The Project Gutenberg eBook of Lucifero
Title: Lucifero
Author: Mario Rapisardi
Release date: September 16, 2007 [eBook #22641]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe, http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe, http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
LUCIFERO
POEMA
DI
MARIO RAPISARDI.
MILANO,
LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA.
Corso Vittorio Emanuele, 26.
1877.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Coi tipi di G. Bernardoni.
I
ARGOMENTO.
Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.
Dio tacea da gran tempo. Ai consueti
Balli moveano in ciel gli astri, e con dura
Infallibile norma albe ed occasi
Il monotono Sol dava a la terra.
Reddían le nevi a biancheggiar le spalle
Del tremante dicembre; april venia
Col suo manto di fiori; arida e stanca
Movea la bionda està giù da' falciati
Campi a cercar le vive onde marine;
E, coronato il crin d'edra e di poma,
Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello
Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve
Nei colmi fianchi dei capaci tini.
Tutto seguía così l'alte, immutate
Leggi de la Natura, e nullo in terra
Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva
Strano silenzio del mai visto Iddio.
Abbandonati e solitarî intanto
Giacean per le infrequenti aule divine
I marmorei Celesti; e per le fredde
Vòlte il sacerdotal canto e la prece
Qual vano si perdea grido, che inalza
Da la rupe solinga il cacciatore,
Se mira dileguar giù ne la valle
Tra 'l sonante canneto il salvo augello.
Da fiero gel, da sacro orror comprese
Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri
Zelatori de l'are; e quando ai vani
Scrigni balzar vedeste arido e magro
L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi
Tornar dal mondo, qual gregge digiuno,
Le scornate Indulgenze, orridamente
Su le madide tempie alto rizzârsi,
Come ad istrice, i crini, ed agitato
Tre volte e quattro tentennò il tricorno
Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo
Cupo s'alzò dai congiurati petti:
—La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi
Gl'increduli mortali!—
Alcun non arse
A la prece crudel fulmine in terra;
E i mortali rideano.
Udì quel riso
Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno
Il silenzio e la morte; oscure e fredde
Strisciavan su la sua fronte immortale
Strane larve di sfingi e di chimere,
Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta
Morte la luce e l'armonia sentiva.
—Qui in eterno starò? Favola indegna
Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo
Per istinto d'amor spregiai la vita?
No, si torni a la terra! Un nuovo io sento
Spirto d'amor, che mi discorre il petto:
Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova
Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono
Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io
Amerò, soffrirò; correrò il breve
Travaglioso cammin d'un uom mortale,
E, redento da l'opre e da l'amore,
Recherò a l'uom salute e morte a Dio.—
Così l'Eroe parlava, e i circostanti
Baratri tenebrosi si agitavano,
Come per improvviso urto di vento
Il sen cupo del mar. L'ali di gufo,
Il piè forcuto e la bovina fronte
Mutò d'un tratto il favoloso iddio;
E dai lombi gagliardi e da le spalle
Le fuliggini tèrse e la stillante
Cispa dagli occhi affumigati ed orbi,
Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto
La superba beltà d'un dio mortale.
Tramutato così, dal piceo trono
Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro.
Ed esclamò:—L'infernal regno è sciolto;
Il mio regno è la terra!—
Ecco il subietto
Del canto mio. Classico o no, ne affido
L'occulto senso a voi, vergin consesso
D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove
La diva Arte in governo e i mal concessi
Talami de le Muse; e se agl'incerti
Occhi vostri si niega il delicato
De le Grazie sorriso e la suave
De le sacre fanciulle ispiratrici
Candida voluttà, dolce vi sia
Star su la soglia a noverar gli ardenti
Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno
Suon di celesti melodie le chiuse.
