Così dicendo il Pellegrin, la terra
Bellicosa lasciava; e, la commossa
Alma schiudendo a la serena luce,
Che da l'italo ciel l'Arte diffonde,
S'avvïava colà dove tra' fiori
Gareggian di beltà le Grazie etrusche.
Ben avverso alle Grazie e al Bello in ira
Vive, Italia, colui che, su l'ingorde
Arche seduto, in tuon lugubre intuona
L'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo,
Fra la plebe ei si aggira, e mai non pose
L'orma su queste etrusche inclite rive,
Dove tanto su l'Arno arde e sfavilla
Glorïoso splendor, qual mai non ebbe
Ne le trascorse età. Quante su l'orlo
D'un angusto, ritondo orcio, che abbonda
Al sol d'agosto il liquefatto miele,
Con smemorato ardir giran le mosche;
E altre ronzan d'intorno impazïenti
Del ghiotto cibo, altre sparute e gravi
Strascinan le inveschiate ali pe'l vase;
Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giro
Stanno gl'itali genî; e qual più vivo
Del toscano Ippocrene il fonte attinge,
Quel sentirà qual siero entro ogni vena
Scorrere il sangue, e tramutata in latte
Dolce fluïr del fegato la bile.
O arëopago de la patria, o illustri
Apostoli de l'Arte, io vi saluto;
E tu accogli il mio culto e il canto mio,
Città sacra del fior! Chè se ancor vive
Entro a l'itale carte un qualche suono
De la celeste melodia, che corre
Spontanea al labbro de le tue fanciulle;
E s'han grido finor le vereconde
Muse d'Italia, a te dobbiamo il vanto,
A te il pregio, a te il nome. Aspre e robuste
Proli, de l'opre e de le pugne avvezze,
S'abbian Adige e Po; s'abbiano industri
Colòni e pingui campi ed auree mèssi
Le contumaci al culto arduo del bello
Sicule piagge, ed a l'ignobil remo
Sudi il Ligure audace: a voi, d'Etruria
Morbidissimi figli, unico vanto
Sia la storia dei padri, e pregio intatto
La lingua! A noi diseredati ed orbi,
A cui nascendo non ombrò le fasce
La gran torre di Giotto, a noi, se prude
Alcun genio villano entro al cervello,
Altra via non rimane, altra salute,
Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzo
De le vostre merende e qualche cencio
De la vostra di frange auree guernita
Ducal librèa. Qual poverame abietto,
Che per entro a l'altrui vigna, tremante
Dopo il ricolto a raspollar sen viene,
Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni,
Cui l'avara fortuna ibrida e grezza
Assentì a mala pena la parola,
Duro e barbaro gergo, atto a fatica
A dir del male ed a non esser muti.
Ma qual prima dirò, qual dirò poi
Dei luminari, ond'ha corona e luce
Il sacro italo ciel? Seduti in giro
Nel tempio accolti d'una Grazia etrusca,
Come in magico specchio, ecco, me l'offre
La mia povera Musa, a cui vien dato
Varcar la soglia del gentil recinto.
E qual solerte domator, che spieghi
De le belve guardate entro a' serragli
La specie varia e 'l soggiogato istinto
E i costumi e le patrie: a bocca aperta
Stan gli attoniti astanti; in simil guisa
Dirò dei genî, ivi in gran folla accolti,
Le fogge, il favellar, gli atti, la fama.
Splende fra le notturne ombre l'augusta
Magion sacra a le muse; e avviluppata
Negli ampî giri de le sue pellicce
Siede l'inclita Egeria, ella, a cui dànno
Equivoca canizie e senno arguto
Le gazzette e la cipria. Ebbe un dì care
Le colombe di Pafo, e la furtiva
Ombra dei mirti e il sacro Erice tenne,
Finchè piacque a Dïona; or de le austere
Opre di Palla si compiace, e amica
Spira gli auspicî ai non vulgari ingegni.
Tien cospicuo al suo fianco il loco primo
L'Eroe ch'io canto. A mortal petto ignoti
Erano i casi suoi; bizzarre e strane
Favole il rivestían: dicean, che avesse
Con sotterranei spirti intelligenza,
E che al suon de la sua voce non fosse
Ombra antica di sofo o di poeta,
Che dal ciel non escisse o dagli elisi
A picchiar le vocali assi e l'arcane
Magiche tavolette, e dar responsi
Chiari e veraci agli ammirati astanti.
Pavide e curïose a lui d'intorno
S'affollano le dame; e tu superba
De l'altera parola anche ne andasti,
Pallida Elëonora, a cui non uno
Dei gelosi misteri Iside asconde;
E voi pur del gentil sesso custodi,
Antigone e Sofia, che, a le tiranne
Velleità d'un ispido marito
Rubellando la fronte, al dispregiato
Talamo nuzïal non inchinaste
L'altero grembo al solo Ver dischiuso.
—E che? l'ultima grida; a noi sul volto
Si chiuderanno ancor l'aule di Temi?
Sul nostro crin splender non dee giammai
L'inclita bacca dottoral? Giù alfine,
Giù alfin la benda obbrobrïosa e nera,
Cui di pudor mal diede pregio e nome
L'astuta crudeltà del sesso ostile.
Nostra è l'età, nostra la terra, è nostro
L'avvenire dei fati! Al cesto, al corso,
A la lotta alleniam le membra ignude:
Solo è libero il forte. Altra il sen porga
A l'esoso lattante, e il tergo inchini
Al feroce baston del suo tiranno:
Madre sarà di servi. A noi, del mondo
Parte migliore, opra miglior si addice:
Femmina è la virtù, femmine sono
A par de la beltà l'arti e le muse!—
Tacque, e fêr plauso ai generosi accenti
Le dame tutte e i cavalier. Tu solo,
Pensieroso Macrin, dal cor profondo
Un sospiro traesti, e, la sparuta
Faccia e i mïopi volgendo occhi, guerniti
Di doppie lènti, a la soffitta avversa
Il ciel cercasti, e ti piombò su'l petto
Tutta la gran pietà d'esser marito.
Degli aurei modi del toscan sermone
Gran maestro è Macrin: spruzzato il fronte
De le linfe de l'Arno in San Giovanni,
Tutti ei conserva ne la ferrea mente
Gl'invidiati lepori, e non soltanto
L'arguto frizzo e la condita burla,
Che scoppietta su'l labbro a la rubesta
Ciana camaldolese e l'aureo favo,
Che amor porge furtivo a l'improvviso
Stornellar degli amanti; anche le viete
Venustà di Cavalca e di Guittone
Con lungo studio egli pilucca e serba.
Tal l'industre formica al sole estivo,
Tratti per lungo tramite, ripone
Nel ben cavato asil bricioli e miche
Con previdente ingegno, paürosa
De l'inope vecchiezza; o tal nei sordi
Scrigni rammassa il trepidante avaro
Non pure ampio tesor d'oro e di gemme,
Ma di rotti serrami irrugginiti
E di chiovi e di cenci e di ciabatte
Nel cupo cassetton gran copia asconde.
Di simile ricchezza adorno e pago
Va per le vie Macrin, lungo, diritto
Qual sciorinata al sole entro la madia
Ben tagliata lasagna; ed ai trofei,
Che a lui su'l crin l'astuta moglie appende,
La gloria aggiunge d'emendati testi,
Di compilate moli e di comenti:
Filologico mostro, al qual s'inchina
Non sol l'ingenuo scolaretto, a cui
Imprime nel seder tropi e figure
Con la sferza eloquente il pedagogo,
Ma quanti son da Susa a Lilibeo
De l'italo sermon cultori e amici.
Ma chi è colui che truculento e instabile
Or da l'un fianco ed or da l'altro volgesi,
E scuote il capo ed agita la zazzera,
E in cambio di parlar gestisce ed ulula?
Demagogo e poeta ei tempra il filo
De la republicana ira a la cote
De l'appetito, e il giambo archilochèo
Spilla al vinifluo doglio, unico olimpo,
Da cui la sua spennata aquila avventa
I fulmini de l'estro. A lui da lato
Nel seggiolon che di sè stesso inzeppa
Posa Moron: rubizza e pettoruta
Mole, a cui da l'aprico orbe del viso
Raggia il fulgor di un cartellon francese.
