mai non ha potuto.

    In carcere il tapino
      Fu trattenuto un mese;
      Quindi, lasciò Torino,
      Tornò nel suo paëse,
      Dove il volere altrui
      Fu tanto avverso a lui,
      Che, stanco di soffrire,
      Gridò: voglio morire!

    Ai gridi disperati
      Fortuna non è sorda;
      Tra ferri e cenci usati
      Trovò un chiodo e una corda:
      Confisse a un muro il chiodo,
      Fece alla corda un nodo,
      Pose nel cappio il collo.
      E diè l'estremo crollo.

    Così dal mondo è uscito
      Il povero Tommaso;
      E forse egli è partito
      Convinto e persuäso
      Che quand'un, per disfarsi
      Dai guai, vuole appiccarsi,
      Non sempre, ma però
      Qualche volta lo può.

NOTE ALLE POESIE SATIRICHE

[1] Questi versi furono stampati nel Giornale Capriccio.

[2] Dovranno correre ancora molti anni prima che in Italia si comprenda che cosa significhi Libertà, quali diritti essa accordi, e quali doveri imponga ai singoli cittadini. Un saggio del come si intendano e si esercitino i diritti liberali nel nostro paese io l'ho dato anni sono nel breve scritto che amo qui riprodurre.

LAMENTAZIONE DI UN LIBERO CITTADINO

Il cielo era folto di nuvole.

La pioggia cadeva a torrenti….

E in quella giornata (non ricordo se fosse di giugno o di luglio) sfolgorava, per la prima volta sulle pianure di Lombardia il sole della libertà.

I cittadini che, allettati da quel sole allegorico, erano usciti senza ombrello, rientravano la sera cogli abiti inzuppati. Taluni, assaliti da atroci reumi, agonizzavano lietamente al suono delle fanfare piemontesi.

* * *

È inutile che io mi interrompa per sciorinarvi una professione di fede. Sono un liberale, un patriota—tale almeno ho supposto di essere fino al giorno in cui, per una fantasmagoria inesplicabile, ho dovuto convincermi che gli ex-commissari, le spie i poliziotti dell'Austria erano più liberali e più patrioti di me.

* * *

—Non è detto che tutti i buoni patrioti debbano anche esser ricchi.—In quella piovosa giornata, nella quale, come ho detto, il sole della libertà illuminava per la prima volta le aguglie del nostro Duomo, io possedeva due lire e pochi centesimi.

Avevo pranzato solennemente colla metà del mio peculio.—coll'altra metà mi ero procacciata la festa di alternare dei brindisi all'Indipendenza d'Italia in compagnia di due bravi bersaglieri.

    Alla sera—rientrato nelle mie stanze—mi sovvenni di aver esaurito
    tutto l'olio della lucerna e—ciò ch'era più triste—di non possedere
    un baiocco per provvedermi d'altro lume.

Mi coricai al buio.—Il sole della libertà non cessava di splendere sull'Italia—ma la mia camera, ve ne do parola, era oscura come la coscienza di un fornitore di armata.

* * *

Non importa—pensava io, ravvolgendomi fra le coltri—questo benedetto sole della libertà è pure comparso stamane—si può bene, per una notte, far a meno delle candele….

E non era la prima volta—ve lo confesso—che io mi trovassi a tal guaio.

* * *

    Libero!—La voluttà di questa parola non può comprendersi se non da
    chi abbia avuto la sventura di nascere fra i ceppi….

    Tale era nato io.—Non forzatemi a ripetervi i lunghi fremiti della
    mia travagliata giovinezza….

    Ormai l'Italia è libera. Fremere in libero paese sarebbe
    un'eccentricità di pessimo gusto.

* * *

Una circostanza che mi preme accennarvi è questa—che nella primissima notte di libertà—al momento in cui la mia testa si cullava dolcemente sul guanciale e le mie gambe nuotavano voluttuosamente fra le coltri colla improvvida sicurezza di chi si sente emancipato da ogni tirannia—un grido…. molte grida… un frastuono di voci echeggiò nella strada….

Era un drappello di liberi cittadini, composto per la più parte di monelli e di beceri….—un nobile frammento d'Italia libera,.- che inaugurava sotto le mie finestre quell'avventuroso sistema di liberalismo al quale io vo debitore di una epatite insanabile e di cento altri malanni.

* * *

Si gridava a squarciagola: fuori i lumi!

    Il palazzo di un ex-consigliere aulico, che sorgeva di fronte alla mia
    casa, zampillava di fuoco….

    Nella via non rimanevano che tre sole finestre opache—tre finestre
    serrate sdegnosamente dalle griglie….

    E quelle tre finestre—obbrobrio e sventura!—rispondevano al mio
    appartamento.

* * *

Fuori i lumi! fuori i lumi!! fuori i lumi!!!

Dapprima erano grida—poi divennero ululati—da ultimo furono…. sassate.

Sassate!—Si scagliavano sassate contro le griglie di un libero cittadino, perchè questo libero cittadino in quella prima notte di liberali entusiasmi, si trovava per avventura sprovveduto di candele!

All'indomani, potete immaginare se io mi affrettai a procacciarmi, per qualunque prezzo, delle materie infiammabili.—E siccome nei primi cinque mesi di libertà, ai liberi cittadini di Milano vennero imposte, sotto comminatoria di lapidazione o di saccheggio, non meno di sessanta luminarie; così io—per queste dimostrazioni spontanee di liberalismo—venni a consumare circa sessanta pacchi di steariche e ad aggravare le mie passività economiche di un debito complessivo di oltre lire cento.

* * *

    Non importa—dissi al droghiere, riponendo la nota nel
    portafogli—siamo liberi….

    E ciò detto, uscii di casa e me ne andai a passeggiare sulla
    corsia….

Era una giornata di bel tempo—e la schiuma dei liberali—tutta gente di aspetto simpatico e di modi garbatissimi—si era schierata in processione e moveva non so a qual meta, traendosi dietro, sur una barella, il busto del generale Garibaldi.

—Viva! Morte! Viva!

—Abbasso!—Viva!—Morte!…

Strinsi la schiena al muro—mi rizzai sulla punta de' piedi.—La folla era tanto compatta, che il libero esercizio delle braccia mi era interdetto,… Gran mercè che in quel travaso di liberalismo popolare mi fosse permesso di respirare tratto tratto….

Al momento in cui il busto dell'eroe mi passò dappresso portato sulle spalle da quattro brentatori, io non potei dominare il mio entusiasmo—Viva Garibaldi! viva l'Italia libera!—gridai a tutta gola….

E in quell'istante medesimo, la libera mano di un libero cittadino menò sulla libera cupola del mio cilindro un colpo sì liberale—che io n'ebbi la vertigine e dubitai di…. esser morto.

—Vi è mai accaduto di credervi morto?

* * *

Cos'era stato?…

Lo seppi mezz'ora più tardi—allorquando un amabile farmacista, nella cui bottega mi ero ricoverato per medicarmi le contusioni del naso, ebbe a dirmi con molte circonlocuzioni che in ogni modo io aveva commesso una grave imprudenza.

—Tenere il cappello in testa dinanzi al grande capitano della libertà! dinanzi a colui, il quale è, per così dire, l'incarnazione della idea liberale-umanitaria!…

—Ma le mie mani…. ve lo giuro…. in quel momento non erano libere…. Tanto è vero….

—Il popolo non può ammettere tali scuse—rispose il farmacista col suo tono più cattedratico—e siccome le mani del popolo sono sempre libere…. così non dovete meravigliarvi se queste vi hanno ricordato molto opportunamente che in libero paese a tutti incombe l'obbligo di rispettare la libertà e chi la rappresenta….

* * *

Le teorie di quel libero farmacista mi parvero oscure; ma qualche cosa mi aiutava a chiarirle—il sovvenire del formidabile pugno in virtù del quale la cappa del mio cilindro era rimasta per alcuni minuti impiombata alle mie orecchie.

Divenni mutolo e pensoso…. La parola libertà mi si affacciava notte e giorno allo spirito come un problema insolubile. E ritornando col pensiero ai tempi della schiavitù, io non poteva trattenermi dall'esclamare con accento sconfortato: «Eppure, a quell'epoca, nessuno ha mai lanciato dei sassi contro le mie griglie—nessuno si è mai preso l'arbitrio di sfondarmi il cappello con un pugno….»

Queste riflessioni mi conducevano mio malgrado ad un nefando parallelo fra il così detto sole della libertà e la così detta ombra delle forche….

* * *

Una mattina (credo fosse domenica) esco di casa coll'anima alquanto rassicurata…. Getto uno sguardo sul cappello dei passanti, e veggo—strana sorpresa!—che a tutti i cappelli era affisso un cartellino stampato….

