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Lotte civili

Chapter 11: Discussioni.
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About This Book

La raccolta riunisce scritti politici e brevi racconti che documentano l'impegno sociale e pacifista dell'autore: articoli di propaganda socialista, saggi contro il militarismo e per la pace, e frammenti narrativi, fra cui passi di un romanzo inedito e dialoghi, che mostrano l'evoluzione delle sue idee e la tensione fra sensibilità personale e azione pubblica. Le prose alternano riflessioni teoriche, appelli alla giustizia sociale e descrizioni quotidiane che illustrano le condizioni dei più umili, offrendo un insieme di argomentazioni morali e immagini letterarie rivolte alla redenzione delle classi popolari.

Un “malfattore„.

Alberto — un ragazzo di dieci anni — giuocava nella stanza di suo padre, il quale stava leggendo la «Superstizione socialista» del Garofalo, quando la donna di servizio entrò dire: — C’è il tal dei tali: ho da farlo entrare?

— Cospetto! — esclamò il padrone, scattando in piedi. — Dopo cinque mesi di carcere! Entri sul momento.

A queste parole «cinque mesi di carcere» il ragazzo lasciò cadere il suo balocco e si ritirò in un angolo guardando all’uscio con gli occhi inquieti; perchè l’idea del carcere, naturalmente, non si poteva disgiungere in lui da quella d’un delitto.

E rimase immobile dallo stupore vedendo suo padre correre verso l’uscio e abbracciare affettuosamente il visitatore; il quale era un uomo sui trentacinque anni, di viso pallido e risoluto, vestito poveramente, ma pulito e di modi semplici e franchi.

Visitato e visitatore si fecero al vano d’una finestra e attaccarono una conversazione vivace, che era da una parte un incalzare di domande e dall’altra un succedersi di risposte, senza un momento di sosta. Quando, fra le altre cose, il ragazzo udì che l’amico di suo padre era stato condotto a traverso un villaggio, in mezzo a quattro carabinieri, con le manette ai polsi, come un famoso assassino ch’egli aveva visto uscire un giorno dalla Corte d’Assise, il suo stupore si cangiò in così aperto sgomento che il nuovo entrato, dandogli una occhiata per caso, se ne accorse. Ma prima di lui se n’era accorto suo padre.

Questi a un certo punto andò a prendere un pacco di giornali da un cassetto e, portandoli all’amico, gli disse:

— Tutto quanto le vorrei dire è stampato in questi fogli, che ho raccolti e serbati per lei. Ci dia una scorsa, vedrà che è stato sempre ricordato durante la sua assenza. Qui è espresso il sentimento mio e quello di tutti gli altri «malfattori».

Il visitatore prese i giornali, sedette con le spalle alla finestra, e cominciò a leggere. Il suo ospite lo lasciò solo e tornò dal ragazzo, aspettando una domanda che già gli leggeva negli occhi.

Il ragazzo, infatti, gli domandò a voce bassa:

— Che cos’ha fatto.... quel signore?

— Ha fatto — rispose il padre sorridendo — cinque mesi di prigione.

Il ragazzo rimase un momento perplesso. Poi domandò timidamente:

— Chi è?

— Alla buon’ora — rispose il padre, sedendo e attirando il figliuolo a sè; — a questa domanda mi è più facile rispondere. Ma temo che tu non capisca. Ascolta bene. Tu devi sapere che v’è in ogni paese una quantità di gente, fra cui molti uomini di grande scienza e di grande ingegno, e anche molti ricchi, i quali credono che a una gran parte delle infinite miserie e ingiustizie che affliggono il mondo ci sia rimedio. E pensano che il rimedio sia questo: che la società presente, in cui la vita di ciascuno è una lotta contro tutti, si trasformi in una grande associazione, nella quale tutti lavorino non più per il vantaggio e nella dipendenza e legati alla fortuna d’un piccolo numero, ma direttamente per la società che li retribuisca tutti equamente; in una grande associazione, in cui non ci sia più, come c’è ora, un gran numero d’uomini che faticano da ammazzarsi e son poveri, un altro gran numero che non trovan lavoro e sono affamati, e delle migliaia e migliaia che non lavorano e vivon nell’agiatezza. Mi hai capito? Ebbene, tutti costoro che desiderano e sperano che venga un giorno in cui tutti gli uomini lavorino concordemente per il bene proprio e per il bene comune, senza strapparsi il pane di bocca l’un l’altro, senza odiarsi e temersi a vicenda, e partecipando tutti ai benefizi della vita civile, come figliuoli di una famiglia nella quale tutti sono amati e protetti ad un modo, si chiamano socialisti. E che cosa fanno essi? Fanno questo. Si adoperano con tutte le loro forze a dimostrare agli altri che un tale stato della società è possibile, non solo, ma che si attuerà a poco a poco, necessariamente, per forza delle cose; ma che per conseguirlo più presto e senza violenze bisogna che tutti lo desiderino e lo preparino infondendo nelle moltitudini un concetto lucido di che cosa esso sia e un sentimento profondo della concordia fraterna necessaria ad attuarlo, educandole all’adempimento dei loro doveri e all’esercizio dei loro diritti, persuadendole che l’unico modo di raggiungere la mèta è che esse affidino la rappresentanza dei loro interessi e delle loro volontà ad uomini che siano interessati a raggiungerla, ossia che appartengono anch’essi alla immensa famiglia su cui pesa la povertà e l’ingiustizia. Mi sono spiegato? Ora questo signore che vedi, è un socialista. È un lavoratore che lavora per vivere, ma in tutto il tempo che gli resta libero va attorno fra la gente, e ragiona, spiega loro la cosa, cerca di trasfondere negli altri la propria fede, senza istigare all’odio contro alcuno, non solo, ma adoperandosi a spegner gli odii dove li trova, esortando i violenti a temprarsi, gli incolti a studiare, i discordi a conciliarsi, tutti i poveri e malcontenti a confidare in un avvenire migliore, a cui si verrà pacificamente e legalmente, per la sola forza della verità e della giustizia, quando la verità sarà compresa da tutti e la giustizia sarà da tutti voluta. E bada che egli non si affatica e non si affanna se non per produrre un bene, del quale egli è certo che non arriverà in tempo a godere. Egli vive come un povero perchè è povero; ma dà agli altri anche quel pochissimo che a lui par superfluo e a noi parrebbe necessario. Se fosse ricco, darebbe per la fede tutto il suo avere. Se gli chiedessero la vita, darebbe anche la vita, perchè non vive che per quell’Idea. E ha un passato senza macchia, ed è buono e semplice come un ragazzo. Puoi pensare quanti uomini ho conosciuto in vita mia; ebbene, egli è uno di quegli uomini più onesti, più disinteressati, più rispettabili che io abbia conosciuti. Io gli voglio bene e lo ammiro.

Il ragazzo rimase un po’ sopra pensiero, guardando ora suo padre, ora «il libero dal carcere». Poi domandò:

— E allora.... perchè l’hanno messo in prigione?

— Perchè pensa e dice tutto quello che t’ho detto, — rispose il padre.

— Ma dunque.... potrebbero mettere in prigione anche te, che dici le stesse cose?

— Certo.

— E perchè ci hanno messo lui soltanto?

— Perchè dice tutte quelle cose più forte e più apertamente, che è quanto dire che è più disinteressato e più sincero, che desidera più ardentemente il bene, che è più coraggioso e più generoso di me.

Il ragazzo non ribattè più parola e stette guardando con gli occhi spalancati il suo ospite, che continuava a leggere.

— Animo, — gli disse il padre all’orecchio; — quando è entrato egli s’è accorto che tu hai avuto paura di lui come di un brigante; tu gli devi una riparazione; vagli a domandare se sta bene.

Il ragazzo si mosse lentamente e s’andò a mettere fra le ginocchia del «pregiudicato» senza osar di parlare, ma come offrendo la testa bionda alle sue carezze. Quegli smise il giornale e dato uno sguardo a lui e al padre, capì e sorrise. Ma il suo saldo cuore che in mezzo alle persecuzioni e sotto l’affronto delle manette non aveva mai avuto un momento di debolezza, fu scosso dall’atto del fanciullo, il quale rappresentava ai suoi occhi una nuova generazione gettata da un impulso generoso dell’anima nella causa che gli era sacra. Lo fissò un momento con gli occhi scintillanti, poi prese con le mani quella testa bionda e vi stampò un bacio.... che gli fu reso con effusione.

Riavvicinandosi a suo padre il ragazzo gli accennò con un gesto di meraviglia, che la sua fronte era inumidita.

— Non t’asciugare, — rispose il padre — è acqua di battesimo.

Discussioni.