Al picciol fronte, ai cheti atti, al sereno
Riso, al voluttuoso occhio natante
Tra il vino e il sonno, tra il demonio e Dio,
Frate il diresti, e forse il fu. Qual suole
Al tronco d'un'altera arbore, o ai fianchi
D'un illustre castello arrampicarsi
Co' torti rami la paffuta zucca;
Fatta superba de l'aggiunta altezza
Gl'indiscreti rigogli intorno spande,
E, guardando le magre erbe da l'alto,
Scorda l'umil radice e al Sol rosseggia;
Tal di Dante a la vasta ombra seduto
Sua fama impingua il chiosator Morene,
E la frase imbroccando e il verbo e il nome
Del poema divin, lancia d'intorno
Tal furia di cementi e di saliva,
Che scrocca il plauso al sonnecchioso astante.
Nè te lascia la Musa, o multiforme
Delio, a cui da le labbra, ampia e diversa
Copia di celie e di saver discorre.
Vedilo: come a l'agitar del vaglio
Va saltando qua e là l'arido cece,
Così da la balzana indole spinto
Tra la folla ei s'aggira, e quindi e quinci
Motti e sogghigni ed aforismi avventa.
Smettete, o voi che sovra illustri carte
Vi state a logorar l'ingegno e il tempo,
Perchè a l'arte natía decoro alcuno
E al viver vostro un qualche onor mai vegna:
Così agli astri non vassi! A voi maestro,
A voi speglio costui, che la mordace
Alma e il saper ne le gazzette attinto
Rivende a le gazzette un tanto il braccio.
Inchinatevi a lui! Non che a sè stesso,
Gloria perenne a chi gli par procaccia:
Oracolo solenne, al cui responso
La dotta greggia de le vie s'inchina;
Ampia ruota che gira, e stride, e schiaccia
Le perle a terra, e lancia a l'aria il fango.
Ungete, ingegni sconsigliati, ungete
Le carrucole a lui: propizio nume
Ei sorride a chi l'unge. Opra è da stolti
Venir seco a tenzon; più stolta impresa
Ai dardi di costui non dar più ascolto,
Che dar si soglia a le zanzare estive:
Son mortali i suoi dardi! E tu il sapesti,
Tu, più ch'altri, il sapesti, o amato capo
Di Dall'Ongaro mio! Nè ti fu scusa
L'anima intemerata e il pronto ingegno,
A cui tutte arridean le grazie amiche,
Nè la virtù di peregrini affanni
Saldamente sofferti e la tranquilla
Custoditrice d'onorati petti
Candida poverezza e il crin canuto!
Ben di fallace illusïon maestra
Ti fu la sconsigliata Arte, se ardía
Nei lunghi giorni de l'oscuro esiglio
Persüaderti una speranza, e al foco
Degl'itali trïonfi accender tanta
Giovinezza di carmi entro al tuo petto;
Nè ti dicea, che di venali incensi,
Non d'ingenue virtù, non d'animosi
Spregi usar dee chi vuol propizio il mondo!
Però a l'assiduo flagellar di amari
Scherni cadevi; e se a l'ingegno invitto
L'attico riso concedean le Muse
Fino a l'ultimo istante, ingorde arpíe
Ir vedesti e redir sul tuo morente
Capo, e la gloria insidïarti e il pane
Dei cari orfani tuoi! Su la tua fossa
La derelitta famigliòla or piange
Miseramente, nè le vien conforto
Dal tardo onor che al nome tuo si rende.
Or tu da quel romito angolo oscuro,
Gangetico Assalonne, esci, e la tua
Patetica parola ai salutari
Sbadigli i labbri e gli occhi al sonno inviti.
Dal curïoso sguardo dei profani
Un umile pudor forse t'esclude?
Virtù di debolette alme è il pudore,
E non solito a te. Nè, se arruffata
Su le groppe rachitiche ti ondeggia
La popolosa zazzera, nemica
Di baveri non unti e di severi
Pettini; o a mala pena entro al rapato
Abito puëril movesi il petto
Stento e gli attratti gomiti, indulgente
Men ti sarà chi l'alte doti apprezza
E de l'oppio e di te. Proprio da sciocchi
È il dar fede al parer: tal, che a l'aspetto
Sembra leone, asino è all'opre, e tanti,
Che l'improvvido volgo aquile estima,
Son, se provano il vol, men che tacchini.
Qui non regna la plebe; e qual tu sei,
Quel che vali e che puoi san tutti a prova.
Quanti mai sparge rami a l'aria immensa
De l'umano saper l'arbore augusta
Tutti hai tu ne la mente: arca infinita,
In cui, ridotta in pillole e in pasticche,
La densa folla de l'idee si pigia.
Terra e gente non è specie o favella,
Che arcani abbia per te, cosmopolita
Camaleönte, che, di tutti a un tempo
Ritenendo, esser puoi tutti e nessuno.
Ed ecco, or con meschina ala ti aggiri
Carezzevole intorno, or con obliquo
Serpeggiamento insinüar ti piaci
Entro a' facili cori il tuo veleno;
Or con voce melliflua a le tue reti,
Erudita civetta, i merli attiri,
Or, mutato ad un punto in cinguettiera
Gazza, i nomi più vili a l'aura canti.
Tu, Catone d'un dì, spregiar sai l'oro
Con tragico cipiglio, e tu con furba
Docilità di vertebra e d'ingegno
L'altrui scale affatichi e l'altrui tasche;
Oggi con infantil garbo a l'orecchio
D'un'aërea beltà beli il sonetto
Sentimental, doman, fatto più saggio,
Entro uno scrigno d'òr fabbrichi il nido.
Ma chi tutte può dir le peregrine
Doti, per cui, Proteo novel, tu cangi
Co'l mutar d'ogni dì forme e colori?
Chi l'operosa, infaticabil fonte,
Per cui, senza invocar madre Lucina,
Puërpera ogni dì s'alza la tua
Dïabetica Musa? Alcun per fermo
Dir non saprà, ben che sia noto a tutti.
Sorgi adunque, e t'appressa; e s'alcun mai,
Dal serpeggiante tuo venire illuso,
Oserà alzar, per calpestarti, il piede,
Lascial, dirò volgendo il guardo altrove,
Benchè sia serpe al cor, donnola è al dente.
Ma son costor le stelle tutte e i Soli,
Che ad onor de lo strano Ospite accolse
Dentro al suo tempio la gentil Carìte?
Così non piaccia al dio, che l'arte e il nome
D'Ausonia ha in cura! Fra cotanta luce
Non splende Olimpio ancor, colui non splende,
Che, la fiera spregiando arte dei padri
Che tutta chiusa nel vergineo peplo
Rigida custodía l'are di Vesta,
Una discinta Maddalena adduce
A susurrar detti svogliati e strani
Per le tiepide alcove, o a tesser balli
Vertiginosi fra le nubi, e un'onda
Versar quinci di nenie e di sbadigli
Sopra a le folleggianti anime umane.
Ecco, ei viene, ei risplende. Altero e bello
Ne la modestia sua con misurato
Passo s'inoltra; e, benchè svelto e lieve
Scivoli sovra i piè, pur non sostenne
L'arguto calzolar, ch'ei non proceda
Senza un qualche rumor; però ch'ei volle
Sotto al tornito stivaletto, a cui
Ròdope stessa invidierebbe, un nido
Porre di crepitanti e scricchiolanti
Genî, che possan dire anco ai lontani:
Ecco il nume, adorate! In simil guisa
Da l'Olimpo al boscoso Ida venía
Il saturnio signor, quando a l'incontro
Dolce ridente gli schiudea le braccia
La placata consorte, e sotto al passo
Gli stridean le selvagge aquile e il fascio
Dei serpeggianti folgori. A la soglia
Fermasi un tratto; la sottil mazzetta
Palleggia, ed il sereno occhio d'intorno
Muove in cerca di lei, vergine o sposa,
Donna o dea, ch'ai suoi lauri un qualche intrecci
Gentil fior di pensiero, e stilli unguenti
Sopra le nevi del ben culto crine.
