CANTO SETTIMO.
ARGOMENTO.
Storia d'Isolina.—Amore.—Sogno di felicità.—La lettera della madre.—Ultimo commiato.—Lontananza.—La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.—Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di sè stesso.—Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.—Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.—Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.
Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanni
De la bella Isolina? Io, quando i cari
Giorni ripenso, che l'amor ne diede
Tutti sparsi di luce, e la promessa,
Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto;
E il ciel rigido miro, e con le cento
Ali del mio desir navigo il mare,
Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti
Tanti negri fantasmi; un'infinita
Pena, un'angoscia indefinita e nova
S'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mesti
Casi pensando de la pia fanciulla,
Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango.
Giovinetta infelice! Un cheto e lieve
Raggio di fuggitivo astro parea
Nei passi suoi; fior di dolcezza ell'era
Negli sguardi e nell'alma; ala odorata
Di vespertino venticello estivo
Somigliavan sue voci, e chiaro e santo
Era l'amor, che le accendea la vita.
Un giovinetto da la lunga chioma,
Esile e mesto e tutto alma negli occhi,
Era il dolce amor suo: povero ed egro
Vaneggiator, che le natíe contrade
E la terra dei suoi padri e le sante
Braccia materne abbandonava; e il nero
Vuoto d'amor, che gli s'apría nel petto,
Empía d'inclite forme illuminate
Da la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei vide
La beltà d'Isolina. Era straniera
Agli occhi suoi quella beltà; straniera
Quella terra a' suoi passi; a ogni vivente
Cosa straniero il suo pensier; ma in core
Da gran tempo sedeagli, ospite ignota,
Quella forma leggiadra; e sentì allora,
Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caro
Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi,
Era la patria sua, l'aurea contrada
Dei sogni suoi; non là, dove la morte
Sedea su le dilette ossa paterne,
Non là, dove, nei suoi lutti racchiusa,
Piangea la madre sua vedova e stanca.
Da quel giorno si amâr. Livide e torte
Lingueggiâr fra le care alme le sozze
Ironie de la plebe; ai giovanili
Passi, intèsta di fior, tese la rete
L'insidïosa ipocrisia; ma grande
Crebbe amor dai perigli, e fûr più saldi
Battezzati nel pianto i primi amplessi.
Scorrazzavano un dì, come fanciulli,
Per le aiuole fiorite. Entro a un sereno
Mar di tiepidi raggi e di fragranze
Nuotavano le cose, e tutto fiori
Salìa sui monti il giovinetto aprile.
Dolcemente anelando ella si assise
Sotto il bruno laureto; e lieta in core
Di tanto Sol, di tanti fior, di tanta
Giovinezza d'amor, con puerile
Malizïoso rampognar severo
Provocava l'amico.—A nulla buono,
Dicea, sei tu; girato ho in un istante
Tutto quanto il viale, e tutti ho colti
I suoi fiori più bei: guarda;—e su l'erbe
Sciorinava il suo bianco grembiuletto
Tutto colmo di fiori. Egli porgea,
Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono,
Dicea, son io fuor che a rubarti i baci.
Furtivamente fra le foglie e i rami
S'insinua il sole, e di minute e lievi
Agitate da l'aure ombre ricama
Quelle giovani fronti e le diffuse
Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside.
—Quanto io devo a l'amore, egli diceva,
Quanto a la tua pietosa anima io deggio,
O mia buona Isolina! Agli occhi miei
Cangiato è il mondo; di mai visti fiori
Mi sorride la terra; una lucente
Indefinita regïon di sogni
Mi si schiude ne l'alma, e la più bella
De le speranze mie m'albeggia in core.
Altr'uom son fatto. Ombre funeste e gravi
Tedî, e incessante fluttuär d'ignoti
Dubbi e fallace illusïon di sensi
Mi sembrava la vita: inutil gioco
Di crudeli potenze, agli occhi occulte,
Ma paventate qual visibil cosa
Da la paura onniveggente. In mano
D'un fiero iddio balzar vidi la terra
Come inutil crepunda; ai sanguinosi
Ludi, a le prede con ferin costume
Correr le schiatte dei mortali; eterno
Gravar su le ribelli anime il piede
La matrigna Natura; e tra le spire
Di velenosi abbracciamenti, oppressa
Da ignoti e strazianti incubi, indarno
Tender la moribonda Arte a le stelle.
Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco
Occhio de l'uomo m'involai; coi morti
Vissi, e vaghezza d'ogni morta cosa
Ebbi così, che i miei giorni infelici
Sol ne la speme de la morte amai.
Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo
D'intorno a me, dentro al mio cor, nè trovo
Me stesso in me: caro portento è questo
Ch'io sol devo a l'amor!—
Ne le tremanti
Mani, in tal dir, chiudea quella leggiadra
Picciola testa d'angeletta, e lunghe
Lunghe carezze le facea coi baci.
Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto
I più freschi, e i più belli; e mormorando
Un'allegra canzon de le sue valli,
Li girava in ghirlanda, e col securo
Volo de la ridente anima il giorno
De le sue nozze precorrea.
—Di freschi
Fiori odorosi, io vo' la mia corona
In quel giorno beato: a par di questa
Tesserla io vo' di zàgare fragranti,
Che a me son tanto care, e simbol sono
Del nostro amor: te ne rammenti? il primo
Foglio che mi scrivesti un conteneva
Di quei teneri fiorì. Oh! come allora
Sarem felici! Andran confusi e tristi
I cattivi del mondo, e i nostri amplessi
Saran da Dio santificati. È amara
Cosa, me 'l credi, il mormorar del mondo
Fra due cori che s'amano: somiglia
Sibilo di serpente in mezzo al canto
Melodïoso di felici augelli;
Grido somiglia di sinistro augello,
Che rompa a sera l'armonia d'un primo
Giuramento d'amor. No, no; non voglio,
Che bieca, oscura intorno a noi si aggiri
La maledica turba, e ne sia d'uopo
Velar di mal sofferte ombre il sorriso
De l'amor nostro immensurato: io voglio,
Che testimòni a la letizia nostra
Sieno gli uomini e Dio; ch'arda di amore
Tutto il creato insieme a noi. Deh! affretta,
Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresce
Lasciar per te queste mie valli; il caro
Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto
Tante volte fanciulla; i gelsomini,
Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía,
Sai? la gaggía de l'orticel materno,
Ch'or principia a fiorir; non mi dà pena,
Che dir? non penso pur, che lasciar deggio
La mia povera mamma: io son cattiva,
Non è ver? ma per te!—
Gonfî di pianto
Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori
Con inqueta mestizia, e riprendea
Poi con tremula voce:
—Io, sai? non voglio
Viver lontan da la tua mamma: un solo
Tetto ne accoglierà; seder mi è caro
A la mensa dei tuoi; guardar le stelle
Da le finestre de la tua stanzetta;
L'aure spirar che tu spirasti; assisa
Presso l'immagin del tuo caro estinto
Di te parlar con la tua mamma; seco
Portar la croce, e consolar d'alcuna
Speme di gioia il suo lungo dolore.
Questo è il mio sogno, questo sol; m'illude
Forse l'amor? Tanto sperar mi è dato?—
Giunse un foglio in quel punto:
—Unico mio,
Dal mio letto di spine, ov'egra e stanca
Di più lungo soffrir trascino i giorni
De la mia vedovanza, io ti sospiro,
Io ti cerco dovunque, e le deserte
Braccia protendo, e non ti trovo, e piango.
Dove sei, dove sei, che più non torni
A questo petto abbandonato, a queste
Case del padre tuo, che, di te prive,
Orbe son d'ogni luce, e fredde e mute
Sembran solo aspettar la morte mia?
Dove sei, figlio mio, che più non odo
La voce tua; che più non torni a sera
A sedermi da canto, a dirmi i cari
Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi
Dubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto?
Tutto, figlio, così, tutto oblïasti
L'affetto mio? Del genitor non serbi
Memoria alcuna? Ah! così poca e breve
Ala di tempo, e così nova terra
Covre quei suoi diletti occhi, che calde
Son le ceneri ancora, e, se tu il chiami,
Risponderà. Deh! così mesta e sola
Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada?
Così dunque morire, anzi ch'io muoia,
Deve la mia speranza ultima, e al piede
Mirar deggio spezzato in un sol punto
L'estremo idolo mio? Già non fûr queste
Le tue promesse; e non cotal conforto
Da tanto amor m'impromettea! Lontano
Dai piangenti occhi miei, fatto straniero
Al materno cordoglio, il fior tu libi
De le gioie del mondo; io bacio i cari
Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo
Letto, come solea, sprimaccio a sera
Con materno costume; al picciol desco
La tua seggiola appongo; al consueto
Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo
Scricchiar da lungi inutilmente aspetto;
E forse allor che tu beato in braccio
Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati
Campi de l'Arte, ed a l'amor sorridi
D'ogni umano conforto abbandonata
La madre tua ti benedice, e muore!—
Pallide e mute si guardâr negli occhi
Quelle due fulminate anime. Ei sorse
Freddo, anelante, scompigliato; al petto
Strinse l'amica: la baciò su 'l fronte
Mal frenando i singhiozzi, e una parola
Mormorò fra le labbra; ella il comprese;
E, gittandogli al collo ambe le braccia,
In lagrime proruppe, e cor non ebbe
Di contendere il figlio a una morente.
Ei partì con la notte. A la finestra
Ella balzò; tenne il respir; fra l'ombre
Perdersi udì i suoi passi; a l'aure tese
L'anima tutta; aspettò ancor; le parve,
Che pentito ei tornasse; a una lontana
Voce tremò, chiamollo a nome; e quando
Stendersi agli occhi suoi squallido e freddo
Vide il bianco viale, a la notturna
Brezza ondeggiar con murmure indistinto
Le due file d'acacie, e a la sinistra
Luna uggiolar sentì a la lunga i cani,
Sul freddo letticciòl, come perduta
Cosa, piombò; ne le deserte coltri
Si serrò paürosa, e pianse e pianse.
Toccò Giorgio il natío lido; anelando
Le vie percorse; a le paterne case
Volò; ma fredda era la soglia; al vento
Sbattean le imposte abbandonate, e nera
Regina per li vuoti anditi, avvolta
Ne le vesti materne, iva la Morte.
Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignude
Mostrò le scricchiolanti ossa del petto
Quella fatal. Dov'è mia madre? ei disse,
Balzando indietro inorridito. Immota
Ella il mirò; da le profonde occhiaie
Balenò un fatuo lume; armò le vôte
Mandibole d'un fiero urlo, e rispose:
—La madre tua, tu l'uccidesti! Assisa
Ne la bianca sua fossa ella ti aspetta!—
Grido non diè, non diè gemito o pianto
Lo sventurato, e ne le grandi e fredde
Braccia gittossi di colei, che sola
Di sue vedove case avea l'impero.
Gravi fra tanto, angoscïosi, eterni
D'Isolina sul cor passano i giorni;
Passan sovra al suo cor gl'inganni alati
Del suo tempo felice, e più s'infosca
Co'l cader d'ogni dì la sua speranza.
Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolci
Nidi de l'amor suo? Ne le materne
Braccia obliò le sue promesse? In preda
D'improvviso dolor s'agita, o il freddo
Calcolo sul gentile animo scende,
E a men umile preda il cor gli adesca?
Ella dubbia così: facil maestra
La lontananza è di sospetti, e fabro
Di torture il silenzio. Ai consüeti
Lochi si adduce; il solito viale
Percorre; ne la memore stanzetta,
Presso il camin, di fronte al caro specchio
Spïator di lor baci, a l'ora usata,
Tutti i giorni si asside; e poi che inganna
Lungamente così l'ore infelici,
E tutta sola, abbandonata, incerta
Ne l'oscuro avvenir l'anima affisa,
Co'l cor serrato indi si toglie, e al primo
Detto, che a consolarla alcun le porga,
Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola.
Sinistramente al suo pallido volto
Irridevan le amiche; e la ben mesta
Anima cruccïando ivan co'l vezzo
Di maligni sussurri.
—Un venturiero
Era al certo colui!—
—Povera stolta!
Già toccar le parea gli astri co'l dito!—
—Altro! Prostrate e pallide al suo piede
Bice e Laura vedea!—
—Cinta d'alloro,
Come le anguille, in groppa al suo poeta
Credea varcar l'eternità!—
—Ma il remo
Dice a l'onda che passa: io ti saluto!
E l'ape dice al fior: verrò tra poco!—
—E l'ingenua sposina aspetta ancora
L'asin che voli, e l'amor suo che torni!—
Tanto dolor la povera Isolina
Onta cotal più non sostenne: ai cari
Tetti involossi; abbandonò nel pianto
La materna dolcezza; e, le notturne
Ombre spregiando e le natíe paure,
La dolente sua vita al mar commise.
O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi
Freddi baci l'avvinse; addormentolla
Nei letti suoi, pria che donarla al novo
Ferreo dolor, che l'attendea sul lido.
Su la fossa di lei, presso a la sponda
Or Lucifero siede. Alta d'intorno
Spazia la notte; silenziosa e poca
Tremula su le grigie acque la luna;
Ei grandeggia fra l'ombre; occulte voci
Mormora il labbro suo: rupe il diresti,
Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,
Spinga ai venti la cresta, e di confuso
Scroscio risuoni al dirocciar d'un rio.
Scuro e immoto così pende l'Eroe
Su la zolla pietosa. Amor, che preda
Fa di giovani vite, e ne la cara
Lucida vita de le cose alberga,
D'ansie superbe e di grandi ale instrutto,
Dominar l'ombre ama talor; vïaggia
Oltre la vita; e, di regnar mal pago
Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa,
Scende ne l'urne a interrogar la morte.
Tremò allor su le care ossa la luce
D'un'azzurra fiammella: incerta e lieve
Lambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia,
Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.
Come al sole d'april, da le materne
Lucide foglie in vago giro inteste,
La candida magnolia alza il bocciòlo,
Così dal grembo de la fatua luce
Una bianca si svolge aërea forma,
A cui brune e diffuse erran le chiome,
E diffusi per l'aure i rosei veli
Dïafani a la luce. Il Pellegrino
Ravvisò la sua morta.
—Oh! così lievi
Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina,
Docil così, buona così è la morte,
Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente?
Bianco e freddo amor mio, parla: ti muove
La prece mia? pietà ti tragge a questa,
Che lasciasti anzi tempo, aere vitale?—
Tremava ella, e tacea; languide intorno
Volgea le luci pe'l deserto lido,
Come chi chieda ai circostanti oggetti
Una persona lungamente attesa,
E tutta in quel disío l'anima intenda.
—Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiedi
Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta
È questa piaggia, e non ha fronda o fiore;
Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida
Ei s'accovaccia ne la calma; infiora
D'albe spume gli abissi; ignudi e belli
Manda intorno a danzar silfi e sirene,
Che funesta han la voce; alita un cheto
Sopor sovra le sue vittime; e quando
Più sicure esse van sognando il lido,
Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia
Su le rotte acque a gavazzar la morte.
Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi,
Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori,
Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi,
Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e saranno
Pe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori,
Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle!—
Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta
Cadea la luna; impallidía la bella
Sospirosa al partir; tendea le braccia
Egli, e gemea:
—Deh! non fuggir, t'arresta!
Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli;
Tue son le perle del mattin; tue sono
L'armonie di quest'aure; è tua la vita!
Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfa
Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi
Regni del mio pensier! Da le voraci
Onde non io le tue candide membra,
Non io la tua beltà tolsi agli abissi,
Perchè deserta, in peregrina stanza,
Ospite de le fredde ombre ti aggiri;
Nè alfin la morte al voto mio t'arrese,
Perchè al tornar de la dïurna luce
La negra terra ad abitar tu scenda.
No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo,
Nè la morte ti avrà: l'amor ti spira
Vita più bella, ed a l'amor vivrai!—
Dicea, come piangesse, e facea forza
Di caldi amplessi e di sospiri al fato.
S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l petto
L'aure fugaci e il suo dolore abbraccia.
—Sorgi dal tuo dolor; cingi la veste
Degli ardimenti tuoi; di cose e d'opre
Non di futili sogni amor si pasce.
Opra incessante è Amor: vita a l'inerte
Polve non spira ei già, ma su l'inerte
Polve l'onor d'illustri fatti accende.
Non vedi tu qual turbine di guerra
Del provocato Reno agita i lidi,
E, al suon de le fatali armi di Brenno,
Tutte d'Europa impallidir le genti?
Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campi
Fulminati di Mario, ombre feroci,
Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ire
Dei nepoti d'Arminio. A gran tenzone
Due glorïosi popoli prorompono
Come oceàni. Mugola dai fondi
Tenebrosi la Senna; e da l'inulto
Elba i carri fulminei a le vegliate
Mura di Faramondo Arminio avventa.
Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccio
Spreca in vôta fatica: a lui sembianti
Fûr di Dànao le figlie; uom saggio e forte
L'opra non gitta ad impossibil cosa!—
Sentì la voce del suo spirto, e il core
De l'Eroe fiammeggiò come un'ardente
Voluttà di battaglie. Il sommo attinse
De l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindi
Le due genti mirò.
Pari a procella,
Che su'l mar piombi, le Borussie querce
Lascian le congiurate aquile al cenno
Del germanico Giove: immenso, orrendo
Mandan lo strido al ciel; scoton gli allori
Trïonfati in Sadòva; e un'omicida
Smania di pugne in tutti i cor si desta.
Quanti dal borëale urto sospinti
Sovra il campo del mar rotano i flutti,
Tanti e alteri così levansi i figli
De la rigida Odèra; e quei vi sono,
Che fermezza di membra e d'alma han pari
A l'Ercinia materna alpe, e l'audace
Sassone, che nel freddo Albi s'infianca,
E il fedele ai suoi re Bavaro, onore
Dei Vindelici piani; e quanta forza
Di strenua gioventù fra la superba
Vistola e il serpeggiante Emo si accampa.