Odorate cortine, ed immortale
Vita in terra gli eletti: in simil guisa
Sta su la porta dei gelosi arèmi
La fida turba dei scemati servi,
Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore
De le belle Circasse. Alto e solenne
Officio è il vostro, e non indarno io chiamo
Il vostro nume auspice a me: voi soli
Le riposte misure e voi sapete
Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero
De l'occulte bellezze, e qual più giova
Tener modo e governo in sul tentato
Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa
Toccar si dee la tuba o la chitarra,
E metter l'ali al dorso e dar di sproni
Al Pegaso spumante, o nel tenace
Fren moderarne a tempo i perigliosi
Impeti giovanili, ed a che segno
E con che industria è depredar concesso
Del Meonio le carte, o del Tebano.
Pèra colui, che al necessario giogo
Prova sottrar la temeraria nuca,
E va a ruzzar licenzïoso, come
Selvatico puledro, per li campi
De la sfrenata fantasia! L'immensa
Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto
Perda il pazzo sudor, per cui tenea
Seder primo in Parnasso. Armati ed irti
D'alfabetiche cifre, unitamente
Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo
Tutti dal sapïente arco scoccate
I rettorici strali; onde il meschino,
Travagliato da l'onta e dal rimorso,
Egro ed insano a riparar s'affretti
Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno
Sia di spregio che d'ira, alta, pesante
Sul suo capo ostinato onda si aggrevi
Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute
Gli sfileran dinanzi ad una ad una
Le sdegnose gazzette; indifferenti
Si chiuderan su la sua faccia smorta
D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco
D'urlar strambotti contro al secol ladro,
Povero e solo abbraccerà la morte,
Non fia che le supreme ore gli allegri
L'aureo rabesco d'un qual sia diploma.
Saldo così su cardini d'acciaro
Il tron vostro si gira, e vita e nome
Dal cieco umano folleggiar traete.
Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe
D'ardimentoso corridor, ritrova
Cibo e sollazzo il piceo scarabèo;
E, quando fra le storte ànche ghermisce
Il picciol globo del dorato fimo,
L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo
A emular de l'audace aquila il volo.
S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra
Sorrideva l'aprile; entro al suo petto
Sorrideva l'amor. Sopra la cima
Del Caucaso famoso, onde s'appella
La giapetica stirpe, egli fu visto
Venir come in un sogno, e star d'incontro
A l'aurora nascente. Un invisibile
Spirto, qual di canora aura, fremea
Per le fibre del mondo, e più lucenti
Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori:
Gli dan nome d'amor l'anime accese
Dei parlanti mortali; ed ei su tutte
Anime impera, e solo e senza legge
Il mar penetra e i monti e la selvaggia
Cute degli olmi e il petto aspro del tigre,
Chè spirto è desso, e qual raggio di sole
Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto
Con secreta armonia mesce e ritempra.
Era per l'aria un fluttüar d'ardenti
Atomi mobilissimi di luce,
Una confusa, fluvïal fragranza
Di sconosciuti balsami, e suave
Musica di parole e di concenti
Misterïosi. Un'irrequieta e nuova
Delizïosa voluttà di sensi
Vaganti per immenso ètera, come
Rondini in cerca di lontani lidi,
Una dolcezza non provata mai
Di lagrime e di sogni, al primo arrivo,
Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito.
Sguardo volgendo per la vasta luce,
Muto restò, di giovinetto a modo,
Che raggiante di vita alfin ritrova
La sognata beltà dei suoi vent'anni.
Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero
Al fier proposto e a la ragion diè loco,
L'incredul'occhio ai firmamenti spinse,
—E, dove sei, sclamò, tu che presumi
Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna!
L'uman genio ti sfidai—
Il pugno strinse
Superbamente, eresse il fronte, e stette
Il fulmine aspettando, o la risposta.
Tacito intanto dal soggetto mare
S'apre l'indifferente occhio del sole
Su le cose create, e si ridesta
Giù per le valli intorno e la pianura
Il lieto suon de le fatiche umane.
