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Lucifero

Chapter 15: CANTO DUODECIMO.
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About This Book

Divine silence and the fading force of ritual provoke a crisis of faith: priests lament, people laugh, and a rebellious celestial being resolves to incarnate as mortal to test love, action, and redemption. He transforms and descends amid vivid seasonal and mountain imagery, declaring a mission to rouse human thought and contest the authority of heaven. On the Caucasus he encounters a titan who first dissuades him and then listens as the stranger prepares his tale. The narrative alternates dramatic episodes and reflective passages, addressing critics and exploring themes of artistic vocation, freedom, struggle, and the possibility of human salvation through love and deeds.

    Così dicendo il Pellegrin, la terra
    Bellicosa lasciava; e, la commossa
    Alma schiudendo a la serena luce,
    Che da l'italo ciel l'Arte diffonde,
    S'avvïava colà dove tra' fiori
    Gareggian di beltà le Grazie etrusche.

    Ben avverso alle Grazie e al Bello in ira
    Vive, Italia, colui che, su l'ingorde
    Arche seduto, in tuon lugubre intuona
    L'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo,
    Fra la plebe ei si aggira, e mai non pose
    L'orma su queste etrusche inclite rive,
    Dove tanto su l'Arno arde e sfavilla
    Glorïoso splendor, qual mai non ebbe
    Ne le trascorse età. Quante su l'orlo
    D'un angusto, ritondo orcio, che abbonda
    Al sol d'agosto il liquefatto miele,
    Con smemorato ardir giran le mosche;
    E altre ronzan d'intorno impazïenti
    Del ghiotto cibo, altre sparute e gravi
    Strascinan le inveschiate ali pe'l vase;
    Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giro
    Stanno gl'itali genî; e qual più vivo
    Del toscano Ippocrene il fonte attinge,
    Quel sentirà qual siero entro ogni vena
    Scorrere il sangue, e tramutata in latte
    Dolce fluïr del fegato la bile.
    O arëopago de la patria, o illustri
    Apostoli de l'Arte, io vi saluto;
    E tu accogli il mio culto e il canto mio,
    Città sacra del fior! Chè se ancor vive
    Entro a l'itale carte un qualche suono
    De la celeste melodia, che corre
    Spontanea al labbro de le tue fanciulle;
    E s'han grido finor le vereconde
    Muse d'Italia, a te dobbiamo il vanto,
    A te il pregio, a te il nome. Aspre e robuste
    Proli, de l'opre e de le pugne avvezze,
    S'abbian Adige e Po; s'abbiano industri
    Colòni e pingui campi ed auree mèssi
    Le contumaci al culto arduo del bello
    Sicule piagge, ed a l'ignobil remo
    Sudi il Ligure audace: a voi, d'Etruria
    Morbidissimi figli, unico vanto
    Sia la storia dei padri, e pregio intatto
    La lingua! A noi diseredati ed orbi,
    A cui nascendo non ombrò le fasce
    La gran torre di Giotto, a noi, se prude
    Alcun genio villano entro al cervello,
    Altra via non rimane, altra salute,
    Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzo
    De le vostre merende e qualche cencio
    De la vostra di frange auree guernita
    Ducal librèa. Qual poverame abietto,
    Che per entro a l'altrui vigna, tremante
    Dopo il ricolto a raspollar sen viene,
    Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni,
    Cui l'avara fortuna ibrida e grezza
    Assentì a mala pena la parola,
    Duro e barbaro gergo, atto a fatica
    A dir del male ed a non esser muti.

    Ma qual prima dirò, qual dirò poi
    Dei luminari, ond'ha corona e luce
    Il sacro italo ciel? Seduti in giro
    Nel tempio accolti d'una Grazia etrusca,
    Come in magico specchio, ecco, me l'offre
    La mia povera Musa, a cui vien dato
    Varcar la soglia del gentil recinto.
    E qual solerte domator, che spieghi
    De le belve guardate entro a' serragli
    La specie varia e 'l soggiogato istinto
    E i costumi e le patrie: a bocca aperta
    Stan gli attoniti astanti; in simil guisa
    Dirò dei genî, ivi in gran folla accolti,
    Le fogge, il favellar, gli atti, la fama.

    Splende fra le notturne ombre l'augusta
    Magion sacra a le muse; e avviluppata
    Negli ampî giri de le sue pellicce
    Siede l'inclita Egeria, ella, a cui dànno
    Equivoca canizie e senno arguto
    Le gazzette e la cipria. Ebbe un dì care
    Le colombe di Pafo, e la furtiva
    Ombra dei mirti e il sacro Erice tenne,
    Finchè piacque a Dïona; or de le austere
    Opre di Palla si compiace, e amica
    Spira gli auspicî ai non vulgari ingegni.
    Tien cospicuo al suo fianco il loco primo
    L'Eroe ch'io canto. A mortal petto ignoti
    Erano i casi suoi; bizzarre e strane
    Favole il rivestían: dicean, che avesse
    Con sotterranei spirti intelligenza,
    E che al suon de la sua voce non fosse
    Ombra antica di sofo o di poeta,
    Che dal ciel non escisse o dagli elisi
    A picchiar le vocali assi e l'arcane
    Magiche tavolette, e dar responsi
    Chiari e veraci agli ammirati astanti.
    Pavide e curïose a lui d'intorno
    S'affollano le dame; e tu superba
    De l'altera parola anche ne andasti,
    Pallida Elëonora, a cui non uno
    Dei gelosi misteri Iside asconde;
    E voi pur del gentil sesso custodi,
    Antigone e Sofia, che, a le tiranne
    Velleità d'un ispido marito
    Rubellando la fronte, al dispregiato
    Talamo nuzïal non inchinaste
    L'altero grembo al solo Ver dischiuso.
    —E che? l'ultima grida; a noi sul volto
    Si chiuderanno ancor l'aule di Temi?
    Sul nostro crin splender non dee giammai
    L'inclita bacca dottoral? Giù alfine,
    Giù alfin la benda obbrobrïosa e nera,
    Cui di pudor mal diede pregio e nome
    L'astuta crudeltà del sesso ostile.
    Nostra è l'età, nostra la terra, è nostro
    L'avvenire dei fati! Al cesto, al corso,
    A la lotta alleniam le membra ignude:
    Solo è libero il forte. Altra il sen porga
    A l'esoso lattante, e il tergo inchini
    Al feroce baston del suo tiranno:
    Madre sarà di servi. A noi, del mondo
    Parte migliore, opra miglior si addice:
    Femmina è la virtù, femmine sono
    A par de la beltà l'arti e le muse!—
    Tacque, e fêr plauso ai generosi accenti
    Le dame tutte e i cavalier. Tu solo,
    Pensieroso Macrin, dal cor profondo
    Un sospiro traesti, e, la sparuta
    Faccia e i mïopi volgendo occhi, guerniti
    Di doppie lènti, a la soffitta avversa
    Il ciel cercasti, e ti piombò su'l petto
    Tutta la gran pietà d'esser marito.
    Degli aurei modi del toscan sermone
    Gran maestro è Macrin: spruzzato il fronte
    De le linfe de l'Arno in San Giovanni,
    Tutti ei conserva ne la ferrea mente
    Gl'invidiati lepori, e non soltanto
    L'arguto frizzo e la condita burla,
    Che scoppietta su'l labbro a la rubesta
    Ciana camaldolese e l'aureo favo,
    Che amor porge furtivo a l'improvviso
    Stornellar degli amanti; anche le viete
    Venustà di Cavalca e di Guittone
    Con lungo studio egli pilucca e serba.
    Tal l'industre formica al sole estivo,
    Tratti per lungo tramite, ripone
    Nel ben cavato asil bricioli e miche
    Con previdente ingegno, paürosa
    De l'inope vecchiezza; o tal nei sordi
    Scrigni rammassa il trepidante avaro
    Non pure ampio tesor d'oro e di gemme,
    Ma di rotti serrami irrugginiti
    E di chiovi e di cenci e di ciabatte
    Nel cupo cassetton gran copia asconde.
    Di simile ricchezza adorno e pago
    Va per le vie Macrin, lungo, diritto
    Qual sciorinata al sole entro la madia
    Ben tagliata lasagna; ed ai trofei,
    Che a lui su'l crin l'astuta moglie appende,
    La gloria aggiunge d'emendati testi,
    Di compilate moli e di comenti:
    Filologico mostro, al qual s'inchina
    Non sol l'ingenuo scolaretto, a cui
    Imprime nel seder tropi e figure
    Con la sferza eloquente il pedagogo,
    Ma quanti son da Susa a Lilibeo
    De l'italo sermon cultori e amici.

