CANTO NONO.
ARGOMENTO.
Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.—Pettegolezzi divini.—Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.—-Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.—Apostrofa alla Spagna.—Arriva nel nuovo mondo.—Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.—S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.
Con quest'alte speranze e queste cure
Si partiva l'Eroe, mentre più vasto
Per la rigida notte infurïava,
Turbinando, l'incendio. Arder parea
La terra intorno, e correr sangue i fiumi,
E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni,
Come abisso di morte, aprirsi il cielo.
Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzo
Dei feroci olocausti, e balzâr tutti
Fuor del sonno i Celesti, a quella guisa
Che sbucan da le pingui arnie ronzando
Le pecchie industri, allor che il dispettoso
Villan, che con obliquo animo guarda
Al prospero vicin, l'aride ammucchia
Secce del campo, e presso agli alveari
Gitta la fiamma e, pago il cor, s'invola.
Sorser così l'alme beate, e primo
Al veroni del ciel, trepido, ansante
Di recidiva voluttà, la via
S'aprì quel di Gusmano, un tra' più forti
Zelatori del Cristo, e:—Li han bruciati,
Li han bruciati? dicea; son tutti rei,
Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo,
Sol di roghi la terra!—
—Ah! ch'io li veggia,
Gridava dietro a lui, feroce in vista
Il terror di Toledo; e con aperte
Nari spirava quella crassa, impura
Mefite, che a le fiamme orride mista
Gli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo;
Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor beva
De le ree carni abbrustolate, ascolti
Il rantolo supremo, e sperda a' venti
Con questa man la polvere esecrata!—
Sporge in tal dir la gialla testa, in cui
Pochi, duri quai chiodi alzansi i crini;
Schizza sangue dai tondi occhi; le adunche
Scarne man vibra come artigli, e, tutto
Tremito i polsi, la sanguinea bocca,
D'un lungo, giallo e mobil dente armata,
Fra la bava spalanca, e rauchi e fieri
Urli interrotti da le fauci avventa.
A l'aspetto feroce inorriditi
Portan gl'innocui serafini al volto
Le miti ali e le palme; e solo allora
Che sentîro il clamor de le sorgenti
Dive, si diêro a sogguardar furtivi
Fra le dita e le penne. In simiglianza
Di pingui anatre, allor che da l'erbosa
Riva, ov'ebber più tempo ombre e pastura,
Al subito apparir d'un orgoglioso
Cigno, di laghi imperator, si danno
Clamorose a fuggir; sbatton le brevi
Ali pe'l lido, e tra le canne e i giunchi
Del padule vicin tuffansi in frotta;
Folte così, così confuse e punte
D'improvviso timor sorser le dive
Da le tiepide piume; e, tutta a un'ora
La rigida modestia e il curïoso
Sguardo dei circostanti angeli e il loco
Dimenticando, fuor dai nivei pepli
Libere consentían le rosee forme,
Che, fresche, acerbe e roride sì come
Pesche soavi che l'aurora imperla,
Inducean le celesti anime a un senso
D'indefinita voluttà. Le vide
Da l'antico suo seggio il profetante
Re di Sïonne, e abbandonata al piede
Caddegli la vocale arpa; nel petto
Fiammeggiò tutto; e già fuor dagli avari
Occhi e fuor da le labbra avide il senno
Senz'altro gli fuggía, se non che a tempo
Sopravvenne il divin Padre, e d'un cenno
Le impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco,
Di sotto il braccio egli venía soffolto
Da la diva Teresa: una vegliarda
D'Àvila, ossessa da Gesù, che al vano
Piacer, che le vulgari anime adesca,
L'involò tempestivo; ond'ella, esperta
Del futil gioco de la rea fortuna,
Al suo divo amator l'alma concesse.
Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terra
È il nome suo. Ringiovanita e bella,
In pregio de le sacre estasi, al Nume
Dilettissima vive, e a lui sorregge,
Antigone pietosa, il passo infermo.
A l'appressar del Dio, taciti arretransi
I minori Celesti, e in duo partita
S'apre la folla riverente. Un aureo,
Morbido seggio ivi s'ergea: stupenda
Opera di ricamo, in cui la diva
Lucia, maestra d'ingegnosi uncini,
Esercitata avea tutta ad un tempo
L'ammirabil perizia. A lei ministre
Furon le vigilanti ore, e compagna
La rigida pazienza; e non di perle,
O di rari smeraldi e di rubini
La cara opra abbellì, ma, tutti presi
I riposti, ozïosi astri dal fondo
Dei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refe
Adamantino, e al divin seggio intorno
Con sottile d'acciaro ago l'infisse.
Ivi il Nume si asside; il formidabile
Sopracciglio fatal tre volte inchina,
Scote tre volte l'ambrosia canizie,
Serra il valido pugno; e al cenno usato
Svegliasi da le sante arpe il concento
Dei melodici salmi. Apresi il varco
Tra' folti angeli allor la previdente
Brigida, e tutta rigorosa, in vista
Di profetessa, al vecchio Iddio d'innanzi
Piantasi; e il fren già già scioglie al facondo
Favellar, che Gesù destale in core,
Quando il buon Dio con subita rampogna;
—Brigida, figlia mia, le dice, smetti
Per carità l'antifona noiosa:
La san perfino i paperi: i soldati,
Che legaron Gesù, fûr centocinque;
Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia,
Novantadue; le prezïose stille
Del sangue, che sul Golgota egli sparse.
Due milïoni; centomila gocce
Di sudor; cinque piaghe, oltre la sesta
Rivelata al dottor di Chiaravalle…
Ma, per pietà, finiscila una volta
Quest'insulsa scilòma!—
Indispettissi
A tal parlar la vergine Maria,
E con umile sguardo e cor severo:
—Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo,
In verità questo parlar non parmi
Degno di voi! Che! non vi par ben fatto,
Che si onori mio figlio?
—E figlio nostro!
Battendo l'ali e pipilando, aggiunse
Il Colombo divin; Brigida a dritto
Lo ricorda ai beati!—
—Aüf! rispose,
Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio;
Io non ne posso più di questo eterno
Bisticciar fra di noi! Non son padrone
D'aprir la bocca e darle fiato! Questa
Divinità, che non è tre nè uno,
Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altro
Me ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo,
E tre son troppi!—
Ammutoliron tutti
A l'acerba parola. Allor lo sguardo
Gittò il Dio su la terra; e poi che, a schermo
Del raggio dei vicini astri, la mano
Tremula pose tra la fronte e il ciglio,
E affisò lungamente, un sospir trasse
Dal cor profondo, e, in tuon grave e solenne:
—Quello, disse, è un incendio!—
Al suon temuto
De la voce di Dio restâro immoti
Gl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti,
E, pago il cor del rivelato enimma,
Tornò ciascuno a le celesti alcove.
Non però torna il re dei Numi, o al sonno
Crede le membra, abbenchè lasse: in parte
La più remota ei si ritragge, e seco
Vien la scorta sua fida. In sui ginocchi
Questa gli s'adagiò; tutto gli prese
Fra le morbide mani il capo augusto,
E il baciucchiò teneramente. Assòrto
In un triste pensier nulla ei sentía
La dolcezza dei baci; ond'ella in fronte
Li astuti gli figgendo occhi d'amore:
—Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggo
Nel tuo pensier, mesto sei tu. Pensoso
E tacito così, mai non mi fosti
Da parecchia stagion. Ti vien vaghezza
Di sparger di novelli astri la faccia
Dei firmamenti? Ebben, parla: al tuo detto
Sorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegni
La superbia de l'uom? Fulmina: è tua
L'eternità!—
Sorrise amaramente,
Scrollando il capo, il divin Padre, e,—Acerbi
Fatti, rispose, al mio pensier tu chiami,
E quasi punta di crudel sarcasmo
Tu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni,
Credula come sei, porta la fede
La semplicetta anima tua; veleggi
I cari regni de l'amor, nè sai
Quanto abisso di morte e di dolore
Sotto a questi vegghianti astri si celi!—
Punse tal favellar l'orgogliosetta
Alma di lei, che tutti aperti e chiari
I misteri del ciel correr presume,
E, di vivo rossor la guancia accesa:
—E che dunque, esclamò, questa mi vale
Presenza tua, se al guardo mio si asconde
Parte alcuna del ver? Veggente e diva
Sol di nome son io, quando sostieni,
Che, di tenace error l'anima avvinta,
Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva!—
E a lei con dolce, carezzevol piglio,
Palpando il collo flessuöso e il crine
Rispondeva il buon Dio:—Già da gran tempo
Io'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buona
Finchè si va a' tuoi versi, e ti si corre
Dietro senza neppur farti uno zitto;
S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altro
Tu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpa
È tutta mia! T'ho ridonato il riso
Di giovinezza; il cor t'ho schiuso a' facili
Vaneggiamenti d'un celeste affetto,
Tutti inutili doni! Altro or tu chiedi
Del mio paterno amor non dubbio segno?
Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta!—
Smesse il labbrino, e radïò d'un riso
La bellissima santa, e, poste al seno
Con garbo puëril le braccia in croce,
Si guardò, s'assettò, scosse la bruna
Testa, a svïar dal fronte piccioletto
La crespa ed odorata onda del crine,
E tutta ne l'udir l'anima accolse.
—Non sorrider così, cominciò il Nume
Con sospirosa voce; occulta, orrenda
Cosa io dirò, tal che nessun finora
Ascoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosse
Di tal secreto e dei miei casi a parte,
Rubellarsi vedresti al regno mio
Le angeliche sostanze, e qual notturno
Spirto d'inutil sogno irne in dileguo
La mia superba autorità. Se dunque
Di tanta confidenza oggi t'eleggo
Secretaria e custode, e tu ten mostra
Degna co'l seppellirla entro al tuo petto.—
Co'l tenue capo d'assentir fe' cenno
La santa giovinetta, e portò al core
La man picciola e bianca. Il guardo in giro
Mosse il canuto Iddio; piegò la bocca
Su l'orecchio di lei; la man distesa
Fra la bocca e l'infida aria interpose,
E mormorò:—Nulla son io, non sono
Che un forte e secolare incubo, imposto
Da la paura al sonnecchioso Adamo!
Guai se si sveglia, guai!—
Balzò a tal detto,
Come da subitano estro compunta,
La dea, che bruno e inanellato ha il crine,
E pallida, stupita, senza voce,
Senza moto restò, tal che scolpita
Immagine parea. Sciolse ad un tratto
Al pianto insieme e a la parola il freno,
E, battendosi il petto:—Ah! disse, è vero,
Che Dio mi parla? E non è sogno il mio?
Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono?
O tremenda parola, ahi! s'è pur vero,
Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo,
Tosto in fiamma ti cangia, e questa mia
Vuota sostanza incenerisci e annienta!—
Poi riprendea:—Tu non sei Dio? Non sono
Opera di tua man questi diffusi
Mari di luce e questo ciel?—
Tal suona
La fama, è ver; ma in verità, te'l dico:
Assai prima ch'io fossi erano i cieli.—
—Ma la terra, ma l'uom?—
—Tu accenni al loco
Del nascer mio: l'uom, già mio servo, è fatto
Di Lucifero alunno!—
—E a che dormenti
Lasci i fulmini tuoi? Già nel terrore
Terra e cielo avvolgeano.—
—Ha tal d'acciaro
Il pensiero de l'uom scudo ed usbergo,
Che le saette mie sfida e dispregia!
Ahimè! vicino ai regni miei già miro
Torbidi sovrastar gli ultimi soli!
Già tapina esular di terra in terra
Veggio tra le fugate ombre la Fede;
Con flagello di foco insta, ed incalza
Lucifero; lo scherno odo e il sogghigno
De l'incredule genti; e s'io qui resto
D'ozî vulgari e di silenzio avvolto,
Qui tra poco vedrem superbo e forte
Sorger sovra il mio trono il mio rivale!
Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla,
Fra il disinganno incerta e la paura
L'anima balza, e si scompiglia il senno.
Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crine
Rompe in subite risa; il lembo estremo
De le candide vesti in su la bella
Testa rivolge, e così a mezzo ignuda,
Una strana canzon canterellando,
Per la reggia del ciel sgambetta, e ride.
Molte fiate tornò limpido e lieto
Su la terra il mattin; molti su' fiori
Versò brine dal grembo e rai dal crine
La bellissima Aurora; e chiuso intanto
Entro al mondo de' suoi splendidi sogni
L'alto oceán Lucifero trapassa.
Poi ch'a la rea città volse le spalle,
Non d'Albïon la tetra aere, o le cupe
Arti cercò, per cui rigida e avvinta
Nei suoi ferrei statuti il mar governa;
Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliarde
Stirpi, a l'onor di libertà ridéste,
Dal magnanimo cor volse un saluto.
—Voi felici, esclamò, quando su'l dorso
D'un ignifero pin credeasi ai flutti,
Voi più volte felici, ove, le impronte
Ire dimesse e le civili erinni,
Tutte verrete a far corona e scudo
Al sabaudo monarca! Ai suoi governi
Arti oblique e malfide armi, riparo
Di trepidi tiranni e d'alme imbelli,
Ei non invoca, anzi dispregia. Illustre
Germe di prodi, e prode anch'ei, la spada
Sovra il capo degli empî alza, e al consiglio
Di sola Libertà l'anima assente;
E, in bionda età senno canuto, alteri
Ai sovrani del mondo esempi insegna.
Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tanto
Dagl'iberici petti anco si cura
Libertà con giustizia, a lui d'intorno
Serratevi, e del cor, più che del braccio,
Custodite il suo trono! Ira di avverse
Parti, d'invidia alimentate e d'oro,
Romperà allor contro al suo piè, qual foga
Di torbidi torrenti ad ardua rupe;
Da le rive del Tebro, auspice amica,
Sorriderà l'itala donna al raggio
Del fraterno vessillo; e su la sponda
De l'orgoglioso Manzanàr la diva
Libertà, le robuste ali raccolte,
Gioirà l'ombra dei sabaudi allori!—
Così mescendo vaticinî e voti,
Varca i mari d'Atlante, ospiti al gregge
Degli ondivaghi mostri e a l'improvviso
Da l'uom domato imperversar dei nembi;
E tu, assiso a la prora, in simiglianza
Di grandissima fiamma eri, o Colombo.
Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruote
Dei fiammanti uragani; urlano al vento
I segati cicloni, e nei profondi
Baratri incatenate, a l'uom che passa
Le procelle del mar piegano il dorso.
Salvete, inclite rive; e tu, gagliarda
Libertà, salve! O sia, che de l'aeree
Ande selvose ami la vetta, asilo
Del superbo condoro; o che ti piaccia
Spazïar le insegnate acque, o fra l'ombre
Di vergini foreste errar su'l dorso
Del corrente giaguaro, il cui ruggito
Quando sorge o tramonta, il Sol saluta;
Grande ognor, se dal doppio istmo le schive
Genti nei socïali ordini aduni;
Grande, se per deserti orridi il grido
Al perpetuo ulular mesci dei venti,
O più t'aggrada perigliarti al balzo
Di sonanti cascate, e dar concento
Di selvagge parole ai boschi e al cielo.
Tu nei golfi insüeti il pino ibero
Primamente accoglievi, e le ritrose
Stirpi, di vesti e d'ogni culto ignude,
Con lungo studio riducevi al rito
De' giapetici imperi. Onde fu visto
Spezzar lo strale e abbandonar le selve
Il fierissimo Pampa; e giù dai monti
De l'indomo Uraguai scender l'imberbe
Nomade che il color d'ambra ha nel volto;
E, al corpulento Patagòn commisto,
Dal profondo Orenòco erger l'ignude
Membra pasciute di schifose argille
Lo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo,
Tua mercè sola, del civil convegno.
Per le vaste città, fra' popolosi
Commerci, a respirar l'aure vitali
Di quei giovani climi, al mondo ignoto,
Lucifero s'avvolse, ed aureo raggio
D'alte speranze e virtù nuova attinse.
Un dì per le sonore ombre movea
D'un'intatta foresta. Invïolate
Da umana scure, indocili al veggente
Raggio del Sol, gelosamente intesti
Tendon le secolari arbori i rami,
Ove di tutte sue virtù ad un tempo
Le sconosciute pompe Iside spiega.