Trovò in casa del Cambiari una dozzina di convitati i quali avevan finito allora di sparecchiare uno dei succolenti pranzi che il padrone imbandiva ogni quindici giorni a un numero sempre incerto di amici, poichè egli faceva gli inviti e se ne scordava, e fissava spesso a parecchi delle ore diverse. Il piccolo salotto, in cui la disarmonia dei mobili e dei colori e l’arruffio delle chincaglie scheggiate e sbreccate dai ragazzi raffiguravano il tenor di vita della famiglia, era affollato. Ma ad Alberto, tutto acceso della sua idea, non spiacque quell’affollamento inaspettato che in altra occasione gli sarebbe riescito molesto. Appena entrato, però, s’accorse da più d’un viso e da un leggero mormorio che, durante il pranzo, dovevano aver parlato dei fatti suoi, e di quali fatti s’immaginava. C’eran due ingegneri, un impresario costruttore, degli impiegati in riposo, ch’egli aveva trovato là qualche volta; degli sconosciuti, quasi tutti panzuti e brizzolati, e tre giovani signore; oltre alla numerosa progenitura del padron di casa di cui spuntava un musino roseo dietro ogni spalliera di seggiolone. Vedendo a vari convitati gli occhi lustri e le guancie scarlatte che tradivano il prurito della discussione, Alberto si tenne preparato a un assalto. E questo gli fa dato quasi subito, prima in forma di scherzo, poi a poco a poco, seriamente; ma con una così manifesta ignoranza degli elementi della quistione, con un così ingenuo sfoggio dei più vieti luoghi comuni, che egli seguitò a parar le botte a colpi d’arguzia, senza perdere un momento il suo buon umore. Quando gli assalitori cominciavano ad eccitarsi, capitò la visita dei coniugi Luzzi, e, la comparsa della piccola signora sfavillante di vita, chiusa in un fresco vestito avana che dava al suo visetto bruno, segnato d’un neo, una grazia adorabile, troncò di netto la discussione.

Alberto espose allora al Cambiari, a quattr’occhi, l’idea del suo lavoro, e gli disse il suo desiderio di parlare col Baldieri. — Con l’anarchico Baldieri? — esclamò il Cambiari, dando un passo indietro; e soggiunse in tuono d’avvertimento amichevole: — Alberto, bada!... — La cosa, d’altra parte, non era così facile: il Baldieri parlava a cuor libero con lui perchè (e glielo diceva) era un borghese logico e sincero, ossia un aperto nemico; ma un borghese socialista, con un rivoluzionario tartufo, come egli li chiamava, razza anche più odiosa a lui dei reazionari arrabbiati, doveva essere un altro paio di maniche; c’era il rischio di pigliarsi un «no» tanto fatto. Nondimeno, insistendo Alberto, egli promise che gli avrebbe parlato. E gli diede qualche informazione: era un operaio colto, aveva fatto il ginnasio inferiore, pareva un ufficiale in borghese; ma, si tenesse per avvisato! Non doveva aspettarsi dei complimenti da lui. Poi gli disse piano, accennando alla compagnia: — Se la riattaccano tira in avanti a celiare, te ne prego.

La riattaccò subito, infatti, un vecchietto arcigno, invalido, decorato di non so qual ministero, di conosciuta avarizia; il quale domandò bruscamente ad Alberto, agitando una mano per aria: — Ma insomma, a quale delle scuole del socialismo appartiene lei, si può sapere?

Alberto rispose: — A che serve dire di che scuola sono a chi non ne accetta nessuna? E a che pro parlar di rimedi sociali con chi crede i mali irreparabili e nega che ci siano?

— Noi non neghiamo i mali — rispose l’altro, — ma vogliamo ripararvi con la carità.

Alberto si ricordò in quel punto che in una sottoscrizione pubblica dello scorso inverno, quel signore aveva mandato ad un giornale due lire per sè e cinquanta centesimi per ciascun membro della sua famiglia, tutti firmati in colonna, in modo che era riuscito a far stampare sette volte il suo nome con uno scudo: la tariffa, presso a poco, delle inserzioni. — Con la carità? — gli disse allora, — faccia...; ma non si rovini.

La stoccata era forte: le signore non poterono rattenere un sorriso; la Luzzi si coperse il viso col ventaglio.

Uno sconosciuto, balbuziente, coperse la ritirata del vecchietto ripetendo la sua domanda: — Dica dunque: è collettivista? è comunista? — È per l’uguaglianza assoluta, per un ordine sociale che metterebbe alla pari Dante Alighieri e un cretino?

— E perchè mai, — ribattè Alberto, facendo un viso ingenuo — respingerebbe «lei» un tale ordinamento?

Si udirono scricchiolare alcune seggiole; ma il colpito non sentì il colpo alla prima. Vedendo però sorridere la signora Luzzi, sospettò qualcosa e disse piccato: — Lei fa il socialista con un secondo fine.

Alberto lo guardò con stupore, e domandò sorridendo: — Per aver stipendi e decorazioni?

Quegli rimase un po’ incerto; poi rispose: — Per farsi elegger deputato!

Alberto diede in una risata. — Ma caro signore, trovi un modo più sensato di darmi dell’asino. Sarebbe come andarmi a imbarcare a Genova per arrivare più presto a Venezia.

Lo sconosciuto volle rispondere; ma il vecchio impiegato gli coprì la voce, dicendo aspramente: — Non credo che si possano professare sul serio quelle idee. Un borghese socialista non è che un negro incipriato!

— Questa immagine non è sua! — esclamò Alberto.

— Oh! Signor cavaliere, — rincalzò la Luzzi — lei, dunque, riconosce d’appartenere a una razza inferiore!

Il motto fece ridere. Alberto si voltò a guardarla, e disse: — Ah! Ecco la mia alleata!

Ma varie voci lo assalirono tutte insieme, domandandogli perchè, se era un socialista, non cominciasse a spartire l’aver suo fra chi non n’aveva.

— Oh bella, — rispose Alberto, — per due ragioni semplicissime: prima, perchè se mi conducessi povero, perderei la mia indipendenza, e dovendo chieder lavoro e danaro alla borghesia, non sarei più libero di manifestare le mie idee; e poi, perchè, com’è costituita la società, non potendo mio figlio guadagnarsi da vivere prima dei trent’anni, o morirebbe di fame, o dovrebbe lasciar gli studi e mettersi a fare un mestiere.

— Benone! — uscì a dire l’impresario, con un’aria trionfale, — ma se è socialista, perchè non mettere suo figlio a fare un mestiere?

— Perchè non ho diritto di forzare la sua volontà, di toglierlo violentemente dalla classe in cui l’ho posto; perchè se anche lo facessi col suo consenso, egli per l’effetto delle idee che oggi regnano, sarebbe disprezzato e creduto un pazzo tonto dalla classe da cui uscirebbe, quanto da quella in cui vorrebbe entrare.

— Magre ragioni! — rispose un vecchio maggiore pensionato, amico del Luzzi. — Chi è persuaso d’un’idea, deve tutto sacrificarle! Lei dovrebbe essere il primo a dar l’esempio.

A costui rispose la signora Luzzi: — Se è così, signor maggiore, lei vuole liberare Trieste dall’Austria, perchè non prende il fucile e parte per il primo per la frontiera?

Il maggiore si rivoltò, dicendo che il paragone non calzava; ma la signora Luzzi ribattè: — E poi, mi scusi, c’è contraddizione. Se un socialista è ricco, gli dite: — Dovete dar tutto agli altri. Se è povero gli dite: — Siete socialista perchè non avete nulla da perdere. Che logica è questa?

Rimasero tutti un po’ sconcertati; ma se la cavarono fingendo di prendere quell’argomento in ischerzo, e voltarono il discorso per domandare ad Alberto che idee avesse sulla proprietà, e se il socialismo volesse obbligar tutti a lavorare.

— Non si riuscirà mai a questo! — esclamò il maggiore. — La proprietà è un istinto! Persin lo scoiattolo, persino il topo campagnolo sono proprietari, perchè ammassano per l’inverno delle provvigioni sovrabbondanti, di cui resta loro una parte nella primavera. Vede dunque che perfino tra le bestie ci sono i ricchi, che hanno del superfluo perchè sono stati previdenti.

— Ma le bestie — rispose Alberto — fanno le loro provviste da sè, non le fanno fare agli altri, e non son provviste che fruttino altre provviste senza fatica come il danaro, e i topi non le lasciano ai figliuoli perchè marciscan nell’ozio.

— Queste son celie! — gli rispose uno dei due ingegneri. — Non c’è bisogno di ricorrer alle bestie. Lei che è letterato, dovrebbe sapere la definizione che ha dato dell’uomo un grande scrittore: «L’uomo è un animale proprietario». Che cosa gli avrebbe da rispondere, signor professore?

— Gli risponderei che non discuto quell’epiteto, con chi si appropria quel sostantivo.

La Luzzi rise: l’ingegnere fece una spallata. — Non sono questioni, mi scusi, da trattarsi con giuochi di spirito!

— Ma come vuol che me la cavi altrimenti, — rispose Alberto ridendo — se m’assaltano tutti insieme e non mi lascian rifiatare.

