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Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'Impero Romano

Chapter 53: I.
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About This Book

L'opera analizza l'organizzazione, l'estensione e l'influenza dell'istruzione pubblica nell'età imperiale romana, mettendo in rilievo l'ingerenza del potere centrale nella creazione di un sistema educativo statale, la diffusione delle scuole nelle province e le differenze rispetto all'istruzione greca. Discute fonti e problemi metodologici, distingue tra formazione intellettuale ed educazione morale, esamina limiti e varianti locali dell'insegnamento e delimita quali istituti rientrano nel concetto generale di istruzione pubblica, tralasciando per scelta gli istituti professionali e speciali che richiederebbero trattazioni separate.

CAPITOLO IV. Lo Stato e l’istruzione pubblica da Commodo all’abdicazione di Diocleziano.
(180-305)

I. La cultura e l’istruzione pubblica in questo periodo. — II. Il nuovo carattere militare dei collegia iuvenum sotto i Severi. — III. La nuova legislazione a tutela dei maestri e degli studenti. Il governo centrale e l’istruzione pubblica nei comuni. — IV. Le nuove istituzioni scolastiche di Alessandro Severo. — V. La decadenza delle istituzioni alimentari nel III. secolo. La politica del governo e l’istruzione pubblica da Alessandro Severo a Diocleziano. La imposta municipalizzazione delle scuole di Antiochia. — VI. Diocleziano e l’insegnamento del diritto. L’editto de pretiis rerum venalium e gli onorari degli insegnanti. — VII. La soppressione delle cattedre di astrologia. La distruzione delle biblioteche cristiane. — VIII. Costanzo Cloro e l’istruzione pubblica nelle Gallie. Le Gallie nel III. e nel IV. secolo. La nomina del retore Eumenio in Augustodunum.

I.

Fu veramente il III. secolo, come suole di consueto giudicarsi, un periodo di regresso per la coltura nelle varie provincie dell’impero?

Per chi guardi senza preconcetti la storia della civiltà dei popoli, che componevano l’impero romano, codesta domanda deve avere una risposta negativa. Con la serie degli imperatori senatorii, non muore la virtù spirituale del mondo romano; muore soltanto una sua fase contingente, quella della cultura esclusivamente greco-romana. D’ora innanzi le varie provincie assumono coscienza del proprio genio civile, e questo s’impone, e riesce a farsi valere, nella vita ufficiale dello Stato. Antiche forme di pensiero e di espressione, con cui usavamo identificare la civiltà romana si esauriscono; se ne disegnano altre, nuove, inattese, cui sarà riserbata la conquista dell’avvenire.[438] E tutto ciò si opera, non solo a dispetto delle contingenze politiche del secolo, ma in parte con il loro ausilio. L’avvento al trono delle nuove dinastie di principi africani ed orientali può ben contrariare la lunga serie dei laudatores temporis acti, ma queste hanno, nella storia della civiltà dell’impero romano, anzi nella storia della civiltà umana, un peso e un merito non minore di quelle dei principi, che le avevano preceduto.

Ed invero, limitandoci, come è nostro compito, ai rapporti del governo con l’istruzione pubblica, dobbiamo notare anzitutto che nessuno degli elementi di progresso, tramandatici dal passato, viene ora meno o cade in dimenticanza.

L’insegnamento pubblico in Roma e in Atene permane, sì che Dione Cassio, discorrendone verso il 229, non ha bisogno (come sarebbe certamente avvenuto nel caso contrario) di deplorarne la fine o la decadenza; anzi esso riscuote sollecitudini non minori del passato, e noi conosciamo dei sofisti, che sono al tempo stesso docenti imperiali nell’una o nell’altra città, e possiamo anzi rilevare, la diretta, talora eccessiva e personale, ingerenza dei principi nel fatto della loro scelta[439]. La protezione, gli onori e le agevolezze ai pubblici e privati insegnanti, di cui, fra l’altro, sono segno le così dette immunità, vengono prodigati con larghezza pari a quella degli anni trascorsi,[440] e, come altrove accennammo, noi conosciamo una delle fondamentali leggi di Adriano in proposito, solo in grazia di una costituzione di Commodo, che la riproduce[441]. L’impulso, dato dagl’imperatori del II. secolo alla coltura musicale, prosegue con l’antico vigore. Caracalla tiene a continuare il mecenatismo degli Antonini verso le compagnie drammatiche[442]; Commodo istituisce nuovi concorsi musicali,[443] e i privati gareggiano nell’assecondare le iniziative, che vengono dall’alto[444]. La coltura giuridica acquista ancora nuovo incremento, dopo la nuova riforma, che, fin da Commodo, si opera del concilium principis, i cui membri della sezione permanente si trasformano in funzionarii stipendiati,[445] e dopo la instaurazione, da parte di Diocleziano, di nuovi vasti congegni burocratici. Commodo stesso[446] e Gordiano I. — quest’ultimo anche innanzi la sua assunzione all’impero[447] — rinnovano i iuvenalia di Nerone e di Domiziano, il che equivale a proseguire, intensificandola, quella forma di educazione e di istruzione della gioventù, per cui i primi imperatori romani vanno benemeriti. L’amore e la consuetudine della educazione fisica si diffondono nelle province, che più n’erano rimaste estranee, e i privati vi prodigano tutto il favore, che da loro poteva attendersi[448]. Persino la filosofia continua a ritrovare, sul trono, dei Mecenati. Plotino vanterà, fra le sue più illustri amicizie, quella dell’imperatore Gallieno, che, se non fosse stata l’avversione di qualche cortigiano, avrebbero dato vita all’eterno sogno platonico di una città di filosofi, da edificare in Campania, ove maestri e discepoli avrebbero potuto vivere insieme, e dove ad altre leggi non si sarebbe obbedito fuor che a quelle emanate dal Divino Maestro ateniese[449].