    Ma chi è colui che truculento e instabile
    Or da l'un fianco ed or da l'altro volgesi,
    E scuote il capo ed agita la zazzera,
    E in cambio di parlar gestisce ed ulula?
    Demagogo e poeta ei tempra il filo
    De la republicana ira a la cote
    De l'appetito, e il giambo archilochèo
    Spilla al vinifluo doglio, unico olimpo,
    Da cui la sua spennata aquila avventa
    I fulmini de l'estro. A lui da lato
    Nel seggiolon che di sè stesso inzeppa
    Posa Moron: rubizza e pettoruta
    Mole, a cui da l'aprico orbe del viso
    Raggia il fulgor di un cartellon francese.
    Al picciol fronte, ai cheti atti, al sereno
    Riso, al voluttuoso occhio natante
    Tra il vino e il sonno, tra il demonio e Dio,
    Frate il diresti, e forse il fu. Qual suole
    Al tronco d'un'altera arbore, o ai fianchi
    D'un illustre castello arrampicarsi
    Co' torti rami la paffuta zucca;
    Fatta superba de l'aggiunta altezza
    Gl'indiscreti rigogli intorno spande,
    E, guardando le magre erbe da l'alto,
    Scorda l'umil radice e al Sol rosseggia;
    Tal di Dante a la vasta ombra seduto
    Sua fama impingua il chiosator Morene,
    E la frase imbroccando e il verbo e il nome
    Del poema divin, lancia d'intorno
    Tal furia di cementi e di saliva,
    Che scrocca il plauso al sonnecchioso astante.

    Nè te lascia la Musa, o multiforme
    Delio, a cui da le labbra, ampia e diversa
    Copia di celie e di saver discorre.
    Vedilo: come a l'agitar del vaglio
    Va saltando qua e là l'arido cece,
    Così da la balzana indole spinto
    Tra la folla ei s'aggira, e quindi e quinci
    Motti e sogghigni ed aforismi avventa.
    Smettete, o voi che sovra illustri carte
    Vi state a logorar l'ingegno e il tempo,
    Perchè a l'arte natía decoro alcuno
    E al viver vostro un qualche onor mai vegna:
    Così agli astri non vassi! A voi maestro,
    A voi speglio costui, che la mordace
    Alma e il saper ne le gazzette attinto
    Rivende a le gazzette un tanto il braccio.
    Inchinatevi a lui! Non che a sè stesso,
    Gloria perenne a chi gli par procaccia:
    Oracolo solenne, al cui responso
    La dotta greggia de le vie s'inchina;
    Ampia ruota che gira, e stride, e schiaccia
    Le perle a terra, e lancia a l'aria il fango.
    Ungete, ingegni sconsigliati, ungete
    Le carrucole a lui: propizio nume
    Ei sorride a chi l'unge. Opra è da stolti
    Venir seco a tenzon; più stolta impresa
    Ai dardi di costui non dar più ascolto,
    Che dar si soglia a le zanzare estive:
    Son mortali i suoi dardi! E tu il sapesti,
    Tu, più ch'altri, il sapesti, o amato capo
    Di Dall'Ongaro mio! Nè ti fu scusa
    L'anima intemerata e il pronto ingegno,
    A cui tutte arridean le grazie amiche,
    Nè la virtù di peregrini affanni
    Saldamente sofferti e la tranquilla
    Custoditrice d'onorati petti
    Candida poverezza e il crin canuto!
    Ben di fallace illusïon maestra
    Ti fu la sconsigliata Arte, se ardía
    Nei lunghi giorni de l'oscuro esiglio
    Persüaderti una speranza, e al foco
    Degl'itali trïonfi accender tanta
    Giovinezza di carmi entro al tuo petto;
    Nè ti dicea, che di venali incensi,
    Non d'ingenue virtù, non d'animosi
    Spregi usar dee chi vuol propizio il mondo!
    Però a l'assiduo flagellar di amari
    Scherni cadevi; e se a l'ingegno invitto
    L'attico riso concedean le Muse
    Fino a l'ultimo istante, ingorde arpíe
    Ir vedesti e redir sul tuo morente
    Capo, e la gloria insidïarti e il pane
    Dei cari orfani tuoi! Su la tua fossa
    La derelitta famigliòla or piange
    Miseramente, nè le vien conforto
    Dal tardo onor che al nome tuo si rende.

    Or tu da quel romito angolo oscuro,
    Gangetico Assalonne, esci, e la tua
    Patetica parola ai salutari
    Sbadigli i labbri e gli occhi al sonno inviti.
    Dal curïoso sguardo dei profani
    Un umile pudor forse t'esclude?
    Virtù di debolette alme è il pudore,
    E non solito a te. Nè, se arruffata
    Su le groppe rachitiche ti ondeggia
    La popolosa zazzera, nemica
    Di baveri non unti e di severi
    Pettini; o a mala pena entro al rapato
    Abito puëril movesi il petto
    Stento e gli attratti gomiti, indulgente
    Men ti sarà chi l'alte doti apprezza
    E de l'oppio e di te. Proprio da sciocchi
    È il dar fede al parer: tal, che a l'aspetto
    Sembra leone, asino è all'opre, e tanti,
    Che l'improvvido volgo aquile estima,
    Son, se provano il vol, men che tacchini.
    Qui non regna la plebe; e qual tu sei,
    Quel che vali e che puoi san tutti a prova.
    Quanti mai sparge rami a l'aria immensa
    De l'umano saper l'arbore augusta
    Tutti hai tu ne la mente: arca infinita,
    In cui, ridotta in pillole e in pasticche,
    La densa folla de l'idee si pigia.
    Terra e gente non è specie o favella,
    Che arcani abbia per te, cosmopolita
    Camaleönte, che, di tutti a un tempo
    Ritenendo, esser puoi tutti e nessuno.
    Ed ecco, or con meschina ala ti aggiri
    Carezzevole intorno, or con obliquo
    Serpeggiamento insinüar ti piaci
    Entro a' facili cori il tuo veleno;
    Or con voce melliflua a le tue reti,
    Erudita civetta, i merli attiri,
    Or, mutato ad un punto in cinguettiera
    Gazza, i nomi più vili a l'aura canti.
    Tu, Catone d'un dì, spregiar sai l'oro
    Con tragico cipiglio, e tu con furba
    Docilità di vertebra e d'ingegno
    L'altrui scale affatichi e l'altrui tasche;
    Oggi con infantil garbo a l'orecchio
    D'un'aërea beltà beli il sonetto
    Sentimental, doman, fatto più saggio,
    Entro uno scrigno d'òr fabbrichi il nido.
    Ma chi tutte può dir le peregrine
    Doti, per cui, Proteo novel, tu cangi
    Co'l mutar d'ogni dì forme e colori?
    Chi l'operosa, infaticabil fonte,
    Per cui, senza invocar madre Lucina,
    Puërpera ogni dì s'alza la tua
    Dïabetica Musa? Alcun per fermo
    Dir non saprà, ben che sia noto a tutti.
    Sorgi adunque, e t'appressa; e s'alcun mai,
    Dal serpeggiante tuo venire illuso,
    Oserà alzar, per calpestarti, il piede,
    Lascial, dirò volgendo il guardo altrove,
    Benchè sia serpe al cor, donnola è al dente.