— La proprietà è frutto del lavoro!

— Non tutta, nè sempre.

— Eh, andiamo — osservò il Cambiari all’ingegnere battendogli una mano sulla spalla, — che lavoro ti sono costate le ottantamila lire che guadagnasti rivendendo il tuo terreno fabbricabile di San Salvario a dieci volte il prezzo che ti era costato?

— Sei socialista tu pure? — gli domandò l’ingegnere indispettito.

— Quando son disoccupato, — rispose il Cambiari.

— Ma quello è un caso eccezionale, — ribattè al Cambiari il maggiore. — Prendiamo il nostro impresario qui presente. Egli non lavora più con le braccia, ma è più benemerito che se lavorasse, perchè con la proprietà acquistata dà del lavoro ogni anno a duecento operai.

— Dà del lavoro! — interruppe Alberto. — Perdoni, signor maggiore: io domando se non sono duecento operai che danno il loro lavoro a lui....

— Ma come?

— Ma certo! Se il lavoro di quei duecento operai non fruttasse a lui molte migliaia di lire, lo darebbe loro?

— Ma questa è una capriola.

— Una capriola da avvocato — aggiunse l’impresario.

— Già, è l’avvocato del lavoro, adesso, il cavaliere degli sfruttati.... l’amico degli operai: il titolo d’un almanacco a dieci centesimi! È anche amico degli operai che fanno il lunedì? — domandò un signore grasso, amico del Bianchini padre, che teneva le mani incrociate sul ventre.

— E perchè no? — gli disse la signora Luzzi con un sorriso vezzoso — non è amico di lei, che «fa» tutta la settimana?

Risero tutti, anche il signore grasso. E questa volta Alberto si voltò verso la signora con un moto di viva simpatia che essa vide.

— Eh, caro signore, — riprese l’avvocato — lei fa l’avvocato dogli operai senza conoscerli; ma cambierebbe idee se ci avesse che fare. Restii al lavoro, briaconi, ignoranti e presuntuosi insieme, maldicenti, feroci dei padroni: un bravo operaio è una mosca bianca, lo creda pure....

— Io non capisco.... — rispose Alberto — ma se gli operai sono fannulloni, chi è che fa tutto l’enorme lavoro manuale di cui la società ha bisogno ogni giorno? Vanno a ubriacarsi all’osteria! Si vanno a ubriacare anche molti signori in luoghi più puliti, è vero; ma senza la scusa di aver per case delle buche, in cui ripugni di passar la sera, o col vantaggio di poter nascondere l’ubriacatura in una cittadina. Sono ignoranti! Questo è certo, e non hanno scusa: quando li vedo tornare a casa la sera, rotti da dieci ore di lavoro, io domando: O perchè non vanno al Circolo filologico? Dicono anche male dei padroni. Ma mi pare che lei, dal canto suo, non faccia di loro dei panegirici.

— Ben risposto, davvero! Ma le ripeto una cosa sola: vorrei che ci avesse da fare per una settimana e mi darebbe poi il suo bravo parere sopra le otto ore di lavoro!

— Il lavoro è un freno! — sentenziò il vecchio impiegato.

— Un freno che ammazza — rispose Alberto — non è più un freno; è un capestro.

— E lo vogliono allentar bene il capestro i profeti socialisti che profetizzano il lavoro di tre ore al giorno!

— È un assurdo — disse dolcemente uno dei signori che non aveva parlato — anche per rispetto alla religione. Il lavoro è un gastigo che Dio ha inflitto agli uomini. Non sarebbe più un gastigo se fosse ridotto a tre ore.

— Allora, — gli rispose Alberto, — lei che vive di rendita non discende da Adamo, perchè Dio non l’ha condannato al lavoro?

— Ma per me ha lavorato mio padre.

— E perchè, — domandò la signora Luzzi — Dio ha condannato suo padre e non lei?

Il signore rimase così impacciato che per salvarlo, l’ingegnere suo vicino apostrofò improvvisamente la padrona di casa:

— Ci dice lei il suo parere, signora Cambiari?

La signora voltò verso l’interrogante il suo viso ingenuo di bella paciona e rispose con amabile semplicità: — Il mio parere è quello di tutti, mi pare. Perchè si lavora? Per vivere. Dunque, quando si ha da vivere, perchè si dovrebbe lavorare?

Applaudirono tutti, ridendo, eccettuato Alberto, che cercava con gli occhi quelli della signora Luzzi, i quali sfuggivano.

Ma la discussione si ravvivò intorno al solito argomento, se gli operai avessero ragione o torto a lagnarsi, e tutti diedero addosso al Bianchini. Il maggiore disse che era il benessere che li guastava. Il signore grasso, che teneva ancora le mani sul ventre, approvò, soggiungendo che appunto per quella ragione non era neppure da desiderarsi un miglioramento notevole del loro stato. — È provato.... — disse. — È provato — ripetè, alzando la voce per coprir quella dei ragazzi che facevano passeraio in un angolo — che col diminuire del prezzo dei generi alimentari, e specialmente della carne, aumenta il numero dei delitti contro la proprietà e.... — soggiunse più basso — contro il pudore.

— Ah, se fosse vero, — rincalzò la signora Luzzi — lei che è un così fino gastronomico, sarebbe già stato arrestato.

Molti risero, altri fecero dei cenni di disapprovazione. — Ma lei ha torto — riprese la signora, senza turbarsi, — perchè è la cattiva nutrizione, che intristisce gli uomini. Sa il proverbio tedesco: «Der Mensch ist was er isst». L’uomo è ciò che egli mangia!

— Ma signor Luzzi! — esclamò il Cambiari, voltandosi verso il marito — la sua signora è socialista! È forse lei che la catechizza?

Il Luzzi, che non aveva ancora aperto bocca, crollò il capo in atto di compatimento verso sua moglie, come per dirle che era una pazza, poi espose la propria idea, mettendo nei suoi occhietti di topo un’espressione di finissima astuzia. Eran tutti malati d’immaginazione. Il socialismo era un fantasma creato dalla borghesia, la quale rassomigliava a certi malati che a furia di parlare di una malattia che non hanno, finiscono con soffrirne davvero. Egli aveva affermato il proposito di non aprir bocca in quelle controversie, perchè gli facevan compassione.

Tutti scrollarono le spalle; quel Luzzi che non aveva senso comune. Il socialismo esisteva, anche troppo; ma erano «i socialisti borghesi, borghesi dilettanti» quelli che gli fortificavano la vita. — Sono loro — disse il vecchio impiegato ad Alberto, ripetendo delle parole lette di fresco — loro che giuocano col mostro ancor piccolo, ancora innocente, con un nastro al collo come un agnello, e lo tiran su a bocconcini, senza pensare che un giorno mostrerà i denti e divorerà loro stessi e tutti quanti.

— Ma è appunto quello che io penso! — rispose Alberto.

— E anche quello che desidera?

— Io non desidero che il bene di tutti.

— A spese di alcuni, non è vero?

— Sarebbe sempre più giusto che il bene di alcuni a spese di tutti.

Tutti protestarono in coro, l’impiegato fece un atto di sdegno e la discussione stava per volger alle brutte quando il Cambiari la interruppe con uno scherzo, e la troncò poi affatto la comparsa di un cameriere con un gran vassoio pieno di bicchieri.

Allora tutti si levarono in piedi e formarono vari gruppi conversanti a voce bassa e concitata, nei quali Alberto argomentò dai gesti e dagli sguardi che gli si levava la pelle. E si accorse che le signore non gli erano meno ostili degli uomini. Già, durante la conversazione, nonostante le risatine, provocate da certe sue risposte epigrammatiche, egli aveva colto a volo da tutte, fuorchè dalla padrona di casa, delle occhiate malevoli, quasi sprezzanti. E quell’abbandono, a cui non era preparato, del sesso gentile, che l’aveva sempre accarezzato cogli occhi e con la parola, lo rattristò. Si trovava solo in un angolo: cercò con lo sguardo la signora Luzzi.

Era accanto a lui, come se avesse indovinato il suo pensiero.

Egli le disse piano, con calore: — Grazie.

E vide che i suoi occhi, belli come non gli erano mai apparsi, si velavano.

················

Amicizia nuova.

..... a quell’uscita tutti e tre protestarono, ridendo, e uno più forte degli altri, picchiando un pugno che fece sobbalzare i bicchierini del cognac, con cui stavano coronando la colazione:

— Sì, — ripetè con garbo, ma con fermezza il professore, — ve lo ripeto. E volete che ve lo dimostri che non conoscete il mondo? Siete qui un conferenziere sociologo, che insegna a rimpastare la società, e due romanzieri che scrutate dentro e fate parlare persone di tutte le classi sociali, e non c’è uno di voi che conosca un operaio.

