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Lucifero

Chapter 14: CANTO UNDECIMO.
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About This Book

Divine silence and the fading force of ritual provoke a crisis of faith: priests lament, people laugh, and a rebellious celestial being resolves to incarnate as mortal to test love, action, and redemption. He transforms and descends amid vivid seasonal and mountain imagery, declaring a mission to rouse human thought and contest the authority of heaven. On the Caucasus he encounters a titan who first dissuades him and then listens as the stranger prepares his tale. The narrative alternates dramatic episodes and reflective passages, addressing critics and exploring themes of artistic vocation, freedom, struggle, and the possibility of human salvation through love and deeds.

CANTO NONO.

ARGOMENTO.

Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.—Pettegolezzi divini.—Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.—-Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.—Apostrofa alla Spagna.—Arriva nel nuovo mondo.—Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.—S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.

      Con quest'alte speranze e queste cure
    Si partiva l'Eroe, mentre più vasto
    Per la rigida notte infurïava,
    Turbinando, l'incendio. Arder parea
    La terra intorno, e correr sangue i fiumi,
    E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni,
    Come abisso di morte, aprirsi il cielo.
      Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzo
    Dei feroci olocausti, e balzâr tutti
    Fuor del sonno i Celesti, a quella guisa
    Che sbucan da le pingui arnie ronzando
    Le pecchie industri, allor che il dispettoso
    Villan, che con obliquo animo guarda
    Al prospero vicin, l'aride ammucchia
    Secce del campo, e presso agli alveari
    Gitta la fiamma e, pago il cor, s'invola.
    Sorser così l'alme beate, e primo
    Al veroni del ciel, trepido, ansante
    Di recidiva voluttà, la via
    S'aprì quel di Gusmano, un tra' più forti
    Zelatori del Cristo, e:—Li han bruciati,
    Li han bruciati? dicea; son tutti rei,
    Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo,
    Sol di roghi la terra!—
                            —Ah! ch'io li veggia,
    Gridava dietro a lui, feroce in vista
    Il terror di Toledo; e con aperte
    Nari spirava quella crassa, impura
    Mefite, che a le fiamme orride mista
    Gli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo;
    Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor beva
    De le ree carni abbrustolate, ascolti
    Il rantolo supremo, e sperda a' venti
    Con questa man la polvere esecrata!—
    Sporge in tal dir la gialla testa, in cui
    Pochi, duri quai chiodi alzansi i crini;
    Schizza sangue dai tondi occhi; le adunche
    Scarne man vibra come artigli, e, tutto
    Tremito i polsi, la sanguinea bocca,
    D'un lungo, giallo e mobil dente armata,
    Fra la bava spalanca, e rauchi e fieri
    Urli interrotti da le fauci avventa.
    A l'aspetto feroce inorriditi
    Portan gl'innocui serafini al volto
    Le miti ali e le palme; e solo allora
    Che sentîro il clamor de le sorgenti
    Dive, si diêro a sogguardar furtivi
    Fra le dita e le penne. In simiglianza
    Di pingui anatre, allor che da l'erbosa
    Riva, ov'ebber più tempo ombre e pastura,
    Al subito apparir d'un orgoglioso
    Cigno, di laghi imperator, si danno
    Clamorose a fuggir; sbatton le brevi
    Ali pe'l lido, e tra le canne e i giunchi
    Del padule vicin tuffansi in frotta;
    Folte così, così confuse e punte
    D'improvviso timor sorser le dive
    Da le tiepide piume; e, tutta a un'ora
    La rigida modestia e il curïoso
    Sguardo dei circostanti angeli e il loco
    Dimenticando, fuor dai nivei pepli
    Libere consentían le rosee forme,
    Che, fresche, acerbe e roride sì come
    Pesche soavi che l'aurora imperla,
    Inducean le celesti anime a un senso
    D'indefinita voluttà. Le vide
    Da l'antico suo seggio il profetante
    Re di Sïonne, e abbandonata al piede
    Caddegli la vocale arpa; nel petto
    Fiammeggiò tutto; e già fuor dagli avari
    Occhi e fuor da le labbra avide il senno
    Senz'altro gli fuggía, se non che a tempo
    Sopravvenne il divin Padre, e d'un cenno
    Le impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco,
    Di sotto il braccio egli venía soffolto
    Da la diva Teresa: una vegliarda
    D'Àvila, ossessa da Gesù, che al vano
    Piacer, che le vulgari anime adesca,
    L'involò tempestivo; ond'ella, esperta
    Del futil gioco de la rea fortuna,
    Al suo divo amator l'alma concesse.
    Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terra
    È il nome suo. Ringiovanita e bella,
    In pregio de le sacre estasi, al Nume
    Dilettissima vive, e a lui sorregge,
    Antigone pietosa, il passo infermo.
      A l'appressar del Dio, taciti arretransi
    I minori Celesti, e in duo partita
    S'apre la folla riverente. Un aureo,
    Morbido seggio ivi s'ergea: stupenda
    Opera di ricamo, in cui la diva
    Lucia, maestra d'ingegnosi uncini,
    Esercitata avea tutta ad un tempo
    L'ammirabil perizia. A lei ministre
    Furon le vigilanti ore, e compagna
    La rigida pazienza; e non di perle,
    O di rari smeraldi e di rubini
    La cara opra abbellì, ma, tutti presi
    I riposti, ozïosi astri dal fondo
    Dei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refe
    Adamantino, e al divin seggio intorno
    Con sottile d'acciaro ago l'infisse.
    Ivi il Nume si asside; il formidabile
    Sopracciglio fatal tre volte inchina,
    Scote tre volte l'ambrosia canizie,
    Serra il valido pugno; e al cenno usato
    Svegliasi da le sante arpe il concento
    Dei melodici salmi. Apresi il varco
    Tra' folti angeli allor la previdente
    Brigida, e tutta rigorosa, in vista
    Di profetessa, al vecchio Iddio d'innanzi
    Piantasi; e il fren già già scioglie al facondo
    Favellar, che Gesù destale in core,
    Quando il buon Dio con subita rampogna;
    —Brigida, figlia mia, le dice, smetti
    Per carità l'antifona noiosa:
    La san perfino i paperi: i soldati,
    Che legaron Gesù, fûr centocinque;
    Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia,
    Novantadue; le prezïose stille
    Del sangue, che sul Golgota egli sparse.
    Due milïoni; centomila gocce
    Di sudor; cinque piaghe, oltre la sesta
    Rivelata al dottor di Chiaravalle…
    Ma, per pietà, finiscila una volta
    Quest'insulsa scilòma!—
                            Indispettissi
    A tal parlar la vergine Maria,
    E con umile sguardo e cor severo:
    —Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo,
    In verità questo parlar non parmi
    Degno di voi! Che! non vi par ben fatto,
    Che si onori mio figlio?
                            —E figlio nostro!
    Battendo l'ali e pipilando, aggiunse
    Il Colombo divin; Brigida a dritto
    Lo ricorda ai beati!—
                          —Aüf! rispose,
    Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio;
    Io non ne posso più di questo eterno
    Bisticciar fra di noi! Non son padrone
    D'aprir la bocca e darle fiato! Questa
    Divinità, che non è tre nè uno,
    Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altro
    Me ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo,
    E tre son troppi!—
                       Ammutoliron tutti
    A l'acerba parola. Allor lo sguardo
    Gittò il Dio su la terra; e poi che, a schermo
    Del raggio dei vicini astri, la mano
    Tremula pose tra la fronte e il ciglio,
    E affisò lungamente, un sospir trasse
    Dal cor profondo, e, in tuon grave e solenne:
    —Quello, disse, è un incendio!—
                                     Al suon temuto
    De la voce di Dio restâro immoti
    Gl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti,
    E, pago il cor del rivelato enimma,
    Tornò ciascuno a le celesti alcove.
    Non però torna il re dei Numi, o al sonno
    Crede le membra, abbenchè lasse: in parte
    La più remota ei si ritragge, e seco
    Vien la scorta sua fida. In sui ginocchi
    Questa gli s'adagiò; tutto gli prese
    Fra le morbide mani il capo augusto,
    E il baciucchiò teneramente. Assòrto
    In un triste pensier nulla ei sentía
    La dolcezza dei baci; ond'ella in fronte
    Li astuti gli figgendo occhi d'amore:
      —Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggo
    Nel tuo pensier, mesto sei tu. Pensoso
    E tacito così, mai non mi fosti
    Da parecchia stagion. Ti vien vaghezza
    Di sparger di novelli astri la faccia
    Dei firmamenti? Ebben, parla: al tuo detto
    Sorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegni
    La superbia de l'uom? Fulmina: è tua
    L'eternità!—
                 Sorrise amaramente,
    Scrollando il capo, il divin Padre, e,—Acerbi
    Fatti, rispose, al mio pensier tu chiami,
    E quasi punta di crudel sarcasmo
    Tu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni,
    Credula come sei, porta la fede
    La semplicetta anima tua; veleggi
    I cari regni de l'amor, nè sai
    Quanto abisso di morte e di dolore
    Sotto a questi vegghianti astri si celi!—
    Punse tal favellar l'orgogliosetta
    Alma di lei, che tutti aperti e chiari
    I misteri del ciel correr presume,
    E, di vivo rossor la guancia accesa:
      —E che dunque, esclamò, questa mi vale
    Presenza tua, se al guardo mio si asconde
    Parte alcuna del ver? Veggente e diva
    Sol di nome son io, quando sostieni,
    Che, di tenace error l'anima avvinta,
    Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva!—
    E a lei con dolce, carezzevol piglio,
    Palpando il collo flessuöso e il crine
    Rispondeva il buon Dio:—Già da gran tempo
    Io'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buona
    Finchè si va a' tuoi versi, e ti si corre
    Dietro senza neppur farti uno zitto;
    S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altro
    Tu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpa
    È tutta mia! T'ho ridonato il riso
    Di giovinezza; il cor t'ho schiuso a' facili
    Vaneggiamenti d'un celeste affetto,
    Tutti inutili doni! Altro or tu chiedi
    Del mio paterno amor non dubbio segno?
    Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta!—
      Smesse il labbrino, e radïò d'un riso
    La bellissima santa, e, poste al seno
    Con garbo puëril le braccia in croce,
    Si guardò, s'assettò, scosse la bruna
    Testa, a svïar dal fronte piccioletto
    La crespa ed odorata onda del crine,
    E tutta ne l'udir l'anima accolse.
    —Non sorrider così, cominciò il Nume
    Con sospirosa voce; occulta, orrenda
    Cosa io dirò, tal che nessun finora
    Ascoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosse
    Di tal secreto e dei miei casi a parte,
    Rubellarsi vedresti al regno mio
    Le angeliche sostanze, e qual notturno
    Spirto d'inutil sogno irne in dileguo
    La mia superba autorità. Se dunque
    Di tanta confidenza oggi t'eleggo
    Secretaria e custode, e tu ten mostra
    Degna co'l seppellirla entro al tuo petto.—
    Co'l tenue capo d'assentir fe' cenno
    La santa giovinetta, e portò al core
    La man picciola e bianca. Il guardo in giro
    Mosse il canuto Iddio; piegò la bocca
    Su l'orecchio di lei; la man distesa
    Fra la bocca e l'infida aria interpose,
    E mormorò:—Nulla son io, non sono
    Che un forte e secolare incubo, imposto
    Da la paura al sonnecchioso Adamo!
    Guai se si sveglia, guai!—
                               Balzò a tal detto,
    Come da subitano estro compunta,
    La dea, che bruno e inanellato ha il crine,
    E pallida, stupita, senza voce,
    Senza moto restò, tal che scolpita
    Immagine parea. Sciolse ad un tratto
    Al pianto insieme e a la parola il freno,
    E, battendosi il petto:—Ah! disse, è vero,
    Che Dio mi parla? E non è sogno il mio?
    Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono?
    O tremenda parola, ahi! s'è pur vero,
    Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo,
    Tosto in fiamma ti cangia, e questa mia
    Vuota sostanza incenerisci e annienta!—
    Poi riprendea:—Tu non sei Dio? Non sono
    Opera di tua man questi diffusi
    Mari di luce e questo ciel?—
                                 Tal suona
    La fama, è ver; ma in verità, te'l dico:
    Assai prima ch'io fossi erano i cieli.—
    —Ma la terra, ma l'uom?—
                              —Tu accenni al loco
    Del nascer mio: l'uom, già mio servo, è fatto
    Di Lucifero alunno!—
                         —E a che dormenti
    Lasci i fulmini tuoi? Già nel terrore
    Terra e cielo avvolgeano.—
                               —Ha tal d'acciaro
    Il pensiero de l'uom scudo ed usbergo,
    Che le saette mie sfida e dispregia!
    Ahimè! vicino ai regni miei già miro
    Torbidi sovrastar gli ultimi soli!
    Già tapina esular di terra in terra
    Veggio tra le fugate ombre la Fede;
    Con flagello di foco insta, ed incalza
    Lucifero; lo scherno odo e il sogghigno
    De l'incredule genti; e s'io qui resto
    D'ozî vulgari e di silenzio avvolto,
    Qui tra poco vedrem superbo e forte
    Sorger sovra il mio trono il mio rivale!

      Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla,
    Fra il disinganno incerta e la paura
    L'anima balza, e si scompiglia il senno.
    Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crine
    Rompe in subite risa; il lembo estremo
    De le candide vesti in su la bella
    Testa rivolge, e così a mezzo ignuda,
    Una strana canzon canterellando,
    Per la reggia del ciel sgambetta, e ride.
      Molte fiate tornò limpido e lieto
    Su la terra il mattin; molti su' fiori
    Versò brine dal grembo e rai dal crine
    La bellissima Aurora; e chiuso intanto
    Entro al mondo de' suoi splendidi sogni
    L'alto oceán Lucifero trapassa.
    Poi ch'a la rea città volse le spalle,
    Non d'Albïon la tetra aere, o le cupe
    Arti cercò, per cui rigida e avvinta
    Nei suoi ferrei statuti il mar governa;
    Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliarde
    Stirpi, a l'onor di libertà ridéste,
    Dal magnanimo cor volse un saluto.
    —Voi felici, esclamò, quando su'l dorso
    D'un ignifero pin credeasi ai flutti,
    Voi più volte felici, ove, le impronte
    Ire dimesse e le civili erinni,
    Tutte verrete a far corona e scudo
    Al sabaudo monarca! Ai suoi governi
    Arti oblique e malfide armi, riparo
    Di trepidi tiranni e d'alme imbelli,
    Ei non invoca, anzi dispregia. Illustre
    Germe di prodi, e prode anch'ei, la spada
    Sovra il capo degli empî alza, e al consiglio
    Di sola Libertà l'anima assente;
    E, in bionda età senno canuto, alteri
    Ai sovrani del mondo esempi insegna.
    Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tanto
    Dagl'iberici petti anco si cura
    Libertà con giustizia, a lui d'intorno
    Serratevi, e del cor, più che del braccio,
    Custodite il suo trono! Ira di avverse
    Parti, d'invidia alimentate e d'oro,
    Romperà allor contro al suo piè, qual foga
    Di torbidi torrenti ad ardua rupe;
    Da le rive del Tebro, auspice amica,
    Sorriderà l'itala donna al raggio
    Del fraterno vessillo; e su la sponda
    De l'orgoglioso Manzanàr la diva
    Libertà, le robuste ali raccolte,
    Gioirà l'ombra dei sabaudi allori!—