Bice è là, che l'attende: ecco, si spicca
Dal picciol crocchio de le sue compagne,
E gli muove d'incontro e gli confida
Nel morbido candor del niveo guanto
La voluttà d'una manina ignuda.
O felice costei tre volte e quattro,
Che con l'aëreo balenar d'un casto
Languidissimo sguardo, o co'l profumo
D'un sospir ventilato in su la cima
Del piumato ventaglio apresi il varco,
Non agevole invero, ai luminosi
Estri di tanto vate! Oh! lei felice
E invidiata a buon dritto! Inutil pompa
D'ottuse forme e di bustin ricolmo
Ella, è ver, non ostenta: ignobil dote
Di vulgare beltà sien le ritonde
Polpe e l'adipe osceno, irriguo ai salsi
Sudori, e immane, o Dio, carcer de l'alma.
Ricchezza unica a lei sia la divina
Trasparenza del corpo e i delicati
Qual fil di gelsomino arti e il languente
Collo e le braccia cascanti. Qual face
Chiusa dentro a dïafani alabastri,
L'alma in lei splende; e simile a canora
Che si pasce di brine aurea cicada,
Le vaporose fantasie deliba,
Che dal plettro gemmato ad ora ad ora
Mollemente deriva il suo poeta,
Poeta a un tempo e cavalier. Sui molli
Tappeti, ai piedi de la sua regina,
Spesso ei numera in pianto i suoi pietosi
Nunzî di poesia primi vagiti
E i suoi gesti e i suoi cenni, unica scola
Ai protervi nepoti. Ella, commossa
Da l'ardor dei civili estri, i socchiusi
Occhi gli volge; e se ne le divine
Estasi le sottili in su la fronte
Labbra gli posa, e di cinabro tinto
Cader si lascia un indelebil bacio,
Dilungate di là, Momi impudenti
Dai mordaci sarcasmi, e non osate
Dar condito di burle al vulgo iniquo
Il mister di quei petti: a completarsi
Tendon l'alme per fato; e chi no'l crede
Ne dimandi a Platon!
Ma oscuro e muto
Sui soffici divani a poltrir forse
Venne il divo cantor? Tolgalo il casto
Senno di lei, che è sol suo studio e vanto!
Ai secreti colloquî, ai vaporosi
Veleggiamenti dei verginei ingegni
Serban le Grazie altr'ore: aman gli opachi
Vetri le Grazie e le socchiuse imposte,
Da cui, non dispregiato ospite, il solo
Profumo entri dei fiori, e a cui dan velo
Con fantastici giri i rampicanti
Convolvoli azzurrini e l'ampie tende
Non indocili a l'aure. Ora è codesta
Di saëttar co' glorïosi raggi
Gli sparsi in quella sala astri minori;
Ora è d'aprir con l'armonia dei versi
La rigid'alma del più rio marito.
Come soglion d'intorno a un'iridata
Bolla, che con sottil fiato da l'alto
Del suo balcone il fanciullino espresse,
Correre ed affollarsi e spiccar salti
Gl'irrequieti monelli; e mentre incerta
Pende quella su l'aëre, e al Sol si pinge
Di tremuli colori, impazïenti
Lanciano i berrettini, e fanno a gara
A chi primo l'aggiunga; in simil guisa
Corsero tutte, e s'attruppâr d'intorno
Al tonante cantor damine e spose.
Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite:
—Egli ed ella eran due! Qual fulminato
Arcangelo superbo, orribilmente
Mugghiava per la torva aere sanguigna
Un moribondo temporal. Dai mesti
Pertugi de la terra ad uno ad uno,
Siccome frati ch'escon salmeggiando
Da le pallide celle, uscíano i funghi
Annusando l'autunno; e, co'l volubile
Mappamondo a le spalle, in simiglianza
Di pellegrini piccioletti Atlanti,
Le bavose lumache ardían mostrarsi
Saettando la corna. Essi eran soli!
Eran soli a mirar le rubiconde
Agonie d'un tramonto. A passi lenti,
Per la morte del Sol vestita a bruno
La sonnambula Notte discendea
Pe' gradini de l'etra, e mille e mille
Angeletti lumaj davan la luce
Ai fanali del ciel. Sotto i giganti
Rami d'un eucalipto, immenso figlio
De l'australiche selve, in su le barbe
Dei vellutati muschi e dei licheni
La giovinetta si assidea, struggendo
Le delicate fibre e gli otricelli
Del monocotilèdone embrïone
D'una dïoica pandanèa. Le braccia
Distese Arrigo, sospirò, fu sua!
O poverella ardita, o mendicante
Regina, o musa mia, sorgi dai tuoi
Papaverici sonni, e dimmi quanta
Febbre di voluttà bruciava i petti
Di quei lieti accoppiati, e i lampi e i tuoni
Dei sorrisi e dei baci e la battaglia
Degli eccitati muscoli!—
Un solenne
Scoppio di plausi e di femminee voci
L'aurea sala echeggiò; dal sonno scosso
Moron sorge, ed applaude; altri in disparte
Con la bile sul labbro e il guardo a sghembo
Dà il galoppo a l'invidia; il naso arriccia,
E fa il greppo Macrin; pago e beato
L'apollineo sudor terge, e carezza
Gli attorti baffi il morbido poeta;
E, sprofondato ne la sua poltrona,
Scrollando il capo il Pellegrin sorride.
Mosso poi da un mordace estro di sdegno,
In piè levossi, ed esclamò:—La voce
Degli spiriti or s'oda; a me gli usati
Alfabetici segni e le canore
Assi da cui, se tanto pur siam degni,
Del gran padre Alighier gli accenti udremo.—
Disse, e al cenno d'Egeria una ritonda
Tavola fu recata, a cui dei quattro
Ben atti piedi, che le fan sostegno,
Uno ha tanta virtù, che al flusso occulto
Dei magnetici spirti agile e destro,
Più del pensier degli ammirati astanti,
Scerne le note, ed il responso appresta.
La mirò, la tastò con le gagliarde
Nocche l'Eroe da tutte parti, e quando
L'ebbe assettata su le cifre, entrambe
Vi sovrappose con mirabil rito
Le aperte palme, e simulando un senso
Di riverenza e di paura in volto,
Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiola
Il fatidico legno; un dopo a l'altro
S'odon tre picchi; come Tiade invasa
Da la furia del nume, or quinci or quindi
Il sonnambulo piè lanciasi in volta,
Nota i segni soggetti, e sbalza e sguiscia
Ratto così, ch'occhio o pensier no'l segue.
Tace alfine, e s'arresta; attenti, immoti
Pendon tutti d'intorno; ecco il responso:
—Chi da le sfere luminose, ov'io
Libero spirto in grembo al Ver mi eterno,
Mi richiama al fatal lido natío?
Ben giunse a me nel mio loco superno
D'Ausonia il grido e il rimbombar de l'armi,
Per cui perfetto il pensier mio discerno.
Levai sdegnoso dai funerei marmi
L'onorato mio capo, e a le pugnanti
Schiere in mezzo piombai co'l brando e i carmi.
Oltre l'alpi esulâr monche e tremanti
Le teutoniche belve, e il profetato
Veltro regnò su' ceppi e i troni infranti.
Entro a l'are venali imprigionato
Urla fra tanto il traditor Giudeo,
Che a' danni nostri ed a l'insidie è nato;
Ma a l'onte occulte e al macchinar suo reo
Splender più bello e star più saldo io miro
Solo un vessil da Susa a Lilibeo.
Pur, se a l'itale muse il guardo io giro,
Tanta di lor m'assale ira e vergogna,
Che in volto avvampo, e dentro al cor sospiro.
Qual mendica erra; qual vaneggia e sogna;
E qual de l'Istro o de la Senna impura
L'onda attinge, e le sue membra svergogna;
E mentre una s'insozza e si snatura,
L'altra oziando sbadiglia; onde ai lor danni
Stride lo scherno, e il freddo oblio congiura.
Or leva, o genio mio, leva i tuoi vanni,
E tal su'l capo lor fulmina un telo,
Che la memoria sua viva negli anni.
Mostro vien fuor da l'iperboreo gelo,
Che la diva stuprando Arte dei suoni
D'orrido strepitío streper fa il cielo;
E strepitando in strepitosi tuoni
Strepita sì, che a nostre orecchie offese
Sembran dolci armonie bombe e cannoni.
