Contro a le sedi dei Celesti intanto
Lucifero irrompea. De l'abusate
Porte del ciel stava a custodia il divo
Pietro di Galilea, l'inclito alunno
Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave
Del paradiso. Udita avea la voce
Del nemico imminente, e, ben che molto
Fosse d'uomini esperto e di fortune,
Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa
Di fragil canna, che tentenni al vento,
Ondeggiava diviso in due consigli:
O sguainar l'arrugginita spada,
Che pendeagli dal fianco, e alla difesa
Rimaner, benchè solo; o, abbandonata
La difficil custodia ad altri o al caso,
Svignarsela di furto.
—Audace impresa,
Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale,
Tener fronte da solo a un tal nemico:
Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io
Perigliarmi per tutti? Alcun non osa
Impugnar l'armi, ed io restar qui devo?
No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo
Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale
A difender sè stesso, io lo rinnego,
In fede mia, canti o non canti il gallo!—
Così pensando, si sottrasse. Come
Al furïar di subito uragano
Cade svelta dai cardini la porta
D'un povero abituro: urla dal fondo
La famigliòla spaventata, in quella
Che ogni serbata masserizia in giro
Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso;
Spalancossi in tal guisa al primo tocco
Di chi porta la luce il vecchio albergo
Del paradiso, ovvio lasciando e vasto
Al guardo e al passo del Ribelle il varco.
Grande e securo e tutto lampi il volto
Su la soglia Ei piantossi, e parea sole
Di cotanto splendor, che incerte faci
Ben dir potevi a petto a lui le stelle.
Siccome spada folgorante, in pugno
Un raggio acuto gli splendea; tremenda
Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti
Ferrei fantasmi e fiere larve han vita
Con sovrana virtù spezza e dilegua.
Così l'Eroe proruppe; impazïenti
Del solenne giudizio a lui da presso
Si versano le schiere, e tutte in giro
Prendon l'aurea magione, a simiglianza
Di sonanti fiumane, a cui più freno
Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra
S'accavallando, fragorose e torbide
Divorano la valle e i campi affogano.
Come allor, che dai cupi antri improvviso
Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote,
Trema intorno la valle; impäuriti
Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto
Balzan globi di fumo atro, e sul capo
Piove di ardente e negra sabbia un nembo;
Così a la vista de l'Eroe si scosse
La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi
Fuggîr senza consiglio i sacri armenti
Vociferando, e qual siede, o s'arresta,
Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo,
Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta.
Questo fu il punto, che, disciolta i crini
Biondissimi e con piè trepido, in vista
Di verginella, al gran Ribelle incontro
Mosse la bella Maddalena. Il colmo
Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro
D'un superbo trïonfo; entro ai non folti
Docili veli le tondeggian tutte
Le rosee membra riluttanti: un nimbo
Di reconditi incensi errale intorno
A la vaga persona, e di pungenti
Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue.
Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti
Nei lor taciti agguati ansan parecchi,
Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio,
Congiurati al Loiola. Intento e assôrto
Nel suo pensier quei trascorrea, nè punto
Abbadava costei, che del sedurre
Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte.
Ond'ella il passo gli precise, e:—O santo
Arcangelo, esclamò, ben si conviene
A la luce del tuo sguardo immortale
Questo splendido regno! E chi dir puote
Che nemico tu sei? che una superba
Smania di regno ti conduce al cielo
A sovvertir l'adamantina sede,
Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna
Ti precorre la fama, e mal diritto
Veggion queste beate anime, a cui
Tanto incute il tuo nome alto spavento.
Luce ed amor sei tu: simile a novo
Raggio d'innamorato astro sorride
La tua fronte serena, e a dolci affetti,
Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti.
Oh! ben torni fra noi; qui non mortali
Semina rose amor, qui sempre viva
Fonte di voluttà schiude il mio seno!—
Udì l'Eroe la subdola proposta,
E amaramente le gittò sul volto
Queste parole:
—O penitente eterna,
Nè pentita giammai, qual ti germoglia
Ne l'instabile cor postuma brama
Di novelle avventure? Un mi son'io,
Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti,
L'aspre battaglie del pensier prepongo!—
Disse, e sdegnando procedea, già sciolto
Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto
Tramutando tenor d'arti e d'accenti,
Ruppe in alto cachinno:—E ci voleva
Proprio questa, esclamò; state a vedere,
Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati,
A questa vecchia golpe senza coda
Vien pizzicor di farsi anacoreta!
Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna,
Son figlia d'Eva, e non son senza macchia
Come la madre di Gesù: codesta
Mascheraccia d'apostolo su'l muso
Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe
Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole,
Il sagrificio di mangiare il pomo!—
Così dicea, ma seminate al vento
Si disperdean le lubriche parole.
Visto il colpo fallir, nè di salute
Più sperando altra via, fuori ad un tratto
Dagli agguati sbucò la tortuösa
Anima del Loiola, e si gittando
Di traverso a l'Eroe:—Salvami, grida,
O glorïoso Arcangelo! Per te,
Non già per Dio, sovra la terra io tesi
La rete mia!—Volea più dir, ma come
Non crudel passeggero, a cui di sotto
Venga un turpe scorpion, che velenosi
Lascia i morsi ove tocchi, immantinente
Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa,
Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso,
Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo
Del supplice maligno, il qual diè un forte
Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno
Di putida mefite il ciel sereno.
Questo fu il segno de la strage. Appena
Del suo duce la fin videro i Santi,
Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa,
Tal che frotta parean di saltellanti
Locuste ingorde, cui la fiamma incalza
Più vorace di lor. Più volte indarno
Una mano d'audaci angeli e santi
Far impeto tentâr contro a le schiere
Del luminoso Eroe; ma qual fremente
Cavallon che si franga a la ronchiosa
Rupe, spezzate contro a lor cadeano
L'avverse armi e l'ardire. E come avviene
Nel nebbioso novembre, allor che in dense
Falde piovon dal ciel l'umide brume,
E nereggian le vie, quasi colpite
D'occulta lue cadon le mosche esose,
Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia,
Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno
Sparse e brutte ne van le mense e i letti;
Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto
Fioccan morti i Beati, e tu soltanto
Li ferivi co'l tuo sguardo immortale,
O trïonfante Verità. Fra tanto,
Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo
Ricondursi volean Sisto e Ghislieri,
Torquemada e Gusman. Li precedea,
Stranamente strillando e mulinando
Sovr'esso il capo la ghierata gruccia,
Il feroce Arbuënse, e una mal viva
Folta di Santi lor tenea bordone.
Li riconobber da l'opposta parte
Co'l profondo veggente occhio i campioni
Del libero Pensiero, e un minaccioso
Mormorio si levò, come di vento
Precursor di procella. Ardean di cupo
Sdegno le generose anime, in quella
Che con flagel di sanguinosi motti
Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso.
Non però immoti ne le lor falangi
Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo
Che una coppia di fulve aquile, altere
Dominatrici di profonde altezze,
Con pari volo e con funesto strido
Piomban sovra a la preda, essi al feroce
Fuggitivo drappel di tutta punta
S'avventarono incontro, e:—O manigoldi
De l'umano pensier, gridò con fiera
Voce l'ardito precursor di Nola,
Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!—
Disse, e ghermendo con la ferrea destra
Torquemada a la strozza, in turbinoso
Modo il rotò, che spatola parea
In man d'esperto battitor. Lanciollo
Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto
Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa
Foggia si franse e si divise, a modo
Di crinato utensil d'impura argilla
Lanciato a l'aria da fanciul bramoso
D'udirne il tonfo e di contarne i cocci.
Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte
Non s'acquetò; chè in quante parti e brani
S'eran divise le sue membra, in tanti
Si spezzò la sua vita, onde ciascuno,
Che guizzando e serpendo invan tendea
A congiungersi a l'altro, era dannato
A soffrir sempre, e a non morir giammai.
Fra mani allora al pensator d'Otranto
Fieramente stridean Sisto e Ghislieri.
Ambi agguantati egli li avea, qual suole
Assiduo scardatore, il qual prendendo
Due manciate di canape, fra loro
Pria le sbatte più volte, indi le affida
Al nemico di lische ispido cardo.
Si mordevan per rabbia i duo percossi,
E sgraffiavan rignando, e parean due
Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue
Nel rigido gennaio un caldo amore:
Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia
De l'amica ritrosa, a notte piena
Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto,
Soffian, sbatton la coda, alzano in arco
L'ispido dorso, e duri, intirizziti
Muovonsi con guardingo atto d'intorno,
L'arida lingua saettando: a bada
Si tengono così, fin che il più lesto
La granfia avventa e vibrasi a l'assalto.
Odi allora echeggiar di strilli acuti
La sacra notte, rotolar sul tetto
Smosse tegole e sassi, e chi del dolce
Sonno si svolge in quell'istante, umani
Gemiti e grida ascoltar crede al vento.
Così le due sinistre anime, a un punto
Fatte da l'ira e dal dolor nemiche,
Si sbranavan fra loro, insin che stanco
Di quel fiero piacer l'eroe nemico
Le scagliò da sè lungi. Urlâro i tristi
Da l'alto ciel precipitando, e ancora
Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta
Fremebonda la terra, ove un'eterna
Vita servile e in gran terror vivranno.
Scórsi muti e di furto eran fra tanto
L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo
Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile,
Speculavan la fuga, o un nuovo inganno.
Si sferrò allor da la sua schiera il forte
Riformator di Vittemberga, in guisa
Di mortifero strale, e una tremenda
Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi
I fuggitivi, e balenâr perplessi
Fra la lotta e la fuga, in simiglianza
D'inseguito assassin, che fischiar senta
Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse
Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte
Subitamente, s'avventâro ai fianchi
De l'iracondo novator. Qual pura
Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia,
Se a la putida pece arda vicina,
A lei tosto s'apprende: a poco a poco
Struggesi questa; in negre bolle impure
Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto
Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo;
Tal divenne Lutero, allor che intorno
Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi
I due rabidi santi, a cui bentosto
Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido
Mandan gli audaci, e di balzar fan prova,
E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati
Restano a lui così, che in foggia strana
Fan di tre forme un mostrüoso aspetto.
Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma,
Che li attacca, e li fonde, e meraviglia
N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini
Gli avvampa, or gli erra su le picee terga
Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi
Occhi gli siede, e nei precordii scende,
E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude
Con lenta voluttà rode e consuma.
Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte
De l'egro Nume il gran Ribelle arriva.
Solo il trovò nel più recesso loco
Del paradiso; e nullo era, di quanti
A le mense di lui s'eran nutriti,
Che a la difesa or vigilasse: ognuno
Che innanzi al passo de l'Eroe non era,
Futile inciampo, ancor fugato o vinto,
O il vol dava a la fuga, o in un furtivo
Ripostiglio del ciel, pallido, ansante
Scongiurava il destin. Voi soli in questo
Stremissim'uopo non lasciaste il trino
Padre deserto, o sovra ogni pietosa
Fida essenza del ciel pietosi e fidi
Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna
Merta ancora la fede, un chiaro grido
Non fallirà presso i venturi, a cui
L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto.
V'era di Balaàm l'asino e quello
Che riscaldò di Betelèm la greppia
Col mirifico fiato; eravi anch'esso
L'accorto bue, che, abbandonato il duro
Solco e l'aratro, ad adorar sen corse
Il già nato Messia: meraviglioso
Di fede esempio, onde nei cieli assunto
Fu per nume di Dio, che la falcata
Fronte gli ornò di due vividi raggi,
Come un tempo a Mosè; v'eran del divo
Rocco i fidi mastini impazïenti
D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto
D'Antonio alunno, che il signor perduto
Fra' grugniti piangea: sul nero grifo
Gli discorrean le lagrime cocenti,
Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro
D'oprar le zampe come fosser mani,
Se le tergea con un candido velo,
Di ricami stupendo, opera e dono
De la diva Lucia. Ma visto appena
L'avverso Eroe, che procedea sembiante
A novo Sol, di subito disdegno
Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi
Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira
Ravvolse ed agitò la scarsa coda,
Ed arrotando le spumose zanne
Con irto il dorso e con pendule orecchie
S'avventò, che parea critico arguto,
Che carico di norme e di sofismi
Al tallon d'un poeta avventi il morso.
Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo
L'altre bestie devote; anzi ad un punto
Per ogni verso si scagliaron tutte,
E, stupendo a ridir! correano a morte
Come a danza, o convito. Alti lamenti
Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno
Per la reggia del cielo era un tedesco
Strano accordo di ragli e di grugniti.
Tentennava l'Eroe, commiserando,
La testa, e con un rigido sorriso:
—Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento
Di cotanti fedeli oggi ti resta!—
Toccò in tal dir co'l penetrante raggio,
Che nel pugno tenea, la nebbia densa
In cui tutto era chiuso il Dio morente,
E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa
Che il ciel limpido apparve e la sparuta
Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi
Morto giaceagli il divo augel, che il grembo
Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto
Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito,
Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente
Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto
Tutta umana bellezza, e una fragrante
Lucid'aura di pace e di dolore
Gli alïava d'intorno a la persona
Candidissima. Il vide, e il riconobbe
Lucifero, e parlò:
—Ben la catena
Di tua divinità spezzi in quest'ora,
Santo eroe de l'amore e del perdono;
Ben ritorni qual fosti al luminoso
Raggio del Ver, le cui vendette io segno!
Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochi
Spirti di saggi, a cui Socrate è duce,
Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!—
Disse, e insegnava con la destra. Innanzi
Fecesi, a questo dir, l'intemerata
Luce d'Atene, e fra le venerande
Braccia il pietoso Nazzareno accolse.
Or l'estrema ora tua dirà il superbo
Genio che m'arde, o mal temuto Iddio.
Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto
Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto
Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo
Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa
Di già morto batràce, a cui dà strani
Moti il valor del ricorrente elettro.
E, come già solea nel greco mito
Le sembianze mutar Proteo marino,
Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge
De le putide foche il sorprendea
Con ferree braccia alcun mortale o nume,
Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico
Cento apparenze e simulacri e larve
L'egro tuo corpo in ratta vece assunse.
E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno
Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove,
Ora Osiri appariva ed ora Anubi;
Or terribile e scuro e tutto cinto
Di tempeste e di morte, or fiammeggiante
Sole parea che l'universo avvivi;
Or fantasima inerte, or procelloso
Eversor di pianeti; e ferrea e cieca
Legge d'affanno, ed inesausta fonte
Di bontà, di clemenza e di perdono.
Fremean per lo profondo etra le schiere
Luminose dei Saggi; da l'opaca
Terra sorgean, che parean fiamme vive,
Le vittime dei Numi, e tutti a un grido
La giustizia chiedean. Pende dal labbro
Di Lucifero il Fato; a lui dintorno
Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma
Tranquillamente egli favella:
—È antica
L'arte, per cui forme tu cangi e nomi:
Rinnovarla or non giova! Assai sembianze
Sostenemmo di Numi, a cui la cieca
Fede de l'uom diè lunga vita e impero.
A l'un error l'altro successe; a un vôto
Fantasma altro fantasma; or tocca il fine
Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio
Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,
Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!—
Così dicendo (ed additava il sole,
Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo
De l'acuto suo raggio, e parte a parte
Lo trapassò. Stridea, come rovente
Ferro immerso ne l'onda, il simulacro
Fuggitivo del Nume; e, a quella forma
Che crepitando si scompone e scioglie
Fumigante la calce a l'improvviso
Tasto de l'acqua o del mordente aceto,
Tale al raggio del Ver struggeasi il vano
Fantasima; e in vapore indi converso,
Tremolando si sciolse, e all'aria sparve.
Così moría l'Eterno. Ai consuëti
Balli movean gli antichi astri; dal cielo
Luminose partían come in trionfo
Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi
Lucifero. Arrivò co'l Sol novello
Sul Caucaso nevato, ove al soffrente
D'adamantino cor figlio di Temi:
—Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!—
FINE.
INDICE.
CANTO PRIMO Pag. 3
Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.
CANTO SECONDO Pag. 21
Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e diffIcili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento dell'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.
CANTO TERZO Pag. 41
Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.—La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.—Leone X e Lutero.—Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico.—Tirannide monarchica e republicana: la libertà sta nel centro.—Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.—Il canto della guigliottina.—Fecondità delle rovine.—Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.—Finita così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.
CANTO QUARTO Pag. 67
Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.—Descrizione di Tempe.—Le bagnanti sorprese.—Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.—Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.—Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.
CANTO QUINTO Pag. 87
Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.
CANTO SESTO Pag. 107
L'Eroe s'imbarca per la Francia.—Rivolge superbe parole alla Natura.—Aurora boreale.—Sermone di frate Iginaldo.—Tempesta e naufragio.—Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.—Morte di frate Iginaldo.—Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.—Iddio, che vuol perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.—Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.—L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.
CANTO SETTIMO Pag. 131
Storia d'Isolina.—Amore.—Sogno di felicità.—La lettera della madre.—Ultimo commiato.—Lontananza.—La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.—Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblìo di sè stesso.—Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.—Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.—Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.
CANTO OTTAVO Pag. 155
La catastrofe di Sédan.—L'ombra di Turenna e la resa.—Lucifero entra in Parigi.—La babilonia delle gazzette.—L'assedio.—Gloria ed obbrobrio a chi spetta.—Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.—I Prussiani entrano nella città.—L'allocuzione del proletario.—La colonna Vendôme.—L'ombra di Federigo.—La petroliera.—Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.
CANTO NONO Pag. 187
Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.—Pettegolezzi divini.—Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.—Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.—Apostrofa alla Spagna.—Arriva nel nuovo mondo.—Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.—S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.
CANTO DECIMO Pag. 213
Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura.—Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno.—Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore.—La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma.—Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.—Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.—Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.—Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.—La schiava nera e lo schiavo bianco.
CANTO UNDECIMO Pag. 241
Canto all'Italia; le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.—Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi geni dell'Arte moderna.—Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio gazzettiere; un camaleonte onniscibile.—Il poeta Olimpio e la sua dama.—Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.—Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.
CANTO DUODECIMO Pag. 281
Lucifero giunge in Roma.—La breccia di Porta Pia.—La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.—Voce di Ebrei.—Voce di Numi.—Voce di Sacerdoti.—Voce di Santi.—Voce di Diavoli.—Voce del Tevere.—Voce della Savoia.—Voce della Corsica.—Voce dell'Istria.—Voce di popoli slavi.—Voce della Germania.—Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma.—Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico.—Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.
CANTO TREDICESIMO Pag. 315
Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde di animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.—Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.—Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni.—Una vittima delle stragi di Perugia.—Due decapitati.—Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.
CANTO QUATTORDICESIMO Pag. 341
Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe.—Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazi; giunge in Venere; si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.—I morti di ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio.—Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori.—Le vittime domandano vendetta.
CANTO QUINDICESIMO Pag. 367
La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga.—San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa.—Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.—Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei.—Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V, ordiscono una frode a Lucifero.—San Pietro abbandona le porte del paradiso.—L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.—I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente.—Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.—Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.