    Così mescendo vaticinî e voti,
    Varca i mari d'Atlante, ospiti al gregge
    Degli ondivaghi mostri e a l'improvviso
    Da l'uom domato imperversar dei nembi;
    E tu, assiso a la prora, in simiglianza
    Di grandissima fiamma eri, o Colombo.
    Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruote
    Dei fiammanti uragani; urlano al vento
    I segati cicloni, e nei profondi
    Baratri incatenate, a l'uom che passa
    Le procelle del mar piegano il dorso.
      Salvete, inclite rive; e tu, gagliarda
    Libertà, salve! O sia, che de l'aeree
    Ande selvose ami la vetta, asilo
    Del superbo condoro; o che ti piaccia
    Spazïar le insegnate acque, o fra l'ombre
    Di vergini foreste errar su'l dorso
    Del corrente giaguaro, il cui ruggito
    Quando sorge o tramonta, il Sol saluta;
    Grande ognor, se dal doppio istmo le schive
    Genti nei socïali ordini aduni;
    Grande, se per deserti orridi il grido
    Al perpetuo ulular mesci dei venti,
    O più t'aggrada perigliarti al balzo
    Di sonanti cascate, e dar concento
    Di selvagge parole ai boschi e al cielo.
    Tu nei golfi insüeti il pino ibero
    Primamente accoglievi, e le ritrose
    Stirpi, di vesti e d'ogni culto ignude,
    Con lungo studio riducevi al rito
    De' giapetici imperi. Onde fu visto
    Spezzar lo strale e abbandonar le selve
    Il fierissimo Pampa; e giù dai monti
    De l'indomo Uraguai scender l'imberbe
    Nomade che il color d'ambra ha nel volto;
    E, al corpulento Patagòn commisto,
    Dal profondo Orenòco erger l'ignude
    Membra pasciute di schifose argille
    Lo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo,
    Tua mercè sola, del civil convegno.
      Per le vaste città, fra' popolosi
    Commerci, a respirar l'aure vitali
    Di quei giovani climi, al mondo ignoto,
    Lucifero s'avvolse, ed aureo raggio
    D'alte speranze e virtù nuova attinse.
      Un dì per le sonore ombre movea
    D'un'intatta foresta. Invïolate
    Da umana scure, indocili al veggente
    Raggio del Sol, gelosamente intesti
    Tendon le secolari arbori i rami,
    Ove di tutte sue virtù ad un tempo
    Le sconosciute pompe Iside spiega.
    Come in tempio infinito, ivi si aggira
    La divina matrigna, e tutta appella
    Sotto agli sguardi suoi dai varî climi
    La numerosa vegetal famiglia,
    La qual, superba de la dea presente,
    Rigogliosa e gigante occupa il cielo.
    Giovinetta immortal, sotto a' suoi passi
    Balza la bella Primavera, e, stretta
    Con insolito amplesso al fresco Autunno,
    Tempra l'aure vitali; e quando i rami
    Di mai veduti fior l'una inghirlanda,
    L'altro, furtivo sorridendo ai fiori,
    Con selvatica man gli arbori impoma.
    Con temperie diversa al loco istesso
    L'arborea felce ivi tu ammiri accanto
    Al rigido lichene; a' molli orezzi
    Dei vitali palmîzi, a l'odorate
    Del profetico cedro ombre ospitali
    Svolgon le foglie flessuöse e snelle
    Le giganti gramigne, e sempre verdi
    Spiega l'artico musco i suoi tappeti.
    Qui l'indico banano apre le braccia
    Provvide indarno di nettaree frutta;
    Qui, impervio ancora al trafficante avaro
    D'ingrati climi e da ogni ferro intatto,
    Serba il purpureo sandalo odorato
    Le rosee tinte e la gentil fragranza;
    Qui, stupendo a saper, quella s'innalza
    Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri
    Da le rocce infeconde erger la scarsa
    Chioma e scovrir le povere radici
    Fuor del sasso natío, mentre co' rami
    D'ogni ombra avari si trastulla il vento;
    Ma egregia pianta e prezïosa, allora
    Che al nascente mattin, fuor dagli aperti
    Libri deriva, e versa intorno un'onda
    Di balsamico latte. A lei, se tanto
    Gli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra,
    Corre il nomade adusto, e leva un grido
    D'insolita letizia; trafelanti
    I figliuoletti accorrono, e, d'attorno
    Tripudïando al caro arbore, il labbro
    Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core.
    E ove te lascio, o provvido e pietoso
    Abitator di torride contrade
    Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi
    Dirittamente come palma, e vinci
    Pur la palma in virtù, ben che a lei pari
    Sovra l'ispido tronco, a mo' di piume
    D'orgoglioso pavon, spieghi le foglie.
    Tu al dipinto Indïan, che nulla ha cura
    Di curvi aratri e di lanosi armenti,
    Non pure offri spontaneo asilo e cibo,
    Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno,
    Di schietta acqua e di pan candido e dolce
    E di liquido latte e di vin puro
    E di vesti e di case e d'ogni adatto
    Utensile il provvedi; ond'ei, null'altro
    Studio avendo e ricchezza, a l'ombra amena
    Dei rami tuoi beato i dì produce.

      Ma chi tutta diría la pompa e i mostri
    Di quei vergini climi? Ivi l'irsuto
    Cacto grandeggia, come cereo immane;
    Ivi a quella di Pesto emula ignota
    L'odorato e gentil calice innostra
    Di Belvèria la rosa; ivi quanti hanno
    Onoranza e virtù di prezïosi
    Medici succhi, o nominanza orrenda
    Di fulminei veleni, indifferente,
    O sien radici o fiori, Iside spiega.
      Passa l'Eroe solo e pensoso. Ingombri
    D'intrecciate vainiglie e di lïane
    Lunghissime a le chete aure pendenti
    Sovr'esso al capo suo chiudonsi i rami,
    E or di cupole in guisa, or di cortine,
    Or di fioriti padiglioni e d'archi,
    Lussureggian di aspetti e di colori
    Al queto occhio di lui. Di strane voci
    E di strilli e di fischi e di pispigli
    Suonan l'aure d'intorno; odi a la lunga
    Romoreggiar di vaste acque, e tra' rami
    Frusciar d'ale infinito; e, a far più viva
    Quella solenne immensità, vaganti
    Stormi, non sai se d'animate gemme,
    O di fiori volanti, o ver di augelli,
    Tra le foglie s'inseguono, o procaci
    S'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccio
    Stupidamente al ciel mandano il grido.

      Sente il superbo Vïator quell'ampia
    Solitudin di cose; e al tanto aspetto
    De l'eterna rival l'animo esalta,
    Come rubusto ed animoso atleta,
    Che pronto e fiero in sul diviso aringo
    L'avversario mirando a lui di fronte
    Qual fondato edificio alzar le membra
    Valide e salde e provocar l'assalto,
    Ne l'impavido cor crescer più sente
    L'anima avvezza; agli allenati fianchi
    Batte le palme; le nodose braccia
    Brandisce, e, ardente di slanciarsi il primo,
    Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido.
    Precorreva l'Eroe gli anni; ed al volo
    Di splendide speranze il cor donando
    Nuovi trïonfi del Pensier vedea
    Su l'immensa natura; e:—Verrà giorno,
    Madre altera, dicea, che queste occulte
    Tue sedi, onde ti piaci, e la selvaggia
    Verginità di questi boschi al rito
    Dei nostri aratri ubbidiran. Da queste
    Sconosciute vallèe, mutati in lievi
    A lo spiro dei venti ampii navili,
    Quest'ardui tronchi correran su' flutti;
    E rigogliose e riverite, assai
    Più di queste a te sacre are romite,
    Genti e città qui fioriranno al raggio
    Di benefiche leggi. Altero e cinto
    Di tutto ardir qui nel tuo grembo, aperto
    Da l'industre fatiche, e monti e abissi
    Sorvolerà l'uman genio; e tu, rasa
    Di ciechi orgogli, ov'or superba e ignota
    Spieghi ne l'ombre il tuo possente impero,
    Sotto auspicio miglior sorger vedrai
    L'opre e i commerci de l'Arìane genti.—
      Così dicea, gli anni veggendo, allora
    Che tra' folti cespugli, in capo al verde
    Tortuöso sentiero un gli si offerse
    Pensieroso pitèco. A un'indïana
    Canna appoggiato, a lenti passi e gravi
    Egli si avanza, a guisa d'uom che al peso
    D'un ingrato pensier l'animo inchina.
    Al rigido cipiglio, a la rugosa
    Faccia, ov'ispida e grigia al muso intorno
    Fa due siepi la barba, un lo diresti
    Anacoreta pio: tal forse apparve
    Il santo onor de l'arenosa Coma,
    Quando, schivo del mondo, a' più deserti
    Lochi a far guerra co'l dimòn si addusse,
      Visto appena l'Eroe, forte uno strillo
    Mise, e incontro balzògli, a quella forma
    Che al petto del fratel corre il fratello,
    Poi ch'oltre i monti e i mari errò lunghi anni
    Fuor del tetto paterno. Si ritrasse
    Lucifero, e al bizzarro ospite a mezzo
    Con la riversa man lo slancio ardito
    Troncò. Di subita ira egli s'accese,
    La lunga coda saettò, battè
    Rapidamente le palpebre bianche
    E i labbri sottilissimi, e in acute
    Voci proruppe:
                  —O to', non siam fratelli?
    Non siam da un padre sol tutti discesi?
    O che crede davver, che sia piovuto
    Dal paradiso, e che il signore iddio,
    Tolto il mestiere di burattinaio,
    Sia sceso in terra a prendersi la bega
    Di plasmarlo a su' immago? Ih! levi l'unto!
    Le manca proprio il sale! E che cipiglio!
    Che fumi! Si diría ch'ha il sole in tasca.
    Guardi un poco il su' cranio e questo mio,
    E poi mi sappia dir!—
                          —Molto sapiente
    E molto ameno in ver tu sei, rispose
    Lucifero, e fior fior del labbro arguto
    Un sottil sorridea riso tagliente;
    Or sì che possiam dir, che in ogni dove
    Penetra il raggio di Sofia! Ma nulla
    Meraviglia ho di ciò: molti a te pari
    Han dottrina fra noi!—
                           —Nè meraviglia
    Certo esser dee. Che! Forse a voi soltanto
    È concesso il sapere? Oh! guarda un poco,
    Che la madre natura abbia a lor soli,
    In grazia de la lor vertebra ritta,
    Nascosto fra la zazzera e gli orecchi
    D'ogni cosa il bernoccolo! Ma smetta;
    Le son borie, non più. Qui fra quest'ampie
    Solitudini nostre anche sorride
    De la Scïenza avvivatrice il raggio;
    E fratelli siam noi! Da la materna
    Asia, ad ambe le specie inclita culla,
    Venne a catechizzar le nostre genti
    Un vecchio, dotto e reverendo urango,
    Dal cui labbro eloquente a noi fu tutto,
    Dopo lunga ignoranza, il ver palese.
    Bocca d'oro ei fu detto e adamantino
    Senno. Ma poi che ad esplorar qui venne
    Non so qual'orda di dottor tedeschi,
    L'abbindolaron sì, ch'ei svelò tutta
    E distillò nei lor cervelli adusti
    La peregrina sua scïenza; ond'essi,
    Gazze vestite de le penne altrui,
    Or di tanto saper fan mostra al mondo.
    Sì; fratelli noi siamo! Ei ce l'ha detto
    Le mille volte, ed io te lo ricanto
    Per tuo dispetto su la faccia: O figlio
    Di scimmia, addio!—
                        —Per un par tuo, ragioni
    A meraviglia. Una catena immensa
    Iside ha in mano, e non avvien che mai
    Nel crear s'interrompa: ogni vivente
    Specie è un anello, ed un anel noi siamo
    De l'immensa catena, il più perfetto
    Finor, l'ultimo no. Ciò non vuol dire,
    Con buona pace del dottor gorilla,
    Che l'uom da voi discende, o ver ch'entrambi
    Han comuni le doti e il nascimento.—
    —Sissignor, vuol dir questo, appunto questo;
    La non m'esca dal rotto de la cuffia:
    Noi siam fratelli, siamo uguali, e uguali
    Dritti abbiam su la terra. O sta' a vedere,
    Che l'universo sia creato apposta
    Per far comodo a loro! Un giorno o l'altro
    Lei vedrà, mio signor gonfio di vento,
    Se noi libere scimmie incivilite
    Verrem fra loro a reclamar tal dritto!—
    —Provatevi! Ci son gabbie e catene,
    Fra cui strette per ben, sarete esposte
    A dar di voi spettacolo ai fanciulli!—
    —Lei non sa che si dica! Io le perdono,
    Perchè sono evangelico! O che crede,
    Che noi libere scimmie incivilite
    Non siam buone a far nulla? Che mi ciancia!
    Noi siam da più di loro! E le par poco
    Saltar pei rami, saccheggiar foreste,
    Gioir la voluttà per fin da soli
    Senz'aiuto d'amica? Oh! s'è pur vero
    Che il ver somiglia a l'olio e viene a galla,
    Nostro sarà il trïonfo. Io pure, io stesso
    Predicherò l'origine comune,
    L'eguaglianza dei dritti in fra le specie
    E la comune libertà! Dovessi
    Suggellar co'l mio sangue il parlar mio,
    Vuo' diventare apostolo; e, infilati
    Giubba e guanti ancor io, salir su l'alta
    Cattedra di Darvino a dar responsi!—