Già si affaccia, già invade il bel paese:
Fuggon le Grazie; e n'han dal ciel spavento
L'angelo di Catania e il Pesarese;
Ma chi il senso de l'Arte in petto ha spento
E ferrea l'alma e assai più ferrei orecchi
Catechizza le turbe al gran portento.
O tu, se il genio tuo mai non invecchi,
Vivo onor di Busseto, a l'empie grida
Piegherai l'alma, e fia che in lui ti specchi?
Sorgi; a l'antica melodia confida
Gli estri, ond'uomini e tempi animi e crèi,
E lascia i dotti ragli al nuovo Mida!
Nè fia che in voi non vibri i dardi miei,
O de l'onnipossente Arte dei carmi
Sacerdoti non già, ma Farisei.
Sento tra una venal turba chiamarmi
Chi d'alma vuoto e d'onestà digiuno
Libertà grida, e il vulgo aízza all'armi;
E chi in aspetto di plebeo tribuno
Giambi saetta avvelenati e cupi,
E fuor di sè non trova onesto alcuno:
Idrofobo cantor, vate da lupi,
Che di fiele brïaco e di lièo,
Tien che al mio lato il miglior posto occùpi,
E veggio lo svenevol cicisbèo,
Che, d'ingegno ventoso e di cor frollo,
Gratta la cetra in suon di piagnistèo;
E, incipriato le chiome e torto il collo,
Co'l ciglio imbambolato e il guardo losco,
Va a confettar gli stronzoli d'Apollo.
E tu chi sei, che chiudi il viso fosco
Ne la larva di Plauto, e stenti e sudi
A condir vuote ciance in sermon tosco?
Ben altri stenti omai, ben altri studi
Chiede Talía, che infarcir motti e scede
Scevri di senso e di pudore ignudi.
Più d'una gazza razzola al tuo piede,
E manda il nome tuo da Battro a Tule,
Te proclamando di Goldon l'erede:
Gracchiano al vento come immonde sule,
Che di grida scomposte il ciel fan sordo,
Se han pinzo il ventre e molle il gorgozzule;
E tu di lauri e di nastrini ingordo,
Qual verme che si pasce in suo pattume,
Tanto sei fatto omai cieco e balordo,
Che ancor bianca la voce e il mento implume,
Piantando il pedagogo a mezza via,
T'alzi a maestro di civil costume.
Torna, o stolto fanciullo, al quare e al quia,
E, se granel di sale anco ti resta,
Pulisci il socco, e rendilo a Talía.
V'è chi avendo di liti un guazzo in testa,
E faría meglio a strombazzar pe' trivi,
Calza il coturno, e le ribalte infesta.
Strillan le maghe; corre il sangue a rivi;
Surgon spettri e vampiri; urlano i morti;
Vivi i fantasmi son, fantasmi i vivi.
Pugne, stragi, rapine, incendî, aborti,
Suon di catene, parricidî, incesti,
Orgie d'alme e di carni e fusi torti,
I reconditi intingoli son questi,
Per cui Melpomenèa briaca e pazza
Fa che gli spettator rimangan desti.
O di zebe e di buoi stupida razza,
Se pur fra tante teste avvi un cervello,
Quel beccaio urlator cacciate in piazza!
Chè s'ei dona al suo genio altro rovello,
Per far la scena a voi stessi più viva,
Al collo vostro appunterà il coltello!
E tu d'irti istrïoni orda cattiva,
Che vendi e insozzi il sofoclèo coturno,
E vai d'oro superba e d'onor priva,
Smetti il traffico vil, per cui l'eburno
Trono de l'Arte e i sacrosanti altari
Covo son fatti a fornicar dïurno.
Varcan per opra tua montagne e mari
Le più turpi di Gallia ibride Muse,
Che lor facil beltà dan per danari;
E involgendo la colpa in auree scuse,
Coronando di fior chimere e mostri,
Scroccan l'applauso de le turbe illuse.
Stolte! nè san, che da quei sozzi inchiostri
Spandesi intòrno sì mortal mefíte,
Ch'alma e braccio prostrando ai figli nostri,
Li farà indegni de le glorie avite!—
Tal suonava il responso. Impallidîro
Donne e poeti, e si guardar negli occhi
Irrequieti, silenti. Arse di sdegno
L'altera alma d'Egeria; arse pur ella
La florivola Bice, a cui la punta
De la mal tollerata ira risveglia
Le isteriche trambasce e invola i sensi;
Arser su tutte inviperite e fiere
Antigone e Sofia, coppia gemella
D'emancipate amazzoni. Ribolle
Ne le lor vene il maschio sangue; in fronte
De l'audace Stranier figgon gli sguardi
Sinistramente; e certo avrían quel giorno
D'un gran fatto illustrato il nome oscuro,
Ove Olimpio non era: ei le contenne
Subitamente, e con gentile e ardito
Piglio di paladino: A me si addice
La vendetta, esclamò. Volse lo sguardo,
Così dicendo al Pellegrin, che muto
Fra cotanto armeggiar d'ire e di accenti
Del suo fiero sermon godeasi il frutto.
Poi replicò:—Lo spirto e la parola
De l'Alighier qui non si udì: mentite
Voci dal labbro di costui dettava
La rea calunnia ed il livor codardo!—
Balzò a quel dir l'Eroe. Pari a ringhioso
Stuol di mastini, che, a un rumor lontano
Desti tutti in un punto a la tard'ora,
Uggiolando prorompono a la siepe
Del custodito pecoril: l'un l'altro
S'aízzano co'l grido, e, a lo sbarrato
Limitare avventandosi co' morsi,
Raspano il suol rabbiosamente; allora
Ch'odono del pastor la voce e il passo
Si ramansano a un tratto; penzoloni
Gittan la coda, spianano le orecchie,
E muti, muti acquattansi; in tal guisa
Al sorger de l'Eroe tacque l'impronto
Bisbigliar degli astanti; e con furtivo
Pavido sguardo e con moto conforme
I suoi sguardi, i suoi moti ognun seguía.
Ei favellò:
—Qual che tu sii, nè al certo
D'infamia o loda il nome tuo fia degno,
Stolte parole or proferisti. Hai vôta
Alma e cervel gonfio di fiabe, ed altro
Che inutil fiato il labbro tuo non mette.
Di mutue lodi, e di vulgari incensi
Pago tu vivi, e teco il gregge: ingrato
Però il vero a te suona, a te che l'arte
E la natura e te stesso mentisci!—
Non si contenne a tal parlar superbo
L'offesa alma d'Olimpio, e:—Il nome mio,
Gridò, il saprai, ma con la spada in pugno,
S'hai fermo il core, e cavalier tu sei!—
Disse, e come a la cheta ora del vespro,
Se a' bruni aranci del giardin, da cui
Pendon purpurei ed odorati i pomi,
Cantarellando una canzon t'appressi,
Odi tosto un frusciar d'ali e un pispiglio
Di furbi passerelli a fuggir lesti;
Così d'Olimpio al favellar si sveglia
Sordo intorno un susurro: e chi gli audaci
Sensi condanna; chi l'ardir ne loda;
Chi la gagliarda valentía n'esalta;
E ognun gode in cor suo, che il novo evento
Nova materia a favellar gli appresti.
Tu sola dal profondo animo gemi,
O dïafana Bice, e a lui d'intorno
Trepidante ti serri, e invan ti adopri
Dal destinato petto a svolger l'ira.
In sua tranquilla maestà spartana
Ei si parte da te, ma non sì lesto
Da non udir queste parole acerbe
Che gli gitta l'Eroe:
—Gonfia a tua posta
Di sonanti minacce il dir tuo folle,
O menestrello paladin: non uno,
Ch'abbia intera la mente e sano il core,
Dirà men vero il mio parlar; t'indossa,
Se pur lo vuoi, maglia e lorica, e al filo
D'un sordo acciar la tua ragion commetti,
Ragion degna di ferro; io, finchè splenda
Agli occhi il Sole e a questa mente il Vero,
Ragiono e vinco, e i pari tuoi disprezzo!—
CANTO DUODECIMO.
ARGOMENTO.
Lucifero giunge in Roma.—La breccia di Porta Pia.—La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.—Voce di Ebrei.—Voce di Numi.—Voce di Sacerdoti.—Voce di Santi.—Voce di Diavoli.—Voce del Tevere.—Voce della Savoia.—Voce della Corsica.—Voce dell'Istria.—Voce di popoli slavi.—Voce della Germania.—Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma.—Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico.—Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.
Poichè avvolse così d'alti dispregi
Le parole d'Olimpio e il reo costume,
Che risibil comporta il secol nostro,
L'auree sale d'Egeria e le tranquille
Sedi d'Etruria abbandonò l'Eroe;
E a te si volse, o del suo cor supremo
Desiro e dei suoi passi ultimo segno,
Tiberina città, che tutta chiudi
Del popolo latin l'anima e 'l fato.
Date querce ed allori a le recenti
Brecce di Porta Pia, date corone
Al Sabaudo Monarca, itale genti;
E custode di lor l'inno risuone,
Che diêr braccia e pensieri
E la vita al grand'uopo! Are son fatti
Li trafficati e neri
Templi dei dieci colli,
Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto,
Chi al ciel serva la terra, e a la codarda
Fede contenne il Pensier divo avvinto.
Saldo negli anni, occulto
Ne l'ombra e tutto cinto
D'armi e d'insidie, il piè dentro al profondo
Petto d'Adamo, il capo agli astri, il grido
Ai poli, eterno si tenea l'infido
Pescator Galilèo reggere il mondo.
Ma come avvien, che, rósa
Dai secoli e dal mare, entro il mar crolla
A nuovo urto di turbo ispida rupe,
Che negra e minacciosa,
Riprodotta da l'onda, al navigante
Pendea su'l capo, e gli oscurava il core;
Tal, pugnato dagli anni e più da questo
Eterno flutto del Pensier, che invade
Ogni creata cosa,
Trema, balena e cade
Il doppio soglio a Libertà funesto.
Dei primi onori il vanto
Miete al certo colui, che primo accoglie
Arduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudo
Pensier ne la feconda opra traduce.
Dai domestici affetti e da le braccia
D'ogni più cara illusïon si scioglie;
E oltre ad uso mortal guardando in faccia
Ad inaccessi Veri,
Sordo dei figli e de la sposa al pianto,
Là sè stesso periglia ove più crudo
Ferve il conflitto; e a recar vita e luce
Corre colà, colà vince e procombe,
Dove più ferrei e neri
Pugnan fantasmi, e più la notte incombe.
Però, sola e più degna
Eternità che al gener nostro assente
La fatale Natura, a noi nel petto
Vivrete eternamente,
Quantunque siete, o eroi
De l'umano pensier; sia che mutando
La molle cetra in brando,
O in viva fiamma di Sofia l'acume,
O in fulmine la voce,
Nel più chiuso del cor portaste oltraggio
A questa vaticana Idra feroce,
Cui non giovò dar vostre carni a morte,
Quando la fiamma inesorata e il ferro,
Che brevemente il corpo vostro offese,
Ruppe il suo petto, e le sue membra incese.
Ma non senza gran laude a le venture
Genti andrà il nome e il grido
Di chi l'ultimo crollo a la superba
Mole impavido impresse, onde stupite
Mirâr le più gagliarde anime, e intorno
Tremar parve la terra. O benedetti
Voi, che la vita acerba
Fidaste, o giovinetti,
A l'onor del gran fatto, e benedetta
La destinata mente
Di Lui, che, custodita entro ai gelosi
Carceri Adrïanèi la vita inferma,
Inesorabilmente
Fulminò a morte indegna
L'italico vessillo e i vostri petti!
Veglian su l'infrequente
Uscio le madri abbandonate, o, accolte
L'anima tutta nel pensier di voi,
Lascian piangenti a mercenarie mani
Le vigilate masserizie, e vanno
Dove a lenir l'affanno
Una voce di ciel par che le chiami.
Ardono i ceri; un'onda
D'incensi e timïami
Vaporan l'are; una pietosa, incerta
Melodia le devote anime inonda;
E, dentro a un nimbo avvolto
Di profumi, di suoni e di splendori,
La sacra ostia consacra, e preci ignote
Mormora il sacerdote.
Qual improvviso e fiero
Tuono per li diffusi archi rimbomba?
Come dischiusa tomba
Putre e nereggia il sacro tempio; stride
Il percosso saltèro;
Illividito e nero
Guizzi sanguigni avventa
Ogni lume, ogni cero;
Rosseggia l'elevata ostia, ed infetta
D'orrida tabe, al volto
De le pie turbe e al cor dardi saëtta
Di sdegno e di vendetta;
Urla sui tormentati organi eretta
La cieca Morte, e invita
A fiera tresca il pallido Levita.
Ecco, spumeggia di sangue recente
Il benedetto calice; volteggia
Da feroce disio fatto più lieve
L'inebbrïato Prete…
Madri, madri, fuggite: il sangue è quello
Dei figli vostri; il santo vecchio ha sete;
Madri fuggite: il sangue
Dei vostri figli ei beve!
Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggia
Sui debellati altari
Il vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! viva
Nel tuo triplice raggio, iride santa
Di libertà! Da la percossa riva
De la tumida Senna ululi avventi
La piagata nel cor druda di Brenno,
Cui la vittoria altrui par sua sconfitta:
Fuor d'ogni modo e senno,
Ebbra d'invidia, esulti
Prostituta liberta, e d'impudenti
Minaccie a te, sacro vessillo, insulti,
E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incerti
O lontani presagi al carme io fido,
Che, ravveduta o stanca
Dal sozzo amplesso di plebei Caini,
Te chiamerà, come chi piange. Al grido
Risonerà l'irta Pirene; e quale
Iena sorpresa a l'avvenir del giorno,
L'iberico soggiorno e il reo pugnale
Lascerà urlando il bieco
Masnadier di Castiglia. Allor saprai,
Putta de l'Ebro infurïata, a quanta
Luce di libertà volgesti il tergo
Quel dì, che ai tuoi rissosi
Schiavi t'abbandonò l'italo Alunno,
E da le regie chiome
Strappò sdegnoso il serto,
Pur che la fronte altera
Erger potesse intemerata al sole,
E, monda del tuo sangue, al patrio albergo
Recar la spada ed onorato il nome.
Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furente
Baccar di questa erine
Licenziosa, a cui
Vanto di Libertà danno i suoi drudi,
E quanti han voglia ardente
Del reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi!
Ecco, a piccola pugna un'immortale
Gloria succede: col pensier trïonfa
Roma, e regina del pensier si asside
Fra' redenti latini! In alto il guardo,
Popoli tutti: il Campidoglio è questo!
Roma è Ragione e Libertà; novella
Èra incominciai Sugli altari infranti,
Da un solo amor costrette,
Gridiam, genti latine: Avanti, avanti!
Così a l'entrar ne la Città famosa
Fremeano i sensi de l'Eroe. Solenne
Era quel dì: rinascea Roma. Ornati
Di ghirlande d'allori e d'orifiamme
Splendean ponti, obelischi, archi e teatri;
E dietro a le giganti Ombre dei morti
Ivano al Colossèo festosi i vivi.
Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovine
Titaniche di Roma un fiammeggiante
Sguardo mandava alto a l'occaso il sole:
Un incendio parea, da lo cui grembo
Si liberasse una feroce e bella
Vergine che diceva: Io son la grande
Libertà dei Latini!
Immenso e solo
Sovra ai neroniani orti grandeggia
Il vastissimo Circo, a cui da strani
Colori e bizzarre ombre un magistero
Di bengalici fochi; ondeggia il folto
Popolo, e a' plausi armonizzate e agl'inni
Le gagliarde fanfare empiono il cielo.
Non udiva l'Eroe; ben altre voci
Gli suonavan ne l'alma: echi lontani
De le passate età, vaghe armonie
De l'avvenir, preci e bestemmie escluse
Ad orecchio mortal, ghigni e sorrisi
D'idoli nani e d'uomini giganti.
VOCE D'EBREI.
Dai traffici fecondi,
Unico asilo al pertinace ingegno,
Da le folte città, dai fremebondi
Flutti di gonfî mari,
Sempre io sospiro a voi, sempre a voi guardo
Con la speranza mia, rive dilette
Del Giordano natío, raggianti altari
Dei padri miei, terre da Dio promesse.
Come al Libano eterno, a cui ghirlanda
Sono i cari al Signor cedri vocali,
Drizza il fulmineo vol, come a sua meta,
L'aquila pellegrina,
Tal del disio su l'ali
A voi corre il mio core, e in voi s'acqueta.
Voi sul monte di Dio spargete al vento,
Cedri vocali, i rami annosi, e fermi
Sfidate i nembi e i secoli, mentr'io
Per terre e per età, ramingo eterno,
Il suol dei miei nemici
Bagno del mio sudor, del sangue mio;
E al flagel de le avverse ire, a lo scherno,
Che sibila su me freddo e funesto,
Piego le spalle inermi,
Spero, e pugno sperando, e mai mi arresto.
O cedri incliti, invano,
V'intendo, invan voi non mettete eterne
Entro al monte di Dio l'alte radici;
Però ch'eterna, a par di voi, si asside
La speme del trïonfo entro al mio petto.
Voi rivedrò! Da queste infauste arene,
Che del mio sangue tinse
Tito, delizia de l'umane genti,
Da ove sorge la notte e il giorno viene,
Da tutti e quattro i venti,
Quel divino voler, ch'indi mi spinse,
Richiamerà, nè fia lontano il giorno,
Il vincente Isdraello al suo soggiorno!
VOCE DI NUMI.
Esuli affaticati,
Senza speme di vita e senza regno,
Fuggiam, cadiam sotto al flagel dei fati,
Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.
Il serto luminoso
Del poter nostro ov'è? Dove il raggiante
Trono del sole e i sempre verdi alberghi
De l'Ida? Ove il temuto
Folgore e le sedotte
Figlie de l'uom? Tutto d'intorno è muto
A noi; squarciasi il velo,
Da l'inganno tessuto,
Che lieve sosteneaci a mezzo il cielo;
Manca il cielo a nostr'orme: i fior, la luce,
L'amor, la giovinezza, il paradiso,
Tutto a un punto dissolvesi
Al fiero lampo de l'uman sorriso.
Esuli affaticati,
Senza speme di vita e senza regno,
Fuggiam, cadiam, sotto al flagel dei fati,
Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.
O miserando e gramo
L'esser nostro di Numi, ove al talento
Di mortal plebe abietta,
Qual nebbia vana ad agitar di vento,
Sorgere a caso e dileguar dobbiamo!
Ove andrem noi? Di amici astri deserto
È il ciel; d'altari è brulla
La terra; inesorabile si avanza
La Verità; l'Oblio ne inghiotte e il nulla…
Oh! fosse dato almeno
A noi mutar sembianza,
Gioir l'aere terreno,
Scendere in terra e aver con l'uom possanza
VOCE DI SACERDOTI.
Tramonti pur, tramonti,
O fuggevole Iddio, la tua possanza;
Noi terrem contro al fato erte le fronti.
D'imbelli anime è stanza
La terra; e noi teniam su l'alme il piede:
A te il ciel manca; a noi la terra avanza.
Più che astuti noi siam, cieco è chi crede;
Cada Saturno, o Gèova,
Mai non cadrà dal petto uman la fede!
VOCE DI SANTI.
O misera e fugace
Vita de l'uom, che speri?
Non ha trïonfo e pace
Questo agitato vortice
Di affanni e di piaceri.
Come in silice abietta
Prigioniera scintilla,
Così l'anima, eletta
A miglior sorte, ascondesi
Ne la mortale argilla.
Dio ve la chiuse; al solo
Cenno del suo pensiero
Ella discioglie il volo,
Mesce il suo raggio a l'iride
Del sempiterno Vero.
Soffriam: de la romita
Alma, che piange e crede,
Cibo, lavacro e vita
Son la Speranza eterea,
La Carità e la Fede.
VOCE DI DIAVOLI.
Che val pascer di vuote
Fuggitive speranze il cor digiuno?
Navigar co'l desio regioni ignote
Derelitti nocchieri a l'aër bruno?
A noi prescrisse un segno
La diversa Natura, e mal n'è dato
Spinger oltre il poter l'audace ingegno,
Cercar ne l'ombre e battagliar co'l fato.
Han pur queste fugaci
Ore terrene alcun sorriso e fiore,
Ha battaglie il pensier, le labbra han baci,
Vita la terra, e inferno e ciel l'amore!
VOCE DEL TEVERE.
Molte sul dorso antico
Storie nefaste io porto,
Molte nei gorghi miei storie nascondo;
Ma, poi che per età son fatto accorto,
Freno il flutto iracondo,
E al mar mio grande amico
Al vecchio mar le vecchie storie dico.
Dal mobile soggiorno
De l'onde cristalline,
Coronate di perle e di coralli
Corrono a me le azzurre Ocëanine;
E melodia di balli,
Per quanto è roseo il giorno,
Voluttuöse a me tessono intorno.
Ond'io, fatto loquace
Da la vista amorosa,
Assiso in mezzo a lor canto le strane
Vicende de la mia storia famosa;
Mentre su l'onde piane
Con la sua mesta pace
Siede la stanca luna, e l'aura tace.
Tutta allor torna viva
Nel mio canto fatale
De le vetuste età l'aurea leggenda:
Quando la Fede a la Giustizia uguale,
E deïtà tremenda
Era la Legge, e diva
Cosa la Patria e chi per lei moriva.
Taccio però l'offesa,
Che a l'aquile di Giove
Recò una turba di feroci imbelli;
Taccio il baglior di queste genti nuove;
Però che sui ribelli
Flutti lasciata illesa
La croce di Gesù troppo mi pesa.
Ma un dì, se l'onte atroci
Non moveranno alcuno
Che in me l'affoghi e d'ogni onor la privi,
Io parlerò: sentirà allor ciascuno
Di questi rei malvivi
Tuonar con ferree voci
L'eloquenza dei miei flutti feroci.
Fuor dai percossi fini
Proromperò, indomato
Dèmone; stenderò l'onda funesta
Sui colli; segnerò l'ultimo fato
All'ara, al trono, a questa
Degna dei suoi destini
Plebea ciurma di Borgia e di Tarquini!
VOCE DELLA SAVOIA.
Dal trono de la gloria ove tu sei
Ricca d'armi, di mente e di fortuna,
Madre Italia, ricorda i figli miei,
Ora che amor tutti i tuoi figli aduna.
Pensa che nel dolor giace colei,
Ch'a' guerrieri tuoi re diede la cuna,
Da te divisa e serva a lo straniero
Lei che fu patria al redentor Guerriero!
Ben prudente consiglio esser potea
Gittar mie carni al fero augel francese,
Quand'anco incerto il tuo destin pendea,
E tronche a mezzo eran le patrie imprese.
Ei che il sangue per te versato avea,
Tarpò il tuo volo, e il sangue mio richiese;
Io, ch'ebbi il tuo più che il mio ben diletto,
Tacqui, ed offersi al sagrificio il petto.
Ma or che forte e secura e di te stessa
Donna, per propria via, splendida incedi,
Tanta virtù non m'è dal ciel concessa,
Ch'io taccia ancor de lo straniero a' piedi;
Di lui, che, d'ogni error l'anima ossessa,
Contro il suo petto infurïar tu vedi,
E dal reo brago, ove ognor più s'ingora,
Giudicar osa e minacciar tuttora!
VOCE DELLA CORSICA.
Già non dirò, che prima
Fra l'isole tirrene
D'ogni bellezza opima
Sono albergo di ninfe e di sirene:
Ad altri il debil vanto
Di molli aure e di fiori
Ed il femmineo canto
E i florívoli amori.
Cirno son io: de l'onda
Che mi flagella i liti,
Qual d'armonia gioconda,
Serbo nel seno i liberi ruggiti;
D'odio, d'amor, di sdegno
Facil s'accende il petto;
Pronto il braccio e l'ingegno
Al par del mio moschetto!
O madre Italia, e vuoi
Che da te svelta io giaccia?
