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Lucifero

Chapter 2: MILANO,
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About This Book

Divine silence and the fading force of ritual provoke a crisis of faith: priests lament, people laugh, and a rebellious celestial being resolves to incarnate as mortal to test love, action, and redemption. He transforms and descends amid vivid seasonal and mountain imagery, declaring a mission to rouse human thought and contest the authority of heaven. On the Caucasus he encounters a titan who first dissuades him and then listens as the stranger prepares his tale. The narrative alternates dramatic episodes and reflective passages, addressing critics and exploring themes of artistic vocation, freedom, struggle, and the possibility of human salvation through love and deeds.

The Project Gutenberg eBook of Lucifero

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Title: Lucifero

Author: Mario Rapisardi

Release date: September 16, 2007 [eBook #22641]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe, http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LUCIFERO ***

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe, http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

LUCIFERO

POEMA
DI
MARIO RAPISARDI.

MILANO,

  LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA.
  Corso Vittorio Emanuele, 26.

1877.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

Coi tipi di G. Bernardoni.

I

ARGOMENTO.

Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.

    Dio tacea da gran tempo. Ai consueti
    Balli moveano in ciel gli astri, e con dura
    Infallibile norma albe ed occasi
    Il monotono Sol dava a la terra.
    Reddían le nevi a biancheggiar le spalle
    Del tremante dicembre; april venia
    Col suo manto di fiori; arida e stanca
    Movea la bionda està giù da' falciati
    Campi a cercar le vive onde marine;
    E, coronato il crin d'edra e di poma,
    Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello
    Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve
    Nei colmi fianchi dei capaci tini.
    Tutto seguía così l'alte, immutate
    Leggi de la Natura, e nullo in terra
    Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva
    Strano silenzio del mai visto Iddio.
      Abbandonati e solitarî intanto
    Giacean per le infrequenti aule divine
    I marmorei Celesti; e per le fredde
    Vòlte il sacerdotal canto e la prece
    Qual vano si perdea grido, che inalza
    Da la rupe solinga il cacciatore,
    Se mira dileguar giù ne la valle
    Tra 'l sonante canneto il salvo augello.
    Da fiero gel, da sacro orror comprese
    Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri
    Zelatori de l'are; e quando ai vani
    Scrigni balzar vedeste arido e magro
    L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi
    Tornar dal mondo, qual gregge digiuno,
    Le scornate Indulgenze, orridamente
    Su le madide tempie alto rizzârsi,
    Come ad istrice, i crini, ed agitato
    Tre volte e quattro tentennò il tricorno
    Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo
    Cupo s'alzò dai congiurati petti:
    —La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi
    Gl'increduli mortali!—
                            Alcun non arse
    A la prece crudel fulmine in terra;
    E i mortali rideano.
                        Udì quel riso
    Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno
    Il silenzio e la morte; oscure e fredde
    Strisciavan su la sua fronte immortale
    Strane larve di sfingi e di chimere,
    Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta
    Morte la luce e l'armonia sentiva.
    —Qui in eterno starò? Favola indegna
    Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo
    Per istinto d'amor spregiai la vita?
    No, si torni a la terra! Un nuovo io sento
    Spirto d'amor, che mi discorre il petto:
    Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova
    Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono
    Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io
    Amerò, soffrirò; correrò il breve
    Travaglioso cammin d'un uom mortale,
    E, redento da l'opre e da l'amore,
    Recherò a l'uom salute e morte a Dio.—
      Così l'Eroe parlava, e i circostanti
    Baratri tenebrosi si agitavano,
    Come per improvviso urto di vento
    Il sen cupo del mar. L'ali di gufo,
    Il piè forcuto e la bovina fronte
    Mutò d'un tratto il favoloso iddio;
    E dai lombi gagliardi e da le spalle
    Le fuliggini tèrse e la stillante
    Cispa dagli occhi affumigati ed orbi,
    Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto
    La superba beltà d'un dio mortale.
    Tramutato così, dal piceo trono
    Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro.
    Ed esclamò:—L'infernal regno è sciolto;
    Il mio regno è la terra!—
                               Ecco il subietto
    Del canto mio. Classico o no, ne affido
    L'occulto senso a voi, vergin consesso
    D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove
    La diva Arte in governo e i mal concessi
    Talami de le Muse; e se agl'incerti
    Occhi vostri si niega il delicato
    De le Grazie sorriso e la suave
    De le sacre fanciulle ispiratrici
    Candida voluttà, dolce vi sia
    Star su la soglia a noverar gli ardenti
    Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno
    Suon di celesti melodie le chiuse.
    Odorate cortine, ed immortale
    Vita in terra gli eletti: in simil guisa
    Sta su la porta dei gelosi arèmi
    La fida turba dei scemati servi,
    Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore
    De le belle Circasse. Alto e solenne
    Officio è il vostro, e non indarno io chiamo
    Il vostro nume auspice a me: voi soli
    Le riposte misure e voi sapete
    Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero
    De l'occulte bellezze, e qual più giova
    Tener modo e governo in sul tentato
    Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa
    Toccar si dee la tuba o la chitarra,
    E metter l'ali al dorso e dar di sproni
    Al Pegaso spumante, o nel tenace
    Fren moderarne a tempo i perigliosi
    Impeti giovanili, ed a che segno
    E con che industria è depredar concesso
    Del Meonio le carte, o del Tebano.
    Pèra colui, che al necessario giogo
    Prova sottrar la temeraria nuca,
    E va a ruzzar licenzïoso, come
    Selvatico puledro, per li campi
    De la sfrenata fantasia! L'immensa
    Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto
    Perda il pazzo sudor, per cui tenea
    Seder primo in Parnasso. Armati ed irti
    D'alfabetiche cifre, unitamente
    Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo
    Tutti dal sapïente arco scoccate
    I rettorici strali; onde il meschino,
    Travagliato da l'onta e dal rimorso,
    Egro ed insano a riparar s'affretti
    Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno
    Sia di spregio che d'ira, alta, pesante
    Sul suo capo ostinato onda si aggrevi
    Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute
    Gli sfileran dinanzi ad una ad una
    Le sdegnose gazzette; indifferenti
    Si chiuderan su la sua faccia smorta
    D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco
    D'urlar strambotti contro al secol ladro,
    Povero e solo abbraccerà la morte,
    Non fia che le supreme ore gli allegri
    L'aureo rabesco d'un qual sia diploma.
    Saldo così su cardini d'acciaro
    Il tron vostro si gira, e vita e nome
    Dal cieco umano folleggiar traete.
    Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe
    D'ardimentoso corridor, ritrova
    Cibo e sollazzo il piceo scarabèo;
    E, quando fra le storte ànche ghermisce
    Il picciol globo del dorato fimo,
    L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo
    A emular de l'audace aquila il volo.
      S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra
    Sorrideva l'aprile; entro al suo petto
    Sorrideva l'amor. Sopra la cima
    Del Caucaso famoso, onde s'appella
    La giapetica stirpe, egli fu visto
    Venir come in un sogno, e star d'incontro
    A l'aurora nascente. Un invisibile
    Spirto, qual di canora aura, fremea
    Per le fibre del mondo, e più lucenti
    Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori:
    Gli dan nome d'amor l'anime accese
    Dei parlanti mortali; ed ei su tutte
    Anime impera, e solo e senza legge
    Il mar penetra e i monti e la selvaggia
    Cute degli olmi e il petto aspro del tigre,
    Chè spirto è desso, e qual raggio di sole
    Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto
    Con secreta armonia mesce e ritempra.
    Era per l'aria un fluttüar d'ardenti
    Atomi mobilissimi di luce,
    Una confusa, fluvïal fragranza
    Di sconosciuti balsami, e suave
    Musica di parole e di concenti
    Misterïosi. Un'irrequieta e nuova
    Delizïosa voluttà di sensi
    Vaganti per immenso ètera, come
    Rondini in cerca di lontani lidi,
    Una dolcezza non provata mai
    Di lagrime e di sogni, al primo arrivo,
    Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito.
    Sguardo volgendo per la vasta luce,
    Muto restò, di giovinetto a modo,
    Che raggiante di vita alfin ritrova
    La sognata beltà dei suoi vent'anni.
    Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero
    Al fier proposto e a la ragion diè loco,
    L'incredul'occhio ai firmamenti spinse,
    —E, dove sei, sclamò, tu che presumi
    Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna!
    L'uman genio ti sfidai—
                            Il pugno strinse
    Superbamente, eresse il fronte, e stette
    Il fulmine aspettando, o la risposta.
    Tacito intanto dal soggetto mare
    S'apre l'indifferente occhio del sole
    Su le cose create, e si ridesta
    Giù per le valli intorno e la pianura
    Il lieto suon de le fatiche umane.
    —Sorgi, la terra è tua, proruppe allora
    L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda
    Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni
    Preda al mondo tu fosti; e dal terreno
    Pugno di fango, onde t'han detto uscito,
    Non ti redense ancor la tua cotanta
    Vita de l'alma audace e la sventura
    Tua perpetua compagna. E che ti valse
    Al par di te, trar da la creta i Numi,
    Se al cospetto dei freddi simulacri
    Dechinasti il ginocchio, e la superba
    Libertà del pensier serva fu fatta
    Di codarde paure? Or sorgi ed osa:
    Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi
    Son fuor de la Natura, e non ha vita
    Tutto che il vol de la ragion trascende.
    A che tra larve ìnesorate e vane
    Cercare un che t'aggioghi e ti spauri,
    Se muta al cenno tuo trema e si prostra
    La possente Natura? Ama e combatti!
    L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra,
    Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!—
      Tacque, e a l'ardito favellar commosse
    Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi
    La titanica rupe. Era nel monte
    Negra, profonda, solitaria, intatta
    Da umane orme e dagli astri una spelonca
    Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno
    Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi
    Fianchi, qual di commosse ali e di strida,
    Cupamente rintrona. Irati al verno
    Vi piomban da l'opposta erta i torrenti
    Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti
    Mugulando spumeggiano; ma quando

    Giungono al vallo de l'orrenda uscita,
    Perde l'onda il nativo impeto, e pigra,
    Torba, pollente s'impaluda, e manda
    Pestiferi mïasmi a chi la spira.
    Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi
    L'umanato Demonio, e con feroce
    Piglio di scherno a contemplar si stava
    L'orrido sito e il ciel. Da le profonde
    Viscere allor del cieco antro una voce
    Querula, lunga, dolorosa emerse
    Come suon di sospir. Porse l'orecchio,
    E s'appressò l'Eroe, quanto il permise
    L'angusto varco e la stagnante gora,
    Ed ascoltò:
               —Di che perigli in cerca,
    Misero! vai? Che stolta opra e che vano
    Talento è il tuo di proseguir l'impresa,
    Ch'io già per tempo incominciai, spregiando
    La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi
    Son fatto accorto, e di Prometeo il nome
    Mal mi dieron le genti! E che non feci,
    Che non diss'io per questa al pianto nata
    Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda
    Giacea nel lezzo de l'error, sì come
    Belva cibando la caonia ghianda,
    E altra legge nel mondo, altro governo
    Non sapea che l'istinto: ad altri ignota
    E a sè stessa giacea, scherno e vergogna
    De le cose create, e le create
    Cose, ignara di tutto, iva mescendo
    Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi
    Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo
    Io sol più che a me stesso? E non cotanto
    Mi punse il cor la fulminata fronte
    Dei fratelli Titani, e non di sdegno
    Arsi così per l'usurpate sedi
    Del fuggiasco Saturno e pe' negletti
    Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira
    Destommi in cor la tribolata sorte
    Degli umani infelici. Ardito e solo
    Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce
    Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno
    Sprecava i doni al vegetale e al bruto,
    E a l'uom, misero tanto, altro conforto
    Non largía che il morir. Tutto ebbe allora
    L'uomo infelice il mio favor: sol io
    Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti
    Arti e d'opre gentili e di gagliardi
    Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono
    Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi
    Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne
    Premio da ciò? Non che n'aver mercede,
    L'invida rabbia arsi di Giove, e degno
    Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda
    Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi,
    Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci
    Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno
    E favola del mondo. E nè querela
    Movo di ciò; chè il querelar non giova
    A chi esente è di morte; e inesorata
    L'ira è dei Numi, e inesorato al pari
    L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto
    Colser giammai di mie fatiche tante,
    Del mio tanto soffrir le sconsolate
    Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena
    Da la tenebra antica, a l'infinita
    Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco
    Poco a lor parve ogni più grande acquisto;
    Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda
    Diedersi tutte, e del saver la sete
    Arse in loro così l'alma e la vita,
    Che a precoce vecchiezza e ad immatura
    Morte fûr sacre e a maledir condutte
    L'alto mio dono e il sagrificio mio!—
    —Figlio di Temi, a lui rispose irato
    L'inclito Pellegrino, e che perigli
    Fantasticando vai? Nè vil fanciullo,
    Credi, io mi son, che si rivolta in fuga
    A la prima minaccia, o nauta imbelle,
    Che trema al più leggier spirto di vento,
    E si chiude nel porto. In questa eterna
    Rupe confitto, in verità, tu ignori
    Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei
    Carco di mal, di falsi mali agli altri
    Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia
    Questi vani compianti, e oltre misura
    Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno
    Tolto il senno davver le tue sciagure.
    Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda
    Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno,
    La compirò. Non già il saver, t'accerta,
    Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto,
    Ma la nemica a ogni saver, la cieca
    Credulità. Di false ombre e d'inganni
    Essa vive nel mondo, e si fa gioco
    De l'umana ragion; ma quest'azzurro
    Cielo e quest'aure e questi monti io giuro,
    Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra
    La ragion sederà; largo e securo
    Spiegherà il vol su' mal temuti errori
    Il redento intelletto; e allor che tutto
    Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca,
    Questo ignaro di sè dio de la terra
    Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero
    A cercar non andrà larve e paure!—
      Disse, e partía; ma lo rattenne un detto
    Del pazïente Prometèo:
                          —S'hai grande
    E pari, ei disse, agli alti accenti il core,
    Deh! non partir così, quando m'hai dèsto
    Tale un desío, che a lo sperar somiglia.
    Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore
    Del mio soffrir fu la speranza, il tempo,
    Che co' fulmini suoi Giove sedea
    Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo
    Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni
    E col disprezzo mio la sua paura
    E la sua crudeltà, però che immite
    Più chi regna divien quanto più trema,
    E dei fiacchi è virtù l'esser crudele.
    Solo di tutti io l'avvenir vedea
    Securamente, e de la sua caduta
    Presapeva il destin. Godi dei tuoi
    Vani, äerei rimbombi, io gli dicea,
    O spensierato usurpator del cielo;
    Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo
    Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro
    Come fil non ritorto, e me da questi
    Ceppi redimerà; nè ti varranno,
    Credi, i fulmini allor, chè assai più salda
    Sarà del fulmin tuo la sua possanza.
    Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo
    Dei vaticinii miei sperdeano i venti!
    Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno
    Tiranno altro successe, e meco avvinto
    Restò in preda agli affanni ogni uom mortale.
    Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto
    E dopo assai di mali esperimento
    L'alta speranza mia; nè agevol cosa
    È il ridestarla, ed utile per certo
    Non mi saría, quando più tetro e fiero
    Sembra il dolor cui la speranza illuse.
    Pur, se grave non t'è l'esser pietoso
    A chi tanto per l'uom male sostenne,
    Al mio partito interrogar rispondi:
    Uom mortale sei tu? Qual t'assecura
    O responso, o destino, onde presumi
    Condurre a fin tant'onorata impresa?
    Non t'illude il voler, che dei più saggi
    Tal tiranno si fa, che par destino?
    Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi,
    Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue?
    E se fondi in altrui le tue speranze,
    Tanta han virtude ed armonia le genti,
    Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio,
    Al trïonfo del ver movan secure?
    Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto
    L'immortal vita inutilmente, e assai
    Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.—
    —Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose,
    La discreta domanda. Uom saggio, in vero,
    Io non terrò chi lusingato e spinto
    Da una rosea speranza ad ardua impresa,
    Pria non libra sè stesso, e con sottile,
    Freddo giudicio non prevede, e scerne
    I possibili eventi; anzi dà mano
    Subita a l'opra, e ciecamente ai casi
    Gitta sè stesso e de l'impresa il fine.
    Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte
    Ti dirò le mie cose e l'esser mio,
    Quando a colui che tanti uomini e tempi
    Vide, e al fato durò con alma invitta,
    Grato è ridir ciò che di gloria è degno.—
      Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia
    Pensieroso si assise. Alto a l'intorno
    Spazïava il silenzio, e in larghi giri
    Un'aquila le azzurre aure fendea.

CANTO SECONDO.

ARGOMENTO.

Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.

    Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai
    Ceppo mortal, così l'Eroe riprese,
    Ma da natura, immortal germe, io nacqui
    Una a le cose, e da la luce ho il nome.
    Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto
    Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso,
    Torna più grato, e pregio doppio ha il vero.
    Però di studïose ombre e d'enimmi
    Non cingerò il mio dir, chè nè maestro
    Di misteri son io, nè a disdegnosa
    Anima, che a sdegnosa alma favelli,
    Dubbio o coverto il ragionar si addice.
    Nuovi non già, ma da la turba illusa
    Negletti veri io parlerò. Due sono
    Le virtù, che le cose hanno in governo:
    La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna
    Genitrice visibile è di tutto,
    La pesante materia ordina e muta
    Per suo proprio valor; l'altro la informa
    Di spirital possanza, e la solleva
    Ad ardui voli e a magisteri egregi.
    Ferrea, immota in sue leggi, una procede
    Lenta così, che par che giaccia: inalza
    Su le rovine, onde si allieta, il trono,
    E da l'arida morte una perenne
    Fonte di vita e di beltà deriva;
    Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende
    Tutte cose universe, in varia guisa,
    Con poter vario e con legge diversa
    Ogni via tenta, ogni regione esplora
    Mobilissimo sempre, e tutto aborre
    De la tarda materia il peso e il freno;
    E quando avvien, che di misteri e d'ombre
    L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto,
    La ragion de le cose occulta e serba,
    Ei libero discorre, e si ribella
    Ad imposte paure; apre e dischiava
    Terre, cieli ed abissi; argini atterra,
    Crea, muta, strugge, e a le domate forme
    Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime.
    Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita
    Abbian comune e necessaria, avversi
    Son per intimo ingegno; onde tu vedi,
    Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella
    Soccomber mostra; eppur son ambo invitti,
    Sono eterni ambidue, però che morte
    Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose
    Da cotanto agitare ordine e vita.
      Sparsi per gli antri, e fieramente soli
    Vivean gli uomini primi, e nulla amica
    Possa lor sorridea, tranne il Pensiero.
    Ispide pelli eran lor vesti, e rudi
    Selci lor armi e sol conquisto il foco.
    Da l'alte culle del fecondo Irano,
    Procedendo, spandeansi a mala pena
    Sui giapetici piani, e gl'inclementi
    Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve,
    A nuove lotte s'accingean. Muggía
    Dai britannici fiumi alto l'immane
    Caval de l'acque, a cui, pari a vorago,
    S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro
    L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli;
    Devastando correan l'irte spelèe,
    D'umane carni esploratrici, e fuori
    Dai frondosi dirupi a l'onde in riva
    Calavasi il deforme orso e il velloso
    Primigenio mammuto: oscura e pigra
    Mole di membra, a cui nemico è il sole;
    E tu, sovrano troglodita, astretto
    Dal fecondo bisogno, a miglior prova
    Sempre volgendo il multiforme ingegno,
    Armi e industrie trovasti; onde più lieve
    Ti fu il domar co'l lavorato renne
    Le nemiche falangi. Apron le nubi
    L'inesauste sorgenti, e senza freno
    Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono;
    Entro al diluvïal baratro immenso
    Spariscono le specie, in quel che, armato
    Di novella virtù, l'uom passa i mari
    Su la prima piròga, e, di recisi
    Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi,
    Fermo vi elegge e men selvaggio asilo.
    Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise
    Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno
    D'un che l'alma struggea dentro a l'amore,
    Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso,
    Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre
    Forme e il pensier nel duro selce espresse.
    Però, quand'ei con lungo studio al rito
    Del caro amor la sua fanciulla indusse,
    Docil vide obbedire ai suoi talenti
    Il tenace basalto; a l'agil fianco
    Brunite armi precinse, e il flessüoso
    Collo di lei, che gli gemea su'l petto,
    Incoronò d'inteste ambre e di baci.
      Or deggio dir, che, di regnar mal paga
    Sovra i campi natii, la curïosa
    Mente de l'uom s'insinüò nei cupi
    Visceri de la terra, e ai fiammeggianti
    Gnomi, che custodían l'ampie miniere,
    Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste
    Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe?
    Io benedico a voi, fiumi e torrenti,
    Che giù dai fianchi dei materni Uràli
    L'auree sabbie lucenti al pian recaste;
    Ma più a la paziente opra, che il lieve
    Stagno confuse e il risonante rame,
    Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro
    Abbracciamento mineral divelti,
    S'arresero i metalli a l'uom tenace.
    O pensiero immortal de l'uom che muore,
    Te da prima io conobbi, e quinci unito
    S'intrecciò a' fati umani il mio destino.
    Bruco, che il corpo infermo, a mala pena,
    Per intima virtù svolge dal primo
    Involucro, e, a la dolce aere credendo,
    Crisalide novella, il picciol volo,
    Co' fior de' campi il suo color confonde,
    Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica
    Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco,
    E cammina, cammina, e a nullo iddio
    Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine.
    Ultimo forse e più perfetto anello
    De la catena universale, ei tutto
    Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana
    Mutabil cosa e de la terra è il vero.
    Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase
    Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte
    Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno!
    Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso,
    Fluttuar de' creati esseri il mesto
    Figlio de l'uom, che riprodotta e viva
    Non pur vedea nei circostanti oggetti
    Tanta lite incompresa e tanto affanno,
    Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta
    L'esistenza sua poca iva ammirando
    Un perpetuo agitar d'odio e d'amore.
    Di fantastici mostri e di chimere
    Popolò quinci il mar, l'aria, la terra,
    Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra
    Vide e un mistero, o una maggior possanza,
    Là piegò la cervice e pose un Dio.
    Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo
    E tiranno de l'uom, da cui soltanto
    Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari.
    Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto
    Spazïar l'insegnato etere, or chiuso
    Tra' fulmini precipitar su l'ale
    Dei rotanti uragani, or sovra al dorso
    Dei cavalli del mar correre i flutti
    E sfrenar l'onde a battagliar coi venti;
    O ver come immortal fremito immenso
    Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo
    Degli avari terreni, e al vigilato
    Solco apparir fra le compiute ariste.
    Però quel che Dio fu, quale ancor vive,
    E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto
    Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino,
    O prospero, o maligno, arbitro è solo.
      Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero
    Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse
    E le cose universe, il fronte oppose
    Con indomito orgoglio, e una selvaggia
    Voce di libertà gittògli incontro,
    Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta
    Prepossanza di Dio tenne equilibre
    Con perenne agitar? Fu la feconda
    Lite, che il mar de l'essere commove
    Con assiduo flagello, e dai cozzanti
    Corpi la luce e l'armonia deriva.
    Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto
    Padre di servitù, per fiero istinto,
    Rubellossi da prima; essa al feroce
    Andropòfago Iddio scosse la reggia
    Vigilata dai fulmini; e dal fiero
    Cozzo con lui tanta favilla emerse,
    Che, mutata dagli anni in fiamma viva,
    Tutto divorerà dei numi il regno.
    O d'ogni libertà fonte primeva,
    Madre d'inclite pugne, io ti saluto!
    Tu co'l moto la vita, e co'l solenne
    Fra le cose de l'alma egregio attrito
    Luce dèsti e saper negli intelletti
    E co'l saper la libertà, sublime
    Pianta, che sol dov'è coltura alligna.
    Te da la terra solitaria i saggi
    Primamente avvisâr; te, spiratrice
    Di terrigeni mostri a Dio rubelli,
    Raffiguraro e coltivâr le genti,
    E or fosti Isi nomata, or Bahavàni,
    Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco,
    Or discordia infinita, e, se paura
    Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli,
    O fur da sacerdoti empî travolte,
    Nome avesti d'errore e di menzogna
    Tu, che ad onor del vero e de la luce
    I misteri del cielo agiti e sperdi.
    Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali
    Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi.
    Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli
    Troni d'Olimpo, il nèttare libando
    D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna,
    Fra le dapi fumanti e le vezzose
    Fanciulle che tesseangli inni e carole,
    Cura de l'uom gli penetrava il petto.
    Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti
    Dal comando di lei, che Lite ha nome,
    Quanti mai da la terra erano usciti
    Terribili Titani, a cui la forza
    Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire;
    E avventando ciascun li suoi cinquanta
    Capi feroci e le altrettante braccia
    Contro ai regni di Giove, orribilmente
    Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo.
    Arse d'ira il tiranno, e forza a forza
    Oppose, e vinse. Da le attinte altezze
    Precipitâr gl'intrepidi gagliardi
    Un dopo l'altro fulminati, e monti
    Ed isole parean, che in un selvaggio
    Moto la terra, o il mar vorace inghiotte.
    Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo
    Di cotanta caduta, o sopra a tutti
    Sventurato Titano? Eran pur folli
    D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga
    Maggior virtù, dove più grande e saldo
    Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto
    A pugnar contro a tutti e a vincer basti.
    Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza
    Di giganti trïonfa, o adamantina
    Spada conquide, e solo a la modesta
    Continua punta del pensier soggiace.
    Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse
    Furor d'atre procelle, a poco a poco,
    Morsa dal flutto che le geme intorno,
    Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi,
    E il flutto assiduo del pensier li rode.
    Così Giove fu vinto, e in simil guisa
    Vinto sarà chi gli successe. Or odi
    Quel ch'io feci e farò. Da una malnata
    Bordaglia rea, che da natura in dono
    Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede,
    Ièova ne venne, un implacato iddio,
    A cui fulmine è il guardo e tuon la voce.
    Solitario e funesto egli incombea
    Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto
    Dei tremanti mortali, e gran sepolcro
    Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo,
    Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi.
    Io nel cielo era ancor, bello di tutti
    Radïamenti. Era sorriso e luce,
    Fragranze ed armonie del ciel la vita,
    E, cullati in un mar d'ozii e di fiori,
    Si tenean tutti e si dicean beati.
    Sol'io, spirito inquieto, indifferente
    A quell'aprile, a quel banchetto eterno,
    Sentía dentro a l'altera anima un vôto
    Misterïoso, un mar senza confine,
    Come una solitudine infinita
    D'intorno a me, dentro di me: se avessi
    Conosciuto l'amor, forse in cor mio
    Ravvisato l'avrei sin da quel giorno.
    Poco mi parve il ciel, misera vita
    L'eternità. Di strane opre, di voli,
    Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie
    Tal m'invase un desío, che sfere ed astri
    Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia
    D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra
    Del mio stesso pensiere, o una diversa
    Immagine con me nata, e divisa
    Fatalmente da me. Dove mai, dove,
    Sospiroso io dicea, trovar ti posso,
    O disïata e necessaria parte
    De l'esser mio? Per entro a l'immortale
    Anima mia tutto il mortal sentiva.
    Infelice mi tenni. A Dio nel fronte
    Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:
    Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi
    Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,
    Io replicai, l'eterno vero; io voglio
    Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela!
    Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,
    Nè pugnai già: sentía ch'era più grande
    De lo sdegno di Dio la mia caduta.
    Quale allor degli antichi astri mi accolse?
    Nessun fuor che la terra, e de la terra
    Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta
    Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.
    Bollía sotto ai miei passi un fragoroso
    Mar di liquide fiamme; in gran tenzone
    Mugghiando si rompeano onde contr'onde;
    Ma più cocenti assai dentro al mio petto
    Combattendo bollían dubbî e speranze;
    Salde e ferree correan sovra il mio capo
    Di granito le vòlte, e assai più saldo
    Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,
    Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
    Una voce incompresa: ama e cammina!
    Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce
    De la terra cercai; chi avria potuto
    Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea
    Fulminato, non vinto. È là, un occulto
    Pensier diceami, è là sovra la terra
    Il tuo destin, là di tue prove il campo,
    Là fra tanto agitar d'odî è l'amore,
    Là fra tanto morir la vita alberga!
    Mi trasformai la prima volta: ignoto
    Corsi la terra, e al caro sole in vista
    L'uom, la natura e l'esser mio compresi.
    L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono
    A piè dei suoi creati idoli il vidi
    Vaneggiar paventoso, e legar tutta
    L'anima ardita a un inconcusso altare
    M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante
    A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo
    De la terra sorgea l'egregia pianta
    D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico
    Del veggente saper, che i tenebrosi
    Spirti rischiara, le ruggía d'intorno
    Con feroce divieto; onde alcun mai
    Coglier non osi ed assaggiarne il frutto.
    Fu allor che con sottile arte la mente
    Degli uomini tentai: simile a Dio
    Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto;
    E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa
    Brama, un'ardente, inestinguibil sete
    Di saver, d'indagar l'ombre, che folte
    Gli addensava d'intorno il Dio nemico,
    Morse gli uomini tutti; e qual più viva
    Sentì in cor la mia voce e il poter mio,
    E per vie non segnate oltre si spinse
    Al confin de la pavida ignoranza,
    E interrogò con l'intelletto audace
    Le piante e gli animai, la terra e gli astri,
    Quei di mago ebbe nome e di ribelle.
    Piombò quinci su'l capo ai maledetti
    Figli di Cam la collera di Dio,
    E assai d'essi perîr, non la pugnace
    Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse,
    Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo.
    D'orgogliose speranze io mi pascea
    Secretamente, ed oltre un mar d'affanni
    Prevedea su la terra il mio trïonfo;
    Ma fulminato dal geloso Iddio
    Nuovamente io piombai nei tenebrosi
    Baratri de la terra, ove il superbo
    Sdegno del petto e il mio dolor nascosi.
    Ivi scendea talor qualche gagliardo
    Intelletto di sofo o di poeta,
    A cui fu colpa il propagar le nuove
    Apocalissi del pensier mortale.
    Rïardea la speranza entro al mio petto
    Co'l suo venir, però che per ciascuna
    Stella, che al fronte di Sofia s'accende,
    De la Fede su'l crin spegnesi un sole.
      Così durai gran tempo, e non già pago
    De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque
    Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
    Una voce incompresa: ama e cammina!
    Ritornai su la terra. Un mansüeto,
    Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio,
    Predicava l'amor. Debole e solo
    Egli parea, ma tutta era con esso
    L'umanità. Stetti pensoso e muto
    Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi
    Egli pugnò; vinse morendo: cadde
    Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo
    E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno
    Che tutte dopo a lui volgersi al cielo,
    Per cercarlo, vid'io l'anime umane,
    E su la terra derelitta e mesta,
    Come in carcere vil, gemer la vita;
    No, vittoria non è, gridai da l'imo
    Petto, e furente mi scagliai per quanta
    Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia;
    No, vittoria non è questa, che il tempo,
    L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide;
    Amor questo non è, ch'entro a una fatua
    Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo
    Cheto soppone a qual che sia flagello!
    Braccio e pensier, moto e conflitto è amore;
    Campo d'opre comuni e di travagli,
    Non èremo la terra; uom, che nel pianto
    Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta,
    Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo!
    Tremâr le infeminite anime al grido
    Del mio potere; e Dio, fatto più forte
    De l'umano terror, me per la mano
    Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
    E percosso e ferito indi nei cupi
    Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne
    Securamente vincitor. Dai ceppi,
    Dagli abissi io balzai, giovine eterno,
    E mutando me stesso in mille guise
    Ebbi regno nel mondo. Una venale
    Turba di sacerdoti a cui nel nome
    Abusato del Cristo, agevol cosa
    Era il far degli altari empio mercato,
    Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno
    Degli uomini imputò; strani sembianti
    Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso
    D'ogni umana salute e d'ogni amore
    Il mio nome suonò; ma in faccia a questo
    Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro:
    Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto
    Su l'umane coscienze s'assidea
    L'infallibile Domma: un paventoso
    Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo,
    Che il mortale Pensier di ferri avvinto
    Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba.
    Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni;
    L'ignoranza dei popoli il suo scudo,
    Ed armi sue l'anátema e la scure.
    Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga
    Cosa per lui la sitibonda brama
    D'ogni saper; frutto vietato il vero,
    Colpa il voler, la libertà delitto,
    E allora, oh! allor, superbamente il dico,
    Menzogna, error, colpa e delitto io fui!—

CANTO TERZO.

ARGOMENTO.

Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.—La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.—Leone X e Lutero.—Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico.—Tirannide monarchica e republicana: la libertà sta nel centro.—Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.—Il canto della guigliottina.—Fecondità delle rovine.—Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.—Finita così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.

    Sopra la terra imperversava intanto
    Un uragan di popoli. Sul vecchio
    Tronco latin spirò l'aura del norte,
    E il rinverdì; fra le disfatte genti
    S'insinuò un gagliardo alito, un fremito
    Di selvatica possa. A quella forma
    Che al ritorno d'april, sotto al fecondo
    Bacio del Sol, freme la terra, e il cieco
    Germe, che in grembo custodì dal fiero
    Morso de' ghiacci, a l'aurea luce esprime;
    Tal serpea de l'uman genere in petto
    Una nuova virtù, che a la secreta
    Aura del mio pensiere apríasi il varco.
    Ed Ario sorse, e tutte avea d'intorno
    Le germaniche stirpi.—Oh! splenda un lume
    Di verità su queste genti; un riso
    Di libertà su le coscenze umane;
    Sia concesso il pensier!—Questo ai pastori
    Del buon Cristo ei chiedea, là, su la soglia
    Del Niceno consesso, ove a congiura
    Tratti il cenno li avea d'un parricida.
    Siccome folla di mendici, a cui
    Cadan rotte le vesti e manchi il pane,
    Tali sul freddo limitar premeansi
    Mute, ansïose del giudizio, ai fianchi
    D'Ario le genti. Alzâr le braccia i sacri
    Del Cristo alunni, e su la fronte ardita
    Del Cirenèo fulminâr tutta a un'ora
    L'umanità. Sfida fu questa, a cui
    Ostinata e mortal guerra successe.
    Quinci la Fede della plebe: un'orba
    Maga, che l'ignoranti anime impera,
    E d'error vive ed a le stragi istíga;
    Quindi colei, che luminosa incede
    Fra tutti affanni, e di Scïenza ha nome:
    Di severi intelletti arbitra e diva,
    Sperimentando, essa li guida in loco
    Dove scevro di nubi il Ver fiammeggia;
    Gli eterni de le cose atomi indaga,
    L'essenze esplora, e a la cagion lontana
    La varia prole degli effetti annoda.
    Chi potría tutti annoverar di questa
    Universa battaglia i campi e l'armi,
    Gli eroi, gli studî, i vincitori, i vinti?
    Sol taluno dirò. Di precursori
    Italia è madre, e tre corone ha in fronte:
    Regnò co'l brando e con le leggi in pria;
    Poi, vinta i polsi e strazïata il petto,
    Co'l pensiero regnò. Gemean le menti
    Sotto al flagel d'una loquace, astuta
    Sfinge bifronte, che, di Cristo a un tempo
    E d'un Saggio, che patria ebbe Stagira,
    Usurpando il poter doppio e gli aspetti,
    Mutava con sottile arte in oscura
    Fede il saper, la cattedra in altare.
    Povera fra le genti iva e digiuna
    D'ogni culto Sofía, nè pria fu lieta
    Di fermo ospizio e d'onorate offerte,
    Che s'avvenne in Telesio. Il venerando
    Vecchio sedea pensosamente a l'ombra
    De le selve native; e, pari al raggio
    Novo del Sol, che tra le fronde e i rami
    Scendea sereno a ricercargli il fronte,
    Un arduo gli splendea dentro al pensiero
    Giovanissimo spirto. A l'aura, al guardo
    Riconobbe la santa esule, e incontro,
    Sorridendo e tremando e con aperte
    Braccia le córse. Una parola ardita
    Quinci udiron le serve itale menti;
    Impallidì l'orrida Sfinge; il duro
    Giogo fu scosso; e da quell'aureo giorno
    La casetta del sofo ara divenne.
      Qual da le dilicate ántere aperte
    Manda l'amante fiore al fior lontano
    Il pòlline fecondo, e messaggero
    Del casto bacio è il zeffiro d'aprile:
    Tale il novo pensier, creduto a un novo
    Magistero di cifre, inclite imprese
    Maturò fra le ardenti anime; e il vanto
    Fu tuo per vero, o egregia arte, per cui
    Da metallici tipi impresso, e in mille
    Guise prodotto, agil discorre e vola
    Il mortale pensier, visibil fatto.
    Possa tu sei, che ogni confine, opposto
    Fra gente e gente, indomita conquidi;
    Fulmine sei, che la funesta e scura
    Tirannia de l'error sfolgori e sperdi;
    Luce sei tu, per che dovunque e in tutte
    L'alme il sorriso d'ogni ver si svela,
    Tu, nel commercio de l'idee, le sparse
    Genti accomuni; in facile amistanza
    Leghi i vivi agli estinti, e in guisa annodi
    L'uno a l'altro pensier, l'ieri al domani,
    Che la specie de l'uom, devota a morte,
    Un sol gigante ed immortal diviene.
      Ma qual de l'onda avvien, che d'uno in altro
    Vase versata, altra figura assume,
    Così, da la contesa alpe ad estranei
    Climi varcando il pensier novo, in nova
    Forma e in campo diverso e con altr'armi
    Contro a un cieco poter sorse, e proruppe.
      Trafficata, qual vil merce, passava
    Da un giogo a l'altro la saturnia terra;
    E i suoi figli rideano. Un rubicondo
    Pastore e re, che di Leone il nome,
    Ma l'alma avea d'un animal di Circe,
    Banchettava su l'are, e il ciel vendea.
    Venne un giorno d'oltralpe un battagliero
    Frate sul Tebro. Gli bollía nel petto
    Il sassonico sangue, e calda al pari
    Del suo sangue la fede.—Oh! ch'io nel vivo
    Fonte, dicea, de l'evangel di Cristo
    Quest'anima disseti!—Io, ch'era presso,
    Per man lo presi, e lo condussi in loco
    Ove il sir de l'umane alme gioíva
    Fra una ciurma di servi, a cui sul crine
    Sedea per celia un ramoscel d'alloro,
    Una burla su'l labbro, e sol ne l'epa
    La libertà. Del buon Leone intorno
    Tripudïando oscenamente ignude
    Ivan muse e madonne; ed ei, nuotante
    Come in un mar di placida quïete,
    Sonnecchiava e ridea, mentre, seduta
    Sui suoi ginocchi, con la man lasciva
    Stazzonando il venía lubricamente
    Del Bibbiena una putta, ed esso il Cristo,
    In abito or di scalco, or di poeta,
    Compartía, strambottando in buon latino,
    Cibi a le pance e a l'anime indulgenze.
    Su la spalla battei de lo stupíto
    Solitario, e gli dissi: Ecco il vangelo!
    Arse in cor d'ira e di vergogna in volto
    Il generoso, e a le natíe contrade
    Disdegnando volò. Folti a' suo' fianchi
    Si stringeano i fedeli al suo ritorno,
    Dimandando di lui, che il ciel dispensa;
    Ed ei tuonò:—Colui, che il ciel dispensa,
    L'are insozza, il ciel vende, e Dio svergogna!—
    Disse, e dal petto fremebondo il sacro
    Abito svelse, e si lanciò nel mondo
    Come guerrier contro a nemico armato.
      Ululâr contro a lui, contro al pensiero,
    Contro a la vita, contro al ciel, gl'ingordi
    Lupi di Trento; sibilâr gli obliqui
    Rettili del Loiola, e dentro ai petti
    S'insinüando, avvinghiâr l'alme; un freddo
    Lento velen vi sparsero, sperando
    Che sepolta nel sonno, o nel terrore,
    L'umana volontà tutta si spenga.
    Fu un sepolcro la terra. Un'ara e un trono
    Soli sovr'esso; e tutto occhi e sospetti
    Sovra entrambi il Loiola: Iddio discese
    Umilmente dal cielo; e, perchè alcuna
    De le pecore sue non si smarrisse,
    Al comando di lui prese il coltello,
    E con celestïal garbo l'immerse
    Ne la gola di mille. Un mar di sangue
    Coprì la terra; il divo manigoldo
    Tornò al ciel, carezzò l'insanguinata
    Barba, e pago dal suo trono sorrise
    Come al settimo giorno. Io nel fumante
    Sangue mi astersi, e fulminai la voce.
    Pugnâr vivi ed estinti, e nuova intorno
    Pullulò da la strage onda di vita.
      Gemina possa, è libertà: risveglia
    Le menti in pria, poi discatena i polsi.
    Uom, che servo ha il pensier, la destra ha inerme;
    Spada non ha chi i suoi diritti ignora.
    Ricca d'affanni e d'ogni mal contesta
    Egli è certo la vita; e pur qual turpe
    Cosa è nel mondo, che al servir s'agguagli?
    E qual di tutte è servitù più infesta
    Che servir, non volente, al ferreo cenno
    D'assoluto signor? Popol che geme
    Fra' ceppi, e sente del suo mal vergogna,
    Per metà è schiavo, e qual gode e s'oblía
    Schiavo è due volte, e d'ogni ingiuria è degno.
    Dinanzi a re, che il suo piacer fa legge,
    E a nessun mai de l'opre sue risponde,
    Leggi non son, nè cittadini: ai sommi
    Gradi i pessimi esalta; il buon deprime;
    L'altrui sostanze impunemente invade;
    Grandi e piccoli offende; il sangue sparge;
    L'onor calpesta: è tutto insomma ei solo.
    Nè giustizia miglior, nè più felice
    Stato è, per me, dove la plebe impera.
    Idra ingorda è la plebe, e per ciascuna
    Testa ha due bocche: a divorar la prima,
    A morder l'altra e a maledir dischiusa.
    Vile in servire, in comandar superba,
    Cieca in ambo gli stati, iniqua sempre.
    Miglior però d'ogni governo io tengo
    Quel che al centro risiede, e da ogni estremo
    Con eguale poter si tien diviso.
    Quinci l'empia Licenza, a cui gradito
    Cibo è la strage cittadina, e quindi
    La Tirannide astuta; ed esso in mezzo
    Sta, come ròcca, e per vegliante cura
    Campa a un'ora dal male e al ben provvede.
    Da l'estrano temuto, e riverito
    Al par da' suoi, de la sua gente i dritti
    Custodisce e difende, e, pur lasciando
    A l'oprare d'ognun libero il campo,
    Argine solo il dritto altrui gli oppone.
    Così liberi tutti e tutti a un tempo
    Servi sono a la Legge; e per diversa
    Via, con varia fortuna e vario ingegno
    Egual fine ha ciascuno: il ben di tutti.
    Questo però, qual ch'abbia forma e nome,
    Libero stato io sovra gli altri estimo.
      Nè pensar già che il buon desío m'accechi,
    Se dir m'udrai, che a tanto inclito obietto
    Ogni gente del mondo ormai si appressi.
    Al novo grido del pensier ribelle
    Tremâr con l'are i troni, e giù dai troni
    Precipitâr scettri purpurei e teste
    Coronate di re. Surse su'l nudo
    Scoglio Albïone, e su'l riverso giogo,
    Il suo tiranno a giudicar, piantosse.
    E giudicò. Splendea nitida e bella,
    Qual s'addice ad un re, sovra il tuo collo,
    O Stüardo, la scure; e fredda, muta
    Come il pensìer del rigido Cronvello,
    Cadde, e libò con voluttà plebea
    Il regio sangue di tue regie vene.
    Rotolò ne la polve il tuo parlante
    Capo, e le voci balbettate a pena
    Da le labbra morenti entrâr nel petto
    D'ogni re de la terra, a cui mutato
    Sembrò il regno in abisso, in palco il trono.
      Surse anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante
    L'americana Libertà, che troppo
    Sentì al collo pesar l'anglico giogo;
    E tu primo ne udisti il grido orrendo,
    Redentor Vasintóno, a cui la spada
    Sfolgoratrice d'assoluti imperi
    Essa prima affidò. Scornata e vinta
    L'altera Anglia soggiacque; e non le valse
    Fulminar Franchi orgogli e antenne Ibere,
    Nè gli oceani domar, nè invitta e ferma
    Durar su la contesa arce di Calpe,
    Quando te non domò, te di nemici
    Vincitore non pur, ma di te stesso.
    Libertà allor sul grande istmo si assise
    Vittorïosa, e ne le immense braccia
    Ad un patto d'amor le genti accolse.
    Sedea fra tanto una cortese e imbelle
    Sovra il trono di Francia ombra di re.
    Quinci un cortèo di pallide e lascive
    Fantasme, e inciprïate ombre e superbi
    Scheletri incappellati e rugginose
    Armi vuote, che si tenean diritte,
    Come fosser guerrieri; e quindi un vasto
    Tumultüoso brulicar di vivi.
    Il Re dicea: Stiam fermi, io son lo Stato!
    Ed il popolo: Avanti, eguali tutti!
    Diceva il Re: Pieghiam la fronte a Cristo;
    E la plebe: Nè re, nè dio vogliamo:
    Cristo è il passato, e l'avvenir siam noi!
    E il magnifico Re, non per paura,
    Ma perchè ardea d'amor pe' suoi soggetti,
    Titubò, tentennò, si rassettò
    Co'l mignolo sottil certi indiscreti
    Ricci, che gli sfuggían da la parrucca,
    E gridando: sto fermo, un gradin scese.
    Fe' un sogghigno la plebe, e disse: È poco.
    Ed il Re scese ancora. Ancor non basta!
    Gridò la plebe; e il Re: M'abbasso troppo;
    Allor pari sarem!—Meglio per tutti;
    Se non ami con noi viver nel fango
    Un palco t'alzerem d'oro e di gemme;
    Vieni, scendi e vedrai!—Scese; e la plebe
    Urlò un plauso di gioia, e, sì com'era
    Nana, minuta, sbrindellata e scarna,
    Diessi a ballonzolar bizzarramente
    Tutta in giro al buon re.
                             —Balliam, balliamo:

      La nostra gioia, il viver nostro è un'ora:
    L'uccel venne a la rete, il pesce a l'amo.
    Da l'una a l'altr'aurora,
    Balliam, balliam, balliamo.

      Balla con noi, buon re: noi non siam prenci,
    Non vestiamo, gli è ver, porpora ed ostro,
    Ma fatto è il manto tuo coi nostri cenci,
    E tinto te l'abbiam co'l sangue nostro.

      Balla con noi, buon re: vigile ognora
    Tu pensavi al tuo popolo diletto:
    E il popol tuo vegliava e veglia ancora
    Per comporti a sue spese un cataletto.

      Balla con noi, buon re; balliam, balliamo;
    Facciam cambio di doni, oggi ch'è festa:
    Noi la vita e l'onor dato t'abbiamo,
    E tu, buono qual sei, dànne la testa!—

      Era questo il baccar di quel tremendo
    Popolo di pigmei. L'un l'altro, a un segno,
    S'aggruppâro, si unîr, si fuser tutti
    Come liquido bronzo, e una trifronte
    Furia formâr così gagliarda e fiera,
    Che immoto stette a contemplarla il mondo.
    Ella si scosse, e dietro a lei sparirono
    I secoli; diè un grido, e tremâr quanti
    Popoli e re. Tutto sia nuovo, disse,
    E fulminò: tempi, memorie, cose,
    Troni ed altari, uomini e dii. La terra
    Corse in tre passi; e a le rovine in cima,
    Fra un oceano di sangue eretto un trono,
    Lieta, guardando a l'avvenir, si assise.
    Come allor, che dai campi aridi e brulli
    Piomba co'l verno una tempesta, orrendo
    Romba il tuon, fischia il vento, a larghe falde
    Piove olimpo; i torrenti alzansi in fiumi,
    I fiumi in mar; crollan capanne e case,
    E ti par tutto, ove che il guardo giri,
    Un sepolcro di torbe acque la terra;
    Tal passò quell'Erìne; e, a quella forma
    Che, a le fiamme del Sol, bevendo i campi
    L'abbondevole umor, pullula intorno
    Fuor del morbido limo ogni diversa
    Vegetal vita, e variopinto e bello
    D'erbe intesto e di fior spiega il suo manto;
    Così da le rovine alte e dal sangue
    Germinâr cose e idee, ch'arbori or fatte,
    Dan riparo a le genti e frutti al mondo.
      Questi, ch'io noto con parlar fugace,
    Inclito Prometèo, son, tra' maggiori
    Fatti, per cui l'uman genere avanza,
    I maggiori e più illustri; e d'essi al raggio
    La speme del mio cor s'accende e cresce.
    Me più volte cacciò nei tenebrosi
    Baratri il Dio, che al suo fatale è presso,
    Ma invitto sempre ad altre prove io sorsi,
    E a l'estrema mi accingo, or che cotanto
    Spazia nel Ver de l'uman genio il volo.
    Però ti piaccia udir, come appuntando
    L'uomo industre e tenace il vario ingegno
    Or d'Iside nel grembo, or di sè stesso,
    Utili veri a la sua vita invenne.
    Qual dirò prima o poi? Correa su' ciechi
    Flutti il nocchiero, e nulla al dubbio corso
    Guida costante gli reggea la prora,
    Fuor che l'Orsa malfida e il vario sole.
    Mal securo ei fuggía gli alti, e la riva
    Con vigile tenendo occhio, il nemico
    Nembo tremava, che rapìagli il cielo.
    Ma poi che la virtù primo conobbe
    Del commisto magnete, il qual, sospinto
    Da un istinto d'amor, volgesi al polo,
    Un sottil, ben temprato ago ne trasse;
    Mobilmente il librò sovra a un diritto
    Fil d'intrepido ottone; entro una cava
    Ciotola il custodì tutta di puro
    Rame, e, co'l guardo al ben costrutto ordigno,
    Diede a l'agile prua certo il governo.
    Così per mari inesplorati, in traccia
    D'un pensier, che parea sogno e deliro,
    T'affidavi, o Colombo; e intenta e certa,
    Più de la punta del sottil congegno,
    Ch'oltre ai nembi scorgea l'artiche nevi,
    Lungi, lungi, oltre ai mari, oltre al confine,
    Dove il cielo si univa al mar crudele,
    Tutto un mondo vedea la tua pupilla.
      Esplorata così questa rotante
    Sfera, che intorno al Sol l'anno misura
    Più vasto al genio umano aere s'apría.
    Crescean genti e città; crescean con elle,
    Madri d'opere eccelse e d'aurea prole,
    Le varie stirpi de' bisogni industri,
    E d'un vol più veloce e più securo
    Ogni gente, ogni cor l'uopo sentiva.
      Qual parría del vapor più debil cosa?
    Atro figlio de l'acqua e del selvaggio
    Foco, di tutto genitor, si leva
    Turbinando per l'aria, e l'aria offende
    Di fosco, umido vel, sin che del tutto
    Si discioglie e si sperde. Eppur, se in cupo
    Spazio tu ardisci imprigionarlo, e al cielo,
    Ch'ei desía, non gli assenti adito alcuno,
    Cozzar tosto l'udrai contro ai pareti
    In terribile guisa, e sì con fiero
    Talento e con tal vivo urto li assale,
    Che, fosse anche d'acciar la sua prigione,
    Indomito la spezza; i perigliosi
    Frantumi in alto, in cento versi avventa,
    E con tuono improvviso all'aria esplode.
    Di tal fiero poter con mente audace
    L'uman genio si valse; accortamente
    Il compose, il costrinse in ben attati
    Cilindri, che dischiuso abbiano un varco;
    Diè modo e verso al repentino istinto,
    Che a dilatarsi e cercar l'aria il porta,
    E di guisa il domò, che or dentro a immoti
    Dedaleï congegni urge, ed immani
    Suste ad un cenno e ferrei magli elèva,
    Ruote stridule aggira, e, a tutto intorno
    Propagando con vario ordine il moto,
    Porge all'uom mille braccia, a l'arti il volo;
    Or, d'un agile pino occulto in grembo,
    Via lo spinge su' flutti, al nembo, a' venti,
    Senza remi, nè vela; ond'esso, in forma
    D'agile carro, sui voraci abissi
    Rapidissimo scorre, e lidi e genti
    In utili amistanze obliga e aduna.
    Nè il mar vince soltanto; anche la terra
    Con nuovo magistero a lui soggiace.
    Varcar vedi per lui, quanto è distesa
    Da l'igneo Sâra al gelido Trïone,
    Tal fulmineo congegno, che animato
    Mostro il diresti: un ferreo ed infernale
    Pègaso dai fiammanti occhi, che orrendo
    Fuma, fischia, ansa, sbuffa, alita, e crassi
    Fiati or da l'alto or giù dal ventre avventa;
    Ed ecco, or per campagne umili e valli
    Correr mugghiante e serpeggiar lo miri,
    O lungo i fianchi d'un aëreo monte
    Divincolando trascinar l'immane
    Corpo; or sui fiumi sorvolar, traendo
    Fuor dai pensili ponti alto fragore;
    O la riva del mar tremulo al giorno
    Radere, o dentro a tetri anditi a un tratto
    Cacciarsi, e poi, lontan che il vedi appena,
    Sbucar, lieto fischiando, a l'aure amiche.
      Di tante meraviglie a l'uom stromento
    È il domato vapore. Or quelle ascolta,
    Ch'opra il vigor del fulminante elettro.
    O che chiuso ei si assieda, o che trascorra,
    Tutto egli abita e muove: il ciel sublime
    Turba e schiara a sua posta, or con sovrana
    Possa adunando, or dispergendo i nembi;
    La terra investe, agita i petti, e i germi
    Scalda e svolge ne l'una, e dentro agli altri
    L'estro del ricco immaginar produce.
    Le piante, gli animai, l'ambre, i cristalli,
    L'irto pel, l'aurea seta, il fil sottile,
    Tutto, qual serpeggiante anima, invade,
    Per ogni cosa si conduce, e, come
    Odio avesse ed amor, le simiglianti
    Cose respinge, e le diverse attira;
    Altre muta, altre scambia, altre dissolve.
    Di questa forza onnipossente, occulta
    Entro al sen de le cose e di sè stesso,
    L'uom si avvisò meravigliando; e poi
    Che al vulgare stupor, che inerte ammira,
    L'acuto esame operator successe,
    L'ignea virtù, la doppia indole, i fatti
    Ne investigò, ne misurò; gli azzurri
    Dardi, per via di ben composti ingegni,
    Costringendo, ne accrebbe, e di tal guisa
    Al suo nume obbligò l'etereo foco,
    Che il fulmine del ciel, già paventosa
    Arma di Dio, terror de l'uomo e morte,
    De l'umano pensier schiavo s'è fatto.
    Affascinato da la tenue punta
    D'un magnetico stil, che su dai colmi
    Aërei tetti a vertice s'inalza,
    Giù da le nubi rovinar tu il mira
    Con fragore innocente, e sotto al cenno
    Del tranquillo mortal cercar gli abissi.
    Qui di doppio metal sorger tu vedi
    Piccioletta colonna, a cui di pila
    Dà nome il mondo. Di frequenti, alterne
    Piastrelle, altre d'argento, altre di zinco,
    Fra cui, molle di salsa onda, si spiega
    L'indocile a l'elettro olida lana,
    Con modesto artificio essa è costrutta.
    Dentro ai vari elementi, in questa forma
    Sovrapposti e congiunti, in un momento
    Per innata virtù svolgesi e guizza
    L'elettrica corrente; ai poli avversi
    S'urta inqueta, s'aduna, e quindi e quinci
    Svanirebbe per l'aria inutilmente,
    Se ai due lati non fosse un magistero
    Di metallici stami, in cui bentosto
    La fulgurea scintilla entra, e propagasi
    Precipite, e, fidata al tenue filo
    Che ronzante a l'immenso aere si stende,
    E i lidi estremi ed ogni gente unisce,
    Fende il ciel, passa i campi, il mar penètra
    Qual dèmone; e non pur segni e parole,
    Fidi messaggi del pensier, produce,
    Ma, stupendo a veder, le desïate
    Di chi lungi è da noi care sembianze
    Fedelmente ritratte a noi presenta.
      Ma a che produrre il favellar? Che detto
    Sarà che il vol de l'uman genio adegue?
    Dirò, com'ei, con piccioletto ordigno
    Le alate ore del dì segna e divide?
    E l'elastica e grave aria, che preme
    Su le suddite cose, e il caldo e il gielo
    Con ingegno sottil pesi e misuri?
    O come, armato la pupilla inferma
    Di veggenti cristalli, al ciel li appunta
    Con alto ardir, gli astri gelosi esplora,
    E, penetrando un oceán di fiamme,
    Strappa ai templi del Sol gli ardui misteri?
    La terra, il mar, l'aria sonante, il cielo,
    Tutto ha l'orma di lui, tutto gli cede
    Riverente il governo. Un sol, sol uno
    Maligno error nei regni suoi si ostina,
    E quell'uno cadrà. Più forte io sento
    Favellarmi l'amor; già di mortali
    Forme il fantasma del cor mio si veste;
    Ecco, il sento; ecco, il vedo. Oh! se a cotanto
    Volo, per tanta via, per tanti affanni
    L'uomo mortal contro a l'error si eresse,
    Credi, non pur possibile e secura,
    Ma vicina, imminente, agevol cosa
    È la morte del Nume e il mio trïonfo!—
    Disse, e giù per la china aspra e romita
    Concitato avvïossi. Alto un saluto
    Suonò l'antro profondo, e a lui d'intorno
    Strana e gagliarda un'armonia si desta:
      Ei viene, egli s'avanza;
    Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
    Non firmamenti, o báratri,
    Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
      Sorgete a lui d'intorno,
    O sepolti ne l'ira; e voi, che fate
    Traffico di terreni odî, dal vostro
    Usurpato soggiorno
    Levatevi! Tremate
    Da la cortina dei venduti altari,
    Voi, che potenti di menzogne, il foco
    Del dissidio apprendete; e al reo costume
    De le plebi insensate
    Esca porgete, ed affilate acciari.
    Raggio non ha di lume
    La mente vostra, e non ha tetto o loco
    Per voi la terra, abbenchè vasta. O fieri
    Mastri d'insidie, o neri
    Viventi covi di serpenti, o mostri
    D'error pasciuti e d'uman sangue ingordi,
    Ministri d'ira, apostoli d'errore,
    A terra alfin; costui che viene è Amore!
      Ei viene, egli s'avanza;
    Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
    Non firmamenti, o báratri,
    Ma le tende de l'uom son la sua stanza!
      O derelitti e miseri
    Figli devoti a povertà, reietti
    Da splendidi banchetti,
    Servi cenciosi a la spezzata gleba,
    Che fertile e ridente,
    Il molle ozio nutrìca
    Di fastosa Ignoranza;
    A voi dura e nemica
    Madrigna, invidiosa
    Pur d'un vil tozzo bruno
    Che pugna duramente
    Con l'affilato dente
    Pria che sfami il plebeo fianco digiuno;
    Schiavi, in piè, tutti in piè; quanti pur siete
    Da le arene di Libia a la restía
    Cuba, asilo di schiavi, e qual pur sia
    Sotto al flagello de l'assiduo sole,
    Crudo signore anch'esso,
    Il color vostro e il crin. Schiavi, in piè tutti!
    Parla cotal parola
    Costui che vien, per cui,
    De l'opre e degli affanni
    Santificati a la feconda scola,
    L'alma e la destra amica
    Di provvida fatica,
    Porger potranno tutti
    De la finor vietata arbore ai frutti!

      Ei viene, egli si avanza;
    Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi!
    Non firmamenti, o báratri
    Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
      Voi, che in abietto e vile
    Ozio distesi, il turpe viver molle
    Annoverate dal fuggir de l'ore,
    Schiavi imbelli del core
    Vostro e d'altrui, larve patrizie, all'opra!
    Tal giudice v'è sopra,
    Che a nulla mai quanto a l'oprar perdona.
    Nè del ceruleo sangue
    Vi gioverà l'inclita stilla, o il caro
    Peso di scrigno avaro,
    Solo a capricci di lussuria aperto;
    Nè, meno ignobil merto,
    Le illustri opre dei padri: egro ed imbelle
    Nipote da gagliardi avi discende,
    Qual da la salma d'un illustre antico
    Discende il vil lombrìco.
    Industre ed ingegnosa
    Gente, ai travagli del pensiero avvezza
    Come ad opra di man, combatte ed osa
    Assidua ed animosa,
    Ed a mezzo il cammin mai non assonna.
    Da le vulgari ed ime
    Sedi s'inalza a mal contesa altezza,
    E, rampogna sublime
    Cui l'ozio ingombra e l'ignoranza opprime,
    Sa ciò che vale, e di sè stessa è donna!
      Tal suonava d'intorno al Pellegrino
    Meravigliosa un'armonia, fra tanto
    Che, incoronato di superba luce,
    Sul superbo suo capo il Sol splendea.