Talora, a tratti, tanta prosecuzione di iniziative è interrotta dalla stranezza di qualcuno dei bizzarri imperatori, di cui il secolo III. di Cristo non andò privo. Così Caracalla, un giorno, per un suo fatto personale con gli alessandrini, e in modo speciale con gli aristotelici, brucia i libri di Aristotele e sopprime a quei filosofi tutti i beneficii del Museo di Alessandria, di cui essi godevano[450]. Così egli stesso, un altro giorno, ferito dalla incapacità oratoria di un retore ateniese, priva senz’altro, delle immunità da lustri godute, lui e tutti i retori dell’impero[451]. Ma come tale divieto veniva, dal suo stesso autore, poco dopo, revocato, così questo ed altri atti consimili rimangono opera personale — tosto cancellata — di singoli imperatori. La politica generale dei principi del III. secolo, nei rispetti dell’istruzione pubblica, è invece tutta sulla grande via maestra dei loro predecessori immediati, la cui opera, spesso, o rimaneggiano secondo vedute proprie, o completano e perfezionano con istituti, che sono nuove creazioni.

Gli imperatori, sotto i cui nomi possiamo riassumerla sono tre, due della dinastia dei Severi, Settimio ed Alessandro, e il vero fondatore della monarchia assoluta nell’impero romano, Diocleziano, così come la loro attività può compendiarsi:

1. nei nuovi ritocchi all’indirizzo dei collegia iuvenum e, quindi, della educazione giovanile;

2. nella varia opera legislativa a tutela dei docenti;

3. nell’istituzione di nuove cattedre e nella largizione di nuovi ausilii all’istruzione pubblica.

II.

Cominciamo dall’illustrare il primo punto.

Sotto i Severi, l’educazione fisica dei giovani e la natura dei collegia iuvenum subiscono un ricorso verso l’originario indirizzo augusteo, o, piuttosto, una intensificazione della parte propriamente militare dei loro vari caratteri, riforma questa, che era invocata a gran voce dalle nuove sorti dell’impero e dalla politica della casa regnante. I giuochi militari, che Settimio Severo dava nella ricorrenza del natalizio di Geta,[452] non possono certamente, come talora è stato creduto, considerarsi quale segno del nuovo allenamento militare della gioventù. Essi non riguardavano la gioventù romana, ma soltanto i soldati. Se non che quella singolare celebrazione natalizia fa presupporre tutta una serie nuova di consuetudini di governo e fa pensare a nuove istituzioni, tendenti a identico scopo, o alla trasformazione in questo senso di antichi istituti. Infatti, l’altro figlio di Severo, Caracalla, aveva, come pochi principi ereditari, ricevuto una perfetta istruzione ginnico-militare[453]. E, poichè, nella qualità di erede al trono, i rapporti suoi con l’aristocrazia equestre romana sono, come sempre, durante i primi tre secoli dell’impero, intimissimi; e poichè egli, come, del resto, anche l’infelice fratello suo, fu princeps iuventutis[454], la gioventù equestre romana non potè esimersi dal seguirne le tendenze e i metodi di educazione.

Ma, se questo accadeva in Roma, un più chiaro indizio della riforma accennata dànno i collegi giovanili provinciali. Essi, in questo tempo, si tramutano in vere e proprie milizie del territorio[455], entrano a far parte degli eserciti locali in piede di guerra, e di essi pigliano tutti i costumi e tutti i caratteri.

III.

Ma la prima metà del III. secolo, da Settimio ad Alessandro Severo, è tanto ricca di operosità militare, come di operosità giuridica. Da questo tempo provengono gli scritti degli autori più famosi, che fornirono materia al Digesto giustinianeo, Ulpiano, Paolo, Modestino, i quali tutti avevano occupato a corte uffici notevoli. In questo periodo, quindi, noi abbiamo una più completa elaborazione delle norme precedenti, relative alle immunità, e l’emanazione di norme nuove su questa materia e su altre affini, concernenti gli insegnanti e l’insegnamento nell’impero romano.

Secondo infatti c’informa il giureconsulto Modestino, nella prima metà del III. secolo, la serie delle immunità, concesse dai Giulio-Claudii, e le limitazioni numeriche, fissate da Antonino Pio, che sono ancora pienamente in vigore,[456] vengono, dal governo dei Severi, integrate con ulteriori disposizioni, che saranno più tardi ribadite da Diocleziano e dal suo collega. Viene così stabilito che non si poteva godere della immunità nei varii municipii, se non dietro decreto del Senato, il quale anche (e questo criterio morale è veramente nuovo) avrebbe indagato se il docente adempieva o no con diligenza al proprio ufficio[457].

Ma l’importanza di questo ritocco è certamente inferiore a quella di qualche altra disposizione, che troviamo in vigore sin da questo tempo. I retori, che professano in Roma l’insegnamento, sia stipendiati pubblicamente, sia liberi professionisti, sono, da Settimio Severo e da Caracalla, esentati da ogni onere, anche se non romani; Roma anzi non soggiace più alle limitazioni numeriche fissate dal primo degli Antonini[458]. Era questa una vera e propria eccezione alle norme di Antonino Pio, che legavano strettamente l’utile dell’immunità al corrispettivo servizio, che il retore forniva alla propria patria, ed un notevole ampliamento della eccezione ai dotti più cospicui, che Antonino stesso aveva formulata. La ragione pratica della cosa deve ricercarsi in una liberalità speciale, che l’imperatore intendeva largire ai suoi sudditi nella capitale del mondo, ove tanti retori si affollavano, ove si poteva non guardare per il sottile alle necessità dell’erario, ove i postulanti avevano più diretta possibilità di sollecitare l’imperatore. La ragione teorica è indicata da Modestino stesso: Roma è la patria comune dei sudditi dell’impero, e chi vi fornisce degli utili acquista diritti pari a chi li rende alla patria propria.[459]

Analogamente, chi insegna in Roma diritto civile, è ora esente da ogni onere, mentre non lo è invece chi insegna in provincia[460]; la quale disposizione, oltre a riuscire di giovamento ai giureconsulti, doveva più specialmente tendere a richiamare in Roma i migliori maestri di diritto dell’impero e a mettervi l’insegnamento della giurisprudenza in una condizione assoluta di favore.