CANTO DECIMO.

ARGOMENTO.

Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura.—Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno.—Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore.—La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma.—Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.—Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.—Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.—Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.—La schiava nera e lo schiavo bianco.

    Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghi
    Co' crepuscoli al piè la notte amica;
    E di mille colori ornati e cinti
    Le si sveglian sul capo astri e pianeti.
    Malinconica e muta ella riguarda
    Ai rei travagli de la terra, e spira
    Le brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno.
    Salve, o splendida notte, inclita madre
    Di dolcissima quiete, o che ti piaccia
    Covrir d'ombre pietose amor furtivo,
    O svelar tutta a uman guardo l'audace
    Visïone degli astri e l'universa
    Armonia, che ne fura invido il sole.
    Da le cupe foreste, ove si aggira
    Il signor de' miei canti, io chiamo indarno
    La bellezza dei tuoi Soli e le gemme
    Dei tuo' cento diademi: a Lui non uno
    Splende dei raggi tuoi; sol dentro al petto
    Gli arde la luce de le sue speranze.
      In compagnia de' suoi fantasmi, a pena
    Ei de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passo
    Fuor del dritto sentiero, a una deserta
    Arida balza d'ogni vita priva
    Era intanto venuto. Irte d'intorno,
    Come a guardia del loco orrido e scuro,
    Rupi e monti s'ergean squallidi a guisa
    Di biancicanti scheletri; fuggía
    L'ingrato aspetto e s'ascondea la luna
    Fra le nubi correnti, e imprigionato,
    Come chiuso leon che tenti un varco,
    Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento.
    Ivi l'Eroe si assise. Un'insüeta
    Punta di fame gli mordea le parche
    Viscere, e dentro al seno arido e stanco
    Una brama di vive acque e d'aperto
    Aere e di luce gli serpea. Sgomento
    Non però n'ebbe al cor; ma con superbo
    Animo accolse la terribil prova,
    Poichè gli è grato comportar travagli
    Pari a ogni altro vivente, a cui l'amica
    Forza del pane il mortal corpo allena.
    Vago di nuovi casi, occhio ei non piega
    Ad alïar di lusinghevol sonno
    Da la tacita e grave aere cadente;
    Ma nel caro pensier volge le prove
    Dei suoi buoni mortali, e traforate
    Alpi vagheggia e aperti istmi e volgenti
    Per lo seno del mar parlanti elettri.
    Su per l'aride rocce ode in quel punto
    Come un confuso affaccendarsi e rotto
    Fruscío di penne e sibilar, che agguaglia
    Suon che mandi uman labbro e noto segno
    Di cacciator, quando tra' folti grani,
    Di cui mareggia interminato il campo,
    Modula il fischio a ravvïar l'amico.
    Ma voci eran d'augelli, a cui concessa
    È una strana virtù: fischiano al vento
    Siccome uomini veri, e illudon l'alma
    Di qualche afflitto pellegrin, che, pèrso
    Ogni spirto di lena e abbandonato
    D'ogni raggio di speme e di salute,
    Su l'inospite landa il corpo gitta.
    Ben al grido fallace a mala pena
    Sul digiun ventre ei talor sorge; a l'aura
    Tutta la fuggitiva anima intende,
    E forse in quel momento al cor gli torna
    Il dolce aere natío, l'abbandonata
    Casa paterna e de la madre il pianto.
    Sorge, aspetta, ricade, si strascina
    Delirando fra' sassi; a un grido estremo
    Schiude l'aride labbra, un rauco suono
    Gli geme entro la gola; adugna e morde
    L'avara terra; e il ciel rigido intanto
    Sovra il capo di lui splende e sorride.
    Così a le disperate anime insulta
    La beffarda natura!
                        Al suon fallace
    Sorse l'Eroe, nè stette in forse.—Or tutto
    Convien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri;
    Arida e morta è questa valle, e segno
    Di salute non ha; vadasi.—E preso
    L'aspro sentier, non pria l'orme contenne,
    Che un ampio fiume e la foresta attinse.
      Chiare e sonanti dirompeano l'acque
    Fra due tra loro opposti e coronati
    Di negra selva smisurati monti,
    Al cui piè si stendea facile e molle
    D'erbe infinite ed odorose il piano.
    Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miri
    Biancheggiar da la lunge al cheto sguardo
    Dei radïanti plenilunî, un'ampia
    Vela il dirai, che il marinar su' negri
    Aprici scogli a rasciugar distese;
    Ma se più ti fai presso, un fragor cupo
    D'immense acque tu senti; al ciel, conversa
    In polve minutissima, tu vedi
    Balzar la ripercossa onda, e in un velo
    Confonder gli astri ed annebbiar la valle.
    Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte,
    Ove men cupe si schiudean le sponde,
    E avean meno di bosco ombre e paure,
    La fresca linfa disïando, scese
    Per la lubrica china; insinuössi
    Fra' canniferi greti, e ne le cave
    Palme attingendo i prezïosi umori
    Ricrëò l'arso petto; ambe ne l'onda
    Con giocondo piacer le braccia infuse,
    E battendo le pure acque, più volte
    Ne spruzzò, ristorando, il volto e il crine.
      Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbe
    Del cammin tanto e de l'ingrata arsura,
    Che un vicino il percosse ululo e un lungo
    Scoppio di strida e di commosse voci
    Varie, acute, incessanti. Ad improvvisi
    Urti crollavan bruscamente i rami
    De la selva vicina, e quindi e quinci
    Confusamente saltavan strillando
    Le aggredite bertucce. Il piè ritrasse
    Dal margo sdrucciolevole, e a la sponda
    Lucifero balzò; lo sguardo in giro
    Mosse esplorando: tenebroso intorno
    L'aere gemea, mentre due roggi, acuti
    Punti fendean, come infocati dardi,
    Sinistramente de la notte il seno.
    Muti muti pe'l negro aere procedono
    Or cheti e lenti, or saltellanti e rapidi;
    Or tra cespugli del sentier s'involano,
    Or più vicini e più funesti appaiono.
    Sta Lucifero intento; e, certo omai
    Che insidiosamente a lui si appressa
    Il terribil giaguaro (un'omicida
    Belva, che, a par del tigre agile e grande,
    Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno,
    E boschi e fiumi d'ogni strage infesta)
    Tenea l'anima accorta in due sospesa:
    O che indietro si tragga e si nasconda
    Nel contiguo canneto; o su l'aperto
    Sentier l'orrida belva aspetti al passo.
    Senno miglior questo gli parve; e, tutta
    Con alato pensier l'alma percorsa
    E con subito sguardo il loco intorno,
    A la lotta si accinse. Era in quel punto
    Tra' fitti rami penetrato un fioco
    Raggio di luna. Un aspro, arduo macigno,
    Ivi a caso giacea: dai circostanti
    Gioghi a valle caduto, una regale
    Possa parea, cui da' superbi troni
    Una vendetta popolar sconfisse.
    A lui corse l'Eroe; con ambe mani
    L'afferrò, lo levò: le ferree braccia
    Sovra il capo distese; un dietro a l'altro
    Pontò i validi piedi, e tal si tenne
    L'irto mostro aspettando. Orrido un grido
    Manda la belva, e caccia fuor dagli occhi
    Sanguinosi baleni: a terra il bianco
    Ventre ingordo distende; i fulvi arruffa
    Peli del dorso, e di serpente a guisa
    Strisciando si divincola. Qual suole
    Paziente pescador, che, intento a l'amo,
    Entro a le trasparenti acque del lago
    Vede a un tratto guizzar cefalo o trota,
    Quanto più può su' nereggianti sassi
    Fermo, senza respir tiensi; l'avvezza
    Destra, che regge la pieghevol canna,
    Serra validamente, e, vista appena
    Pullular l'onda e tendersi la lenza,
    Fuor, con subita stratta, a l'aere avversa
    Trae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce;
    Così tutt'occhi e senza voce o moto
    L'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta,
    Che con feroce voluttade allungasi
    Su l'erboso sentier, vibra l'accorto
    Sguardo, e sbuffa così che par che rida.
    Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assalto
    Tentò un passo impaziente, e scagliar finse
    L'elevato macigno, urlò, ritrassesi,
    Il corpo agglomerò, sul ventre osceno
    Strisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardo
    Si vibrò. Mugulare odi a l'intorno
    La valle ampia e tremare arbori e rupi,
    Non però il petto de l'Eroe: di tutto
    Polso ei sostien l'ampio macigno; al fiero
    Assalitor fermo l'oppone, e al petto
    Gliel dà così che lo travolge, A terra
    Piomba la belva, e non sì tosto il suolo
    Sfiora co'l dorso, che di pria più fiera
    Salta, e si avventa a più mortale assalto.
    Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bava
    Vomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni verso
    Pazzamente si vibra, e senza posa
    L'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi.
    Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'ira
    Smisurata del cor, che giù d'un crollo
    Rovina anch'ei su la percossa belva.
    Or più fiera è la lotta: in un sol groppo,
    Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche,
    Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cielo
    Di rauche voci e di ruggiti; a rivi
    Sgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvinti
    Ferocemente in amplesso di morte
    Balzan, piomban, s'avvoltan, si precipitano
    Fra le spine, fra' sassi e le nemiche
    Tenebre. A l'orlo d'un burron vicino
    Vengon così. Pende sul negro abisso
    Una fitta boscaglia, a cui la foga
    Dei sonori torrenti ignude lassa
    Le nodose radici. Ivi, protette
    Dai folti rami, e dal burron difese,
    Godean sede tranquilla e secol d'oro
    Una tribù d'amene scimmie. Il fiero
    Caso le tolse agevolmente ai sonni,
    E la lotta avvisando, a salti, a strilli
    Facean pazza baldoria; e, qual con mano
    Qual con la coda attorcigliata a un ramo,
    Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina,
    L'une a l'altre atteneansi, e fean pendente
    Catena sui pugnanti ospiti, a cui
    Or tiravan sul capo una selvaggia
    Noce, e svelte fuggíano, or fin sul dorso
    Di lor scendeano a provocar le due
    Alme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli.
    Non però si ristanno, o svolgon l'ira
    Color che in fiero abbracciamento avvinghiansi
    Presso al burron. Preme l'Eroe co'l dorso
    Il ciglion de la balza; a lui su'l petto
    Insta la belva: con la bronzea destra
    Ei l'abbranca a la gola; al perigliante
    Corpo con l'altra fa puntello, e attiensi
    A le dense radici. E già su'l volto
    Qual d'aperta fornace il vampo ei sente
    De le putide fauci; a caldi sprazzi
    Piovegli sui schizzanti occhi e l'acceca
    Una bava sanguigna; un rugghiar cupo
    L'assorda; e già de l'arrotate zanne
    Contro a le tempie sue crocchian le punte,
    Quando tutta con fiero urlo chiamando
    La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio
    Dà su'l dorso così, che sorge a un punto
    Libero in piè, mentre da lui travolta
    Precipita la belva, e giù nel fondo
    Burron piomba rugghiando, e l'aere introna.