    Ma son costor le stelle tutte e i Soli,
    Che ad onor de lo strano Ospite accolse
    Dentro al suo tempio la gentil Carìte?
    Così non piaccia al dio, che l'arte e il nome
    D'Ausonia ha in cura! Fra cotanta luce
    Non splende Olimpio ancor, colui non splende,
    Che, la fiera spregiando arte dei padri
    Che tutta chiusa nel vergineo peplo
    Rigida custodía l'are di Vesta,
    Una discinta Maddalena adduce
    A susurrar detti svogliati e strani
    Per le tiepide alcove, o a tesser balli
    Vertiginosi fra le nubi, e un'onda
    Versar quinci di nenie e di sbadigli
    Sopra a le folleggianti anime umane.
    Ecco, ei viene, ei risplende. Altero e bello
    Ne la modestia sua con misurato
    Passo s'inoltra; e, benchè svelto e lieve
    Scivoli sovra i piè, pur non sostenne
    L'arguto calzolar, ch'ei non proceda
    Senza un qualche rumor; però ch'ei volle
    Sotto al tornito stivaletto, a cui
    Ròdope stessa invidierebbe, un nido
    Porre di crepitanti e scricchiolanti
    Genî, che possan dire anco ai lontani:
    Ecco il nume, adorate! In simil guisa
    Da l'Olimpo al boscoso Ida venía
    Il saturnio signor, quando a l'incontro
    Dolce ridente gli schiudea le braccia
    La placata consorte, e sotto al passo
    Gli stridean le selvagge aquile e il fascio
    Dei serpeggianti folgori. A la soglia
    Fermasi un tratto; la sottil mazzetta
    Palleggia, ed il sereno occhio d'intorno
    Muove in cerca di lei, vergine o sposa,
    Donna o dea, ch'ai suoi lauri un qualche intrecci
    Gentil fior di pensiero, e stilli unguenti
    Sopra le nevi del ben culto crine.
    Bice è là, che l'attende: ecco, si spicca
    Dal picciol crocchio de le sue compagne,
    E gli muove d'incontro e gli confida
    Nel morbido candor del niveo guanto
    La voluttà d'una manina ignuda.
    O felice costei tre volte e quattro,
    Che con l'aëreo balenar d'un casto
    Languidissimo sguardo, o co'l profumo
    D'un sospir ventilato in su la cima
    Del piumato ventaglio apresi il varco,
    Non agevole invero, ai luminosi
    Estri di tanto vate! Oh! lei felice
    E invidiata a buon dritto! Inutil pompa
    D'ottuse forme e di bustin ricolmo
    Ella, è ver, non ostenta: ignobil dote
    Di vulgare beltà sien le ritonde
    Polpe e l'adipe osceno, irriguo ai salsi
    Sudori, e immane, o Dio, carcer de l'alma.
    Ricchezza unica a lei sia la divina
    Trasparenza del corpo e i delicati
    Qual fil di gelsomino arti e il languente
    Collo e le braccia cascanti. Qual face
    Chiusa dentro a dïafani alabastri,
    L'alma in lei splende; e simile a canora
    Che si pasce di brine aurea cicada,
    Le vaporose fantasie deliba,
    Che dal plettro gemmato ad ora ad ora
    Mollemente deriva il suo poeta,
    Poeta a un tempo e cavalier. Sui molli
    Tappeti, ai piedi de la sua regina,
    Spesso ei numera in pianto i suoi pietosi
    Nunzî di poesia primi vagiti
    E i suoi gesti e i suoi cenni, unica scola
    Ai protervi nepoti. Ella, commossa
    Da l'ardor dei civili estri, i socchiusi
    Occhi gli volge; e se ne le divine
    Estasi le sottili in su la fronte
    Labbra gli posa, e di cinabro tinto
    Cader si lascia un indelebil bacio,
    Dilungate di là, Momi impudenti
    Dai mordaci sarcasmi, e non osate
    Dar condito di burle al vulgo iniquo
    Il mister di quei petti: a completarsi
    Tendon l'alme per fato; e chi no'l crede
    Ne dimandi a Platon!
                         Ma oscuro e muto
    Sui soffici divani a poltrir forse
    Venne il divo cantor? Tolgalo il casto
    Senno di lei, che è sol suo studio e vanto!
    Ai secreti colloquî, ai vaporosi
    Veleggiamenti dei verginei ingegni
    Serban le Grazie altr'ore: aman gli opachi
    Vetri le Grazie e le socchiuse imposte,
    Da cui, non dispregiato ospite, il solo
    Profumo entri dei fiori, e a cui dan velo
    Con fantastici giri i rampicanti
    Convolvoli azzurrini e l'ampie tende
    Non indocili a l'aure. Ora è codesta
    Di saëttar co' glorïosi raggi
    Gli sparsi in quella sala astri minori;
    Ora è d'aprir con l'armonia dei versi
    La rigid'alma del più rio marito.
      Come soglion d'intorno a un'iridata
    Bolla, che con sottil fiato da l'alto
    Del suo balcone il fanciullino espresse,
    Correre ed affollarsi e spiccar salti
    Gl'irrequieti monelli; e mentre incerta
    Pende quella su l'aëre, e al Sol si pinge
    Di tremuli colori, impazïenti
    Lanciano i berrettini, e fanno a gara
    A chi primo l'aggiunga; in simil guisa
    Corsero tutte, e s'attruppâr d'intorno
    Al tonante cantor damine e spose.
    Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite:
    —Egli ed ella eran due! Qual fulminato
    Arcangelo superbo, orribilmente
    Mugghiava per la torva aere sanguigna
    Un moribondo temporal. Dai mesti
    Pertugi de la terra ad uno ad uno,
    Siccome frati ch'escon salmeggiando
    Da le pallide celle, uscíano i funghi
    Annusando l'autunno; e, co'l volubile
    Mappamondo a le spalle, in simiglianza
    Di pellegrini piccioletti Atlanti,
    Le bavose lumache ardían mostrarsi
    Saettando la corna. Essi eran soli!
    Eran soli a mirar le rubiconde
    Agonie d'un tramonto. A passi lenti,
    Per la morte del Sol vestita a bruno
    La sonnambula Notte discendea
    Pe' gradini de l'etra, e mille e mille
    Angeletti lumaj davan la luce
    Ai fanali del ciel. Sotto i giganti
    Rami d'un eucalipto, immenso figlio
    De l'australiche selve, in su le barbe
    Dei vellutati muschi e dei licheni
    La giovinetta si assidea, struggendo
    Le delicate fibre e gli otricelli
    Del monocotilèdone embrïone
    D'una dïoica pandanèa. Le braccia
    Distese Arrigo, sospirò, fu sua!
    O poverella ardita, o mendicante
    Regina, o musa mia, sorgi dai tuoi
    Papaverici sonni, e dimmi quanta
    Febbre di voluttà bruciava i petti
    Di quei lieti accoppiati, e i lampi e i tuoni
    Dei sorrisi e dei baci e la battaglia
    Degli eccitati muscoli!—
                             Un solenne
    Scoppio di plausi e di femminee voci
    L'aurea sala echeggiò; dal sonno scosso
    Moron sorge, ed applaude; altri in disparte
    Con la bile sul labbro e il guardo a sghembo
    Dà il galoppo a l'invidia; il naso arriccia,
    E fa il greppo Macrin; pago e beato
    L'apollineo sudor terge, e carezza
    Gli attorti baffi il morbido poeta;
    E, sprofondato ne la sua poltrona,
    Scrollando il capo il Pellegrin sorride.
    Mosso poi da un mordace estro di sdegno,
    In piè levossi, ed esclamò:—La voce
    Degli spiriti or s'oda; a me gli usati
    Alfabetici segni e le canore
    Assi da cui, se tanto pur siam degni,
    Del gran padre Alighier gli accenti udremo.—
    Disse, e al cenno d'Egeria una ritonda
    Tavola fu recata, a cui dei quattro
    Ben atti piedi, che le fan sostegno,
    Uno ha tanta virtù, che al flusso occulto
    Dei magnetici spirti agile e destro,
    Più del pensier degli ammirati astanti,
    Scerne le note, ed il responso appresta.
    La mirò, la tastò con le gagliarde
    Nocche l'Eroe da tutte parti, e quando
    L'ebbe assettata su le cifre, entrambe
    Vi sovrappose con mirabil rito
    Le aperte palme, e simulando un senso
    Di riverenza e di paura in volto,
    Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiola
    Il fatidico legno; un dopo a l'altro
    S'odon tre picchi; come Tiade invasa
    Da la furia del nume, or quinci or quindi
    Il sonnambulo piè lanciasi in volta,
    Nota i segni soggetti, e sbalza e sguiscia
    Ratto così, ch'occhio o pensier no'l segue.
    Tace alfine, e s'arresta; attenti, immoti
    Pendon tutti d'intorno; ecco il responso:
      —Chi da le sfere luminose, ov'io
    Libero spirto in grembo al Ver mi eterno,
    Mi richiama al fatal lido natío?
      Ben giunse a me nel mio loco superno
    D'Ausonia il grido e il rimbombar de l'armi,
    Per cui perfetto il pensier mio discerno.
      Levai sdegnoso dai funerei marmi
    L'onorato mio capo, e a le pugnanti
    Schiere in mezzo piombai co'l brando e i carmi.
      Oltre l'alpi esulâr monche e tremanti
    Le teutoniche belve, e il profetato
    Veltro regnò su' ceppi e i troni infranti.
      Entro a l'are venali imprigionato
    Urla fra tanto il traditor Giudeo,
    Che a' danni nostri ed a l'insidie è nato;
      Ma a l'onte occulte e al macchinar suo reo
    Splender più bello e star più saldo io miro
    Solo un vessil da Susa a Lilibeo.
      Pur, se a l'itale muse il guardo io giro,
    Tanta di lor m'assale ira e vergogna,
    Che in volto avvampo, e dentro al cor sospiro.
      Qual mendica erra; qual vaneggia e sogna;
    E qual de l'Istro o de la Senna impura
    L'onda attinge, e le sue membra svergogna;
      E mentre una s'insozza e si snatura,
    L'altra oziando sbadiglia; onde ai lor danni
    Stride lo scherno, e il freddo oblio congiura.
      Or leva, o genio mio, leva i tuoi vanni,
    E tal su'l capo lor fulmina un telo,
    Che la memoria sua viva negli anni.
      Mostro vien fuor da l'iperboreo gelo,
    Che la diva stuprando Arte dei suoni
    D'orrido strepitío streper fa il cielo;
      E strepitando in strepitosi tuoni
    Strepita sì, che a nostre orecchie offese
    Sembran dolci armonie bombe e cannoni.
      Già si affaccia, già invade il bel paese:
    Fuggon le Grazie; e n'han dal ciel spavento
    L'angelo di Catania e il Pesarese;
      Ma chi il senso de l'Arte in petto ha spento
    E ferrea l'alma e assai più ferrei orecchi
    Catechizza le turbe al gran portento.
      O tu, se il genio tuo mai non invecchi,
    Vivo onor di Busseto, a l'empie grida
    Piegherai l'alma, e fia che in lui ti specchi?
      Sorgi; a l'antica melodia confida
    Gli estri, ond'uomini e tempi animi e crèi,
    E lascia i dotti ragli al nuovo Mida!
      Nè fia che in voi non vibri i dardi miei,
    O de l'onnipossente Arte dei carmi
    Sacerdoti non già, ma Farisei.
      Sento tra una venal turba chiamarmi
    Chi d'alma vuoto e d'onestà digiuno
    Libertà grida, e il vulgo aízza all'armi;
      E chi in aspetto di plebeo tribuno
    Giambi saetta avvelenati e cupi,
    E fuor di sè non trova onesto alcuno:
      Idrofobo cantor, vate da lupi,
    Che di fiele brïaco e di lièo,
    Tien che al mio lato il miglior posto occùpi,
      E veggio lo svenevol cicisbèo,
    Che, d'ingegno ventoso e di cor frollo,
    Gratta la cetra in suon di piagnistèo;
      E, incipriato le chiome e torto il collo,
    Co'l ciglio imbambolato e il guardo losco,
    Va a confettar gli stronzoli d'Apollo.
      E tu chi sei, che chiudi il viso fosco
    Ne la larva di Plauto, e stenti e sudi
    A condir vuote ciance in sermon tosco?
      Ben altri stenti omai, ben altri studi
    Chiede Talía, che infarcir motti e scede
    Scevri di senso e di pudore ignudi.
      Più d'una gazza razzola al tuo piede,
    E manda il nome tuo da Battro a Tule,
    Te proclamando di Goldon l'erede:
      Gracchiano al vento come immonde sule,
    Che di grida scomposte il ciel fan sordo,
    Se han pinzo il ventre e molle il gorgozzule;
      E tu di lauri e di nastrini ingordo,
    Qual verme che si pasce in suo pattume,
    Tanto sei fatto omai cieco e balordo,
      Che ancor bianca la voce e il mento implume,
    Piantando il pedagogo a mezza via,
    T'alzi a maestro di civil costume.
      Torna, o stolto fanciullo, al quare e al quia,
    E, se granel di sale anco ti resta,
    Pulisci il socco, e rendilo a Talía.
      V'è chi avendo di liti un guazzo in testa,
    E faría meglio a strombazzar pe' trivi,
    Calza il coturno, e le ribalte infesta.
      Strillan le maghe; corre il sangue a rivi;
    Surgon spettri e vampiri; urlano i morti;
    Vivi i fantasmi son, fantasmi i vivi.
      Pugne, stragi, rapine, incendî, aborti,
    Suon di catene, parricidî, incesti,
    Orgie d'alme e di carni e fusi torti,
      I reconditi intingoli son questi,
    Per cui Melpomenèa briaca e pazza
    Fa che gli spettator rimangan desti.
      O di zebe e di buoi stupida razza,
    Se pur fra tante teste avvi un cervello,
    Quel beccaio urlator cacciate in piazza!
      Chè s'ei dona al suo genio altro rovello,
    Per far la scena a voi stessi più viva,
    Al collo vostro appunterà il coltello!
      E tu d'irti istrïoni orda cattiva,
    Che vendi e insozzi il sofoclèo coturno,
    E vai d'oro superba e d'onor priva,
      Smetti il traffico vil, per cui l'eburno
    Trono de l'Arte e i sacrosanti altari
    Covo son fatti a fornicar dïurno.
      Varcan per opra tua montagne e mari
    Le più turpi di Gallia ibride Muse,
    Che lor facil beltà dan per danari;
      E involgendo la colpa in auree scuse,
    Coronando di fior chimere e mostri,
    Scroccan l'applauso de le turbe illuse.
      Stolte! nè san, che da quei sozzi inchiostri
    Spandesi intòrno sì mortal mefíte,
    Ch'alma e braccio prostrando ai figli nostri,
      Li farà indegni de le glorie avite!—