Uno dei romanzieri fece una spallata. — Ne conosco cento — rispose. — Non è mai venuto un operaio a fare una riparazione in casa mia che io non mi sia intrattenuto con lui per un’ora.

— A interrogarli come i generali interrogano le sentinelle: di che classe? quanti mesi di servizio? avete a lagnarvi di nulla? E credi d’averne conosciuto uno solo in codesta maniera? Credi che si possa studiare un uomo delle classi inferiori, a cui non ci lega nessun vincolo, da cui ci separano cento idee false, nello stesso modo che ci facciamo un concetto d’un romanzo nuovo scartabellandolo distrattamente in un momento d’ozio?

— Andiamo, — osservò il conferenziere agli altri due — l’amico non ha torto. Quanto a operai, voi vi rigirate fra le mani il burattino della letteratura romantica di cinquant’anni addietro, un po’ ritoccato dal pennello zoliano.

— E in che maniera l’avremo da studiare? — domandò uno dei romanzieri. — Abbiamo da andare travestiti a lavorar nelle fabbriche come il pastore Goerhe, o da aprire uno spaccio di liquori in un sobborgo come Enrico Leyret.

— No, — rispose il professore, — v’è un mezzo solo.

— Quale? — domandarono tutti e tre a una voce.

— L’amicizia.

Tutti e tre risero. E uno gli disse: — Sei tu che caschi nel romanzo falso. È un’amicizia impossibile. C’è troppa differenza di cultura, di maniere e d’abitudini.

— Ecco il gran pregiudizio! Strano davvero. Ciascuno di noi ha nella propria classe qualche amico che è nei modi, nel linguaggio, in tutte le sue abitudini un ribelle brutale alle forme convenzionali della vita signorile e che, salvo un po’ di grammatica, non ha maggiore istruzione d’un operaio infarinato di qualche lettura; e questo non c’impedisce l’amicizia.

— Ammettiamo; ma intendiamoci. Quest’amico operaio l’hai veramente, o non è che un tuo ideale? Se non è che un ideale, è un discorso finito.

— È una realtà.

— E come te lo sei fatto? Sentiamo. Con che arte? Insegnaci l’arte.

— Senz’arte. Ho capito subito che v’era un sol modo di guadagnarmi la sua confidenza, senza la quale non c’era amicizia possibile: quella di provargli che la meritavo dimostrandogli immediatamente la mia: anticipazione che nessuno della nostra classe fa mai a una persona di classe inferiore. Appena capii che era un galantuomo e un buon uomo, lo trattai come un amico, senza restrizioni nè di parola nè di pensiero: gli parlai delle cose mie, gli confidai dei dispiaceri gravi che avevo in quel tempo. Ne fu meravigliato, e me ne fu grato. Se avessi incominciato con chiedergli quanto non gli avevo dato ancora, con interrogarlo, cioè, riguardo alla sua vita, alle sue opinioni e ai suoi sentimenti, come tutti fanno, mostrandomi curioso di lui come d’un animale esotico, non avrei ottenuto nulla nè subito nè poi. Con tutto questo, non riuscii così alla lesta a quello che era mio intento, ebbi ancora delle diffidenze da superare, delle ritrosie da vincere. La cosa era nuova per lui. Per un pezzo, nonostante la simpatia che gl’ispiravo, rimasi per lui un oggetto di stupore. Mi scrutava con gli occhi, s’arrestava spesso tutt’ad un tratto, parlando; gli rinasceva a quando a quando un senso di suggezione, ch’io credevo già strappato dalle radici, e vi ripeto, senza arte, quasi senza volerlo, con la famigliarità spontanea dei modi, con l’intonazione del discorso più che con le parole, piantandogli sempre in viso gli occhi aperti e sinceri, per cui mi poteva leggere in fondo all’animo senza scoprirvi nessun secondo fine, senza trovarvi altro sentimento che quello di una schietta stima e di una viva benevolenza.

— Un momento! — interruppe il conferenziere — il tuo operaio è socialista?

— Sì.

— Tu dici che non hai usato arte con lui; ma ti sei professato socialista.

— No, perchè non lo sono. E non sono neppure antisocialista. Il socialismo è un problema. Non lo so risolvere. Sto a vedere come procedano passo passo verso la soluzione, sulla gran lavagna della pratica, quelli che lo credono solubile, desidero che ci riescano, ecco tutto. Ma con l’amico non m’infinsi: sarebbe stato indegno, e anche peggio che inutile, perchè avrebbe finito con scoprire l’inganno.

— Ti ha almeno illuminato l’amico, riguardo alla soluzione?

— M’ha fornito dei dati che ignoravo.

— Riflettici la luce, dunque.

— Ne avete bisogno, infatti. Fra l’altro, ho capito per la prima volta dai suoi discorsi la vera natura e misurato tutta la forza del sentimento collettivo che anima ora la classe a cui appartiene: sentimento non prima intuito da me che in confuso: assai più profondo, più vivo, più facile a essere urtato e ferito di quanto noi tutti pensiamo. Ho capito che la natura di quel sentimento, in tutti i casi di conflitto, richiede da parte della autorità, dei padroni, della stampa, di ogni gente delle altre classi, forme di trattamento e di linguaggio, dalle quali si discostano molto ancora le forme generalmente usate; che una quantità di conflitti s’inaspriscono e si prolungano non per altro che per la trascuratezza di quelle forme, le quali non sarebbe soltanto prudenza, ma giustizia l’osservare; e che quando questo nuovo Galateo da classe a classe, che ora manca, sarà formato ed osservato, molti dissidi saranno facilmente composti, e molti, ora frequentissimi, non sorgeranno più. Io ne son persuaso come d’una verità psicologica elementare.

— Avanti, — disse uno dei commensali — a un’altra scoperta.

— Mi sono persuaso che v’è nella maggior parte, come in quell’uno, un sentimento, il quale li spinge al socialismo con altrettanta forza, se non maggiore, del desiderio e della speranza d’un miglioramento della vita materiale, ed è la coscienza ribelle, come a un’ingiustizia, allo stato d’inferiorità sociale e morale in cui li tiene l’opinione della borghesia, la coscienza del loro diritto a una maggior dignità di vita, anche fuori d’ogni considerazione di agiatezza, un’aspirazione alla coltura, all’educazione, a tutte quelle cose, la cui mancanza li separa, più che la disuguaglianza economica, dalle classi superiori. Mi sono persuaso che non deriva da pigrizia o da sollecitudine della salute il desiderio d’una riduzione della giornata di lavoro; ma da un vero imperioso bisogno di vivere un po’ di vita del pensiero, di avere il tempo di mescolarsi, se non altro come spettatori, alla vita del mondo, di rompere con qualche sosta più lunga quella fuga quotidiana, affannosa come la corsa di gente inseguita, dalla casa all’officina, dall’officina alla pentola, dalla pentola al letto, che travolge come un vento affetti e pensieri e opprime il respiro dello spirito e confonde quasi come in un sogno faticoso il sentimento dell’esistenza

— La seconda scoperta — osservò uno dei romanzieri — non val quella dell’America; ma val più della prima.

— Taci: è tutto un nuovo mondo per te, che non sei mai uscito dal vecchio continente della letteratura. Ho scoperto che noi siamo tutti in un grande errore supponendo che per effetto della distanza da cui son separate le classi, la nostra si sottragga in gran parte all’osservazione e all’indagine censoria delle classi lavoratrici; mi sono accertato, studiandone uno solo, che anche fra gli operai più incolti v’è ora l’intuizione acuta d’una quantità d’abusi dei signori, di ingiustizie e di lacune delle leggi, d’immoralità mascherate della vita politica e del commercio finanziario, delle quali li crediamo ignoranti affatto come di cose dell’alta scienza; che v’è fra di loro un gran numero di «dilettanti critici» di processi e di cronache mondane scandalose, di «specialisti» che conoscono le sorgenti impure della fortuna di molti loro concittadini, che segnano a dito i figliuoli ricchi e rispettati di padri usurai o falliti con frode, che indicano le palazzine guadagnate in un’ora con un colpo fortunato alla Borsa, che conoscono vizi ed imbrogli di faccendieri illustri e potenti, come giornalisti di professione, che portano in tasca e cavan fuori a proposito, per leggerli nei crocchi, dei giornali vecchi, nei quali sono accennati i milionari pensionati del Governo a ottomila lire l’anno e i professori d’Università che riscuotono lo stipendio di un decennio senz’aver fatto una lezione, e che citano esatte le somme enormi profuse da municipi dissestati in festeggiamenti adulatorii e le gratificazioni favolose largite da certe grandi amministrazioni ai loro pezzi grossi, mentre fanno aspettare per anni dei miseri sussidi a vedove e a orfani di lavoratori manuali che, faticando diciotto ore al giorno per sessanta lire al mese, si sono accorciata la vita a benefizio degli azionisti. Mi sono persuaso che sono tutte queste cognizioni accumulate nei cervelli, tutti questi sentimenti, ribollenti negli animi, che fanno trasmodare molte volte le moltitudini mosse da prima da un intento pacifico, e che la più parte di coloro che le condannano, accorderebbero loro molte «circostanze attenuanti» se sapessero.... quante cose esse sanno.

— Ci hai dell’altro? — domandò il conferenziere.

— E del meglio? — domandarono gli altri due.

— Dell’altro e del meglio. Ho capito quanto sia erroneo il concetto che noi ci facciamo, generalmente, del lavoro manuale, e quindi ingiusto nel più dei casi il rimprovero che si fa agli operai di non «amare il lavoro» nel senso e nel modo che noi amiamo il nostro. Ho capito quanto si debba essere indulgenti, per questo riguardo, col grandissimo numero che compiono un lavoro monotono, il quale è duro e opprimente per modo che molti l’abbandonano per darsi a fatiche anche più gravi e men retribuite, non per altro che per liberarsi dall’eterna intollerabile uniformità dei movimenti muscolari a cui li costringe l’attuale divisione del lavoro nella grande industria, e per cui, alla lunga, nasce in loro un abborrimento invincibile. Molte cose avevo lette nei libri al proposito; ma il mio amico per il primo, con certe frasi e immagini vive del suo vernacolo, molte volte ripetute, mi fece comprendere e sentire quasi come per esperienza la tortura della fatica avvelenata dalla noia, la tristezza delle lunghe giornate passate nelle officine oscure, tra il fumo e il polverio, in uno strepito assordante, l’aspettazione interminabile del suono liberatore della campanella, il continuo affannoso desiderio che spinge tutti i pensieri verso la domenica come a una terra promessa lontana, dove si potrà respirare e pensare, essere un uomo per un giorno.

Mi son quindi persuaso anche di questo: come in moltissimi non si ha che sonnolenza, atrofia morale, prodotta da estenuazione di forze e da un enorme tedio accumulato, quello che a noi pare rassegnazione ragionevole al proprio stato; mi son persuaso che quello che noi giudichiamo in molti indifferenza o avversione al socialismo che li cerca, non è altro che inettitudine o ripugnanza allo sforzo necessario per comprendere e appropriarsi le proprie idee, impotenza della mente paralizzata da un lavoro macchinale di molti anni, il quale non è più in loro, come dicono i fisiologi, di pertinenza del cervello, ma del midollo spinale, e li ha ridotti a vivere come le rane, a cui sono stati tolti i lobi cerebrali. A voi, romanzieri: ecco un argomento degno dei vostri studi più dei cuoricini delle contesse.

— Sta bene; — gli rispose uno degli apostrofati — ma.... passez au déluge.

— Eh, il diluvio verrà, se non metterete giudizio. Tutte queste cose il mio amico non me le disse come io le ho dette a voi, si sottintende; ma io le compresi dai frammenti dei suoi discorsi o glie le lessi dentro per gli spiragli che mi lasciava aperti tra parola e parola. Incoraggiato, ho continuato a scavare nell’animo suo, aprendogli sempre il mio tutto quanto, e v’ho scoperto delicatezze di affetto che non immaginavo, sentimenti e pensieri che non venivano fuori se non perchè non trovavano la via d’uscita, o ne uscivano travisati dall’espressione monca ed impropria; ho afferrato a volo idee e intuizioni nette di una mente vergine, non viziata, come la nostra, dalla consuetudine di guardar le cose a traverso le reminiscenze dei libri e di giudicarle in relazione coi giudizi altrui; ho inteso da lui giudizi sulla società e sulla vita originali e sensati, domande elementari e profonde di bambino, che mi mettevano in impiccio, e ragioni semplici e lucide, alle quali, con mio stupore, non trovavo nel mio magazzino intellettuale nessuna ragione da opporre, che non fosse un giuoco di parole. Per tutte queste cose mi son legato a lui, e ho provato nella sua compagnia come un ringiovanimento del senso dell’amicizia, certe compiacenze vive e delicate delle prime intimità fraterne dell’adolescenza, delle quali non avevo quasi più memoria. L’amicizia dura da vari anni. S’è stabilito un commercio intellettuale fra di noi. Io gl’impresto dei libri; egli, dopo lettili, mi domanda delle spiegazioni le quali non di rado non valgono i suoi commenti impreveduti, che mi fanno pensare anche quando battono in falso. Ho veduto la sua intelligenza allargarsi e rischiararsi rapidamente, come quella d’un ragazzo che, invece d’imparare, riacquistasse la memoria di cose dimenticate. E ciò non ostante, non so proprio chi di noi due abbia giovato all’altro di più. Per me egli è stato la chiave che m’aperse la porta d’un mondo ignorato. E gli sarei grato per il solo fatto di avermi indotto questa persuasione: che il miglior modo di istruire e di educare il popolo, di riuscirgli utili e di essere giusti con lui, è quello di legarglisi con dei vincoli individuali d’amicizia, e che se ogni borghese colto avesse un vero amico nelle classi operaie, il mondo procederebbe certo egualmente verso la mèta a cui la legge della vita lo sospinge, ma forse per altra via e con altro passo, con maggior vantaggio di tutti.

— Applausi dal settore di destra — disse uno dei romanzieri. — M’hai persuaso benchè tu abbia parlato come un professore. Cedimi dunque il tuo amico.

— Ah no! — rispose il professore. — Fate voi altrettanto per conto vostro. Un’amicizia di tal genere non serve a nulla, anzi non si può avere se non si conquista. Vi trovereste a dover rifare il lavoro medesimo, a vincere le stesse difficoltà e le stesse diffidenze ch’io ho dovuto vincere. Non è uno di quegli amici che s’imprestano come un soprabito.

— E allora come trovarne?

— Ci dovrebbero essere delle agenzie speciali.

— Dobbiamo ricorrere alla «Camera del Lavoro».

— Ridete pure, — rispose il professore mentre tutti si alzavano per uscire. — Avete ingegno: son ben certo che quello che vi ho detto, vi rimarrà stampato nel cervello, e che ci penserete molte volte.... senza ridere.

Fra anarchico e socialista. (FRAMMENTO.)

La visita che Alberto aspettava con maggiore impazienza era quella del Baldieri. Il concetto un po’ fantastico che s’era fatto di lui, il pensiero di trovarsi per la prima volta davanti a un operaio d’idee profondamente discordi dalle sue, a un agitatore audace, provato da processi e da prigionie, che forse gli veniva in casa di mala voglia, e col proposito di dirgliene delle dure, lo tennero per vari giorni in uno stato di curiosità viva; la quale diventò vivissima quando, all’ora indicatagli dal Cambiasi con un biglietto, egli sentì una vigorosa scampanellata.

Dal viso con cui la cameriera gliel’annunciò e dall’incertezza con la quale disse un uomo invece di un signore, capì che doveva aver visto una faccia straordinaria.

E quando l’«uomo» gli fu davanti, egli dovette fare uno sforzo per dissimulare l’impressione che gli produsse il suo aspetto.

Non vide sul primo momento che due occhi azzurri potentissimi in una testa bionda più alta della sua; la quale pronunziando il suo nome, s’alzò invece d’inchinarsi.

Lo fece sedere, e l’osservò a varie riprese, di sfuggita, cominciando subito le sue interrogazioni, come se non s’occupasse punto della sua persona. Il Cambiasi aveva ragione. Egli non avrebbe saputo immaginare un viso che esprimesse più audacemente l’idea dell’anarchia rivoluzionaria. Era un viso lungo e sanguigno, con un gran naso arcato e sottile, che dava l’idea d’un’arma offensiva, e una bocca ferma, guernita di baffi petulanti, e un poco torta verso la guancia sinistra, dove s’apriva una cicatrice piccola e profonda, come il buco d’una palla di pistola. Ma più fieramente parlanti erano gli occhi, coi quali, fissando Alberto mentre rispondeva breve e netto alle sue domande, pareva che dicesse: — Chi è costui? Cosa cova? Che fine può avere la sua impostura? — Mai due occhi umani non gli avevano frugato dentro all’anima come quei due. Tutto ciò che v’è ancora di dubbioso nella sua nuova fede, tutti i pensieri e sentimenti che lo legavano ancora alla sua classe, gli parve che si agitassero, si scontorcessero sotto quello sguardo come un gruppo di bisce sferzate. Tanto che il suo cuore ardito se n’adontò e si ribellò, mandandogli un’ondata di sangue fino al collo, e invece di restringere la conversazione come aveva fissato, al lavoro dei fanciulli, egli decise d’assalirlo nel campo stesso delle sue idee, quando il primo argomento fosse esaurito. E cominciò a fissarlo, alla sua volta, negli occhi. E di volo riconobbe in lui quello che altri già riconobbero negli anarchici idealisti e sinceri: i caratteri fisici anticriminali: fronte larga, cranio ampio, una folta barba castagna, le pupille chiarissime. Era un bell’uomo; ma di quella bellezza che lascia l’animo incerto fra la simpatia e l’avversione; una di quelle figure vistose ed insolite, che, quando s’incontrano per la strada, vi fanno dire: — chi sarà costui? — A un certo punto sorrise, e Alberto fu stupito della espressione singolare di quel sorriso; pensò al sorriso, come lo chiama l’Antonino, fantastico, di Cola di Rienzo. Anche nella calma con cui parlava, il suo viso, il suo gesto, la voce, la parola, tutto aveva qualche cosa di tagliente e di aggressivo.

Quando capì che l’interrogatorio era finito, s’alzò a un tratto, con impeto, come se le sue gambe fossero due molle d’acciaio che avessero dato uno scatto a suo malgrado. Ma una curiosità imperiosa costrinse Alberto a trattenerlo.

— Come, — gli domandò sorridendo — se ne va senza cercar di convertirmi?

Il Baldieri lo guardò, senza comprendere: — Convertirla a che?... — Ma nell’atto stesso che fece quella domanda, comprese. — Ah! — disse — intendo.... No: non credo che sia il caso. Mi scusi, sa. Ha qualche cos’altro da domandarmi?

Alberto fu urtato da quella durezza: — Poichè rifiutate la discussione, non mi resta nulla da dire.

— Rifiuto la discussione! — ribattè l’anarchico. — Non la rifiuto mai quando credo che possa servire a qualche cosa. Ma a che cosa può servire.... tra me e lei?

Alberto volle rispondere; ma quegli lo prevenne. — Allora — disse — sarò franco; me lo permetterà. Noi non ci possiamo intendere. Un borghese non può esser con noi. Si può illudere, può essere qualche volta in buona fede....; ma alla prima occasione ci volterà le spalle, per forza, perchè non si può cambiare il midollo delle ossa. Tutt’al più, loro possono essere socialisti. Ma socialista e borghese è tutt’una per noi..... come per loro anarchico o pazzo. A che pro discutere coi pazzi? Dica la verità: per lei l’anarchismo è una pazzia.

Alberto gli fece cenno di sedere: quegli sedette sull’orlo della seggiola, come per fargli intendere che non si voleva trattenere.

— Non la credo una pazzia, — disse Alberto in tuono cortese — non mi pare irragionevole lo sperare che gli uomini potranno un giorno far di meno delle leggi, quando avranno raggiunto quel grado di moralità in cui la legge è superflua, perchè le basta la coscienza. Ma credo la moralità attuale ancora tanto lontana da quel termine, da rendere impossibile l’attuazione del vostro ideale, il quale è tutto fondato sulla esistenza d’uomini quasi perfetti. Crede lei in una trasformazione miracolosa della natura umana?

— Ma che miracolosa! — rispose il Baldieri con atto di impazienza. — Ecco la loro fissazione! Naturale, logica, non miracolosa; logica e certa, per effetto delle condizioni d’esistenza, affatto nuove, che dovranno mutar gli uomini per necessità, come il cambiamento del recipiente muta la forma del metallo fuso. — E fece un gesto come per dire: — È così chiara!

— È impossibile — disse Alberto. — Voi credete gli uomini pronti alla trasformazione, perchè, già sin d’ora, li giudicate migliori di quelli che sono, perchè non pensate che gran parte del male che non fanno, non lo fanno se non perchè non lo possono, perchè sono disarmati, compressi dall’ordinamento civile in cui vivono; ma togliete domani tutti i freni, come volete fare, e gli uomini ricadranno nelle barbarie d’un salto.

Il Baldieri scrollò le spalle in atto di pietà. — Lo dicevo che non ci possiamo intendere! — E ribattè con vivacità febbrile, picchiando il pugno sulla fronte e facendo scattar le parole: — Ma in che maniera un uomo intelligente non capiva che ogni crimine, ogni trista passione di adesso era l’effetto necessario d’una violenza, d’una restrizione imposta alla libertà, d’un vizio o d’una ingiustizia inerente all’organizzazione sociale? — Ma questo non si discute, — gridò — questo è patente come una verità elementare d’aritmetica! Ma non lo vede, non lo riconosce dieci volte al giorno, anche in sè stesso? — E dicendo questo, piantò in viso ad Alberto due occhi ch’ei non li aveva ancor visti, e che lo stupivano, quegli occhi fissi di smalto delle figure dei mosaici, che il Renan dice esser propri dei fanatici. Ed egli intuì rapidamente quella verità: che la fede assoluta in qualche cosa è per noi, uomini del presente, un fatto assolutamente sconosciuto, e che però ci è impossibile il metterci coll’immaginazione in quello stato dello spirito umano. Comprese che c’era un abisso fra quell’uomo e lui. Stette guardando un momento quegli occhi, poi disse: — Ebbene, supposto pure un miglioramento morale immediato negli uomini, come si può concepire una società senza organizzazione?

— Ma non si tratta di sopprimere ogni organizzazione! — rispose l’anarchico, impazientendosi da capo. — Questo è un altro dei loro chiodi. Si tratta di sostituire all’organizzazione autoritaria una volontaria, una federazione d’associazioni di lavoratori, che abbracci la società intera!

— Ma non sono possibili associazioni senza patti contrattuali, io credo; e questi patti saran sempre delle leggi!

— Non saranno leggi, perchè saranno spontanei e liberi, e si potranno mutare e distruggere quando si vorrà!

— Ma io non capisco neppur questo. In che maniera codeste associazioni, e nella loro federazione, si potrà mantenere l’accordo e ottenere l’operosità di tutti? Come potranno funzionare regolarmente l’una e le altre senza controllo, ossia senza autorità, senza leggi, senza la coazione dello Stato?

— Oh, curiosa! E come funzionava la società, prima che ci fosse tutto questo?

— Appunto: voi volete ritornare allo stato di natura; ebbene ci siamo stati, e siam venuti al segno in cui ci troviamo adesso.

— Ma noi ci torniamo con l’esperienza e con la scienza.

— Sta bene: dunque in condizioni affatto diverse, che ci permetteranno di rimanervi. Io comprenderei l’anarchia se si potesse tornare in tutto e per tutto allo stato primitivo. Ma non ci possiamo tornare con la complessità attuale della società, con l’attuale sistema di produzione, col macchinismo, con la divisione del lavoro, che richiedono la cooperazione metodica, armonica, puntuale d’una collettività di lavoratori, i quali debbono sacrificare la loro libera volontà. Come la sacrificheranno, se non ci saranno costretti?

Il Baldieri sorrise.

— Ma non ci sarà bisogno di costringerli perchè non avranno da fare un sacrificio! Esca un momento col cervello dallo stato presente. Lavoreranno spontaneamente, senza sforzo, non solo perchè avranno da lavorar meno, e vivranno meglio, ma perchè nello stato sociale in cui si troveranno sarà evidente, chiarissima a ognuno l’idea del dovere di ciascuno e di tutti, e questa sarà il più grande stimolo al lavoro e la regola migliore della condotta!

Alberto non rispose. La discussione ritornava sempre allo stesso punto, andava a battere contro la fede in un mutamento miracoloso degli uomini. Era inutile proseguire. Tutte le sue obbiezioni si sarebbero spezzate contro quell’idea. Ma non voleva parer vinto.

— No, — disse — è impossibile. Non posso concepire che due forme d’anarchia. Una, possibile, dopo una rivoluzione, anche domani: quella del vostro Stirner, uno dei padri dell’anarchismo; uno stato di libertà assoluta, in cui ciascuno combatta contro tutti, e dove si formerebbero dei gruppi di forti, per libero e mutuo consenso, senz’altro pensiero che l’interesse personale; lo sfruttamento di tutti, insomma, fatto da ciascuno; l’altra che sarebbe l’attuazione del vostro ideale, ma soltanto possibile dopo che la società sarà passata per un periodo di preparazione collettivista, in cui l’individuo svolgendosi e perfezionandosi, ridurrà a poco a poco superflua e poi nulla l’azione delle leggi e dello Stato: ma ciò in un tempo incalcolabile lontano. Fuor di queste due, non c’è altra anarchia che non sia un sogno.

L’operaio balzò in piedi col viso in fiamma.

— E allora è peggio che un sogno — gridò — è un’assurdità, è una stupidità il loro socialismo, con le sue leggi e col suo Stato! Come non capiscono che lo Stato è la peste, perchè non è e non può esser mai altro che l’organizzazione della forza per proteggere la proprietà, lo sfruttamento, l’usurpazione? che se si lascia in piedi una sola delle istituzioni presenti, si riformerà intorno a quella, per necessità, tutto ciò che era prima? Che pazzia! Si rada tutto una buona volta dalle fondamenta, come vogliamo noi, e quando non ci saranno più classi nemiche perchè non ci sarà più proprietà individuale, non sarà più soltanto inutile lo Stato, ma impossibile, ma ridicolo, come l’insegna d’una bottega bruciata! Finchè non vi sarà entrata nel cranio questa, voi altri signori socialisti non sarete mai altro che puntelli, senza saperlo, di tutte le istituzioni odiose che volete buttar giù, e noi vi combatteremo, noi vi odieremo peggio dei borghesi! Se non comanda altro, la riverisco.

Alberto notò il tremito violento della mano con cui egli riprese il suo cappello, e capì che gli bolliva dentro un’ira anche più forte di quella che avevano espresso le sue parole; l’ira che accende in ogni uomo di fede la discussione, come un atto offensivo e pericoloso insieme, per la sua fede. Per non irritarlo di più, cambiò sveltamente di tattica.

— E sia pure — disse. — Rimanga ciascuno nella sua idea. Non le faccio più che una domanda: lei non crede in altri mezzi che nella rivoluzione?

— In nessun altro — rispose il Baldieri, avviandosi per uscire. — Senza di questo, tutto è impostura e buffoneria, e l’inferno attuale durerà in eterno.

— E crede nell’azione rivoluzionaria senza organizzazione?

— Fermissimamente, perchè l’organizzazione della rivoluzione sarebbe la tirannia preparata, com’è stata sempre finora. E senza capi. E se verran fuori dei capi, saranno per loro le prime fucilate.

— E senza organizzazione e senza capi, chi manterrà l’ordine e la giustizia nella presa di possesso del capitale sociale?

Con questo, credette d’averlo messo al muro. Ma l’anarchico gli diede una risposta meravigliosa:

— Nessuno avrà interesse a prendere più di quello che gli occorre per lavorare.

A questa risposta inaspettata, a vedere la sincerità assoluta che brillava nei suoi occhi chiarissimi e fissi, Alberto si sentì disarmato, e l’obbiezione che stava per fargli ancora riguardo al principio: «ciascuno secondo i suoi bisogni», non attuabile se non nel caso d’una produzione sovrabbondante per i bisogni di tutti, gli morì sulle labbra. Egli sentì una specie d’ammirazione attonita per quella fede cieca, per quell’uomo così saldamente, così invincibilmente persuaso della sua idea.

— E crede anche — si restrinse a dirgli — i tempi già maturi per una rivoluzione?

— Magari per vincerla, no. Ma per cominciarla, per avviarla con delle rivolte, che scuotono l’opinione pubblica, poichè non c’è altro che la violenza che mandi avanti una causa, e non si fanno proseliti che con degli esempi d’audacia. La miglior propaganda è di sgomentare il nemico, di fargli tremare la terra sotto i piedi, di rendergli la vita così tribolata e miserabile, di far desiderare anche a lui la fine di tutto. I primi si sa, pagheranno i vasi rotti, come accade sempre; ma ne verrà dopo degli altri, che s’andranno moltiplicando; e poi verrà il momento favorevole, in cui agiranno tutti insieme, e allora sarà un uragano, che non lascierà più un sasso sull’altro di questa infame galera. E sarà presto, com’è vero che io e lei siamo qui, e che ci guardiamo in faccia.

E questo disse con un tale accento, con un tale sguardo che Alberto, con sua intima vergogna, sentì scorrere un freddo istantaneo dentro il suo sangue borghese, e si passò una mano sulla bocca per nascondere lo sforzo di mandar giù la saliva. Dopo una breve pausa gli domandò: — È anche per l’azione individuale?

Quegli lo guardò fisso, e poi scrollando le spalle come si fa a una domanda fanciullesca, rispose sprezzantemente, ma vigorosamente:

— No!

— E in un’azione collettiva — gli domandò Alberto — sarebbe pronto a sacrificarsi fra i primi?

— Io?... — quegli disse guardandolo. E soggiunse con un accento tranquillissimo: — E non me lo legge sulla faccia?

Alberto lo fissò senza parlare. E non sapendo dir altro: — Grazie — disse — delle informazioni.

— Era mio dovere, — rispose l’operaio. — Se occorrerà altro, potrà avvertir l’ingegnere. Al piacere di rivederla.

E senza dargli il tempo di porger la mano, se n’andò a passi risoluti, facendo risonare i tacchi sul palchetto come tanti colpi di martello.

Alberto rimase pensieroso in mezzo alla stanza, e gli prese un dubbio improvviso intorno a quell’idea, la quale neppur nei libri dei suoi propugnatori più eloquenti, egli aveva mai potuto, non che accettare, comprendere. E fece ancora uno sforzo per concepire la società come un tutto così fuso ed uno che non fosse possibile determinarvi la parte che spetta a ciascuno delle ricchezze che essa produce; e in cui tutti avessero uguale diritto sul prodotto dell’opera comune; e si compiesse la partecipazione senza abusi, senza disordini, come una immensa famiglia concorde.... Ah, no, era un’illusione, un sogno, una follia! Ma lo distolse da questo un altro pensiero: — Da che poteva nascere quella fede in una grande bontà ed equità futura degli uomini, se non da un così appassionato desiderio del bene altrui che gli facesse velo al giudizio? Che altri impulsi poteva egli avere, se non generosi, poichè in un nemico d’ogni superiorità e d’ogni autorità sociale l’ambizione non poteva essere, e la probabilità di migliorar la sua sorte era tanto minore di quella di perder la vita o la libertà per riuscirvi?

*

Poi domandò a sè stesso: — Ma quanti avranno la fede e la fibra di costui? Forse un altro nella sua città — pensò — forse non dieci nel suo paese, forse non mille nel mondo.

— Ah, no, — concluse. — Non si fa un esercito di eccezioni umane. L’esercito siamo noi, e travolgeremo nel nostro corso enorme anche loro. Essi non sono che la schiuma delle nostre onde, che andrà perduta nel mare....

Agitazioni e scioperi.

Il buon cavaliere, data appena una scorsa alla rubrica quotidiana «Agitazioni e scioperi» dove gli cadde sott’occhio la notizia d’un vasto sciopero agrario imminente in una provincia dell’Emilia, buttò via il suo fido giornale ed esclamò con accento di grande scoraggiamento: — Insomma, non si campa più! Questa non è più vita, è una convulsione perpetua, è il ballo di San Vito della Nazione, è una esistenza d’affanno a cui il mio temperamento non può reggere. Se ha da seguitare così, piuttosto di continuare a vivere in queste ansie dell’inferno, com’è vero il sole, io vado a finire i miei giorni in un’isola disabitata dell’Oceania.

E ciò detto, piantò il gomito sulla tavola, appoggiò una guancia sulla palma della mano, e stette così, scotendo il capo, come per riaffermare il suo proposito di emigrazione dal mondo civile.

L’amico che conosceva a fondo la sua natura di don Abbondio borghese, gli si fece accanto e gli disse con molta pacatezza: — Senti, caro mio. Il solo modo di vivere in pace, quanto si può, è di persuadersi che la pace al mondo non è possibile, perchè il mondo in pace sarebbe un mondo morto. Noi italiani siamo male avvezzi. Dal 1866 in qua, da quasi quarant’anni, non abbiamo più avuto scosse nazionali profonde. La spedizione di Roma del 1870 è stata una festa. La guerra d’Africa, oltrechè non mise in pericolo la nazione, non ci diede che delle commozioni molto attenuate dalla lontananza dei fatti. Questi quarant’anni di bonaccia hanno fatto nascere e crescere in tutti l’illusione che la civiltà d’un popolo possa progredire come va avanti un piroscafo sulla faccia d’un lago dormente. Quindi il movimento attuale del proletariato, che ci riscuote dal lungo dormiveglia, ci pare il finimondo. Ma voltiamoci un poco indietro col pensiero. Non parlo del periodo della rivoluzione francese e del primo impero, che fu anche per l’Italia una convulsione d’un quarto di secolo. Parlo della rivoluzione nostra. Dimmi che cosa sono le agitazioni presenti appetto a quelle per cui passò la borghesia in quel periodo. Prima le cospirazioni e i conati falliti, con le conseguenze tragiche delle persecuzioni, delle confische, degli esigli, delle prigionie, delle morti; poi una sequela di guerre, ciascuna delle quali poteva finire con l’invasione straniera e con una reazione terribile, e in cui tutto era messo a rischio: la vita, gli averi, la libertà, l’esistenza stessa della nazione; per una lunga serie d’anni si visse come un esercito accampato, non davanti ad un nemico, ma in mezzo ad un cerchio di nemici, minacciati, insidiati di fuori e di dentro da mille pericoli, senz’alcun benefizio della pace negli intervalli di tregua, in procinto perpetuo di un fallimento disastroso, in una vicenda continua di speranza e di disperazione. Non ti pare che i pericoli e gli affanni d’oggi siano ben poca cosa in confronto di quelli passati?

Il cavaliere scrollò il capo, e rispose tre volte no. — No; l’agitazione e i pericoli d’allora li volevamo noi, e sapevamo quello che volevamo. Era un movimento storico, necessario, chiaro, circoscritto. Ma questo chi sa dove andrà a finire?