Ch' io non aduni ai tuoi
I miei sensi, i miei fati e le mie braccia?
Chiedi gemme e tesori?
Gemme e tesori ho anch'io:
Gemme? I miei patrî allori;
Tesori? Il popol mio!
VOCE DELL'ISTRIA.
O tu, Sir del vetusto
Trono d'Asburgo, invano
Offri al Sabaudo augusto
Pegno d'alta amistà l'ambigua mano.
Credi, levar l'artiglio
Dal fianco mio, dov'hai la piaga aperta,
Saría miglior consiglio
E più regale offerta.
Tra noi di pace è questo
Unico patto e degno;
Chè il simular molesto
D'astuzia rea, non di fortezza è segno.
Placate allor, lo spero,
Sorrideranno al tuo regale albergo
Le nostre Ombre dal nero
Ciglion de lo Spilbergo.
VOCE DI POPOLI SLAVI.
Qual grido funesto risuona sul monte?
Qual gemito cupo si leva d'intorno?
È forse la Vila dal lucido fronte,
Che cinta di nembi si slancia nel ciel?
In cima a la rupe, nel niveo soggiorna
Riposa la diva le membra sue snelle;
Le danzano in giro le rosee donzelle,
La cullano i canti d'un astro fedel.
Fra l'ombre solenni, fra l'irte boscaglie
Forse urlan le belve pugnanti a la preda?
O, attorte agli abeti le rabide scaglie,
Di Bàlkan le serpi lingueggiano al Sol?
O figli di Serbia, se il cielo vi veda,
Balzate dai sonni, lasciate le selve:
Più fieri serpenti, più rabide belve
A l'aquila nostra tarparono il vol.
Ferita a Cossòvo dal turpe Islamita,
Perduto il remeggio de' giovani vanni,
Dai campi raggianti di gloria e di vita
Ne l'ombre di morte, stridendo, piombò.
Sbucâro i ladroni giurati ai suoi danni
Dai scitici ghiacci, da l'Istro interdetto;
La fissero in croce, sbranaronle il petto;
Chi men le diè strazio men prode sembrò.
Ah! dove in quel giorno, dov'era il tuo brando,
O Marco, o di Serbia speranza immortale?
Conosci e sostieni lo strazio nefando?
O il sonno e la morte ti avvinser così
Che nulla più curi? La morte? Il fatale
Momento di morte per lui non arriva:
Mutate la nenia ne l'oda festiva;
Ei dorme, si scuote, risvegliasi al dì!
Ei sorge, si appressa: de l'antro fatato
Risuona ai suoi passi la volta profonda;
Il negro cavallo gli scalpita allato;
Gli mette baleni lo sguardo e l'acciar.
Già monta in arcioni; la turba il circonda;
Il corpo squarciato si unisce e cammina;
La schiava spregiata si leva a regina;
La tomba dei prodi diventa un altar!
VOCE DELLA GERMANIA.
O prima reggia del Pensiero, augusta
D'idee madre e di genti,
Patria del gener nostro Asia vetusta,
A te col grido dei perfetti eventi,
Vetusta Asia, il saluto
La libera Germania alza su' venti.
Odi: stridono ancor su'l combattuto
Reno i miei plaustri; echeggia
Il mio vittorïoso inno temuto;
E con securo il vol come in sua reggia
Quant'è di cielo intorno
Di Brandeburgo l'aquila passeggia.
Sorgete, o voi dal feüdal soggiorno,
Tremende Ombre, sorgete,
Fiere stirpi d'Arminio, al novo giorno;
E voi che sul divin Tebro scorrete,
Secure Ombre, e la nova
Stirpe latina a magne opre accendete,
Venite: a la funesta ira non giova
Dar l'alma, or ch'ogni gente
Guida un solo pensiero a varia prova.
Voi condurrò nel mio volo possente
Dove com'aureo sole
Poggia di Brama la magion lucente;
Dov'erge l'Imalai l'intatta mole,
Ed a la Ganga in giro
Del loto degli Dei splendon le aiuòle.
Come giorno che irradia il vasto empiro,
Tal da le rive bionde
Sorger tranquilla una gran luce io miro;
E a la gran luce un'armonia risponde,
Da cui senso e pensiero
Prendon l'aure, le stelle, i fior, le sponde:
—Smetti, o figlio del Lazio, il vanto altero,
E tu, d'Arminio figlio,
Riponi il brando insanguinato e fiero!
Se l'un ne l'altro insanguinò l'artiglio,
Roma lo sa; lo sanno
De l'Elba i flutti e il Reno ancor vermiglio.
Troppo fra voi di servo e di tiranno
Voce sonò: gli avelli
Son anco aperti, ed ancor vivo è il danno.
Ma se i miei sensi al ver non son ribelli,
Io qui da questa sponda
Secura griderò: Siete fratelli!
Là sul vasto altipian radice e fronda
Pose l'Arìana antica
Pianta, che fu di molto fior feconda;
E se il turbo la svelse, e la nemica
Sorte ne infranse i molti
Rami, i germi educò la terra amica;
Onde sott'altro ciel giovani e folti
Sorser mutati, e fûro
Da inconscia man moltiplicati e còlti.
O gente cieca, a cui pur l'oggi è oscuro
Voi de l'Arìana pianta
Siete due rami, in faccia al Ver lo giuro.
L'un s'infrondò su'l Campidoglio, e tanta
Arbore al ciel spiegossi,
Che cadde alfin dal proprio peso affranta.
Tal su l'altro di nembi ira sfrenossi,
Che le pigre ombre e 'l gelo
Fuggendo e da pugnace indole mossi
I suoi fieri cultor sott'altro cielo
Ruppero, e fûro al corso
Tigri, e demòni al fulminar del telo.
Serrate, o stolti, a l'ire orrende il morso;
E più dei truci acciari
Abbia su'l vostro cor punta il rimorso!
Entro al fin dei suoi monti e dei suoi mari
Vigili ognuno, e il volo
Sfreni al pensier, che fa temuti e chiari.
Vedrete allor da l'uno a l'altro polo
Sorger le genti, e avranno
Per sentiero diverso un pensier solo;
E, spento prima ogni desío tiranno
Ed ogni error conquiso,
Fide a Giustizia e a Libertà staranno!—
Salve, o diva Scïenza; al detto, al viso
Che sopra ogni altro estimo,
Ai voli rutilanti io ti ravviso!
Per te del mio pensier l'ali sublimo;
Per te nei sanguinosi
Studî de l'armi il popol mio va primo.
Tu che, amica de l'opre, i neghittosi
Ozî diradi, e vivi
Vigil sempre ed eterna e mai non posi,
Tu che redimi a libertà i captivi,
I restii sproni, e godi
Sovra l'ombre versar la luce a rivi,
Tu, assidua e paziente il tempo rodi;
Tu i diradati stami
Dei popoli dispersi ordisci e annodi.
Da l'abisso dei morti anni richiami
L'ossa eloquenti: ritte
Composte in scheltri in sugli altari infami,
Gridan così, che a mezzo il cor trafitte
Da la parlante luce
Precipitan le sacre Ombre sconfitte.
Salve, o diva Scïenza; auspicio e duce
D'ogni grand'opra; ai santi
Regni del Vero e a Libertà ne adduce
La voce tua, che grida sempre: Avanti!
Poi che al veggente immaginar l'altero
Ribellator degli uomini si tolse,
E mirò intorno il vasto Circo, un alto
Silenzio s'assidea sui tenebrosi
Menïali titanici, e fra' rotti
Pilastri ed i corintî archi passavano
Lunghe file di mute Ombre e la luna,
Ei mirava e tacea. Ma tu nei santi
Penetrali del ciel già non tacevi,
Gran signor dei beati: acre e vorace
Ti rodea l'alma una gran cura; e come,
Se fra poche pareti arda un occulto
Foco, di quante masserizie ha intorno
In pria fa preda e cheto si alimenta,
Finchè di sua virtù gonfio e superbo
Tutto divora il chiuso aere, dirompe
L'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode;
Così del padre dei Celesti a un punto
Proruppe la repressa ira, nudrita
D'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidi
Guanciali alti si eresse, e si folcendo
Del tentennante cubito, in tal guisa
Parlò ai beati ivi a consiglio accolti:
—O beati, se pur lecito è ancora
Con tal nome chiamarvi, or che le pingui
Mense e i tiepidi letti, unica gioia
Di voi sereni abitator del cielo,
Sparecchiar ne minaccia un rio destino,
Beati, a voi di gran stupore obietto,
E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduni
A insoliti consigli, io che finora
D'ogni assoluto mio voler fei legge
A le vostre cervici, a cui fu somma
Virtù il tacere e l'ubbidir. Se or muto
Al gagliardo agitar di venti avversi
I propositi miei, già non direte,
Che sopraffatto o paventoso io pieghi:
Fermo son io, siccome il sole; e questa
Picciola libertà, ch'oggi vi assento,
Vuo' che qual liberal dono s'accolga.