      Tal suonava il responso. Impallidîro
    Donne e poeti, e si guardar negli occhi
    Irrequieti, silenti. Arse di sdegno
    L'altera alma d'Egeria; arse pur ella
    La florivola Bice, a cui la punta
    De la mal tollerata ira risveglia
    Le isteriche trambasce e invola i sensi;
    Arser su tutte inviperite e fiere
    Antigone e Sofia, coppia gemella
    D'emancipate amazzoni. Ribolle
    Ne le lor vene il maschio sangue; in fronte
    De l'audace Stranier figgon gli sguardi
    Sinistramente; e certo avrían quel giorno
    D'un gran fatto illustrato il nome oscuro,
    Ove Olimpio non era: ei le contenne
    Subitamente, e con gentile e ardito
    Piglio di paladino: A me si addice
    La vendetta, esclamò. Volse lo sguardo,
    Così dicendo al Pellegrin, che muto
    Fra cotanto armeggiar d'ire e di accenti
    Del suo fiero sermon godeasi il frutto.
    Poi replicò:—Lo spirto e la parola
    De l'Alighier qui non si udì: mentite
    Voci dal labbro di costui dettava
    La rea calunnia ed il livor codardo!—
      Balzò a quel dir l'Eroe. Pari a ringhioso
    Stuol di mastini, che, a un rumor lontano
    Desti tutti in un punto a la tard'ora,
    Uggiolando prorompono a la siepe
    Del custodito pecoril: l'un l'altro
    S'aízzano co'l grido, e, a lo sbarrato
    Limitare avventandosi co' morsi,
    Raspano il suol rabbiosamente; allora
    Ch'odono del pastor la voce e il passo
    Si ramansano a un tratto; penzoloni
    Gittan la coda, spianano le orecchie,
    E muti, muti acquattansi; in tal guisa
    Al sorger de l'Eroe tacque l'impronto
    Bisbigliar degli astanti; e con furtivo
    Pavido sguardo e con moto conforme
    I suoi sguardi, i suoi moti ognun seguía.
    Ei favellò:
               —Qual che tu sii, nè al certo
    D'infamia o loda il nome tuo fia degno,
    Stolte parole or proferisti. Hai vôta
    Alma e cervel gonfio di fiabe, ed altro
    Che inutil fiato il labbro tuo non mette.
    Di mutue lodi, e di vulgari incensi
    Pago tu vivi, e teco il gregge: ingrato
    Però il vero a te suona, a te che l'arte
    E la natura e te stesso mentisci!—
    Non si contenne a tal parlar superbo
    L'offesa alma d'Olimpio, e:—Il nome mio,
    Gridò, il saprai, ma con la spada in pugno,
    S'hai fermo il core, e cavalier tu sei!—
    Disse, e come a la cheta ora del vespro,
    Se a' bruni aranci del giardin, da cui
    Pendon purpurei ed odorati i pomi,
    Cantarellando una canzon t'appressi,
    Odi tosto un frusciar d'ali e un pispiglio
    Di furbi passerelli a fuggir lesti;
    Così d'Olimpio al favellar si sveglia
    Sordo intorno un susurro: e chi gli audaci
    Sensi condanna; chi l'ardir ne loda;
    Chi la gagliarda valentía n'esalta;
    E ognun gode in cor suo, che il novo evento
    Nova materia a favellar gli appresti.
    Tu sola dal profondo animo gemi,
    O dïafana Bice, e a lui d'intorno
    Trepidante ti serri, e invan ti adopri
    Dal destinato petto a svolger l'ira.
    In sua tranquilla maestà spartana
    Ei si parte da te, ma non sì lesto
    Da non udir queste parole acerbe
    Che gli gitta l'Eroe:
                         —Gonfia a tua posta
    Di sonanti minacce il dir tuo folle,
    O menestrello paladin: non uno,
    Ch'abbia intera la mente e sano il core,
    Dirà men vero il mio parlar; t'indossa,
    Se pur lo vuoi, maglia e lorica, e al filo
    D'un sordo acciar la tua ragion commetti,
    Ragion degna di ferro; io, finchè splenda
    Agli occhi il Sole e a questa mente il Vero,
    Ragiono e vinco, e i pari tuoi disprezzo!—

CANTO DUODECIMO.

ARGOMENTO.

Lucifero giunge in Roma.—La breccia di Porta Pia.—La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.—Voce di Ebrei.—Voce di Numi.—Voce di Sacerdoti.—Voce di Santi.—Voce di Diavoli.—Voce del Tevere.—Voce della Savoia.—Voce della Corsica.—Voce dell'Istria.—Voce di popoli slavi.—Voce della Germania.—Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma.—Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico.—Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.

    Poichè avvolse così d'alti dispregi
    Le parole d'Olimpio e il reo costume,
    Che risibil comporta il secol nostro,
    L'auree sale d'Egeria e le tranquille
    Sedi d'Etruria abbandonò l'Eroe;
    E a te si volse, o del suo cor supremo
    Desiro e dei suoi passi ultimo segno,
    Tiberina città, che tutta chiudi
    Del popolo latin l'anima e 'l fato.

    Date querce ed allori a le recenti
    Brecce di Porta Pia, date corone
    Al Sabaudo Monarca, itale genti;
    E custode di lor l'inno risuone,
    Che diêr braccia e pensieri
    E la vita al grand'uopo! Are son fatti
    Li trafficati e neri
    Templi dei dieci colli,
    Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto,
    Chi al ciel serva la terra, e a la codarda
    Fede contenne il Pensier divo avvinto.

      Saldo negli anni, occulto
    Ne l'ombra e tutto cinto
    D'armi e d'insidie, il piè dentro al profondo
    Petto d'Adamo, il capo agli astri, il grido
    Ai poli, eterno si tenea l'infido
    Pescator Galilèo reggere il mondo.
    Ma come avvien, che, rósa
    Dai secoli e dal mare, entro il mar crolla
    A nuovo urto di turbo ispida rupe,
    Che negra e minacciosa,
    Riprodotta da l'onda, al navigante
    Pendea su'l capo, e gli oscurava il core;
    Tal, pugnato dagli anni e più da questo
    Eterno flutto del Pensier, che invade
    Ogni creata cosa,
    Trema, balena e cade
    Il doppio soglio a Libertà funesto.

      Dei primi onori il vanto
    Miete al certo colui, che primo accoglie
    Arduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudo
    Pensier ne la feconda opra traduce.
    Dai domestici affetti e da le braccia
    D'ogni più cara illusïon si scioglie;
    E oltre ad uso mortal guardando in faccia
    Ad inaccessi Veri,
    Sordo dei figli e de la sposa al pianto,
    Là sè stesso periglia ove più crudo
    Ferve il conflitto; e a recar vita e luce
    Corre colà, colà vince e procombe,
    Dove più ferrei e neri
    Pugnan fantasmi, e più la notte incombe.

      Però, sola e più degna
    Eternità che al gener nostro assente
    La fatale Natura, a noi nel petto
    Vivrete eternamente,
    Quantunque siete, o eroi
    De l'umano pensier; sia che mutando
    La molle cetra in brando,
    O in viva fiamma di Sofia l'acume,
    O in fulmine la voce,
    Nel più chiuso del cor portaste oltraggio
    A questa vaticana Idra feroce,
    Cui non giovò dar vostre carni a morte,
    Quando la fiamma inesorata e il ferro,
    Che brevemente il corpo vostro offese,
    Ruppe il suo petto, e le sue membra incese.

      Ma non senza gran laude a le venture
    Genti andrà il nome e il grido
    Di chi l'ultimo crollo a la superba
    Mole impavido impresse, onde stupite
    Mirâr le più gagliarde anime, e intorno
    Tremar parve la terra. O benedetti
    Voi, che la vita acerba
    Fidaste, o giovinetti,
    A l'onor del gran fatto, e benedetta
    La destinata mente
    Di Lui, che, custodita entro ai gelosi
    Carceri Adrïanèi la vita inferma,
    Inesorabilmente
    Fulminò a morte indegna
    L'italico vessillo e i vostri petti!

      Veglian su l'infrequente
    Uscio le madri abbandonate, o, accolte
    L'anima tutta nel pensier di voi,
    Lascian piangenti a mercenarie mani
    Le vigilate masserizie, e vanno
    Dove a lenir l'affanno
    Una voce di ciel par che le chiami.
    Ardono i ceri; un'onda
    D'incensi e timïami
    Vaporan l'are; una pietosa, incerta
    Melodia le devote anime inonda;
    E, dentro a un nimbo avvolto
    Di profumi, di suoni e di splendori,
    La sacra ostia consacra, e preci ignote
    Mormora il sacerdote.

      Qual improvviso e fiero
    Tuono per li diffusi archi rimbomba?
    Come dischiusa tomba
    Putre e nereggia il sacro tempio; stride
    Il percosso saltèro;
    Illividito e nero
    Guizzi sanguigni avventa
    Ogni lume, ogni cero;
    Rosseggia l'elevata ostia, ed infetta
    D'orrida tabe, al volto
    De le pie turbe e al cor dardi saëtta
    Di sdegno e di vendetta;
    Urla sui tormentati organi eretta
    La cieca Morte, e invita
    A fiera tresca il pallido Levita.
    Ecco, spumeggia di sangue recente
    Il benedetto calice; volteggia
    Da feroce disio fatto più lieve
    L'inebbrïato Prete…
    Madri, madri, fuggite: il sangue è quello
    Dei figli vostri; il santo vecchio ha sete;
    Madri fuggite: il sangue
    Dei vostri figli ei beve!

      Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggia
    Sui debellati altari
    Il vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! viva
    Nel tuo triplice raggio, iride santa
    Di libertà! Da la percossa riva
    De la tumida Senna ululi avventi
    La piagata nel cor druda di Brenno,
    Cui la vittoria altrui par sua sconfitta:
    Fuor d'ogni modo e senno,
    Ebbra d'invidia, esulti
    Prostituta liberta, e d'impudenti
    Minaccie a te, sacro vessillo, insulti,
    E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incerti
    O lontani presagi al carme io fido,
    Che, ravveduta o stanca
    Dal sozzo amplesso di plebei Caini,
    Te chiamerà, come chi piange. Al grido
    Risonerà l'irta Pirene; e quale
    Iena sorpresa a l'avvenir del giorno,
    L'iberico soggiorno e il reo pugnale
    Lascerà urlando il bieco
    Masnadier di Castiglia. Allor saprai,
    Putta de l'Ebro infurïata, a quanta
    Luce di libertà volgesti il tergo
    Quel dì, che ai tuoi rissosi
    Schiavi t'abbandonò l'italo Alunno,
    E da le regie chiome
    Strappò sdegnoso il serto,
    Pur che la fronte altera
    Erger potesse intemerata al sole,
    E, monda del tuo sangue, al patrio albergo
    Recar la spada ed onorato il nome.

      Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furente
    Baccar di questa erine
    Licenziosa, a cui
    Vanto di Libertà danno i suoi drudi,
    E quanti han voglia ardente
    Del reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi!
    Ecco, a piccola pugna un'immortale
    Gloria succede: col pensier trïonfa
    Roma, e regina del pensier si asside
    Fra' redenti latini! In alto il guardo,
    Popoli tutti: il Campidoglio è questo!
    Roma è Ragione e Libertà; novella
    Èra incominciai Sugli altari infranti,
    Da un solo amor costrette,
    Gridiam, genti latine: Avanti, avanti!

      Così a l'entrar ne la Città famosa
    Fremeano i sensi de l'Eroe. Solenne
    Era quel dì: rinascea Roma. Ornati
    Di ghirlande d'allori e d'orifiamme
    Splendean ponti, obelischi, archi e teatri;
    E dietro a le giganti Ombre dei morti
    Ivano al Colossèo festosi i vivi.
    Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovine
    Titaniche di Roma un fiammeggiante
    Sguardo mandava alto a l'occaso il sole:
    Un incendio parea, da lo cui grembo
    Si liberasse una feroce e bella
    Vergine che diceva: Io son la grande
    Libertà dei Latini!
                        Immenso e solo
    Sovra ai neroniani orti grandeggia
    Il vastissimo Circo, a cui da strani
    Colori e bizzarre ombre un magistero
    Di bengalici fochi; ondeggia il folto
    Popolo, e a' plausi armonizzate e agl'inni
    Le gagliarde fanfare empiono il cielo.
    Non udiva l'Eroe; ben altre voci
    Gli suonavan ne l'alma: echi lontani
    De le passate età, vaghe armonie
    De l'avvenir, preci e bestemmie escluse
    Ad orecchio mortal, ghigni e sorrisi
    D'idoli nani e d'uomini giganti.

VOCE D'EBREI.

      Dai traffici fecondi,
    Unico asilo al pertinace ingegno,
    Da le folte città, dai fremebondi
    Flutti di gonfî mari,
    Sempre io sospiro a voi, sempre a voi guardo
    Con la speranza mia, rive dilette
    Del Giordano natío, raggianti altari
    Dei padri miei, terre da Dio promesse.
    Come al Libano eterno, a cui ghirlanda
    Sono i cari al Signor cedri vocali,
    Drizza il fulmineo vol, come a sua meta,
    L'aquila pellegrina,
    Tal del disio su l'ali
    A voi corre il mio core, e in voi s'acqueta.

      Voi sul monte di Dio spargete al vento,
    Cedri vocali, i rami annosi, e fermi
    Sfidate i nembi e i secoli, mentr'io
    Per terre e per età, ramingo eterno,
    Il suol dei miei nemici
    Bagno del mio sudor, del sangue mio;
    E al flagel de le avverse ire, a lo scherno,
    Che sibila su me freddo e funesto,
    Piego le spalle inermi,
    Spero, e pugno sperando, e mai mi arresto.

      O cedri incliti, invano,
    V'intendo, invan voi non mettete eterne
    Entro al monte di Dio l'alte radici;
    Però ch'eterna, a par di voi, si asside
    La speme del trïonfo entro al mio petto.
    Voi rivedrò! Da queste infauste arene,
    Che del mio sangue tinse
    Tito, delizia de l'umane genti,
    Da ove sorge la notte e il giorno viene,
    Da tutti e quattro i venti,
    Quel divino voler, ch'indi mi spinse,
    Richiamerà, nè fia lontano il giorno,
    Il vincente Isdraello al suo soggiorno!

VOCE DI NUMI.

    Esuli affaticati,
    Senza speme di vita e senza regno,
    Fuggiam, cadiam sotto al flagel dei fati,
    Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.

      Il serto luminoso
    Del poter nostro ov'è? Dove il raggiante
    Trono del sole e i sempre verdi alberghi
    De l'Ida? Ove il temuto
    Folgore e le sedotte
    Figlie de l'uom? Tutto d'intorno è muto
    A noi; squarciasi il velo,
    Da l'inganno tessuto,
    Che lieve sosteneaci a mezzo il cielo;
    Manca il cielo a nostr'orme: i fior, la luce,
    L'amor, la giovinezza, il paradiso,
    Tutto a un punto dissolvesi
    Al fiero lampo de l'uman sorriso.

      Esuli affaticati,
    Senza speme di vita e senza regno,
    Fuggiam, cadiam, sotto al flagel dei fati,
    Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.

      O miserando e gramo
    L'esser nostro di Numi, ove al talento
    Di mortal plebe abietta,
    Qual nebbia vana ad agitar di vento,
    Sorgere a caso e dileguar dobbiamo!
    Ove andrem noi? Di amici astri deserto
    È il ciel; d'altari è brulla
    La terra; inesorabile si avanza
    La Verità; l'Oblio ne inghiotte e il nulla…
    Oh! fosse dato almeno
    A noi mutar sembianza,
    Gioir l'aere terreno,
    Scendere in terra e aver con l'uom possanza

VOCE DI SACERDOTI.

      Tramonti pur, tramonti,
    O fuggevole Iddio, la tua possanza;
    Noi terrem contro al fato erte le fronti.

      D'imbelli anime è stanza
    La terra; e noi teniam su l'alme il piede:
    A te il ciel manca; a noi la terra avanza.

      Più che astuti noi siam, cieco è chi crede;
    Cada Saturno, o Gèova,
    Mai non cadrà dal petto uman la fede!

VOCE DI SANTI.

        O misera e fugace
      Vita de l'uom, che speri?
      Non ha trïonfo e pace
      Questo agitato vortice
      Di affanni e di piaceri.

        Come in silice abietta
      Prigioniera scintilla,
      Così l'anima, eletta
      A miglior sorte, ascondesi
      Ne la mortale argilla.

        Dio ve la chiuse; al solo
      Cenno del suo pensiero
      Ella discioglie il volo,
      Mesce il suo raggio a l'iride
      Del sempiterno Vero.

        Soffriam: de la romita
      Alma, che piange e crede,
      Cibo, lavacro e vita
      Son la Speranza eterea,
      La Carità e la Fede.

VOCE DI DIAVOLI.

      Che val pascer di vuote
    Fuggitive speranze il cor digiuno?
    Navigar co'l desio regioni ignote
    Derelitti nocchieri a l'aër bruno?

      A noi prescrisse un segno
    La diversa Natura, e mal n'è dato
    Spinger oltre il poter l'audace ingegno,
    Cercar ne l'ombre e battagliar co'l fato.

      Han pur queste fugaci
    Ore terrene alcun sorriso e fiore,
    Ha battaglie il pensier, le labbra han baci,
    Vita la terra, e inferno e ciel l'amore!

VOCE DEL TEVERE.

      Molte sul dorso antico
    Storie nefaste io porto,
    Molte nei gorghi miei storie nascondo;
    Ma, poi che per età son fatto accorto,
    Freno il flutto iracondo,
    E al mar mio grande amico
    Al vecchio mar le vecchie storie dico.

      Dal mobile soggiorno
    De l'onde cristalline,
    Coronate di perle e di coralli
    Corrono a me le azzurre Ocëanine;
    E melodia di balli,
    Per quanto è roseo il giorno,
    Voluttuöse a me tessono intorno.

      Ond'io, fatto loquace
    Da la vista amorosa,
    Assiso in mezzo a lor canto le strane
    Vicende de la mia storia famosa;
    Mentre su l'onde piane
    Con la sua mesta pace
    Siede la stanca luna, e l'aura tace.

      Tutta allor torna viva
    Nel mio canto fatale
    De le vetuste età l'aurea leggenda:
    Quando la Fede a la Giustizia uguale,
    E deïtà tremenda
    Era la Legge, e diva
    Cosa la Patria e chi per lei moriva.

      Taccio però l'offesa,
    Che a l'aquile di Giove
    Recò una turba di feroci imbelli;
    Taccio il baglior di queste genti nuove;
    Però che sui ribelli
    Flutti lasciata illesa
    La croce di Gesù troppo mi pesa.

      Ma un dì, se l'onte atroci
    Non moveranno alcuno
    Che in me l'affoghi e d'ogni onor la privi,
    Io parlerò: sentirà allor ciascuno
    Di questi rei malvivi
    Tuonar con ferree voci
    L'eloquenza dei miei flutti feroci.

      Fuor dai percossi fini
    Proromperò, indomato
    Dèmone; stenderò l'onda funesta
    Sui colli; segnerò l'ultimo fato
    All'ara, al trono, a questa
    Degna dei suoi destini
    Plebea ciurma di Borgia e di Tarquini!

VOCE DELLA SAVOIA.

      Dal trono de la gloria ove tu sei
    Ricca d'armi, di mente e di fortuna,
    Madre Italia, ricorda i figli miei,
    Ora che amor tutti i tuoi figli aduna.
    Pensa che nel dolor giace colei,
    Ch'a' guerrieri tuoi re diede la cuna,
    Da te divisa e serva a lo straniero
    Lei che fu patria al redentor Guerriero!

      Ben prudente consiglio esser potea
    Gittar mie carni al fero augel francese,
    Quand'anco incerto il tuo destin pendea,
    E tronche a mezzo eran le patrie imprese.
    Ei che il sangue per te versato avea,
    Tarpò il tuo volo, e il sangue mio richiese;
    Io, ch'ebbi il tuo più che il mio ben diletto,
    Tacqui, ed offersi al sagrificio il petto.

      Ma or che forte e secura e di te stessa
    Donna, per propria via, splendida incedi,
    Tanta virtù non m'è dal ciel concessa,
    Ch'io taccia ancor de lo straniero a' piedi;
    Di lui, che, d'ogni error l'anima ossessa,
    Contro il suo petto infurïar tu vedi,
    E dal reo brago, ove ognor più s'ingora,
    Giudicar osa e minacciar tuttora!

VOCE DELLA CORSICA.

      Già non dirò, che prima
    Fra l'isole tirrene
    D'ogni bellezza opima
    Sono albergo di ninfe e di sirene:
    Ad altri il debil vanto
    Di molli aure e di fiori
    Ed il femmineo canto
    E i florívoli amori.

      Cirno son io: de l'onda
    Che mi flagella i liti,
    Qual d'armonia gioconda,
    Serbo nel seno i liberi ruggiti;
    D'odio, d'amor, di sdegno
    Facil s'accende il petto;
    Pronto il braccio e l'ingegno
    Al par del mio moschetto!

      O madre Italia, e vuoi
    Che da te svelta io giaccia?
    Ch' io non aduni ai tuoi
    I miei sensi, i miei fati e le mie braccia?
    Chiedi gemme e tesori?
    Gemme e tesori ho anch'io:
    Gemme? I miei patrî allori;
    Tesori? Il popol mio!

VOCE DELL'ISTRIA.

      O tu, Sir del vetusto
    Trono d'Asburgo, invano
    Offri al Sabaudo augusto
    Pegno d'alta amistà l'ambigua mano.
    Credi, levar l'artiglio
    Dal fianco mio, dov'hai la piaga aperta,
    Saría miglior consiglio
    E più regale offerta.

      Tra noi di pace è questo
    Unico patto e degno;
    Chè il simular molesto
    D'astuzia rea, non di fortezza è segno.
    Placate allor, lo spero,
    Sorrideranno al tuo regale albergo
    Le nostre Ombre dal nero
    Ciglion de lo Spilbergo.

VOCE DI POPOLI SLAVI.

      Qual grido funesto risuona sul monte?
    Qual gemito cupo si leva d'intorno?
    È forse la Vila dal lucido fronte,
    Che cinta di nembi si slancia nel ciel?
      In cima a la rupe, nel niveo soggiorna
    Riposa la diva le membra sue snelle;
    Le danzano in giro le rosee donzelle,
    La cullano i canti d'un astro fedel.

      Fra l'ombre solenni, fra l'irte boscaglie
    Forse urlan le belve pugnanti a la preda?
    O, attorte agli abeti le rabide scaglie,
    Di Bàlkan le serpi lingueggiano al Sol?
      O figli di Serbia, se il cielo vi veda,
    Balzate dai sonni, lasciate le selve:
    Più fieri serpenti, più rabide belve
    A l'aquila nostra tarparono il vol.

      Ferita a Cossòvo dal turpe Islamita,
    Perduto il remeggio de' giovani vanni,
    Dai campi raggianti di gloria e di vita
    Ne l'ombre di morte, stridendo, piombò.
      Sbucâro i ladroni giurati ai suoi danni
    Dai scitici ghiacci, da l'Istro interdetto;
    La fissero in croce, sbranaronle il petto;
    Chi men le diè strazio men prode sembrò.

      Ah! dove in quel giorno, dov'era il tuo brando,
    O Marco, o di Serbia speranza immortale?
    Conosci e sostieni lo strazio nefando?
    O il sonno e la morte ti avvinser così
      Che nulla più curi? La morte? Il fatale
    Momento di morte per lui non arriva:
    Mutate la nenia ne l'oda festiva;
    Ei dorme, si scuote, risvegliasi al dì!

      Ei sorge, si appressa: de l'antro fatato
    Risuona ai suoi passi la volta profonda;
    Il negro cavallo gli scalpita allato;
    Gli mette baleni lo sguardo e l'acciar.

      Già monta in arcioni; la turba il circonda;
    Il corpo squarciato si unisce e cammina;
    La schiava spregiata si leva a regina;
    La tomba dei prodi diventa un altar!

VOCE DELLA GERMANIA.

      O prima reggia del Pensiero, augusta
    D'idee madre e di genti,
    Patria del gener nostro Asia vetusta,

      A te col grido dei perfetti eventi,
    Vetusta Asia, il saluto
    La libera Germania alza su' venti.

      Odi: stridono ancor su'l combattuto
    Reno i miei plaustri; echeggia
    Il mio vittorïoso inno temuto;

      E con securo il vol come in sua reggia
    Quant'è di cielo intorno
    Di Brandeburgo l'aquila passeggia.

      Sorgete, o voi dal feüdal soggiorno,
    Tremende Ombre, sorgete,
    Fiere stirpi d'Arminio, al novo giorno;

      E voi che sul divin Tebro scorrete,
    Secure Ombre, e la nova
    Stirpe latina a magne opre accendete,

      Venite: a la funesta ira non giova
    Dar l'alma, or ch'ogni gente
    Guida un solo pensiero a varia prova.

      Voi condurrò nel mio volo possente
    Dove com'aureo sole
    Poggia di Brama la magion lucente;

      Dov'erge l'Imalai l'intatta mole,
    Ed a la Ganga in giro
    Del loto degli Dei splendon le aiuòle.

      Come giorno che irradia il vasto empiro,
    Tal da le rive bionde
    Sorger tranquilla una gran luce io miro;

      E a la gran luce un'armonia risponde,
    Da cui senso e pensiero
    Prendon l'aure, le stelle, i fior, le sponde:

      —Smetti, o figlio del Lazio, il vanto altero,
    E tu, d'Arminio figlio,
    Riponi il brando insanguinato e fiero!

      Se l'un ne l'altro insanguinò l'artiglio,
    Roma lo sa; lo sanno
    De l'Elba i flutti e il Reno ancor vermiglio.

      Troppo fra voi di servo e di tiranno
    Voce sonò: gli avelli
    Son anco aperti, ed ancor vivo è il danno.

      Ma se i miei sensi al ver non son ribelli,
    Io qui da questa sponda
    Secura griderò: Siete fratelli!

      Là sul vasto altipian radice e fronda
    Pose l'Arìana antica
    Pianta, che fu di molto fior feconda;

      E se il turbo la svelse, e la nemica
    Sorte ne infranse i molti
    Rami, i germi educò la terra amica;

      Onde sott'altro ciel giovani e folti
    Sorser mutati, e fûro
    Da inconscia man moltiplicati e còlti.

      O gente cieca, a cui pur l'oggi è oscuro
    Voi de l'Arìana pianta
    Siete due rami, in faccia al Ver lo giuro.

      L'un s'infrondò su'l Campidoglio, e tanta
    Arbore al ciel spiegossi,
    Che cadde alfin dal proprio peso affranta.

      Tal su l'altro di nembi ira sfrenossi,
    Che le pigre ombre e 'l gelo
    Fuggendo e da pugnace indole mossi

      I suoi fieri cultor sott'altro cielo
    Ruppero, e fûro al corso
    Tigri, e demòni al fulminar del telo.

      Serrate, o stolti, a l'ire orrende il morso;
    E più dei truci acciari
    Abbia su'l vostro cor punta il rimorso!

      Entro al fin dei suoi monti e dei suoi mari
    Vigili ognuno, e il volo
    Sfreni al pensier, che fa temuti e chiari.

      Vedrete allor da l'uno a l'altro polo
    Sorger le genti, e avranno
    Per sentiero diverso un pensier solo;

      E, spento prima ogni desío tiranno
    Ed ogni error conquiso,
    Fide a Giustizia e a Libertà staranno!—

      Salve, o diva Scïenza; al detto, al viso
    Che sopra ogni altro estimo,
    Ai voli rutilanti io ti ravviso!

      Per te del mio pensier l'ali sublimo;
    Per te nei sanguinosi
    Studî de l'armi il popol mio va primo.

      Tu che, amica de l'opre, i neghittosi
    Ozî diradi, e vivi
    Vigil sempre ed eterna e mai non posi,

      Tu che redimi a libertà i captivi,
    I restii sproni, e godi
    Sovra l'ombre versar la luce a rivi,

      Tu, assidua e paziente il tempo rodi;
    Tu i diradati stami
    Dei popoli dispersi ordisci e annodi.

      Da l'abisso dei morti anni richiami
    L'ossa eloquenti: ritte
    Composte in scheltri in sugli altari infami,

      Gridan così, che a mezzo il cor trafitte
    Da la parlante luce
    Precipitan le sacre Ombre sconfitte.

      Salve, o diva Scïenza; auspicio e duce
    D'ogni grand'opra; ai santi
    Regni del Vero e a Libertà ne adduce
      La voce tua, che grida sempre: Avanti!

      Poi che al veggente immaginar l'altero
    Ribellator degli uomini si tolse,
    E mirò intorno il vasto Circo, un alto
    Silenzio s'assidea sui tenebrosi
    Menïali titanici, e fra' rotti
    Pilastri ed i corintî archi passavano
    Lunghe file di mute Ombre e la luna,
    Ei mirava e tacea. Ma tu nei santi
    Penetrali del ciel già non tacevi,
    Gran signor dei beati: acre e vorace
    Ti rodea l'alma una gran cura; e come,
    Se fra poche pareti arda un occulto
    Foco, di quante masserizie ha intorno
    In pria fa preda e cheto si alimenta,
    Finchè di sua virtù gonfio e superbo
    Tutto divora il chiuso aere, dirompe
    L'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode;
    Così del padre dei Celesti a un punto
    Proruppe la repressa ira, nudrita
    D'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidi
    Guanciali alti si eresse, e si folcendo
    Del tentennante cubito, in tal guisa
    Parlò ai beati ivi a consiglio accolti:
      —O beati, se pur lecito è ancora
    Con tal nome chiamarvi, or che le pingui
    Mense e i tiepidi letti, unica gioia
    Di voi sereni abitator del cielo,
    Sparecchiar ne minaccia un rio destino,
    Beati, a voi di gran stupore obietto,
    E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduni
    A insoliti consigli, io che finora
    D'ogni assoluto mio voler fei legge
    A le vostre cervici, a cui fu somma
    Virtù il tacere e l'ubbidir. Se or muto
    Al gagliardo agitar di venti avversi
    I propositi miei, già non direte,
    Che sopraffatto o paventoso io pieghi:
    Fermo son io, siccome il sole; e questa
    Picciola libertà, ch'oggi vi assento,
    Vuo' che qual liberal dono s'accolga.
    Di che perigli il regno mio sia cinto
    È noto a voi, che spennacchiato e stracco
    Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi
    L'Arcangelo Michel, lui, già tremendo
    Fulmin di guerra e condottiero invitto
    De le nostre legioni. A lizza estrema
    Col superbo Lucifero si spinse
    Ardimentoso, e gli ridea negli occhi
    La securanza del trïonfo: inerme,
    Rotto dal lungo battagliar co' flutti
    Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno
    Solo, un sol ghigno a debellar gli valse
    L'adamantina ira celeste. Io taccio
    L'altre sconfitte, e la più grande e indegna
    Per avventura e più recente: io stesso,
    Io l'eterno Signore, io… ma gagliardo,
    Onnipossente ed infallibil sono
    Siccome un dì! Solo provar voll'io…
    Fu soltanto una prova; e alcun non osi
    Ricercar con profano occhio gli abissi
    Del mio pensier! Questo saper vi giovi,
    Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma!—

      Disse, e un sospir traendo, giù di peso
    S'abbandonò su le soffici piume,
    A cui di sotto scricchiolar compresse
    L'agili spire dei cedenti ordigni,
    Che di acciaro eran tutti, A quella guisa
    Che fra un popolo avvien, che, scosso un ferreo
    Giogo di servitù, sfrenasi ai novi
    Deliramenti e a l'oblïosa ebbrezza
    De l'acquistata libertà: risuona
    D'inni ogni via; tuonan le piazze al grido
    Dei Catoni d'un giorno; ardon le notti
    D'assidui fochi, a cui tripudia in giro
    Clamorosa la plebe; ove fra tanto
    Spensierato tumulto odasi il cupo
    Reböar del cannone, un improvviso
    Pallor si sparge in tutti i volti; tacciono
    Gl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fuga
    Mugghia qual mar l'immensa folla, sperdesi
    Per le vie, per le piazze; odi a l'intorno
    Un chiamar sospettoso; un concitato
    Serrar d'usci, e suonar per la deserta
    Via dei pochi animosi il passo e il grido;
    In simil guisa al favellar del Nume
    D'improvviso terror si ricoperse
    L'anima e il volto dei Celesti, a cui
    Solo è dolce allegrar gli ozî immortali
    Di concenti, di danze e di conviti.
    Si sgomentâro a la terribil nuova
    Anco i pochi gagliardi; ed altri in volta
    Diêrsi precipitosi, altri in querele,
    Altri in preci. Piangean le vereconde
    Dive, e al petto ed al crin faceano offesa;
    Battean le picciolette ali indorate
    I paffutelli Cherubini, e indarno
    I bellicosi Arcangeli in piè ritti
    Fan sdegnosa rampogna ai fuggitivi.
    Scrollava il capo il divin Padre, e:—Imbelli,
    Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggo
    Da l'aver per sì lunghi anni impinguati
    I non mai sazî fianchi vostri! Avessi
    Nudrito oche! Potrei nei delicati
    Èpati almen delizïare il dente!—

    Si chetarono alquanto, e vergognosi
    Stettero. Allor dal radïoso scanno
    Rizzossi in piè la diva Cate, illustre
    Italo germe, e dei tuoi monti onore,
    O belligera Siena, a cui più volte
    Diè femmineo valor soccorso e grido.
    Girò il guardo a l'intorno, e, nel capace
    Petto premendo una gagliarda impresa:
    —Arrossite, sclamò, voi non già eterni
    Spiriti, non pur uomini nè donne,
    Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! foste
    Tutti esclusi dal ciel! Ma già di voi
    Cura io non ho: d'incliti spirti ancora
    Forte presidio ha il paradiso, e quando
    Fosse infranta ogni spada, infranta al certo
    Non saría la mia lingua! Or tu mi ascolta,
    Eterno Padre, e voi mi udite, alteri
    Spiriti: in terra io scenderò soletta,
    Inerme, come il dì, che a pace astrinsi
    Di Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio;
    O come allor che a l'interdetta chioma
    Di Clemente strappai l'aureo triregno,
    E a schiacciar la fischiante Idra sospinsi
    Sul carro de la Fede il saggio Urbano.
    In Roma andrò; starò di fronte al fiero
    Lucifero; e se ancor serba qualcuna
    Di sue virtù questo mio labbro, ho fede,
    O d'indurlo a tornar nel derelitto
    Regno de l'ombre, o persüaso e vinto
    Rendergli l'ali e ricondurlo in cielo.—

    Tacque; e del suo parlar paga si assise
    In sua beltà. Fremean d'assenso intorno
    L'auree sedi del ciel; quando con voce
    Di tutta tenerezza, e la mirando
    Con dolcissimo sguardo:—Oh! che tu speri,
    Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose;
    Lucifero domar? lui che de l'ira
    Di tutto il cielo e di me pur si ride?
    Tutta non fosse congiurata ai nostri
    Danni la terra, agevol cosa invero
    Il domarlo saría; ma come rupi
    Stanno le fronti dei mortali erette
    Contro ai fulmini miei; sfrenato e baldo,
    Qual cavallo che irrompe a la battaglia,
    Corre il Pensier, che, divorato il breve
    Tramite de la terra, al ciel si lancia.
    Annientarlo io potrei, ma me'l divieta
    Un'occulta prudenza! Oh! sì ti fosse
    Dato il frenarlo e ricacciarlo ai neri
    Báratri, là dove il mio sdegno un tempo
    Fitto l'avea con ferrei chiodi! Il cielo
    Non avría stella mai che fosse degna
    D'incoronarti! Ma timor mi accora,
    Ch'opra vana tu tenti, e de l'ardito
    Generoso tuo cor vittima resti!—
    —E vittima sia pur, balzando disse
    La divina Sanese: un dì potevi
    Ricondurre vincente al patrio albergo
    Una mortale di Betulia; io diva
    Imploro a te pari soccorso, e parto!—
    —Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio!—
    Gridò in quel punto una stridula voce,
    Bizzarramente modulando il verso.
    Si conversero tutti a l'empio grido
    Inorriditi, e ignuda in su la soglia
    Videro sghignazzar ballonzolando
    L'insanita Teresa. Era già il fiore
    Del paradiso; ora istecchita e nera,
    Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi,
    Salti facea sugli spolpati stinchi,
    Come scimmia strillando. Avvinto a un refe,
    Che a' vizzi fianchi le facea cintura,
    Giù pendevale un foglio, o fosse un brano
    Del vangelo di Marco, o un'ispirata
    Lettera, ch'ella avea nei suoi bei giorni
    Fra l'isteriche ambasce a Dio già scritta.
    Tremâr di sdegno a tanto osceno aspetto
    Gli angioli santi, e gracidâr commosse
    Le stagionate vergini, che assise
    Qua e là pe' remoti angoli, a Dio
    Biasciano tutto dì salmi e preghiere.
    Drizzâro a stento l'aggobbite schiene,
    E, sguardando di sopra a' tentennanti
    Su la punta del naso argentei occhiali,
    L'infelice avvisâr; brandîr con fiero
    Piglio i lunghi rosarii e i crocifissi,
    E già già si avventavano; ma stesa
    Il buon Dio con pacato atto la destra:
    —Perdonatele, disse, e a la sua cella
    Dolcemente traetela. Infelice!
    Troppo osò co'l pensier farsi vicina
    A la fiamma del Vero, e in questa guisa
    Del suo folle ardimento or paga il fio.—
    Così dicendo, con paterno affetto
    Schiuse le braccia, strinse al cor la bionda
    Testa di Cate, e le concesse in fronte
    Il caro bacio del commiato. Altera
    Di cotanto favore ella si avvìa
    Fra' plaudenti Celesti; inni e saluti
    Le mandan l'arpe. Ai suoi custodi intanto
    Sguizza di man la santa pazzarella,
    E, sovra il naso il pollice appuntando,
    Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi.