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Lucifero

Chapter 19: FINE. INDICE.
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About This Book

Divine silence and the fading force of ritual provoke a crisis of faith: priests lament, people laugh, and a rebellious celestial being resolves to incarnate as mortal to test love, action, and redemption. He transforms and descends amid vivid seasonal and mountain imagery, declaring a mission to rouse human thought and contest the authority of heaven. On the Caucasus he encounters a titan who first dissuades him and then listens as the stranger prepares his tale. The narrative alternates dramatic episodes and reflective passages, addressing critics and exploring themes of artistic vocation, freedom, struggle, and the possibility of human salvation through love and deeds.

    Contro a le sedi dei Celesti intanto
    Lucifero irrompea. De l'abusate
    Porte del ciel stava a custodia il divo
    Pietro di Galilea, l'inclito alunno
    Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave
    Del paradiso. Udita avea la voce
    Del nemico imminente, e, ben che molto
    Fosse d'uomini esperto e di fortune,
    Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa
    Di fragil canna, che tentenni al vento,
    Ondeggiava diviso in due consigli:
    O sguainar l'arrugginita spada,
    Che pendeagli dal fianco, e alla difesa
    Rimaner, benchè solo; o, abbandonata
    La difficil custodia ad altri o al caso,
    Svignarsela di furto.
                         —Audace impresa,
    Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale,
    Tener fronte da solo a un tal nemico:
    Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io
    Perigliarmi per tutti? Alcun non osa
    Impugnar l'armi, ed io restar qui devo?
    No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo
    Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale
    A difender sè stesso, io lo rinnego,
    In fede mia, canti o non canti il gallo!—
      Così pensando, si sottrasse. Come
    Al furïar di subito uragano
    Cade svelta dai cardini la porta
    D'un povero abituro: urla dal fondo
    La famigliòla spaventata, in quella
    Che ogni serbata masserizia in giro
    Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso;
    Spalancossi in tal guisa al primo tocco
    Di chi porta la luce il vecchio albergo
    Del paradiso, ovvio lasciando e vasto
    Al guardo e al passo del Ribelle il varco.
    Grande e securo e tutto lampi il volto
    Su la soglia Ei piantossi, e parea sole
    Di cotanto splendor, che incerte faci
    Ben dir potevi a petto a lui le stelle.
    Siccome spada folgorante, in pugno
    Un raggio acuto gli splendea; tremenda
    Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti
    Ferrei fantasmi e fiere larve han vita
    Con sovrana virtù spezza e dilegua.
    Così l'Eroe proruppe; impazïenti
    Del solenne giudizio a lui da presso
    Si versano le schiere, e tutte in giro
    Prendon l'aurea magione, a simiglianza
    Di sonanti fiumane, a cui più freno
    Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra
    S'accavallando, fragorose e torbide
    Divorano la valle e i campi affogano.
      Come allor, che dai cupi antri improvviso
    Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote,
    Trema intorno la valle; impäuriti
    Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto
    Balzan globi di fumo atro, e sul capo
    Piove di ardente e negra sabbia un nembo;
    Così a la vista de l'Eroe si scosse
    La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi
    Fuggîr senza consiglio i sacri armenti
    Vociferando, e qual siede, o s'arresta,
    Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo,
    Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta.
    Questo fu il punto, che, disciolta i crini
    Biondissimi e con piè trepido, in vista
    Di verginella, al gran Ribelle incontro
    Mosse la bella Maddalena. Il colmo
    Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro
    D'un superbo trïonfo; entro ai non folti
    Docili veli le tondeggian tutte
    Le rosee membra riluttanti: un nimbo
    Di reconditi incensi errale intorno
    A la vaga persona, e di pungenti
    Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue.
    Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti
    Nei lor taciti agguati ansan parecchi,
    Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio,
    Congiurati al Loiola. Intento e assôrto
    Nel suo pensier quei trascorrea, nè punto
    Abbadava costei, che del sedurre
    Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte.
    Ond'ella il passo gli precise, e:—O santo
    Arcangelo, esclamò, ben si conviene
    A la luce del tuo sguardo immortale
    Questo splendido regno! E chi dir puote
    Che nemico tu sei? che una superba
    Smania di regno ti conduce al cielo
    A sovvertir l'adamantina sede,
    Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna
    Ti precorre la fama, e mal diritto
    Veggion queste beate anime, a cui
    Tanto incute il tuo nome alto spavento.
    Luce ed amor sei tu: simile a novo
    Raggio d'innamorato astro sorride
    La tua fronte serena, e a dolci affetti,
    Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti.
    Oh! ben torni fra noi; qui non mortali
    Semina rose amor, qui sempre viva
    Fonte di voluttà schiude il mio seno!—
      Udì l'Eroe la subdola proposta,
    E amaramente le gittò sul volto
    Queste parole:
                  —O penitente eterna,
    Nè pentita giammai, qual ti germoglia
    Ne l'instabile cor postuma brama
    Di novelle avventure? Un mi son'io,
    Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti,
    L'aspre battaglie del pensier prepongo!—
    Disse, e sdegnando procedea, già sciolto
    Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto
    Tramutando tenor d'arti e d'accenti,
    Ruppe in alto cachinno:—E ci voleva
    Proprio questa, esclamò; state a vedere,
    Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati,
    A questa vecchia golpe senza coda
    Vien pizzicor di farsi anacoreta!
    Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna,
    Son figlia d'Eva, e non son senza macchia
    Come la madre di Gesù: codesta
    Mascheraccia d'apostolo su'l muso
    Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe
    Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole,
    Il sagrificio di mangiare il pomo!—
      Così dicea, ma seminate al vento
    Si disperdean le lubriche parole.
      Visto il colpo fallir, nè di salute
    Più sperando altra via, fuori ad un tratto
    Dagli agguati sbucò la tortuösa
    Anima del Loiola, e si gittando
    Di traverso a l'Eroe:—Salvami, grida,
    O glorïoso Arcangelo! Per te,
    Non già per Dio, sovra la terra io tesi
    La rete mia!—Volea più dir, ma come
    Non crudel passeggero, a cui di sotto
    Venga un turpe scorpion, che velenosi
    Lascia i morsi ove tocchi, immantinente
    Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa,
    Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso,
    Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo
    Del supplice maligno, il qual diè un forte
    Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno
    Di putida mefite il ciel sereno.
      Questo fu il segno de la strage. Appena
    Del suo duce la fin videro i Santi,
    Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa,
    Tal che frotta parean di saltellanti
    Locuste ingorde, cui la fiamma incalza
    Più vorace di lor. Più volte indarno
    Una mano d'audaci angeli e santi
    Far impeto tentâr contro a le schiere
    Del luminoso Eroe; ma qual fremente
    Cavallon che si franga a la ronchiosa
    Rupe, spezzate contro a lor cadeano
    L'avverse armi e l'ardire. E come avviene
    Nel nebbioso novembre, allor che in dense
    Falde piovon dal ciel l'umide brume,
    E nereggian le vie, quasi colpite
    D'occulta lue cadon le mosche esose,
    Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia,
    Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno
    Sparse e brutte ne van le mense e i letti;
    Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto
    Fioccan morti i Beati, e tu soltanto
    Li ferivi co'l tuo sguardo immortale,
    O trïonfante Verità. Fra tanto,
    Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo
    Ricondursi volean Sisto e Ghislieri,
    Torquemada e Gusman. Li precedea,
    Stranamente strillando e mulinando
    Sovr'esso il capo la ghierata gruccia,
    Il feroce Arbuënse, e una mal viva
    Folta di Santi lor tenea bordone.
    Li riconobber da l'opposta parte
    Co'l profondo veggente occhio i campioni
    Del libero Pensiero, e un minaccioso
    Mormorio si levò, come di vento
    Precursor di procella. Ardean di cupo
    Sdegno le generose anime, in quella
    Che con flagel di sanguinosi motti
    Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso.
    Non però immoti ne le lor falangi
    Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo
    Che una coppia di fulve aquile, altere
    Dominatrici di profonde altezze,
    Con pari volo e con funesto strido
    Piomban sovra a la preda, essi al feroce
    Fuggitivo drappel di tutta punta
    S'avventarono incontro, e:—O manigoldi
    De l'umano pensier, gridò con fiera
    Voce l'ardito precursor di Nola,
    Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!—
    Disse, e ghermendo con la ferrea destra
    Torquemada a la strozza, in turbinoso
    Modo il rotò, che spatola parea
    In man d'esperto battitor. Lanciollo
    Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto
    Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa
    Foggia si franse e si divise, a modo
    Di crinato utensil d'impura argilla
    Lanciato a l'aria da fanciul bramoso
    D'udirne il tonfo e di contarne i cocci.
    Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte
    Non s'acquetò; chè in quante parti e brani
    S'eran divise le sue membra, in tanti
    Si spezzò la sua vita, onde ciascuno,
    Che guizzando e serpendo invan tendea
    A congiungersi a l'altro, era dannato
    A soffrir sempre, e a non morir giammai.
      Fra mani allora al pensator d'Otranto
    Fieramente stridean Sisto e Ghislieri.
    Ambi agguantati egli li avea, qual suole
    Assiduo scardatore, il qual prendendo
    Due manciate di canape, fra loro
    Pria le sbatte più volte, indi le affida
    Al nemico di lische ispido cardo.
    Si mordevan per rabbia i duo percossi,
    E sgraffiavan rignando, e parean due
    Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue
    Nel rigido gennaio un caldo amore:
    Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia
    De l'amica ritrosa, a notte piena
    Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto,
    Soffian, sbatton la coda, alzano in arco
    L'ispido dorso, e duri, intirizziti
    Muovonsi con guardingo atto d'intorno,
    L'arida lingua saettando: a bada
    Si tengono così, fin che il più lesto
    La granfia avventa e vibrasi a l'assalto.
    Odi allora echeggiar di strilli acuti
    La sacra notte, rotolar sul tetto
    Smosse tegole e sassi, e chi del dolce
    Sonno si svolge in quell'istante, umani
    Gemiti e grida ascoltar crede al vento.
    Così le due sinistre anime, a un punto
    Fatte da l'ira e dal dolor nemiche,
    Si sbranavan fra loro, insin che stanco
    Di quel fiero piacer l'eroe nemico
    Le scagliò da sè lungi. Urlâro i tristi
    Da l'alto ciel precipitando, e ancora
    Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta
    Fremebonda la terra, ove un'eterna
    Vita servile e in gran terror vivranno.
      Scórsi muti e di furto eran fra tanto
    L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo
    Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile,
    Speculavan la fuga, o un nuovo inganno.
    Si sferrò allor da la sua schiera il forte
    Riformator di Vittemberga, in guisa
    Di mortifero strale, e una tremenda
    Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi
    I fuggitivi, e balenâr perplessi
    Fra la lotta e la fuga, in simiglianza
    D'inseguito assassin, che fischiar senta
    Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse
    Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte
    Subitamente, s'avventâro ai fianchi
    De l'iracondo novator. Qual pura
    Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia,
    Se a la putida pece arda vicina,
    A lei tosto s'apprende: a poco a poco
    Struggesi questa; in negre bolle impure
    Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto
    Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo;
    Tal divenne Lutero, allor che intorno
    Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi
    I due rabidi santi, a cui bentosto
    Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido
    Mandan gli audaci, e di balzar fan prova,
    E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati
    Restano a lui così, che in foggia strana
    Fan di tre forme un mostrüoso aspetto.
    Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma,
    Che li attacca, e li fonde, e meraviglia
    N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini
    Gli avvampa, or gli erra su le picee terga
    Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi
    Occhi gli siede, e nei precordii scende,
    E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude
    Con lenta voluttà rode e consuma.
      Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte
    De l'egro Nume il gran Ribelle arriva.
    Solo il trovò nel più recesso loco
    Del paradiso; e nullo era, di quanti
    A le mense di lui s'eran nutriti,
    Che a la difesa or vigilasse: ognuno
    Che innanzi al passo de l'Eroe non era,
    Futile inciampo, ancor fugato o vinto,
    O il vol dava a la fuga, o in un furtivo
    Ripostiglio del ciel, pallido, ansante
    Scongiurava il destin. Voi soli in questo
    Stremissim'uopo non lasciaste il trino
    Padre deserto, o sovra ogni pietosa
    Fida essenza del ciel pietosi e fidi
    Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna
    Merta ancora la fede, un chiaro grido
    Non fallirà presso i venturi, a cui
    L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto.
    V'era di Balaàm l'asino e quello
    Che riscaldò di Betelèm la greppia
    Col mirifico fiato; eravi anch'esso
    L'accorto bue, che, abbandonato il duro
    Solco e l'aratro, ad adorar sen corse
    Il già nato Messia: meraviglioso
    Di fede esempio, onde nei cieli assunto
    Fu per nume di Dio, che la falcata
    Fronte gli ornò di due vividi raggi,
    Come un tempo a Mosè; v'eran del divo
    Rocco i fidi mastini impazïenti
    D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto
    D'Antonio alunno, che il signor perduto
    Fra' grugniti piangea: sul nero grifo
    Gli discorrean le lagrime cocenti,
    Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro
    D'oprar le zampe come fosser mani,
    Se le tergea con un candido velo,
    Di ricami stupendo, opera e dono
    De la diva Lucia. Ma visto appena
    L'avverso Eroe, che procedea sembiante
    A novo Sol, di subito disdegno
    Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi
    Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira
    Ravvolse ed agitò la scarsa coda,
    Ed arrotando le spumose zanne
    Con irto il dorso e con pendule orecchie
    S'avventò, che parea critico arguto,
    Che carico di norme e di sofismi
    Al tallon d'un poeta avventi il morso.
    Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo
    L'altre bestie devote; anzi ad un punto
    Per ogni verso si scagliaron tutte,
    E, stupendo a ridir! correano a morte
    Come a danza, o convito. Alti lamenti
    Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno
    Per la reggia del cielo era un tedesco
    Strano accordo di ragli e di grugniti.
    Tentennava l'Eroe, commiserando,
    La testa, e con un rigido sorriso:
      —Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento
    Di cotanti fedeli oggi ti resta!—
    Toccò in tal dir co'l penetrante raggio,
    Che nel pugno tenea, la nebbia densa
    In cui tutto era chiuso il Dio morente,
    E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa
    Che il ciel limpido apparve e la sparuta
    Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi
    Morto giaceagli il divo augel, che il grembo
    Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto
    Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito,
    Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente
    Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto
    Tutta umana bellezza, e una fragrante
    Lucid'aura di pace e di dolore
    Gli alïava d'intorno a la persona
    Candidissima. Il vide, e il riconobbe
    Lucifero, e parlò:
                      —Ben la catena
    Di tua divinità spezzi in quest'ora,
    Santo eroe de l'amore e del perdono;
    Ben ritorni qual fosti al luminoso
    Raggio del Ver, le cui vendette io segno!
    Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochi
    Spirti di saggi, a cui Socrate è duce,
    Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!—
    Disse, e insegnava con la destra. Innanzi
    Fecesi, a questo dir, l'intemerata
    Luce d'Atene, e fra le venerande
    Braccia il pietoso Nazzareno accolse.
      Or l'estrema ora tua dirà il superbo
    Genio che m'arde, o mal temuto Iddio.
    Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto
    Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto
    Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo
    Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa
    Di già morto batràce, a cui dà strani
    Moti il valor del ricorrente elettro.
    E, come già solea nel greco mito
    Le sembianze mutar Proteo marino,
    Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge
    De le putide foche il sorprendea
    Con ferree braccia alcun mortale o nume,
    Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico
    Cento apparenze e simulacri e larve
    L'egro tuo corpo in ratta vece assunse.
    E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno
    Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove,
    Ora Osiri appariva ed ora Anubi;
    Or terribile e scuro e tutto cinto
    Di tempeste e di morte, or fiammeggiante
    Sole parea che l'universo avvivi;
    Or fantasima inerte, or procelloso
    Eversor di pianeti; e ferrea e cieca
    Legge d'affanno, ed inesausta fonte
    Di bontà, di clemenza e di perdono.
    Fremean per lo profondo etra le schiere
    Luminose dei Saggi; da l'opaca
    Terra sorgean, che parean fiamme vive,
    Le vittime dei Numi, e tutti a un grido
    La giustizia chiedean. Pende dal labbro
    Di Lucifero il Fato; a lui dintorno
    Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma
    Tranquillamente egli favella:
                                 —È antica
    L'arte, per cui forme tu cangi e nomi:
    Rinnovarla or non giova! Assai sembianze
    Sostenemmo di Numi, a cui la cieca
    Fede de l'uom diè lunga vita e impero.
    A l'un error l'altro successe; a un vôto
    Fantasma altro fantasma; or tocca il fine
    Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio
    Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,
    Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!—
      Così dicendo (ed additava il sole,
    Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo
    De l'acuto suo raggio, e parte a parte
    Lo trapassò. Stridea, come rovente
    Ferro immerso ne l'onda, il simulacro
    Fuggitivo del Nume; e, a quella forma
    Che crepitando si scompone e scioglie
    Fumigante la calce a l'improvviso
    Tasto de l'acqua o del mordente aceto,
    Tale al raggio del Ver struggeasi il vano
    Fantasima; e in vapore indi converso,
    Tremolando si sciolse, e all'aria sparve.
      Così moría l'Eterno. Ai consuëti
    Balli movean gli antichi astri; dal cielo
    Luminose partían come in trionfo
    Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi
    Lucifero. Arrivò co'l Sol novello
    Sul Caucaso nevato, ove al soffrente
    D'adamantino cor figlio di Temi:
    —Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!—

FINE.

INDICE.

CANTO PRIMO Pag. 3

Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.

CANTO SECONDO Pag. 21

Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e diffIcili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento dell'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.

CANTO TERZO Pag. 41

Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.—La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.—Leone X e Lutero.—Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico.—Tirannide monarchica e republicana: la libertà sta nel centro.—Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.—Il canto della guigliottina.—Fecondità delle rovine.—Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.—Finita così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.

CANTO QUARTO Pag. 67

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.—Descrizione di Tempe.—Le bagnanti sorprese.—Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.—Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.—Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.

CANTO QUINTO Pag. 87

Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.

CANTO SESTO Pag. 107

L'Eroe s'imbarca per la Francia.—Rivolge superbe parole alla Natura.—Aurora boreale.—Sermone di frate Iginaldo.—Tempesta e naufragio.—Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.—Morte di frate Iginaldo.—Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.—Iddio, che vuol perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.—Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.—L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.

CANTO SETTIMO Pag. 131

Storia d'Isolina.—Amore.—Sogno di felicità.—La lettera della madre.—Ultimo commiato.—Lontananza.—La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.—Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblìo di sè stesso.—Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.—Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.—Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.

CANTO OTTAVO Pag. 155

La catastrofe di Sédan.—L'ombra di Turenna e la resa.—Lucifero entra in Parigi.—La babilonia delle gazzette.—L'assedio.—Gloria ed obbrobrio a chi spetta.—Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.—I Prussiani entrano nella città.—L'allocuzione del proletario.—La colonna Vendôme.—L'ombra di Federigo.—La petroliera.—Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.

CANTO NONO Pag. 187

Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.—Pettegolezzi divini.—Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.—Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.—Apostrofa alla Spagna.—Arriva nel nuovo mondo.—Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.—S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.

CANTO DECIMO Pag. 213

Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura.—Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno.—Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore.—La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma.—Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.—Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.—Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.—Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.—La schiava nera e lo schiavo bianco.

CANTO UNDECIMO Pag. 241

Canto all'Italia; le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.—Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi geni dell'Arte moderna.—Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio gazzettiere; un camaleonte onniscibile.—Il poeta Olimpio e la sua dama.—Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.—Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.

CANTO DUODECIMO Pag. 281

Lucifero giunge in Roma.—La breccia di Porta Pia.—La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.—Voce di Ebrei.—Voce di Numi.—Voce di Sacerdoti.—Voce di Santi.—Voce di Diavoli.—Voce del Tevere.—Voce della Savoia.—Voce della Corsica.—Voce dell'Istria.—Voce di popoli slavi.—Voce della Germania.—Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma.—Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico.—Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.

CANTO TREDICESIMO Pag. 315

Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde di animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.—Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.—Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni.—Una vittima delle stragi di Perugia.—Due decapitati.—Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.

CANTO QUATTORDICESIMO Pag. 341

Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe.—Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazi; giunge in Venere; si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.—I morti di ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio.—Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori.—Le vittime domandano vendetta.

CANTO QUINDICESIMO Pag. 367

La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga.—San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa.—Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.—Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei.—Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V, ordiscono una frode a Lucifero.—San Pietro abbandona le porte del paradiso.—L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.—I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente.—Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.—Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.