Che vorrà dire?…

    Si indovina tosto—la scritta è abbastanza visibile: Roma o
    morte.

    —Tutta gente che ha voglia di andar a Roma?… tutta gente che ha
    voglia di morire?

Se tutti vanno a Roma—meno male—spedizione sicura—pensava io.

Se tutti muoiono—quale disastro!

In ogni modo, il cartellino mi sapeva di buffonata—io rideva sotto baffi—nè mi avvedeva—sconsigliato od ingenuo—che cento occhi di liberi cittadini mi saettavano di sbieco.

E ditemi un po' se non c'era da ridere ed anche da ghignare, all'occasione!

Si vedevano, sotto l'enfatica iscrizione, luciccare sinistramente dei cappelli bernoccoluti, coll'ali contorte e bisunte—Tratto tratto, da quei cappelli sporgevano gli zigomatici di una spia, fatti lividi dal digiuno e dall'ira.

Ed ecco appunto una spia—figura da patibolo—sbarrarmi il cammino presso la svolta di una strada—e gridare, additandomi alla folla: morte al reazionario!… è tempo di finirla con questa canaglia!…

Che fare?.- Chinare il capo ai decreti della libertà e affiggere il cartellino buffonesco….

* * *

Fortunatamente quel cartellino non ebbe serie conseguenze—io non andai a Roma e…. sono ancor vivo.—Degli altri che lo portavano in quel giorno ignoro cosa sia avvenuto….Erano centomila all'incirca nella sola città di Milano—ed è probabile che qualcuno sia morto.

* * *

    Ho narrato i primi episodi! di una triste Odissea—e vi fo grazia del
    resto, che sarebbe monotono….

    Sono oramai dieci anni che il sole della libertà illumina di giorno e
    di notte—(di notte più che di giorno)—le nostre belle contrade.

    E la storia di questi dieci anni mi ha indotto nell'animo un mostruoso
    convincimento, del quale non amo discorrere.

* * *

L'altro dì—al momento in cui mi levavo il cappello per salutare una gentile signorina—un libero fumatore del terzo piano mi lanciò sulla fronte scoperta il superfluo della sua salivazione.

—La si accomodi pure, libero cittadino! anzi…. la mi scusi tanto.

Il fumatore, ripresa tra i labbri la pipa, mi guardava dall'alto in basso nell'attitudine calma e serena di chi abbia esercitato uno de' suoi diritti più naturali e legittimi.

Copriamoci per bene la faccia—turiamoci le narici—e in guardia dove si mettono i piedi!—La libertà è in continuo progresso; essa potrebbe piovere dalle finestre sotto forme svariatissime.

* * *

Frattanto—i liberi studenti fanno sciopero all'epoca degli esami….

I liberi scrittori si vanno emancipando dalla grammatica.

I liberi industriali cercano sottrarsi al dispotismo della Banca fabbricando dei biglietti falsi….

I liberi impiegati trafugano le carte degli uffizî.

I liberi cassieri viaggiano all'estero col superfluo dei fondi pubblici….

Le idee liberali marciano di galoppo.

* * *

Persona assai pratica di tali materie mi affermava, giorni sono, che l'Italia non ha goduto infino ad oggi che una mezza libertà…. La libertà vera, la libertà completa, l'avremo dall'oggi al domani, quando i progressisti si metteranno per davvero a fabbricarcela.

In seguito a tale avviso ho preparato i miei bagagli….

—Tante grazie della libertà intera!

La volete? vi cedo anche la mia porzione di mezza libertà che ho goduta fin qui.—Divertitevi, se potete!…

[3] Una strana foggia di poesia si è introdotta e ha preso voga in Italia per iniziativa di due o tre scrittori di ingegno, i quali, per voler essere nuovi ad ogni costo, spesso riuscirono stravaganti e grotteschi. Detti scrittori furono, come avvien sempre, imitati nei difetti—e in questo caso le brutte copie screditarono gli originali.

[4] Assurda sentenza. Il Lessona ha pubblicato con tal titolo un volume interessante; ma non basterebbe una grossa biblioteca per raccogliere le compassionevoli istorie di quei milioni di martiri che vollero con fede, con costanza, con lacrimevoli sacrifizii; e mai non riuscirono ai loro intenti.