Come in tempio infinito, ivi si aggira
La divina matrigna, e tutta appella
Sotto agli sguardi suoi dai varî climi
La numerosa vegetal famiglia,
La qual, superba de la dea presente,
Rigogliosa e gigante occupa il cielo.
Giovinetta immortal, sotto a' suoi passi
Balza la bella Primavera, e, stretta
Con insolito amplesso al fresco Autunno,
Tempra l'aure vitali; e quando i rami
Di mai veduti fior l'una inghirlanda,
L'altro, furtivo sorridendo ai fiori,
Con selvatica man gli arbori impoma.
Con temperie diversa al loco istesso
L'arborea felce ivi tu ammiri accanto
Al rigido lichene; a' molli orezzi
Dei vitali palmîzi, a l'odorate
Del profetico cedro ombre ospitali
Svolgon le foglie flessuöse e snelle
Le giganti gramigne, e sempre verdi
Spiega l'artico musco i suoi tappeti.
Qui l'indico banano apre le braccia
Provvide indarno di nettaree frutta;
Qui, impervio ancora al trafficante avaro
D'ingrati climi e da ogni ferro intatto,
Serba il purpureo sandalo odorato
Le rosee tinte e la gentil fragranza;
Qui, stupendo a saper, quella s'innalza
Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri
Da le rocce infeconde erger la scarsa
Chioma e scovrir le povere radici
Fuor del sasso natío, mentre co' rami
D'ogni ombra avari si trastulla il vento;
Ma egregia pianta e prezïosa, allora
Che al nascente mattin, fuor dagli aperti
Libri deriva, e versa intorno un'onda
Di balsamico latte. A lei, se tanto
Gli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra,
Corre il nomade adusto, e leva un grido
D'insolita letizia; trafelanti
I figliuoletti accorrono, e, d'attorno
Tripudïando al caro arbore, il labbro
Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core.
E ove te lascio, o provvido e pietoso
Abitator di torride contrade
Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi
Dirittamente come palma, e vinci
Pur la palma in virtù, ben che a lei pari
Sovra l'ispido tronco, a mo' di piume
D'orgoglioso pavon, spieghi le foglie.
Tu al dipinto Indïan, che nulla ha cura
Di curvi aratri e di lanosi armenti,
Non pure offri spontaneo asilo e cibo,
Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno,
Di schietta acqua e di pan candido e dolce
E di liquido latte e di vin puro
E di vesti e di case e d'ogni adatto
Utensile il provvedi; ond'ei, null'altro
Studio avendo e ricchezza, a l'ombra amena
Dei rami tuoi beato i dì produce.
Ma chi tutta diría la pompa e i mostri
Di quei vergini climi? Ivi l'irsuto
Cacto grandeggia, come cereo immane;
Ivi a quella di Pesto emula ignota
L'odorato e gentil calice innostra
Di Belvèria la rosa; ivi quanti hanno
Onoranza e virtù di prezïosi
Medici succhi, o nominanza orrenda
Di fulminei veleni, indifferente,
O sien radici o fiori, Iside spiega.
Passa l'Eroe solo e pensoso. Ingombri
D'intrecciate vainiglie e di lïane
Lunghissime a le chete aure pendenti
Sovr'esso al capo suo chiudonsi i rami,
E or di cupole in guisa, or di cortine,
Or di fioriti padiglioni e d'archi,
Lussureggian di aspetti e di colori
Al queto occhio di lui. Di strane voci
E di strilli e di fischi e di pispigli
Suonan l'aure d'intorno; odi a la lunga
Romoreggiar di vaste acque, e tra' rami
Frusciar d'ale infinito; e, a far più viva
Quella solenne immensità, vaganti
Stormi, non sai se d'animate gemme,
O di fiori volanti, o ver di augelli,
Tra le foglie s'inseguono, o procaci
S'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccio
Stupidamente al ciel mandano il grido.
Sente il superbo Vïator quell'ampia
Solitudin di cose; e al tanto aspetto
De l'eterna rival l'animo esalta,
Come rubusto ed animoso atleta,
Che pronto e fiero in sul diviso aringo
L'avversario mirando a lui di fronte
Qual fondato edificio alzar le membra
Valide e salde e provocar l'assalto,
Ne l'impavido cor crescer più sente
L'anima avvezza; agli allenati fianchi
Batte le palme; le nodose braccia
Brandisce, e, ardente di slanciarsi il primo,
Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido.
Precorreva l'Eroe gli anni; ed al volo
Di splendide speranze il cor donando
Nuovi trïonfi del Pensier vedea
Su l'immensa natura; e:—Verrà giorno,
Madre altera, dicea, che queste occulte
Tue sedi, onde ti piaci, e la selvaggia
Verginità di questi boschi al rito
Dei nostri aratri ubbidiran. Da queste
Sconosciute vallèe, mutati in lievi
A lo spiro dei venti ampii navili,
Quest'ardui tronchi correran su' flutti;
E rigogliose e riverite, assai
Più di queste a te sacre are romite,
Genti e città qui fioriranno al raggio
Di benefiche leggi. Altero e cinto
Di tutto ardir qui nel tuo grembo, aperto
Da l'industre fatiche, e monti e abissi
Sorvolerà l'uman genio; e tu, rasa
Di ciechi orgogli, ov'or superba e ignota
Spieghi ne l'ombre il tuo possente impero,
Sotto auspicio miglior sorger vedrai
L'opre e i commerci de l'Arìane genti.—
Così dicea, gli anni veggendo, allora
Che tra' folti cespugli, in capo al verde
Tortuöso sentiero un gli si offerse
Pensieroso pitèco. A un'indïana
Canna appoggiato, a lenti passi e gravi
Egli si avanza, a guisa d'uom che al peso
D'un ingrato pensier l'animo inchina.
Al rigido cipiglio, a la rugosa
Faccia, ov'ispida e grigia al muso intorno
Fa due siepi la barba, un lo diresti
Anacoreta pio: tal forse apparve
Il santo onor de l'arenosa Coma,
Quando, schivo del mondo, a' più deserti
Lochi a far guerra co'l dimòn si addusse,
Visto appena l'Eroe, forte uno strillo
Mise, e incontro balzògli, a quella forma
Che al petto del fratel corre il fratello,
Poi ch'oltre i monti e i mari errò lunghi anni
Fuor del tetto paterno. Si ritrasse
Lucifero, e al bizzarro ospite a mezzo
Con la riversa man lo slancio ardito
Troncò. Di subita ira egli s'accese,
La lunga coda saettò, battè
Rapidamente le palpebre bianche
E i labbri sottilissimi, e in acute
Voci proruppe:
—O to', non siam fratelli?
Non siam da un padre sol tutti discesi?
O che crede davver, che sia piovuto
Dal paradiso, e che il signore iddio,
Tolto il mestiere di burattinaio,
Sia sceso in terra a prendersi la bega
Di plasmarlo a su' immago? Ih! levi l'unto!
Le manca proprio il sale! E che cipiglio!
Che fumi! Si diría ch'ha il sole in tasca.
Guardi un poco il su' cranio e questo mio,
E poi mi sappia dir!—
—Molto sapiente
E molto ameno in ver tu sei, rispose
Lucifero, e fior fior del labbro arguto
Un sottil sorridea riso tagliente;
Or sì che possiam dir, che in ogni dove
Penetra il raggio di Sofia! Ma nulla
Meraviglia ho di ciò: molti a te pari
Han dottrina fra noi!—
—Nè meraviglia
Certo esser dee. Che! Forse a voi soltanto
È concesso il sapere? Oh! guarda un poco,
Che la madre natura abbia a lor soli,
In grazia de la lor vertebra ritta,
Nascosto fra la zazzera e gli orecchi
D'ogni cosa il bernoccolo! Ma smetta;
Le son borie, non più. Qui fra quest'ampie
Solitudini nostre anche sorride
De la Scïenza avvivatrice il raggio;
E fratelli siam noi! Da la materna
Asia, ad ambe le specie inclita culla,
Venne a catechizzar le nostre genti
Un vecchio, dotto e reverendo urango,
Dal cui labbro eloquente a noi fu tutto,
Dopo lunga ignoranza, il ver palese.