    Lacero e stanco il vincitor si asside
    Su le fresche erbe, appo la sponda. A rivi
    Giù per lo collo gli discorre ai fianchi
    Misto al sangue il sudor; corto e sonante
    Dal suo petto affannoso esce il respiro;
    Un cozzar di confuse opre e di cose
    Gli turbina sugli occhi e il cor gl'ingombra;
    Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cinto
    Di bizzarre faville e ceffi strani
    Sopra gli piomba, e al suol l'avvince il sonno.
    Come nei procellosi artici mari,
    Quando aquilon più li flagella, a stormo
    L'irte dïomedèe saltan su' flutti;
    Gavazzano fra' nembi, e al mugghio orrendo
    Del travolto oceàn mescono il grido:
    Vede il nocchier fra le stridenti antenne
    Svolazzar le sinistre ali, e maligni
    Spirti le crede, e si raggriccia e agghiada;
    In simil guisa de l'Eroe dormente,
    Nel turbato pensiero orride e scure
    Venían fantasme, e gli scoteano i sonni.
    Ma come avvien ne l'incostante ottobre,
    Mentre un subito nembo apresi e versa
    Sopra a l'umile vigna acqua e gragnuola,
    Fuor da le plaghe occidental si desta
    Una provvida brezza; un chiaro e bello
    Occhio d'azzurro si dischiude in cima
    De la bruna montagna; a par di dardo
    Da l'arruffate nubi esce un diritto
    Raggio di Sol, che i sommi arbori indora;
    Brillan le foglie susurrando, e tutti
    Odoran timo e nepitella i campi;
    Tal fra' torbidi sogni una tranquilla
    Visïone d'amor tacitamente
    Sorgea ne la commossa anima, e al cheto
    Ventilar de le penne vi spandea
    Il mesto raggio d'una rosea calma.
    Come talor nei lucidi cristalli,
    Che ne stanno di contro, una diletta
    Forma veggendo, a lei con l'alma in festa
    Drittamente corriam, nulla avvisando
    La virtù del riflesso; in simil guisa
    Entro a un candido sogno avvolta e viva
    Nel pensier del dormente Ebe splendea.
    Balzagli il core a tanta vista, e aperte
    Le braccia:—Oh! vieni, le dicea, deh! vieni
    Su'l petto mio, dolce alimento e pace
    Dei travagliosi giorni miei! Sorride,
    Sol ch'io ti guardi, nel mio cor la vita
    D'ogni speranza mia; splendon più vivi
    Gli ardimenti de l'alma, e più vicino
    Nel mio baldo pensier veggio il trïonfo!—
    Co'l perdono negli occhi ella assentía
    Di sedergli d'accanto. Ei torna ai sogni
    Del primo amor.
                   —Da pochi giorni il sole
    Sul mio capo splendea: festa di fiori
    Era tutta la terra; e tu, regina
    D'ogni candor, mi sorridesti come
    Sorridon l'alme, allor che un'amorosa
    Forza le chiama ad apparir negli occhi.
    Oh! che giorni d'ebbrezza!—
                                Ella a quei detti
    Pensosa e scura divenía.
                            —Ricordi,
    Ei riprendea con sospirosa voce,
    Oh! ricordi quei dì? Facil conquista
    Mi parve il ciel, poi che t'amai. Mi svelsi
    Crudelmente da te; deserta e chiusa
    Nei dïafani sonni ti lasciai,
    Ma un trono eressi a l'amor tuo, che in petto
    Portar vogl'io fin che no'l ponga in cielo!—
    Ella piangea. Qual trepida fiammella,
    Che s'assottigli a l'apparir del giorno,
    Tal poco a poco si facea più bianca
    La pietosa fanciulla, e a poco a poco
    Il dolce aspetto e i rosei pepli e gli atti
    Trasfigurando, un'orrida assumea
    Mostruösa sembianza: ispide e negre
    Di sozza barba ambe le gote; attorti
    Di tizzi ardenti e di serpenti i crini,
    E fra' serpenti, in mezzo al fronte, un vasto
    Occhio, senza palpèbre immoto e tutto
    Fiammeggiante a l'intorno. A questa guisa
    Sorgea dal suol nera, diritta, immensa,
    E un gemer lungo al sorger suo si udía
    E scricchiar d'ossa e maledir. Non ode
    L'irto fantasma, e ognor sorge e si spande,
    E l'aria ingombra e il cielo ultimo attinge.
    Tocca il cielo co'l capo, e con la negra
    Pelosa man, che immensa apresi, afferra
    L'etereo sole, e lo palleggia. Un denso
    Nembo di notte si rovescia allora
    Su la terra infelice; ingordi e vasti
    Mille sepolcri si spalancan; passa
    Sibilando la Morte; e s'ode un fiero
    Gracchiar di corvi e sghignazzar di Numi.

    Così il lungo digiuno e la fatica
    D'una ad un'altra visïon trabalza
    Il pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso,
    Il Signor dei celesti:—Ora è stagione,
    Disse in cor suo, che il mio rival conquida!—
    Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiuto
    Che il veloce desio; s'avvolse un manto
    Ampio, turchino come ciel d'autunno;
    A la fredda canizie un vasto impose
    Tricuspide lucente, e, sotto al braccio
    Un aureo accomodando orbe stellato,
    Simbol de l'universo, al più vicino
    Dei presèpi del ciel cheto avvïossi.
    Ivi, poichè di Giosuè la verga
    Del sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne,
    E impietriti restâr di sotto al giogo
    I fulminei cavalli, una falange
    D'umili sì ma intelligenti onàgri
    Pasce in greppie d'argento orzi ed avene
    Di tal virtù, che nel lor sangue infonde
    Gaio tripudio e giovinezza eterna.
    Non appena sentîr sovra la soglia
    La presenza del Dio, tutti in un punto
    Drizzâro i colli ed affilâr le orecchie
    Lievemente anelando; e, a lui rivolti
    Con dolci e riverenti occhi, la voce
    Del comando attendean. Videli il Nume
    Lucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno,
    Che tutto può, volse a te solo, o illustre
    Asin di Betelèmme, a cui su'l dorso
    (Premio dell'opra, onde immortal tu vivi)
    Crescon due luminose ali, per cui,
    Pregio da tutti invidïato, e solo
    Da Dio concesso a le beate essenze,
    Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi.
    Tu presentisti il divin cenno, ed ambe
    Le ginocchia piegando appo a la ferma
    Con chiovi adamantini aurea predella,
    Offeristi umilmente il dorso alato.
    Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenne
    Con ambe mani a le pietose orecchie
    Del diletto onigrífo; ai ben pasciuti
    Fianchi gli strinse le ginocchia inferme,
    Gli occhi serrò, diede la voce, e via
    Lascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra.
    L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermo
    Più nel pensier che ne le membra affrante,
    Ritentava il cammin. Presso a un cespuglio
    Lasciò il volante corridor; si eresse,
    Quanto potè, su'l curvo dorso; un grave
    Cipiglio assunse, e a misurati passi
    Movendogli d'incontro, in tuon solenne:
    —Lucifero, gli dice, ov'io con l'ira
    Dar fin volessi a l'ira tua, me stesso,
    Che Dio di tutto e re del ciel pur sono,
    Qui non vedresti al tuo cospetto: avvinto
    Dal cenno mio sotto al mio piè, potría
    Scatenarsi al mio cenno il saettante
    Fulmin, che a par d'ogni superba altezza,
    Le sdegnose e proterve anime adima.
    Ma l'ira mia tu la conosci; or sappi
    La mia pietà. Stanco non già, ma schivo
    Di pugne io son: di nostre pugne assai
    Travaglio ebbe la terra; assai di umane
    Vite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miro
    Con paterno dolor quest'infelice
    Schiatta de l'uom, che, lusingata e vinta
    Dai tuoi falsi giudicî, erra perduta
    Fuor de la via d'ogni salvezza, e il frutto
    Di tue promesse e la vittoria aspetta.
    Ma, stolta! indarno aspetterà! Smarrito
    Fra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiri
    Tu, che da le fallaci ombre presumi
    Redimer l'alme dei mortali, a cui,
    Ira e invidia non già, ma provvidente
    Consiglio mio gli ultimi veri asconde.
    Sgombra adunque la terra; abbian riposo
    Le genti alfin; torna ai tuoi regni, e intero
    Scenderà su'l tuo capo il mio perdono.—
    —Di perdon parli e di pietà, proruppe
    Disdegnoso l'Eroe, tu che di tutte
    Le sciagure de l'uom colpevol vivi?
    Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume,
    Sol vivente in parole; ond'è, che irato
    Non ti temo, e pietoso io ti dispregio.
    Lasciami adunque a le mie cure: avranno
    Pace le genti, e non da te; nè pace
    Neghittosa e servil; di guerra stanco
    L'uom non sarà pria di saper che vuota
    Larva sei tu senza subbietto, e quale
    Or t'addimostri al guardo mio. Potessi
    Questi sordi, confitti arbori intorno
    In uomini cangiar! Vedrían qual vana
    Risibil cosa e imbelle ombra tu sei!—
    Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'ira
    Salì al volto del Nume; e la bollente
    Rabbia del cor tutta in un punto avría
    Fuor versata nei detti, ove non fosse
    Sopravvenuta al suo pensier la luce
    D'un prudente consiglio. A mala pena
    Ei si contenne, e gl'iracondi sguardi
    Figgendo al suol, morse le labbra, e disse:
    —Sei forte, il so; ma de la tua fortezza
    La superbia è maggior, minore il senno.
    Odimi; sai, che da nemico petto
    Sorge talora util consiglio, e saggio
    Io non dirò chi lo rifiuta. Ha un segno
    Anche l'ira dei forti, e chi si ostina
    A produrla oltre inutilmente, indegne
    Sciagure ad altri, e a sè perigli ordisce.
    Or credi a me: son paventose e fiacche
    L'anime umane, e han di servir mestieri.
    Ad uom cresciuto in servitù mal giova
    Spirar liberi sensi: a sua rovina
    Va tosto incontro; perocchè di tutti
    Malnato istinto è il dominar; nè vale
    Esser libero d'altri, ove ad un tempo
    Di sè stesso è ciascun servo e tiranno.
    Però, se il ben cerchi de l'uom, nè stolta
    Ambizïon move i tuoi sensi, al mio
    Giogo abbandona i servi miei: la forza,
    Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il resto
    Altro non è che nome vuoto e nulla!—
    Sorrideva Lucifero, e un sol detto
    Non gli fuggía. Con subito consiglio
    Pone allora il buon Dio l'aureo emisfero,
    Dal manto ampio si svolge, e, simulando
    Fra labbro e labbro un giovïal sorriso,
    Per man prende il nemico, obliquo il guarda
    Con gioconda malizia, e:—Inver, gli dice,
    Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianci
    Con codesti tuoi fumi? A par di me
    Tu gli uomini conosci, e di sonanti
    Nomi li gonfî, sol che a Dio ribelli
    Spingan la fronte, e tu su lor ti assida!
    Giù dal volto la larva! Hai di me al pari
    Desio di regno; e, di regnar mal pago
    Sovra il trono de l'ombre, una più bella
    Sede nel mondo e maggior gloria ambisci.
    Or ben: regnar vuoi su la terra? Affido
    La terra a te. Vuoi che tremanti e prone
    Pendan le genti dal tuo labbro? il fronte
    Pieghin popoli e re sopra la polve
    Del tuo santo calzàre? Abiti e modi
    Cangia. V'è tal sovra la terra, a cui
    Nullo agguaglia in poter: brando che uccide
    È la parola sua, fulmine il guardo;
    A lui d'umani sagrificî intorno
    Vaporano gli altari; incatenato
    Ai carri suoi geme il Pensier. L'aspetto
    Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno
    Di pontefice avrai!—
                         Commiserando
    Scotea l'Eroe la testa, e in cotal guisa
    Con voci amare rispondea:
                             —Nemico
    Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti
    Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto
    In una cieca illusïon mi desti
    Ira insieme e pietà. Quella gagliarda
    Possa d'uom, che tu vanti, io già la vidi
    Regnar nel mondo: le facean sgabello
    Le cervici dei re, luce la fiamma
    D'umane ostie brucianti; or su la terra
    La cerco invan. So che una turpe e vôta
    Larva, inutile ingombro, occupa i templi
    Di Vatican: stupida larva, il cui
    Frollo capo cadente invan protegge
    Co'l sozzo manto il precettor Loiola;
    Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estinto
    Il pontefice e il re!—

                           —V'è tal, che avviva
    Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi
    Resuscitarlo. Torneranno i tempi
    Di Gregorio e di Sisto!—

                             —Ai tuoi soggetti,
    Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sono
    La libertà. Se udir non vuoi la voce
    Del mio dispregio, a me parla siccome
    Si conviene ad un Dio: fulmina!—

                                     Un grido
    Mise il Nume a tal dir; ne l'ampio manto
    Fremebondo si chiuse, e, le beate
    Groppe al divino corridor premendo,
    Per li campi de l'aria alzossi e sparve.

    Torna intanto il mattino, e un'aurea luce
    Con lo sparir del Dio penetra in mezzo
    A la densa foresta. Il luminoso
    Auspicio accolse e giubilonne in core
    Lucifero; tra' folti alberi un varco
    Esplorò disïando, e il passo stanco
    A un villaggio contenne: un mucchio informe
    Di povere capanne, una su l'altra
    Addossate su'l fianco a una montagna,
    Che di bosco e di nubi il capo ombreggia,
    E giù giù fino al mar scende e digrada.
    L'abita e còle una diversa gente,
    Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nome
    De la croce di Cristo, una pietosa
    Missïone d'apostoli e di santi
    Giogo impone di ferro e il pan contende.
    Di doppia mèsse a lor biondeggia intorno
    L'usurpata campagna; s'inghirlanda
    Di gemina vendemmia il poggio e il clivo
    Lussureggiante, e terre e mandre a gara
    Recan primizie a le lor mense. Al solco
    Durissimo fra tanto, a l'aere impura
    Suda il magro colòno; e, se la verga
    Del discreto signor non gli distende
    Le bronzee terga e lo flagella a morte,
    Ben felice esser dee, che possa un giorno,
    Dai travagli consunto e dal digiuno,
    Cader sovra l'aratro, e con le ignude
    Ossa impinguar del pio padron la gleba.

    Stanza ospitale il vïator non chiese
    A signor ben pasciuto, e non sofferse
    D'aver mensa comune ad orgoglioso
    Trafficator. Fra poveri pastori
    Breve asilo ei cercò; si assise al desco
    De la miseria; e a te, povera Sara,
    Assentì l'alto aspetto e la sdegnosa
    Anima e il dir che umani petti infiamma.
    Schiava infelice! Era remota e angusta
    Presso al torbido rio la sua capanna;
    Era nero il suo volto e nero il crine,
    Ma aperto e grande era il suo core, e tersa
    Come raggio di Sol l'anima avea.
    Fra le miserie di sua vita un giorno
    Le sorrise l'amor. Furon men leste
    L'opere di sua mano; impazïente,
    Immemore divenne; e, sì com'era
    Schiava due volte, osò levar la fronte
    E agli augelli invidiar libero il volo!
    Fischiò sopra a le sue carni la sferza
    De l'acerbo signor; percosso e vinto
    Dal feroce digiuno a lei da lato,
    Sotto agli occhi di lei, vittima cadde
    Il giovinetto del suo cor. Qual belva
    Ella ruggì; morse ruggendo i ceppi;
    Avventossi d'intorno; e allor che in mesta
    Calma si assise, e volse il guardo in giro,
    S'avvide ognun, che a quella derelitta
    Era insieme a l'amor mancato il senno.
    Le consentîr la libertà: più tempo
    Errò, libera pazza; un dì si accorse,
    Che scevra era di giogo; e se di nuovo
    Co'l pianger lungo a lei fece ritorno,
    Qual fido augello, la ragion smarrita,
    Tosto sentì che nel suo cor deserto
    Vigile e santa una memoria ardea.
    Visse d'allor limosinando, e, aperta
    Agl'infelici più di lei, sorrise
    Come pòrto d'amor la sua capanna.
    Quando giunse Lucifero, sedea
    Sovra un poco di strame, appo la sponda
    D'un povero lettuccio. Un fanciulletto
    Pallido, emunto e con la morte in core,
    Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata
    A la scura parete eravi un'arpa
    Lurida tutta e con più corde infrante;
    A piè del letto un lacero fardello,
    Un nero tozzo, e rovesciata a terra
    Una piccola brocca. Il moribondo
    Mosse il languido e dolce occhio d'intorno,
    E, qual chi una pietosa alma indovina,
    Affisò lo stranier tacito, e il biondo
    Capo crollando, le sparute e bianche
    Mani al petto portò; baciò più volte
    Un abitin che gli pendea dal collo,
    E:—Vedete, signor, disse, vedete
    Com'han ridotto un misero fanciullo!—
    E a mala pena sollevando un lembo
    De la grezza camicia, insanguinato
    Da recente flagel mostrava il petto,
    E singhiozzando ripetea: vedete!
    Mandò un grido l'Eroe; ferocemente
    Rotò il guardo la schiava: il poverino
    Mormorava piangendo:
                        —Eran pur belli
    I monti e il cielo de la mia Cosenza!
    Ero tanto bambin, povero tanto,
    E mi parea d'esser felice! Un giorno
    Mi diedero quell'arpa: io canticchiava
    Con gli augelli del ciel. Quando lasciai
    Il mio tugurio, luccicar su'l desco
    Vidi alquante monete: era sì allegra
    La mamma mia, ch'io le nascosi il pianto,
    Nè le volsi un saluto. Uno straniero,
    Ch'altri fanciulli al suo comando avea,
    Con sè mi prese: eravam tanti! In giro
    Strimpellando le nostre arpe si andava
    Per le città, scalzi, soletti, stanchi,
    Senza letto, nè pane, al sole, al vento
    Alle piogge, alle nevi ed alla sferza
    Del rio padron, cui parea scarso il frutto
    Di quel nostro accattar cotidïano.
    L'altrier, consunto dal continuo stento,
    Un fanciullo moriva: e tanti e tanti
    N'eran morti così! Ci amavam come
    Due fratelli infelici: eravam sempre
    L'uno accanto de l'altro. Un dì un allegro
    Ritornello io cantava; ei con le scarne
    Dita seguía su l'arpa a gran fatica
    La mia pazza canzon. Tacquero a un tratto
    Le monotone corde: il poverino
    Cadde, nè più si rïalzò. Non ebbi
    Più memoria di me: fuggii la vista
    De l'odiato signor. Mi trovò il crudo
    Presso al cantuccio d'una via romita,
    Che l'amico piangea; mi picchiò tanto,
    Che mi parve morir. Questa pietosa
    Da la via mi raccolse.—
                            Ed additando
    Quell'infelice, che gli stava a lato,
    Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essa
    La sventurata, e si stringea sul petto
    L'affannato fanciullo.
                          In su la soglia
    Splende un raggio di Sol; saltella e canta
    Un'amorosa cingallegra. Al seno
    Le tenui braccia il fanciullin compone,
    Guarda in alto, e sorride.
                              —Oh! non lasciarmi,
    Così fra' baci gli dicea la schiava,
    Non partire sì presto! Abbandonata,
    Vedi? son io; son poveretta e mesta;
    Io t'amerò come una madre!—
                                Un balzo
    Diè a tal nome il fanciullo; il moribondo
    Sguardo avvivò d'un ultimo baleno,
    E fieramente mormorò;—Mia madre?
    M'ha venduto mia madre!—
                             A questa voce
    Fuggì il vispo augellino, e a l'aere immenso
    De l'oppresso bambin l'alma il seguía.

    Tacita, con selvaggio atto, a la sponda
    Del letticciòl si accovacciò la schiava;
    E tutto ira e pietà fuori a l'aperto
    Precipitossi il Pellegrin. Gli ferve
    Sotto ai passi la terra; al mar si affida
    Subitamente, e ne l'acceso petto
    Le remote sospira itale sponde.

CANTO UNDECIMO.

ARGOMENTO.

Canto all'Italia: le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.—Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi genî dell'Arte moderna.—Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio, gazzettiere; un camaleonte onniscibile.—Il poeta Olimpio e la sua dama.—Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino Poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.—Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.

    Da le nevate cime
    Di quest'alpe famosa io ti saluto,
    Di gloria e di dolor magion sublime!
    Ti veggio alfin! Qual suole
    Nocchier che lungamente erra perduto
    Per l'irata del mare onda funesta,
    Se da lontan vede la terra e il sole,
    Crede a speranza il petto,
    Tale al tuo primo aspetto
    Dice il mio cor: la nostra patria è questa!

    Non io, perchè più terso
    S'apra il ciel su' tuoi campi e il Sol sorrida,
    D'egregie lodi accenderò il mio verso.
    Fra gl'iperborei geli
    Avvien talor che rigorosa e fida
    Splenda virtù, quando per liete rive,
    Ch'àn fragranza di piante e amor di cieli,
    Superbe e infeminite
    Volgon le umane vite
    D'ogni ardito operar pavide e schive.

