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Lucifero

Chapter 17: CANTO QUATTORDICESIMO.
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About This Book

Divine silence and the fading force of ritual provoke a crisis of faith: priests lament, people laugh, and a rebellious celestial being resolves to incarnate as mortal to test love, action, and redemption. He transforms and descends amid vivid seasonal and mountain imagery, declaring a mission to rouse human thought and contest the authority of heaven. On the Caucasus he encounters a titan who first dissuades him and then listens as the stranger prepares his tale. The narrative alternates dramatic episodes and reflective passages, addressing critics and exploring themes of artistic vocation, freedom, struggle, and the possibility of human salvation through love and deeds.

CANTO TREDICESIMO.

ARGOMENTO.

Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.—Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.—Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni.—Una vittima delle stragi di Perugia.—Due decapitati.—Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.

    Vestitevi di rose, aride arene
    Del Colossèo! Se a fecondarvi, indarno
    Scorse a fiumi su voi degli ostinati
    Martiri primi e de le belve il sangue,
    Valga a farvi fiorir la dïuturna
    Prece di Pio: l'augusto veglio è padre
    D'ogni portento, e tutto può. L'han chiuso,
    Qual recidivo malfattor, nei templi
    Transteverini; e, com'è ver, che al cenno
    Del suo divo pensier struggesi in pianto
    La sacra effigie di Maria, dai ceppi
    Egli uscirà vittorïoso e forte,
    E di vergini gigli incoronato
    Ascenderà securamente al cielo.
    Or, mentre aspetta il sacro giorno, e inqueti
    Giacciongli al piè l'anàtema e la scure,
    Volga ad altr'opre il non fallibil petto
    Egli che, fabro di verginee madri,
    I dolci nati de le madri uccide
    Con serafico istinto. Un improvviso
    April fiorisca il Colossèo; discende
    A battagliar Lucifero l'altera
    Amazzone di Siena, a cui più spade
    Volse il facile eloquio e la virile
    Beltà, che doma ogni poter. Chi vide
    Entro al sereno immaginar del mito
    Lieve il piè, cinta il vel, rosea le forme
    Volger la fuggitiva Ebe fra' Numi,
    Quei dirà qual fioría grazia e splendore
    Di giovinezza e di salute in volto
    De l'ardita Senese, allor che al guardo
    De l'orgoglioso Apostolo ad un punto
    Si appalesò. Muto ei sedeva in cima
    A un dirùto pilastro, e la raggiante
    Misterïosa immensità del cielo
    Gli pendeva su'l capo: eran più vaste
    Più chiare assai le sue speranze, e acuto
    Più del guardo del Sole oltre a le cupe
    Reggie d'azzurro il suo pensier vedea.
    Meditava così: Dentro a l'audace
    Spirto de l'uom fervida alfin si stampa
    L'immagin mia; vantino uranghi e numi
    A lui simile aspetto: il suo pensiero
    A me rassembra, e il suo destino è il mio.
    Libero già d'alte paure, scevro
    D'ogni fallace illusïon di senso
    Vuole, conosce e può; spezza il segnato
    Limite del mistero, e dove è luce
    Ivi il suo campo e il regno suo prescrive.
      Così parlava dentro al cor; ma in quella
    Che l'armato pensiero apríasi il varco
    Ad alate parole, eccogli incontro
    Sorger la Dea, che de l'eloquio ha il vanto.
    Stupì l'Eroe di tanta vista, e, tutto
    Ne la diva fanciulla il viso assorto,
    L'ardimentosa giovinezza e gli atti
    Securamente mansuëti e il lume
    Di sì maschia bellezza iva ammirando
    Silenzïoso. Anch'essa Dea non senza
    Stupor mirava il gran Ribelle, e come
    Una mesta pietà prendeale il core
    Secretamente. Alfine in questa forma
    Prese a parlar:
                   —Superbo e sventurato
    Angiolo, nè so dir se in te più sia
    La superbia tenace o la sventura,
    E come puoi di tanto umile stato
    L'aspetto solo comportar, tu primo,
    Già primo, or fatto di pietade obietto,
    Fra le schiere del ciel? Misero! e dove
    Son l'ali tue? Dove la schietta luce
    Del tuo fronte immortal? Scemo di tutte
    Doti del cielo, a un passeggero e reo
    Figlio d'Adamo io ben ti assembro, e nulla
    D'eterno hai più, fuor che la tua sventura!—
    —E la sventura è la ricchezza mia,
    Bella figlia del ciel, così a dir prese
    L'onor di Lui che da la luce ha nome;
    Tesoro è il pianto, a cui null'altro agguaglia
    Ne la terra e nel mar. Povero e gramo
    Cultor l'arido solco apre a fatica,
    Ed una al seme ed al sudor gli dona
    Le speranze sue belle. Ispido e bianco
    Sibila tra l'ignude arbori il verno,
    Croscian piogge e gragnuole, e giù ridondano
    In tumulto i torrenti: il poverello
    Guarda tremando i duri prati, e al magro
    Desco seduto a la sua donna a lato
    Pur dolorando il bel tempo predice,
    Finchè tutt'oro il crine e in man la falce
    Esce il fervido giugno, i mareggianti
    Campi sorvola, e generoso adempie
    Di bionda mèsse i rustici abituri.
    Così egregia mercede a l'uom prepara
    L'esperimento del dolor. Dai solchi
    Seminati d'umane ossa fuor balza,
    Santa prole de l'opra e de l'affanno,
    La Libertà, premio ai costanti: umana
    Diva, ignota ai Celesti, ella inghirlanda
    Dei raggi suoi l'ardue fatiche, e serba
    Ad ogni affanno una vittoria. E quale
    Dono è quaggiù, che non da lei derivi?
    Per essa han luce ed armonia le genti
    E veritade ed uguaglianza e vita,
    Poi che vita non ha, nè veramente
    Uomo è chi giace in servitù, ma ignaro
    Bruto, ch'à in sorte il brago e la catena.
    Vivon sol d'essa i generosi, ed io
    Son la sua voce, e gli ozïati scanni
    Del ciel per essa e volentier sdegnai.
    O solenni cadute, o glorïose
    Sconfitte, a cui libera vita io deggio,
    Ricordando, mi esalto! E dovea forse
    Crogiolarmi fra' sogni aurei del cielo
    Eternamente, io re degl'irrequeti
    Spiriti? Assiso ai tiepidi banchetti
    In silenzio vorar le dispensate
    Manne, io figlio de l'opra? Erger le palme
    Supine a Lui, che, del suo nulla esperto,
    Pur ne l'impero de l'error si ostina?
    La terra elessi, ed ei cadrà! De l'ali,
    Ch'ebbi inutili al dorso, armai la mente;
    De la luce del fronte il petto istrussi;
    Con l'uom piansi ed amai: scrissi co'l sangue
    Le sue vittorie; e già n'è presso il giorno,
    Che Dio dal regno e da la vita escluda!—

    Rabbrividía come per febbre al fiero
    Parlar la diva, e da' superbi accenti
    Con la candida man schermía l'orecchie
    Inorridita; nè risposta alcuna
    Formar può, nè fuggire osa. Ben gli alti
    Gesti de la sua vita e il dir facondo
    E l'audace promessa a Dio giurata
    Vergognando rimembra, e non sa quale
    Fascino occulto or l'incateni innanzi
    A l'avversario suo feroce e bello.
    Dicea fra sè: Molti in virtù prestanti,
    Molti in bellezza e in favellar maestri
    Conobbi al mondo animi egregi; ha il cielo
    Angeli molti, a le cui rosee membra
    Vestimento è la luce e amplesso eterno
    La giovinezza; or qual virtù ha costui,
    Che sì mi svolge ed incatena il senno?
    Così pensando, a l'anima dubbiosa
    Fa forza; di rigore arma l'aspetto,
    Cerca austere parole, e questi invece
    Le vengono dal core umili accenti:
    —Angelo, oh! soffri ch'io t'appelli ancora
    Co'l tuo nome perduto; e che ti giova
    Per questa ultima sfera ir pellegrino
    Qui dove segue a la fatica il pianto
    E ad entrambi la morte? Assai feroci
    Detti hai parlato or or; ma una parola
    Melodïosa, o che mi falli il senso,
    Una dolce parola anche dicesti,
    Che a perdonarti ogni fallir m'induce:
    Pianto ed amato hai tu? Radice ha in terra
    Ne l'empia terra anche ha radice amore?
    Oh! come il viver coi mortali il senno
    Pur dei forti travolge! Il paradiso
    Oblïato hai così? Non sai che vita
    E stanza e reggia ha solo in ciel l'amore?
    Vieni, oh! vieni con me! Là, nel tranquillo
    Regno degli astri al buon Iddio da presso
    Vivrem vita serena; e in quella pace
    Troverai la tua patria e l'amor mio!—
      Tacque tremando, ed arrossía. Fu lieto
    Di quei detti l'Eroe, però che vide
    Su cotanta beltà certo il trïonfo,
    E l'incalzò con queste voci:
                                —O chiara
    Sopra a tutte le dive e la più bella
    D'ogni terrena creätura, eguale
    Solo a colei ch'è del mio cor regina,
    E che parli d'amor tu che nel cielo
    Al banchetto degli angeli ti assidi,
    Ove straniero e dispregiato è amore?
    Ben di tutta pietà degna t'estimo,
    Se amore altro non sai, che la fallace
    Larva impotente, che il gran nome usurpa,
    E i parvi e non interi angeli illude!
    Tutta ossessa di Dio, fiera dei molti
    Trïonfamenti de la tua parola,
    Da la terra passasti, e ti fu oscura
    La vittoria miglior che donna ambisca,
    La dolce voluttà de l'esser vinta.
    Oh! cedi a me, cedi e trïonfa! Amore,
    Terreno iddio, che fa pensier la creta,
    Ti apprenderà come si vince: ei solo
    Mi süase a pugnar contro a le cieche
    Menti del cielo; ei qui mi addusse; ei muta
    Ogni lagrima in fiore, e a le dubbiose
    Anime ignare il vero Èden insegna!—
      Parla, ed a lei che muta trema, e intorno
    Päurosa si volge, apre le braccia
    Supplicando con gli occhi, e in un amplesso
    D'avidi baci l'anima le serra.
      Cadea fra tanto il Sol; cheto e deserto
    Era il loco; salían come invocate
    Rapide al ciel le grandi ombre notturne,
    E Amor lesto venía. Cedea la bella
    Diva; e quando con man trepida e tutto
    Fiamme e palpiti il cor, la virginale
    Zona ei le tenta, ed ambi ansano, ignoti
    Mondi ella vede: arde d'immenso aprile
    La terra; giù dal ciel scendono in folla
    Cento e cento lucenti angeli, e, fatta
    Di sè fra terra e cielo ampia corona,
    Sciolgono l'arpe al suon, le voci al canto:
      —Stanchi di tesser danze
    Di cento arpe al ronzío
    Ne le lucenti stanze
    De la magion di Dio,
    Scender soleano un giorno
    Gli angeletti scapati
    Là nel mortal soggiorno
    De le figlie de l'uomo innamorati.
      Nei freschi antri, su' fiori
    Tremolanti a la brina
    Ponean l'ali e gli albori
    De la fronte divina;
    E, colto il bacio primo
    Sovra le bocche ardenti,
    Schernían gli astri, e da l'imo
    Radïavan più belli e più possenti.
      Lascia or l'eterea sede
    L'inclito onor di Siena:
    D'intemerata fede
    L'alma loquace ha piena;
    Al gran Ribelle incontro
    Tumida sorge; e quando
    Spera, che al primo scontro
    Vinto egli fugga in volontario bando,

      Ecco, dal labbro il detto,
    Come spuntato strale,
    Cadele; al dolce aspetto
    Del gran Fattor del male
    Pallida trema; al laccio
    D'Amor l'anima assente,
    Scorda sè stessa, e in braccio
    Del rivale di Dio bello e possente,

      Immemore del cielo,
    Donasi, Oh! vaga, oh! bella!
    Già del vergineo velo
    Scevra, com'aurea stella,
    Splende; da l'ansio viso,
    Da le membra sincere,
    Ignoto al paradiso
    Spira in mille piacer solo un piacere!
      O amore, amor! Sì forte
    È il tuo terreno impero?
    Sfida per te la morte
    Del fango il figlio altero;
    E, mentre a la tua rete
    La voce tua ne incalza,
    Ei l'ale irrequïete
    Svolge dal fango, e contro al ciel s'innalza!

      Scendiam, proviamo! A tutti
    Zimbello è il Padre eterno,
    E saggi e farabutti
    Si ridon de l'inferno.
    Scendiam, facciam baldoria
    Tra' fiori e le donzelle;
    Abbia l'Amor vittoria:
    Vale un'ora d'amor tutte le stelle!—

      Mentre i furbi angeletti in queste voci
    Disertavano il cielo, e l'umanata
    Senese, avvinta dal più dolce amplesso,
    Primamente sentía la vita intera,
    Su l'antica di Pio ferrea cervice,
    Come sinistro augel, striscia la Morte.
    Abbandonato su'l gelido letto
    Luccicante di frange e di cortine,
    Rabbiosamente egli vaneggia:
                                —Urlate,
    Accorrete, soccorso! Il ciel, la terra,
    L'inferno tutto ai cenni miei! Demòni,
    Angeli, a voi: la forte anima mia
    Per un anno di vita! I miei nemici,
    Gli usurpatori impenitenti al mio
    Piede un istante, e poi morir!—
                                    Comparve
    Pallido, immoto, macilente un Frate
    Sovra la soglia:
                    —A questa Croce atterra
    L'orgogliosa tua fronte!—
                              —Chi sei tu?
    Che vuoi? Chi innanzi mi ti tragge? A l'ira
    Non mi sforzare!—
                      —A la pietà ti sforzo,
    A la pietà, se Dio, per maggior pena,
    Non ti chiude la via d'esser pietoso.—
    —Ma tu chi sei? Di vane ombre io non temo:
    Son forte ancora!—
                       —Ombra, demonio, o Dio,
    Quel che tu temi io sono. Ecco si appressa
    L'ora; è scoccata: a le tue ferree porte
    Batte il giudizio del Signor!—
                                   —Che intendi?
    Che oseresti tu mai?—
                          —Sgombra dal petto
    La fallace paura: Iddio corregge
    Pria di punire; e suo ministro io vengo,
    Io, che di Dio non già, ma sol dovrei
    Venir ministro de la mia vendetta!
    E ancor forte ti vanti? A brani io veggio
    L'inconsutile veste; ai fuggitivi
    Tuoi passi il trono, il suol vacilla; e al cielo
    Non ti rivolgi?—
                     —Al cielo, al ciel! Tu parli
    L'eretica parola! Il ciel lo lascio
    Ai miei nemici; a me la terra!—
                                    —E quale?
    Schiavo tu sei d'altri e di te! Mal tieni
    Di Bonifazio e d'Ildebrando: hai l'ira
    De l'un, de l'altro la superbia: il senno
    D'ambi ti manca e i tempi. Il destin solo
    Pari ad entrambi e in uno avrai: l'eterna
    Città di Pier per te mutasi a un tempo
    In Salerno ed Anagni: esule vivi,
    Benchè in Roma; e a la tua guancia canuta
    Stampano i Re più durature offese
    Del ferrato manipolo di Sciarra.
    Deh! rivolgiti al ciel!—
                             —Frate, pon fine
    Al tuo sermone, e sgombra. Il cielo è patria
    Dei deboli; la terra è mia! Già in armi
    Sorgon Francia ed Iberia: il ceppo illustre
    Dei Borboni immortali a l'aura nova
    Mette nove radici, e fronde e rami
    E fiori e frutta porterà: saranno
    Frutti i trofei tolti ai nemici e il capo
    Di quel Sabaudo avventurier tiranno,
    Che, pur che copra le sue membra oscene,
    Ruba a Cesare il serto e il manto a Cristo.—
      —Vana speme è la tua! Dio, che a la terra
    Dopo il gel manda i fiori, a l'uom consiglia,
    Dopo lungo servir, la sacrosanta
    Libertà del pensiero. E chi potrebbe
    Co' suoi delitti attraversare il corso
    De le leggi di Dio? Con l'empia destra
    Ottenebrar l'indefinita luce,
    Che da l'insetto a l'uomo equo dispensa
    Di tutte cose animatore il Sole?
    Credi tu, che ammucchiando ossa sovr'ossa
    Tal diga innalzerai, che su la china
    Si soffermi il torrente, a cui dan forza
    I destini del mondo? Ah! il credi: amore,
    Fede non si raccoglie ove non altro
    Ch'odio e terror si seminò! Non sono,
    Non sono, e Dio che tutto sa ne attesto,
    Distruttor de la fede i rubellati
    Spirti e l'ereticanti alme! Voi primi,
    Voi soli, occulta d'ogni mal radice,
    Voi co'l sangue versato alimentaste
    L'idra de l'Eresia; questo malnato
    Poter, che cinge Iddio d'ire e di sangue,
    Ai quattro venti de la terra il grido,
    Fu la prima eresia!—
                         —Frate! s'hai caro
    Il viver tuo, non funestar l'estreme
    Ore del poter mio. Smetti l'altero
    Tuo cipiglio d'apostolo: la fame
    Rende spesso profeti; avrai se 'l brami
    Copia di tutto; or lasciami.—
                                  —La mia
    Vita è cosa del ciel; se dono alcuno
    Vuoi che da te, vecchio feroce, accolga,
    Dammi il rogo, o la scure. Odi l'estrema
    Voce di Dio: rassegnati e perdona;
    Già perdonando incominciasti.—
                                   —Ardisci
    Rammemorar la mia viltà? la fonte
    D'ogni sciagura mia? Male incomincia
    Perdonando chi regna! Al generoso
    Uopo s'applaude in pria; povero e scarso
    Indi appare ogni don, però che ingordo
    È il cor di lui che a nullo bene è avvezzo:
    Debito par la carità; diritto
    La pretesa più stolta. Egual si tiene
    A lascivo signor che la careggi
    Meretrice proterva, e a lei somiglia
    L'avida plebe: oggi le dài l'anello,
    Doman ti chiederà manto e corona;
    Alza dal fango la servil cervice,
    Spezza il fren, rompe il cheto ordine, invade
    L'altrui poter, dritti e doveri ingombra,
    Tal che, sconvolto il socïal congegno,
    Divien chi serve re, servo chi regna.
    No, no: perde chi cede. Uom che securo
    Tien l'alta riva, io non dirò che il senno
    Abbia intero, se al torbido torrente
    Perigliando abbandonasi. Tal fui
    Un solo istante, e n'ho rabbia e rimorso:
    Nel reo vulgo ebbi fede; osai l'esempio
    D'Alessandro imitar!—
                          —Del pari infido,
    Ma più debole fosti!—
                          —E qual mercede
    N'ebbi dal mondo? Risvegliai l'orrenda
    Idra dormente al mio piede; potea
    Schiacciarla, e la svegliai. Stolto! i suoi primi
    Sibili e i morsi avvelenati io primo
    Sperimentai: mira qual sono!—
                                  —Accusa
    L'alma tua poca e infida. Esser potevi,
    Rege non più (fra le vergogne e il sangue
    Già da gran tempo era sepolto il trono
    Su le vergogne e su le colpe eretto),
    Ben regnar da l'intatte are potevi
    Pontefice, e lo puoi! —

                           —Se crolla il trono,
    Caggia anche l'ara: o tutto, o nulla! —

                                           —E il dito
    Di Dio non temi? —

                      —Il Dio che adoro è fatto
    Ad immagine mia!

                    —Ben veggio: è indarno
    Ogni mio favellar. Ma se in te morto
    È il pontefice e il re, l'uomo ancor vive;
    Odimi dunque, o sciagurato, e trema.
    L'ara di Dio non crollerà: cadranno
    Gli astri del ciel, la fede no. La terra
    Stanca è d'ire e di stragi, e pace e amore
    Cerca, e l'avrà. Dio tornerà su queste
    Sedi, da cui tu lo cacciasti in bando;
    Tornerà Pietro a regnar l'alme: assiso
    Umilemente a Cesare da lato,
    Avrà di lui non men possente impero
    E più vasto d'assai. Tu muori intanto,
    Implacabile vecchio; impreca, e muori
    Impenitente; al tuo letto custodi
    La tua memoria e la Coscienza io lascio! —

    Disse, e disparve. Il bieco occhio e la voce
    Mosse il fiero morente, e una tremenda
    Vista mirò. Più sol non era: accanto,
    A piè del letto, al capezzal, d'intorno
    Un popolo sorgea di brulicanti
    Scheletri: avean ne le profonde occhiaie
    Come due fiamme che parean pupille,
    E un tal verso facean con le dentate
    Mascelle, che parea voce e sogghigno.
    Trema, boccheggia il vecchio irto; l'infermo
    Corpo giù giù tra le diffuse coltri,
    Scivolando, rannicchia; e freddo, cheto,
    Senza respir, con muto occhio furtivo
    Segue dei suoi tremendi ospiti i moti.
    Uno spettro parlò:

                      —Possa la voce,
    Che un'altra volta acquisto,
    Strazïarti così, vecchio feroce,
    Trafficator del Cristo,

    Che, incenerito il reo manto e la stola,
    Di cui nascondi invan l'anima fella,
    De le vive tue carni ogni parola
    Un bran vivo divella!

    D'ossa e di polpe ignuda
    La negra anima tua sensibil resti;
    Ch'io l'afferri, e nei miei pugni la chiuda,
    E co 'l piè la calpesti!

    Forse canuto a par di te non era
    Vecchio cadente anch'io?
    Non era tua quell'itala bandiera,
    A cui tutto fu sacro il viver mio?

    Ma tu, Giuda due volte, il bacio vile
    A Cristo e al popol dato,
    Tolto di sotto al manto il doppio stile,
    Li trafiggesti entrambi al manco lato.

    Sbucaron da li Elvezî antri le ladre
    Turbe, che a libertà mal dànno il petto,
    Se, liberate da la man d'un Padre,
    A prezzo maledetto

    Concedon l'alme, e li venali artigli
    Affondano nei fianchi
    De l'abusate vergini, ed i figli
    Sotto agli occhi dei padri infermi e bianchi

    Svenano. O voi, più dei miei pover'occhi
    Cari lattanti e nuore giovinette,
    Voi sedevate attorno ai miei ginocchi,
    Come innocue agnellette,

    Quel dì, che scatenate
    Dal cenno di costui che il ciel promette,
    Per le vie di Perugia insanguinate
    Correan le sue vendette.

    Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordi
    Rupper ne le mie case in un momento
    Gli sgherri di costui feroci e sordi
    Come tigri in armento.

    E i miei due figli, i miei leoni intanto
    Non erano con noi!
    Pugnando a l'ombra del vessillo santo,
    Caduti eran da eroi!

    Nè mi fu dato, oimè, baciar le care
    Teste morenti e udir le voci estreme,
    Comporre i corpi vostri entro le bare,
    A voi morire insieme!

    Ben dei pargoli vostri e de le amate
    Spose lo strazio vidi
    E il vitupero!… Oh! in me, in me sol vibrate,
    Empî, i ferri omicidi!

    Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno,
    Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto:
    Dio qui mi manda; e qui starommi, eterno
    Fantasma, al tuo cospetto!—

    Tacque, e due sovra gli altri orridi in vista
    Fuor de la calca si avanzaron: muti,
    Rigidi, ritti ritti, lenti lenti
    A le due sponde del funereo letto
    Stettero; e, del lenzuol freddo scoprendo
    A viva forza del morente il capo,
    Tentennâro i crocchianti omeri. Come
    Da l'ultimo edificio, allor che trema
    Sussultando la terra, e bianchi in viso
    Fuggono i passegger, cade un divelto
    Sasso, e paura ai fuggitivi accresce;
    Così a quel poco tentennar divisi
    Lor cascano li teschî rilucenti,
    Che balzando e mettendo orrido un suono
    Ruzzolan sul marmoreo pavimento,
    Come vediam dietro ad arancia o mela,
    Che per trastullo il genitor gli lancia,
    Correre il fanciullin con passo incerto;
    Quando più crede che le sia da presso
    E già già la raggiunga, ad afferrarla
    Gittasi, e quella, che ad avverso oggetto
    Battuta è intanto, retrocede o volge
    Per via diversa, e il seguitor delude,
    Che il piccioletto cor gonfio di bizza
    Carpon, carpon la insegue, e non si cheta
    Pria che in pugno la stringa e la riporti
    Al genitor, che sorridente incontro
    Gli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie;
    Tal dopo ai proprî teschî si lanciarono
    I mutilati scheletri; da terra
    Li raccattâr; fra' cricchiolanti carpi
    Li strinsero, e con fiero atto al morente
    Li avvicinâr, mostrandoli. Fremea
    La turba, come avvien, quando improvviso
    Sguiscia aquilon su l'arido scopeto
    De la foresta; ma parola o voce,
    O moto alcuno non mettea l'oppressa
    Anima del morente: il dubitoso
    Spirito avea tutto negli occhi; un cupo
    Rantolo gli stridea per entro ai duri
    Visceri, perocchè, simile a un ferreo
    Non unto filo di dentata sega,
    L'ultime fibre gli rodea la Morte.
    S'avvivarono a un tratto i mozzi capi,
    E battendo le labbra e le palpèbre
    In terribile forma, e sangue e detti
    Fuori gemean de la divisa strozza.
    S'appressarono allor quanti d'intorno
    Eran spettri e fantasmi, ed in quel sangue
    Tutti tingendo fieramente il dito
    Segnarono sul fronte il morituro,
    E gridarono insiem: Sii maledetto!

    A quel tocco, a quel grido, immantinente
    Si scosse, si agitò, tutto si storse
    L'irto veglio, qual suol malaugurosa
    Nottola da le unghiate ali, qualora
    Dispietato monel con improvvisa
    Canna l'abbatte, ed al nemico lume
    L'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida.
    Ma qual putida ràzza, che, di mano
    Sguizzando al pescatore, agita al suolo
    Le acute pinne e la scabrosa coda,
    Finch'egli irato la riprende, e sbatte
    Contro un sasso, e l'acqueta ne la morte;
    Così fuor dal lenzuol frigido a terra,
    Dibattendo le flosce membra, piomba
    Il tormentato agonizzante; i gialli
    Occhi stravolge, e mugola: Perdono!

    Sparîr gli spettri; su la fredda soglia
    Lucifero comparve, e disse: È tardi!

CANTO QUATTORDICESIMO.

ARGOMENTO.

Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe.—Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazî, giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.—I morti d'ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio.—Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori.—Le vittime domandano vendetta.

    Così moría l'alma implacata. Al Sole,
    Che al meriggio splendea limpido e caldo,
    Lucifero parlò:

                   —Re de la luce,
    Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiuda
    Entro a un mare di fiamme, onde le negre
    Cime dei monti tuoi sorgono, e dànno
    Ombre indistinte al tuo nitido aspetto,
    O sia che un vel d'opache nubi, amico
    Di fulgidi riflessi, e una diffusa
    Sfera di luce e di calor ti avvolga,
    Te genitor d'ogni terrena vita
    Io chiamerò, quando da te deriva,
    O che vegeti immota, o inconscïente
    Movasi, o pensi ogni creata forza.
    A te le numerate ore d'intorno
    Danzano; a te, padre di climi, il fronte
    Volge amante di luce ogni pianeta;
    E tu, di vita liberal, dispensi
    Raggi e sorrisi a qual ti porga il volto,
    E i più miti a la terra. Umile in vista
    E ritrosa al tuo sguardo offre ella il grembo
    Palpitante a la lunge, e non si attenta,
    A par del fuggitivo Èrmete, appresso
    Fartisi tanto, che mortal saetta
    L'amoroso tuo raggio a lei diventi.
    Tu per propria virtù dal mare insonne
    Traggi i vapori, e in nubi atre li addensi,
    Che indi, in pioggia disciolte, al vigilato
    Solco dan biade e pomi al bosco e nuova
    Freschezza a la vitale aere, da cui
    Vigor nuovo di membra a l'uom deriva.
    Nè i sensibili corpi orni soltanto
    In visibile guisa, e ti compiaci
    D'apparente beltà, però che in seno
    Scendi a tutti i mortali, e, a quella forma
    Che scaldi e svolgi il fecondato seme,
    E del tuo sguardo il puro etere allumi,
    Desti così ne l'ordinata mole
    De le membra il pensier, ch'è de l'eterna
    Ben disposta materia agile alunno.
    Qual da le scarse gelosie d'un chiostro
    Libera il guardo al ciel la verginella
    Disïosa d'amor, tal da l'oscura
    Compagine mortal di nervi e d'ossa
    Si sprigiona l'amante animo, e, tutto
    Di te, sovrano genitor, sentendo
    L'occulto foco e la natía virtude,
    Per li campi del vasto essere, in cerca
    D'ignote sfere e di negati oggetti,
    Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge,
    Che par sostanza spirital, che possa
    Dagl'involucri suoi viver divisa.
    Ma chi dirà, che viver possa il modo
    Senza l'obietto, o ver da lui distinto?
    Che fuor de la gagliarda arbore viva
    L'occulta forza vegetal? Si schiude
    Per valor de la terra il seppellito
    Seme, germoglia, si divide e s'alza
    In foglie, in rami; con robusti nodi
    Stringe ed avvinghia la materna zolla,
    Respira, ama, s'infiora, infin che un diro
    Turbo lo schianti, o avversa scure il tocchi.
    Forse quella virtù, che gli diè vita,
    Morto lui, fugge altrove, e per sè vive?
    Suon di melodïosa arpa, che il petto
    D'indefinita voluttà comprende,
    Quando i candidi rai piove la luna
    Su le mute campagne, e i sonnolenti
    Fiori deliba la fugace orezza,
    Io già non penserò, che per sè solo
    Le sonore de l'aria onde commova:
    Frangi le corde del gentil strumento,
    Tosto il suon cesserà. Simile in questo
    È l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia,
    Divo maestro d'armonie, le nostre
    Facoltà, che nel cor siedon sopite;
    E quanto in noi più gentilezza è posta,
    Maggiore e più gentil n'esce un accordo
    D'affetti e di pensier, d'opre e di accenti.
    O Amor, sole de l'alma, ove io ripensi
    Di che alata virtù doni il pensiere,
    Scarso e povero assai sembrami il lume,
    Che avviva ed orna ogni creato oggetto!
    A te, come a la mite alba la schiera
    Dei canori volanti, al nuovo aprile
    La famiglia dei fiori, al Sol che torna
    Tutte cose universe, alzasi in festa
    L'umana vita, e al magistero intende
    D'ogni nobile ufficio. Immota e cieca
    Mole sarían le nostre membra, e inerte
    Cosa il pensier senza di te: sembiante
    A tardo bue, che il travaglioso ordigno
    Del volubile bindolo raggira
    Tutto il dì, senza posa, e non sa quanto
    Sgorghi tesoro da la sua fatica.
    Ma tu, di libertà padre, fai lieve
    Ogni gravezza, ogni umiltà sublimi,
    Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessi
    Conoscenza ne dài piena e sicura.
    Tu de l'etereo Sol, da cui proviene
    Quanto è d'uopo a la vita, il più fecondo
    Raggio in noi custodisci, ed una al chiaro
    Conoscimento, che da lui si nacque,
    Un ribelle ne infondi altero istinto,
    Per cui, divino matricida, a fronte
    D'essa Natura l'uman genio irrompe
    Con fiera sfida, e la tenzona a morte.
    O solenni ardimenti, o generose
    Pugne e vittorie senza fine, a cui
    Deve l'uomo mortal meno infelice
    Vita nel mondo, e sol per cui si eterna!
    Sovra la fossa, ov'ei tutto discende,
    La memoria di lui sorge, e qual face
    Da mille spere riprodotta in giro,
    Entro ai petti degli uomini risplende
    Centuplicata, e si perpetua, e in guisa
    Vive con noi, che, per superbo inganno,
    Vita verace il ricordar si tiene
    Ed anima immortal, ch'abiti altrove,
    La memoria che d'altri in noi risiede.
    Ma del credulo gregge e dei fallaci
    Ciurmadori de l'Arte e di Sofia
    Scevre serbate voi le nuove genti,
    O Sol, re de la vita, o Amor, sovrano
    Del pensiero mortal; voi de la vostra
    Pura luce vital fate lavacro
    Agli egri petti, e date ala ed acume
    A qual dentro a l'error cieco si ostina
    Siccome talpa sotterranea: ei senta
    Stupefatto ad un'ora il vostro lume,
    Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voi
    Tendo le palme, e voi propizî invoco!—

    Tal parlava implorando, e il guardo acuto
    Più che punta di stral figgea nel volto
    Radïoso del Sol, quando a un sol punto,
    O che vero ei mirasse, o che a l'ardente
    Spirto facesse illusione il senso,
    Visto gli venne un portentoso aspetto,
    Onde il cor gli balzò. Come ne l'ora
    D'un purpureo tramonto, ove più ferve
    A piè de la Scillèa balza il vorace
    Turbo estuöso del latrante mare,
    Sorger vede il nocchier vigile un roseo
    Fantasima di donna, a cui ghirlanda
    Sono i raggi di cento iridi, e molle
    Guanciale il fior de le fioccanti spume;
    L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempo
    Gli sorride ne l'alma un dolce amore,
    L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa;
    Così a fior del fiammante orbe del sole
    Nuotar vede l'Eroe trepido un'ombra,
    Incerta ombra da pria, che umana forma
    Man mano assume e leggiadria cotanta,
    Che la viva in suo core Ebe gli sembra.
    Esultò giubilando, e in queste alate
    Voci si effuse:

                   —Oh! ben t'è stanza il sole,
    Ben t'è regno la luce, aurea bellezza,
    Che il petto mio, vago di luce, imperi!
    L'amor mio non sei tu? L'idolo amato
    D'ogni speranza mia? L'ala e la possa
    Del mio pensier? Deh! come fausto io deggio
    Stimar l'auspicio, che da te mi viene
    In quest'ora solenne! Ecco, già sento
    Crescer lena al mio spirto; odo la voce
    De la terra e dei secoli, che chiama
    Al gran giudizio Iddio! Non altrimenti
    Che fosco immaginar d'egro intelletto
    De la rosea salute al giovanile
    Soffio si sperde, io sperderò le larve,
    Che ne usurpan dei chiari astri la sede:
    Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cui
    Una fiera e tenace ira mi escluse,
    Or mi solleva, e trïonfante, Amore!—
      Ciò detto appena, un tal fascino il prese,
    Che per lo spazio il sollevò: non punto
    Dissimigliante a fuscellin, che avversa
    Forza di calamita attira e regge;
    Se non che, quanto più di contro al sole
    Lucifero salía, tanto fra' biondi
    Raggi del ben veggente astro la bella
    Crëatura d'amor veníagli appresso.
    L'un lasciavasi a tergo il montuöso
    Arido aspetto de la varia luna;
    L'altra il denso Cillenio; e già a la vista
    Ridea d'entrambi l'acidalia stella,
    Cara sempre ad Amor, sia che tra' fiori
    Del candido mattin splenda, e le piaccia
    Di Lucifero il nome, o che tra' rosei
    Vespertini crepuscoli biancheggi
    Dagli amanti invocata, e più le giovi
    Che il penoso mortale Espro l'appelli.
    Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'onda
    Di purissima luce e di colori
    Si diffuse d'intorno, e parte n'ebbe
    Ciascun pianeta e non minor la terra.
    Tal, se indagine umana al ver s'adegua,
    Versa tesor di colorati raggi
    Sovra i cultori suoi Perseo superbo,
    Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo,
    Qual trïonfante eroe, splendido incede,
    E trono e serto ha di due Soli: un, tutto
    Fiammeggiante di porpora, vermigli
    Dardi per l'aria, a par di Sirio, avventa;
    L'altro in un vel di cupo indaco avvolto
    Mestissimo risplende, e d'ambi al raggio
    In cento iri d'amor l'aria si frange.
      A l'aspetto di lei, luce costante
    Del suo pensier, verbo non ebbe o voce
    O sospiro l'Eroe; sol di quantunque
    Forza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglio
    Splendor di sguardo a lui mai diede Amore,
    L'abbracciò tutta quanta, e la comprese.
    Ella parlò:
               —Me non la luce, o il cielo,
    Ma la terra natía covre e trasforma
    Con benigna virtù: polvere io sono,
    E su le membra, che l'Amor fioría,
    Or l'argentea rugiada educa fiori,
    Tra cui l'armonïosa aura susurra.
    Però non ammirar, se agli occhi tuoi,
    Siccome un dì, pur tuttavia risplendo
    Dentro a la luce dei miei giovani anni:
    Miracolo è d'Amor; palpito e vivo
    Immortal vita nel tuo petto, e queste
    Forme fiorite, che l'Amor mi dona,
    Altro non sono che veder, per cui
    L'anima tua pietosamente illude.—
      Con questi detti eran venuti a l'auree
    Case del Sol, che tutto vede. Agli occhi
    De lo stupito Eroe di luce nuova
    Balenò la fanciulla, e tanta prese
    Parte di lui, che dentro a lui disparve.
    Dritto sul fiammeggiante astro egli stette
    Con eccelso pensier: fra quel deserto
    Vastissimo di luce, immensurata
    Granitica parea mole, che sfidi
    La procella dei sordi anni e del cielo.
    Dove figge lo sguardo? Al globo estremo,
    Che i pensanti mortali alberga e nutre,
    Veglian perpetue le sue cure. Orrende
    Cose egli vede in quell'istante: oscure
    Carceri e ferri cigolanti e ruote
    Stridule sopra a vive ossa e cadenti
    Sovra al collo de l'uom nitide scuri
    E torbe fiamme crepitanti ingorde
    D'umane carni e gorgoglianti abissi,
    Da cui, fra un vasto popolo di morti,
    Pochi, indomiti capi alzansi a guisa
    D'incrollabili rupi e di Titani;
    E, sopra tutto, galleggiante un'ara
    Lucida ai roghi, e in cima ad essa un muto
    Fantasima, che or dorme ed or sorride
    Villanamente. Fiammeggiò negli occhi
    Terribile l'uman Dèmone, e, tutto
    Dal profondo del cor svegliando il grido,
    Queste fiere avventò voci supreme:

            —O voi, che ne la fossa
            Da tanti anni dormite,
            Vestite i nervi e l'ossa,
            Fuor de la morte uscite;
            Da l'una a l'altra riva,
            O Morti, in piè levatevi:
            Il gran giudizio arriva!

              Su la temuta scranna,
            Giudice inesorato,
            Non siederà tra' fulmini
            Siva feroce, o il nato
            Da vergin grembo: in questo
            Novo giudizio mio,
            Morti, voi siete i giudici,
            Il delinquente è Dio!

              Porgi al vietato sorso,
            Tàntalo, il labbro; scuoti,
            O Encèlado, dal dorso
            Il cupo Etna; dal fondo
            Dei fiammeggianti inferni,
            Tiféo, balza, e t'allegra:
            L'adamantina Morte
            Spezza del ciel le porte,
            E, spazïando libera
            Pe' vani antri superni,
            Fischia, e s'apprende a l'egra
            Canizie degli Eterni.

              Novello Brïarèo,
            Bronte novello al grido,
            La voce alza e la faccia
            Il Pensier numicido;
            E, con più fauste prove
            Che sul campo Flegrèo,
            Strozza il mutato Giove
            Con le sue cento braccia.—

      Disse, e balzâr su dagli avelli i morti
    D'ogni età, d'ogni loco. A quella forma
    Che noi vediam, quando più ferve agosto,
    Sorgere al ciel degli orizzonti in giro
    Sparsi mucchi di nubi, a cui dà il vento
    Strani aspetti di mostri e di giganti,
    Che arruffando più e più le bianche creste
    Sfidan mugghiando il sole: impaurito
    Il parco agricoltor guardali, e trema
    Non saettin dal grembo in su' compiuti
    Grappoli il nembo d'una ria gragnuola;
    Similmente s'ergean su da l'immensa
    Folta alcune preclare Ombre, per cui
    Prendea 'l cor dei Celesti alto sgomento.
      Or tu, qual che tu sii, dèmone amico,
    Ch'entro al cervello mio semini i forti
    Carmi, a cui sol, più che ricchezza o nome,
    Fieri conforti a la mia vita io chieggio,
    Tu, poi che tanto il ricordar ne giova,
    Le più illustri rammenta, onde non sia,
    Chi, nel dì sacro a la ragion del Vero,
    Degli eroi del Pensier non sappia i nomi.
      Primi a tutti sorgean quanti fra un cieco
    Gregge di paventose anime e l'ombra
    D'insofferenti età la fronte audace
    Spinser, chiamando a mortal guerra Iddio:
    Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr contro
    La terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nulla
    Fede giovò, nè culto altro che il Vero.
    Duce e signor di questa schiera eletta
    Empedocle insorgea, nome e decoro
    De l'antica Agraganto; e a lui d'intorno,
    Come ad avvalorar la sfida antica,
    Tu fiammavi tuonando, Etna superbo.
    Salute al foco genitor, salute,
    Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona,
    Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto,
    O sepolcro di sofi e di titani;
    Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti,
    Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardo
    Del meschino epigramma, e ne dàn nome
    Di selvatiche proli, una favilla
    Gitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme,
    Che bollon ne le tue viscere, e a noi,
    Di lingua no, ma d'alma e di man prodi,
    Superbamente ardono il petto: avranno
    Forse vergogna di sè stesse allora
    Che sentiran dentro a le fiacche vene
    Scorrer men pigro e men putrido il sangue!
      Secondo al Saggio agrigentin venía
    L'amabil sofo di Gargetto, a cui
    Fu scola e Dio la voluttà del bene;
    E tu gli eri da canto, inclito vate
    De la Natura, a la cui dotta voce
    Scese del Tebro bellicoso in riva
    Venere santa, e una divina infuse
    Nel tuo petto gagliardo aura di canti.
    Seppe allora di Marte il fiero alunno
    De le cose il principio, il mezzo e il fine,
    E maledisse a la feroce e stolta
    Religïon, che d'ogni mal feconda,
    Potea nel sen de la verginea prole
    Spingere un padre a insanguinar la mano.
      E già dietro a tal duci impazïente
    Balza da terra, e contro al ciel si lancia
    L'audace di Vanini ombra sdegnosa:
    Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembra
    Nunziator di procella. Orridi in vista
    Gli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo,
    Ed egli co' fiammanti occhi tremende
    Cose dicea, ma fieramente muto
    Era il suo labbro: ahi! la faconda lingua,
    A cui diede Sofia nuovi argomenti,
    Mozza gli avea chi dai venali altari
    La luce e il detto di Sofia paventa.
    Vien seco il Mantovan, che da l'augusto
    De l'umana Ragion tempio immortale
    L'anima e Dio securamente escluse;
    E chi pria rubellando il dotto ingegno
    A l'idolo inconcusso di Stagira,
    Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse,
    Cui ratto con gagliarda ala discorse
    Liberamente il prigionier di Stilo.
    O voi del Crati fragoroso opache
    Selve, così vi serbi intatte il nembo,
    Proteggete almen voi d'ombre cortesi
    Le sacre, inonorate ossa del vostro
    Vecchio Telesio! Accanto a lui, che tutto
    Splendido in suo candor cheto s'inalza,
    Freme e lampeggia il precursor di Nola,
    Dal cui fiero intelletto e dal cui rogo
    Tanta infamia ebbe Roma e luce il mondo.
    Ma forse il genio mio scorda il tuo nome,
    Di Malmèsburi onor? La tua bizzarra
    Fronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolse
    La superba ed acuta indole strana,
    Certo non io fulminerò, se assisa
    Sovra il collo ai mortali in ferreo trono
    Vedesti, autrice universal, la Forza.
    Forse il Dritto e il Sapere, adamantino
    Brando e scudo, di cui s'arma e difende
    Per natura chi umano ebbe il sembiante,
    Forza eterna non è? Ben essa al volo
    T'armò in tal guisa il prepossente ingegno,
    Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illuso
    Quinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio!
    Tal da l'Ande selvose al ciel sublime
    Lancia la poderosa ala il condòro,
    E le nubi calpesta, ed orgoglioso
    Dei voli suoi sfida stridendo i nembi.
      Ecco, appresso a costoro a cui d'intorno
    Fa ressa e ondeggia una men chiara folta,
    Rompe un fiero drappello, a cui son duci
    Diderotto ed Holbacco, incliti entrambi
    Risvegliator di popoli; vien terzo
    Elvezio, e quarto Volney. Qual suole
    A l'improvviso infurïar d'un nembo
    Fendersi ai lampi il ciel, tremar la terra,
    Crollare alberi e tetti, e scatenarsi
    Dalle ripe con fiero èmpito i fiumi;
    Così d'intorno a la tremenda schiera
    Un fremito, un fragore, una ruïna
    Terribile s'udía, mentre il solingo
    Ginevrin, precedendo, iva due faci
    Sanguinose agitando, e come strale
    Il riso di Voltèro il ciel fendea.
      Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti,
    Vengon color, che il falso al ver mescendo
    Con sagace pensier, norme e governi
    Persuäsero ai popoli, ritrosi
    Ad ogni culto di civil commercio.
    Da l'aurifero Gange, in simiglianza
    Di marmorea colonna, ergeasi al cielo
    L'antichissimo Brama; ed eran seco,
    Co'l ben veggente istitutor dei Parsi,
    Trismegisto e Confucio, e quei che miti
    Dettò leggi ai Fenicî, inclita gente
    Domatrice del mar; non che il divino
    Germe di Clio, trïonfator di traci
    Belve e de l'Orco, non di voi, gelose
    Donne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondo
    Mozzo capo concesso e l'aurea cetra
    Favellatrice di gentili affetti,
    Non vivo il core a un solo amor devoto.
    V'era inoltre Pompilio, anima ricca
    Di scaltriti consigli, e finalmente,
    Simile in tutto a l'Arabo Misèmi,
    Il campato da l'acque astuto Ebreo.
      Videli appena da l'opposta parte
    Di Malmèsburi il Saggio, e li squadrando
    Con traverso cipiglio:
                          —O voi di Numi
    Fabbricatori e mercatanti, disse,
    Qual maligno talento a noi vi mena
    In quest'ora di gloria e di vendetta?
    Stolti! che al sommo socïal potere
    Sovrapponeste un fiero idolo, al cui
    Temuto auspicio smisurate e salde
    Sparse l'Error l'empie radici in terra.
    Ma stagione or mutò: gli egri intelletti
    Dal morbo rio, che li torceva al cielo,
    La Ragione guarì: solo e severo
    Nume e legge la Forza; e qual volesse
    Novelli Iddii favoleggiar, d'infame
    Morte morrà. Mal vi destate adunque
    Di Lucifero al grido; al vostro Nume,
    Gloria non già, morte e vergogna ei reca!—
    — Inclito senno d'Albïon, rispose
    Tosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce,
    Quale acerba rampogna or t'è fuggita
    Da la rigida bocca? Impazïente
    Del trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo,
    E sdegnoso di tutti idoli a dritto
    Epperò degno mio campion tu sei;
    Ma trasvolar quanta ragion mai possa
    Proteggere costor d'un'aurea scusa,
    Lodevol cosa io non dirò, nè giusta.
    Allor che inconscî d'ogni ver, fra bieche
    Fraterne ire e sospetti, una brutale
    Vivean vita gli umani, e la Paura,
    Despota d'ignoranti anime, orrende
    Cose spirando, il ciel, la terra, i flutti
    Popolava di Numi e di Chimere,
    Chi avría, senza periglio e senza tema
    Di gittar l'opra inutilmente, esposto
    Scevro di veli ad uman guardo il Vero?
    Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbaglia
    Di chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmo
    Farà segno costor, se al radïante
    Volto del Ver, perchè men dèsse offesa,
    Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio?
    Come in aprica e ben disposta aiuola,
    Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlte
    Le rigid'opre de la ria stagione,
    Depose i germi prezïosi, i solchi
    Serpeggianti vi aprì, per cui non manchi,
    Quando più punge il Sol l'arida terra,
    La fresca linfa ch'ogni fior ricrei,
    Al richiamo d'april vestesi a festa
    Ogni pianta, ogni stelo, e tutto in giro
    Ride il suol di colori e di fragranze;
    Così a la voce di costor, che fûro
    Primi maestri di civil costume,
    Fiorîr genti e città, su cui da l'ara,
    Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni,
    Stendea la Legge il moderato impero.
    Se non che, sòrta quella ria masnada,
    Che, l'umana pietà mercanteggiando,
    Usurpò i templi de la terra, e il cielo
    Con chiave d'oro al fornicar dischiuse,
    Non più di civiltà mezzi e stromenti
    Ma tiranni de l'uom fûr fatti i Numi.
    Nacque allor ne le oppresse anime, a cui
    A tempo il Ver fatto avea chiaro il senno,
    Fiero un disio di rubellarsi al plumbeo
    Giogo del ciel; suonò per l'aria il grido
    De la riscossa, e si pugnò. Non vinse
    Per certo Iddio; vide fumar d'umano
    Sangue innocente i mercenarî altari;
    Ma le vittime han vinto. A poco, a poco
    Scemò, come al mensil corso la luna,
    La possanza del Dio, ben che di ferro
    Tempra vantasse ed immortal. S'ostina
    Pur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampo
    Ultimo ei resta al trïonfar del Vero.
    Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carro
    Di Civiltà varchi ogni meta e segno,
    Sovra il corpo di Dio convien che passi!
      —Seguían queste parole; ed ecco incontro
    A l'aureo Sol levarsi altra falange
    Di pure e maestose Ombre, che a duci
    Budda e Socrate avean. Per l'opalino
    Etra sorgeano, e più ch'uomini e forme
    Parean candidi rai d'alba nascente,
    O visibili idee: tanto di luce
    Avean d'intorno e tal purezza in viso.
    Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo,
    Sopra cavallo indomito l'ossesso
    Battaglier de la Mecca, a cui nel pugno
    Nudo lampeggia e sanguinoso il brando:
    Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffi
    D'euro si squarcia, e tortuöse e rogge
    Solfuree fiamme in su la terra avventa.
      Ma già un nuovo drappel chiama la voce
    Del canto mio. Come vorace fiamma,
    Poi che tutte afferrò l'aride secce
    Del vasto campo, il vicin bosco invade;
    Terribilmente crepitando esulta
    Con cento lingue sanguinose a l'etra;
    Così questi venían dopo a un vessillo
    Fluttüante a l'avverse aure, su cui
    Con vivo sangue uman scritto è: Riforma.
    Qual da l'Eolio mar, quando più cupa
    Dorme sotto ai veglianti astri la notte,
    Fra dodici fantasmi ispidi o scogli,
    Cui morde la rabbiosa onda d'intorno,
    Sorger tu vedi e lampeggiar, perenne
    Ara di foco, la Vulcania ròcca;
    Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai mille
    Che premeansi a' suoi lati, il procelloso
    Protestator di Vittemberga. Appresso
    Muovongli il cheto confessor d'Asburgo
    E il rigoroso Ginevrin, cui tardo
    Par l'altrui passo e andar vorrebbe il primo;
    Non che il prode di mano e d'intelletto
    Novator di Zurigo, e i due di Praga,
    Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento,
    E duce entrambi e ispirator Vicleffo
    Eversore di dogmi; e quanti osâro
    A le voraci arpíe di Vaticano
    Spennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli.
    Destossi anch'ei sul torbido Tamigi
    Il lascivo Tudorre, e già già mezzo
    Sorgea da l'acque, e s'apprestava al volo,
    Quando piombâr su la sua testa, a guisa
    Di rapaci avvoltoi, le trucidate
    Sue concubine, e il regal manto e il petto
    Gli addentaron, sbranandolo. Stridea
    L'obliqua alma del Re, mentre, ravvolta
    Nel casto vel, sdegnosamente il tergo
    Gli volgea l'infeconda Aragonese
    Commiserando; e tu da la lontana
    L'incatenavi co'l tranquillo sguardo,
    O grave ed incorrotta Ombra del Moro.
      Eran queste le schiere e questi i duci,
    Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pari
    Dai quattro venti de la terra un grido
    Terribile s'ergea, qual se sconvolti
    Da una pazza procella a un punto solo
    Mugolassero i mari, o scatenati
    D'avversi poli s'azzuffasser tutti
    Con forze uguali ed ugual rabbia i venti.
    Tuonavan da le selve ime e dagli antri,
    Già sacri al vorator d'uomini Odino,
    Quant'ostie mai su'l suo tremendo altare
    Caddero; urlavan fieramente anch'esse
    Le vittime di Teuta, a cui, più care
    Di rugiadosi vischî e di verbene,
    Bionde teste mietea pei boschi opachì
    La druïdica falce; un gemer lungo
    Di greche madri in sugli oblati infanti
    Prorompea da l'Idee valli, superbe
    Del vagito di Giove; alto dal Tebro
    Fremean l'espïatrici ostie ferite
    A l'ingordo Saturno; e una selvaggia
    Querela uscía dai seppelliti avanzi
    De le Puniche ròcche, in quel che in armi
    Sorgea sdegnoso il redentor d'Imera.
      Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti,
    Che al ciel salíano a dimandar vendetta
    Dopo secoli tanti? Opra più lieve
    Faría colui ch'enumerar volesse
    Del ciel le stelle e de l'oceano i flutti.
    Dal braminico aurato Indo, dagli orti
    Rosiferi d'Irano a le feconde
    Trinacrie rive del geloso Egitto,
    Da le terre promesse a una masnada
    Di lebbrosi omicidi; dal sepolcro
    Sanguinoso del Cristo a le funeste
    Valli d'Alby; dai trïonfati fiumi
    De l'industre Batavia, a cui sul petto
    Gavazza ancor del fiero Alba il fantasma;
    Da le Calabre valli a le solinghe
    Nevi di Valtellina ergeasi un grido
    Formidabil, concorde, a cui fean eco
    Da la Senna e da l'Ebro urla più fiere.
      Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondo
    Capo scrollando amaramente:—O amore,
    Dicea, per cui l'innocua vita io diedi,
    Qual mar di sangue a la mia Croce intorno!—

CANTO QUINDICESIMO.

ARGOMENTO.

La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga.—San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa.—Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.—Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei.—Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a Lucifero.—San Pietro abbandona le porte del paradiso.—L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.—I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente.—Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.—Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.

    Appena il grido de l'Eroe percosse
    Con sinistro rimbombo il ciel vicino,
    E le prossime schiere e la funesta
    Voce avvisâr dei minacciosi estinti,
    Tremâr tutti i Celesti, e verdi il volto
    Da la paura, si guardâr negli occhi
    Silenzïosi. Avvertì anch'esso Iddio
    L'imminente periglio, e sì com'era
    Sfidato e triste e non del fato ignaro,
    Sul primo che gli occorse eburneo seggio
    S'abbandonò. Stupidamente in giro
    Movea gl'inebetiti occhi, e non tosto
    Pipilargli a l'orecchio udì il divino
    Colombo, e sospirar, qual su la Croce,
    L'incarnato suo figlio, in un dirotto
    Pianto scoppiò, tutti adempiendo insieme
    Di stupore i Beati e di sgomento.
    Qual se dal fondo d'uno stagno, impuro
    Suscitator di sitibonde febbri,
    Leva un rospo un loquace inno alla luna,
    Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coro
    Le profetiche rane, onde a l'intorno
    Di chioccio chiacchierio suonano i campi;
    Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrine
    Vòlte del vacillante Eden destossi
    Un suon di disperate urla e di pianti.
    Piangean le poverette alme digiune
    D'ogni gioia di nozze e d'ogni amore,
    E tu primo fra loro, o immacolato
    Fior dei Gonzaga. A un altarino innanzi
    Tutto adorno di ceri e di ghirlande
    Ei traducea l'eterne ore in ginocchio
    Mormorando preghiere a un Crocifisso
    D'indico dente elefantino. Il novo
    Gemito udito, in piè balzò, le ceree
    Mani protese, e, l'argentina voce
    Spaventato cacciando, a correr diessi
    Per li stellati corridoi del cielo.
    Accoccolata a un angolo romito
    La povera Teresa ivi giacea
    Stranamente ghignando. In lei si avvenne
    Il fuggitivo, e, qual fagian, che senta
    Dietro di sè del cacciator la pésta,
    Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde,
    Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto,
    Tal fra le gonne sbrindellate e conce
    De la squallida pazza il mal completo
    Garzon cacciò la paürosa testa,
    Nè badò per la prima al sesso avverso.
    N'ebbe gioia la diva, e a quella guisa
    Che una grave bertuccia a' rai del sole,
    Tolto fra braccia un piccioletto amico,
    Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende,
    Così, strillando allegramente, al vizzo
    Petto ella strinse il trepido fanciullo,
    E tante gli tessè d'intorno al corpo
    Con la lubrica man giochi e carezze,
    Che a la fine ei sentì corrergli il sangue
    Tale un'ignota voluttà, che a un punto
    Sussultando fra' brividi si svenne.

    Sveníansi ancor, ma per cagion diversa,
    Molte vergini suore, a cui l'intatta
    Orsola impera. Altre scorrono urlando
    La reggia; altre stracciandosi le chiome
    E battendosi il petto van d'intorno
    Perdutamente; qual con vitreo sguardo
    Siede come fantasma, e qual, deforme
    Per isterici spasmi e di spumanti
    Bave immonda la bocca, a simiglianza
    Si contorce di frigido ramarro,
    Cui, smessa a un tratto la pesante zappa,
    Fiede il villan con infallibil sasso.

    Fra il gridare, il fuggir, le preci, il pianto
    Sorse l'invitto Gabrïel ne l'ira,
    E, volato a Michel, che vergognoso
    De l'ultime sconfitte i men frequenti
    Lochi chiedea:—Qual mai desidia è questa
    Che t'invade, esclamò? Muti ed inerti
    Aspetterem l'esizio ultimo e il crollo
    Di questo regno luminoso? È forse
    Speme alcuna d'impero e di salute,
    Che nell'armi non sia? Nel contumace
    Ozio che il cor già impavido ti prostra,
    Rea viltà, danno certo e infamia io veggio!—
    —Di viltà non parlar, con disdegnosa
    Voce proruppe il pro' guerrier di Dio,
    Non parlar di viltà, se vuoi che amari
    Non saëttin dal mio labbro gli accenti.
    Vil non fui mai: fra le celesti schiere
    Trono o arcangel non è, ch'ebbe mai vanto
    Di vedermi ai perigli andar men lesto
    Di te, che forza del Signor ti appelli.
    Ma or che giova il valor? L'armi e la pugna
    Chi incerto ha il fato ed ha speranze elegga:
    A noi chiaro è il destino. Ombra di Nume
    S'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempo
    Aquila io fui, che per l'eteree strade
    Artigliai le saette; or, che ne falla
    Con la fede de l'uom del ciel l'impero,
    Notturna upupa io son, cui non già il sole,
    Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova.—
    —Quanto mutato sei! quanto mutati
    Tutti d'intorno a me qui nel felice
    Regno de le beate anime, aggiunse
    Fra disdegno e pietà l'angel superbo;
    Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio?
    Tutti d'umani scoramenti invasi
    Trovo i petti immortali! Oh! non sì tosto
    Io piegherò: spiri seconda o avversa
    A la battaglia mia l'aura del fato,
    Forza a forza opporrò; nè cadrò pria
    Che l'avversario mio provi il mio brando!—
      Spiegò in tal dir le penne, e, la fulminea
    Spada traendo, alzò de l'armi il segno.
    Come, uscendo a l'aperta aia dal nido,
    La mal pennuta chioccia alza la voce:
    Odono il noto crocidar materno
    I pelati pulcini, e pipilando
    Corronle intorno, e per l'accolto strame
    Con piè inesperto a razzolar si dànno;
    Così del bellicoso angelo al grido
    Corsero i pochi, a cui mal noto ancora
    Del conflitto de l'armi era il periglio.
    Si sdegnò assai de la non folta schiera
    L'animoso campion, pur, come seppe
    La ordinò, l'attelò, la messe in punto;
    E già, già si movean, pari a loquace
    Frotta di gru, che la tempesta incalza,
    Quando l'amor di Gabrïel, la bella
    Cecilia, udito il suon de l'armi e il grido
    Del guerriero diletto, a lui sen corse
    Spaventata, anelante, e:—Dove irrompi,
    Forsennato, gridò: qual cieco inganno
    T'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo,
    Non un popolo sol, non tutta quanta
    La terra hai contro e i rubellanti abissi,
    Ma con seco i destini. È troppo orrenda
    Cosa la pugna, e quando è vana, è stolta.
    Cedi al destin; cedi a l'amor; non giova
    Produrre a prezzo di perigli il regno;
    Se tempo è di cader, cadasi: io teco
    Stretta morrò, non già con l'armi in pugno,
    Ma ne l'amplesso de l'amor sopita.—
    Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospeso
    Dubitava il gagliardo Angelo, quando
    Dal sen colmo di lei, fosse arte o caso,
    Lieve lieve si scinse il roseo velo;
    Ed ella in vista lagrimosa e tutta
    D'amoroso pudor rorida, ai dolci
    Studî d'amòr gli seducea la mente.
    Strale fu questo, che andò dritto al core
    Del divino guerrier: gli sfuggì il brando
    Da la trepida destra; il vergognoso
    Sguardo girò confusamente intorno,
    E, balbettando futili parole,
    Per man prese la dea, ne le lucenti
    Stanze sacre ad amor trassela, e lei
    Mal ripugnante degli ambrosei veli
    Con mano carezzevole discinta,
    Al talamo invitò, dove, il gagliardo
    Proposito e il vicin fato e sè stessi
    Dimenticando, a delibar si diêro
    Del giardino d'amor l'ultime rose.
      Come a l'odor di ramerino o timo,
    Onor vago dei campi e amor de l'api,
    Ruzzan gli agili gatti, e senton forse
    Come un acuto stimolo, che il sangue
    Fieramente gli assilla, onde su l'erba
    Stropicciando il supin dorso flessibile
    Con dolce miagolìo chiaman l'amica;
    Così, ad esempio del lor duce e al viso
    De la santa pulzella, arsero i petti
    Dei celesti guerrieri, e, nulla ancora
    De l'instante rovina conoscendo,
    Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi,
    E quinci e quindi a saltar diérsi in traccia
    D'auree fanciulle e morbidi angeletti.
      Mentre così, del lor destino ignari,
    Dansi questi bel tempo, entro a la cupa
    Anima del Loiola un serpeggiante
    Pensier guizzò. La macera persona
    Raddrizzò a un tratto, e con volpina voce
    Chiamò quanti nel cielo erano in pregio
    Di sagace accortezza, e a lui ben atti
    Parvero a l'uopo: il Montaltese, obliquo
    Mastro di frodolente opere; il santo
    Conversor di Gusman, la cui parola
    Scrisse co'l sangue il masnadier Monforte;
    Non che il fier Torquemada, anima acuta
    Qual furtivo pugnal, che negli umani
    Petti s'infisse ad indagar la fede;
    Il ferino inventor d'ogni tormento
    Manigoldo Arbuense; il pio Ghislieri
    Tessitore di stragi, ed altri, a cui
    Negò voce la fama. Eran costoro,
    Poichè del fato avverso eransi accorti,
    Tutti intesi a raccòr per le fulgenti
    Aule del ciel quanto potean di ricche
    Gemme e pregiate masserizie; e, fatto
    Uno sconcio fardello, a quella forma
    Che travagliansi attorno ad un osceno
    Non ancor morto scarabèo le inopi
    Formichette ingegnose, ad esso in giro,
    Con le mani e co' piè forte spingando,
    Trafelanti anelavano; e già già
    S'involavan dal ciel, stolti! che fuori
    Di quel regno di larve avean pensiero
    Produrre oltre la vita; e negro intanto
    Li batteva a le spalle il giorno estremo.
    Li sorprese in quest'opra il conosciuto
    Grido e l'aspetto del sagace amico,
    Ed ascoso il furtivo ònere, a modo
    D'astute gazze, e fatto al loco intorno
    Di sè stessi gelosa ombra e tutela,
    Aspettâr la proposta.
                         —Accorti e saggi
    Siete inver più di me, disse il Loiola,
    Se al bisogno del furto e de la fuga
    Già date il tempestivo animo! Al certo
    Periglioso è l'istante, e di tenaci
    Nebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio,
    Che propugnammo, ogni splendor tramonta:
    Immortale ei non era; e noi già primi
    Lo sapevam, noi che sol Nume in terra
    L'utile nostro e il nostro regno avemmo.
    Scarsa è la schiera e del mio nome indegna
    Che mi resta laggiù; qui non è alcuno,
    Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vane
    Le nostre armi son fatte; arbitro sorge
    Il mortale Pensier, che in aurei nodi
    Non a caso io distrinsi; ogni virile
    Nerbo gli tolsi a poco a poco, e ucciso
    L'avrei del tutto, ove più fine ingegno
    Dato avesser le sorti ai miei fedeli.
    Cederem noi per questo? A l'uom, già vile
    Schiavo e strumento d'ogni mio disegno,
    Noi, vili or fatti, piegherem la nostra
    Già ferrata cervice? Oh! alcun non sia
    Che in cospetto me'l dica! Uom, che a la prima
    Faccia del mal muto s'accascia e trema,
    Pusilla anima è detta; a noi, che tanta
    Fama abbiam di sagaci, e siam beati,
    Qual degno nome si addiría? Son troppe
    Le dolcezze del ciel perchè a la prima
    Si conceda al nemico! Abbiam rispetto
    Prima a noi, poscia a Dio, da la cui larva
    Già difesi imperammo. Inutil sono
    Le braccia e l'armi? E che però? Ne avanza,
    Possente arma, l'ingegno. È disperata
    Cosa la pugna? Usiam l'arte e la frode:
    Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia.—
      Tacque, e le man si stropicciò.
                                     —Son d'oro
    Le tue parole, a lui rispose il senno
    Del Pastor di Montalto, e assai per fermo
    Io ne lodo il valor; ma la patente
    Sconfitta che vicina e certa io sento,
    E meco ognun, tu non dirai che sia
    Sorte miglior d'una latente fuga,
    Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo
    Di memoria e di spirto il cor mi regga,
    Non dispero acquistar quanto or si perde;
    Campar dunque fa d'uopo.—
                              —Altra io non veggio
    Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse,
    Che la via del fuggir!—
                            —Così ne fosse,
    Gridò allor con schizzanti occhi il grifagno
    Consiglier di Filippo, oh! sì ne fosse
    Tosto dato in balía quest'incarnato
    Sovvertitor di sacrosanti altari!
    Tal rete intorno gli ordirei, che vano
    Al districarsi torneríagli il tutto
    Suo senno astuto e l'infernal possanza!—
    —E chi sa?, ravvivando il serpentino
    Occhio, soggiunse il Biscagliese obliquo,
    Chi sa, che in nostra man da ver non caggia
    Quest'audace Lucifero? Fin quando
    Spirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato,
    Chiuder non dèssi a la speranza il core.
    Ragno astuto, che vede in un sol punto
    Disfatto il fine e pazïente ordito,
    Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuro
    Loco, e con più sottile arte ed ingegno
    Più certe insidie ai suoi nemici intesse.
    Spero io così trar ne la rete il nostro
    Burbanzoso avversario. Ardito e forte
    Per certo egli è; ma un punto io gli conosco,
    A cui se drizzi insidïoso un dardo,
    Larga e secura gli aprirai la piaga.
    Benchè spirito invitto e del pensiero
    Apostolo sublime egli si vanti,
    A la turpe materia il più profano
    Culto ei professa; ed io più volte il vidi
    Prostrato al piè d'una beltà terrena
    Svestir l'orgoglio e gingillar la vita.
    Udite or dunque un mio proposto. Appena
    Ei si farà su'l limitar del cielo,
    Niun lo scontri con l'armi: esperimento
    Vano saría; vadagli incontro invece
    Una, di quante sono ornate e belle,
    Leggiadrissima santa (ed io fra tutte
    Do la palma in quest'uopo a la divina
    Prostituta di Màgdalo); gli abbracci
    Supplicante i ginocchi, e sì lo svolga
    Per qualche istante da ogni fier concetto,
    Che a l'amplesso fallace ei si abbandoni
    In una molle voluttà. Noi, quanti
    Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti,
    A lui d'intorno in vigilanti agguati
    Tutti pronti staremci; e quando il fiero
    Debellator di Dio da l'iterate
    Pugne d'amor giacerà stanco e assôrto
    Nel più codardo e immemore abbandono,
    Noi piomberemgli in un baleno addosso
    Come stuol d'avvoltoi; di ferrei nodi
    L'avvinceremo; e poi che osceno e carco
    Sarà tutto di ceppi e di ferite,
    Tal gli darem di tutto polso un crollo,
    Che i neri abissi e il regno suo riveda!—
    Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e pronti
    Diêrsi a l'opera intorno, in simiglianza
    D'immondo strupo di codarde jene,
    Che, fatte ardite dal favor de l'ombre,
    Mute s'affrettan pe'l deserto campo
    Dietro al sentore di lontan carcame.