Bocca d'oro ei fu detto e adamantino
Senno. Ma poi che ad esplorar qui venne
Non so qual'orda di dottor tedeschi,
L'abbindolaron sì, ch'ei svelò tutta
E distillò nei lor cervelli adusti
La peregrina sua scïenza; ond'essi,
Gazze vestite de le penne altrui,
Or di tanto saper fan mostra al mondo.
Sì; fratelli noi siamo! Ei ce l'ha detto
Le mille volte, ed io te lo ricanto
Per tuo dispetto su la faccia: O figlio
Di scimmia, addio!—
—Per un par tuo, ragioni
A meraviglia. Una catena immensa
Iside ha in mano, e non avvien che mai
Nel crear s'interrompa: ogni vivente
Specie è un anello, ed un anel noi siamo
De l'immensa catena, il più perfetto
Finor, l'ultimo no. Ciò non vuol dire,
Con buona pace del dottor gorilla,
Che l'uom da voi discende, o ver ch'entrambi
Han comuni le doti e il nascimento.—
—Sissignor, vuol dir questo, appunto questo;
La non m'esca dal rotto de la cuffia:
Noi siam fratelli, siamo uguali, e uguali
Dritti abbiam su la terra. O sta' a vedere,
Che l'universo sia creato apposta
Per far comodo a loro! Un giorno o l'altro
Lei vedrà, mio signor gonfio di vento,
Se noi libere scimmie incivilite
Verrem fra loro a reclamar tal dritto!—
—Provatevi! Ci son gabbie e catene,
Fra cui strette per ben, sarete esposte
A dar di voi spettacolo ai fanciulli!—
—Lei non sa che si dica! Io le perdono,
Perchè sono evangelico! O che crede,
Che noi libere scimmie incivilite
Non siam buone a far nulla? Che mi ciancia!
Noi siam da più di loro! E le par poco
Saltar pei rami, saccheggiar foreste,
Gioir la voluttà per fin da soli
Senz'aiuto d'amica? Oh! s'è pur vero
Che il ver somiglia a l'olio e viene a galla,
Nostro sarà il trïonfo. Io pure, io stesso
Predicherò l'origine comune,
L'eguaglianza dei dritti in fra le specie
E la comune libertà! Dovessi
Suggellar co'l mio sangue il parlar mio,
Vuo' diventare apostolo; e, infilati
Giubba e guanti ancor io, salir su l'alta
Cattedra di Darvino a dar responsi!—
CANTO DECIMO.
ARGOMENTO.
Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura.—Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno.—Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore.—La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma.—Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.—Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.—Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.—Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.—La schiava nera e lo schiavo bianco.
Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghi
Co' crepuscoli al piè la notte amica;
E di mille colori ornati e cinti
Le si sveglian sul capo astri e pianeti.
Malinconica e muta ella riguarda
Ai rei travagli de la terra, e spira
Le brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno.
Salve, o splendida notte, inclita madre
Di dolcissima quiete, o che ti piaccia
Covrir d'ombre pietose amor furtivo,
O svelar tutta a uman guardo l'audace
Visïone degli astri e l'universa
Armonia, che ne fura invido il sole.
Da le cupe foreste, ove si aggira
Il signor de' miei canti, io chiamo indarno
La bellezza dei tuoi Soli e le gemme
Dei tuo' cento diademi: a Lui non uno
Splende dei raggi tuoi; sol dentro al petto
Gli arde la luce de le sue speranze.
In compagnia de' suoi fantasmi, a pena
Ei de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passo
Fuor del dritto sentiero, a una deserta
Arida balza d'ogni vita priva
Era intanto venuto. Irte d'intorno,
Come a guardia del loco orrido e scuro,
Rupi e monti s'ergean squallidi a guisa
Di biancicanti scheletri; fuggía
L'ingrato aspetto e s'ascondea la luna
Fra le nubi correnti, e imprigionato,
Come chiuso leon che tenti un varco,
Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento.
Ivi l'Eroe si assise. Un'insüeta
Punta di fame gli mordea le parche
Viscere, e dentro al seno arido e stanco
Una brama di vive acque e d'aperto
Aere e di luce gli serpea. Sgomento
Non però n'ebbe al cor; ma con superbo
Animo accolse la terribil prova,
Poichè gli è grato comportar travagli
Pari a ogni altro vivente, a cui l'amica
Forza del pane il mortal corpo allena.
Vago di nuovi casi, occhio ei non piega
Ad alïar di lusinghevol sonno
Da la tacita e grave aere cadente;
Ma nel caro pensier volge le prove
Dei suoi buoni mortali, e traforate
Alpi vagheggia e aperti istmi e volgenti
Per lo seno del mar parlanti elettri.
Su per l'aride rocce ode in quel punto
Come un confuso affaccendarsi e rotto
Fruscío di penne e sibilar, che agguaglia
Suon che mandi uman labbro e noto segno
Di cacciator, quando tra' folti grani,
Di cui mareggia interminato il campo,
Modula il fischio a ravvïar l'amico.
Ma voci eran d'augelli, a cui concessa
È una strana virtù: fischiano al vento
Siccome uomini veri, e illudon l'alma
Di qualche afflitto pellegrin, che, pèrso
Ogni spirto di lena e abbandonato
D'ogni raggio di speme e di salute,
Su l'inospite landa il corpo gitta.
Ben al grido fallace a mala pena
Sul digiun ventre ei talor sorge; a l'aura
Tutta la fuggitiva anima intende,
E forse in quel momento al cor gli torna
Il dolce aere natío, l'abbandonata
Casa paterna e de la madre il pianto.
Sorge, aspetta, ricade, si strascina
Delirando fra' sassi; a un grido estremo
Schiude l'aride labbra, un rauco suono
Gli geme entro la gola; adugna e morde
L'avara terra; e il ciel rigido intanto
Sovra il capo di lui splende e sorride.
Così a le disperate anime insulta
La beffarda natura!
Al suon fallace
Sorse l'Eroe, nè stette in forse.—Or tutto
Convien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri;
Arida e morta è questa valle, e segno
Di salute non ha; vadasi.—E preso
L'aspro sentier, non pria l'orme contenne,
Che un ampio fiume e la foresta attinse.
Chiare e sonanti dirompeano l'acque
Fra due tra loro opposti e coronati
Di negra selva smisurati monti,
Al cui piè si stendea facile e molle
D'erbe infinite ed odorose il piano.
Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miri
Biancheggiar da la lunge al cheto sguardo
Dei radïanti plenilunî, un'ampia
Vela il dirai, che il marinar su' negri
Aprici scogli a rasciugar distese;
Ma se più ti fai presso, un fragor cupo
D'immense acque tu senti; al ciel, conversa
In polve minutissima, tu vedi
Balzar la ripercossa onda, e in un velo
Confonder gli astri ed annebbiar la valle.
Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte,
Ove men cupe si schiudean le sponde,
E avean meno di bosco ombre e paure,
La fresca linfa disïando, scese
Per la lubrica china; insinuössi
Fra' canniferi greti, e ne le cave
Palme attingendo i prezïosi umori
Ricrëò l'arso petto; ambe ne l'onda
Con giocondo piacer le braccia infuse,
E battendo le pure acque, più volte
Ne spruzzò, ristorando, il volto e il crine.
Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbe
Del cammin tanto e de l'ingrata arsura,
Che un vicino il percosse ululo e un lungo
Scoppio di strida e di commosse voci
Varie, acute, incessanti. Ad improvvisi
Urti crollavan bruscamente i rami
De la selva vicina, e quindi e quinci
Confusamente saltavan strillando
Le aggredite bertucce. Il piè ritrasse
Dal margo sdrucciolevole, e a la sponda
Lucifero balzò; lo sguardo in giro
Mosse esplorando: tenebroso intorno
L'aere gemea, mentre due roggi, acuti
Punti fendean, come infocati dardi,
Sinistramente de la notte il seno.
Muti muti pe'l negro aere procedono
Or cheti e lenti, or saltellanti e rapidi;
Or tra cespugli del sentier s'involano,
Or più vicini e più funesti appaiono.
Sta Lucifero intento; e, certo omai
Che insidiosamente a lui si appressa
Il terribil giaguaro (un'omicida
Belva, che, a par del tigre agile e grande,
Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno,
E boschi e fiumi d'ogni strage infesta)
Tenea l'anima accorta in due sospesa:
O che indietro si tragga e si nasconda
Nel contiguo canneto; o su l'aperto
Sentier l'orrida belva aspetti al passo.