—Sorgi, la terra è tua, proruppe allora
L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda
Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni
Preda al mondo tu fosti; e dal terreno
Pugno di fango, onde t'han detto uscito,
Non ti redense ancor la tua cotanta
Vita de l'alma audace e la sventura
Tua perpetua compagna. E che ti valse
Al par di te, trar da la creta i Numi,
Se al cospetto dei freddi simulacri
Dechinasti il ginocchio, e la superba
Libertà del pensier serva fu fatta
Di codarde paure? Or sorgi ed osa:
Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi
Son fuor de la Natura, e non ha vita
Tutto che il vol de la ragion trascende.
A che tra larve ìnesorate e vane
Cercare un che t'aggioghi e ti spauri,
Se muta al cenno tuo trema e si prostra
La possente Natura? Ama e combatti!
L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra,
Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!—
Tacque, e a l'ardito favellar commosse
Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi
La titanica rupe. Era nel monte
Negra, profonda, solitaria, intatta
Da umane orme e dagli astri una spelonca
Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno
Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi
Fianchi, qual di commosse ali e di strida,
Cupamente rintrona. Irati al verno
Vi piomban da l'opposta erta i torrenti
Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti
Mugulando spumeggiano; ma quando
Giungono al vallo de l'orrenda uscita,
Perde l'onda il nativo impeto, e pigra,
Torba, pollente s'impaluda, e manda
Pestiferi mïasmi a chi la spira.
Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi
L'umanato Demonio, e con feroce
Piglio di scherno a contemplar si stava
L'orrido sito e il ciel. Da le profonde
Viscere allor del cieco antro una voce
Querula, lunga, dolorosa emerse
Come suon di sospir. Porse l'orecchio,
E s'appressò l'Eroe, quanto il permise
L'angusto varco e la stagnante gora,
Ed ascoltò:
—Di che perigli in cerca,
Misero! vai? Che stolta opra e che vano
Talento è il tuo di proseguir l'impresa,
Ch'io già per tempo incominciai, spregiando
La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi
Son fatto accorto, e di Prometeo il nome
Mal mi dieron le genti! E che non feci,
Che non diss'io per questa al pianto nata
Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda
Giacea nel lezzo de l'error, sì come
Belva cibando la caonia ghianda,
E altra legge nel mondo, altro governo
Non sapea che l'istinto: ad altri ignota
E a sè stessa giacea, scherno e vergogna
De le cose create, e le create
Cose, ignara di tutto, iva mescendo
Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi
Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo
Io sol più che a me stesso? E non cotanto
Mi punse il cor la fulminata fronte
Dei fratelli Titani, e non di sdegno
Arsi così per l'usurpate sedi
Del fuggiasco Saturno e pe' negletti
Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira
Destommi in cor la tribolata sorte
Degli umani infelici. Ardito e solo
Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce
Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno
Sprecava i doni al vegetale e al bruto,
E a l'uom, misero tanto, altro conforto
Non largía che il morir. Tutto ebbe allora
L'uomo infelice il mio favor: sol io
Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti
Arti e d'opre gentili e di gagliardi
Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono
Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi
Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne
Premio da ciò? Non che n'aver mercede,
L'invida rabbia arsi di Giove, e degno
Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda
Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi,
Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci
Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno
E favola del mondo. E nè querela
Movo di ciò; chè il querelar non giova
A chi esente è di morte; e inesorata
L'ira è dei Numi, e inesorato al pari
L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto
Colser giammai di mie fatiche tante,
Del mio tanto soffrir le sconsolate
Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena
Da la tenebra antica, a l'infinita
Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco
Poco a lor parve ogni più grande acquisto;
Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda
Diedersi tutte, e del saver la sete
Arse in loro così l'alma e la vita,
Che a precoce vecchiezza e ad immatura
Morte fûr sacre e a maledir condutte
L'alto mio dono e il sagrificio mio!—
—Figlio di Temi, a lui rispose irato
L'inclito Pellegrino, e che perigli
Fantasticando vai? Nè vil fanciullo,
Credi, io mi son, che si rivolta in fuga
A la prima minaccia, o nauta imbelle,
Che trema al più leggier spirto di vento,
E si chiude nel porto. In questa eterna
Rupe confitto, in verità, tu ignori
Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei
Carco di mal, di falsi mali agli altri
Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia
Questi vani compianti, e oltre misura
Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno
Tolto il senno davver le tue sciagure.
Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda
Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno,
La compirò. Non già il saver, t'accerta,
Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto,
Ma la nemica a ogni saver, la cieca
Credulità. Di false ombre e d'inganni
Essa vive nel mondo, e si fa gioco
De l'umana ragion; ma quest'azzurro
Cielo e quest'aure e questi monti io giuro,
Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra
La ragion sederà; largo e securo
Spiegherà il vol su' mal temuti errori
Il redento intelletto; e allor che tutto
Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca,
Questo ignaro di sè dio de la terra
Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero
A cercar non andrà larve e paure!—
Disse, e partía; ma lo rattenne un detto
Del pazïente Prometèo:
—S'hai grande
E pari, ei disse, agli alti accenti il core,
Deh! non partir così, quando m'hai dèsto
Tale un desío, che a lo sperar somiglia.
Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore
Del mio soffrir fu la speranza, il tempo,
Che co' fulmini suoi Giove sedea
Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo
Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni
E col disprezzo mio la sua paura
E la sua crudeltà, però che immite
Più chi regna divien quanto più trema,
E dei fiacchi è virtù l'esser crudele.
Solo di tutti io l'avvenir vedea
Securamente, e de la sua caduta
Presapeva il destin. Godi dei tuoi
Vani, äerei rimbombi, io gli dicea,
O spensierato usurpator del cielo;
Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo
Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro
Come fil non ritorto, e me da questi
Ceppi redimerà; nè ti varranno,
Credi, i fulmini allor, chè assai più salda
Sarà del fulmin tuo la sua possanza.
Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo
Dei vaticinii miei sperdeano i venti!
Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno
Tiranno altro successe, e meco avvinto
Restò in preda agli affanni ogni uom mortale.
Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto
E dopo assai di mali esperimento
L'alta speranza mia; nè agevol cosa
È il ridestarla, ed utile per certo
Non mi saría, quando più tetro e fiero
Sembra il dolor cui la speranza illuse.
Pur, se grave non t'è l'esser pietoso
A chi tanto per l'uom male sostenne,
Al mio partito interrogar rispondi:
Uom mortale sei tu? Qual t'assecura
O responso, o destino, onde presumi
Condurre a fin tant'onorata impresa?
Non t'illude il voler, che dei più saggi
Tal tiranno si fa, che par destino?
Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi,
Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue?
E se fondi in altrui le tue speranze,
Tanta han virtude ed armonia le genti,
Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio,
Al trïonfo del ver movan secure?
Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto
L'immortal vita inutilmente, e assai
Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.—
—Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose,
La discreta domanda. Uom saggio, in vero,
Io non terrò chi lusingato e spinto
Da una rosea speranza ad ardua impresa,
Pria non libra sè stesso, e con sottile,
Freddo giudicio non prevede, e scerne
I possibili eventi; anzi dà mano
Subita a l'opra, e ciecamente ai casi
Gitta sè stesso e de l'impresa il fine.
Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte
Ti dirò le mie cose e l'esser mio,
Quando a colui che tanti uomini e tempi
Vide, e al fato durò con alma invitta,
Grato è ridir ciò che di gloria è degno.—
Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia
Pensieroso si assise. Alto a l'intorno
Spazïava il silenzio, e in larghi giri
Un'aquila le azzurre aure fendea.
CANTO SECONDO.
ARGOMENTO.
Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.
Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai
Ceppo mortal, così l'Eroe riprese,
Ma da natura, immortal germe, io nacqui
Una a le cose, e da la luce ho il nome.
Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto
Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso,
Torna più grato, e pregio doppio ha il vero.
Però di studïose ombre e d'enimmi
Non cingerò il mio dir, chè nè maestro
Di misteri son io, nè a disdegnosa
Anima, che a sdegnosa alma favelli,
Dubbio o coverto il ragionar si addice.
Nuovi non già, ma da la turba illusa
Negletti veri io parlerò. Due sono
Le virtù, che le cose hanno in governo:
La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna
Genitrice visibile è di tutto,
La pesante materia ordina e muta
Per suo proprio valor; l'altro la informa
Di spirital possanza, e la solleva
Ad ardui voli e a magisteri egregi.
Ferrea, immota in sue leggi, una procede
Lenta così, che par che giaccia: inalza
Su le rovine, onde si allieta, il trono,
E da l'arida morte una perenne
Fonte di vita e di beltà deriva;
Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende
Tutte cose universe, in varia guisa,
Con poter vario e con legge diversa
Ogni via tenta, ogni regione esplora
Mobilissimo sempre, e tutto aborre
De la tarda materia il peso e il freno;
E quando avvien, che di misteri e d'ombre
L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto,
La ragion de le cose occulta e serba,
Ei libero discorre, e si ribella
Ad imposte paure; apre e dischiava
Terre, cieli ed abissi; argini atterra,
Crea, muta, strugge, e a le domate forme
Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime.
Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita
Abbian comune e necessaria, avversi
Son per intimo ingegno; onde tu vedi,
Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella
Soccomber mostra; eppur son ambo invitti,
Sono eterni ambidue, però che morte
Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose
Da cotanto agitare ordine e vita.
Sparsi per gli antri, e fieramente soli
Vivean gli uomini primi, e nulla amica
Possa lor sorridea, tranne il Pensiero.
Ispide pelli eran lor vesti, e rudi
Selci lor armi e sol conquisto il foco.
Da l'alte culle del fecondo Irano,
Procedendo, spandeansi a mala pena
Sui giapetici piani, e gl'inclementi
Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve,
A nuove lotte s'accingean. Muggía
Dai britannici fiumi alto l'immane
Caval de l'acque, a cui, pari a vorago,
S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro
L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli;
Devastando correan l'irte spelèe,
D'umane carni esploratrici, e fuori
Dai frondosi dirupi a l'onde in riva
Calavasi il deforme orso e il velloso
Primigenio mammuto: oscura e pigra
Mole di membra, a cui nemico è il sole;
E tu, sovrano troglodita, astretto
Dal fecondo bisogno, a miglior prova
Sempre volgendo il multiforme ingegno,
Armi e industrie trovasti; onde più lieve
Ti fu il domar co'l lavorato renne
Le nemiche falangi. Apron le nubi
L'inesauste sorgenti, e senza freno
Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono;
Entro al diluvïal baratro immenso
Spariscono le specie, in quel che, armato
Di novella virtù, l'uom passa i mari
Su la prima piròga, e, di recisi
Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi,
Fermo vi elegge e men selvaggio asilo.
Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise
Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno
D'un che l'alma struggea dentro a l'amore,
Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso,
Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre
Forme e il pensier nel duro selce espresse.
Però, quand'ei con lungo studio al rito
Del caro amor la sua fanciulla indusse,
Docil vide obbedire ai suoi talenti
Il tenace basalto; a l'agil fianco
Brunite armi precinse, e il flessüoso
Collo di lei, che gli gemea su'l petto,
Incoronò d'inteste ambre e di baci.
Or deggio dir, che, di regnar mal paga
Sovra i campi natii, la curïosa
Mente de l'uom s'insinüò nei cupi
Visceri de la terra, e ai fiammeggianti
Gnomi, che custodían l'ampie miniere,
Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste
Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe?
Io benedico a voi, fiumi e torrenti,
Che giù dai fianchi dei materni Uràli
L'auree sabbie lucenti al pian recaste;
Ma più a la paziente opra, che il lieve
Stagno confuse e il risonante rame,
Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro
Abbracciamento mineral divelti,
S'arresero i metalli a l'uom tenace.
O pensiero immortal de l'uom che muore,
Te da prima io conobbi, e quinci unito
S'intrecciò a' fati umani il mio destino.
Bruco, che il corpo infermo, a mala pena,
Per intima virtù svolge dal primo
Involucro, e, a la dolce aere credendo,
Crisalide novella, il picciol volo,
Co' fior de' campi il suo color confonde,
Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica
Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco,
E cammina, cammina, e a nullo iddio
Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine.
