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Lucifero

Chapter 10: CANTO SETTIMO.
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About This Book

Divine silence and the fading force of ritual provoke a crisis of faith: priests lament, people laugh, and a rebellious celestial being resolves to incarnate as mortal to test love, action, and redemption. He transforms and descends amid vivid seasonal and mountain imagery, declaring a mission to rouse human thought and contest the authority of heaven. On the Caucasus he encounters a titan who first dissuades him and then listens as the stranger prepares his tale. The narrative alternates dramatic episodes and reflective passages, addressing critics and exploring themes of artistic vocation, freedom, struggle, and the possibility of human salvation through love and deeds.

CANTO SETTIMO.

ARGOMENTO.

Storia d'Isolina.—Amore.—Sogno di felicità.—La lettera della madre.—Ultimo commiato.—Lontananza.—La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.—Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di sè stesso.—Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.—Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.—Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.

    Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanni
    De la bella Isolina? Io, quando i cari
    Giorni ripenso, che l'amor ne diede
    Tutti sparsi di luce, e la promessa,
    Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto;
    E il ciel rigido miro, e con le cento
    Ali del mio desir navigo il mare,
    Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti
    Tanti negri fantasmi; un'infinita
    Pena, un'angoscia indefinita e nova
    S'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mesti
    Casi pensando de la pia fanciulla,
    Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango.
    Giovinetta infelice! Un cheto e lieve
    Raggio di fuggitivo astro parea
    Nei passi suoi; fior di dolcezza ell'era
    Negli sguardi e nell'alma; ala odorata
    Di vespertino venticello estivo
    Somigliavan sue voci, e chiaro e santo
    Era l'amor, che le accendea la vita.
    Un giovinetto da la lunga chioma,
    Esile e mesto e tutto alma negli occhi,
    Era il dolce amor suo: povero ed egro
    Vaneggiator, che le natíe contrade
    E la terra dei suoi padri e le sante
    Braccia materne abbandonava; e il nero
    Vuoto d'amor, che gli s'apría nel petto,
    Empía d'inclite forme illuminate
    Da la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei vide
    La beltà d'Isolina. Era straniera
    Agli occhi suoi quella beltà; straniera
    Quella terra a' suoi passi; a ogni vivente
    Cosa straniero il suo pensier; ma in core
    Da gran tempo sedeagli, ospite ignota,
    Quella forma leggiadra; e sentì allora,
    Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caro
    Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi,
    Era la patria sua, l'aurea contrada
    Dei sogni suoi; non là, dove la morte
    Sedea su le dilette ossa paterne,
    Non là, dove, nei suoi lutti racchiusa,
    Piangea la madre sua vedova e stanca.
    Da quel giorno si amâr. Livide e torte
    Lingueggiâr fra le care alme le sozze
    Ironie de la plebe; ai giovanili
    Passi, intèsta di fior, tese la rete
    L'insidïosa ipocrisia; ma grande
    Crebbe amor dai perigli, e fûr più saldi
    Battezzati nel pianto i primi amplessi.
      Scorrazzavano un dì, come fanciulli,
    Per le aiuole fiorite. Entro a un sereno
    Mar di tiepidi raggi e di fragranze
    Nuotavano le cose, e tutto fiori
    Salìa sui monti il giovinetto aprile.
    Dolcemente anelando ella si assise
    Sotto il bruno laureto; e lieta in core
    Di tanto Sol, di tanti fior, di tanta
    Giovinezza d'amor, con puerile
    Malizïoso rampognar severo
    Provocava l'amico.—A nulla buono,
    Dicea, sei tu; girato ho in un istante
    Tutto quanto il viale, e tutti ho colti
    I suoi fiori più bei: guarda;—e su l'erbe
    Sciorinava il suo bianco grembiuletto
    Tutto colmo di fiori. Egli porgea,
    Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono,
    Dicea, son io fuor che a rubarti i baci.
    Furtivamente fra le foglie e i rami
    S'insinua il sole, e di minute e lievi
    Agitate da l'aure ombre ricama
    Quelle giovani fronti e le diffuse
    Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside.
      —Quanto io devo a l'amore, egli diceva,
    Quanto a la tua pietosa anima io deggio,
    O mia buona Isolina! Agli occhi miei
    Cangiato è il mondo; di mai visti fiori
    Mi sorride la terra; una lucente
    Indefinita regïon di sogni
    Mi si schiude ne l'alma, e la più bella
    De le speranze mie m'albeggia in core.
    Altr'uom son fatto. Ombre funeste e gravi
    Tedî, e incessante fluttuär d'ignoti
    Dubbi e fallace illusïon di sensi
    Mi sembrava la vita: inutil gioco
    Di crudeli potenze, agli occhi occulte,
    Ma paventate qual visibil cosa
    Da la paura onniveggente. In mano
    D'un fiero iddio balzar vidi la terra
    Come inutil crepunda; ai sanguinosi
    Ludi, a le prede con ferin costume
    Correr le schiatte dei mortali; eterno
    Gravar su le ribelli anime il piede
    La matrigna Natura; e tra le spire
    Di velenosi abbracciamenti, oppressa
    Da ignoti e strazianti incubi, indarno
    Tender la moribonda Arte a le stelle.
    Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco
    Occhio de l'uomo m'involai; coi morti
    Vissi, e vaghezza d'ogni morta cosa
    Ebbi così, che i miei giorni infelici
    Sol ne la speme de la morte amai.
    Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo
    D'intorno a me, dentro al mio cor, nè trovo
    Me stesso in me: caro portento è questo
    Ch'io sol devo a l'amor!—
                              Ne le tremanti
    Mani, in tal dir, chiudea quella leggiadra
    Picciola testa d'angeletta, e lunghe
    Lunghe carezze le facea coi baci.
    Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto
    I più freschi, e i più belli; e mormorando
    Un'allegra canzon de le sue valli,
    Li girava in ghirlanda, e col securo
    Volo de la ridente anima il giorno
    De le sue nozze precorrea.
                              —Di freschi
    Fiori odorosi, io vo' la mia corona
    In quel giorno beato: a par di questa