Senno miglior questo gli parve; e, tutta
Con alato pensier l'alma percorsa
E con subito sguardo il loco intorno,
A la lotta si accinse. Era in quel punto
Tra' fitti rami penetrato un fioco
Raggio di luna. Un aspro, arduo macigno,
Ivi a caso giacea: dai circostanti
Gioghi a valle caduto, una regale
Possa parea, cui da' superbi troni
Una vendetta popolar sconfisse.
A lui corse l'Eroe; con ambe mani
L'afferrò, lo levò: le ferree braccia
Sovra il capo distese; un dietro a l'altro
Pontò i validi piedi, e tal si tenne
L'irto mostro aspettando. Orrido un grido
Manda la belva, e caccia fuor dagli occhi
Sanguinosi baleni: a terra il bianco
Ventre ingordo distende; i fulvi arruffa
Peli del dorso, e di serpente a guisa
Strisciando si divincola. Qual suole
Paziente pescador, che, intento a l'amo,
Entro a le trasparenti acque del lago
Vede a un tratto guizzar cefalo o trota,
Quanto più può su' nereggianti sassi
Fermo, senza respir tiensi; l'avvezza
Destra, che regge la pieghevol canna,
Serra validamente, e, vista appena
Pullular l'onda e tendersi la lenza,
Fuor, con subita stratta, a l'aere avversa
Trae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce;
Così tutt'occhi e senza voce o moto
L'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta,
Che con feroce voluttade allungasi
Su l'erboso sentier, vibra l'accorto
Sguardo, e sbuffa così che par che rida.
Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assalto
Tentò un passo impaziente, e scagliar finse
L'elevato macigno, urlò, ritrassesi,
Il corpo agglomerò, sul ventre osceno
Strisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardo
Si vibrò. Mugulare odi a l'intorno
La valle ampia e tremare arbori e rupi,
Non però il petto de l'Eroe: di tutto
Polso ei sostien l'ampio macigno; al fiero
Assalitor fermo l'oppone, e al petto
Gliel dà così che lo travolge, A terra
Piomba la belva, e non sì tosto il suolo
Sfiora co'l dorso, che di pria più fiera
Salta, e si avventa a più mortale assalto.
Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bava
Vomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni verso
Pazzamente si vibra, e senza posa
L'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi.
Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'ira
Smisurata del cor, che giù d'un crollo
Rovina anch'ei su la percossa belva.
Or più fiera è la lotta: in un sol groppo,
Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche,
Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cielo
Di rauche voci e di ruggiti; a rivi
Sgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvinti
Ferocemente in amplesso di morte
Balzan, piomban, s'avvoltan, si precipitano
Fra le spine, fra' sassi e le nemiche
Tenebre. A l'orlo d'un burron vicino
Vengon così. Pende sul negro abisso
Una fitta boscaglia, a cui la foga
Dei sonori torrenti ignude lassa
Le nodose radici. Ivi, protette
Dai folti rami, e dal burron difese,
Godean sede tranquilla e secol d'oro
Una tribù d'amene scimmie. Il fiero
Caso le tolse agevolmente ai sonni,
E la lotta avvisando, a salti, a strilli
Facean pazza baldoria; e, qual con mano
Qual con la coda attorcigliata a un ramo,
Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina,
L'une a l'altre atteneansi, e fean pendente
Catena sui pugnanti ospiti, a cui
Or tiravan sul capo una selvaggia
Noce, e svelte fuggíano, or fin sul dorso
Di lor scendeano a provocar le due
Alme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli.
Non però si ristanno, o svolgon l'ira
Color che in fiero abbracciamento avvinghiansi
Presso al burron. Preme l'Eroe co'l dorso
Il ciglion de la balza; a lui su'l petto
Insta la belva: con la bronzea destra
Ei l'abbranca a la gola; al perigliante
Corpo con l'altra fa puntello, e attiensi
A le dense radici. E già su'l volto
Qual d'aperta fornace il vampo ei sente
De le putide fauci; a caldi sprazzi
Piovegli sui schizzanti occhi e l'acceca
Una bava sanguigna; un rugghiar cupo
L'assorda; e già de l'arrotate zanne
Contro a le tempie sue crocchian le punte,
Quando tutta con fiero urlo chiamando
La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio
Dà su'l dorso così, che sorge a un punto
Libero in piè, mentre da lui travolta
Precipita la belva, e giù nel fondo
Burron piomba rugghiando, e l'aere introna.
Lacero e stanco il vincitor si asside
Su le fresche erbe, appo la sponda. A rivi
Giù per lo collo gli discorre ai fianchi
Misto al sangue il sudor; corto e sonante
Dal suo petto affannoso esce il respiro;
Un cozzar di confuse opre e di cose
Gli turbina sugli occhi e il cor gl'ingombra;
Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cinto
Di bizzarre faville e ceffi strani
Sopra gli piomba, e al suol l'avvince il sonno.
Come nei procellosi artici mari,
Quando aquilon più li flagella, a stormo
L'irte dïomedèe saltan su' flutti;
Gavazzano fra' nembi, e al mugghio orrendo
Del travolto oceàn mescono il grido:
Vede il nocchier fra le stridenti antenne
Svolazzar le sinistre ali, e maligni
Spirti le crede, e si raggriccia e agghiada;
In simil guisa de l'Eroe dormente,
Nel turbato pensiero orride e scure
Venían fantasme, e gli scoteano i sonni.
Ma come avvien ne l'incostante ottobre,
Mentre un subito nembo apresi e versa
Sopra a l'umile vigna acqua e gragnuola,
Fuor da le plaghe occidental si desta
Una provvida brezza; un chiaro e bello
Occhio d'azzurro si dischiude in cima
De la bruna montagna; a par di dardo
Da l'arruffate nubi esce un diritto
Raggio di Sol, che i sommi arbori indora;
Brillan le foglie susurrando, e tutti
Odoran timo e nepitella i campi;
Tal fra' torbidi sogni una tranquilla
Visïone d'amor tacitamente
Sorgea ne la commossa anima, e al cheto
Ventilar de le penne vi spandea
Il mesto raggio d'una rosea calma.
Come talor nei lucidi cristalli,
Che ne stanno di contro, una diletta
Forma veggendo, a lei con l'alma in festa
Drittamente corriam, nulla avvisando
La virtù del riflesso; in simil guisa
Entro a un candido sogno avvolta e viva
Nel pensier del dormente Ebe splendea.
Balzagli il core a tanta vista, e aperte
Le braccia:—Oh! vieni, le dicea, deh! vieni
Su'l petto mio, dolce alimento e pace
Dei travagliosi giorni miei! Sorride,
Sol ch'io ti guardi, nel mio cor la vita
D'ogni speranza mia; splendon più vivi
Gli ardimenti de l'alma, e più vicino
Nel mio baldo pensier veggio il trïonfo!—
Co'l perdono negli occhi ella assentía
Di sedergli d'accanto. Ei torna ai sogni
Del primo amor.
—Da pochi giorni il sole
Sul mio capo splendea: festa di fiori
Era tutta la terra; e tu, regina
D'ogni candor, mi sorridesti come
Sorridon l'alme, allor che un'amorosa
Forza le chiama ad apparir negli occhi.
Oh! che giorni d'ebbrezza!—
Ella a quei detti
Pensosa e scura divenía.
—Ricordi,
Ei riprendea con sospirosa voce,
Oh! ricordi quei dì? Facil conquista
Mi parve il ciel, poi che t'amai. Mi svelsi
Crudelmente da te; deserta e chiusa
Nei dïafani sonni ti lasciai,
Ma un trono eressi a l'amor tuo, che in petto
Portar vogl'io fin che no'l ponga in cielo!—
Ella piangea. Qual trepida fiammella,
Che s'assottigli a l'apparir del giorno,
Tal poco a poco si facea più bianca
La pietosa fanciulla, e a poco a poco
Il dolce aspetto e i rosei pepli e gli atti
Trasfigurando, un'orrida assumea
Mostruösa sembianza: ispide e negre
Di sozza barba ambe le gote; attorti
Di tizzi ardenti e di serpenti i crini,
E fra' serpenti, in mezzo al fronte, un vasto
Occhio, senza palpèbre immoto e tutto
Fiammeggiante a l'intorno. A questa guisa
Sorgea dal suol nera, diritta, immensa,
E un gemer lungo al sorger suo si udía
E scricchiar d'ossa e maledir. Non ode
L'irto fantasma, e ognor sorge e si spande,
E l'aria ingombra e il cielo ultimo attinge.