    Chiede animosi petti
    L'Eroe ch'io canto ed operosi ingegni,
    A cui pari in virtù fervan gli affetti.
    E tu che il doppio mare,
    Coronata sovrana, inclita regni,
    E fra il riso de l'arte e i fior t'assidi,
    L'opre gentili e le gagliarde hai care
    Così, che altera e grande
    Per quadruple ghirlande,
    Sorgi su le rovine, e il tempo sfidi.

    Te di sottili e forti
    Studi educâr gli Etruschi padri, il cui
    Pronto ingegno temprâr gli Egizii accorti.
    Splendea fra le temute
    Armi e gli altari minacciosi e bui
    L'aureo foco di Vesta, e fean leggiadre
    L'ardue cure del ciel le Muse argute;
    Fin che del Tebro al lito
    Un fiero ululo udito,
    Volâro in grembo a la Cecròpea madre.

    Calò dal cielo estremo
    L'augel fulvo di Giove, e le saette
    A l'audace apprestò lupa di Remo.
    Sorge Quirino; al lampo
    Del suo brando forier d'aspre vendette
    Crollano i troni; da la terra a l'etra
    A le vittorie sue piccolo è il campo;
    Mentre fra'l suon de l'armi
    Echeggian d'Ennio i carmi,
    Di Plauto il riso e di Maron la cetra.

    Chi siete voi, che a guisa
    Di affamati leoni or prorompete
    Da le nordiche selve, e, a la conquisa
    Madre squarciando il petto,
    Sì fier costume d'ogni strage avete?
    Ma qual non apre ad avvenir lo sguardo,
    E de l'istante ha sol tema o diletto,
    Impallidisca e gridi
    Al suon dei matricidi
    Brandi, e vesta di lutto il cor codardo.

    Cantor, che a la palestra
    De la vita allenò l'alma e l'ingegno,
    I casi ad indagar la mente ha destra;
    Spregia il parer fallace,
    Che fa pago ed esalta il vulgo indegno;
    Sol nume ha il Vero; ombre non teme; sfida
    Del presente favor l'aura fugace,
    E, profeta a le genti
    Di ragionati eventi,
    Guarda il passato e a l'avvenir le guida.

    Ecco, fuggir dal truce
    Cozzo vegg'io dei sanguinosi acciari
    Faville che da poi diêr fiamma e luce:
    Arde una forte e nova
    Anima i petti; a non segnati mari
    Gonfia immenso un desio le vele industri;
    Fervon le menti e le fatiche a prova;
    A chetar l'ire orrende
    La libertà discende
    D'armi gagliarda e di commerci illustri.

    Sorge a la Diva accanto
    Disdegnoso uno Spirto, a cui nell'ira
    Divien foco il pensier, fulmine il canto.
    Superba aquila al nembo
    Fida il volo, e combatte; e allor che mira
    L'etereo Sol, che d'amoroso dardo
    Punge e ravviva al vasto essere il grembo,
    Per l'aere ardente e pura
    Spaziar gode secura,
    E nel fuoco del cielo appunta il guardo.

    Egli così le inferne
    Sfere lasciando e le pugnaci erini,
    Che mortali accendean l'ire fraterne,
    E d'ombre orride e d'ossa
    Tarda e incerta facean l'orma ai destini,
    Errò, divo mendico; al ciel co' carmi
    Surse, e attinta del Ver l'aura e la possa,
    A inaspettati eventi
    Chiamò l'itale genti,
    Lor diè vita e parola e patria ed armi.

    Dai maledetti avelli
    Balzan gli eroi; splendono al Sol gli acciari;
    Quei che avversi morîr, sorgon fratelli:
    Arde la pugna; stride
    L'Arpía de l'Istro; dai venali altari
    L'irto Levita invan s'adopra e freme…
    Viva il Sabaudo allòr; vivan le fide
    Schiere dei nostri eroi,
    Viva tu pur, che a noi
    Desti i tuoi prodi, e a noi vincesti insieme!

    Dove sei tu? Non odi
    L'aura del generoso inno, che, schivo
    Di tanti ingrati, osa innalzar tue lodi?
    Leva dal tuo recente
    Sepolcro il capo, e guarda ove ancor vivo.
    Più del ricordo, è dei tuoi prodi il sangue.
    Qui pugnâr, qui morîr, qui di fulgente
    Serto ornò Italia il crine,
    Qui le genti latine
    Si unîr d'un patto in su'l nemico esangue.

    Mira! Un sol tempio accoglie
    L'ossa delle due genti, e a lor confuse
    Del domato stranier dormon le spoglie.
    Dormite! Una parola
    Fremono i vostri sonni; e da le chiuse
    Ombre di morte una gran luce emerge:
    Vivono al raggio d'una fiamma sola
    Le umane anime; ed una
    Morte le gente aduna,
    E ne l'onda del Ver tutte le terge.

    Dormite! Al santo amplesso,
    Che in una morte e in un amor vi serra,
    Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cesso
    A la guaína, e cinta
    Sol di virtù suoi baluardi atterra.
    Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi,
    Penetra il mar: cade al suo soffio estinta
    L'ira dai petti; e, al pari
    Che nei confusi mari
    Vedi gl'istmi cader squarciati e scissi,

    Cedono al nume il passo
    Le domate montagne; a lui da lato
    Scende l'italo genio. Odo il fracasso
    De le divelte rupi;
    Rugghia per li rotti antri il vento irato;
    Al martellar degl'inventati ordigni
    Tuonan l'opre pe' negri anditi cupi:
    Ecco, ne l'ardua gola
    Fischia il vapor che vola;
    Echeggian gli antri; gli ultimi macigni

    Crollan; concordi e pronte
    Gridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cinge
    Due raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte.
    Oh! viva! In armi avvolto
    Altri pugni e trïonfi: Amor costringe
    In gara industre il genio italo e'l franco!
    Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto?
    Ne la sanguinea gora
    Brenno gavazza ancora?
    Di stragi ancor non è satollo o stanco?

    Cessa! Di fatuo nome
    Tal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo,
    Pur che la man ti cacci entro le chiome,
    E al giogo ti strascini
    D'onor, di libertà, di posse ignudo.
    Speglio Italia ti sia, che la severa
    Alma composta a' liberi destini,
    Già spada, or cuore e mente
    De la latina gente,
    L'alpe dischiude, e ne la pace impera!

    Mentre io canto così, fuor dal recente
    Varco de l'Alpi glorïando passa
    L'alto Amico de l'uomo, a cui ridonda
    Di lampeggianti entusïasmi il petto.
    Al meriggiar de le populee rive,
    Da secreta virtù vinto, si asside
    Là dove con selvaggio impeto corrono
    Gli eridànei cavalli, e sveglian tanta
    Pei settemplici campi eco di guerra.
    Passan su le solenni onde, equitanti
    Guerriere ombre di re; svolgesi al cielo
    L'allobrogo vessillo, e, tutte chiuse
    Ne l'acciar de l'altera indole invitta,
    Brillan di pugna le sabaude schiere.
    —Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
    A piè de la famosa alpe, che pàrte
    Le due genti latine, argentea e pura
    La tua gemina fonte al Sol risplende,
    E di origin comune e d'amistanze
    Ne fa sacra la terra. Ivi il fuggiasco
    Tra il fraterno furor Genio latino
    Auspicando si addusse, e custodía
    Bella e secura una speranza in core.
    L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse,
    Ma non così che al balenar del guardo
    No'l ravvisasse una gagliarda e fida
    Prole di Berengario, a cui fu grato
    Di saggio culto e di pietose offerte
    L'alma allegrar de l'esule divino.
    Santo allor fu il suo scettro; ara divenne
    L'alpe ospitale, e sovra il picciol trono
    D'Ausonia il core e l'avvenir si assise.
    Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
    Ben che d'eccelsa e non ignobil fonte
    A te accorrono i fiumi; a te dan vasto
    Tributo di sonanti acque; a te, padre
    Di feconde pianure, ove nei cheti
    Argini la natía possa governi;
    Padre d'alte rovine, allor che in ira
    Terribilmente imperversando abbondi
    Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso
    Possiedi i campi, e sugli abissi imperi.
    Pari a te da la doppia alpe ne venne
    Di Libertà l'almo sorriso: al grido,
    Che le pedemontane aure percosse,
    Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad una
    Sorsero a sgominar le schiere ostili.
    Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda
    D'anime educatrice, ove al governo
    Sieda la Legge, e ne rattempri il corso;
    Torbida madre di rovine, quando
    Oltre ai segni prorompe, e gl'inconcussi
    Campi del Dritto pazzamente invade.—