— E anche questo è determinato da una necessità storica, è un fenomeno naturale della vita sociale. Credi che le forze della vita e della storia agiscano in una classe sola della società? Quello era un movimento circoscritto! Da che confini? Forse che la borghesia s’è contentata dell’unità e della libertà? Conseguite queste, non abbiamo noi cercato di ricavarne tutti i possibili vantaggi individuali e di classe, morali e economici? Ora le moltitudini voglion fare lo stesso: migliorare il proprio stato, come abbiamo fatto noi, servendosi delle stesse conquiste che a noi giovarono. E questo non facciamo noi ancora, tutti quanti? Chi non s’agita, in un modo o in un altro, per migliorare lo stato proprio? Chi è pago delle proprie condizioni di vita anche fra i più fortunati? Non diciamo noi che il malcontento è padre d’ogni progresso? Rifletti un poco. Noi giudichiamo naturale, giustificabile, anche lodevole che si dia moto e s’affanni per accrescer la sua fortuna il milionario, perchè riesce a vantaggio comune l’attività ch’egli spiega a quel fine, e non vorremmo che le classi sociali più povere s’agitassero per innalzarsi a una condizione di vita più umana! Ti par che sia logico? Ti par che sia umano?

— Non c’intendiamo. Non son contrario al fine: mi spaventano i mezzi, m’inquieta il fatto che queste classi si organizzino, si leghino e si muovano di concerto: in questo è il pericolo, e questo condanno.

— Ma questo condanni in loro soltanto: ecco l’ingiustizia. Non sono collegati per l’interesse comune cittadini di altri molti ordini e ceti sociali? C’è forse un ceto, una classe qualunque della società che, se sperasse di conseguire un vantaggio con l’associazione degl’intenti e degli atti, anche con lo sciopero, anche con l’arma spuntata e prudente delle minaccie, non lo tenterebbe? Non fecero, non fanno anche dei ceti borghesi dimostrazioni per le strade, leghe contro il fisco, intimazioni e minaccie al Governo? Non si sono accordati degli industriali a chiudere le loro fabbriche, mettendo sul lastrico una folla d’operai, per forzare lo Stato ad allentare il laccio dell’imposta? Che c’è di più naturale e di più giusto che i lavoratori ricorrano anch’essi al mezzo riconosciuto più efficace, al solo mezzo che possa recare effetti immediati, e di cui hanno avuto tanti esempi al di sopra di loro? Che se, avendo essi il numero, dalla loro azione concorde ci viene un’inquietudine che l’azione degli altri non ci desta, che colpa hanno essi d’essere in molti? È giusto il giudicare un diritto non per sè stesso, ma dal grado d’apprensione che può destare in noi chi lo esercita?

— Lasciamo andare il diritto. Quello che mi dà più pensiero è la molteplicità, la simultaneità, la violenza dei moti, e l’esorbitanza delle pretensioni, che rivelano un intento lontano, più grave assai dei desideri presenti.

— Vediamo un po’. Le pretensioni saranno inopportune e eccessive in certi luoghi e in certi momenti; ma non son tali da pertutto nè sempre: non si può onestamente affermare il contrario. È la tendenza generale nelle sue cause e nei suoi effetti generali che bisogna considerare. Quando, fra cent’anni, si giudicherà con mente di storici il movimento attuale, chi darà importanza al fatto che esso non sia stato opportuno e ragionevole in tutte le sue manifestazioni parziali, che in alcuni, e anche in molti casi e punti le richieste abbiano superato la possibilità delle concessioni? E a chi non parrà naturale il fenomeno, che ora si chiama febbre o contagio, voglio dire quest’altro fatto: che l’agitazione si sia propagata con troppa rapidità, che i moti siano stati simultanei in una gran parte del paese, assumendo una apparenza, e qualche volta anche un carattere inquietante? Ossia, che ogni concessione giustamente ottenuta abbia destato intorno cento speranze inappagabili, che in ogni parte si sia manifestata una gran furia d’afferrare il momento che pareva più propizio, quello in cui era lasciata per la prima volta alle moltitudini una libertà relativa nell’esercizio dei diritti comuni, la quale esse temevano ragionevolmente che fosse passeggiera come il Governo che s’arrischiava a concederla?

Il cavaliere tacque un momento; poi rispose, corrugando la fronte: — non temo le classi lavoratrici; temo chi le consiglia e le muove. C’è un branco di mentecatti tristi che le hanno nel pugno.

— Ma no, amico; questo è il vostro errore capitale, cagione di tanti altri errori: quello di credere, di voler credere a ogni costo che pochi bastino a sommuovere delle moltitudini, a stornarle dal lavoro per settimane intere, a spingerle incontro a pericoli e a danni, a farle volontariamente digiunare e patire mille disagi. E perchè lo farebbero? Dite: per acquistar popolarità. Ma è un gioco rischioso, in cui la popolarità si può acquistare e si può perdere. Nella più parte dei casi si perde, e si mette a cimento anche dell’altro. Ma se anche fosse vero, se bastano veramente pochi a mover le migliaia, questa è una prova indubitabile che la disposizione nelle moltitudini c’è, che l’idea, il sentimento, l’impulso interno preesistono, e che quindi prima o poi, in un modo o in un altro, anche senza quei pochi, il movimento avverrebbe. In che illusione vivete! Anche i passati governi dicevano dell’agitazione nazionale che gli agitatori, i colpevoli di tutto eran pochi, e si cullavano nell’illusione che, sopprimendo quei pochi, tutto si sarebbe quetato. E credi, amico, credi che non ultima causa dell’irritazione delle classi lavoratrici è il sentirsi ripetere eternamente quell’antifona, la quale, insomma, equivale a dir loro: — Noi sappiamo bene che se un pugno di mestatori non v’istigassero di continuo per fare il vantaggio proprio alle vostre spalle, voi sareste incapaci di qualunque accordo fra di voi, di qualunque risoluzione e azione collettiva diretta all’utile vostro: voi non siete che un enorme pecorame umano, senza idee e senza volontà, che qualche ciarlatano spinge di qua e di là a suo talento, ubriacandovi di parole e d’illusioni. — Come volete che, al sentirsi dir questo, quando pure sarebbero disposte a seguire i consigli di moderazione che anche dagli agitatori molte volte ricevono, le moltitudini non siano tentate a respingerli e a passar oltre, per provarvi che non sono mandre incoscienti, ma folle d’uomini che pensano col loro cervello e vogliono con la volontà propria?

Il cavaliere rimase silenzioso, stropicciandosi con le dita un orecchio.

— Vedi — riprese l’amico: — quello che ci fa guardare con animo inquieto e ostile al movimento presente è il pensiero che in esso sia un pericolo prossimo per il nostro superfluo, che noi ci siamo assuefatti a considerare come necessario. Parlo del superfluo, non del resto, perchè sarebbe insensatezza l’affannarci di quello che potrà seguire nel mondo quando di noi non ci sarà più che cenere. Ora è certo che il movimento non potrà aver buoni effetti per le classi lavoratrici senza sacrifizi gravi della borghesia. Ebbene, persuaditi che questo è giusto, e rassegnati fin d’ora a quei sacrifizi, rinunzia fin d’ora, dentro di te, con volontà ferma, al tuo superfluo. Tu vedrai come ti sentirai sollevato, come si chiarirà il tuo giudizio, con che occhio diverso guarderai a quello che accade. Il movimento è giusto: ecco la verità che ci dobbiamo fermare saldamente nella ragione e nel cuore. La nostra classe, con la rivoluzione italiana, è stata portata su da un’ondata che a noi parve d’un fiume fecondatore. Ora ci pare onda di fiumana devastatrice quella che porta su le classi inferiori. E non è: è un’altr’onda delle stesse acque benefiche. Cerca di metterti con l’immaginazione in un atteggiamento benevolo verso quelle moltitudini di cui l’ascensione si turba, e dico: con l’immaginazione del vero. Fatti sempre presente al pensiero che manca a loro tutto quello che rende a noi più cara l’esistenza: la soddisfazione del presente, la sicurezza del domani, il godimento dell’intelletto, il senso della libertà e della leggerezza della vita. Considera pure che in un tempo lontano, quando, tenendo conto delle loro condizioni materiali e del loro stato di cultura presenti, si farà un raffronto fra la vastità del movimento attuale e il piccolissimo numero di casi di violenza che l’hanno accompagnato, questo sarà argomento di grande maraviglia. In fine, se tu non mi trattassi di predicatore, ti suggerirci ancora una considerazione molto semplice: che sono nostro sangue, che ci son fra loro i figliuoli delle migliaia che insanguinarono i nostri campi di battaglia, che sono le ossa e la carne della nazione, anzi la nazione medesima, in somma, poichè non solo essa non sarebbe senza di loro, ma non ne potremmo neppur concepire l’esistenza.