Tocca il cielo co'l capo, e con la negra
Pelosa man, che immensa apresi, afferra
L'etereo sole, e lo palleggia. Un denso
Nembo di notte si rovescia allora
Su la terra infelice; ingordi e vasti
Mille sepolcri si spalancan; passa
Sibilando la Morte; e s'ode un fiero
Gracchiar di corvi e sghignazzar di Numi.
Così il lungo digiuno e la fatica
D'una ad un'altra visïon trabalza
Il pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso,
Il Signor dei celesti:—Ora è stagione,
Disse in cor suo, che il mio rival conquida!—
Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiuto
Che il veloce desio; s'avvolse un manto
Ampio, turchino come ciel d'autunno;
A la fredda canizie un vasto impose
Tricuspide lucente, e, sotto al braccio
Un aureo accomodando orbe stellato,
Simbol de l'universo, al più vicino
Dei presèpi del ciel cheto avvïossi.
Ivi, poichè di Giosuè la verga
Del sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne,
E impietriti restâr di sotto al giogo
I fulminei cavalli, una falange
D'umili sì ma intelligenti onàgri
Pasce in greppie d'argento orzi ed avene
Di tal virtù, che nel lor sangue infonde
Gaio tripudio e giovinezza eterna.
Non appena sentîr sovra la soglia
La presenza del Dio, tutti in un punto
Drizzâro i colli ed affilâr le orecchie
Lievemente anelando; e, a lui rivolti
Con dolci e riverenti occhi, la voce
Del comando attendean. Videli il Nume
Lucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno,
Che tutto può, volse a te solo, o illustre
Asin di Betelèmme, a cui su'l dorso
(Premio dell'opra, onde immortal tu vivi)
Crescon due luminose ali, per cui,
Pregio da tutti invidïato, e solo
Da Dio concesso a le beate essenze,
Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi.
Tu presentisti il divin cenno, ed ambe
Le ginocchia piegando appo a la ferma
Con chiovi adamantini aurea predella,
Offeristi umilmente il dorso alato.
Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenne
Con ambe mani a le pietose orecchie
Del diletto onigrífo; ai ben pasciuti
Fianchi gli strinse le ginocchia inferme,
Gli occhi serrò, diede la voce, e via
Lascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra.
L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermo
Più nel pensier che ne le membra affrante,
Ritentava il cammin. Presso a un cespuglio
Lasciò il volante corridor; si eresse,
Quanto potè, su'l curvo dorso; un grave
Cipiglio assunse, e a misurati passi
Movendogli d'incontro, in tuon solenne:
—Lucifero, gli dice, ov'io con l'ira
Dar fin volessi a l'ira tua, me stesso,
Che Dio di tutto e re del ciel pur sono,
Qui non vedresti al tuo cospetto: avvinto
Dal cenno mio sotto al mio piè, potría
Scatenarsi al mio cenno il saettante
Fulmin, che a par d'ogni superba altezza,
Le sdegnose e proterve anime adima.
Ma l'ira mia tu la conosci; or sappi
La mia pietà. Stanco non già, ma schivo
Di pugne io son: di nostre pugne assai
Travaglio ebbe la terra; assai di umane
Vite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miro
Con paterno dolor quest'infelice
Schiatta de l'uom, che, lusingata e vinta
Dai tuoi falsi giudicî, erra perduta
Fuor de la via d'ogni salvezza, e il frutto
Di tue promesse e la vittoria aspetta.
Ma, stolta! indarno aspetterà! Smarrito
Fra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiri
Tu, che da le fallaci ombre presumi
Redimer l'alme dei mortali, a cui,
Ira e invidia non già, ma provvidente
Consiglio mio gli ultimi veri asconde.
Sgombra adunque la terra; abbian riposo
Le genti alfin; torna ai tuoi regni, e intero
Scenderà su'l tuo capo il mio perdono.—
—Di perdon parli e di pietà, proruppe
Disdegnoso l'Eroe, tu che di tutte
Le sciagure de l'uom colpevol vivi?
Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume,
Sol vivente in parole; ond'è, che irato
Non ti temo, e pietoso io ti dispregio.
Lasciami adunque a le mie cure: avranno
Pace le genti, e non da te; nè pace
Neghittosa e servil; di guerra stanco
L'uom non sarà pria di saper che vuota
Larva sei tu senza subbietto, e quale
Or t'addimostri al guardo mio. Potessi
Questi sordi, confitti arbori intorno
In uomini cangiar! Vedrían qual vana
Risibil cosa e imbelle ombra tu sei!—
Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'ira
Salì al volto del Nume; e la bollente
Rabbia del cor tutta in un punto avría
Fuor versata nei detti, ove non fosse
Sopravvenuta al suo pensier la luce
D'un prudente consiglio. A mala pena
Ei si contenne, e gl'iracondi sguardi
Figgendo al suol, morse le labbra, e disse:
—Sei forte, il so; ma de la tua fortezza
La superbia è maggior, minore il senno.
Odimi; sai, che da nemico petto
Sorge talora util consiglio, e saggio
Io non dirò chi lo rifiuta. Ha un segno
Anche l'ira dei forti, e chi si ostina
A produrla oltre inutilmente, indegne
Sciagure ad altri, e a sè perigli ordisce.
Or credi a me: son paventose e fiacche
L'anime umane, e han di servir mestieri.
Ad uom cresciuto in servitù mal giova
Spirar liberi sensi: a sua rovina
Va tosto incontro; perocchè di tutti
Malnato istinto è il dominar; nè vale
Esser libero d'altri, ove ad un tempo
Di sè stesso è ciascun servo e tiranno.
Però, se il ben cerchi de l'uom, nè stolta
Ambizïon move i tuoi sensi, al mio
Giogo abbandona i servi miei: la forza,
Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il resto
Altro non è che nome vuoto e nulla!—
Sorrideva Lucifero, e un sol detto
Non gli fuggía. Con subito consiglio
Pone allora il buon Dio l'aureo emisfero,
Dal manto ampio si svolge, e, simulando
Fra labbro e labbro un giovïal sorriso,
Per man prende il nemico, obliquo il guarda
Con gioconda malizia, e:—Inver, gli dice,
Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianci
Con codesti tuoi fumi? A par di me
Tu gli uomini conosci, e di sonanti
Nomi li gonfî, sol che a Dio ribelli
Spingan la fronte, e tu su lor ti assida!
Giù dal volto la larva! Hai di me al pari
Desio di regno; e, di regnar mal pago
Sovra il trono de l'ombre, una più bella
Sede nel mondo e maggior gloria ambisci.
Or ben: regnar vuoi su la terra? Affido
La terra a te. Vuoi che tremanti e prone
Pendan le genti dal tuo labbro? il fronte
Pieghin popoli e re sopra la polve
Del tuo santo calzàre? Abiti e modi
Cangia. V'è tal sovra la terra, a cui
Nullo agguaglia in poter: brando che uccide
È la parola sua, fulmine il guardo;
A lui d'umani sagrificî intorno
Vaporano gli altari; incatenato
Ai carri suoi geme il Pensier. L'aspetto
Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno
Di pontefice avrai!—
Commiserando
Scotea l'Eroe la testa, e in cotal guisa
Con voci amare rispondea:
—Nemico
Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti
Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto
In una cieca illusïon mi desti
Ira insieme e pietà. Quella gagliarda
Possa d'uom, che tu vanti, io già la vidi
Regnar nel mondo: le facean sgabello
Le cervici dei re, luce la fiamma
D'umane ostie brucianti; or su la terra
La cerco invan. So che una turpe e vôta
Larva, inutile ingombro, occupa i templi
Di Vatican: stupida larva, il cui
Frollo capo cadente invan protegge
Co'l sozzo manto il precettor Loiola;
Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estinto
Il pontefice e il re!—
—V'è tal, che avviva
Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi
Resuscitarlo. Torneranno i tempi
Di Gregorio e di Sisto!—
—Ai tuoi soggetti,
Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sono
La libertà. Se udir non vuoi la voce
Del mio dispregio, a me parla siccome
Si conviene ad un Dio: fulmina!—
Un grido
Mise il Nume a tal dir; ne l'ampio manto
Fremebondo si chiuse, e, le beate
Groppe al divino corridor premendo,
Per li campi de l'aria alzossi e sparve.
Torna intanto il mattino, e un'aurea luce
Con lo sparir del Dio penetra in mezzo
A la densa foresta. Il luminoso
Auspicio accolse e giubilonne in core
Lucifero; tra' folti alberi un varco
Esplorò disïando, e il passo stanco
A un villaggio contenne: un mucchio informe
Di povere capanne, una su l'altra
Addossate su'l fianco a una montagna,
Che di bosco e di nubi il capo ombreggia,
E giù giù fino al mar scende e digrada.
L'abita e còle una diversa gente,
Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nome
De la croce di Cristo, una pietosa
Missïone d'apostoli e di santi
Giogo impone di ferro e il pan contende.
Di doppia mèsse a lor biondeggia intorno
L'usurpata campagna; s'inghirlanda
Di gemina vendemmia il poggio e il clivo
Lussureggiante, e terre e mandre a gara
Recan primizie a le lor mense. Al solco
Durissimo fra tanto, a l'aere impura
Suda il magro colòno; e, se la verga
Del discreto signor non gli distende
Le bronzee terga e lo flagella a morte,
Ben felice esser dee, che possa un giorno,
Dai travagli consunto e dal digiuno,
Cader sovra l'aratro, e con le ignude
Ossa impinguar del pio padron la gleba.
Stanza ospitale il vïator non chiese
A signor ben pasciuto, e non sofferse
D'aver mensa comune ad orgoglioso
Trafficator. Fra poveri pastori
Breve asilo ei cercò; si assise al desco
De la miseria; e a te, povera Sara,
Assentì l'alto aspetto e la sdegnosa
Anima e il dir che umani petti infiamma.
Schiava infelice! Era remota e angusta
Presso al torbido rio la sua capanna;
Era nero il suo volto e nero il crine,
Ma aperto e grande era il suo core, e tersa
Come raggio di Sol l'anima avea.
Fra le miserie di sua vita un giorno
Le sorrise l'amor. Furon men leste
L'opere di sua mano; impazïente,
Immemore divenne; e, sì com'era
Schiava due volte, osò levar la fronte
E agli augelli invidiar libero il volo!
Fischiò sopra a le sue carni la sferza
De l'acerbo signor; percosso e vinto
Dal feroce digiuno a lei da lato,
Sotto agli occhi di lei, vittima cadde
Il giovinetto del suo cor. Qual belva
Ella ruggì; morse ruggendo i ceppi;
Avventossi d'intorno; e allor che in mesta
Calma si assise, e volse il guardo in giro,
S'avvide ognun, che a quella derelitta
Era insieme a l'amor mancato il senno.
Le consentîr la libertà: più tempo
Errò, libera pazza; un dì si accorse,
Che scevra era di giogo; e se di nuovo
Co'l pianger lungo a lei fece ritorno,
Qual fido augello, la ragion smarrita,
Tosto sentì che nel suo cor deserto
Vigile e santa una memoria ardea.
Visse d'allor limosinando, e, aperta
Agl'infelici più di lei, sorrise
Come pòrto d'amor la sua capanna.
Quando giunse Lucifero, sedea
Sovra un poco di strame, appo la sponda
D'un povero lettuccio. Un fanciulletto
Pallido, emunto e con la morte in core,
Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata
A la scura parete eravi un'arpa
Lurida tutta e con più corde infrante;
A piè del letto un lacero fardello,
Un nero tozzo, e rovesciata a terra
Una piccola brocca. Il moribondo
Mosse il languido e dolce occhio d'intorno,
E, qual chi una pietosa alma indovina,
Affisò lo stranier tacito, e il biondo
Capo crollando, le sparute e bianche
Mani al petto portò; baciò più volte
Un abitin che gli pendea dal collo,
E:—Vedete, signor, disse, vedete
Com'han ridotto un misero fanciullo!—
E a mala pena sollevando un lembo
De la grezza camicia, insanguinato
Da recente flagel mostrava il petto,
E singhiozzando ripetea: vedete!
Mandò un grido l'Eroe; ferocemente
Rotò il guardo la schiava: il poverino
Mormorava piangendo:
—Eran pur belli
I monti e il cielo de la mia Cosenza!
Ero tanto bambin, povero tanto,
E mi parea d'esser felice! Un giorno
Mi diedero quell'arpa: io canticchiava
Con gli augelli del ciel. Quando lasciai
Il mio tugurio, luccicar su'l desco
Vidi alquante monete: era sì allegra
La mamma mia, ch'io le nascosi il pianto,
Nè le volsi un saluto. Uno straniero,
Ch'altri fanciulli al suo comando avea,
Con sè mi prese: eravam tanti! In giro
Strimpellando le nostre arpe si andava
Per le città, scalzi, soletti, stanchi,
Senza letto, nè pane, al sole, al vento
Alle piogge, alle nevi ed alla sferza
Del rio padron, cui parea scarso il frutto
Di quel nostro accattar cotidïano.
L'altrier, consunto dal continuo stento,
Un fanciullo moriva: e tanti e tanti
N'eran morti così! Ci amavam come
Due fratelli infelici: eravam sempre
L'uno accanto de l'altro. Un dì un allegro
Ritornello io cantava; ei con le scarne
Dita seguía su l'arpa a gran fatica
La mia pazza canzon. Tacquero a un tratto
Le monotone corde: il poverino
Cadde, nè più si rïalzò. Non ebbi
Più memoria di me: fuggii la vista
De l'odiato signor. Mi trovò il crudo
Presso al cantuccio d'una via romita,
Che l'amico piangea; mi picchiò tanto,
Che mi parve morir. Questa pietosa
Da la via mi raccolse.—
Ed additando
Quell'infelice, che gli stava a lato,
Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essa
La sventurata, e si stringea sul petto
L'affannato fanciullo.
In su la soglia
Splende un raggio di Sol; saltella e canta
Un'amorosa cingallegra. Al seno
Le tenui braccia il fanciullin compone,
Guarda in alto, e sorride.
—Oh! non lasciarmi,
Così fra' baci gli dicea la schiava,
Non partire sì presto! Abbandonata,
Vedi? son io; son poveretta e mesta;
Io t'amerò come una madre!—
Un balzo
Diè a tal nome il fanciullo; il moribondo
Sguardo avvivò d'un ultimo baleno,
E fieramente mormorò;—Mia madre?
M'ha venduto mia madre!—
A questa voce
Fuggì il vispo augellino, e a l'aere immenso
De l'oppresso bambin l'alma il seguía.
Tacita, con selvaggio atto, a la sponda
Del letticciòl si accovacciò la schiava;
E tutto ira e pietà fuori a l'aperto
Precipitossi il Pellegrin. Gli ferve
Sotto ai passi la terra; al mar si affida
Subitamente, e ne l'acceso petto
Le remote sospira itale sponde.
CANTO UNDECIMO.
ARGOMENTO.
Canto all'Italia: le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.—Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi genî dell'Arte moderna.—Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio, gazzettiere; un camaleonte onniscibile.—Il poeta Olimpio e la sua dama.—Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino Poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.—Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.
Da le nevate cime
Di quest'alpe famosa io ti saluto,
Di gloria e di dolor magion sublime!
Ti veggio alfin! Qual suole
Nocchier che lungamente erra perduto
Per l'irata del mare onda funesta,
Se da lontan vede la terra e il sole,
Crede a speranza il petto,
Tale al tuo primo aspetto
Dice il mio cor: la nostra patria è questa!
Non io, perchè più terso
S'apra il ciel su' tuoi campi e il Sol sorrida,
D'egregie lodi accenderò il mio verso.
Fra gl'iperborei geli
Avvien talor che rigorosa e fida
Splenda virtù, quando per liete rive,
Ch'àn fragranza di piante e amor di cieli,
Superbe e infeminite
Volgon le umane vite
D'ogni ardito operar pavide e schive.
Chiede animosi petti
L'Eroe ch'io canto ed operosi ingegni,
A cui pari in virtù fervan gli affetti.
E tu che il doppio mare,
Coronata sovrana, inclita regni,
E fra il riso de l'arte e i fior t'assidi,
L'opre gentili e le gagliarde hai care
Così, che altera e grande
Per quadruple ghirlande,
Sorgi su le rovine, e il tempo sfidi.
Te di sottili e forti
Studi educâr gli Etruschi padri, il cui
Pronto ingegno temprâr gli Egizii accorti.
Splendea fra le temute
Armi e gli altari minacciosi e bui
L'aureo foco di Vesta, e fean leggiadre
L'ardue cure del ciel le Muse argute;
Fin che del Tebro al lito
Un fiero ululo udito,
Volâro in grembo a la Cecròpea madre.
Calò dal cielo estremo
L'augel fulvo di Giove, e le saette
A l'audace apprestò lupa di Remo.
Sorge Quirino; al lampo
Del suo brando forier d'aspre vendette
Crollano i troni; da la terra a l'etra
A le vittorie sue piccolo è il campo;
Mentre fra'l suon de l'armi
Echeggian d'Ennio i carmi,
Di Plauto il riso e di Maron la cetra.
Chi siete voi, che a guisa
Di affamati leoni or prorompete
Da le nordiche selve, e, a la conquisa
Madre squarciando il petto,
Sì fier costume d'ogni strage avete?
Ma qual non apre ad avvenir lo sguardo,
E de l'istante ha sol tema o diletto,
Impallidisca e gridi
Al suon dei matricidi
Brandi, e vesta di lutto il cor codardo.
Cantor, che a la palestra
De la vita allenò l'alma e l'ingegno,
I casi ad indagar la mente ha destra;
Spregia il parer fallace,
Che fa pago ed esalta il vulgo indegno;
Sol nume ha il Vero; ombre non teme; sfida
Del presente favor l'aura fugace,
E, profeta a le genti
Di ragionati eventi,
Guarda il passato e a l'avvenir le guida.
Ecco, fuggir dal truce
Cozzo vegg'io dei sanguinosi acciari
Faville che da poi diêr fiamma e luce:
Arde una forte e nova
Anima i petti; a non segnati mari
Gonfia immenso un desio le vele industri;
Fervon le menti e le fatiche a prova;
A chetar l'ire orrende
La libertà discende
D'armi gagliarda e di commerci illustri.
Sorge a la Diva accanto
Disdegnoso uno Spirto, a cui nell'ira
Divien foco il pensier, fulmine il canto.
Superba aquila al nembo
Fida il volo, e combatte; e allor che mira
L'etereo Sol, che d'amoroso dardo
Punge e ravviva al vasto essere il grembo,
Per l'aere ardente e pura
Spaziar gode secura,
E nel fuoco del cielo appunta il guardo.
Egli così le inferne
Sfere lasciando e le pugnaci erini,
Che mortali accendean l'ire fraterne,
E d'ombre orride e d'ossa
Tarda e incerta facean l'orma ai destini,
Errò, divo mendico; al ciel co' carmi
Surse, e attinta del Ver l'aura e la possa,
A inaspettati eventi
Chiamò l'itale genti,
Lor diè vita e parola e patria ed armi.
Dai maledetti avelli
Balzan gli eroi; splendono al Sol gli acciari;
Quei che avversi morîr, sorgon fratelli:
Arde la pugna; stride
L'Arpía de l'Istro; dai venali altari
L'irto Levita invan s'adopra e freme…
Viva il Sabaudo allòr; vivan le fide
Schiere dei nostri eroi,
Viva tu pur, che a noi
Desti i tuoi prodi, e a noi vincesti insieme!
Dove sei tu? Non odi
L'aura del generoso inno, che, schivo
Di tanti ingrati, osa innalzar tue lodi?
Leva dal tuo recente
Sepolcro il capo, e guarda ove ancor vivo.
Più del ricordo, è dei tuoi prodi il sangue.
Qui pugnâr, qui morîr, qui di fulgente
Serto ornò Italia il crine,
Qui le genti latine
Si unîr d'un patto in su'l nemico esangue.
Mira! Un sol tempio accoglie
L'ossa delle due genti, e a lor confuse
Del domato stranier dormon le spoglie.
Dormite! Una parola
Fremono i vostri sonni; e da le chiuse
Ombre di morte una gran luce emerge:
Vivono al raggio d'una fiamma sola
Le umane anime; ed una
Morte le gente aduna,
E ne l'onda del Ver tutte le terge.
Dormite! Al santo amplesso,
Che in una morte e in un amor vi serra,
Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cesso
A la guaína, e cinta
Sol di virtù suoi baluardi atterra.
Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi,
Penetra il mar: cade al suo soffio estinta
L'ira dai petti; e, al pari
Che nei confusi mari
Vedi gl'istmi cader squarciati e scissi,
Cedono al nume il passo
Le domate montagne; a lui da lato
Scende l'italo genio. Odo il fracasso
De le divelte rupi;
Rugghia per li rotti antri il vento irato;
Al martellar degl'inventati ordigni
Tuonan l'opre pe' negri anditi cupi:
Ecco, ne l'ardua gola
Fischia il vapor che vola;
Echeggian gli antri; gli ultimi macigni
Crollan; concordi e pronte
Gridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cinge
Due raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte.
Oh! viva! In armi avvolto
Altri pugni e trïonfi: Amor costringe
In gara industre il genio italo e'l franco!
Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto?
Ne la sanguinea gora
Brenno gavazza ancora?
Di stragi ancor non è satollo o stanco?
Cessa! Di fatuo nome
Tal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo,
Pur che la man ti cacci entro le chiome,
E al giogo ti strascini
D'onor, di libertà, di posse ignudo.
Speglio Italia ti sia, che la severa
Alma composta a' liberi destini,
Già spada, or cuore e mente
De la latina gente,
L'alpe dischiude, e ne la pace impera!
Mentre io canto così, fuor dal recente
Varco de l'Alpi glorïando passa
L'alto Amico de l'uomo, a cui ridonda
Di lampeggianti entusïasmi il petto.
Al meriggiar de le populee rive,
Da secreta virtù vinto, si asside
Là dove con selvaggio impeto corrono
Gli eridànei cavalli, e sveglian tanta
Pei settemplici campi eco di guerra.
Passan su le solenni onde, equitanti
Guerriere ombre di re; svolgesi al cielo
L'allobrogo vessillo, e, tutte chiuse
Ne l'acciar de l'altera indole invitta,
Brillan di pugna le sabaude schiere.
—Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
A piè de la famosa alpe, che pàrte
Le due genti latine, argentea e pura
La tua gemina fonte al Sol risplende,
E di origin comune e d'amistanze
Ne fa sacra la terra. Ivi il fuggiasco
Tra il fraterno furor Genio latino
Auspicando si addusse, e custodía
Bella e secura una speranza in core.
L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse,
Ma non così che al balenar del guardo
No'l ravvisasse una gagliarda e fida
Prole di Berengario, a cui fu grato
Di saggio culto e di pietose offerte
L'alma allegrar de l'esule divino.
Santo allor fu il suo scettro; ara divenne
L'alpe ospitale, e sovra il picciol trono
D'Ausonia il core e l'avvenir si assise.
Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
Ben che d'eccelsa e non ignobil fonte
A te accorrono i fiumi; a te dan vasto
Tributo di sonanti acque; a te, padre
Di feconde pianure, ove nei cheti
Argini la natía possa governi;
Padre d'alte rovine, allor che in ira
Terribilmente imperversando abbondi
Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso
Possiedi i campi, e sugli abissi imperi.
Pari a te da la doppia alpe ne venne
Di Libertà l'almo sorriso: al grido,
Che le pedemontane aure percosse,
Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad una
Sorsero a sgominar le schiere ostili.
Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda
D'anime educatrice, ove al governo
Sieda la Legge, e ne rattempri il corso;
Torbida madre di rovine, quando
Oltre ai segni prorompe, e gl'inconcussi
Campi del Dritto pazzamente invade.—