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Lotte civili

Chapter 28: Età agitata.
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About This Book

La raccolta riunisce scritti politici e brevi racconti che documentano l'impegno sociale e pacifista dell'autore: articoli di propaganda socialista, saggi contro il militarismo e per la pace, e frammenti narrativi, fra cui passi di un romanzo inedito e dialoghi, che mostrano l'evoluzione delle sue idee e la tensione fra sensibilità personale e azione pubblica. Le prose alternano riflessioni teoriche, appelli alla giustizia sociale e descrizioni quotidiane che illustrano le condizioni dei più umili, offrendo un insieme di argomentazioni morali e immagini letterarie rivolte alla redenzione delle classi popolari.

Dicono altri, come disse il Molinari, direttore del «Journal des Economistes»: — Noi crediamo assurdo il socialismo; ma siamo costretti a riconoscere che, per quanto debba esser grande il mutamento che da ciò deve nascere, «i giorni dell’agricoltura individuale sono contati»; e quale sia quel «grande mutamento» che il Molinari non determina, lo accennano altri, come lo Zangtar, che, dopo aver studiato le proprietà collettive dell’Ungheria e d’altri paesi, dicono: — Noi non siamo socialisti; ma chi sa che il comunismo incosciente dei popoli fanciulli non sia appunto quella forma naturale della produzione che, messa in pratica scientemente, sarà chiamata a riportarci, nella maturità del progresso, i giorni felici della fanciullezza, senza le tempeste che a questa s’accompagnarono?

Altri, combattendo il socialismo, dicono, come il Barazzuoli, che bisogna estendere la proprietà al maggior numero possibile di contadini, «perchè il contadino che non possiede non sarà mai altro che un servo della gleba»; e come si possa accordare questo frazionamento della proprietà terriera con la fine della agricoltura individuale pronosticata dal Molinari, che è ben altro economista che il Barazzuoli, lo dica chi ha mente più acuta della nostra. Altri nemici del socialismo come Vittorio Bersezio, mettono però innanzi la massima: La terra a chi lavora. — Altri, come la nostra Rassegna «L’Economista», respingono il programma socialista, ma caldeggiano l’idea della nazione armata. — Altri, come la più parte dei soci della «Lega della pace», dicono: — Non siamo socialisti: ma crediamo nella federazione dei popoli e nella pace universale. — Altri, come il Clemenceau: — Non siamo socialisti; ma vogliamo assicurata a tutti i lavoratori la vecchiaia. — Ed altri ancora: — Non siamo socialisti, ma vogliamo parificati i diritti della donna a quelli dell’uomo. — Non siamo socialisti; ma vogliamo la giustizia gratuita. — Non siamo socialisti, ma vogliamo con l’istruzione obbligatoria il mantenimento dei fanciulli poveri: senza di che l’istruzione obbligatoria è una tirannia e una menzogna. — E si potrebbe continuar senza fine in citazioni consimili; le quali ci dimostrano la verità di quella sentenza che ricordò poco fa Carlo Wagner agli studenti universitari francesi: — L’avversario è un collaboratore.

Mettete insieme, infatti, tutte le affermazioni, le proposte, le tendenze, le speranze dei valentuomini sopracitati, per ciascuno dei quali il socialismo è un’utopia, e vedete, se, supponendo le une attuate e le altre avviate ad attuarsi, non conducono necessariamente, fra tutte, all’attuazione integrale della idea socialista; vedete se nel centro a cui tutte queste linee ideali convergono si possa essere altra cosa che il socialismo. Tutti questi nostri avversari ci fanno l’effetto di tante persone che portino inconsciamente una pietra per la costruzione d’un edifizio il quale dicono impossibile a costruirsi. Essi non possono concepire una riforma, un’idea di progresso e di miglioramento sociale, la quale non sia un argomento che indirettamente ci confermi nelle nostre convinzioni, un involontario impulso al movimento delle nostre idee, una prova di più che non è possibile progredire se non per la via sulla quale noi li precediamo, e che per non essere trascinati al socialismo non ci son che due mezzi logici: rimanere immobili o retrocedere. Ma il rimanere immobili è per forza d’una legge sociale, inviolabile quanto una legge di natura, impossibile, e il retrocedere pare a quelli stessi che lo vorrebbero una cosa anche più temeraria e funesta che l’andare avanti.

Spontanei o forzati, consapevoli o no, sono dunque tutti in varia misura nostri collaboratori. Progressisti arditi o cauti, conservatori tenaci, retrogradi di cuore, se non di fatto, tutti i nostri avversari si ritrovano, rispetto al socialismo, nella condizione di quei cittadini di Nuova York, che vanno sulle «strade giranti»; possono gli uni correre innanzi, altri star fermi, altri camminare in direzione opposta al moto del ponte che li sostiene; ma tutti son portati irresistibilmente da quella parte verso cui la strada procede.

E questa verità è compresa oramai anche dalla parte più incolta e più apatica del popolo lavoratore. Non è un socialista italiano che lo dice: è un francese legittimista e conservatore: «Intorno al letto di porpora e di letame su cui muore questa società in decomposizione, il popolo aspetta. Ben persuaso che tutto sarà per lui un giorno o l’altro, egli è più burlone che violento, e meno impaziente che non si creda: egli mostra invece una certa rassegnazione sorniona — una pazienza di erede....»

Età agitata.

I moti delle classi lavoratrici che interrompono a quando a quando il corso regolare della vita pubblica non paion ai contenti del mondo che perturbamenti funesti dell’ordine, somiglianti ai terremoti, alle inondazioni e a quell’altre commozioni della natura, le quali non producono che rovine. Ma, considerati insieme e in un vasto spazio di tempo, tutti questi sforzi vasti o circoscritti, quieti o violenti, fortunati o sfortunati, con cui le moltitudini tendono a migliorare il proprio stato, tutte queste agitazioni e convulsioni che mettono innanzi alla società nuovi problemi da risolvere, che le ripresentano sotto nuovi aspetti problemi antichi, che la fanno temere, pensare, discutere, cercar rimedi, esperimentar mutamenti, che la costringono, per preservare e risanare il suo organismo, a estirpare da sè abusi e privilegi del passato, a tentar continuamente nuovi modi e forme di funzione e di conciliazione dei propri elementi, sono correnti di vita intellettuale e morale che la ringiovaniscono e la fecondano.

Se un miglioramento grande si avrà nell’avvenire, sarà effetto delle perturbazioni e degli affanni che rendono quasi intollerabile la vita presente a tutti coloro a cui pare che l’essere soddisfatti dia il diritto di vivere in pace. Quello che a noi pare irrequietezza morbosa e disordine fatale, a chi giudicherà in tempi lontani il tempo nostro parrà preparazione, lavoro, lotta necessaria, generatrice di bene. A noi sembra di essere in balìa d’un turbine che ci rigiri di continuo nello stesso spazio; ma il turbine, rigirandosi procede, e ci porta innanzi fra le sue spire; e il polverio che ci avvolge e ci fa difficile il cammino è un nuvolo di semi che ricadono sulla terra e germogliano. La società non partorisce senza dolore: soffriamo tutti; ma è legge benefica della vita. Anche nell’animo del borghese impaurito che impreca agli agitatori, e rivorrebbe la quiete antica a prezzo della libertà, si vien formando sotto la paura e la collera un concetto nuovo della giustizia sociale, doloroso, come un dente che spunta, ma ch’egli non può reprimere; ogni giorno, nel secreto della sua coscienza, e a malgrado proprio, egli fa una concessione alle tendenze che avversa; e il germe, che in lui non ha ancora forza di rompere l’involucro dell’egoismo di classe, fiorirà nel suo figliuolo in un’idea umana. In questo cozzo tempestoso di forze e di passioni, che travaglia tutti gli spiriti, l’anima umana ingrandisce, e s’apre lentamente alla luce d’una bontà nuova, che sorge come un astro all’orizzonte del mondo.

Simboleggiò forse questo pensiero il grande scrittore del «Germinal» nella scena culminante del suo libro terribile. Dopo i lunghi giorni d’affanno mortali passati dal minatore nelle tenebre delle gallerie franate e dall’ingegnere nel lavoro disperato del salvamento, Stefano, operaio ardente e ribelle, e Negriel, il capo autoritario e scettico, che fino allora s’eran odiati, quando s’incontrano si gettano nelle braccia l’un dell’altro e «singhiozzano a grandi singhiozzi nella commozione profonda di tutta l’umanità che è nell’anima loro». Così nel poema. Passerà la tempesta, e s’incontreranno così nella storia.

Mentre passano gli scioperanti.

V’è un certo numero di borghesi, i quali, in fondo, per bontà di cuore e per lume di ragione, sono favorevoli, benchè indeterminatamente, al movimento attuale del proletariato; ma che dallo spettacolo di qualunque agitazione di popolo, sia pure nel loro concetto giustificabile, e anche da una semplice passeggiata rumorosa di scioperanti per le strade cittadine, hanno una scossa violenta all’animo, da cui son messe in fuga, come un branco di passeri spaventati, tutte le loro idee democratiche. In ogni torbido popolare vedono la minaccia e il principio d’uno scatenamento fatale dei peggiori istinti della moltitudine, il quale li fa disperare che essa possa mai progredire civilmente per la via della libertà e dell’ordine, nè incivilirsi mai per alcun’altra via. Io ne vidi parecchi, in un’occasione recente, impallidire al passaggio d’una folla agitata, ma non minacciosa, d’operai, e lessi nel loro viso l’amarezza profonda, ch’essi provavano in quel punto, di sentir vacillare e cadere in sè opinioni e sentimenti, dei quali abitualmente si vantavano. È un senso di sgomento improvviso e irragionevole, somigliante a quello che si ridesta a ogni più leggiero tremito reale o illusorio dei muri della casa in chi ha esperimentato una volta il terrore d’un terremoto.

E non di meno son gente che, a mente calma, capisce quanta parte di responsabilità, nelle agitazioni del popolo, sia tolta a ciascuno dalla forza che esercita sull’individuo l’eccitazione collettiva, e quanto trascenda la passione e la volontà di ciascuno il fluido inebbriante che si sprigiona dal contatto delle persone e dalla confusione delle voci. Essi non rammentano, in quei momenti, le urlate e le baruffe selvagge dei parlamenti, le irruenze devastatrici delle studentesche, i tumulti furiosi di molte adunanze, non composte che di cittadini delle classi superiori, ma divisi da passioni di partito e da opposizioni d’interessi economici. Essi non pensano in che larga misura concorra a far trasmodare la folla popolare una naturale reazione che, in quella breve ebbrezza di libertà, s’opera in essa contro la monotonia pesante della vita ordinaria, del lungo lavoro sempre eguale, del pensiero ristretto, dell’immaginazione compressa dalle consuetudini meccaniche, della necessaria rinunzia quotidiana a mille piccoli desideri, continuamente rieccitati dallo spettacolo di chi li appaga e ne cerca senza posa di nuovi, non per altro che per aver l’occupazione d’appagarli. Essi non considerano, quando eccessi veri si hanno a lamentare, che in quelle folle s’intromettono, non voluti e irriconoscibili, elementi sfrenati e malefici, delle cui violenze è ingiusto il far ricadere la colpa sulla moltitudine intera: elementi che s’insinuano anche nelle dimostrazioni pubbliche, quando queste si prolungano, della gioventù studiosa, che s’intromettevano anche nelle più nobili agitazioni patriottiche del passato, che da per tutto si fanno armi offensive d’ogni idea e d’ogni passione più santa, quando questa invade in forma di torrente umano le vie e involontariamente ricopre e protegge con le sue onde gli sfoghi individuali della malvagità e della vendetta.

Per questo il «buon popolo lavoratore» ogni volta che appena si muova, si trasmuta ai loro occhi nella «Gran Bestia» e assistendo alle manifestazioni del suo malcontento essi passano davvero di assai brutti quarti d’ora di ansietà e di amarezza. È il ricordo e il timore di quei quarti d’ora che, al primo annunzio di ogni sciopero, e prima d’ogni considerazione delle sue cagioni e del suo scopo, desta in loro un senso di molestia e d’avversione, una tendenza a condannarlo senz’altro come un turbamento colpevole della pace pubblica, a giudicarlo non mosso da altre cause che dall’istigazione di pochi mestatori e da un bisogno turbolento di ribellione e di fannullaggine. E sogliono dire: — In che maniera non pensano questi male ispirati alle privazioni e alle angoscie a cui vanno incontro, e a cui trascinano le loro povere famiglie? — Come se fosse possibile che non ci pensassero di continuo, poichè esse cominciano, si può dire, fin dal primo giorno, e come se avessero altro a cui pensare!

Il vero è che, mentre lo sciopero dura, sono essi, gl’impauriti, quelli che a tali privazioni ed angoscie non pensano, avendo tutto l’animo occupato dall’affanno proprio; chè se le avessero presenti al pensiero, come dovrebbero, sarebbero disposti ad una grande indulgenza per coloro che le patiscono, anche giudicando che questi ci siano andati incontro senza ragione. E se serbassero maggiore tranquillità d’animo in quei giorni, invece di approvare i privati che, giudicando uno sciopero ingiusto e dannoso a un interesse generale della cittadinanza, largiscono pubblicamente dei premi in danaro agli operai rimasti al lavoro, riconoscerebbero che un tale atto sarebbe soltanto ragionevole e umano quando quegli stessi donatori aiutassero con oblazioni i lavoratori a sostenere la lotta, nei casi non rari di sciopero, in cui la ragione è palesemente dalla parte loro, e nessun interesse generale è danneggiato: del qual fatto sarebbero molto imbarazzati a citare un esempio.

Così è. Fa più nemici a ogni buona causa la paura che la persuasione e l’interesse: anche l’interesse, sebbene la paura nasca da questo, perchè in molti, a cuor pacato, il sentimento dell’interesse individuale o di classe non è tanto forte da toglier loro la percezione e il rispetto dell’interesse altrui: è la paura che lo ingigantisce e lo accieca. Disse Garibaldi che «la paura non serve a niente». Così fosse soltanto! Ma è ben di peggio. Essa confonde la visione del vero, offusca il concetto della giustizia, comprime il sentimento della pietà, e paralizza ogni forza benefica d’azione civile.

Il malinteso borghese.

L’«ignoranza plebea» è quella della moltitudine, la quale non sa perchè non ha studiato e non ha studiato perchè non ha potuto; nè si può disconoscere che questa ignoranza sia senza colpa. Eppure come d’una colpa ne parlano con iroso disprezzo coloro che attribuiscono ad essa la facilità con cui il popolo accoglie «le illusioni del socialismo». Se poi osservate loro che in tutti i paesi queste «illusioni» sono più facilmente accolte dalla parte più incolta, essi rispondono che sono egualmente facili ad illudersi «l’ignoranza e la mezza cultura». Ebbene, arrestiamoci qui, perchè l’argomento si può rivoltare.

La mezza cultura è facile del pari ad accettare idee false e a respingere e a dileggiare delle giuste, soltanto perchè nuove e grandi. Non sarebbe per l’appunto la mezza cultura della nostra borghesia quella che la fa così arditamente sentenziar false, insensate, chimeriche le idee socialistiche?

Ogni socialista si persuade di questa verità dopo aver riconosciuto per esperienza che, quanto più gli avversari con cui gli occorre discutere quelle idee sono largamente e profondamente colti, tanto più si mostrano inclini ad accettarne alcune, cauti nel respingere le altre, disposti a ponderarle tutte, e gravemente pensierosi del corso e degli effetti che esse possano avere nell’avvenire. Via via che si discende sulla scala della cultura, si trova una più feroce ostilità. Toccato sul socialismo il professore universitario riflette e ragiona; il capomastro arricchito strepita e sputa. E questa diversità ha un grande e consolante significato.

Si obbietterà: — In che maniera potete parlare di mezza cultura in Italia, dove gli studi economici, per consenso anche di illustri stranieri, sono spinti innanzi e diffusi più che in ogni altro paese? A questa domanda risponde un valente sociologo italiano (che non è socialista) in uno scritto «sul movimento economico e sociale in Italia» pubblicato da un’importante rivista belga. Risponde che i cultori di questi studi, fra noi, formano quasi una classe a parte, che influisce pochissimo sulla borghesia, la quale sta fuori quasi affatto dalla cultura superiore, in modo che il grande progresso degli studi economici e sociali non è in relazione diretta con quello della cultura pubblica. E in prova di ciò allega il fatto che la grande maggioranza delle nostre persone colte, ignorando che le dottrine del socialismo hanno ormai un largo e saldo fondamento scientifico, ne parlano ancora candidamente come di compassionevoli utopie. E cita un grande e autorevole giornale italiano, che pochi mesi sono pronunciava ancora questa sentenza: «Il socialismo è il danaro degli altri».

Ebbene è così. Ma uomini dotti in scienze e in lettere, persone che reggono alte cariche dello Stato, giovani e signore brillanti dell’aristocrazia intellettuale, e bravi insegnanti e ottimi impiegati e funzionari e proprietari anche di alto bordo, la grandissima maggioranza, insomma, della nostra media ed alta borghesia, è ancora a questo segno. Interrogateli, tastateli intorno alla più grande questione del tempo nostro, voi riconoscerete subito, in quasi tutti, l’ignoranza perfino del significato proprio delle parole più indispensabili a discutere; v’udite dare di quelle risposte che vi rivelano istantaneamente l’assoluta inutilità di ogni discussione, e vi fanno rimanere stupefatti, presi da un senso di tristezza e di pietà che vi mozza la parola.

Sì, a questo punto siamo ancora in Italia.

Questa profonda agitazione di popoli, che ha la sua causa in tutte le miserie e in tutti i dolori umani e trae la sua forza da tutti i progressi materiali e morali dei tempi nuovi; questa aspirazione di milioni e milioni d’uomini a salire ad un ordine di vita più degno, a godere della parte che loro spetta dei beni che essi producono, ad affrancare il proprio lavoro dalla servitù che lo strozza e l’anima loro dalla ignoranza che li incatena e li avvilisce, questo irresistibile movimento del proletariato «spinto da tutte le forze della storia e da tutte le necessità economiche del secolo» ad un miglioramento di Stato che andrà a vantaggio di tutto quanto il corpo sociale e attuerà una forma di civiltà superiore, impossibile a immaginarsi raggiunta per altra via; tutto questo non è che.... «il denaro degli altri».

Questo sentimento invincibile, d’un nuovo diritto che in questi paesi urta e scuote dalle fondamenta l’edificio delle vecchie legislazioni e vuole conversa in pro dei milioni di deboli la protezione della legge non sfruttata finora se non da pochi che la dettarono; questa ribellione della coscienza universale contro il disordine della produzione, contro la furia pazza della concorrenza seminatrice di rovine; contro le disuguaglianze mostruose e la mostruosa tirannia delle ricchezze usurpate e confederate a pubblico danno; questo vasto e possente soffio di pietà e di fraternità che tende ad associare tutte le forze a benefizio comune, sopprimendo le cagioni degli odii e delle violenze sociali e conciliando tutta la libertà con tutta l’uguaglianza possibile in una forma di Stato che non sia altro che «la volontà organizzata di tutti»; tutto questo non è che.... «il danaro degli altri».

Tutti i grandi intelligenti che da mezzo secolo hanno forzato l’economia politica a riconoscere di non esser soltanto «la coscienza dell’egoismo umano» e hanno gettato lo sgomento e il disordine fra le file dei vecchi campioni del brigantaggio legale: l’uomo di genio che con uno dei più poderosi sforzi che abbia mai compiuto il pensiero umano ha dimostrato la trasformazione sociale come la meta inevitabile di tutta l’evoluzione storica, suscitando dietro di sè una legione di dotti e intrepidi apostoli che hanno conquistato la Germania; i potenti pensatori americani ed inglesi che con maraviglioso apparecchio di dottrina agitano da anni la formidabile questione della «nazionalizzazione della terra»; i sapienti ed infaticabili organizzatori belgi che con un lavoro miracolosamente paziente hanno fatto già «emergere dal mare borghese un arcipelago di isole socialiste» pronte a riunirsi alla prima scossa tellurica in un continente; tutti i privilegiati e i ricchi d’ogni nazione, che, spinti dalla ragione e dal cuore verso la nuova Idea, hanno per essa rinunziato agli onori, alle ricchezze e alla pace; e tutti quegli altri innumerevoli di ogni classe che, senza alcuna speranza di vantaggio personale neanche remoto, hanno affrontato ed affrontano per quella Idea calunnie, persecuzioni, esilii, miseria, alteri dei loro sacrifizi, incrollabili nella loro fede, ricompensati di ogni danno e felici per quella speranza d’un mondo migliore che portan nell’anima; tutti costoro non sono che gente.... che vuole «il denaro degli altri».

Questo a molti della classe proletaria parrà incredibile. — Non credono quello che dicono — penseranno essi — così diranno per ira o per ostentazione di noncuranza a chi con lo spauracchio del socialismo li turba: ma, in realtà, intuiranno la grandezza dell’Idea e dei fatti, e celatamente se ne occuperanno con curiosità e con coscienza. — Ma no, punto. Ci sarà qualche rara eccezione. Ma la grandissima maggioranza, giudicando come giudica, è in piena buona fede, e per naturale indolenza o per dispettoso proposito tiene rigorosamente chiuso l’intelletto a tutto quest’ordine di idee, e con puerile ostinatezza ripete all’infinito contro le nuove dottrine degli stessi logori, decrepiti argomenti ereditati dalle passate generazioni, strepitando contro chi, anche con le più miti forme, insiste a farle osservare che non servono più. Bene ha detto non so che storico: che Dio acceca le classi sociali che vuol perdere. Ed è fiato perso dir loro come il cardinale Manning — che è insensatezza il chiudere gli occhi per non vedere l’abisso verso cui si corre.

Si consolino dunque quei rozzi lavoratori, che qualche volta si dolgono e si vergognano di mancar della coltura necessaria per comprendere pienamente la grande questione che li interessa.

Quel monco e vago concetto che essi possono avere dei vizi del nostro ordinamento sociale e delle vaste riforme disegnate è quasi una cognizione luminosa in confronto della «voluta oscurità del sepolcro» in cui rimane a tal riguardo la mente della maggior parte della gente colta, oscurità in cui socialisti e ladri di strada, collettivismo e anarchia, Carlo Marx e Davide Lazzaretti, e organizzazione del lavoro e divisione dei beni e naufragio della civiltà, formando tutto una arruffata inestricabile fantasmagoria, attraverso alla quale passa una volta all’anno un lampo livido di paura, non tanto per illuminarla, quanto per accrescerne la miseranda confusione.

Si consolino dunque. Coll’andar del tempo, istruiti dalla propaganda, esercitati dalla riflessione, essi comprenderanno sempre meglio gli elementi della dottrina e la ragione degli avvenimenti; mentre il maggior numero dei loro avversari, avendo sempre più annebbiata la mente dall’orgoglio offeso e dalla crescente inquietudine, capiranno sempre meno dell’una e dell’altra cosa.

Il socialismo, rovesciate le ultime barriere internazionali, invaderà il loro paese come un oceano, ed essi cercheranno ancora all’orizzonte i «pochi abitatori», cagione unica della inondazione, per denunziarli alle Autorità costituite. La marea montante inghiottirà l’una dopo l’altra istituzioni fracide, privilegi iniqui, idoli falsi e ricchezze scellerate, ed essi crederanno quello il trionfo passeggiero di un’idea pazza, portata in su da un’ondata improvvisa della canaglia; «e avranno l’acqua alla gola che non capiranno ancora»; e moriranno affogati, senz’aver capito ancora. E se risuscitando di qui a cent’anni, potessero vedere estirpata dal mondo la miseria, rigenerate le plebi, trionfante la giustizia e mutata in libertà vera questa larva miserabile che ne porta il nome, credo che davanti a quello spettacolo crollerebbero il capo in atto di sdegno, dicendo: — Tutto questo non è che.... «il danaro degli altri».

L’eguaglianza nel socialismo.

Tempo fa, un giovane drammatico, del quale ammiriamo l’ingegno vigoroso, rispondeva alla circolare d’un giornale, che domandavagli la sua opinione intorno al socialismo:

« — Vi sono avverso perchè socialismo significa eguaglianza, e questa sola parola mi irrita».

Questa risposta, che esprime il pensiero di molti, ci suggerisce alcune considerazioni.

Prima di tutto, non ci pare una risposta chiara.

A quale eguaglianza, domandiamo all’egregio autore, volete alludere?

Non vi domandiamo se è «l’eguaglianza davanti a Dio» perchè, se siete credente, la domanda sarebbe per voi un’offesa, e se non lo siete, non avrebbe per voi alcun senso.

Non vi domandiamo se avete accennato all’«eguaglianza davanti alla legge», perchè per voi, cittadino italiano liberale, sarebbe anche questa domanda un’ingiuria.

Non vi domandiamo neppure se avete inteso di dire «l’eguaglianza di tutti gli uomini nell’estimazione pubblica», perchè non possiamo supporre che voi attribuiate al socialismo l’ideale assurdo di una società in cui l’uomo ottuso, fiacco, inutile, vile o malvagio e l’uomo d’ingegno, di cuore e di carattere, operoso e utile ai suoi concittadini, siano considerati tutt’uno. Voi capite benissimo che, qualunque eguaglianza debba regnare nella società da noi presagita, fra il semplice lavoratore meccanico e l’inventore d’una macchina che allevierà il lavoro a migliaia di braccia, fra il portinaio del teatro e l’autor drammatico che rallegrerà e commoverà migliaia di cuori, vi sarà sempre nel concetto pubblico, la distanza che separa la stima dall’ammirazione, la benevolenza dall’entusiasmo, l’oscurità dalla gloria. Dicono il contrario i nemici del socialismo ignoranti ed ipocriti; non lo dite dunque voi, si capisce.

Non pensiamo nemmeno che abbiate fatto allusione all’«eguaglianza economica», poichè la favola dello Stato socialista in cui tutti mangiano la stessa razione e vestono gli stessi panni non è più sfruttata neppure dai burloni di mala fede e di poco spirito; perchè voi non ignorate, senza dubbio, che la formola: «a ciascuno secondo i suoi bisogni» non esprime che un ideale remoto, non reputato attuabile, anche dai socialisti, se non in un tempo in cui la produzione sia cresciuta sotto ogni sua forma, a tal segno, da sopprimere il problema stesso della ripartizione; perchè voi sapete certamente (e lo sa il più incolto degli operai socialisti) che la formula del socialismo è: «a ciascuno secondo le sue opere»; ciò che sottintende una diversità di guadagni, corrispondente alla varia qualità e quantità del lavoro, e quindi una diversità di agiatezza e di modi di vita, non contradetta punto dal principio dell’abolizione «della proprietà privata dei mezzi di produzione»; la quale consente ogni altra maniera di proprietà, di oggetti utili e superflui, di comodità, di diletto e d’ornamento, acquistabili col frutto diretto del proprio lavoro.

Quale può esser dunque il Vostro pensiero? È forse questo: che nello stato d’eguaglianza voluto dal socialismo non sarà più possibile a chi è dotato di grandi facoltà d’intelletto e di elette qualità d’animo l’ottenere il premio, secondo voi meritato, della ricchezza? Se tale è il vostro pensiero: — Guardate intorno a voi, vi rispondiamo — e vedrete se, nella società presente, son le facoltà più alte della mente e le qualità più elette dell’animo quelle che, nella maggioranza grandissima dei casi, conducono alla ricchezza. È evidente anche all’intelligenza d’un fanciullo che esse non vi conducono se non per rarissime e quasi miracolose eccezioni, e per via assai più lunga e difficile di quella per cui vi giungono delle facoltà intellettuali di second’ordine, aiutate dall’audacia, dalla fortuna, dall’astuzia, dalla mancanza di scrupoli, dal disprezzo dell’opinione pubblica, da un vigore selvaggio di volontà, da una violenza brutale di egoismo che toglie all’uomo ogni carattere di creatura cristiana e civile. Guardatevi intorno e vedrete, in tutti i campi dell’attività intellettuale, e specialmente in quello delle scienze, delle lettere e delle arti, che è il campo vostro, quanti sono gli uomini d’ingegno, anche elettissimo, e di rara operosità, i quali, non per loro particolare sfortuna, ma per forza regolare delle cose, rimangono per tutta la vita in uno stato di mediocrità economica vicino all’angustia, costretti a un lavoro logorante e a una lotta affannosa, piena d’umiliazioni e dà amarezze. Su cento uomini d’ingegno — ed onesti, si sottintende — perverrà uno solo — per la sola virtù del proprio ingegno, — all’agiatezza; e all’opulenza, uno su mille. Il numero dei fortunati è dunque così scarso che non sarebbe ragionevole nè umano, solo per lasciare a quei pochissimi la strada aperta alla ricchezza, il respingere una riforma sociale che condurrebbe a uno stato migliore dei milioni.

L’eguaglianza che voi non volete sarebbe forse quell’«eguaglianza nelle condizioni iniziali della lotta per la vita» voluta dal socialismo, la quale renderebbe possibile a tutti gli uomini d’ingegno di qualunque stato sociale l’educazione delle loro migliori facoltà e quindi il concorso ai più alti uffici intellettuali, che sono ora in massima parte circoscritti, e quasi ereditari in una classe sola? Non lo crediamo perchè vi sarebbe contraddizione stridente fra la vostra avversione a siffatta eguaglianza e la vostra coscienza d’uomo d’ingegno a cui pare che l’esercizio utile di una intelligenza superiore dia diritto a una condizione di vita privilegiata. Non lo crediamo, perchè è impossibile che voi non sentiate nel cuore le mille voci che vi gridano dai campi e dalle officine: — O signori, poichè dite che l’ingegno è un dono di Dio, e lo volete onorato e protetto, affermato che ha lui il governo del mondo, perchè non lo cercate, come l’oro nella terra, da per tutto dove si cela? Nascono anche fra noi intelletti potenti che poggerebbero nelle scienze e nelle arti ad altezze mirabili, giovando al mondo: perchè li lasciate all’aratro e all’incudine? Perchè alla gara degl’ingegni, fra cui la società deve scegliere a servirla i più forti, non chiamate anche i nostri, voi che dite che la libertà politica ha aperto a tutti le vie? — No, voi non potete non sentire che questo grido è giusto, nè potete non comprendere che l’eguaglianza «nelle condizioni iniziali della lotta per la vita» fra tutti i cittadini, consentendo la scelta degli ingegni sopra una concorrenza centuplicata, produrrebbe a vantaggio della società una selezione intellettuale cento volte più rigorosa e feconda di quella che oggi si compie. Non è dunque neppur questa, senza dubbio, l’eguaglianza da cui voi ripugnate.

Quale può essere allora il vostro pensiero e quello degli altri moltissimi che avrebbero dato la vostra stessa risposta? Qual’è la ragione per cui, anche astraendo da ogni idea d’eguaglianza economica, suona così ingrata e spaurevole questa parola alle persone della vostra classe, siano coltissime o inverniciate appena di lettere, siano ricche o agiate e anche vicine alla povertà? Sono, a parer nostro, molte ragioni e sentimenti diversi e confusi, ragioni d’interesse e d’orgoglio, legate ad abitudini e a pregiudizi antichi; la maggior parte delle quali nessuno osa dire apertamente, e moltissimi non saprebbero neppur spiegare a sè stessi.

Prima di tutto, essendo fermo nella più parte il concetto che la gran moltitudine dei lavoratori poveri non possa innalzarsi mai, quasi per legge di natura e per una specie d’inferiorità congenita, a dignità di vita intellettuale e a gentilezza di sensi e di modi, pare alla più parte che il voler l’eguaglianza non possa significar altro che voler rendere tutti ignoranti e rozzi a un modo. Oltre di ciò, nelle condizioni attuali della società, noi della classe borghese (diciamo «noi» soltanto per esprimerci più chiaramente per il fatto d’appartenere a una classe che ha in mano la somma delle forze sociali e trae dalla comunanza degli interessi uno spirito di solidarietà suo esclusivo) godiamo di mille soddisfazioni morali e protezioni e favori, che temiamo, confondendosi le classi, di perdere. La prima protezione, innegabile ed evidentissima, è quella della giustizia, esercitata da cittadini della classe nostra, compresi dei nostri sentimenti; dei nostri interessi e delle nostre idee. La prima soddisfazione è quella di sentirci, anche se mediocri d’intelligenza e scarsi di cultura, infinitamente superiori ai nove decimi della popolazione, mantenuti necessariamente in uno stato di ignoranza quasi barbarica: facile superiorità, che, coll’assurgere della moltitudine a un più alto grado d’educazione intellettuale, ci sarebbe tolta o scemata. Di più, noi abbiamo assegnato, per interesse di classe, ad ogni anche facilissimo ed umile lavoro intellettuale un grado di nobiltà, così ingiustamente superiore a quello d’ogni lavoro meccanico anche più utile e difficile e pericoloso, che un mutamento dello spirito pubblico, il quale innalzasse l’opera manuale all’estimazione che le è dovuta, ridurrebbe l’opera della maggior parte di noi al livello di questa; onde temiamo quel mutamento.... S’aggiunga che noi temiamo di perdere il diritto, che, per un’esagerazione egoistica, di amor paterno, ci siamo creati, ma della cui giustizia non siamo veramente persuasi, di tramandare ai nostri figli l’agiatezza che abbiamo acquistata, col nostro lavoro: ossia la facoltà di vivere senza lavorare, di godere dei beni da noi non guadagnati, senza quella ingiustificazione che li fa nostri nella nostra coscienza. E non basta: noi ci siamo fatto un mondo a parte, in cui si può goder la stima o l’apparenza del rispetto di tutti anche non facendo nulla, o smettendo di lavorare, per vivere a spese pubbliche, venti anni prima di non esser più abili al lavoro, o esercitando l’ingegno in frivolezze o sciupando insensatamente il proprio avere: un mondo in cui si può acquistar simpatia e considerazione sfoggiando un’istruzione superficiale e in gran parte inutile, usando certi modi convenzionali, parlando un certo linguaggio di cerimonia e vivendo secondo certe regole di decoro da noi stabilite: tutti vantaggi e privilegi che svanirebbero affatto in una società in cui il valore degli uomini si misurasse alla sola stregua della loro opera di lavoratori. Noi temiamo, infine, la perdita del lusso, che dà in parte le compiacenze della gloria, e che è una specie di gioia comprata; la facilità di acquistar nome di benefici e di esser lodati e benedetti dando alla povertà la centesima parte del nostro superfluo, la soddisfazione di andar distinti dalla moltitudine per mezzo di titoli e di segni onorifici di agevole acquisto, che sono per la nostra classe ciò che i gioielli e i fiori di cui s’orna la donna davanti allo specchio, ed altri infiniti godimenti e diletti raffinati, non possibili che a chi ha denaro e tempo da gettar via; nei quali diciamo che consiste l’essenza della civiltà, mentre non son che i segni della sua vanità e della sua corruzione.

Queste sono le ragioni vere, per le quali aborriamo tutti, quasi istintivamente, da quella qualsiasi eguaglianza che il socialismo annunzia, e perchè queste ragioni ci vergogniamo di dirle, ne alleghiamo dell’altre, a cui neppure noi diamo fede, come quelle della «società convertita in caserma» e della «terra distribuita a pezzi fra tutti» e delle «anime ridotte tutte a uno stampo», per dirla con l’autore delle «Vergini delle rocce»; la quale ultima è il più sciocco, il più vieto e il più compassionevole sproposito che si possa lanciare contro il socialismo.

A tutte le accennate ragioni d’avversione alle nostre idee se ne aggiunge negli scrittori una particolare, ed è un segreto risentimento che essi nutrono contro le moltitudini incolte, le quali non comprendono l’opera loro ed anche ignorano in gran parte la loro fama. Ma chi ha mente e cuor vero d’artista non dovrebbe esser capace di questo risentimento ingiusto, che ha radice in un orgoglio meschino; dovrebbe anzi in quel fatto che può addolorarlo, ma non offenderlo, riconoscere un argomento in favore dell’idea socialista, la quale portando con sè un più alto grado d’istruzione popolare, innalzando la folla a uno stato di vita più intellettuale, promette agli scrittori e agli artisti un ben altro campo di gloria da quello che oggi è loro concesso. Come non pensano essi che cosa sarebbe la loro potenza quando il raggio del loro pensiero, non più intercettato dal baluardo d’ignoranza che divide ora la società in una piccola minoranza civile e in una grandissima maggioranza semi-barbara, penetrasse a traverso a tutti gli strati sociali, recando la sua luce e il calore dalle capanne della montagna ai sotterranei della mina, dappertutto dove c’è un cuore che palpita e una fronte che suda? Come l’anima loro non s’infiamma di speranza e di entusiasmo a questa idea? E come non presentono che questo dev’essere e che sarà certamente, se la ragione umana non si spegne?

Sì, questo sarà. La parola dello scrittore di genio che ora corre come un rigagnolo, serpeggiante in un vasto letto arido dove pochi passanti ne raccolgono il mormorio e ne godono il refrigerio, sarà nella società avvenire un fiume dalla voce enorme, chiamerà a dissetarsi sulle sue vaste sponde e ad attingere acque fecondatrici un popolo intero. E il piccolo plauso teatrale che dà agli scrittori d’oggi il coro angusto dei privilegiati della cultura, parrà ai grandi scrittori d’allora una ben misera cosa appetto alla suprema dolcezza di sentir mormorare il proprio nome in suono di gratitudine dall’onda immensa del popolo che lavora.

E molti di essi diranno in quel tempo: — Non ci ricordate la «disuguaglianza» della società passata, che inceppava l’ingegno e strozzava la gloria: «quella sola parola c’irrita».

Filippo Turati al Tribunale di Guerra.

Giungeva il carrozzone del cellulare, un gran cassone chiuso e tetro come un feretro. Mi parve di vedere, attraverso le pareti, gli imputati — Turati, De Andreis, Morgari — coi ferri ai polsi e mi gonfiò il cuore.

— Oh, no! — pensai — lì dentro non c’è un delitto, ma una idea!

E mi consolai al pensiero che l’idea nazionale aveva patito per cinquant’anni la stessa sorte. Un minuto dopo giunse a piedi un gruppo di ufficiali di varie armi, in alta tenuta, con la fuciacca azzurra a bandoliera, muti e gravi, visibilmente compresi della terribile responsabilità che stavano per assumere. Entrai fra loro....

Giunse poco dopo, sola, la madre di Turati, che da tre mesi conduceva una vita di mortale angoscia. Ha il volto pallido, interroga tutte le faccie con attento sguardo e inquieto, e parla con voce tremante. La maggior inquietudine sua è per la salute del figlio, che teme non possa reggere al regime della prigione....

Un ricordo assai lontano mi tornò alla memoria nell’udir parlare la povera signora. Trentasei anni or sono suo marito era prefetto di Cuneo, dove mio padre era impiegato; veniva qualche volta da noi un bimbo di quattro anni, la cui giacchetta corta, di color nocciuola, mi è rimasta impressa nella memoria. Quel bimbo era Filippo, il futuro direttore della «Critica sociale» e deputato per Milano predestinato al Tribunale di guerra....

..... Venne il mio turno. L’ufficiale difensore pregò il Presidente d’interrogarmi se credevo possibile che Turati fosse stato preparatore o istigatore o complice in alcun modo ai tumulti! La risposta era facile. Io conoscevo tutti gli scritti e i discorsi suoi dai quali emerge lucidissimo questo convincimento, che è assurdo condurre a fine una rivoluzione economica con la violenza; che può prepararsi solo con l’educazione intellettuale, morale e civile delle moltitudini, con una trasformazione profonda della coscienza pubblica, con una lenta e progressiva organizzazione delle classi lavoratrici; che i predicatori della rivolta, specialmente nel nostro paese, meno maturato d’ogni altro a qualsiasi improvvisa e radicale trasformazione sociale, sono i più pericolosi nemici del socialismo.

Turati non s’era mai sviato da queste idee. Era violento nella forma, ma per temperamento di scrittore, non con propositi di propagandista. Comunque non era mai stato un propagandista da esercitare immediata influenza su le masse, per la sua forma troppo letteraria, pel ragionamento troppo fine....

.... Il presidente mi rilasciò in libertà. Gli domandai il permesso di salutare gli accusati. Me lo concesse. Mi avvicinai al banco e strinsi le tre mani che cercavano la mia, dicendo: A rivederci!

Ma la mia mano tremò nello stringere quella di Turati: un triste presentimento mi passò pel cuore: quello di non rivederlo più!

*

La mia deposizione nel processo a Filippo Turati.

Ho letto tutti gli scritti di Filippo Turati. L’opera del sul ingegno acutissimo, sostenuto da una salda coltura scientifica ed armato d’una dialettica potente, concorse in gran parte a farmi accettare la dottrina ed abbracciare la causa del socialismo. Non parlai con lui che poche volte. — Fra le prime parole di lui, che mi rimasero più impresse, ricordo le seguenti, ch’erano in un articolo ch’egli diresse alla classe lavoratrice per distoglierla da ogni tentativo di ribellione violenta.

— «E se anche vinceste, sareste capace di cogliere i frutti della vittoria? Vi trovereste ora in grado di mandare avanti le industrie e le amministrazioni, di sostituire la borghesia nella funzione sociale che essa compie attualmente?»

In tutti i suoi scritti letti dappoi lo trovai sempre coerente a quel concetto. Non conosco altro scrittore socialista in cui mi sia sempre parsa così profonda, così lucida come in lui la convinzione dell’assoluta inefficacia d’un’azione improvvisa e violenta a compiere una rivoluzione economica; nessuno più profondamente persuaso della impossibilità di trasformare l’organismo sociale senza una previa, graduale, lenta trasformazione delle idee e delle istituzioni presenti; nessuno che abbia più spesso e più evidentemente dimostrato la lunghezza e la difficoltà del cammino che resta a percorrere al proletariato italiano sulla via dell’educazione morale e civile dell’organizzazione delle proprie forze e dell’esercizio dei propri diritti politici per giungere all’attuazione dell’idea socialista.

Nei suoi scritti lo trovai violento spesso, anzi quasi sempre, contro avversari, contro idee, contro sistemi; non violento per ciò che riguarda i mezzi e i modi di lotta che il partito socialista dovesse seguire per raggiungere i suoi fini.

Se qualche volta egli fosse uscito dalla retta via, io mi sarei valso dell’autorità che mi dava su lui l’età maggiore per richiamarlo su quella via.

Se avessi una volta sospettato che fosse intento occulto del partito socialista, del quale riconoscevo in lui il più autorevole interprete, l’azione violenta — persuaso com’ero, e come sono, dell’insensatezza di un tale intento — non avrei esitato un’ora a ritirarmi dal partito pubblicamente, e sarebbe stato Turati il primo a cui ne avrei dato l’annuncio.

Se, d’altra parte, avesse avuto un tale intento il Turati, logicamente gli sarebbero dovuti parere discordanti dal suo modo di sentire e di pensare, troppo pacifici, troppo miti gli scritti e i discorsi miei; egli non mi diede mai su questi, invece, che le più benevole, le più esplicite approvazioni.

E un’altra prova per me evidentissima ch’egli non intese mai ad eccitare le passioni della moltitudine, a muovere il popolo alla rivolta, è questa: che adoperò sempre nei suoi scritti un linguaggio letterario e scientifico condensato e sottile, pieno di citazioni, di finezze e di sottintesi artistici, assolutamente superiore alla intelligenza media dei lettori della classe operaia.

Ero tanto persuaso, tanto certo ch’egli non avesse provocato in nessun modo i tumulti di Milano, che quando ne intesi la prima notizia domandai subito a me stesso: — Come mai Turati non è riuscito a impedirli? — E senza saper altro non dubitai un momento che per impedirli egli non avesse fatto ogni sforzo possibile, come seppi in seguito che veramente fece.

E subito e poi, a chiunque mi domandò se credevo ch’egli avesse in qualsiasi maniera, o apertamente o di nascosto, preparato o contribuito a preparare o non cercato di scongiurare o anche soltanto approvato o desiderato quello che avvenne, una sola risposta diedi sempre, immediata, sicura, risoluta come un grido del cuore e della coscienza: — Lui! Turati!... Ah! è impossibile, è assurdo! Ne son certo come della mia esistenza.

Un Comitato elettorale.

Quattro anni fa, una sera d’autunno, andai per la prima volta a portare il mio obolo al Comitato Elettorale Socialista, che era in una delle più povere case d’una delle più vecchie strade di Torino. Attraversai due cortili oscuri, salii quasi a tentoni per una scaletta da campanile, ed entrai in una stanza bassa e nuda, mal rischiarata da un piccolo lume a petrolio, posto sopra a un tavolino senza vernice, intorno al quale stavano seduti tre operai che scrivevano. Non credo che alcun Comitato elettorale democratico abbia mai avuto un ricetto più conforme all’austerità dei suoi principii.

V’era in un angolo, sopra una cassetta, un poligrafo di prezzo minimo; in mezzo a una parete un foglio di carta, appeso ad un chiodo, con su il motto di Garibaldi: IL SOCIALISMO È IL SOLE DELL’AVVENIRE, scritto a mano; pacchi di circolari ammucchiati sull’ammattonato; nessun mobile, fuorchè il tavolino e due panche; le pareti chiazzate d’umido, le finestre coi vetri rotti, uno squallore di carcere.

— Povero Comitato Socialista — dissi fra me — e che potrai fare qui dentro?

E pensando agli altri Comitati che si davano moto in quei giorni, ai grandi uffici di giornali, ai salotti politicanti, alle belle sale d’Alberghi e di Circoli dove si preparano le altre candidature, e alle centinaia di servitori e alle migliaia di lire e agli innumerevoli mezzi di coazione e di corruzione di cui gli altri partiti potevano servirsi e si servivano, per comperar coscienze ed estorcere voti, e paragonando quella potenza lontana alla miseria presente, confesso che fui preso da un sentimento di pietà e di tristezza misto a quell’accoramento amaro che ci dà l’umiliazione di una persona amata. E una sfiducia improvvisa — faccio anche questa confessione poco onorevole — mi vinse.

Mi appoggiai a una parete e stetti pensando.

Intanto altri entravano. Entrando buttavano sul pavimento i fiammiferi che avevano accesi per rischiarare la scala. Erano operai che venivano dalle officine coi capelli arruffati e le mani nere, studenti, impiegati, maestri; uomini maturi e giovinetti; qualcuno coi capelli bianchi. Entravano a coppie, a gruppi, a uno a uno, in silenzio. Alcuni parevano stanchi, altri sopra pensiero. Ma appena entrati, e stretta la mano agli amici, mutavano viso. Poi s’avvicinavano al tavolino, e ciascuno dava il suo obolo, in logori biglietti d’una lira o cinquanta centesimi, o in soldi, che contavano sulla mano. Davano gli uni la bottiglia di vino di cui avevano bisogno, gli altri la provvista di tabacco d’una settimana, chi la serata al teatro che desiderava, chi la scampagnata domenicale che vagheggiava da un mese. — E perchè? pensavo, guardandoli. Ne conoscevo una buona parte e avevo ragionato con loro. Nessuno sperava una vittoria, e neppur una dimostrazione elettorale notevole. Nessuno anche confidando in avvenimenti straordinariamente favorevoli e in una diffusione meravigliosamente rapida dell’Idea socialista, sperava in un miglioramento qualsiasi del proprio stato; molti, da un mutamento prossimo dello stato sociale avevan piuttosto a temere danni che a sperare vantaggi; ed io sapevo che lo sapevano. E nondimeno davano il loro danaro con la compiacenza manifesta di chi compie un dovere di cui è profondamente persuaso. Sul viso di tutta quella gente traspariva la coscienza ferma e tranquilla di servire una causa, di esser sulla via della verità, di volere il bene di tutti e di aver per sè l’avvenire. Si poteva esser certi che non vi era fra di loro un’ambizione nascosta, una coscienza comprata, una volontà costretta, un sentimento malfido. Vedevo giovani studenti che chiamavano per nome operai cinquantenni, mani bianche che stringevano mani nere, crocchi di persone d’ogni classe fra cui appariva un accordo di sentimenti e una maniera di familiarità, che non avevo visto mai in alcun tempo e in alcun paese. Mi pareva di veder gli elementi della nostra società disciolta che si cercassero e si unissero in una forma di società nuova, animata da un nuovo concetto della vita e del mondo, retta da nuove ragioni di stima e d’affetto reciproco e da leggi nuove di rispetto e di gentilezza, più sapientemente civili, più sinceramente cristiane di quelle che vedevo seguite in ogni altro convegno o commercio di cittadini di diverso stato. Quell’adunanza era per me ad un tempo una realtà e una visione che appagavano un confuso, istintivo, ardentissimo desiderio di tutta la mia vita.

E a questi pensieri, improvvisamente, come una fiamma sotto un soffio, la mia fiducia si ravvivò. — Ah! se anche credessi che siete tutti illusi — pensai — io v’amerei e v’ammirerei egualmente, o bravi giovani, o rudi lavoratori, o poveri vecchi che non avete altro impulso all’opera e al sacrificio che la speranza d’un bene di cui non godrete, e che sopportando le durezze della vita e soffocando le ire provocate e sfidando le persecuzioni pubbliche e sagrificando la pace domestica, fondate la vostra speranza sul diritto del voto, conquistato col sangue dei vostri padri, ossia sulla libertà, sulla ragione, sul presentimento del trionfo necessario della verità e della giustizia. Ma no, voi non siete illusi, poichè la verità non può essere dalla parte dell’ambizione, del mercimonio e dell’egoismo; la verità è nella vostra coscienza libera e serena, è nella santità del vostro ideale, è in quest’affratellamento generoso che condanna e corregge le ingiustizie della fortuna, è in questa fede invitta che dà ai giovani una maturità precoce, e ringiovanisce i maturi, e consola i vecchi, e nobilita tutti. E ogni propaganda d’ogni grande idea, predestinata a mutare il mondo, è cominciata, come questa, in luoghi oscuri, fra pareti nude, in mezzo a gente sprovveduta di tutto, e odiata, e calunniata, e derisa, mentre i difensori del passato, armati e ricchi d’ogni cosa, si festeggiano a vicenda — in sale splendide e risonanti del plauso dei parassiti — sicuri del presente e dell’avvenire.

E tutt’a un tratto — con mio stupore — non perchè mancasse un legame tra il pensiero e l’immagine, ma per la subitaneità dell’apparizione — mi rividi dinanzi la statua di Ledru-Rollin, veduta anni addietro a Parigi, eretta in atteggiamento profetico, con la mano stesa sull’urna, come dicendo: Qui è la salute.

E allora, precorrendo il tempo con l’immaginazione, vidi quella povera stanza dilatarsi, e aprirsi altre sale lontane l’una dopo l’altra, in tutti i quartieri cittadini, tutte rigurgitanti d’una folla simile a quella che avevo dinanzi; e tutte quelle folle, agitate e ardenti, salutare con evviva frenetici gli annunzi delle grandi vittorie elettorali, giungenti l’un sull’altro dai vari quartieri, e da tutte le piccole e grandi città d’Italia; e, tra gli evviva, le mani bianche cercar le mani nere, e abbracciarsi i giovani e i vecchi, e scambiarsi il bacio dei fratelli i figli di coloro che oggi si minacciano e si odiano....

Troncai il soliloquio, ed entrai nella folla dei miei compagni con uno slancio d’allegrezza e d’affetto, che non m’aveva mai data nessuna amicizia del passato.

Lavoratori, alle urne!

I nostri compagni del Comitato elettorale, che m’invitarono a parlarvi, determinarono il soggetto del discorso con queste parole: — Eccitare i ferrovieri, e specialmente gli operai, a prender parte attiva alla lotta per le elezioni amministrative; dimostrar loro che essi hanno interesse a mandare nel Consiglio comunale dei rappresentanti della classe lavoratrice a cui appartengono.

La cosa mi parve superflua. — Ma come — pensai — vi sono ancora dei lavoratori non persuasi di questa verità, della quale sono compresi, in fondo all’animo, anche molti di coloro che stimerebbero un’imprudenza di proclamarla? E subito mi si affacciò alla mente che il primo, il più efficace mezzo di persuadere gli ostili e di scuotere gl’indifferenti, sarebbe stato di riferir loro quello che io mi intendo dire ogni giorno da chi combatte le nostre idee utopistiche di progresso, di redenzione, di missione politica ed economica delle classi lavoratrici.

Queste idee — mi dicono — sono in voi, borghesi traviati e allucinati, non nei vostri adulati lavoratori; e non sono che in una infima minoranza di essi, a cui avete attaccato la vostra infermità cerebrale. Come potete parlare sul serio delle loro aspirazioni e dei loro propositi, quando non ve n’ha cinque su dieci che concordino in un’idea, quando la parte maggiore non si dà pensiero alcuno delle lotte a cui la chiamate con tanta insistenza, quando non hanno dato ancora, qui specialmente, nessuna seria manifestazione di solidarietà, di armonia, d’unità d’intenti, quando hanno anzi provato in mille modi che la classe lavoratrice, come ente collettivo, non esiste ancora? Voi dite che le classi dirigenti, che la borghesia è debole perchè è lacerata dai partiti, scossa da mille contrasti di interessi, divisa in dieci fedi diverse, e che per questo non opporrà una lunga resistenza al movimento progressivo delle classi inferiori. Ma queste son più divise e più deboli di noi! Noi davanti a un pericolo, nel nostro interesse comune, ci uniremo in un sol fascio, e voi lo capite, e lo preannunziate. Essi, nel loro interesse comune, non si uniscono. Che c’importa che siano il numero, se, non essendo nè concordi nè attivi, non sono la forza, senza di cui non vale il diritto? Che c’importa che la scheda elettorale possa essere, come voi dite, lo strumento della loro emancipazione, se essi o non se ne servono, o l’adoperano contro sè stessi, o la mettono al servizio d’ogni richiedente? Non uniti nell’esercizio dei mezzi e legali e pacifici, non lo saranno mai neppure, non lo potranno mai essere nell’uso dei mezzi violenti. Noi possiamo dunque riposare tranquilli e ripetere cento volte a chi ci parla d’un esercito di lavoratori, che l’esercito non esiste, che non ci sono che caporali e pattuglie disperse, e la gran moltitudine si ride della vostra conquista dei poteri, e che voi sognate a occhi aperti.

*

A voi tocca di smentire col fatto quelle asserzioni. Io mi ingegnerò di persuadervi a smentire. E notate, non avrei bisogno di parlarvi come socialista. L’interesse che hanno i lavoratori a organizzarsi, a concertarsi per mandare alle amministrazioni comunali e nei parlamenti dei loro compagni esiste, secondo me, anche fuori della ragione del socialismo. Non c’è bisogno di creder possibile o necessario nell’avvenire un determinato ordinamento sociale per comprendere quell’interesse. Basta desiderare dei miglioramenti nella vostra condizione, come tutti desiderate; basta capire che, siccome nessun miglioramento importante nello stato delle classi inferiori può avvenire senza sacrifici gravi nelle classi sovrastanti, e poichè sui sacrifici spontanei, essendo qual’è la natura umana, è illogico il fare assegnamento, così quei miglioramenti bisogna conquistarli; e che nessuna conquista si fa da una classe sociale senza lotta, e nessuna lotta si vince senza forza, e la forza non si consegue senza l’accordo della classe. Ora quest’accordo è possibile, è ragionevole, si deve compiere anche tra i lavoratori che non siano d’una sola idea e d’un sol sentimento riguardo al socialismo. Non si deve forse, prima di giungere a questo, passare per una serie di riforme e di conquiste minori che tutti vogliono ugualmente? Ma io dico questo a voi! Ma se son molti i borghesi stessi persuasi di questa verità.

Ve n’ha molti, ostili al socialismo, che credono inattuabile, ma che pure, essendo onesti, vedon con occhio favorevole e affrettano col desiderio il movimento d’organizzazione delle classi lavoratrici, anche sotto la bandiera socialista, come il solo mezzo che rimanga di pervenire a riforme radicali a vantaggio loro, senza le quali credono anch’essi inevitabili degli sconvolgimenti funesti alla società. E fanno questo ragionamento che non manca di logica: — O hanno ragione i socialisti, i quali affermano, non già di voler rifare il mondo sopra un disegno della loro fantasia, ma di sollecitare soltanto una trasformazione a cui la società è condotta irresistibilmente dalla forza stessa delle leggi vitali che la reggono, — e se questo è vero, se la trasformazione è inevitabile, non solo è inutile d’intralciare, ma è logico assecondare il movimento. — O se è vero l’opposto, ossia che questa trasformazione non è necessaria, e la società non avverrà pel solo fatto che i socialisti la vogliono, una forza invincibile vi si opporrà, contro cui tutti i loro conati si spezzeranno come contro una legge di natura; e in questo caso non c’è nulla a temere, e si ha da assecondare egualmente un movimento il quale, senza arrivare alla mèta che si propone e da cui noi rifuggiamo, produrrà pure dei vantaggi grandissimi, non conseguibili per altra via. Vorrete voi essere meno arditi di questi prudenti conservatori?

*

Veniamo ora al vivo dell’argomento.

Non vi pare un’anomalia singolarissima che nei Consigli comunali di città dalle centinaia di migliaia d’abitanti, in Consigli dove si trattano interessi di tutte le classi sociali, tutte le classi siano personalmente rappresentate, tutte, fuorchè la più numerosa, che è anche quella che ha maggior bisogno d’esser tutelata? Io credo che la cosa parrà un giorno tanto strana che se n’andranno a cercar le cause con la stessa curiosità con cui si ricercano quelle dei più singolari fenomeni sociali del tempo andato.

Io m’immagino uno straniero semi-barbaro, ma di molto acume, piovuto qui da un paese in cui non sia idea di regime rappresentativo, lo metto col pensiero in uno di quei Consigli, e mi par di sentirlo dire: — Ma come mai! Ecco un’assemblea in cui si parla ogni momento d’interessi del lavoro e di lavoratori, in cui l’uno accusa l’altro a ogni tratto di non essere vero interprete dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni, e d’operai non c’è un solo, non uno che possa dire: i nostri sentimenti, le nostre aspirazioni, i nostri bisogni son questi! — Dopo essersi fatto spiegare a un di presso in qual maniera si formino queste assemblee, il mio semi-barbaro direbbe al suo cicerone: — Ho capito! Qui non c’è operai perchè gli operai non sono elettori. — Ma no, lo sono — gli sarebbe risposto — e dispongono di migliaia di voti. — Allora direbbe: — Sono elettori, ma non sono eleggibili: ma essi non eleggono alcuno dei loro perchè non ce n’è alcuno che sappia parlare nè scrivere. — Ma no, vi ingannate: ce n’è molti che parlano mirabilmente dei propri interessi nelle loro riunioni professionali o di partito e ce n’è anche molti che sanno trattare la penna a dovere, tanto che se si fondasse un giornale come quel tal «Buon senso», fondato a Parigi nel ’48, aperto a tutti i lavoratori, si farebbero anche qui delle scoperte particolari curiose. — Ho capito questa volta — direbbe finalmente lo straniero. — Essi non eleggono nessuno della propria classe perchè vedono gl’interessi loro ben patrocinati dai rappresentanti della classe borghese, che stimano inutile aver dei rappresentanti propri, e si tengono per ampiamente soddisfatti. — Ma no, veda, non sono soddisfatti, si lagnano, dicono d’aver delle ragioni da far valere, gridano che ci sono delle ingiustizie da correggere, delle riforme da proporre, mille cose da fare. — E allora.... il mio semi-barbaro non capirebbe proprio nulla.

*

Mi soffermo un momento all’ultima supposizione di questo straniero immaginario, perchè esprime forse il pensiero di alcuno di voi; mi ci soffermo per dire che nessun rappresentante borghese, per quanto sia sincero ed efficace propugnatore della causa de’ lavoratori, potrà mai avere in un’assemblea quell’efficacia particolare che vi ha uno della vostra classe, il quale la rappresenta con la sua stessa persona e ne spira l’alito dalle labbra, che può parlare di bisogni che sente egli stesso e di sacrifizi ch’egli stesso compie e ha compiuti, che protegge gli interessi del lavoro ch’egli fa e di cui vive, che è in relazione intima, fraterna e continua coi suoi rappresentanti, che non è legato ai rappresentanti degli interessi diversi od opposti da mille sottilissimi vincoli, non lacerabili, di amicizie antiche, d’identità d’abitudini, di idee comuni in altri campi, che non è impacciato dal fatto d’aver professato in altri tempi opinioni discordi da quelle suo d’oggigiorno, o di essere stato per queste indifferente; e che non può essere sospetto in alcun modo di mancanza di sincerità.... perchè siamo a questo ancora — che par tanto illogico e strano che uno si appassioni e combatta per interessi sian pure sacrosanti, ma non strettamente collegati o contrari a quelli della propria classe, che il pensiero ch’ei sia un uomo generoso è l’ultimo che s’affacci alla mente degli avversari: il primo è che sia un impostore.

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Certo, io mi rendo conto dei dubbi che hanno molti di voi a questo proposito, dubbi che non si danno, generalmente, negli operai di Comuni rurali. Là il Lavoratore vede partecipare all’amministrazione pubblica persone della sua medesima classe, di coltura non maggiore alla sua, e che trattano dei piccoli interessi comuni con la semplicità, e col linguaggio che egli stesso adopera: gli par quindi naturale, e non può parergli inutile di mandar fra gli amministratori del Comune uno dei suoi.

La cosa è diversa, si capisce, nelle grandi città. Abituato per tradizione a veder sedere nei Consigli cittadini di una sola classe, a vedervi rappresentati largamente la scienza, l’ingegno, l’esperienza degli affari, la ricchezza, e la discussione sollevata spesso al di sopra della sua cerchia di cognizioni e di idee, l’operaio ha finito per considerare quella rappresentanza quasi come un privilegio signorile, e stenta a capacitarsi del come un suo compagno vi potrebbe prender parte utilmente, non riesce a raffigurarselo là che come uno spostato e un inetto. Ma egli è in errore. Egli non considera che il suo compagno andrebbe là a rappresentare un ordine di idee sue proprie, di interessi di cui ha conoscenza pratica, di questioni in cui ha un criterio preciso: non pensa che in ogni discussione ha un grande valore anche una sola idea netta, espressa a proposito, sia pure con la più rozza parola; che ciò che in molte discussioni gli par superiore alla sua intelligenza e alla sua coltura non è che zavorra accademica e curialesca gittata sulla vacuità degli argomenti; che il buon senso è in ogni luogo e in ogni cosa la prima forza, e che una gran parte delle lungaggini deplorevoli a cui si abbandonano spesso le più colte assemblee, derivano appunto dal non esservi un sufficiente numero di quegli ingenui parlatori, a cui manca l’arte d’ingrandire, di assottigliare, d’intricare, di confondere tutte quante le questioni, invece di attenersi al fondo delle cose, come suol fare l’uomo incolto, che è persuaso di un’idea.

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E d’altra parte convien che si persuadano i lavoratori che la loro classe non s’innalzerà mai fin che un gran numero di loro non saranno passati per quella impareggiabile scuola pratica che sono le amministrazioni pubbliche e le amministrazioni private: intendo per private quelle delle loro Società e delle loro Corporazioni.

A questa scuola si formarono la maggior parte dei quarantaquattro deputati del Parlamento germanico — meccanici, calzolai, falegnami, doratori, operai d’ogni arte e d’ogni mestiere — in molti dei quali riconoscono gli stessi avversari, spesso con parole d’ammirazione, cultura varia, abilità parlamentare, e, nelle discussioni che toccano le idee e gli interessi del loro partito, un’efficace eloquenza. A questa scuola si formò quel valoroso, quel benemerito Anseele, fiammingo, fondatore di quell’ammirabile complesso di Cooperative di Consumo e di produzione che è il «Vooruit», il più fortunato esempio di organizzazione socialista che sia stato attuato finora. Si educò a questa scuola quel Luigi Bertrand, operaio marmista, in cui sembra incarnato il genio organizzatore della sua razza che da un capo all’altro del suo paese fondò Società cooperative, Case del popolo, Circoli di studi sociali, e che è, col Volder, l’anima del Partito operaio belga, rispettato, ammirato anche dai più appassionati oppugnatori e scalzatori dell’opera sua. E alla scuola medesima crebbero tutti quegli operai della sua nazione, i quali, all’ultimo Congresso internazionale di Bruxelles, diedero prova di tal senso pratico, di tanta chiarezza d’idee, di una così larga cognizione di molte questioni sociali ed economiche, che se li avessero uditi certi uomini d’ordine d’una grande città italiana, radunatisi l’inverno scorso in Assemblea por provvedere agli affari propri, avrebbero deplorato anche più amaramente di quanto fecero i funesti effetti dell’istruzione popolare.

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Comprendo un’altra difficoltà che si oppone, in molti lavoratori, alla concordia nella lotta elettorale. E ve lo accenno senza un’ombra di intenzione di farvi un rimprovero. La difficoltà risiede in un vostro difetto. — Vostro? — No. È un difetto di tutti gli uomini, e che si fa sentire in tutte le classi. Ma è naturale, è scusabile che si faccia sentire nella vostra forse più fortemente che nelle altre. Nella classe che ha più fondate ragioni di lagnarsi delle ingiuste disuguaglianze sociali, si comprende che sia più viva la renitenza a conferire ai propri uguali una forma qualsiasi di superiorità, come si diffidi più facilmente del compagno che aspira ad innalzarsi, e anche di quello che è portato in alto suo malgrado, come sorga il più forte sospetto che chi esce dalla sua schiera possa abusare dell’autorità e della fortuna. Ma è pure una tendenza a cui convien resistere a qualunque costo. Già lo disse un bravo lavoratore francese ai suoi camerati, con parole scolpite che io vi voglio ripetere, non solo perchè possano riferirsi a voi le sue censure, ma anche per mostrare che il male è in ogni paese.

Certo — egli disse — l’opera è lunga, penosa, irta di difficoltà. Ma se noi non perveniamo a unirci in uno spirito di larga e forte solidarietà; se passiamo il tempo a lacerarci l’un l’altro, parodiando i borghesi nelle loro dispute vane; se ci divertiamo a giuocare alle chiesuole e alle consorterie; se non uccidiamo in noi stessi quel deplorevole senso di gelosia, per cui non possiamo sopportare tra le nostre file alcuna superiorità intellettuale; se non ci eleggiamo dei capi che per obbligarli ad obbedire alle nostre cangianti volontà, e non per seguire la loro direzione e ascoltare i loro consigli; se, in una parola, non riesciamo a governare noi stessi, a nulla mai potremo riuscire.

E, senza dubbio, è la virtù opposta a questo difetto quella che costituisce la principal forza di quel grande partito operaio di Germania, nel quale — come osservò uno scrittore che lo studiò addentro — l’osservanza verso i capi è più profonda che in ogni altro partito dell’impero, e va non di rado fino all’eccesso, fino a una cieca sottomissione. Ma è perchè là si comprende quello che da per tutto si dovrebbe comprendere: che se è possibile immaginare una società in cui tutte le disuguaglianze economiche e sociali siano soppresse anche in forma assoluta, non è possibile immaginarne una in cui siano anche soppresse le influenze della superiorità dell’intelletto e del carattere e si faccia una colpa dell’ambizione, presa nel suo senso migliore; perchè il voler togliere alle facoltà e alle opere eccezionali degli uomini oltre ad ogni eccezionale compenso economico, anche le soddisfazioni d’una ambizione legittima, è voler isterilire, paralizzare la natura umana. E se sapessero i gelosi che povera cosa sono le soddisfazioni dell’ambiente, con quante segrete mortificazioni di amor proprio si scontano, da quante amarezze sono turbate, specialmente in chi è spinto in su a combattere fra una classe che non è la sua, invece d’invidiare e di osteggiare i compagni che salgono, non darebbero, ne son certo, che incoraggiamenti e conforti di fratelli.

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Vediamo l’esempio che ci danno altri paesi, la Francia per la prima, dove si accusava il partito dei lavoratori di essere «una fungaia di gruppi dissidenti» incapace da dieci anni di muovere innanzi d’un passo. Prima delle ultime elezioni, non vi erano che due Comuni socialisti; mi spiace di non aver tempo d’accennarvi le molte riforme ardite e benefiche attuate da uno di essi, di cui fu costretto a encomiare la saggia amministrazione persino il prefetto della Senna. Ebbene, nelle elezioni del 1892, il partito operaio socialista, concorde nel programma del Congresso nazionale di Lione, pose le proprie candidature in più di 80 Comuni. Ottenne al primo scrutinio più di 100,000 suffragi, con circa 450 dei suoi candidati eletti nei Consigli. A Marsiglia, trionfarono tutti i candidati del partito con oltre 6000 voti di eccedenza sugli avversari. In altri 16 Comuni il partito occupò l’intero Consiglio o v’ebbe una maggioranza notevole. Al ballottaggio riescirono eletti altri 200 candidati operai, col concorso alle urne di 50.000 votanti in più della prima volta. Insomma, furano 26 i Comuni conquistati, e moltissimi quelli in cui il Partito operaio, pure lottando per la prima volta, ebbe tali minoranze da far ritenere sicura una prossima vittoria. Nè ciò avvenne nelle sole città industriali. Persin nel cuore della vecchia Bretagna, la regione più conservatrice della Francia, vi fu un comune che elesse con 700 voti di maggioranza una municipalità socialista. E s’intende che s’usarono contro il nuovo partito arti e minaccie d’ogni maniera, e che contro di esso, dove non riuscì a primo scrutinio, si collegarono, alle elezioni di ballottaggio, tutti gli altri partiti, anche i più ripugnanti fra loro, donde è lecito argomentare che le elezioni del 1896 daranno in mano del Partito operaio una gran parte delle amministrazioni comunali francesi. E già ne appariscono i sintomi anche nelle popolazioni delle campagne; gravi sintomi, di cui tutti gli accorti conservatori s’inquietano: gridando alla rivoluzione e al finimondo. E con finimondo, si capisce, voglion dire modestamente la fine del loro dominio.

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In Germania l’organizzazione generale del Partito è rafforzata, in un gran numero di circoscrizioni, dalle cosidette «Società Elettorali», che sono come i focolari del socialismo comunale, e che convocano a intervalli determinati delle assemblee popolari, sempre numerosissime, in cui tutte le questioni locali, legate agli interessi dei lavoratori, sono largamente discusse. Questi prendono parte attivissima alle elezioni del Consigli municipali. Se non ottennero grandi effetti sin ora, ne è cagione unica il suffragio troppo ristretto. Ma dove i socialisti entrarono nei Consigli, fu notevolissima l’azione loro. Non c’è Comune importante in cui, l’inverno scorso, essi non abbian fatte proposte per provvedere con sussidi dei Comuni e dello Stato alle più stringenti miserie e propugnato validamente un programma pratico di riforme che va dai provvedimenti per la disoccupazione al riordinamento delle scuole, dalla soppressione delle imposte indirette in forma di dazi all’avocazione ai Comuni di tutti i servizi pubblici esercitati da privati. Fate che ottengano l’allargamento del suffragio e le loro vittorie non si conteranno.

E non può parer troppo ardito presagio a chi conosca con che ardore prendan parte alle elezioni, in quel paese, non i lavoratori soltanto, ma le loro intere famiglie; con che infaticabile attività le donne medesime, anzi quasi esclusivamente le donne, compiano il lavoro di distribuzione delle schede e dei manifesti, e si costituiscano in Comitati elettorali per eccitar le compagne a concorrere all’opera loro, e girino pei sobborghi i giorni di elezione, a scuoter gli inerti, e spingano persino alle urne gli elettori recalcitranti. Perchè esse comprendono non meno degli uomini che cosa significhi e che cosa valga la loro scheda: un povero pezzo di carta, ma che turba il sonno ai dominatori come recasse la loro sentenza; e non si può sopprimere, perchè sarebbe troppo rischioso, e non è incriminabile, perchè non c’è scritto che dei nomi, e non si può comprare, perchè chi lo porta venderà la camicia, ma non la fede.