    Tesserla io vo' di zàgare fragranti,
    Che a me son tanto care, e simbol sono
    Del nostro amor: te ne rammenti? il primo
    Foglio che mi scrivesti un conteneva
    Di quei teneri fiorì. Oh! come allora
    Sarem felici! Andran confusi e tristi
    I cattivi del mondo, e i nostri amplessi
    Saran da Dio santificati. È amara
    Cosa, me 'l credi, il mormorar del mondo
    Fra due cori che s'amano: somiglia
    Sibilo di serpente in mezzo al canto
    Melodïoso di felici augelli;
    Grido somiglia di sinistro augello,
    Che rompa a sera l'armonia d'un primo
    Giuramento d'amor. No, no; non voglio,
    Che bieca, oscura intorno a noi si aggiri
    La maledica turba, e ne sia d'uopo
    Velar di mal sofferte ombre il sorriso
    De l'amor nostro immensurato: io voglio,
    Che testimòni a la letizia nostra
    Sieno gli uomini e Dio; ch'arda di amore
    Tutto il creato insieme a noi. Deh! affretta,
    Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresce
    Lasciar per te queste mie valli; il caro
    Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto
    Tante volte fanciulla; i gelsomini,
    Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía,
    Sai? la gaggía de l'orticel materno,
    Ch'or principia a fiorir; non mi dà pena,
    Che dir? non penso pur, che lasciar deggio
    La mia povera mamma: io son cattiva,
    Non è ver? ma per te!—
                           Gonfî di pianto
    Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori
    Con inqueta mestizia, e riprendea
    Poi con tremula voce:
                         —Io, sai? non voglio
    Viver lontan da la tua mamma: un solo
    Tetto ne accoglierà; seder mi è caro
    A la mensa dei tuoi; guardar le stelle
    Da le finestre de la tua stanzetta;
    L'aure spirar che tu spirasti; assisa
    Presso l'immagin del tuo caro estinto
    Di te parlar con la tua mamma; seco
    Portar la croce, e consolar d'alcuna
    Speme di gioia il suo lungo dolore.
    Questo è il mio sogno, questo sol; m'illude
    Forse l'amor? Tanto sperar mi è dato?—
      Giunse un foglio in quel punto:
                                     —Unico mio,
    Dal mio letto di spine, ov'egra e stanca
    Di più lungo soffrir trascino i giorni
    De la mia vedovanza, io ti sospiro,
    Io ti cerco dovunque, e le deserte
    Braccia protendo, e non ti trovo, e piango.
    Dove sei, dove sei, che più non torni
    A questo petto abbandonato, a queste
    Case del padre tuo, che, di te prive,
    Orbe son d'ogni luce, e fredde e mute
    Sembran solo aspettar la morte mia?
    Dove sei, figlio mio, che più non odo
    La voce tua; che più non torni a sera
    A sedermi da canto, a dirmi i cari
    Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi
    Dubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto?
    Tutto, figlio, così, tutto oblïasti
    L'affetto mio? Del genitor non serbi
    Memoria alcuna? Ah! così poca e breve
    Ala di tempo, e così nova terra
    Covre quei suoi diletti occhi, che calde
    Son le ceneri ancora, e, se tu il chiami,
    Risponderà. Deh! così mesta e sola
    Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada?
    Così dunque morire, anzi ch'io muoia,
    Deve la mia speranza ultima, e al piede
    Mirar deggio spezzato in un sol punto
    L'estremo idolo mio? Già non fûr queste
    Le tue promesse; e non cotal conforto
    Da tanto amor m'impromettea! Lontano
    Dai piangenti occhi miei, fatto straniero
    Al materno cordoglio, il fior tu libi
    De le gioie del mondo; io bacio i cari
    Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo
    Letto, come solea, sprimaccio a sera
    Con materno costume; al picciol desco
    La tua seggiola appongo; al consueto
    Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo
    Scricchiar da lungi inutilmente aspetto;
    E forse allor che tu beato in braccio
    Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati
    Campi de l'Arte, ed a l'amor sorridi
    D'ogni umano conforto abbandonata
    La madre tua ti benedice, e muore!—
      Pallide e mute si guardâr negli occhi
    Quelle due fulminate anime. Ei sorse
    Freddo, anelante, scompigliato; al petto
    Strinse l'amica: la baciò su 'l fronte
    Mal frenando i singhiozzi, e una parola
    Mormorò fra le labbra; ella il comprese;
    E, gittandogli al collo ambe le braccia,
    In lagrime proruppe, e cor non ebbe
    Di contendere il figlio a una morente.
      Ei partì con la notte. A la finestra
    Ella balzò; tenne il respir; fra l'ombre
    Perdersi udì i suoi passi; a l'aure tese
    L'anima tutta; aspettò ancor; le parve,
    Che pentito ei tornasse; a una lontana
    Voce tremò, chiamollo a nome; e quando
    Stendersi agli occhi suoi squallido e freddo
    Vide il bianco viale, a la notturna
    Brezza ondeggiar con murmure indistinto
    Le due file d'acacie, e a la sinistra
    Luna uggiolar sentì a la lunga i cani,
    Sul freddo letticciòl, come perduta
    Cosa, piombò; ne le deserte coltri
    Si serrò paürosa, e pianse e pianse.
      Toccò Giorgio il natío lido; anelando
    Le vie percorse; a le paterne case
    Volò; ma fredda era la soglia; al vento
    Sbattean le imposte abbandonate, e nera
    Regina per li vuoti anditi, avvolta
    Ne le vesti materne, iva la Morte.
    Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignude
    Mostrò le scricchiolanti ossa del petto
    Quella fatal. Dov'è mia madre? ei disse,
    Balzando indietro inorridito. Immota
    Ella il mirò; da le profonde occhiaie
    Balenò un fatuo lume; armò le vôte
    Mandibole d'un fiero urlo, e rispose:
    —La madre tua, tu l'uccidesti! Assisa
    Ne la bianca sua fossa ella ti aspetta!—
    Grido non diè, non diè gemito o pianto
    Lo sventurato, e ne le grandi e fredde
    Braccia gittossi di colei, che sola
    Di sue vedove case avea l'impero.
      Gravi fra tanto, angoscïosi, eterni
    D'Isolina sul cor passano i giorni;
    Passan sovra al suo cor gl'inganni alati
    Del suo tempo felice, e più s'infosca
    Co'l cader d'ogni dì la sua speranza.
    Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolci
    Nidi de l'amor suo? Ne le materne
    Braccia obliò le sue promesse? In preda
    D'improvviso dolor s'agita, o il freddo
    Calcolo sul gentile animo scende,
    E a men umile preda il cor gli adesca?
    Ella dubbia così: facil maestra
    La lontananza è di sospetti, e fabro
    Di torture il silenzio. Ai consüeti
    Lochi si adduce; il solito viale
    Percorre; ne la memore stanzetta,
    Presso il camin, di fronte al caro specchio
    Spïator di lor baci, a l'ora usata,
    Tutti i giorni si asside; e poi che inganna
    Lungamente così l'ore infelici,
    E tutta sola, abbandonata, incerta
    Ne l'oscuro avvenir l'anima affisa,
    Co'l cor serrato indi si toglie, e al primo
    Detto, che a consolarla alcun le porga,
    Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola.
      Sinistramente al suo pallido volto
    Irridevan le amiche; e la ben mesta
    Anima cruccïando ivan co'l vezzo
    Di maligni sussurri.
                        —Un venturiero
    Era al certo colui!—
                         —Povera stolta!
    Già toccar le parea gli astri co'l dito!—
    —Altro! Prostrate e pallide al suo piede
    Bice e Laura vedea!—
                         —Cinta d'alloro,
    Come le anguille, in groppa al suo poeta
    Credea varcar l'eternità!—
                               —Ma il remo
    Dice a l'onda che passa: io ti saluto!
    E l'ape dice al fior: verrò tra poco!—
    —E l'ingenua sposina aspetta ancora
    L'asin che voli, e l'amor suo che torni!—
      Tanto dolor la povera Isolina
    Onta cotal più non sostenne: ai cari
    Tetti involossi; abbandonò nel pianto
    La materna dolcezza; e, le notturne
    Ombre spregiando e le natíe paure,
    La dolente sua vita al mar commise.
    O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi
    Freddi baci l'avvinse; addormentolla
    Nei letti suoi, pria che donarla al novo
    Ferreo dolor, che l'attendea sul lido.
      Su la fossa di lei, presso a la sponda
    Or Lucifero siede. Alta d'intorno
    Spazia la notte; silenziosa e poca
    Tremula su le grigie acque la luna;
    Ei grandeggia fra l'ombre; occulte voci
    Mormora il labbro suo: rupe il diresti,
    Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,
    Spinga ai venti la cresta, e di confuso
    Scroscio risuoni al dirocciar d'un rio.
    Scuro e immoto così pende l'Eroe
    Su la zolla pietosa. Amor, che preda
    Fa di giovani vite, e ne la cara
    Lucida vita de le cose alberga,
    D'ansie superbe e di grandi ale instrutto,
    Dominar l'ombre ama talor; vïaggia
    Oltre la vita; e, di regnar mal pago
    Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa,
    Scende ne l'urne a interrogar la morte.
    Tremò allor su le care ossa la luce
    D'un'azzurra fiammella: incerta e lieve
    Lambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia,
    Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.
    Come al sole d'april, da le materne
    Lucide foglie in vago giro inteste,
    La candida magnolia alza il bocciòlo,
    Così dal grembo de la fatua luce
    Una bianca si svolge aërea forma,
    A cui brune e diffuse erran le chiome,
    E diffusi per l'aure i rosei veli
    Dïafani a la luce. Il Pellegrino
    Ravvisò la sua morta.
                         —Oh! così lievi
    Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina,
    Docil così, buona così è la morte,
    Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente?
    Bianco e freddo amor mio, parla: ti muove
    La prece mia? pietà ti tragge a questa,
    Che lasciasti anzi tempo, aere vitale?—
    Tremava ella, e tacea; languide intorno
    Volgea le luci pe'l deserto lido,
    Come chi chieda ai circostanti oggetti
    Una persona lungamente attesa,
    E tutta in quel disío l'anima intenda.
    —Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiedi
    Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta
    È questa piaggia, e non ha fronda o fiore;
    Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida
    Ei s'accovaccia ne la calma; infiora
    D'albe spume gli abissi; ignudi e belli
    Manda intorno a danzar silfi e sirene,
    Che funesta han la voce; alita un cheto
    Sopor sovra le sue vittime; e quando
    Più sicure esse van sognando il lido,
    Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia
    Su le rotte acque a gavazzar la morte.
    Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi,
    Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori,
    Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi,
    Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e saranno
    Pe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori,
    Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle!—
    Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta
    Cadea la luna; impallidía la bella
    Sospirosa al partir; tendea le braccia
    Egli, e gemea:
                  —Deh! non fuggir, t'arresta!
    Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli;
    Tue son le perle del mattin; tue sono
    L'armonie di quest'aure; è tua la vita!
    Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfa
    Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi
    Regni del mio pensier! Da le voraci
    Onde non io le tue candide membra,
    Non io la tua beltà tolsi agli abissi,
    Perchè deserta, in peregrina stanza,
    Ospite de le fredde ombre ti aggiri;
    Nè alfin la morte al voto mio t'arrese,
    Perchè al tornar de la dïurna luce
    La negra terra ad abitar tu scenda.
    No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo,
    Nè la morte ti avrà: l'amor ti spira
    Vita più bella, ed a l'amor vivrai!—
    Dicea, come piangesse, e facea forza
    Di caldi amplessi e di sospiri al fato.
    S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l petto
    L'aure fugaci e il suo dolore abbraccia.
      —Sorgi dal tuo dolor; cingi la veste
    Degli ardimenti tuoi; di cose e d'opre
    Non di futili sogni amor si pasce.
    Opra incessante è Amor: vita a l'inerte
    Polve non spira ei già, ma su l'inerte
    Polve l'onor d'illustri fatti accende.
    Non vedi tu qual turbine di guerra
    Del provocato Reno agita i lidi,
    E, al suon de le fatali armi di Brenno,
    Tutte d'Europa impallidir le genti?
    Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campi
    Fulminati di Mario, ombre feroci,
    Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ire
    Dei nepoti d'Arminio. A gran tenzone
    Due glorïosi popoli prorompono
    Come oceàni. Mugola dai fondi
    Tenebrosi la Senna; e da l'inulto
    Elba i carri fulminei a le vegliate
    Mura di Faramondo Arminio avventa.
    Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccio
    Spreca in vôta fatica: a lui sembianti
    Fûr di Dànao le figlie; uom saggio e forte
    L'opra non gitta ad impossibil cosa!—
      Sentì la voce del suo spirto, e il core
    De l'Eroe fiammeggiò come un'ardente
    Voluttà di battaglie. Il sommo attinse
    De l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindi
    Le due genti mirò.
                     Pari a procella,
    Che su'l mar piombi, le Borussie querce
    Lascian le congiurate aquile al cenno
    Del germanico Giove: immenso, orrendo
    Mandan lo strido al ciel; scoton gli allori
    Trïonfati in Sadòva; e un'omicida
    Smania di pugne in tutti i cor si desta.
    Quanti dal borëale urto sospinti
    Sovra il campo del mar rotano i flutti,
    Tanti e alteri così levansi i figli
    De la rigida Odèra; e quei vi sono,
    Che fermezza di membra e d'alma han pari
    A l'Ercinia materna alpe, e l'audace
    Sassone, che nel freddo Albi s'infianca,
    E il fedele ai suoi re Bavaro, onore
    Dei Vindelici piani; e quanta forza
    Di strenua gioventù fra la superba
    Vistola e il serpeggiante Emo si accampa.
    Da l'onor di sì forte oste precinta,
    Splendida come Sol, move la possa
    Di Brandeburgo. Rigida e severa
    L'augusta diva del pensier vien seco:
    Prestantissima dea, che da le fredde
    Mute vigilie, onde le cose indaga,
    Vien de l'opre al fragor, però che vano
    Senza l'opre è il pensiero; i radïosi
    Regni abbandona e il puro ètere, dove
    Son l'ignude sostanze, e a le nebbiose
    Noriche selve, ov'ha più fidi altari,
    Accorre, auspice dea; popoli e prenci
    Duci ispira e guerrieri; inconsuëte
    Armi rivela, ordigni nuovi appresta,
    Terre esplora e nemici, e grande e prima
    Sfida la morte, e del trïonfo è certa.
      Udì il suon di tant'armi, e tremò in core
    L'avoltoio d'Asburgo: il sanguinoso
    Occhio, ove l'onta ardea di due sconfitte,
    Rotò; scosse le cionche ali; ma rotto
    Mirando al piè l'antico scettro e il brando,
    A satollar l'ira e la fame, il rostro
    Nel cor de l'adescato Ungaro infisse.
      L'udì la borëal Dania, feconda
    Genitrice di popoli, e ne l'armi
    Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo
    Petto una tempestosa ira le rugge
    Contro al superbo assalitor di genti,
    Che, di numero prode e di cor vile,
    La sconfisse nel sangue; i palpitanti
    Visceri le cercò; chiamò la belva
    Dormitante su l'Istro; e su le offese
    Sedi di Sondemburgo, orridi in vista,
    Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape.
      Ma nel cor non tremò, non trasse il brando
    A far più salda la ragion dei forti,
    La glorïosa Itala donna. Assisa
    Su la sponda regal d'Arno, secura
    Ne la fortezza sua, le genti e l'opre
    E la fugace ora propizia e il fato
    Sagacemente interroga; compone
    Le impronte ire dei figli; obliga al giogo
    Del suo voler le avverse anime; affrena
    L'empia licenza popolar; flagella
    L'ambigua turba, che nel dubbio annida;
    Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni,
    Cui legge è l'ira e sola patria il ventre;
    E, men d'acciar che di giustizia armata,
    Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono.
      Dentro la cerchia de le mura antiche
    Non si contenne il valor Franco. Al grido
    Del vandalico orgoglio, ai provocati
    Campi volò, primo volò, nè volle
    Misurar l'armi e interrogar la sorte.
    Aquila, che dal curvo etere mira
    Disertar su la negra alpe i suoi nidi,
    Gli accorti agguati e le fulminee canne
    Del cacciator non sa: piomba da l'alto
    Con terribile strido, e pugna, e muore.
      —Dove corri, o fatale aquila, al lampo
    Del glorïoso tricolor vessillo
    Lucifero gridò; figli de l'armi,
    Dove correte voi? Grido di oppressi
    Non vi chiamò, non amor patrio accese
    Tanto vampo di guerra: inclita e grande
    Sovra il trono del mondo alto si asside
    La patria vostra, e sol co'l nome impera.
    Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio
    Da che labbro partì? Chi le secure
    Aure turbò di tanta pace, e immerse
    In un mar di perigli il luminoso
    Trono di Lui, ch'à di saggezza il vanto?
    Fu la malnata Idra del vulgo, il destro
    Livor dei vili. Abito assunse e volto
    Di libertà; con tumida parola
    Provocò le dormenti ire; commosse
    Con sonante lusinga il cor dei forti;
    Piaggiò con prostituta arte l'oscena
    Turba armata di lingua e di cor nuda;
    Ma dentro a la bugiarda alma un'obliqua
    Ambizïon fea nido, e sotto al manto
    Involava a mortal guardo il venduto
    Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda.
    Così strisciando tortuösamente
    A l'aureo cocchio arrampicossi, dove
    Sedea, temuto Automedonte, il senno
    Del fatal Bonaparte. Ei nei dorati
    Mòrsi reggea l'intempestiva foga
    Dei volanti cavalli, e parea Febo
    Portatore del giorno. A lui, da canto
    Quella furia si assise; un sopor lieve
    Gli suäse ne l'alma; oscurò il lume
    Dei veggenti consigli; ond'ei le forti
    Redini rallentò su le spumanti
    Briglie dei corridori. Un urlo mise
    L'empia gorgòne; in piè balzò; disperse
    Co'l freddo soffio le veglianti cure,
    Che custodían con cento occhi al governo,
    E da l'altezza dei lucenti alberghi
    Per la lubrica china i fieri alipedi
    Abbandonò. T'arresta, empia e mentita
    Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza
    De l'antica virtù, se t'arde ancora
    L'onor di Francia e la tua gloria i polsi,
    Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei pronti
    Accorgimenti e de le pronte spade!
    Sorgi; a la furibonda idra le cento
    Creste conculca; e a quella rea, che il freno
    Con falsi nomi a l'oprar tuo contende,
    La man caccia su'l volto, e la sbugiarda!
    Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, grida
    Dal mar britanno a la regal Pirene
    Ogni gente, ogni petto; orrido io sento
    Il fragor de la pugna; e quando a mille
    Divora i prodi la fulminea morte
    Su le ripe contese, una linguarda
    Turba su le fraterne ossa s'impanca,
    E al vinto insulta, e al vincitor si arrende!—

CANTO OTTAVO.

ARGOMENTO.

La catastrofe di Sédan.—L'ombra di Turenna e la resa.—Lucifero entra in Parigi.—La babilonia delle gazzette.—L'assedio.—Gloria ed obbrobrio a chi spetta.—Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.—I Prussiani entrano nella città.—L'allocuzione del proletario.—La colonna Vendôme.—L'ombra di Federigo.—La petroliera.—Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.

    Io l'ho visto cader, morir l'ho visto
    L'aquila dei trïonfi, il fior dei forti;
    Tutto sbucar di Teuta il popol misto
    Da l'empie selve e dominar le sorti;
    Correr, non pago, oltre il fatal conquisto,
    Straziar le genti e gavazzar sui morti;
    Piegar la fronte a l'ultime sconfitte
    L'inclito Sir de le falangi invitte!

      O sventura, e fia ver? Caduto in fondo
    Di rea fortuna, che non tien mai fede,
    Il gran popol vedrem, che, a niun secondo,
    Di Quirino parea l'unico erede?
    Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo,
    L'armi chinar d'un vincitore al piede?
    Al piè d'un vincitor, deposte in guerra,
    L'armi, che già dettâr leggi a la terra?

      Ahi! così non solean rieder dal campo
    Sotto duce miglior di Francia i figli!
    L'afro Leon lo sa, cui nullo scampo
    Fûr l'arse arene, e poca arma li artigli;
    L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo,
    Abbondò al mare i flutti suoi vermigli;
    Lo san le valicate alpi, lo sanno
    L'ispido Scita e il mercator Britanno;

      E il sai tu pur, che là su' fumiganti
    Campi di Iena fulminato e fiâcco
    L'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti
    Di Torgravia gli allori e di Rosbacco.
    Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tanti
    Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco?
    Sol di lingua son prodi i figli tuoi?
    Vincer non san, morir non san gli eroi?

      Morir volean, tutti morir! Dai colli
    Cari a la Mosa, ove Turenna nacque,
    Ruïnavano a morte, e facean molli
    Di strage i campi, e rosse e gonfie l'acque.
    Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli
    Il Sir de l'armi, ed aspettando tacque;
    Vide la morte, e con terribil gioia
    Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!

      E s'avventò. Da le sonanti Ardenne
    Lucifero lo vide. Allora a un punto
    Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne,
    Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!
    Si volse il duce, il fier caval contenne,
    D'ira non men che di stupor compunto,
    —E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi
    Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.

      Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco,
    La speme al petto, al dir l'ora già manca;
    Mi assegna il fato un breve istante, e poco
    Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca.
    Mira; in un cerchio di strage e di foco
    Ne serra il vincitor da destra a manca;
    Pria che cedere a lui questa mia spada,
    Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!—

      —Non è ancor tempo di morir, riprese
    L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda
    Alma non ha chi de l'avverse imprese
    Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda.
    Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese,
    Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda;
    Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte
    Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.

      Non io, che la superba alma fiaccai
    Ne le mobili Dune al fermo Ibero,
    Non io, quel dì che il mio destin mirai
    Di Marindàl sui piani avverso e nero,
    Piansi perduto il mio nome, o spronai
    Negli abissi di morte il mio destriero;
    Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi
    Ad imprese più belle, e venni e vinsi.

      Cedi così. Nè libero, nè solo,
    Come al comando, oggi al morir tu sei:
    Di generosi petti inclito stuolo
    Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.
    Freme la patria tua, che mira al suolo
    I figli suoi; questi almen serba a lei;
    S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa,
    Abbia almen chi per lei combatter possa!

      Tu piega e va: la via del trono è chiusa;
    Sorge ne l'ira il popol tuo rubello;
    Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,
    Far tue vendette con l'oprar suo fello:
    Gente, che, al regno e a servitù mal usa,
    Predica in piazza, e traffica in bordello;
    Sovrani, che saran servi al più destro,
    Frolli eroi da polenta, o da capestro!—

      Disse, e ridendo un cotal riso altero,
    Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,
    E ratto s'involò come il pensiero
    Dove il nembo di morte era più folto.
    Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero
    Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto,
    Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira
    Nuova vision, nuovo portento ei mira.

      Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli
    L'isola illustre al suo sguardo apparío,
    Splendida del fulgor di mille sogli,
    Riverita sì come ara d'un dio:
    Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli,
    La fortuna posò del suo gran Zio,
    Simile al Sol, che da l'eteree tende
    In grembo a l'oceàn placido scende.

      —Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa,
    E consolata al ciel la fronte eresse;
    Han pur luce i tramonti, e glorïosa
    Voce di fama han le catene istesse!—
    Tal disse, e a la guaína disdegnosa
    Il fiero acciar con man lenta concesse.
    Un'orribile voce allor fu udita:
    Reso è l'Imperator, Francia è tradita!

      —Chi di resa parlò? L'empia parola
    Chi proferì? Parola infame è questa!
    Finchè una spada è in pugno, un grido in gola,
    E guarda una pupilla, e un'alma è desta,
    Finchè un palpito al cor, finchè una sola
    Stilla di sangue ed un respir ne resta,
    Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce,
    Traditor chi il suäde, empio chi il dice!—

      Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo
    Ne la vittoria sua Teuta procede,
    E i vinti eroi, che maledían morendo,
    Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede.
    Piega intanto il vessil franco, e tremendo
    Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede;
    Piega, si avvolge, al suol lento declina
    Qual cometa, che volga a la marina.

      Al fero, indegno, inusitato aspetto
    Urlano i vinti; e qual leva le braccia,
    Qual rompe il brando, e dal ferito petto
    Strappa le bende, e fra' morti si caccia;
    Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto,
    Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia;
    Chi schernisce al suo duce, e con amara
    Voce gli grida: A morir, vile, impara!

      Mandò allor la francese aquila un grido
    Alto così che ne rimbomba il cielo;
    L'ale staccò da lo stendardo infido,
    Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo.
    L'udì il Borusso, e il trïonfato lido
    Guardò geloso, e sentì al petto un gelo;
    Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi,
    Lucifero discende, e volge i passi

      Pensieroso colà, dove l'irata
    Aquila artigliatrice il vol protende;
    Ov'ebbra di vendette e di peccata
    La fortuna di Francia alza le tende.
    Mille de la fatal Senna a l'entrata
    Trova l'Eroe strane chimere orrende,
    Sfingi fallaci e sozze furie immani,
    Mostri di cento bocche e cento mani.

      Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda
    Furia fra quante mai vivono al sole,
    Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda
    Fola al mondo lanciâr, turgida prole.
    Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda
    D'anfibî mostri e tumide figliuole,
    Che, nutrite di fango e di vendette,
    Nome portan di gazze e di gazzette.

      Ruzzan torbide intorno, e son cotante,
    Sì varie son di fogge e di favelle,
    Di color, di costume e di sembiante,
    Che tante voci non udì Babelle:
    Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante
    Zanzare ha il luglio assai son men di quelle;
    E ciascuna di lor tanto un dì gracchia,
    Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.

      Gracchiano tutto dì folte, importune,
    Voci e aspetti mutando e usanze e vie,
    E al latrar de le vaste epe digiune
    Aguzzan gli estri, e ruttan profezie:
    Apostoli da piazze e da tribune,
    Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie;
    Bolle, che, di livor gonfie e di ciance,
    Pensan coi labbri, e senton con le pance.

      Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte
    Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori:
    Inquiete, ansanti, curïose, folte
    Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori.
    Sorgono a mille intorno a lor le stolte
    Menzogne alate e i pallidi Timori
    E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza,
    E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.

      Libertà v'è; su l'abborrita reggia
    Alza il suo trono, ed al caduto impreca:
    Trono di nubi, in cui siede e galleggia,
    E in tumide promesse il tempo spreca;
    Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia,
    Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca;
    Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste
    Scudo oppone di frasi e di proteste.

      Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga,
    E d'idropiche ciarle impregna i venti,
    E onor, giustizia e fin sè stessa affoga
    In un mar d'aforismi e d'argomenti:
    Aërostati eroi, rabule in toga,
    Frontespizî di libri e cavadenti,
    Tutti saltati a l'imperar supremo
    Qual dal fòro mendace e qual dal remo.

      Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte
    Usa egualmente, e desta ire e litigi;
    Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte
    Versasi, e irrompe a circondar Parigi.
    Pugnano ancor, benchè deluse e sparte,
    Le franche genti, e son tanti i prodigi,
    Che dir non puoi, se sia de' due maggiore,
    Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.

      Ahi! miracoli vani! E che mai giova
    Disperato valor, cui manchi il forte
    Senno, che le falangi ordina, e a prova
    Le guida e regge a dominar la sorte?
    Già il vincitor superbo di Sadòva
    De la reggia di Francia urge a le porte,
    E l'accerchia, e la serra, e con orrenda
    Fame di strage intorno a lei si attenda.

      Etna così, quando dai fianchi immensi
    L'infocata trabocca onda vorace,
    E di sabbie infiammate e zolfi accensi
    I campi opprime, e l'aria accende e inface,
    Al povero pastore, in men che il pensi,
    Cinge di fiamme il campicel ferace,
    E, fatta isola intorno a lui che fugge,
    Lento e crudel tutto divora e strugge.

    Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando
    Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi
    Regi, e nullo è di lor che snudi il brando,
    E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi.
    Nè però il cor perdono i Franchi; e quando
    Men lungi è il male, ognun par che più fidi:
    Generosa fidanza, eroico inganno,
    Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.

    Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta
    Per mutar d'ore o per mancar di giorno,
    Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta,
    E boschi incide, e spiana campi intorno;
    Di su, di giù, da quella parte a questa,
    Gente industre che va, che fa ritorno,
    E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri
    Le contrade, le vie, le case, i muri.

    Fra cotanto agitar d'opre e di cose,
    Cui segue il canto e mai non giunge al vero,
    Ad accender vieppiù l'alme vogliose
    Il popolar rimbomba inno guerriero:
    Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,
    Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero,
    Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi,
    E incuorano alla pugna, e veston l'armi.

    E rompendo talor, pari a torrenti,
    Fuor da le mura, a tanto ardor già strette,
    Gittansi in mezzo a l'avversarie genti,
    E scompiglian lor piani e lor vendette.
    Ben dei mille che uscîr non tornan venti,
    E rimangon le madri orbe e solette:
    Paghi son tutti, ove la patria possa
    Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa.

    Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide,
    E fiamme ai tempî, a le magioni avventa;
    Quindi fra le macerie alto si asside
    L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;
    Quel che l'uno non può, l'altra conquide;
    L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta;
    Vola intorno la Morte, e in doppia guerra
    Le mura oppugna, e i difensori atterra.

    Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati
    Ruderi, e dai men noti ermi recessi,
    Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,
    E sembran dal valore i fati oppressi:
    O che pulluli il suolo armi ed armati,
    O fecondin la vita i morti istessi;
    O a difender la patria, integri e forti,
    Per miracol d'amor, tornino i morti.

    —Salve, o popol di prodi! A sorger primi,
    Primi a pugnar, soli a morir voi siete;
    Se fia che lo straniero oggi vi adimi,
    Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete;
    Vestiti di valor, di gloria opimi
    A le più tarde età splendidi andrete,
    Sprone ed esempio ai generosi petti,
    Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.

    Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua
    L'ire svegliaste del natal paese,
    E d'armi impari, in vana guerra iniqua,
    Lo abbandonaste a le nemiche offese;
    Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua
    Gloria offuscaste de l'onor francese,
    Pur che rotta la spada, e infranto e nero
    Giaccia il vessil de l'abborrito impero!

    Matricidi! A la patria, ai figli suoi,
    Qual frutto mai de le vostr'opre avanza?
    Duci, guerrier, francesi, uomini voi?
    Voi del suolo natio gloria e speranza?
    Capi senza cervel, scimmie d'eroi,
    Spugne gravi d'invidia e d'arroganza,
    Vernici di valor gonfie di vento,
    Molluschi in campo e tigri in parlamento!

      Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo
    Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta,
    Primo, solo, raggiante astro Nizzardo
    Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta!
    Dove che fra le genti io giri il guardo,
    Ne la lor libertà tua gloria è scritta,
    Gloria miglior del buon sangue latino,
    Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!

      Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera,
    Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli,
    Colei non è, che a la sorgente e fiera
    Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli?
    Colei che fulminò la tua bandiera,
    E fe' i campi del tuo sangue vermigli?
    Colei non è, che la tua patria inulta
    Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?

      No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso
    Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba;
    E dal guardato suo scoglio inaccesso
    Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba;
    E, vincendo del par gli altri e sè stesso,
    Al superbo oppressor schiude la tomba;
    Dal trono de l'error balza i potenti;
    Dà spada al dritto e libertà a le genti!—

      Così dicea l'Eroe, quando una strana
    Vista mirò. Tratto al macel venía
    Uno zoppo asinel, che in voce umana
    Tapinavasi invan lungo la via.
    Folta era intorno a lui la disumana
    Turba, che il morso del digiun sentía;
    E qual dicea ch'alto miracol fosse,
    Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.

      Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto,
    E più dal senso del supplizio atroce,
    Il poverel movea simile a un santo,
    Che tra fieri Giudei porti la croce.
    Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto
    A intenerir la turba alza la voce,
    E ragli emette ora profondi or fini,
    Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.

      L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia
    Sua bizzarra natura interrogollo;
    Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia
    I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo;
    E poi che ragli e pianti e voci accoppia,
    E di tanto preludio ha il cor satollo,
    Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa,
    Batte la coda, e parla in questa guisa:

      —Uomo già fui, nè de la plebe: amici
    Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori
    Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici
    Non fûr tardo compenso i dolci allori.
    Francia è la patria mia; contro ai nemici
    Guidai gli altri e me stesso ai primi onori,
    Fino a quel dì che prigionier si rese
    Nei campi di Sedàn l'Augel francese.

      Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno
    Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi:
    Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno
    Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi.
    Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno
    Feroce assedio i nostri muri ha chiusi;
    Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto,
    Ritornar giuro o vincitore o morto.

      Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero
    Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto;
    Morir tosto pensai, ma in tal pensiero
    Tremai, gelai, fui per cadere estinto;
    Quando rinvenni dal terror primiero,
    Qui mi trovai d'una vil turba cinto,
    Che gridava, insultando al mio dolore:
    Ritornar giuro o morto o vincitore!

      Allor, gelo in pensarlo, io non so come,
    Tutte raccapricciar le membra sento;
    S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome,
    E allungasi la testa, e cresce il mento;
    Stendesi su pe'l dorso e per l'addome,
    Questo cuoio abborrito in un momento;
    Pendono a terra ambo le mani, e ognuna
    In un zoccolo vil si chiude e aduna.

      Credo sognar, cerco fuggir, me stesso
    Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita;
    Ma batter sento in suon quadruplo e spesso
    Sul percorso terren l'ugna abborrita.
    Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso,
    L'ombra fatal veggio al mio corpo unita;
    Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio;
    Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.—

      Tacque, e poi che più fiera al fiero caso
    L'affamata canaglia urla e s'avventa,
    Da superbo furor l'animo invaso:
    —Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!—
    Nè briciolo di lui saría rimaso,
    Se l'opra del Demonio era più lenta;
    Ei la turba contiene, e la captiva
    Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva.

      —Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio
    Quindi a far senno ogni francese impari;
    Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio,
    Forma assumer dovesse a costui pari,
    De la patria non più traffico e scempio
    Farían, come finor, volpi e somari;
    Che tosto ognun conoscería le vecchie
    Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.—

      Sorse un grido in quel punto. Il popol forte,
    Da l'armi oppresso e da la fame infranto,
    Schiude al superbo vincitor le porte,
    Che a quest'orrido aspira ultimo vanto.
    Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,
    Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto;
    Piega il ginocchio, e, crudelmente pio,
    Chiama a le stragi sue complice Iddio.

      Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia
    Per le rigide vie torbido il sangue;
    Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,
    Là un incendio che sorge, uno che langue;
    Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia,
    Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;
    Ed armi infrante e sparse membra ed adri
    Globi di fumo ed ulular di madri.

      Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle
    La polve degli eroi Teuta calpesta:
    E sul terreno ancor fumante e molle
    La fiera Idra plebea scote la testa;
    Drizzasi e fischia, e le non mai satolle
    Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta;
    E su la fossa dei fratelli inulta
    La civile Discordia orrida esulta.

      Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra
    Ambizïon la tôrta alma gli addenta;
    Libertà invoca, e la man ferrea e ladra
    Ne le sostanze altrui superbo avventa.
    Fa tribune le piazze, ed orna e squadra
    Fiere dottrine, e novo dritto inventa;
    E scapigliato, in truce atto di sfida,
    Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:

      —Lasciate le servili opre; le glebe
    Abbandonate; il profetato giorno
    Giunto è per noi, che come abiette zebe
    Digiuni erriamo a le ricchezze intorno!
    Vendette abbia e trïonfi anche la plebe,
    Nè di sua servitù vada altri adorno;
    Non più sparga sudor, sangue ed affanni
    A crescer l'onta e ad educar tiranni!

      No, non sparga, per dio! L'antiche some
    Gittiamo alfin, leviamo al cielo il volto!
    Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome,
    Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto!
    Ci hanno emunte le vene; infrante e dome
    Le virtù, stôrto il senno, il cor sepolto,
    Fatto de le nostre ossa argine e scudo
    Al petto vil d'ogni giustizia ignudo!

      Ov'è la patria nostra? I nostri figli
    Ove son mai? Ce l'han tutti rapiti;
    L'han trascinati fra' nemici artigli,
    Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi!
    Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli;
    Essi spandon sui morti onte e conviti;
    E le nostre deserte, orbe contrade
    L'orgoglioso stranier devasta e invade!

      Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta,
    Anzi onor di giustizia il tempo chiede;
    Tale un'opra da noi la patria aspetta,
    Che le dia ferma in avvenir la sede.
    Cada il patrizio altèr; cada interdetta
    L'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede;
    E, partiti ugualmente i censi avari,
    Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari!

      —Pari sian tutti a noi! Con legge uguale
    Il benefico Sol dispensa a tutti
    Il vivifico suo raggio, ed uguale
    Splende, sì come il Sol, l'anima in tutti.
    Tal sia la legge e la giustizia! Uguale
    A tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti;
    Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna:
    Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!—

      Tal parla; e come al boreäl flagello
    Mugghian negre le nubi, e il mar si sfrena,
    A l'audaci promesse, al parlar fello
    Freme la turba, ed urla, e si scatena;
    Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al bello
    Guerra incomincia inesorata e piena:
    Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste,
    Cieca nel suo furor, travolge e investe.

      Com'è colui, che, d'improvviso ossesso
    Da bieca furia de la mente insana,
    La man, vana in altrui, volge in sè stesso,
    E le proprie sue carni adugna e sbrana;
    Il superbo così popolo oppresso,
    Poi che su l'oppressor l'ira fu vana,
    Ebbro d'odio feroce e di dispetto,
    L'armi ritorce de la patria al petto;

      E così ne la strage infuria, e immerge
    Nel delitto così l'anima prava,
    Che le macchie del sangue il sangue asterge,
    E l'uno error l'altro disperde e lava:
    Tutto vorría quanto risplende e s'erge
    Spegnere ed adeguar la turba ignava;.
    E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondo
    La patria seppellir, la Francia, il mondo.

      O dal tempo e da l'armi invïolate
    Moli, d'invidie oggetto e di stupori,
    Ove accolser le industri Arti onorate
    Tante illustri memorie e tanti allori,
    O tempî de l'uman genio, crollate,
    Date campo di stragi ai vincitori;
    Già su voi la fraterna ira si sferra:
    Titani, eroi, numi de l'arte, a terra,

      A terra tutti! A la possente e nova
    Aura di libertà, che altera incede,
    Tremi dal trono suo Fidia e Canova,
    E s'umilî del gran popolo al piede!
    Al gran popol la molle arte non giova;
    All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede;
    Degna luce per lui, ch'ai numi è pari,
    Gl'incendî son, son le rovine altari!

      Tu, colonna fatal, ch'ergi l'altera
    Testa agli astri e co'l piè Francia calpesti,
    E di rampogna tacita e severa
    Le loquaci dei vivi alme funesti,
    Crolla tu pur, bronzea colonna, e fiera
    Su le rovine tue Francia si desti,
    Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli,
    Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli!

      Ecco gli eroi. D'intorno a quel gigante
    Trofeo di gloria, per lo piano immenso,
    Vario di cor, di lingua e di sembiante,
    Corre, brulica, ondeggia il popol denso.
    Già s'alza a l'aura il vessil trïonfante
    Tinto nel sangue e negl'incendî accenso;
    E a tal segno di strage e di vendetta
    S'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta.

      Sta superba frattanto e indifferente
    La colonna regal, pur come suole,
    E del purpureo suo raggio occidente
    Tranquillamente la saluta il sole.
    Tranquillo a par sorge il Guerrier possente,
    Che l'altera sovrasta inclita mole;
    E di ghirlande glorïose onuste
    Spandon l'ale tuttor l'aquile auguste.

      S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovono
    Gli ardui congegni; al ciel stridono; imbianca
    Ogni volto; tentenna in su l'aërea
    Reggia il Guerrier, piega da destra a manca;
    Piega, balena; con fragor terribile,
    Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca,
    Cade, non già, ma su la rea canaglia,
    Stanco di più soffrir, scende e si scaglia.

      Trema la turba, e come avesse al dorso
    De l'incalzante eroe l'ira e la spada,
    Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso,
    E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada.
    Frenate, o prodi, a la paura il mòrso;
    Volgi la faccia, o terribil masnada;
    O Erostrati, o tribuni, o genti indôme,
    Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome!

      L'uom dei fati è colà: disteso, avvolto
    Di negra polve, nel deserto piano
    Poco ingombra di terra, e gli occhi e il volto
    Vinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano.
    T'accosta a lui; vittorïoso e folto
    Corri a l'insulto, o gran popol sovrano;
    E dir possa ciascun, se tanto egli osi:
    Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi!

      Soli a l'oltraggio non sarete! Esulta
    Dai vigilati balüardi il fiero
    Nemico, e applaude a l'opra vostra, e insulta
    A la caduta del fatal Guerriero.
    Da la polve di Iena, or non più inulta,
    Balza un popol di scheltri orrido e nero;
    E su l'immago de l'eroe nemico
    Poggia l'Ombra regal di Federico.

      Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grande
    Prende co'l capo, e al negro aere torreggia,
    E le rotte al suo piè bronzee ghirlande
    Conculca, e dai profondi occhi fiammeggia.
    —Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrande
    De la vergogna mia; ch'io più non veggia
    Vôlti in trofei, cangiati in monumenti
    Questi bronzi rapiti a le mie genti!—

      Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuro
    Un sinistro baglior sorge e risplende,
    E un piceo fumo, un odor crasso e impuro
    Gli occhi travaglia, ed il respiro offende.
    Ahi! qual cagion, qual destino empio e duro
    Di nuova rabbia i franchi petti accende?
    Tra le fiamme sepolta e la rovina
    De la Senna cadrà l'alma regina?

      Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura,
    D'un rosso nastro il crin sozzo costretto,
    Le vie trascorre una strana figura,
    Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto;
    Muta, veloce rasenta le mura;
    La destra invola furtiva nel petto;
    Sogghigna, ammicca la strada romita,
    Fermasi, brontola, fugge, è sparita.

      Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena,
    Un suono scoppia di grida e di pianto;
    Fra dense nubi l'incendio balena,
    Stride, si spande da questo a quel canto;
    Essa a la danza gli stinchi dimena,
    Cionca co'l lurido suo drudo intanto,
    Con pazzo volto, con gioia feroce,
    Salta, e lingueggia con stridula voce.

      Vide le fiamme e l'ultimo periglio
    Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto,
    E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio,
    Fuor dei lidi infelici erasi addutto.
    Qual uom che muova a volontario esiglio
    Di fieri casi e di giust'ira istrutto,
    Tal ei si parte, e la diletta e grama
    Terra saluta, e dolorando esclama:

      —Dove ti cercherò, se qui non sei,
    O intemerata e splendida
    Reggia dei sogni miei?
    Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi
    Ogni terrena cosa,
    Se qui non regni, in qual region tu vivi?
    Pur io da l'abborrite ombre ho veduta
    La maestà dei tuoi passi e la luce,
    Che dai vigili, acuti occhi tu spandi
    Sovra il mar dei destini; io l'amorosa
    Voce ascoltai, che l'anime riduce
    Agli amplessi del Vero, io la solenne
    Voce di libertà, che a voli arditi
    Del pensiero de l'uom sferra le penne.

      Di tenebrosi troni e di ferrati
    Gioghi e di fronti umilïate e vili
    Lieta non vai, bella non vai di fiori,
    Che di pallidi servi il pianto edùca;
    Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma
    Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati
    Previdente governi. Ardon nei tuoi
    Limpidissimi sguardi
    Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi
    L'onnipossente libertà, ch'è dono
    Tuo primo e non caduca
    Gloria di umani e tua miglior parola.

    Tu di sensi gagliardi
    Le umane alme alimenti,
    E sè stesse a sè stesse insegni e sveli,
    Perchè libere alfin corran le genti
    A la vittoria di più fidi cieli.

      È sogno il mio? M'illude,
    Vôto fantasma, il desiderio, e fingo
    Larve di spirto ignude?
    Dai ciechi abissi invano
    A combatter con Dio l'ultima pugna
    Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota
    Correrò questi lidi, infin ch'io piombi,
    Fulminato Titano,
    A divorar ne l'ombre il mio dolore?
    Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita
    Luce, che il mio pensier valica e pasce,
    Questo perpetuo fluttuär di cose,
    Quest' impeto di vita
    Non son mio regno e vita mia? Non sono
    Consorti mie le mobili
    Genti, cui la vital morte rinnova,
    Come opportuna piova,
    Ch'apre la terra, e svolge
    La ritrosa virtù del germe inerte?
    E tu, tu che le incerte
    Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli,
    Santa Ragion, tu indarno
    Entro al petto de l'uom levi il tuo trono?
    O forse ai regni tuoi,
    Diva maggior, presiede
    La tiranna Natura,
    O, sconsigliato e inutile
    Poter, che ne le ignare anime hai sede,
    Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?

      Che dissi? Il dubbio indegno
    Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta!
    Qui sei, qui regni: io sento,
    Unica dea, la tua presenza in questa
    Splendida reggia degli umani affanni.
    La terra è tua; su' simulacri infranti
    Di sbugiardati iddii sorge la possa
    Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte
    Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi
    Di perenni olocausti ardon gli altari,
    Che cementan co'l sangue i figli tuoi!
    O generosi, o cari
    Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi,
    Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste
    Ingombrate di stragi inclite rive
    La nova alba diffondesi
    D'una sorgente età; spiran le meste
    Genti educate dal dolor le vive

    Aure di libertà; vigili e pronte,
    Di fieri casi esperte,
    Al sorriso del Vero ergon la fronte;
    E dal sangue fraterno, onde coverte
    Son queste piagge illustri,
    Coronata di lauri e di baleni
    Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!—