Viceversa, ora, per la prima volta, vengono apportate delle limitazioni alla sconfinata immunità serbata ai filosofi, al confronto dei medici e dei professori di arti liberali. Nel III. secolo, infatti, i filosofi sono dichiarati immuni dal carico delle tutele e da ogni onere personale, ma non più dagli oneri, che avrebbero gravato sulle loro sostanze. «Infatti», spiega, o ripete, un giureconsulto di questa età, «i veri filosofi disprezzano il danaro, e, qualora mostrassero di tenervi, dimostrerebbero eziandio che le loro affermazioni teoriche non sono che vuota ipocrisia»[461].

Le immunità ai maestri vengono ora estese — fatto assai significativo — anche agli studenti, e, nell’età dei Severi, sono privilegiati gli studenti, venuti in Roma a frequentarvi i corsi di giurisprudenza,[462] il che ribadisce l’interpretazione, che testè demmo delle ragioni dell’analoga liberalità ai loro maestri.

Insieme con tutto questo è, ai maestri, riconosciuto diritto a ricorso contro i compensi mancati, che a loro si dovessero per prestazione di opera; anzi codesto diritto a ricorrere è formulato come un privilegio ammesso soltanto per talune categorie di maestri e per pochi altri professionisti. Autorità competente all’uopo è fatto il governatore della provincia[463]. I maestri, che possono esperirne il tribunale, sono quelli delle arti liberali: i retori, i grammatici, i matematici (geometrae) e con essi i medici. Ne sono invece esclusi gli insegnanti di filosofia e quelli di diritto; gli uni, perchè il primo merito della loro opera è — si dice — l’esercizio gratuito; gli altri, perchè — si soggiunge — la controversia e i calcoli di un pubblico giudizio ne degraderebbero il ministero.[464] Agli insegnanti primarii poi, sebbene — si osserva — non professori, pure, in ossequio alla consuetudine, è fatta ugualmente grazia del diritto di ricorso, per mancato compenso, al governatore della provincia. E analoga concessione si ripete per due categorie di maestri, il cui insegnamento aveva uno scopo specialmente professionale, i maestri di calligrafia (librarii) e quelli di stenografia (notarii)[465].

Con questa serie di norme, che completano e regolano la materia delle immunità e quello che oggi si direbbe il contratto di impiego o di lavoro dei maestri, altre, pure di questo periodo, segnano le prime tracce di una diretta ingerenza del governo nel funzionamento delle scuole municipali.

Anzi tutto, nel nuovo sistema di intervento dell’autorità imperiale per entro l’amministrazione finanziaria dei comuni, che datava dai primi anni del II. secolo, era stato stabilito, come norma generale, che i loro Consigli non potessero disporre a piacimento delle pubbliche finanze. Or bene, adesso, è, a questo, fatta una esplicita e nobile eccezione, ed essa riguarda gli stipendi dei maestri e le cattedre delle discipline liberali[466]. In secondo, un rescritto di uno dei tre Gordiani informa che i consigli municipali, che avevano nominato i maestri del luogo, grammatici o retorici, sono, in caso di legittimi motivi, investiti anche della facoltà di sospenderli o, semplicemente, di revocarli dall’ufficio[467]. Per ultimo, al pari dei privati, i comuni, che non corrispondono ai maestri gli stipendi dovuti, sono giudiziariamente tenuti a rispondere del loro fallo dinnanzi al governatore provinciale[468]. Più tardi, vedremo che il governo centrale, per mezzo dell’autorità provinciale, si curerà di richiamare in anticipazione al proprio dovere i municipi cronicamente insolventi[469], ma ora — gli è evidente — abbiamo un primo accenno verso cotesto metodo, che, se non previene, mira certamente a reprimere, quando fosse occorso, la loro noncuranza o il loro mal volere.

IV.

Ma gli atti più notevoli del governo dei Severi, nei rispetti della pubblica istruzione, riguardano la parte propriamente scolastica di questa materia. Il merito è tutto del più greco di quegli imperatori, Alessandro Severo. I suoi biografi, con l’iperbole che è loro consueta, ma a cui pure risponde una grande parte di verità, ce lo descrivono come un nuovo Adriano: latinista e grecista anche lui, prosatore e poeta, provetto nella musica e nel canto, pittore, matematico, dotto in astrologia e in aruspicina[470]. E da tanta pienezza di cultura, che lasciava anche supporre un pari apprezzamento del merito di questa, derivò, in assai maggior copia che in Adriano, l’ispirazione a curare la scuola e le condizioni pratiche della sua efficacia. Le cattedre di fondazione imperiale erano finora, in Roma, limitate alla retorica, e, sull’analogia di Atene, possiamo supporre, ve ne fossero anche di filosofia. Ora, Alessandro ne istituisce altre di grammatica, di medicina, di aruspicina, di astrologia, di ingegneria e di architettura[471]. Queste ultime discipline non facevano parte delle arti liberali, e questa sola infrazione alla tradizionale politica scolastica romana, come è segno dei tempi nuovi, è anche indice della importanza della riforma di Alessandro Severo. Specie per ciò che riguarda l’aruspicina e l’astrologia. Gli astrologi erano stati fin allora tanto ansiosamente ricercati in segreto, quanto ufficialmente perseguitati[472]. Contro di loro, la giurisprudenza aveva foggiato apposite disposizioni punitive[473], e fin nell’età più recente, Settimio Severo, che pure di quelle scienze era stato un caldo amatore e un profondo conoscitore[474], aveva sigillato nella tomba di Alessandro Magno tutti i libri di astrologia del suo tempo, e aveva avuto mano in quelle sanzioni penali a carico degli studiosi di aruspicina e di astrologia, di cui un suo illustre prefetto del pretorio ci ha lasciato menzione[475].