Da l'onor di sì forte oste precinta,
Splendida come Sol, move la possa
Di Brandeburgo. Rigida e severa
L'augusta diva del pensier vien seco:
Prestantissima dea, che da le fredde
Mute vigilie, onde le cose indaga,
Vien de l'opre al fragor, però che vano
Senza l'opre è il pensiero; i radïosi
Regni abbandona e il puro ètere, dove
Son l'ignude sostanze, e a le nebbiose
Noriche selve, ov'ha più fidi altari,
Accorre, auspice dea; popoli e prenci
Duci ispira e guerrieri; inconsuëte
Armi rivela, ordigni nuovi appresta,
Terre esplora e nemici, e grande e prima
Sfida la morte, e del trïonfo è certa.
Udì il suon di tant'armi, e tremò in core
L'avoltoio d'Asburgo: il sanguinoso
Occhio, ove l'onta ardea di due sconfitte,
Rotò; scosse le cionche ali; ma rotto
Mirando al piè l'antico scettro e il brando,
A satollar l'ira e la fame, il rostro
Nel cor de l'adescato Ungaro infisse.
L'udì la borëal Dania, feconda
Genitrice di popoli, e ne l'armi
Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo
Petto una tempestosa ira le rugge
Contro al superbo assalitor di genti,
Che, di numero prode e di cor vile,
La sconfisse nel sangue; i palpitanti
Visceri le cercò; chiamò la belva
Dormitante su l'Istro; e su le offese
Sedi di Sondemburgo, orridi in vista,
Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape.
Ma nel cor non tremò, non trasse il brando
A far più salda la ragion dei forti,
La glorïosa Itala donna. Assisa
Su la sponda regal d'Arno, secura
Ne la fortezza sua, le genti e l'opre
E la fugace ora propizia e il fato
Sagacemente interroga; compone
Le impronte ire dei figli; obliga al giogo
Del suo voler le avverse anime; affrena
L'empia licenza popolar; flagella
L'ambigua turba, che nel dubbio annida;
Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni,
Cui legge è l'ira e sola patria il ventre;
E, men d'acciar che di giustizia armata,
Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono.
Dentro la cerchia de le mura antiche
Non si contenne il valor Franco. Al grido
Del vandalico orgoglio, ai provocati
Campi volò, primo volò, nè volle
Misurar l'armi e interrogar la sorte.
Aquila, che dal curvo etere mira
Disertar su la negra alpe i suoi nidi,
Gli accorti agguati e le fulminee canne
Del cacciator non sa: piomba da l'alto
Con terribile strido, e pugna, e muore.
—Dove corri, o fatale aquila, al lampo
Del glorïoso tricolor vessillo
Lucifero gridò; figli de l'armi,
Dove correte voi? Grido di oppressi
Non vi chiamò, non amor patrio accese
Tanto vampo di guerra: inclita e grande
Sovra il trono del mondo alto si asside
La patria vostra, e sol co'l nome impera.
Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio
Da che labbro partì? Chi le secure
Aure turbò di tanta pace, e immerse
In un mar di perigli il luminoso
Trono di Lui, ch'à di saggezza il vanto?
Fu la malnata Idra del vulgo, il destro
Livor dei vili. Abito assunse e volto
Di libertà; con tumida parola
Provocò le dormenti ire; commosse
Con sonante lusinga il cor dei forti;
Piaggiò con prostituta arte l'oscena
Turba armata di lingua e di cor nuda;
Ma dentro a la bugiarda alma un'obliqua
Ambizïon fea nido, e sotto al manto
Involava a mortal guardo il venduto
Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda.
Così strisciando tortuösamente
A l'aureo cocchio arrampicossi, dove
Sedea, temuto Automedonte, il senno
Del fatal Bonaparte. Ei nei dorati
Mòrsi reggea l'intempestiva foga
Dei volanti cavalli, e parea Febo
Portatore del giorno. A lui, da canto
Quella furia si assise; un sopor lieve
Gli suäse ne l'alma; oscurò il lume
Dei veggenti consigli; ond'ei le forti
Redini rallentò su le spumanti
Briglie dei corridori. Un urlo mise
L'empia gorgòne; in piè balzò; disperse
Co'l freddo soffio le veglianti cure,
Che custodían con cento occhi al governo,
E da l'altezza dei lucenti alberghi
Per la lubrica china i fieri alipedi
Abbandonò. T'arresta, empia e mentita
Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza
De l'antica virtù, se t'arde ancora
L'onor di Francia e la tua gloria i polsi,
Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei pronti
Accorgimenti e de le pronte spade!
Sorgi; a la furibonda idra le cento
Creste conculca; e a quella rea, che il freno
Con falsi nomi a l'oprar tuo contende,
La man caccia su'l volto, e la sbugiarda!
Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, grida
Dal mar britanno a la regal Pirene
Ogni gente, ogni petto; orrido io sento
Il fragor de la pugna; e quando a mille
Divora i prodi la fulminea morte
Su le ripe contese, una linguarda
Turba su le fraterne ossa s'impanca,
E al vinto insulta, e al vincitor si arrende!—
CANTO OTTAVO.
ARGOMENTO.
La catastrofe di Sédan.—L'ombra di Turenna e la resa.—Lucifero entra in Parigi.—La babilonia delle gazzette.—L'assedio.—Gloria ed obbrobrio a chi spetta.—Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.—I Prussiani entrano nella città.—L'allocuzione del proletario.—La colonna Vendôme.—L'ombra di Federigo.—La petroliera.—Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.
Io l'ho visto cader, morir l'ho visto
L'aquila dei trïonfi, il fior dei forti;
Tutto sbucar di Teuta il popol misto
Da l'empie selve e dominar le sorti;
Correr, non pago, oltre il fatal conquisto,
Straziar le genti e gavazzar sui morti;
Piegar la fronte a l'ultime sconfitte
L'inclito Sir de le falangi invitte!
O sventura, e fia ver? Caduto in fondo
Di rea fortuna, che non tien mai fede,
Il gran popol vedrem, che, a niun secondo,
Di Quirino parea l'unico erede?
Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo,
L'armi chinar d'un vincitore al piede?
Al piè d'un vincitor, deposte in guerra,
L'armi, che già dettâr leggi a la terra?
Ahi! così non solean rieder dal campo
Sotto duce miglior di Francia i figli!
L'afro Leon lo sa, cui nullo scampo
Fûr l'arse arene, e poca arma li artigli;
L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo,
Abbondò al mare i flutti suoi vermigli;
Lo san le valicate alpi, lo sanno
L'ispido Scita e il mercator Britanno;
E il sai tu pur, che là su' fumiganti
Campi di Iena fulminato e fiâcco
L'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti
Di Torgravia gli allori e di Rosbacco.
Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tanti
Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco?
Sol di lingua son prodi i figli tuoi?
Vincer non san, morir non san gli eroi?
Morir volean, tutti morir! Dai colli
Cari a la Mosa, ove Turenna nacque,
Ruïnavano a morte, e facean molli
Di strage i campi, e rosse e gonfie l'acque.
Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli
Il Sir de l'armi, ed aspettando tacque;
Vide la morte, e con terribil gioia
Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!
E s'avventò. Da le sonanti Ardenne
Lucifero lo vide. Allora a un punto
Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne,
Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!
Si volse il duce, il fier caval contenne,
D'ira non men che di stupor compunto,
—E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi
Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.
Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco,
La speme al petto, al dir l'ora già manca;
Mi assegna il fato un breve istante, e poco
Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca.
Mira; in un cerchio di strage e di foco
Ne serra il vincitor da destra a manca;
Pria che cedere a lui questa mia spada,
Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!—
—Non è ancor tempo di morir, riprese
L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda
Alma non ha chi de l'avverse imprese
Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda.
Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese,
Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda;
Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte
Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.
Non io, che la superba alma fiaccai
Ne le mobili Dune al fermo Ibero,
Non io, quel dì che il mio destin mirai
Di Marindàl sui piani avverso e nero,
Piansi perduto il mio nome, o spronai
Negli abissi di morte il mio destriero;
Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi
Ad imprese più belle, e venni e vinsi.
Cedi così. Nè libero, nè solo,
Come al comando, oggi al morir tu sei:
Di generosi petti inclito stuolo
Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.
Freme la patria tua, che mira al suolo
I figli suoi; questi almen serba a lei;
S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa,
Abbia almen chi per lei combatter possa!
Tu piega e va: la via del trono è chiusa;
Sorge ne l'ira il popol tuo rubello;
Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,
Far tue vendette con l'oprar suo fello:
Gente, che, al regno e a servitù mal usa,
Predica in piazza, e traffica in bordello;
Sovrani, che saran servi al più destro,
Frolli eroi da polenta, o da capestro!—
Disse, e ridendo un cotal riso altero,
Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,
E ratto s'involò come il pensiero
Dove il nembo di morte era più folto.
Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero
Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto,
Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira
Nuova vision, nuovo portento ei mira.
Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli
L'isola illustre al suo sguardo apparío,
Splendida del fulgor di mille sogli,
Riverita sì come ara d'un dio:
Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli,
La fortuna posò del suo gran Zio,
Simile al Sol, che da l'eteree tende
In grembo a l'oceàn placido scende.
—Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa,
E consolata al ciel la fronte eresse;
Han pur luce i tramonti, e glorïosa
Voce di fama han le catene istesse!—
Tal disse, e a la guaína disdegnosa
Il fiero acciar con man lenta concesse.
Un'orribile voce allor fu udita:
Reso è l'Imperator, Francia è tradita!
—Chi di resa parlò? L'empia parola
Chi proferì? Parola infame è questa!
Finchè una spada è in pugno, un grido in gola,
E guarda una pupilla, e un'alma è desta,
Finchè un palpito al cor, finchè una sola
Stilla di sangue ed un respir ne resta,
Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce,
Traditor chi il suäde, empio chi il dice!—
Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo
Ne la vittoria sua Teuta procede,
E i vinti eroi, che maledían morendo,
Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede.
Piega intanto il vessil franco, e tremendo
Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede;
Piega, si avvolge, al suol lento declina
Qual cometa, che volga a la marina.
Al fero, indegno, inusitato aspetto
Urlano i vinti; e qual leva le braccia,
Qual rompe il brando, e dal ferito petto
Strappa le bende, e fra' morti si caccia;
Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto,
Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia;
Chi schernisce al suo duce, e con amara
Voce gli grida: A morir, vile, impara!
Mandò allor la francese aquila un grido
Alto così che ne rimbomba il cielo;
L'ale staccò da lo stendardo infido,
Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo.
L'udì il Borusso, e il trïonfato lido
Guardò geloso, e sentì al petto un gelo;
Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi,
Lucifero discende, e volge i passi
Pensieroso colà, dove l'irata
Aquila artigliatrice il vol protende;
Ov'ebbra di vendette e di peccata
La fortuna di Francia alza le tende.
Mille de la fatal Senna a l'entrata
Trova l'Eroe strane chimere orrende,
Sfingi fallaci e sozze furie immani,
Mostri di cento bocche e cento mani.
Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda
Furia fra quante mai vivono al sole,
Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda
Fola al mondo lanciâr, turgida prole.
Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda
D'anfibî mostri e tumide figliuole,
Che, nutrite di fango e di vendette,
Nome portan di gazze e di gazzette.
Ruzzan torbide intorno, e son cotante,
Sì varie son di fogge e di favelle,
Di color, di costume e di sembiante,
Che tante voci non udì Babelle:
Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante
Zanzare ha il luglio assai son men di quelle;
E ciascuna di lor tanto un dì gracchia,
Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.
Gracchiano tutto dì folte, importune,
Voci e aspetti mutando e usanze e vie,
E al latrar de le vaste epe digiune
Aguzzan gli estri, e ruttan profezie:
Apostoli da piazze e da tribune,
Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie;
Bolle, che, di livor gonfie e di ciance,
Pensan coi labbri, e senton con le pance.
Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte
Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori:
Inquiete, ansanti, curïose, folte
Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori.
Sorgono a mille intorno a lor le stolte
Menzogne alate e i pallidi Timori
E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza,
E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.
Libertà v'è; su l'abborrita reggia
Alza il suo trono, ed al caduto impreca:
Trono di nubi, in cui siede e galleggia,
E in tumide promesse il tempo spreca;
Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia,
Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca;
Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste
Scudo oppone di frasi e di proteste.
Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga,
E d'idropiche ciarle impregna i venti,
E onor, giustizia e fin sè stessa affoga
In un mar d'aforismi e d'argomenti:
Aërostati eroi, rabule in toga,
Frontespizî di libri e cavadenti,
Tutti saltati a l'imperar supremo
Qual dal fòro mendace e qual dal remo.
Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte
Usa egualmente, e desta ire e litigi;
Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte
Versasi, e irrompe a circondar Parigi.
Pugnano ancor, benchè deluse e sparte,
Le franche genti, e son tanti i prodigi,
Che dir non puoi, se sia de' due maggiore,
Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.
Ahi! miracoli vani! E che mai giova
Disperato valor, cui manchi il forte
Senno, che le falangi ordina, e a prova
Le guida e regge a dominar la sorte?
Già il vincitor superbo di Sadòva
De la reggia di Francia urge a le porte,
E l'accerchia, e la serra, e con orrenda
Fame di strage intorno a lei si attenda.
Etna così, quando dai fianchi immensi
L'infocata trabocca onda vorace,
E di sabbie infiammate e zolfi accensi
I campi opprime, e l'aria accende e inface,
Al povero pastore, in men che il pensi,
Cinge di fiamme il campicel ferace,
E, fatta isola intorno a lui che fugge,
Lento e crudel tutto divora e strugge.
Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando
Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi
Regi, e nullo è di lor che snudi il brando,
E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi.
Nè però il cor perdono i Franchi; e quando
Men lungi è il male, ognun par che più fidi:
Generosa fidanza, eroico inganno,
Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.
Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta
Per mutar d'ore o per mancar di giorno,
Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta,
E boschi incide, e spiana campi intorno;
Di su, di giù, da quella parte a questa,
Gente industre che va, che fa ritorno,
E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri
Le contrade, le vie, le case, i muri.
Fra cotanto agitar d'opre e di cose,
Cui segue il canto e mai non giunge al vero,
Ad accender vieppiù l'alme vogliose
Il popolar rimbomba inno guerriero:
Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,
Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero,
Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi,
E incuorano alla pugna, e veston l'armi.
E rompendo talor, pari a torrenti,
Fuor da le mura, a tanto ardor già strette,
Gittansi in mezzo a l'avversarie genti,
E scompiglian lor piani e lor vendette.
Ben dei mille che uscîr non tornan venti,
E rimangon le madri orbe e solette:
Paghi son tutti, ove la patria possa
Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa.
Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide,
E fiamme ai tempî, a le magioni avventa;
Quindi fra le macerie alto si asside
L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;
Quel che l'uno non può, l'altra conquide;
L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta;
Vola intorno la Morte, e in doppia guerra
Le mura oppugna, e i difensori atterra.
Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati
Ruderi, e dai men noti ermi recessi,
Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,
E sembran dal valore i fati oppressi:
O che pulluli il suolo armi ed armati,
O fecondin la vita i morti istessi;
O a difender la patria, integri e forti,
Per miracol d'amor, tornino i morti.
—Salve, o popol di prodi! A sorger primi,
Primi a pugnar, soli a morir voi siete;
Se fia che lo straniero oggi vi adimi,
Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete;
Vestiti di valor, di gloria opimi
A le più tarde età splendidi andrete,
Sprone ed esempio ai generosi petti,
Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.
Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua
L'ire svegliaste del natal paese,
E d'armi impari, in vana guerra iniqua,
Lo abbandonaste a le nemiche offese;
Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua
Gloria offuscaste de l'onor francese,
Pur che rotta la spada, e infranto e nero
Giaccia il vessil de l'abborrito impero!
Matricidi! A la patria, ai figli suoi,
Qual frutto mai de le vostr'opre avanza?
Duci, guerrier, francesi, uomini voi?
Voi del suolo natio gloria e speranza?
Capi senza cervel, scimmie d'eroi,
Spugne gravi d'invidia e d'arroganza,
Vernici di valor gonfie di vento,
Molluschi in campo e tigri in parlamento!
Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo
Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta,
Primo, solo, raggiante astro Nizzardo
Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta!
Dove che fra le genti io giri il guardo,
Ne la lor libertà tua gloria è scritta,
Gloria miglior del buon sangue latino,
Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!
Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera,
Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli,
Colei non è, che a la sorgente e fiera
Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli?
Colei che fulminò la tua bandiera,
E fe' i campi del tuo sangue vermigli?
Colei non è, che la tua patria inulta
Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?
No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso
Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba;
E dal guardato suo scoglio inaccesso
Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba;
E, vincendo del par gli altri e sè stesso,
Al superbo oppressor schiude la tomba;
Dal trono de l'error balza i potenti;
Dà spada al dritto e libertà a le genti!—
Così dicea l'Eroe, quando una strana
Vista mirò. Tratto al macel venía
Uno zoppo asinel, che in voce umana
Tapinavasi invan lungo la via.
Folta era intorno a lui la disumana
Turba, che il morso del digiun sentía;
E qual dicea ch'alto miracol fosse,
Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.
Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto,
E più dal senso del supplizio atroce,
Il poverel movea simile a un santo,
Che tra fieri Giudei porti la croce.
Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto
A intenerir la turba alza la voce,
E ragli emette ora profondi or fini,
Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.
L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia
Sua bizzarra natura interrogollo;
Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia
I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo;
E poi che ragli e pianti e voci accoppia,
E di tanto preludio ha il cor satollo,
Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa,
Batte la coda, e parla in questa guisa:
—Uomo già fui, nè de la plebe: amici
Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori
Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici
Non fûr tardo compenso i dolci allori.
Francia è la patria mia; contro ai nemici
Guidai gli altri e me stesso ai primi onori,
Fino a quel dì che prigionier si rese
Nei campi di Sedàn l'Augel francese.
Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno
Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi:
Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno
Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi.
Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno
Feroce assedio i nostri muri ha chiusi;
Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto,
Ritornar giuro o vincitore o morto.
Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero
Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto;
Morir tosto pensai, ma in tal pensiero
Tremai, gelai, fui per cadere estinto;
Quando rinvenni dal terror primiero,
Qui mi trovai d'una vil turba cinto,
Che gridava, insultando al mio dolore:
Ritornar giuro o morto o vincitore!
Allor, gelo in pensarlo, io non so come,
Tutte raccapricciar le membra sento;
S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome,
E allungasi la testa, e cresce il mento;
Stendesi su pe'l dorso e per l'addome,
Questo cuoio abborrito in un momento;
Pendono a terra ambo le mani, e ognuna
In un zoccolo vil si chiude e aduna.
Credo sognar, cerco fuggir, me stesso
Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita;
Ma batter sento in suon quadruplo e spesso
Sul percorso terren l'ugna abborrita.
Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso,
L'ombra fatal veggio al mio corpo unita;
Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio;
Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.—
Tacque, e poi che più fiera al fiero caso
L'affamata canaglia urla e s'avventa,
Da superbo furor l'animo invaso:
—Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!—
Nè briciolo di lui saría rimaso,
Se l'opra del Demonio era più lenta;
Ei la turba contiene, e la captiva
Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva.
—Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio
Quindi a far senno ogni francese impari;
Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio,
Forma assumer dovesse a costui pari,
De la patria non più traffico e scempio
Farían, come finor, volpi e somari;
Che tosto ognun conoscería le vecchie
Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.—
Sorse un grido in quel punto. Il popol forte,
Da l'armi oppresso e da la fame infranto,
Schiude al superbo vincitor le porte,
Che a quest'orrido aspira ultimo vanto.
Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,
Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto;
Piega il ginocchio, e, crudelmente pio,
Chiama a le stragi sue complice Iddio.
Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia
Per le rigide vie torbido il sangue;
Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,
Là un incendio che sorge, uno che langue;
Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia,
Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;
Ed armi infrante e sparse membra ed adri
Globi di fumo ed ulular di madri.
Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle
La polve degli eroi Teuta calpesta:
E sul terreno ancor fumante e molle
La fiera Idra plebea scote la testa;
Drizzasi e fischia, e le non mai satolle
Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta;
E su la fossa dei fratelli inulta
La civile Discordia orrida esulta.
Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra
Ambizïon la tôrta alma gli addenta;
Libertà invoca, e la man ferrea e ladra
Ne le sostanze altrui superbo avventa.
Fa tribune le piazze, ed orna e squadra
Fiere dottrine, e novo dritto inventa;
E scapigliato, in truce atto di sfida,
Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:
—Lasciate le servili opre; le glebe
Abbandonate; il profetato giorno
Giunto è per noi, che come abiette zebe
Digiuni erriamo a le ricchezze intorno!
Vendette abbia e trïonfi anche la plebe,
Nè di sua servitù vada altri adorno;
Non più sparga sudor, sangue ed affanni
A crescer l'onta e ad educar tiranni!
No, non sparga, per dio! L'antiche some
Gittiamo alfin, leviamo al cielo il volto!
Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome,
Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto!
Ci hanno emunte le vene; infrante e dome
Le virtù, stôrto il senno, il cor sepolto,
Fatto de le nostre ossa argine e scudo
Al petto vil d'ogni giustizia ignudo!
Ov'è la patria nostra? I nostri figli
Ove son mai? Ce l'han tutti rapiti;
L'han trascinati fra' nemici artigli,
Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi!
Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli;
Essi spandon sui morti onte e conviti;
E le nostre deserte, orbe contrade
L'orgoglioso stranier devasta e invade!
Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta,
Anzi onor di giustizia il tempo chiede;
Tale un'opra da noi la patria aspetta,
Che le dia ferma in avvenir la sede.
Cada il patrizio altèr; cada interdetta
L'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede;
E, partiti ugualmente i censi avari,
Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari!
—Pari sian tutti a noi! Con legge uguale
Il benefico Sol dispensa a tutti
Il vivifico suo raggio, ed uguale
Splende, sì come il Sol, l'anima in tutti.
Tal sia la legge e la giustizia! Uguale
A tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti;
Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna:
Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!—
Tal parla; e come al boreäl flagello
Mugghian negre le nubi, e il mar si sfrena,
A l'audaci promesse, al parlar fello
Freme la turba, ed urla, e si scatena;
Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al bello
Guerra incomincia inesorata e piena:
Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste,
Cieca nel suo furor, travolge e investe.
Com'è colui, che, d'improvviso ossesso
Da bieca furia de la mente insana,
La man, vana in altrui, volge in sè stesso,
E le proprie sue carni adugna e sbrana;
Il superbo così popolo oppresso,
Poi che su l'oppressor l'ira fu vana,
Ebbro d'odio feroce e di dispetto,
L'armi ritorce de la patria al petto;
E così ne la strage infuria, e immerge
Nel delitto così l'anima prava,
Che le macchie del sangue il sangue asterge,
E l'uno error l'altro disperde e lava:
Tutto vorría quanto risplende e s'erge
Spegnere ed adeguar la turba ignava;.
E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondo
La patria seppellir, la Francia, il mondo.
O dal tempo e da l'armi invïolate
Moli, d'invidie oggetto e di stupori,
Ove accolser le industri Arti onorate
Tante illustri memorie e tanti allori,
O tempî de l'uman genio, crollate,
Date campo di stragi ai vincitori;
Già su voi la fraterna ira si sferra:
Titani, eroi, numi de l'arte, a terra,
A terra tutti! A la possente e nova
Aura di libertà, che altera incede,
Tremi dal trono suo Fidia e Canova,
E s'umilî del gran popolo al piede!
Al gran popol la molle arte non giova;
All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede;
Degna luce per lui, ch'ai numi è pari,
Gl'incendî son, son le rovine altari!
Tu, colonna fatal, ch'ergi l'altera
Testa agli astri e co'l piè Francia calpesti,
E di rampogna tacita e severa
Le loquaci dei vivi alme funesti,
Crolla tu pur, bronzea colonna, e fiera
Su le rovine tue Francia si desti,
Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli,
Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli!
Ecco gli eroi. D'intorno a quel gigante
Trofeo di gloria, per lo piano immenso,
Vario di cor, di lingua e di sembiante,
Corre, brulica, ondeggia il popol denso.
Già s'alza a l'aura il vessil trïonfante
Tinto nel sangue e negl'incendî accenso;
E a tal segno di strage e di vendetta
S'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta.
Sta superba frattanto e indifferente
La colonna regal, pur come suole,
E del purpureo suo raggio occidente
Tranquillamente la saluta il sole.
Tranquillo a par sorge il Guerrier possente,
Che l'altera sovrasta inclita mole;
E di ghirlande glorïose onuste
Spandon l'ale tuttor l'aquile auguste.
S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovono
Gli ardui congegni; al ciel stridono; imbianca
Ogni volto; tentenna in su l'aërea
Reggia il Guerrier, piega da destra a manca;
Piega, balena; con fragor terribile,
Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca,
Cade, non già, ma su la rea canaglia,
Stanco di più soffrir, scende e si scaglia.
Trema la turba, e come avesse al dorso
De l'incalzante eroe l'ira e la spada,
Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso,
E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada.
Frenate, o prodi, a la paura il mòrso;
Volgi la faccia, o terribil masnada;
O Erostrati, o tribuni, o genti indôme,
Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome!
L'uom dei fati è colà: disteso, avvolto
Di negra polve, nel deserto piano
Poco ingombra di terra, e gli occhi e il volto
Vinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano.
T'accosta a lui; vittorïoso e folto
Corri a l'insulto, o gran popol sovrano;
E dir possa ciascun, se tanto egli osi:
Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi!
Soli a l'oltraggio non sarete! Esulta
Dai vigilati balüardi il fiero
Nemico, e applaude a l'opra vostra, e insulta
A la caduta del fatal Guerriero.
Da la polve di Iena, or non più inulta,
Balza un popol di scheltri orrido e nero;
E su l'immago de l'eroe nemico
Poggia l'Ombra regal di Federico.
Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grande
Prende co'l capo, e al negro aere torreggia,
E le rotte al suo piè bronzee ghirlande
Conculca, e dai profondi occhi fiammeggia.
—Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrande
De la vergogna mia; ch'io più non veggia
Vôlti in trofei, cangiati in monumenti
Questi bronzi rapiti a le mie genti!—
Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuro
Un sinistro baglior sorge e risplende,
E un piceo fumo, un odor crasso e impuro
Gli occhi travaglia, ed il respiro offende.
Ahi! qual cagion, qual destino empio e duro
Di nuova rabbia i franchi petti accende?
Tra le fiamme sepolta e la rovina
De la Senna cadrà l'alma regina?
Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura,
D'un rosso nastro il crin sozzo costretto,
Le vie trascorre una strana figura,
Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto;
Muta, veloce rasenta le mura;
La destra invola furtiva nel petto;
Sogghigna, ammicca la strada romita,
Fermasi, brontola, fugge, è sparita.
Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena,
Un suono scoppia di grida e di pianto;
Fra dense nubi l'incendio balena,
Stride, si spande da questo a quel canto;
Essa a la danza gli stinchi dimena,
Cionca co'l lurido suo drudo intanto,
Con pazzo volto, con gioia feroce,
Salta, e lingueggia con stridula voce.
Vide le fiamme e l'ultimo periglio
Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto,
E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio,
Fuor dei lidi infelici erasi addutto.
Qual uom che muova a volontario esiglio
Di fieri casi e di giust'ira istrutto,
Tal ei si parte, e la diletta e grama
Terra saluta, e dolorando esclama:
—Dove ti cercherò, se qui non sei,
O intemerata e splendida
Reggia dei sogni miei?
Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi
Ogni terrena cosa,
Se qui non regni, in qual region tu vivi?
Pur io da l'abborrite ombre ho veduta
La maestà dei tuoi passi e la luce,
Che dai vigili, acuti occhi tu spandi
Sovra il mar dei destini; io l'amorosa
Voce ascoltai, che l'anime riduce
Agli amplessi del Vero, io la solenne
Voce di libertà, che a voli arditi
Del pensiero de l'uom sferra le penne.
Di tenebrosi troni e di ferrati
Gioghi e di fronti umilïate e vili
Lieta non vai, bella non vai di fiori,
Che di pallidi servi il pianto edùca;
Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma
Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati
Previdente governi. Ardon nei tuoi
Limpidissimi sguardi
Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi
L'onnipossente libertà, ch'è dono
Tuo primo e non caduca
Gloria di umani e tua miglior parola.
Tu di sensi gagliardi
Le umane alme alimenti,
E sè stesse a sè stesse insegni e sveli,
Perchè libere alfin corran le genti
A la vittoria di più fidi cieli.
È sogno il mio? M'illude,
Vôto fantasma, il desiderio, e fingo
Larve di spirto ignude?
Dai ciechi abissi invano
A combatter con Dio l'ultima pugna
Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota
Correrò questi lidi, infin ch'io piombi,
Fulminato Titano,
A divorar ne l'ombre il mio dolore?
Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita
Luce, che il mio pensier valica e pasce,
Questo perpetuo fluttuär di cose,
Quest' impeto di vita
Non son mio regno e vita mia? Non sono
Consorti mie le mobili
Genti, cui la vital morte rinnova,
Come opportuna piova,
Ch'apre la terra, e svolge
La ritrosa virtù del germe inerte?
E tu, tu che le incerte
Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli,
Santa Ragion, tu indarno
Entro al petto de l'uom levi il tuo trono?
O forse ai regni tuoi,
Diva maggior, presiede
La tiranna Natura,
O, sconsigliato e inutile
Poter, che ne le ignare anime hai sede,
Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?
Che dissi? Il dubbio indegno
Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta!
Qui sei, qui regni: io sento,
Unica dea, la tua presenza in questa
Splendida reggia degli umani affanni.
La terra è tua; su' simulacri infranti
Di sbugiardati iddii sorge la possa
Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte
Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi
Di perenni olocausti ardon gli altari,
Che cementan co'l sangue i figli tuoi!
O generosi, o cari
Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi,
Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste
Ingombrate di stragi inclite rive
La nova alba diffondesi
D'una sorgente età; spiran le meste
Genti educate dal dolor le vive
Aure di libertà; vigili e pronte,
Di fieri casi esperte,
Al sorriso del Vero ergon la fronte;
E dal sangue fraterno, onde coverte
Son queste piagge illustri,
Coronata di lauri e di baleni
Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!—