Di che perigli il regno mio sia cinto
È noto a voi, che spennacchiato e stracco
Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi
L'Arcangelo Michel, lui, già tremendo
Fulmin di guerra e condottiero invitto
De le nostre legioni. A lizza estrema
Col superbo Lucifero si spinse
Ardimentoso, e gli ridea negli occhi
La securanza del trïonfo: inerme,
Rotto dal lungo battagliar co' flutti
Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno
Solo, un sol ghigno a debellar gli valse
L'adamantina ira celeste. Io taccio
L'altre sconfitte, e la più grande e indegna
Per avventura e più recente: io stesso,
Io l'eterno Signore, io… ma gagliardo,
Onnipossente ed infallibil sono
Siccome un dì! Solo provar voll'io…
Fu soltanto una prova; e alcun non osi
Ricercar con profano occhio gli abissi
Del mio pensier! Questo saper vi giovi,
Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma!—
Disse, e un sospir traendo, giù di peso
S'abbandonò su le soffici piume,
A cui di sotto scricchiolar compresse
L'agili spire dei cedenti ordigni,
Che di acciaro eran tutti, A quella guisa
Che fra un popolo avvien, che, scosso un ferreo
Giogo di servitù, sfrenasi ai novi
Deliramenti e a l'oblïosa ebbrezza
De l'acquistata libertà: risuona
D'inni ogni via; tuonan le piazze al grido
Dei Catoni d'un giorno; ardon le notti
D'assidui fochi, a cui tripudia in giro
Clamorosa la plebe; ove fra tanto
Spensierato tumulto odasi il cupo
Reböar del cannone, un improvviso
Pallor si sparge in tutti i volti; tacciono
Gl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fuga
Mugghia qual mar l'immensa folla, sperdesi
Per le vie, per le piazze; odi a l'intorno
Un chiamar sospettoso; un concitato
Serrar d'usci, e suonar per la deserta
Via dei pochi animosi il passo e il grido;
In simil guisa al favellar del Nume
D'improvviso terror si ricoperse
L'anima e il volto dei Celesti, a cui
Solo è dolce allegrar gli ozî immortali
Di concenti, di danze e di conviti.
Si sgomentâro a la terribil nuova
Anco i pochi gagliardi; ed altri in volta
Diêrsi precipitosi, altri in querele,
Altri in preci. Piangean le vereconde
Dive, e al petto ed al crin faceano offesa;
Battean le picciolette ali indorate
I paffutelli Cherubini, e indarno
I bellicosi Arcangeli in piè ritti
Fan sdegnosa rampogna ai fuggitivi.
Scrollava il capo il divin Padre, e:—Imbelli,
Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggo
Da l'aver per sì lunghi anni impinguati
I non mai sazî fianchi vostri! Avessi
Nudrito oche! Potrei nei delicati
Èpati almen delizïare il dente!—
Si chetarono alquanto, e vergognosi
Stettero. Allor dal radïoso scanno
Rizzossi in piè la diva Cate, illustre
Italo germe, e dei tuoi monti onore,
O belligera Siena, a cui più volte
Diè femmineo valor soccorso e grido.
Girò il guardo a l'intorno, e, nel capace
Petto premendo una gagliarda impresa:
—Arrossite, sclamò, voi non già eterni
Spiriti, non pur uomini nè donne,
Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! foste
Tutti esclusi dal ciel! Ma già di voi
Cura io non ho: d'incliti spirti ancora
Forte presidio ha il paradiso, e quando
Fosse infranta ogni spada, infranta al certo
Non saría la mia lingua! Or tu mi ascolta,
Eterno Padre, e voi mi udite, alteri
Spiriti: in terra io scenderò soletta,
Inerme, come il dì, che a pace astrinsi
Di Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio;
O come allor che a l'interdetta chioma
Di Clemente strappai l'aureo triregno,
E a schiacciar la fischiante Idra sospinsi
Sul carro de la Fede il saggio Urbano.
In Roma andrò; starò di fronte al fiero
Lucifero; e se ancor serba qualcuna
Di sue virtù questo mio labbro, ho fede,
O d'indurlo a tornar nel derelitto
Regno de l'ombre, o persüaso e vinto
Rendergli l'ali e ricondurlo in cielo.—
Tacque; e del suo parlar paga si assise
In sua beltà. Fremean d'assenso intorno
L'auree sedi del ciel; quando con voce
Di tutta tenerezza, e la mirando
Con dolcissimo sguardo:—Oh! che tu speri,
Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose;
Lucifero domar? lui che de l'ira
Di tutto il cielo e di me pur si ride?
Tutta non fosse congiurata ai nostri
Danni la terra, agevol cosa invero
Il domarlo saría; ma come rupi
Stanno le fronti dei mortali erette
Contro ai fulmini miei; sfrenato e baldo,
Qual cavallo che irrompe a la battaglia,
Corre il Pensier, che, divorato il breve
Tramite de la terra, al ciel si lancia.
Annientarlo io potrei, ma me'l divieta
Un'occulta prudenza! Oh! sì ti fosse
Dato il frenarlo e ricacciarlo ai neri
Báratri, là dove il mio sdegno un tempo
Fitto l'avea con ferrei chiodi! Il cielo
Non avría stella mai che fosse degna
D'incoronarti! Ma timor mi accora,
Ch'opra vana tu tenti, e de l'ardito
Generoso tuo cor vittima resti!—
—E vittima sia pur, balzando disse
La divina Sanese: un dì potevi
Ricondurre vincente al patrio albergo
Una mortale di Betulia; io diva
Imploro a te pari soccorso, e parto!—
—Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio!—
Gridò in quel punto una stridula voce,
Bizzarramente modulando il verso.
Si conversero tutti a l'empio grido
Inorriditi, e ignuda in su la soglia
Videro sghignazzar ballonzolando
L'insanita Teresa. Era già il fiore
Del paradiso; ora istecchita e nera,
Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi,
Salti facea sugli spolpati stinchi,
Come scimmia strillando. Avvinto a un refe,
Che a' vizzi fianchi le facea cintura,
Giù pendevale un foglio, o fosse un brano
Del vangelo di Marco, o un'ispirata
Lettera, ch'ella avea nei suoi bei giorni
Fra l'isteriche ambasce a Dio già scritta.
Tremâr di sdegno a tanto osceno aspetto
Gli angioli santi, e gracidâr commosse
Le stagionate vergini, che assise
Qua e là pe' remoti angoli, a Dio
Biasciano tutto dì salmi e preghiere.
Drizzâro a stento l'aggobbite schiene,
E, sguardando di sopra a' tentennanti
Su la punta del naso argentei occhiali,
L'infelice avvisâr; brandîr con fiero
Piglio i lunghi rosarii e i crocifissi,
E già già si avventavano; ma stesa
Il buon Dio con pacato atto la destra:
—Perdonatele, disse, e a la sua cella
Dolcemente traetela. Infelice!
Troppo osò co'l pensier farsi vicina
A la fiamma del Vero, e in questa guisa
Del suo folle ardimento or paga il fio.—
Così dicendo, con paterno affetto
Schiuse le braccia, strinse al cor la bionda
Testa di Cate, e le concesse in fronte
Il caro bacio del commiato. Altera
Di cotanto favore ella si avvìa
Fra' plaudenti Celesti; inni e saluti
Le mandan l'arpe. Ai suoi custodi intanto
Sguizza di man la santa pazzarella,
E, sovra il naso il pollice appuntando,
Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi.