WeRead Powered by ReaderPub
Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'Impero Romano cover

Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'Impero Romano

Chapter 4: I.
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

L'opera analizza l'organizzazione, l'estensione e l'influenza dell'istruzione pubblica nell'età imperiale romana, mettendo in rilievo l'ingerenza del potere centrale nella creazione di un sistema educativo statale, la diffusione delle scuole nelle province e le differenze rispetto all'istruzione greca. Discute fonti e problemi metodologici, distingue tra formazione intellettuale ed educazione morale, esamina limiti e varianti locali dell'insegnamento e delimita quali istituti rientrano nel concetto generale di istruzione pubblica, tralasciando per scelta gli istituti professionali e speciali che richiederebbero trattazioni separate.

CAPITOLO I. Gli Imperatori di casa Giulio-Claudia e l’istruzione nell’Impero Romano.
(30 a. C.-68 d. C.)

I. La politica scolastica degli Imperatori di casa Giulio-Claudia. I privilegi di Augusto ai praeceptores. Una scuola di stato per la nuova aristocrazia imperiale. — II. Le biblioteche pubbliche augustee. — III. Il governo di Augusto e la custodia delle opere d’arte. — IV. Augusto e l’immunità dai carichi pubblici ai medici e ai docenti di medicina. — V. Augusto e la nuova educazione della gioventù. — VI. Contenuto religioso e morale di questa educazione. — VII. Augusto istituisce un ufficio di sovrintendenza generale su l’istruzione e l’educazione della gioventù romana. — VIII. Augusto e l’istruzione pubblica nelle provincie; la biblioteca del Sebasteum; l’amministrazione e la direzione del Museo alessandrino. — IX. L’istruzione pubblica e il governo centrale da Augusto a Nerone. Caligola e i concorsi di eloquenza. Il Museum Claudium. — X. La corte e la sua influenza sulla nuova aristocrazia. I concorsi di eloquenza istituiti da Nerone e l’incremento degli studi di retorica. Il governo di Nerone e gli studi di filosofia. — XI. Le immunità agli insegnanti datano probabilmente da Nerone. — XII. Rassegna e ampiezza di queste immunità. — XIII. Casi di immunità speciali a favore degli insegnanti primarii. — XIV. Nerone e l’ellenizzarsi dell’educazione fisica in Roma. — XV. Nerone e l’incremento dell’istruzione musicale. — XVI. I successori di Augusto e le organizzazioni giovanili a Roma e in Italia. — XVII. Nerone ricompone le biblioteche perite nell’incendio del 64. — XVIII. Gli Imperatori di casa Giulio-Claudia e gli studi di giurisprudenza. — XIX. Il nuovo regime e l’istruzione pubblica.

I.

Ebbero, e praticarono, gl’imperatori della casa Giulio-Claudia quella che oggi si direbbe una politica scolastica loro propria? Chi scorra, anche con diligenza, le trattazioni esistenti sulla storia dell’istruzione e dell’educazione nel mondo romano non può non rispondere negativamente. Il governo di quegli imperatori sembra rimanere estraneo a tutta l’operosità ufficiale svoltasi in questo campo durante il primo secolo di C. Eppure, è ben difficile dire se altre dinastie abbiano, nello svolgimento dell’istruzione e dell’educazione nazionale, esercitato un’influenza pari a quella dei Giulio-Claudii, come è altrettanto difficile indicare i principi romani, che ne abbiano, in maniera egualmente larga, affrontato il non agevole problema.

Fra essi, al posto di onore, va, come era prevedibile, collocato Augusto. Tre sono i provvedimenti, che di lui si sogliono ricordare, e che, direttamente e indirettamente, si connettono alle cure dell’istruzione pubblica: 1) un privilegio concesso ai docenti nell’occasione di una grande carestia; 2) l’istituzione di una scuola pei principi; 3) l’istituzione di pubbliche biblioteche.

Augusto continuò il concetto e la politica di Cesare. Per lui, come per il suo grande predecessore, i maestri delle scuole elementari, medie e superiori, erano, nella vita dello stato, non quantità ingombranti, ma elementi di forza e di benessere sociale. Così, nell’occasione di una grande carestia in Roma, probabilmente quella del 10 di C., egli fu costretto a ordinare lo sfratto di tutte le ciurme di schiavi trasportati a Roma per la vendita, di tutte le bande di gladiatori, persone, come si vede, destinate a uffici, o esercenti mestieri, dei cui vantaggi il pubblico romano nè soleva, nè sapeva, privarsi. Il decreto di sfratto fu esteso a buona parte degli schiavi addetti ai servizii domestici e pubblici in Roma — si voleva, pare, diminuire ad ogni costo il numero delle bocche — nonchè a tutti i forestieri. Chi ha un’idea di quello che sogliono essere le città capitali, specie se città cosmopolite, può formarsi una lontana idea degli effetti di quest’ultima parte del decreto imperiale. Chè Roma non era soltanto una capitale; era, in quel tempo, la capitale del mondo, era l’universal porto di mare, era la città, che, come si esprimevano i suoi poeti, sarebbe cessata di vivere, se gli stranieri non l’avessero colmata di loro stessi[5]. Privarla di tutti i forestieri era lo stesso che mutilarla di una parte viva del suo organismo. Tra quei forestieri numerosissimi erano i greci, anzi gli abitatori di tutto il mondo ellenizzato, e, quindi, i pedagoghi, i litteratores, i grammatici, i rhetores[6]. Con la loro espulsione Roma sarebbe rimasta priva di una buona metà di coloro che v’impartivano l’istruzione. E due sole eccezioni Augusto fece: l’una per i praeceptores,[7] l’altra per i medici, maestri anch’essi, come vedremo;[8] e il privilegio accordato significò che, per il primo degli imperatori romani, ridurre al popolo il pane della scienza era più dannoso del lasciarne ridurre il pane quotidiano.

Di Augusto — dicemmo — si rammenta altresì l’istituzione di una scuola pei principi. Svetonio, esponendo la biografia del grammatico Verrio Flacco, narra che, «scelto da Augusto quale precettore ai suoi nipoti, egli passò nel palazzo imperiale con tutta la sua scuola ma con l’impegno di non ammettervi più alcun altro discepolo. Ivi egli fece lezione nell’atrio della domus Catilinae, che era allora una parte del palazzo imperiale, con lo stipendio annuo di 100,000 sesterzi»[9]. (L. 25,000 circa).

Qualche storico[10] ha raccostato tale fatto al provvedimento dell’imperatore Vespasiano, di cui avremo a suo tempo ad occuparci, pel quale taluni dei retori greci e latini furono stipendiati a spese pubbliche.[11] Evidentissimamente, il paragone non regge: i due atti sono di natura essenzialmente diversa. Vespasiano, col suo provvedimento, metterà a disposizione del pubblico dei buoni maestri, reggenti scuole pubbliche, e porrà, accanto alle altre, una scuola di paragone, di cui toccava allo stato scegliere gl’insegnanti. Augusto invece confiscava a beneficio di una ristretta classe di persone una scuola aperta per l’innanzi al pubblico. E il suo tentativo, se a qualcosa, accenna, non già all’avocazione della scuola allo stato, bensì al regime della istruzione domestica.

Ma senza dubbio una scuola esclusivamente domestica la sua non fu. I cittadini e i residenti in Roma mandavano i loro figliuoli ad istituti di vario merito e di vario nome. È quello che accade in ogni tempo per le scuole rette da privati. Ogni cittadino sceglie il maestro più consono al suo modo di vedere in fatto di questioni morali, politiche, didattiche, e più acconcio alle proprie risorse economiche. Ogni classe sociale ha quindi gli istituti privati, in cui preferisce mandare i suoi figli. La scuola di Verrio Flacco dovette essere quella dell’aristocrazia romana. Augusto vi mandò i suoi nipoti, e ne chiuse l’accesso ad elementi estranei, e stipendiò, a compenso dei danni eventuali, nonchè a garanzia propria, il maestro. Egli alimentò così la scuola della nuova aristocrazia romana imperiale.

Ma fece anche di più: «educò ed istruì, insieme con i propri, i figliuoli di molti principi alleati di Roma»[12].

Egli dunque, mentre da un lato alimentava una scuola per l’aristocrazia romana, dall’altro voleva che quella scuola fosse un corso speciale per l’istruzione dei principi romani e di quelli, che con Roma vivevano (ed egli desiderava vivessero) in rapporti amichevoli. Per tal via la scuola di Verrio Flacco assumeva un chiaro intendimento politico, Augusto mirava a consolidare e a conquistare, con la voluta somiglianza dei costumi e dell’indirizzo educativo, con l’intimità dei rapporti personali, i buoni rapporti internazionali dello Stato romano. L’opera saggia, ma di un carattere affatto diverso da quella che inizierà Vespasiano, è dunque, sopra tutto, un’opera personale di Augusto. E onere suo personale fu con certezza lo stipendio fornito a Verrio Flacco, che non gravava sul bilancio dello Stato, bensì sulla cassa privata del principe. Questo particolare però non deve avere l’importanza, che potrebbero farvi attribuire analogie contemporanee. È notorio: nell’impero romano i confini tra la cassa privata dell’imperatore e il bilancio dello Stato, fra le attribuzioni personali dell’imperatore e quello del governo centrale, furono sempre assai incerti, e le istituzioni ed erogazioni del principe potevano bene — nel loro valore politico — apparire — od essere — un atto dello Stato, come ogni pubblica iniziativa assurgere — nel suo merito — a iniziativa personale dell’imperatore.

II.

Più notevole, nei rapporti con l’istruzione pubblica, si fu l’istituzione di pubbliche biblioteche. Questo era stato uno dei propositi migliori di Giulio Cesare;[13] uno dei tanti, che il pugnale dei congiurati aveva spezzato con la sua vita.

In sui primi anni dell’êra cristiana, l’idea veniva ripresa da un privato cittadino, C. Asinio Pollione, e da lui attuata con l’apertura al pubblico di una biblioteca greco-latina[14]. Augusto collaborò da par suo all’opera di Pollione.

La prima biblioteca augustea fu la Palatina, fondata nel 28 a. C. nel luogo stesso, in cui la casa di Augusto era stata colpita dal fulmine, perchè ivi — gli aruspici avevano spiegato — Apollo reclamava l’erezione di un suo tempio. E sorse il tempio, e, col tempio, un portico, nonchè una biblioteca greco-latina[15].

La seconda biblioteca, fondata da Augusto, fu l’Ottaviana (25 a. C.)[16]. L’incarico di ordinarla venne affidato al grammatico Caio Melisso[17], un personaggio del circolo di Mecenate; e come la precedente, anzi, come tutte le biblioteche del tempo, essa ebbe al solito due sezioni: una greca e una latina.

Quanto al mantenimento e al personale delle due biblioteche, noi non possediamo nessuna precisa notizia dell’età di Augusto, o almeno nessuna, riferibile a questo tempo. Ma, dall’analogia dei decenni più prossimi, possiamo trarre la conclusione che il personale, almeno nei gradi più elevati, fu allora, per la Palatina, reclutato tra gli ufficiali della casa e gli addetti alla cancelleria del principe, e che il mantenimento gravò sul fiscus imperiale[18]. Quanto alla Ottaviana, in epoca impossibile a determinare, noi troviamo codesto istituto di proprietà municipale[19]. Se quindi essa venne fondata dall’imperatore appositamente per il municipio di Roma, il personale e il suo mantenimento dovettero, fin da Augusto, gravare solo sull’aerarium cittadino, senza che la cassa speciale del principe si addossasse altre spese all’infuori di quelle della fondazione. Se invece tale trapasso avvenne in età più tarda, la sua sorte, durante il regno di Augusto, dovette essere identica a quella della Palatina e perciò la biblioteca dipendere direttamente dal governo centrale. Come che sia, anche a proposito delle biblioteche di Augusto, ha pieno valore il rilievo, che credemmo opportuno fare discorrendo della scuola dei principi. In questi primi albori del governo imperiale, noi non riesciamo a distinguere esattamente quanto merito spetti alla persona dell’imperatore, quanto alle iniziative del governo, quali e quanti carichi si addossi il primo, quali e quanti tocchino al secondo. Ma noi dobbiamo, egualmente, soggiungere quello che allora dicevamo. «Nell’impero romano, i limiti fra la cassa privata dell’imperatore e il bilancio dello Stato, fra le attribuzioni personali dell’imperatore e quelle del governo centrale, furono sempre assai incerti, e ogni istituzione od erogazione del principe poteva bene — nel suo valore politico — apparire, od essere, un atto dello Stato, così come ogni pubblica iniziativa assurgere — nel suo merito — a iniziativa personale dell’imperatore». E questo criterio, a motivo della natura del servizio, cui ora più specialmente ci riferiamo, va affermato con maggiore intenzione di quello che nel precedente paragrafo non facemmo.

III.

Come per la fondazione delle prime pubbliche biblioteche, il governo di Augusto va segnalato per la inaugurazione dei primi Musei e delle prime pubbliche Pinacoteche.

L’amore e la ricerca delle opere d’arte datava in Roma da molti anni, e fin da Cesare noi notiamo quella che sarà la caratteristica dell’impero: la trasformazione dei templi da luoghi di religione in luoghi effettivamente destinati al pubblico culto dell’arte, i cui monumenti vi si potessero da chiunque conoscere ed ammirare[20]. Ma quivi, come nei luoghi pubblici, non si accoglieva, almeno per ora, che una piccola parte di tutto ciò che l’aristocrazia romana era andata acquistando, o depredando, in Grecia ed in Oriente. La maggiore rimaneva ancora nelle case dei privati, che vi destinavano gallerie apposite, loro dominio e loro geloso godimento. Era chiaro come tutto ciò fosse in contrasto col desiderio delle classi popolari e con gli intendimenti di un governo, che voleva essere democratico. E colui che raccolse il pensiero dei più, il pensiero del governo, e lo espresse pubblicamente all’aristocrazia romana, fu M. Vipsanio Agrippa.

A grippa, sebbene Plinio lo dica uomo, per cui la vita rude riusciva preferibile alla trionfante mollezza del suo secolo,[21] fu uno dei più squisiti amatori delle belle arti, che vanti la storia del mondo civile. Di capolavori artistici ne acquistò molti in Oriente; alla sua edilità si deve la ricostruzione di gran parte di Roma, ch’egli aveva trovato di mattoni e lasciava di marmo. Il suo amore per l’abbellimento edilizio ed artistico non si limitò alla capitale, ma si prodigò anche a favore di altri municipii italici e provinciali[22]. Ed egli, in Roma, non sappiamo in quale occasione della sua fervida attività politica, forse nella circostanza della inaugurazione del Pantheon,[23] pronunziò un discorso, col quale esortava vivamente l’aristocrazia ad aprire al pubblico i proprii musei e le proprie pinacoteche[24].

Noi non sappiamo quanti accogliessero la esortazione, che egli lanciava, non tanto come suo pensiero personale, quanto come pensiero del governo. Sappiamo però di certo che l’accolse colui che già era stato il fondatore della prima pubblica biblioteca in Roma, C. Asinio Pollione, e che ora aperse egualmente al pubblico la sua galleria ed il suo museo[25].

Ma l’esortazione imperiale, che fu tanto efficace da scuotere uno dei più irosi repubblicani del tempo, dovette venire assai più diligentemente raccolta, e meditata, dalla aristocrazia di recente formazione, devota al nuovo regime, e così pedissequa imitatrice, come instancabile ricercatrice, di ogni desiderio che accennasse dall’alto. Sopra tutto è presumibile, anche in mancanza di notizie positive e specifiche, che la pubblicità fosse subito data alle opere d’arte contenute nei musei e nelle pinacoteche imperiali.

Come dunque delle private collezioni di libri greci e latini, così il governo di Augusto è da presumersi autore diretto, e indiretto, della prima esposizione al pubblico delle principali opere d’arte, che sino a quell’ora i felici della capitale del mondo serbavano gelosamente custodite al proprio esclusivo godimento spirituale. Da quest’inizio si svolgerà il piccolo nucleo dell’amministrazione delle belle arti in Roma, che, come vedremo, sarà uno dei meriti della politica degli imperatori del II. secolo dell’êra volgare.

IV.

Ma un atto di Augusto, che sarà il primo anello di una lunga tradizione, un atto che avrà tangibili effetti immediati, non suole essere minimamente ricordato dagli storici dell’istruzione pubblica. Nel 23 a. C. Augusto, guarito da grave malattia, faceva conferire, dal senato, una piena immunità da ogni carico pubblico al medico orientale, che l’aveva salvato e ai suoi colleghi di professione, nè solo ai viventi, ma eziandio ai futuri[26].

Già vedemmo di un privilegio concesso ai medici in occasione della carestia del 10 di C. L’una e l’altra concessione hanno per noi un’importanza notevolissima, in quanto che esse non andavano soltanto a favorire l’esercizio materiale della professione, ma eziandio l’insegnamento medico, creatore a sua volta di nuovi professionisti. Di che, a parte la naturalezza della cosa, abbiamo la esplicita riprova in talune più tarde costituzioni degli imperatori di questo e dei due secoli successivi, nelle quali, ai medici, esentati dai carichi pubblici, si riconosce anche un ufficio insegnativo, ed essi, nella loro qualità di «magistri», vengono collocati accanto ai retori, ai grammatici ed ai filosofi[27].

Nel mondo greco ed orientale, infatti, fiorivano da secoli illustri scuole di medicina. Ne fiorivano ad Atene, a Cirene, ad Alessandria, in Asia Minore, nelle isole dell’Arcipelago, in Bodi, a Marsiglia, nella Magna Grecia, e in altri luoghi ancora[28]. Scuole private fiorivano anche in Roma, specie dopo la concessione della cittadinanza, appositamente largita da G. Cesare ai medici,[29] e quivi ognuno di essi aveva numerosi apprendisti, che egli, dietro onorario, istruiva e conduceva seco al letto dei malati[30]. E in Roma, insieme con l’insegnamento privato, i più famosi medici davano, in luoghi pubblici, conferenze, esperimenti, e si esponevano anche a discussioni, venendo con questa loro attività a costituire un vero e vivo focolare di istruzione medica[31].

A tutti costoro Augusto largiva la esenzione dagli oneri pubblici, e non soltanto alle loro persone, ma anche a quelle dei successori.[32] Si beneficava così, per la prima volta, tutto un genere di insegnamento professionale, ai cui seguaci, pel fatto solo di scegliere una determinata professione, che esentava da numerosi carichi, si veniva a concedere un utile materiale quotidiano[33]. Gli effetti della liberalità di Augusto li rileveremo tra qualche secolo. Il numero degli esercenti la medicina si sarà allora così moltiplicato da imporre una qualche restrizione delle godute liberalità.

Quali fossero intanto gli oneri, da cui i medici, sia nella loro qualità di esercenti che d’insegnanti, venivano, pel momento e per l’avvenire, esentati, noi specificheremo più innanzi, là dove la concessione largita diventerà comune ad altre categorie di «magistri», ed avrà assunto, progredendo, tratti più decisi.

V.

Ma la grande riforma, iniziata da Augusto nell’istruzione e nella educazione della gioventù, la riforma tutta sua, che da sola basta a fargli assegnare un posto eminente nella storia della civiltà italica, si svolge su altro terreno, con altri mezzi, ed è assai strano che gli storici dell’educazione e dell’istruzione nell’impero romano o non ne abbiano tenuto il conto che si doveva, o ne abbiano assolutamente taciuto. Intendo accennare alla prima organizzazione della gioventù italica in quelle associazioni, che saranno i collegia iuvenum romani e municipali.

Le fonti letterarie e storiche ci dànno con sufficiente ampiezza un’idea dei criterii, che, secondo Augusto, avrebbero dovuto informare l’educazione della nuova gioventù romana. Era il ritorno all’antico, all’esercizio fisico, alla vita militare, all’apprendimento e alla pratica della religione dei padri. Orazio, uno dei migliori interpreti del pensiero di Augusto e dei più efficaci diffonditori delle sue idee politico-sociali, cantava:

«Bisogna svellere i germi di ogni tendenza malvagia e temprare le infrollite menti a studii più aspri. I giovinetti inesperti non sanno stare a cavallo e han paura di esercitarsi alla caccia, troppo esperti invece, sia che si invitino al greco giuoco del paleo, sia a quello dei dadi vietati dalle leggi».[34] «Il giovinetto, ingagliardito dall’aspra milizia, apprenda invece a tollerare lietamente l’austera povertà, e, cavaliere temuto, tormenti coi colpi della sua lancia i Parti, e viva sotto l’aperto cielo, nell’ansietà dei cimenti»[35].

Dione Cassio, in una, storicamente famosa, allocuzione ad Augusto, ch’egli mette in bocca a Mecenate, ripete fedelmente, sebbene più prosaicamente: «Che i fanciulli dell’ordine senatorio ed equestre frequentino le scuole, e, appena divenuti adolescenti, apprendano a cavalcare e si addestrino nelle armi, avendo all’uopo maestri stipendiati dallo Stato per l’uno e per l’altro insegnamento[36]. Così essi, sin da fanciulli, saranno atti a sè e a ogni cosa, e capaci di fare quanto è necessario che facciano gli adulti, sia per averlo appreso che per averlo praticato»[37].

L’idea radiosa era nel pensiero e nel cuore di tutti i poeti civili del tempo, nel cuore degli amici e dei frequentatori del circolo di Augusto. Con quale compiacenza Virgilio non descrive le exercitationes e i ludi campestres della antica gioventù latina! «E già i giovani al termine della via vedevano le torri e le alte case dei Latini, e si accostavano al muro. Innanzi alla città, fanciulli e giovinetti si esercitavano a montare a cavallo, a reggere carri nell’arena, a tendere gli archi difficili, a vibrare dardi, e si sfidavano alla corsa ed al getto».[38] «Siamo noi una gente vigorosa fin dalla nascita. Noi portiamo ai fiumi i fanciulli appena nati e li tempriamo nelle acque gelide. I fanciulli frequentano le cacce e percorrono le selve; è loro giuoco domare i cavalli e tendere le saette su l’arco corneo. I giovani poi, tolleranti della fatica e contenti di un parco vitto, o lavorano il suolo, o battono in guerra le fortezze. Ogni età si esercita nelle armi, e l’asta rovesciata è il pungolo pei nostri giovenchi»[39].

E con quale compiacenza, a vieppiù esaltarli, non vi contrapponeva egli i costumi e la vita del mondo greco-orientale! Il mondo, in cui si vestono abiti tinti di croco e di porpora, ove la vita scorre tra gli ozii, i piaceri, le danze. Il mondo, in cui si portano turbanti intricati di nastri, e tuniche con maniche che impacciano; il mondo, ove non si conosce che il frastuono dei timpani e delle bifori tube di Cibele![40]. Oh, strappare la gioventù, e non la sola gioventù romana, alla perdizione, cui la guidavano gli invadenti costumi greco-orientali, ricondurla all’antico, e renderla gagliarda e sana di corpo e di spirito, gagliarda come l’antico figliuolo del suo progenitore,[41] infonderle il sentimento del dovere, della sua partecipazione alla vita dello Stato, renderla capace e degna della difesa e della gloria della patria!

Così Augusto disciplinò in quadri ufficiali la gioventù romana, rinnovò la consuetudine dell’antica educazione fisica, creò e organizzò un’efebia italica. Egli, sulle orme del padre suo, richiamò a certa vita l’antico equestre lusus Troiae per i fanciulli[42] e i ludi sevirales per i tirones, i giovinetti dai quindici ai diciasette anni[43], che dovevano anche partecipare ad altri giuochi ginnastici, a corse di carri, a cacce di bestie feroci nel circo[44].

Così essi, ora, come ai begli anni della storia romana,[45] tornano — prima del servizio militare — a esercitarsi quotidianamente al campo di Marte, marciano, cavalcano, nuotano, lottano, s’addestrano nel maneggio delle armi, nel getto del disco, dei dardi[46]. E come gli efebi greci riconoscevano, suprema autorità, il cosmeta, così i nuovi efebi romani riconoscono, quale loro cosmeta, l’imperatore. Come, in Grecia, la vita, gli studii, gli esercizii ginnastici e militari degli efebi erano guidati dai παιδορίβαι, in Roma, i fanciulli e gli efebi hanno i loro maestri: i magistri dei lusus Troiae, i magistri iuventutis,[47] i seviri equitum. E come la gioventù di ogni città greca aveva avuto un magistrato onorario, l’ἅρχων ἐφήβων,[48] così tutta la iuventus romana ha, quale magistrato onorario, il princeps iuventutis, che di consueto è un membro della famiglia imperiale.[49]

VI.

Ma la nuova organizzazione della gioventù non doveva — dicemmo — essere solo una federazione ginnastica.

Augusto voleva animarla spiritualmente, gettarvi dentro un contenuto religioso. Augusto — è noto — fu un riformatore, anzi un restauratore, anche in religione. Augusto ricostruisce templi andati in dimenticanza, rimette sugli altari culti e riti obliati, ne introduce di nuovi, che più intimamente si legavano alla nuova vita sociale del tempo, palesando in tal guisa di volere, così, fare della religione un elemento integrante e vivo della società[50]. In primis venerare Deos! E il poeta, che così parlava, è quello stesso che meglio intuì, e propagò, i disegni di rigenerazione sociale di Augusto,[51] quello stesso, che ci diede, nel maggior poema epico latino, il più grande poema religioso della romanità[52].

Il tempio, sacro alla gioventù, del nuovo culto religioso; il tempio, in cui la religione non si insegnava; ma si viveva, si praticava, si respirava nell’aria, come nell’opera, dovevano essere le nuove associazioni giovanili. Augusto aveva ristabilito il culto delle antiche divinità latine, e i collegi giovanili municipali avranno, nel loro seno, speciali sacerdotes,[53] e si intitoleranno ad Ercole, Giove, Giunone, Diana, Marte, Minerva, all’Onore, alla Virtù, divinità, che in sè recano tutto lo spirito militare e arcaicizzante delle riforme di Augusto. «Già — aveva cantato il coro dei giovani e delle giovinette nel Carme secolare di Orazio — «già ritornano la Fede, la Pace e l’Onore e il Pudore antico e la negletta Virtù e l’Abbondanza beata col pieno corno. L’Augure Apollo» «sospinge la potenza di Roma e il Lazio felice verso un’altra età sempre migliore. Diana, che tiene l’Aventino e l’Algido, cura le preghiere dei Quindecemviri e ascolta benigna i voti dei fanciulli. Noi, esperti nel celebrare le lodi di Febo e di Diana, sentiamo che questo è il pensiero di Giove e di tutti gli Dei»[54].

La partecipazione di quei giovinetti e di quelle fanciulle a quella festa pubblica ed ufficiale, come, nel 2 a. C., all’altra per la grande ricorrenza della ricostruzione del tempio a Marte Ultore,[55] non era circostanza trascurabile; era invece un punto del programma sociale di Augusto.

Così le nuove associazioni giovanili sono eziandio — e in Roma e fuori — associazioni con carattere religioso. Esse offrono corone agli Dei, celebrano feste pubbliche, partecipano, in tutta la pompa della loro giovinezza, alle processioni religiose e ai pubblici spettacoli in onore degli Dei, protettori della patria e della vita civile. Così, nel pensiero di Augusto, la spirituale rinnovazione religiosa e la nuova educazione fisica andavano legate ad un alto intendimento morale e sociale. Così Augusto intendeva rifare lo spirito, i costumi, le tendenze delle future generazioni italiche.

L’opera del primo imperatore della casa Giulia si limitò a Roma, o si esercitò anche in altri municipii italici, per lo meno nei municipi limitrofi del Lazio, nella cui vita interna egli aveva, altre volte, esercitato un’azione diretta?

Noi non possediamo di ciò alcuna prova positiva, ma tutto induce a pensare che così sia stato, che cioè, conforme al suo piano, Augusto abbia creato, o ricreato a nuova vita, altre associazioni giovanili municipali. Dati i suoi scopi di rinnovamento fisico, militare e morale dell’Italia; data la natura delle molteplici associazioni giovanili italiche del I. secolo di C., di nessuna delle quali tuttavia riesce possibile rintracciare la precisa cronologia dell’origine, noi sentiamo che egli non poteva (e non dovette!) limitarsi a influire sull’aristocrazia romana,[56] come a questa, del resto, non si limitarono, animati da assai più tepidi spiriti, i successori. Per tal guisa l’organizzazione ed i nuovi compiti assegnati alla gioventù italica furono la grande scuola nazionale suscitata da Augusto, da germi forse esistenti, con le aggiunte e le correzioni, che suggerivano al suo pensiero l’esempio di altri paesi o le esigenze della vita nuova circostante. E i primi gloriosi secoli della storia militare dell’impero romano saranno una delle maggiori fra le sue benemerenze.

VII.

Ad Augusto medesimo deve risalire la creazione di un nuovo ufficio a corte, il cui reggente avesse l’alta sorveglianza della educazione della gioventù, nonchè della istruzione pubblica in Roma, tenesse l’imperatore al corrente delle vicende dell’una e dell’altra, e gli fornisse all’uopo consigli e suggerimenti.

Gli elementi di fatto, che ci inducono in tale opinione, sono parecchi. Nella immaginaria allocuzione ad Augusto, che Dione Cassio mette in bocca a Mecenate, quest’ultimo esorta il principe a creare un magistrato, tratto dal più eccelso ordine sociale romano, e destinato a sorvegliare le famiglie, l’uso ch’esse facevano delle proprie sostanze, i costumi dell’aristocrazia romana — senatori e cavalieri, uomini e donne, adulti e fanciulli — sulla quale egli avrebbe esercitato un diretto controllo morale, come di tutto avrebbe riferito al monarca[57]. Un magistrato, fornito di codeste competenze, esisteva di fatto nel III. secolo di C., giacchè noi sappiamo che l’imperatore Eliogabalo aveva, al suo posto, nominato un istrione[58]. Ma i critici del passo di Dione sono corsi troppo oltre il segno, supponendo che il subcensore, l’ὑποτιμητὴς tratteggiato da Mecenate, fosse soltanto l’ingenua anticipazione di una carica del secolo III., e nell’identificare quel personaggio con un altro ufficiale romano di quell’età, l’a censibus.

Viceversa, dal regno di Claudio fino a mezzo circa il secolo IV., noi possediamo tutta una lunga serie di epigrafi, le quali ci dànno l’indicazione precisa di un nuovo funzionario del gabinetto imperiale, l’a studiis, il quale, dapprima semplice liberto, andrà poco a poco accrescendo e l’importanza del suo ufficio e il grado sociale fino a che, nel II. secolo, la sua carica sarà costantemente occupata da un cavaliere[59], tale e quale, secondo Dione Cassio (e sarà stata questa l’unica sua prolepsi) l’avrebbe voluto Mecenate.

Ma ciò, che forse ha impedito agli studiosi di rettamente interpretare Dione e di assegnare ad Augusto l’iniziativa che gli spettava, è stata la grande incertezza, in cui essi sono rimasti circa le competenze dell’a studiis, le cui attribuzioni non ci sono mai, da nessun genere di informazioni, direttamente definite, incertezza, la quale ha fatto sì che intorno alla natura loro moltiplicassero le ipotesi più diverse.[60]

Se non che, a parte il fatto suggestivo che l’a studiis è, sotto i migliori imperatori, un dotto e, con preferenza, un dirigente grandi istituti di studio, come le biblioteche romane e il Museo Alessandrino[61], un’epigrafe ostiense del II. secolo ci porge la traduzione greca, anzi una esegesi in greco del nome dell’ufficio, e questo è ivi illustrato come una sovrintendenza sull’istruzione e sulla educazione, forse in tutto l’impero, forse nella sola Roma. Infatti, ivi, Giulio Vestino, a studiis e a libellis di Adriano, è detto ἐπιστάτης ἐπί τῆς παιδείας Ἀδριάνου καὶ ἐπιστολεὺς τοῦ αὐτοῦ αὐτοκράτορος.[62]

La glossa è troppo eloquente perchè abbia ad essere trascurata, come fin’ora è stato fatto, ed essa ci pone in grado di fermare il nucleo principale delle attribuzioni dell’a studiis, che sono quelle precedentemente indicate. Un tale funzionario è dunque molto più degno di essere identificato con l’altro, della cui reale esistenza noi abbiamo un positivo accenno sotto Eliogabalo, di quel che non fosse l’a censibus. Ma sarebbe ancora un errore supporre che la sua carica dati solo dal regno dell’imperatore Claudio, sotto cui null’altro che una fortuita combinazione ci fornisce il primo indizio.

Da Augusto a Claudio invero nè l’amministrazione imperiale subì alcuna sensibile modificazione, nè le sorti della istruzione pubblica in Roma, o nell’impero, offrirono novità tali da reclamare un nuovo funzionario. Fino a Nerone, la tradizione augustea imperò sovrana su tutto il governo dei quasi sempre inetti successori col fascino di un’eredità intangibile, con l’autorità di un organismo giudicato perfetto e quindi inviolabile. Ma, come se questo non bastasse, chi ben guarda si accorge agevolmente che la carica dell’a studiis noi non la troviamo istituita da Claudio; la troviamo solo fornita di numeroso personale[63].

Non si era dunque agli inizi, e il merito di ciò spetta, come per tutto il resto del governo dei Giulio-Claudii, al primo loro grande predecessore, ad Ottaviano Augusto, che, fin dal suo tempo, largì allo Stato romano un ufficio consultivo e ispettivo, forse anche elementarmente direttivo, sulle cose della pubblica istruzione ed educazione in Roma, anzi, più precisamente — conforme ai limiti, entro cui egli operò le sue riforme — sulla educazione e sulla istruzione delle due classi della nobiltà romana del tempo: l’aristocrazia senatoria e l’aristocrazia equestre.

VIII.

Ma, nella sua molteplice operosità, Augusto — fatto veramente singolare, se si considera la politica di tutti gli imperatori fino al II. secolo — rivolse anche le sue cure alla istruzione pubblica nelle provincie. E la provincia privilegiata fu — lo si poteva in anticipazione giurare — quella, che maggiormente seppe conquistarsi le sollecitudini della sua imperiale amministrazione: l’Egitto.

Quivi egli trovava le arti e le lettere già onorate da due suoi predecessori, lo zio Giulio Cesare e il rivale Marco Antonio. Ed era previdibile, che, se l’esempio del primo avrebbe dovuto incoraggiarlo a continuarne l’opera, i grandi donativi del secondo alle pubbliche biblioteche di Alessandria dovevano costituire un amaro termine di paragone, che Augusto sarebbe stato tratto a voler offuscare e superare.

Perciò egli cominciò con l’allogare nel Sebasteum, il tempio, che, lui vivo, fu eretto al suo culto divino in Alessandria, una biblioteca meravigliosa,[64] rivale delle altre due esistenti nel Serapeum e nell’antico Museo alessandrino.

La biblioteca era ancora nella pienezza della sua magnificenza sotto Caligola, ma, dopo questo tempo, sembra che la sua ripercussione sulla vita intellettuale alessandrina sia, per motivi ignoti, andata divenendo scarsissima, e che il suo ricordo e la sua presenza siano stati ricacciati nell’ombra da un altro istituto rivale, il Museo.

Ma fu appunto al famoso Museo alessandrino, che accoglieva in sè la maggior gloria dell’antichità, che vennero rivolte le maggiori sollecitudini di Augusto, il quale ne dette per primo l’esempio a tutti i successori.

Che cosa si fosse il Museo non è agevole spiegare, date le associazioni mentali, di cui oggi possiamo disporre. Conteneva sale di anatomia, un osservatorio astronomico, giardini per acclimatazione di piante esotiche, parchi di animali di specie rare, una meravigliosa biblioteca, il tutto, sotto il patronato delle Muse, a cui vi era stato eretto un tempio apposito. E ivi lavoravano letterati, poeti, scienziati, eruditi, filosofi. Vi conducevano ricerche, isolatamente o in comune, discutevano, poetavano, componevano, tenevano, non si sa bene, se corsi ufficiali o liberi, per giovani e per giovanetti. Qualcosa dunque tra il tempio, l’accademia, l’università, il museo (secondo la moderna significazione di tale vocabolo), il laboratorio, il seminario filologico; in ogni caso, un istituto con proprio indirizzo, il quale nulla ha più oggi di simile, ma in cui lo studio e l’istruzione venivano praticati con l’antica indipendenza da ogni stereotipia burocratica.[65]

Il Museo era stato fondato dai primi due Tolomei, e, finchè questi vissero e governarono, la monarchia egiziana si era addossato il carico del suo mantenimento e della sua amministrazione, come quei sovrani, il diritto di nominarvi gli scienziati e i letterati, che avrebbero avuto a farne parte, ad esservi alloggiati e mantenuti, nonchè quello di mettervi a capo persona di loro nomina e di loro fiducia. I suoi locali si trovavano anzi nel cuore del Palazzo reale, e la politica dei Tolomei era stata così sottile da imporre, a quel massimo fra gl’istituti di cultura del regno, la sovrintendenza, non già di un dotto, ma di un uomo politico e straniero per giunta, un greco, come greci erano i dominatori[66].

Ma i mezzi indiretti di addomesticamento e di coercizione usati dai Tolomei non furono questi soltanto. L’inframmettenza del Re giunse talora fino a sospendere, e pei motivi più futili, lo stipendio dei dotti del Museo[67]. Gli è perciò che un poeta satirico chiamava il Museo, anche quando esso era nel suo periodo migliore, non il tempio, ma «la gabbia» o «la stia delle Muse,»[68] intendendo significare con questo che i costosi volatili, nudriti in quella reale uccelliera, non avevano precisamente agio di cantare in qualunque tono avessero voluto.

Se dunque la politica dei Tolomei non aveva imposto una filosofia, una storia e una poesia ufficiale, aveva fissato, per tutte queste discipline, dei limiti invalicabili, aveva reso loro necessaria una speciale tournure, che, nella storia della letteratura greca, ha ben una denominazione particolare, l’alessandrinismo, e quegl’illustri pensionati regi sarebbero stati male ispirati, ove si fossero accinti a dissertare sul miglior governo possibile, a discutere gli atti del sovrano, a scriverne la storia con imparzialità, a mettere in questione gli Dei e, più specialmente, quel culto dei sovrani, che mai forse i Greci erano riusciti a pigliare sul serio.[69].

Or bene, estinta la casa dei Tolomei, costituito l’Egitto in provincia romana, gl’imperatori del mondo avrebbero potuto interrompere le liberalità e la politica dei predecessori, avrebbero, come faranno i principi cristiani, nei riguardi di altri famosi istituti d’istruzione pubblica, potuto abbandonare alle sue sole risorse la vita del Museo, avrebbero magari, nella migliore ipotesi, potuto continuare automaticamente, svogliatamente, l’antica tradizione. Viceversa, Augusto volle che l’impero avesse per il Museo alessandrino le stesse cure della monarchia tolomaica. Egli ne addossò al pubblico tesoro il gravame del mantenimento, e, come i Tolomei, aggiunse la carica e il nome del sovrintendente del Museo al non breve elenco dei grandi funzionari imperiali. Anzi, quasi non gli bastasse la diretta influenza, che egli avrebbe potuto esercitare su quel funzionario, in un paese, ove il carattere della amministrazione imperiale fu sempre così strettamente personale, la sovrintendenza del Museo rimase uno dei pochi ufficii della provincia d’Egitto, del cui titolare l’imperatore volle riserbata a se stesso la nomina[70]. Una sola modificazione venne apportata dal nuovo governo, modificazione, che ci è, in modo positivo, testimoniata relativamente tardi,[71], ma che si deve presupporre datante da quei primi anni: a sovrintendente supremo del Museo non fu più scelto un greco, ma un romano.

Gl’intendimenti politici, che avevano guidato i Tolomei in quel campo della loro politica, continuano dunque ad ispirare adesso, con ugual metro, gl’imperatori romani, i quali appaiono consapevoli della gravità dei motivi, che li determinavano. Ed essi non ristanno dal far gravare sul più notevole centro della produzione intellettuale di quel tempo l’uggia di quell’invisibile trama di lacci d’oro, fatta di protezione scientifico-letteraria, ma in pari tempo di inquisizione politico-religiosa, che era stata così mirabilmente intessuta dai Tolomei.

IX.

Dal primo imperatore di casa Giulia, fino a Nerone, l’incuria del governo romano verso l’istruzione pubblica fu certamente assai grave. Anzi — fenomeno interessante poichè riguarda uomini differentissimi per indole, per attitudini politiche e per metodi di governo — dopo Augusto, la politica imperiale, nei rispetti della istruzione, tornerà a farsi valere soltanto con Nerone.

Dell’opera di Tiberio, noi abbiamo a ricordare soltanto l’istituzione di una terza biblioteca nel così detto Nuovo tempio di Augusto[72], giacchè l’elevamento al grado di senatore, avvenuto, durante il suo governo, di un maestro elementare, un semplice litterator, non fu certamente segno delle buone disposizioni dell’imperatore verso i rappresentanti la scuola primaria, ma soltanto del favore del suo ministro Seiano verso un disonesto[73].

Di Caligola si può ricordare il periodico concorso di eloquenza greca e latina, da lui istituito, verso il 39 o 40 di C., a Lione, e che vi si celebrava alla ricorrenza annua del concilium delle Gallie, intorno all’Ara, sacra al culto di Augusto, ed era periodica occasione di convegno dei retori di tutto il paese[74].

Forse più degna di nota, è, nella sua modestia, l’opera dell’imperatore Claudio.

Claudio fu solo tra gli imperatori romani a concepire un disegno, che arieggiasse alla lontana il pensiero dei remoti Tolomei nel fondare il Museo alessandrino. All’antico egli aggiunse un nuovo collegio di dotti, che installò in un secondo Museo, il quale dovette elevarsi nel quartiere, che si diceva di Rhacotis, o, come il Museo tolomaico, in quello del Bruchion — i soli occupati dai Cesari e dai loro luogotenenti — e che prese nome dal principe, che ne era stato il fondatore[75].

Sulle particolarità della nuova fondazione noi sappiamo assai poco, e assai poco, quindi, sui suoi rapporti di somiglianza e di differenza dalla precedente. Pare però che la prima origine debba ricercarsene nel seguente fatto.

Aveva Claudio scritto venti libri di storia degli Etruschi e otto di storia dei Cartaginesi. Or bene, la principale clausola, ch’egli impose ai membri del sodalizio beneficiario del nuovo Museo, fu la pubblica lettura annua, in giorni stabiliti, della sua duplice istoria. Ma questo compito non fu loro speciale, chè obbligo analogo Claudio impose ai loro colleghi dell’antico Museo alessandrino, sì che gli uni e gli altri avrebbero dovuto leggere, nei rispettivi locali, alternativamente e ad epoca fissa, i suoi 20 libri della Storia degli Etruschi e gli 8 della Storia dei Cartaginesi[76].

Tale originario intendimento si ricollega alla usanza delle letture pubbliche, assai diffusa in Roma in quel tempo, e, sotto tale aspetto, il Museo Claudio avrebbe potuto definirsi l’auditorium alessandrino delle recitazioni imperiali. Ma questa consuetudine, voluta da un principe romano in un istituto suscitato in mezzo ai dotti di Alessandria, conteneva il germe di una notevole innovazione. C’era anzi tutto, fin da ora, in Alessandria, un nuovo Museo e una scuola rivale dell’antica; poi l’eccitamento ad ambedue di occuparsi, ed in maniera speciale, di studi e di ricerche storiche. E di quale storia! La storia delle due più grandi nazioni dell’evo antico vinte e soggiogate da Roma; la storia dell’Etruria, madre di buona parte delle istituzioni primitive di Roma, e patria di una grande religione e di un’altrettanto grande civiltà; la storia di Cartagine, che tutto aveva colonizzato l’Occidente e dato vita a tanta parte della sua storia futura. L’Etruria e Cartagine riconducevano all’Oriente e alla Grecia. Le opere dunque, e le innovazioni di Claudio, aprivano il più vasto campo possibile alle investigazioni del passato e facevano, dei due Musei, due speciali seminarii di storia e di antichità classiche ed orientali. Era facile prevederlo: negli anni di poi, i dotti dell’uno e dell’altro non si sarebbero più limitati alla lettura in pubblico delle opere dell’imperatore, ma avrebbero intrapreso, in giorni determinati, la lettura di opere proprie, frutto di lungo e difficile lavoro.[77]

L’oscurità grande, che incombe sulle sorti future del Museo Claudio, non ci dà agio di determinare fino a qual segno le speranze del principe e dei suoi consiglieri siano state esaudite. Certo si è che un’indicazione, posteriore di ben due secoli, non solo ce lo mostra ancora in vita, ma già trasformato in sede di studio, in laboratorio letterario e filosofico, con apposita biblioteca, nel quale cioè i suoi dotti pensionati si occupavano di quegli studi misti di grammatica, di retorica e di filosofia, tanto in voga in quel tempo[78].

Se non a tutti, il Museo Claudio rispondeva dunque al fondamentale tra gli scopi dei Musei ellenici[79]. E appunto per questo non è piccolo il valore della sua fondazione, nuovo segno delle cure della politica imperiale verso l’istruzione pubblica nelle provincie.

X.

Ma per una di quelle apparenti anomalie, di cui anche l’impero romano dà esempio, assai più grande fu, sulla istruzione, sulla coltura, sulla educazione pubblica, l’influenza del governo del più matto e del più feroce tra gli imperatori, Nerone. Come sempre, nelle grandi monarchie assolute, così ora, ognuna delle molle della vita della nuova aristocrazia imperiale, sparsa per l’Italia e per le provincie, è retta dalle influenze della Corte e del principe. La Corte reagiva sui costumi e su tutto il tenore della vita sociale. Le idee, i gusti, le manie personali dell’imperatore, dei membri della sua famiglia, dei suoi favoriti divenivano per essa regola e legge. Essa si plasmava a immagine e somiglianza del principe,[80] e la propria sembianza mutava, senza esitazione e senza riserbo, a seconda delle mutazioni che in alto avvenivano. «Noi ci pieghiamo — scriverà Plinio nel suo Panegirico a Traiano — per qualunque verso il principe voglia; noi siamo in una parola i suoi imitatori. Noi vogliamo riuscirgli graditi; noi ne desideriamo l’approvazione, che si spererebbe invano, se se ne fosse diversi. E siamo giunti a tale continua e rispettosa imitazione, che quasi tutti viviamo secondo i costumi di un solo». «La vita del principe è una vera censura, una censura perpetua, che è la nostra regola e la nostra mèta»[81].

La severità dei costumi della aristocrazia italica e provinciale, dopo Vespasiano, è quindi un riflesso del nuovo regime della Corte imperiale.[82] Il buon mercato a Roma va e torna coll’andare e col tornare delle abitudini parsimoniose degli imperatori.[83] Come il Nazareno moltiplica i pani, così Marco Aurelio moltiplica i saggi e i filosofi.[84] I cibi favoriti dell’imperatore popolano le tavole dei ricchi, il sistema dei suoi medicinali invade e dispare con la sua vita, con le sue abitudini, col mutare anzi delle sue abitudini. I principi amanti della musica fanno i musicisti; i principi amanti delle lettere, i letterati; i principi amanti dell’agonistica, i ginnasti.

È chiaro perciò quale profonda influenza sulla coltura nazionale doveva esercitare un monarca come Nerone, che volle apparire, quale realmente non era, un intellettuale, e tanto amò di essere imitato.

Già fin da Augusto era penetrata nella sezione occidentale dell’impero la consuetudine, perfettamente greca, dei concorsi poetici, e noi, sotto quel primo imperatore, come sotto Claudio, ne troviamo istituiti, e celebrati, in Roma ed a Napoli.[85] Caligola — vedemmo — aggiunse, alle gare poetiche, dei concorsi di eloquenza. Nerone, conforme al carattere ellenizzante della parte più intellettuale della sua politica, non poteva dimenticare, nè dimenticò, questi ultimi, e uno dei punti del programma delle solenni Neronee, da lui istituite nel 60 di C., furono le gare oratorie, a cui egli non mancò di partecipare in persona.[86] Ma nè fu quella soltanto la pubblica esibizione, che, della propria valentia, Nerone fece in concorsi del genere,[87] nè altre solennità, celebrate sotto il suo regno, dovettero mancare di questa specie di concorsi tanto rispondenti alle personali velleità dell’imperatore[88].

Il fatto era stato straordinario, ma non meno inevitabile fu il contagio dell’esempio. A tali gare partecipò buona parte degli aristocratici del tempo[89]. Tutta l’attività, che i contemporanei della repubblica avevano svolta nel foro e nei comizi, fu adesso impiegata nello sforzo (ahi quanto spesso vano!) di conseguire la perfezione nell’arte oratoria, e torrenti di eloquenza sgorgarono dalle mille penne e dalle mille bocche degli aristocratici del tempo. E a Roma affluì nuova ingente copia di maestri e di dottori di retorica, e le scuole moltiplicarono, e l’incanto, che faceva ancora giudicare tale professione tra le più umili, fu rotto, e molti di bassa fortuna salirono al vertice della piramide sociale, e l’unico maestro senatore di Tiberio vide moltiplicare i suoi colleghi sugli scanni del primo consesso del mondo[90].

In maniera analoga, il fatto che Nerone aveva avuto una speciale istruzione filosofica, che anzi l’aveva ricevuta da due stoici, il fatto di un imperatore, che, dopo i pasti, si dilettava di assistere a dispute filosofiche, più o meno sincere e calorose,[91] dette un considerevole impulso alla cultura filosofica dell’aristocrazia romana, e, insieme con gli oratori e coi retori, moltiplicarono i precettori di filosofia, le scuole e l’amore della saggezza.

La grande copia di nomi di stoici, venuti in fama, a Roma, nell’età di Nerone, e l’abbondanza e la precisione delle notizie ad essi relative, che appaiono meravigliose al paragone degli anni precedenti, non sono indice insignificante. Nelle case degli aristocratici si accolgono circoli di filosofi, che divengono guide spirituali dei componenti quella classe. Rubellio Plauto, già presso a morire, ascolta i consigli di Cerano e di Musonio Rufo: Trasea Peto, in identiche condizioni, conversa col cinico Demetrio; Barea Sorano ha maestro l’infido Egnazio Celere[92].

Gli aristocratici mostrano così di avere ognuno nelle proprie case, un saggio, un precettore di filosofia, mescolato alla lor vita intima, consigliere in ogni repentaglio dell’esistenza[93]. E, come se questo non bastasse, essi si recano a compiere studii più dispendiosi all’estero, in Gallia, in Grecia, in Asia[94].

Dell’età di Nerone si tramandano per l’Italia nomi di scuole di filosofia famose: quella di Anneo Cornuto, sui cui banchi sedevano, fra gli altri, Persio e Lucano;[95] quella di Musonio Rufo,[96] quella di Metronatte. Ed esse non sono soltanto popolate di giovani, sono anche frequentate da persone di età matura[97].

Ma se riprova occorresse del fatto (che si dovrebbe, anche a priori, assumere come non dubbio) del prodigioso incremento degli studi filosofici dopo l’avvento al trono di Nerone — essa sarebbe certamente la degenerazione dell’amore della filosofia nella moda, nella mania della medesima,[98] e quella corruzione dell’ufficio e del ministero dei maestri, che, flagellata più tardi dai poeti satirici,[99] maturava già fin dagli anni del principe lottatore, oratore e filosofo,[100] e che, come ogni corruzione, era segno di raggiunta pienezza di sviluppo.

XI.

Di così improvviso rigoglio di studi di retorica e di filosofia era stato artefice Nerone. Ma io sono fermamente convinto che a lui, ed a questo tempo, si debba ricondurre un assai notevole provvedimento legislativo, che sarà più tardi constantemente ripetuto dagli imperatori romani. Intendo accennare alle immunità largite ai pubblici docenti. Un passo del Digesto infatti, discorrendo di una concessione di Vespasiano e di Adriano, parla di magistri qui civilium munerum vacationem habent[101]. L’esenzione aveva dunque dietro di sè una consuetudine. Ma questa non era stata certamente iniziata da nessuno degli imperatori, che regnarono fra Augusto e Nerone, e in questo convincimento ci induce anche una superficiale conoscenza della loro politica e delle loro cure. Che vi abbia dato principio Augusto è possibile, non probabile, chè altrimenti o ne avremmo menzione in quella autobiografica rassegna dei più cospicui fra gli atti di lui, che fu il Monumentum Ancyranum, o troveremmo tanta innovazione esaltata dai suoi numerosi apologisti, per lo meno a proposito dell’analoga immunità da lui concessa ai medici.

Se quindi escludiamo dalla nostra considerazione Augusto, l’unico, tra questo principe e Vespasiano, su cui sia lecito soffermarsi, può essere solo Nerone, il grande protettore degli esercizi di retorica, il discepolo di due filosofi, di cui uno era a sua volta figlio di un retore, e fu il consigliere e l’ispiratore di una buona parte della politica imperiale. Onde a Nerone io penso si possa con tranquilla coscienza ricondurre l’origine di una consuetudine di governo, che, salvo lievi variazioni, dominerà tutta la politica scolastica dello impero, la consuetudine — dico — di largire ai maestri di grammatica, di retorica, di filosofia, quanto Augusto, aveva largito ai medici nella esultanza della convalescenza: la immunità dai carichi pubblici e dalle pubbliche funzioni.

Tale concessione del governo romano non fu esclusivo privilegio delle su citate categorie di professionisti, nè può dirsi ch’essa, per ora, sia più che ai suoi inizii. Man mano che la costituzione politica e l’organismo fiscale dell’impero si rinsalderanno, la teoria delle immunità riceverà sempre più larghe applicazioni per divenire, negli ultimi secoli, una delle molle necessarie al funzionamento dello stato.

Essa infatti consisteva nell’eccitare gli individui di determinate classi a fornire alla società l’opera loro (di cui questa aveva assolutamente bisogno) in cambio della esenzione di una, più o meno larga, serie di oneri, gravanti sul resto dei cittadini. Fra codesti oneri rientrano poco a poco le pubbliche funzioni, gli honores, i quali così vanno via via assumendo il carattere di munera, imposti dallo stato ai suoi sudditi, per fini a lui propri — quali che possano essere i sentimenti e le convenienze dei sudditi stessi — il che veniva a sancire quell’assimilazione dell’honor al munus, che fu certo uno dei tratti più caratteristici del diritto pubblico nell’impero romano[102].

Or bene, tra le categorie di persone, di cui lo stato fin d’ora dichiara di avere assoluto bisogno ed a cui offre, in ricambio dei loro servigi, l’esenzione di parecchi carichi, sono i ministri del pubblico insegnamento, dichiarato così anch’esso — implicitamente — funzione essenziale della società e della vita civile.

Abbiamo noi mezzo di stabilire fin d’ora la portata ed i limiti di quella esenzione? Quali tra i professionisti dell’insegnamento ne godettero? Da quali carichi andarono essi esenti?

Il Digesto, riferendosi all’età, che precede Adriano e ai magistri, che allora godevano della vacatio civilium numerum, ne specifica[103] le varie categorie in medici, grammatici, oratores (cioè: retori) e philosophi. I maestri elementari, i litteratores, sono quindi, fin d’adesso, come, per regola generale in seguito, esclusi da ogni immunità. Viceversa, il beneficio non dovette limitarsi solo a Roma. Se Augusto aveva privilegiato tutti i medici esercenti dell’impero, i privilegiati d’adesso non avrebbero potuto essere soltanto romani, o, se così fosse stato, se cioè la riconferma del privilegio avesse contenuto qualche restrizione, lo si sarebbe certamente dichiarato.

Questa considerazione è ribadita dalla parola stessa del Digesto: «Il Divo Vespasiano e il Divo Adriano — s’esprime un giurista — dichiararono in un rescritto che agli insegnanti, i quali hanno l’immunità dai pubblici oneri, e cioè i grammatici, i retori, i medici e i filosofi, gli imperatori avevano implicitamente largito l’esenzione dall’obbligo di hospites recipere[104]». E altrove: «È inserito nelle costituzioni dell’imperatore Commodo il passo di un’epistola di Antonino Pio, nel quale si dice che anche i filosofi sono esentati dall’obbligo della tutela. Le parole son queste: — Del pari a tutti costoro il Divo mio padre, salendo al trono, con una costituzione confermò i precedenti onori e le preesistenti immunità, sancendo che i filosofi, i retori, i grammatici ed i medici sono esenti dalla ginnasiarchia, dalla agoranomia, dai sacerdozii, dall’obbligo della ospitalità, dall’obbligo della sitonia e della elaionia, e che non possono essere costretti a fungere da giudici o da ambasciatori, o a prestar servizio militare, o a sottostare a qualunque altro carico — »[105].

Una così ampia e universale concessione di immunità, che, come si dichiara, precede Adriano e Vespasiano, mentre da un lato ribadisce la interpretazione che le immunità ai magistri dovettero varcare la cerchia delle mura di Roma e i confini d’Italia, assicura eziandio dall’altro che esse furono comuni a tutti i restanti paesi dell’impero.