Alessandro Severo si dimostra invece di opinione affatto contraria, ed egli innalza quelle due discipline alla dignità di scienza e agli onori dell’insegnamento. Agirono in lui due diversi moventi: la sua coltura intellettuale, non che lo spirito del secolo, tutto dedito a questioni trascendenti la materia; ma dovette ugualmente influirvi la preoccupazione di avere un’aruspicina e un’astrologia controllate e disciplinate dallo Stato e di potere riserbare a questo il monopolio di tutti i loro pericolosi segreti[476]. Gli aruspici, gli astrologi e le rispettive scienze costituivano una perenne minaccia, politica e dinastica, un eccitamento a sedizioni e a congiure[477]. Come sarebbe stato opportuno creare un’aruspicina e un’astrologia ufficiale, con cattedre e docenti propri agli stipendi e alla dipendenza del principe! Era stato il sogno segreto, dormiente in fondo alla contradittoria politica astrologica degli imperatori. E questo, insieme con la grande voga di quelle discipline, e con la grande richiesta di quella speciale coltura, di che era prova vivente la persona del principe, sospinse, nel III. secolo di C., il governo romano alla sua rivoluzionaria innovazione.

Non meno significativa è la istituzione di scuole di Stato per la medicina e per l’architettura.

Fino a quel giorno, l’esercizio dell’una e dell’altra disciplina era stata prerogativa degli stranieri, e, precisamente, dei Greci e degli Orientali[478]. In questo momento, invece, lo Stato fonda apposite scuole, cui convengono insieme schiavi, liberti, clienti, liberi di ogni paese, ma, naturalmente, in modo speciale, di Roma e d’Italia.

Tutta la riforma poi è d’ispirazione greca. Alessandria era uno dei centri di studii di medicina e di matematica più famosi dell’antichità, e lo Stato ne favoriva e sovvenzionava le scuole; Atene aveva cattedre semiufficiali di medicina, di astronomia e di astrologia; Efeso aveva medici stipendiati da un Museo cittadino, e tutte in genere le numerose scuole di medicina, esistenti nelle province orientali, facevano parte di più larghi istituti di cultura, mantenuti dai Comuni o dallo Stato[479]. Onde è evidente come siano stati questi i paesi, da cui Alessandro Severo, il più ellenizzante dei principi romani, abbia tratto l’esempio ed i suoi modelli.

Alessandro però non dovette porre gli insegnamenti, per cui istituiva nuove cattedre, alla pari con gli altri, più antichi, delle tradizionali arti liberali romani. E di tale distinzione si trova, a mio avviso, conferma nella erezione in Roma di nuovi locali scolastici[480]. Noi conoscevamo soltanto l’Athenaeum, sede dell’insegnamento della retorica, del diritto, della filosofia; adesso invece si erigono nuovi auditoria, e questi, naturalmente, sono la sede delle scuole, nelle quali cominciano a impartirsi le nuove discipline.

Ma la più importante tra le riforme scolastiche di Alessandro Severo fu quella, tutta pervasa di spirito moderno, che riguardò la fondazione di un certo numero di borse di studio, da corrispondere in natura (annonae) ai discepoli poveri di qualsiasi disciplina, purchè di nascita libera[481]: innovazione, la quale veniva a favorire il diffondersi della coltura media e superiore (cui si concedeva per ciò un beneficio, fin allora riservato alla istruzione primaria) e che era segno preciso della grande importanza, che il suo possesso aveva per le menti dei contemporanei, nonchè del grande interessamento del principe a suo riguardo.

V.

Uno solo dei mezzi, con cui gli imperatori del II. secolo avevano promosso le sorti della pubblica istruzione, rimase talora gravemente negletto dai principi, che loro immediatamente succedettero nell’età, di cui, in questo capitolo, ci occupiamo. Intendo accennare alle fondazioni alimentari. Commodo infatti trascurò per ben nove anni di destinarvi la rendita che vi spettava, e il successore, ritenendo impossibile, od oneroso, mettersi in pari, interruppe senz’altro quella liberalità[482]. L’istituto viene ristabilito, e con generosa larghezza, da Didio Giuliano[483]. Ma, ecco, subito dopo, Settimio Severo e Caracalla sottoporre i lasciti privati per istituzioni alimentari al diffalco della legittima agli eredi[484], e le iscrizioni continuare, ancor sotto Eliogabalo, a menzionare rarissimamente funzionarii con uffici connessi all’istituto degli alimenta. Solo con Alessandro Severo, questi ripigliano l’antico vigore. Vengono fondati nuovi ordini di puellae e di pueri alimentarii;[485] vengono richiamate in vigore le migliori disposizioni dell’età di Adriano e dei primi Antonini,[486] e le epigrafi tornano, come per incanto, a ripopolarsi di accenni relativi a quel genere di fondazioni[487].

Ma la morte di Alessandro Severo segna, come è noto, un ritorno all’anarchia politico-militare, che aveva caratterizzato i trent’anni immediatamente precedenti al governo dei Severi. All’anarchia interna si aggiungono anzi le pericolose aggressioni barbariche. Tale crisi si prolunga sino all’ultimo quarto del secolo III., sino all’avvento di Diocleziano. Fino a quel giorno, l’attività politica dell’impero non può, salvo rari momenti, che rivolgersi ad imprese di guerra, e le opere della pace e l’istruzione pubblica esulano dalle preoccupazioni dei governi, successivamente e rapidissimamente alternantisi.

Noi non abbiamo nessun elemento per pensare all’abbandono o alla soppressione di qualcuno degli istituti e delle riforme scolastiche dei due ultimi secoli; ma abbiamo motivo di sospettare che gravi danni derivassero indirettamente dal nuovo stato di cose[488], e che poco di nuovo, o di utile, la politica dei nuovi imperatori abbia aggiunto all’edifizio del passato.

E di questi sparsi frammenti dell’opera loro, che richiamano in modo speciale alle glorie passate, noi dobbiamo segnalarne uno, che, quantunque isolato, è di importanza veramente eccezionale. Noi troviamo registrato da un cronista bizantino come l’imperatore Probo, il quale regnò tra il 276 e il 282, ordinasse, con un editto imperiale, le già fiorenti scuole di Antiochia.

Questa città era allora uno dei principali centri di studio dell’Oriente ellenizzato, e contava numerosi docenti di lingua e letteratura greca, di eloquenza, di filosofia e di diritto[489]. Ma tali scuole non erano mantenute dalla città, e le condizioni economiche dei maestri ne erano assai tristi[490]. L’imperatore Probo volle che della spesa necessaria all’istruzione media e superiore, fin allora impartita, si incaricasse la città, e che questa fornisse degli stipendi in natura ai maestri, nonchè un’istruzione gratuita agli scolari[491]. Fissò anch’egli la misura di tali stipendi, come da altri imperatori vedremo praticare fra non molto? Noi non lo sappiamo, e non è forse probabile; giacchè anche più tardi udremo le lamentele dei retori contro l’insufficienza delle condizioni economiche, il che non accadde in nessuna parte dell’impero per stipendii fissati dal governo centrale. La misura, in cui questi sarebbero stati corrisposti, dovette dunque, con maggiore probabilità, essere lasciata interamente alla coscienza degli amministratori locali. Ma l’iniziativa di Probo non ha per questo un minor valore; essa prosegue la politica, a cui, nelle pagine precedenti, abbiamo accennato, e che trovammo per la prima volta documentata in sullo scorcio della metà di questo stesso secolo, politica fatta di una sempre maggiore ingerenza dello Stato nell’amministrazione dell’istruzione pubblica spettante ai comuni, e questa consuetudine noi potremo seguire, in tutte le sue fasi, negli anni di poi.

VI.

Nuove condizioni favorevoli di vita tornano a riaversi con l’età di Diocleziano e col nuovo ordinamento, che questi volle dare all’impero.

Una delle tendenze più significative del nuovo governo è il favore accordato allo studio della giurisprudenza, l’insegnamento professionale maggiormente richiesto dall’assetto politico, che ha principio appunto con Diocleziano.

I Severi avevano esentato dagli oneri pubblici i giovani, che frequentavano i corsi di diritto in Roma. Diocleziano curerà l’altro centro di studii giuridici dell’impero, la siria Berito, che solo ora vediamo venire in piena luce, e concederà che i giovani dell’Arabia, colà studenti, specie se di diritto, non ne siano distolti fino al venticinquesimo anno di età, e vengano, fino a quel tempo, esentati da ogni carico personale[492]. La quale concessione mostra quanta importanza l’imperatore assegnasse alla frequenza degli studii, da parte della gioventù, al confronto del loro obbligo verso il disimpegno dei pubblici doveri.

Ma il provvedimento più notevole, per quanto vano e fugace del governo di Diocleziano, e che — insieme con tante altre cose — riguardò anche l’istruzione pubblica, fu il suo Editto del 301, sui prezzi delle cose venali, nel quale era anche ufficialmente tassato l’onorario dei pubblici docenti[493].

Il compilatore dell’Editto distingueva le seguenti categorie di insegnanti:

1. insegnanti di ginnastica (ceromatitae);

2. pedagoghi (paedagogi);[494]

3. maestri elementari di lettura e scrittura (magistri institutores litterarum);

4. maestri elementari di aritmetica (calculatores);[495]

5. insegnanti di stenografia (notarii);

6. insegnanti di calligrafia (librarii sibe antiquarii);[496]

7. insegnanti di lingua e letteratura greca e latina (grammatici graeci sibe latini);

8. insegnanti di geometria (geometrae);

9. insegnanti di retorica (oratores sibe sophistae);

10. insegnanti di architettura (architecti magistri).

Oltre dunque a un insegnamento apposito per l’educazione fisica, e oltre al pedagogo, l’editto considerava una e, forse, due specie di maestri appartenenti alla istruzione elementare (gli institutores litterarum e i calculatores); ne considerava due per l’istruzione media (i grammatici e i geometrae); due per l’insegnamento superiore (gli oratores o sophistae e gli architecti), e due per insegnamenti speciali (i notarii e i librarii).

L’onorario di questi insegnamenti, espresso nell’editto, in denarii dioclezianei, era, tenuto conto del valore di quella moneta[497], rispettivamente, per mese e per alunno, il seguente:

1. insegnanti di ginnastica L. 1,00 ca.
2. pedagoghi » 1,00 »
3. maestri di lettura e scrittura » 1,00 »
4. maestri elementari di aritmetica » 1,50 »
5. insegnanti di stenografia » 1,50 »
6. insegnanti di calligrafia » 1,00 »
7. insegnanti di lingua e letteratura greca e latina » 4,00 »
8. insegnanti di geometria o di matematica » 4,00 »
9. insegnanti di retorica » 5,00 »
10. insegnanti di architettura » 2,00 »

Un insegnante di lingua e di letteratura latina avrebbe così, per una scolaresca di 50 alunni, percepito L. 200 mensili; un insegnante di retorica, L. 250, e così via, onorarii questi di entità media, che, confrontati con quelli dei secoli precedenti, dànno (e fu questo merito del legislatore) l’impressione di segnare cifre proporzionali al fabbisogno dei docenti.

Gl’insegnanti, considerati dall’editto, prestano un servizio in iscuole aperte al pubblico. Di questo ci avverte il fatto che a tutti, non escluso il paedagogus, era fissato un onorario mensile per discepolo, il che impone si presupponga una collettività di discepoli[498]. Se non che la tassazione non doveva valere soltanto nei rispetti delle scuole di fondazione privata, ma eziandio (o specialmente?) in quelli delle scuole municipali e delle scuole dello Stato. Tale convinzione discende dal carattere di universalità dell’editto stesso, dall’equità dello stipendio calcolato, nonchè dalla mancanza, pur fra tanta cura di dettagli, di un capitolo speciale per le retribuzioni degli insegnanti municipali e imperiali, che invece dovevano essere state le prime a fermare l’attenzione del governo. In tal caso, i pagamenti avrebbero dovuto farli, non più i privati, ma il governo o gli enti municipali, e il metodo della liquidazione degli stipendi, proporzionali al numero dei discepoli, sarebbe dovuto essere molto simile a quello che oggi si adotta per le libere docenze universitarie. Ciò, evidentemente, avrebbe, alla prova, portato delle complicazioni e la necessità, fino ad allora non sentita, di una più numerosa burocrazia addetta a quel servizio. Ma l’editto, come accennammo, venne, subito dopo la sua promulgazione, abrogato,[499] onde le sue clausole rimasero senza nessuna pratica influenza sulle sorti della istruzione pubblica nei secoli successivi.

VII.

Ciò non ostante, il governo di Diocleziano palesa eziandio chiari segni di reazione contro l’indirizzo di qualcuno dei principi, che più avevano curato le vicende dell’istruzione pubblica nell’impero; nè manca di un rovescio, che ne attenua gravemente i meriti verso le sorti della cultura in quell’età e nei secoli successivi. Diocleziano e Massimiano riprendono l’antica tradizione di provvedimenti contro l’astrologia e le scienze affini. Essi vengono così a demolire buona parte dell’opera di Alessandro Severo: «È d’interesse pubblico» — suona un loro editto — «apprendere ed applicare la matematica; è al contrario condannabile ed interdetto l’apprendimento dell’astrologia»[500].

Contemporaneamente, Diocleziano faceva bruciare tutti i libri egiziani e persiani, che trattavano di alchimia, non tanto forse perchè quell’insegnamento non aprisse — come fu detto — filoni di nuovi tesori ai popoli che ne usavano,[501] quanto per obbedire a un’ostile prevenzione comune al suo tempo. Ma evidentemente, così legiferando, Diocleziano e Massimiano, mentre ribadivano la necessità e la dignità delle cattedre ufficiali di matematica, sopprimevano recisamente le altre di astrologia, nonchè di aruspicina, istituite da Alessandro Severo. E tale soppressione sarà, pur troppo, definitiva.

Ma più gravi certamente furono le conseguenze di un altro provvedimento di Diocleziano, che, nella mente del suo autore, doveva tuttavia avere uno scopo meramente politico. Intendo accennare alla grande persecuzione del 303 contro i Cristiani. Uno degli articoli dell’editto, che l’ordinava, portava, questa volta, la clausola della distruzione di tutte le biblioteche cristiane.[502] Noi possiamo da vari indizi arguire quale fosse il contenuto di queste collezioni. Le biblioteche cristiane possedevano gli scritti del Nuovo e del Vecchio Testamento, notevoli sovratutto per i voluminosi commentari che li accompagnavano, lunghe serie di libri necessari alla liturgia, le opere dei primi autori cristiani, biografie di santi e di martiri, scritti didascalici, panegirici, inni religiosi,[503] tutte copiose e interessantissime collezioni, che venivano ora sacrate allo sterminio.

La persecuzione fu universale, sebbene non esercitata dovunque con eguale rigore. Ma fierissima essa fu là dove, a prescindere dalle intenzioni, più gravi si potevano prevedere gli effetti, negli Stati cioè del secondo Augusto, che comprendevano la Spagna, l’Italia e l’Africa: l’Italia, con Roma, sede delle più importanti biblioteche cristiane, che vi erano proprietà del governo centrale della Chiesa, e l’Africa, nelle cui città si conservavano i manoscritti biblici più preziosi e più copiosi,[504] i quali, in parte rintracciati dai funzionari imperiali, in parte consegnati dai proprietari o dai depositari infedeli, vennero, senza eccezione, rigorosamente distrutti[505].

Noi possediamo ancora taluni resoconti di quelle perquisizioni e di quelle consegne, e vogliamo qui riferirne dei brani, che più ci interessano e che fanno parte del verbale redatto da un Munazio Felice, flamine perpetuo e Curatore della Colonia di Cirta in data del 19 maggio 303: «Quando — riferisce quel verbale — si fu arrivati alla casa, nella quale si riunivano i cristiani, Felice, flamine perpetuo e curatore, disse al vescovo Paolo: — Portateci le Scritture della vostra legge e tutti gli altri scritti che qui avete, e obbedite così agli ordini dell’imperatore. — Il vescovo Paolo rispose: — Le Scritture non le abbiamo; le hanno i lettori; ma noi vi daremo tutto quello che abbiamo. — Il flamine Felice replicò: — Indicaci i lettori o manda a cercarli. — Il vescovo Paolo disse: — Voi li conoscete tutti.... — Si recarono quindi nella biblioteca, ma gli armadi erano vuoti.... Il flamine perpetuo e curatore Felice disse: — Portaci le Scritture, che tu possiedi, e obbedisci così agli ordini imperiali. — Catulino consegnò un grosso volume. Il flamine perpetuo e curatore Felice chiese a Marcuclio e a Silvano: — Perchè avete dato un solo volume? Portate le Scritture che possedete. — Catulino e Marcuclio risposero: — Noi non ne abbiamo altri perchè siamo subdiaconi; i volumi li hanno i lettori. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse allora a Marcuclio e a Catulino: — Indicateci i lettori. — Marcuclio e Catulino risposero: — Noi non sappiamo dove abitano. — Felice replicò: — Se non sapete dove abitano, dateci almeno i loro nomi. — Catulino e Marcuclio risposero: — Noi non siamo dei traditori; facci piuttosto uccidere. — E il flamine perpetuo e curatore: — Che essi siano tratti in arresto! —

«Quando furono arrivati alla casa di Eugenio [uno dei lettori], il flamine perpetuo e curatore Felice gli disse: — Dacci le Scritture che tu possiedi, e mostra così la tua obbedienza. — Questi gli portò quattro volumi. Il flamine perpetuo e curatore Felice disse a Silvano e a Caroso: — Fate conoscere gli altri lettori! — Silvano e Caroso risposero: — Il vescovo vi ha già dichiarato che gli uscieri Edusio e Giunio li conoscono tutti; fatevi indicare da costoro le loro case. — Gli uscieri Edusio e Giunio dissero: — Noi te le indicheremo, signore. — E, quando si fu alla casa del mosaicista in marmo, Felice, questi consegnò cinque volumi. Quando si fu arrivati a quella di Proiecto, questi mise insieme cinque grossi volumi e due piccoli. Quando si fu alla casa del grammatico Vittore, il flamine perpetuo e curatore Felice gli disse: — Dacci le Scritture, che tu possiedi, e mostrati così ossequente. — Il grammatico Vittore consegnò due volumi e quattro quaderni. Il flamine perpetuo e curatore Felice disse: — Porta le Scritture; tu ne hai ancora. — Il grammatico Vittore rispose: — Se ne avessi ancora, le avrei consegnate. —

«Quando si fu giunti alla casa di Euticio di Cesarea, il flamine perpetuo e curatore Felice gli disse: — Obbedisci e consegna le Scritture, che tu possiedi. — Euticio rispose: — Io non ne ho. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse: — La tua risposta sarà messa a verbale. — Quando si fu alla casa di Codeone, la di lui moglie portò sei volumi. Il flamine perpetuo e curatore disse: — Cercate, se ne avete altri ancora e portateli. — La donna rispose: — Io non ne ho più. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse allora a Bos, schiavo pubblico: — Entra e cerca se essa ne possiede degli altri. — Lo schiavo pubblico disse: — Ho cercato e non ne ho trovati. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse a Vittorino, Silvano e Garoso: — Se voi non avete fatto tutto ciò che avreste dovuto, ne sarete tenuti responsabili — »[506].

Questi pochi brani di un processo verbale forniscono una chiara idea della diligenza e della durezza della ricerca, nonchè del danno, che alla cultura del tempo e a quella dei secoli successivi dovette arrecare la persecuzione di Diocleziano. Si salvarono le sole biblioteche di Gerusalemme e di Cesarea, e, per l’astuzia del vescovo, un po’ quella di Cartagine[507]. Altrove la devastazione fu ovunque gravissima, e tutto il patrimonio della cultura cristiana dei primi tre secoli, insieme con quello delle civiltà, che vi avevano attinenza, andarono miseramente perduti.

VIII.

Ma, se così tristi furono le sorti della cultura cristiana, la mancanza di guerre estere e la nuova tranquillità, che, col governo della Tetrarchia, si era andata ovunque diffondendo, non avevano mancato, e non mancavano, di produrre, come sempre, i loro benefici effetti, specie in quelle provincie dell’impero, che godevano dei principi più tolleranti e più illuminati.

Un altro sopravvenuto motivo di bene era adesso il frazionamento dell’impero in quattro governi sufficientemente autonomi. Questa nuova condizione politica si traduce in un vivo stimolo ad occuparsi, ciascuno, dei territori, sottoposti alla sua giurisdizione, con quella sollecitudine, che mai non aveva potuto usare l’accentrato governo di Roma. Da questo momento perciò si hanno i più significativi indizi della cura imperiale, intesa ad estendere in Oriente e in Occidente la lingua latina e a far fiorire ovunque tutti i più svariati generi di studi[508].

Il mezzo è triplice: l’assunzione, quasi esclusiva, di dotti e di letterati alle supreme magistrature; l’eccitamento ai singoli comuni alla fondazione di nuove scuole; l’invito a maestri famosi di trasferire colà le loro cattedre. Così il retore Eumenio è subito nominato magister memoriae del reggente delle Gallie;[509] così Diocleziano chiama a Nicomedia il grammatico Flavio e il retore Lattanzio;[510] così Costanzo Cloro, vero «princeps iuventutis», come lo definisce un suo apologista,[511] sceglie ufficialmente per Augustodunum, il maggior centro intellettuale delle Gallie, quello stesso Eumenio, che già aveva chiamato al suo gabinetto imperiale.

Ma questa ultima nomina ha per noi assai più valore di quello che l’atto materiale non possa significare.

Le Gallie toccavano ormai, nel IV. secolo di C., la pienezza della loro civiltà e della loro romanizzazione. L’opera, iniziata fin da Augusto, aveva maturato i suoi frutti migliori. In circa tre secoli, esse si erano dappertutto popolate di scuole famose, da Autun (Augustodunum) a Vienne, da Arles a Tolosa, da Lione, a Bordeaux, da Poitiers ad Angoulème, da Besançons a Treveri.

Ma a questa germinazione spontanea, nella quale, se facili a supporsi, difficili a precisarsi erano, fino ad ora, i meriti ufficiali, si aggiungono, nel IV. secolo, gli sforzi assidui e diretti del governo imperiale.

La Gallia aveva molto sofferto durante il secolo precedente: era stata teatro di guerre civili fra gli autocandidati a l’impero, teatro di invasioni di Franchi e di Alemanni, aveva subito gli assedii e la distruzione di parecchie città, era stata devastata da insurrezioni di contadini e da scorrerie di briganti. Essa ben meritava dunque le cure speciali del nuovo governo, di cui, per giunta, era divenuta una delle residenze privilegiate. E quelle cure, come a tutto il resto, si volsero alla restaurazione degli istituti scolastici.

Augustodunum aveva più di ogni altro sofferto dei torbidi precedenti. Le sue scuole e i suoi monumenti erano stati devastati e saccheggiati; il titolare di quella cattedra di eloquenza, che l’aveva sin allora resa la regina delle Gallie, era morto, e Costanzo Cloro, intervenendo per la prima volta in un campo di amministrazione, che, fino a questo momento, era rimasto, in Gallia, dominio privato o municipale, sceglieva uno dei più insigni maestri del tempo, allora addetto alla sua cancelleria imperiale, il retore Eumenio[512].

La lettera di nomina, che noi conosciamo, è uno dei documenti più significativi dell’interessamento del principe verso gli uomini di studio e le cose dell’intelligenza, e, se fa onore a chi la ricevette, ne fa altrettanto a chi ebbe ad inviarla[513]. Ma Eumenio stesso, che più ne era in grado, come quegli, il quale avea occupato uno dei più eccelsi uffici a corte, illustra, in una sua orazione, gli intenti sociali e politici, che ispirarono quella manifestazione della politica imperiale. «Gl’imperatori», egli dice, «si sono curati della sorte delle lettere, con sollecitudine pari a quella fino ad ieri usata nell’amministrazione militare. Essi hanno stimato loro obbligo provvedere a che la scuola avesse un maestro, affinchè coloro, i quali occorreva formare all’arte della parola o alle cariche delle sacrae cognitiones o ai magisteria Palatii», «ricevessero una acconcia preparazione»[514].

Secondo Costanzo, dunque, spettava alla scuola media e superiore del tempo preparare alle professioni liberali e ai più alti uffici nello Stato. Ma lo studio delle lettere, non ha — per lui — soltanto uno scopo professionale; ne ha uno più elevato e spirituale.

«Le lettere, spiega l’antico magister memoriae di Costanzo, sono la base di tutte le virtù; sono maestre della continenza, della vigilanza, della pazienza. Esse, allorquando hanno piegato lo spirito fin dalla più tenera età, lo rendono atto a tutti gli uffici della vita, anche a quelli della milizia, che ne sembrano in più categorica opposizione...... Esse preparano le menti dei giovani ad amare un genere migliore di vita....»[515].

L’insegnamento è dunque una scuola di morale civile. Ma è anche scuola di patriottismo. I giovani imparano dai maestri «a celebrare le gesta dei Principi più illustri — (quale ufficio migliore potrebbe infatti spettare all’eloquenza?)». «Essi, nei locali scolastici, vedono, e ammirano, ogni giorno, le carte, in cui sono segnati tutti i paesi, tutti i mari, tutte le città, le genti, le nazioni, che gl’invitti Principi romani proteggono con il loro amore, avvincono con la loro virtù, tengono schiave col terrore»[516].

Per tali motivi, o anche per essi, è bene che l’istruzione sia impartita pubblicamente, e non privatamente. «Importa molto alla gloria dei Principi romani» «che i giovani, i quali sono istruiti per celebrarne le virtù, sentano il grande palpito, che li accompagna dal cuore di tutta la nazione»[517].

Ma non sono questi soltanto i particolari, che interessano di quella elezione. Fatto, per noi egualmente notevole, è che l’imperatore destini un pubblico docente ad una cattedra istituita, non già dal governo centrale, ma dalla città, e che tale circostanza non gli vieti di nominarvi egli stesso il titolare, nè di fissare il suo stipendio. Continuiamo, secondo si vede, a procedere per la china delle ingerenze imperiali nella istruzione pubblica municipale. Già dai Severi era stato concesso — come qualcosa che s’aveva diritto a concedere — la facoltà di destinare una parte dei redditi locali agli stipendii dei maestri; con i Gordiani, il principe stesso deferisce ai Consigli dei municipi le attribuzioni disciplinari su quei docenti; quaranta anni di poi, l’imperatore Probo municipalizza le scuole di uno dei centri più notevoli dell’impero; ora, il principe stesso impone il titolare di una cattedra comunale, e ne fissa il relativo stipendio.

Uno stipendio tutt’altro che trascurabile e il cui ammontare ha un ben alto significato! Esso fu di sexcena milia nummum,[518] pari, giacchè l’atto è posteriore alla riforma monetaria dioclezianea, a L. 15.000[519]. Or bene, quando noi pensiamo che Eumenio aveva, fino a quel momento, occupato uno dei maggiori uffici dello Stato, quello di magister memoriae[520], il quale era retribuito in misura elevata al confronto di parecchi altri;[521] e che, ciò non ostante, il suo stipendio di insegnante di retorica ad Augustodunum ne rappresenta una cifra precisamente doppia, possiamo ben farci un’idea del favore, di cui Costanzo volle circondare la restaurazione della scuola di Augustodunum, e, in buona parte anche, dell’importanza, che, nella società e nella politica del tempo, riscoteva il ministero dell’insegnamento medio e superiore.

Tuttavia è bene subito soggiungere che lo stipendio di Eumenio, a cui raramente si accostarono quelli dei suoi colleghi dell’Oriente e dell’Occidente, deve pur sempre considerarsi come un’eccezione, anzi propriamente come uno stipendio ad personam. Egli aveva occupato un ufficio notevolissimo nel gabinetto imperiale; e, quando aveva abbandonato quel posto per fare la volontà del suo sovrano, andando a dirigere una modesta scuola di provincia, era ragionevole, non solo che egli non vedesse assottigliato il proprio utile, ma che ricevesse un’indennità compensatrice. Ciò che, naturalmente, fu, a suo vantaggio, ordinato.