Ultimo forse e più perfetto anello
De la catena universale, ei tutto
Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana
Mutabil cosa e de la terra è il vero.
Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase
Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte
Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno!
Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso,
Fluttuar de' creati esseri il mesto
Figlio de l'uom, che riprodotta e viva
Non pur vedea nei circostanti oggetti
Tanta lite incompresa e tanto affanno,
Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta
L'esistenza sua poca iva ammirando
Un perpetuo agitar d'odio e d'amore.
Di fantastici mostri e di chimere
Popolò quinci il mar, l'aria, la terra,
Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra
Vide e un mistero, o una maggior possanza,
Là piegò la cervice e pose un Dio.
Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo
E tiranno de l'uom, da cui soltanto
Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari.
Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto
Spazïar l'insegnato etere, or chiuso
Tra' fulmini precipitar su l'ale
Dei rotanti uragani, or sovra al dorso
Dei cavalli del mar correre i flutti
E sfrenar l'onde a battagliar coi venti;
O ver come immortal fremito immenso
Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo
Degli avari terreni, e al vigilato
Solco apparir fra le compiute ariste.
Però quel che Dio fu, quale ancor vive,
E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto
Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino,
O prospero, o maligno, arbitro è solo.
Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero
Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse
E le cose universe, il fronte oppose
Con indomito orgoglio, e una selvaggia
Voce di libertà gittògli incontro,
Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta
Prepossanza di Dio tenne equilibre
Con perenne agitar? Fu la feconda
Lite, che il mar de l'essere commove
Con assiduo flagello, e dai cozzanti
Corpi la luce e l'armonia deriva.
Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto
Padre di servitù, per fiero istinto,
Rubellossi da prima; essa al feroce
Andropòfago Iddio scosse la reggia
Vigilata dai fulmini; e dal fiero
Cozzo con lui tanta favilla emerse,
Che, mutata dagli anni in fiamma viva,
Tutto divorerà dei numi il regno.
O d'ogni libertà fonte primeva,
Madre d'inclite pugne, io ti saluto!
Tu co'l moto la vita, e co'l solenne
Fra le cose de l'alma egregio attrito
Luce dèsti e saper negli intelletti
E co'l saper la libertà, sublime
Pianta, che sol dov'è coltura alligna.
Te da la terra solitaria i saggi
Primamente avvisâr; te, spiratrice
Di terrigeni mostri a Dio rubelli,
Raffiguraro e coltivâr le genti,
E or fosti Isi nomata, or Bahavàni,
Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco,
Or discordia infinita, e, se paura
Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli,
O fur da sacerdoti empî travolte,
Nome avesti d'errore e di menzogna
Tu, che ad onor del vero e de la luce
I misteri del cielo agiti e sperdi.
Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali
Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi.
Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli
Troni d'Olimpo, il nèttare libando
D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna,
Fra le dapi fumanti e le vezzose
Fanciulle che tesseangli inni e carole,
Cura de l'uom gli penetrava il petto.
Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti
Dal comando di lei, che Lite ha nome,
Quanti mai da la terra erano usciti
Terribili Titani, a cui la forza
Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire;
E avventando ciascun li suoi cinquanta
Capi feroci e le altrettante braccia
Contro ai regni di Giove, orribilmente
Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo.
Arse d'ira il tiranno, e forza a forza
Oppose, e vinse. Da le attinte altezze
Precipitâr gl'intrepidi gagliardi
Un dopo l'altro fulminati, e monti
Ed isole parean, che in un selvaggio
Moto la terra, o il mar vorace inghiotte.
Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo
Di cotanta caduta, o sopra a tutti
Sventurato Titano? Eran pur folli
D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga
Maggior virtù, dove più grande e saldo
Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto
A pugnar contro a tutti e a vincer basti.
Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza
Di giganti trïonfa, o adamantina
Spada conquide, e solo a la modesta
Continua punta del pensier soggiace.
Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse
Furor d'atre procelle, a poco a poco,
Morsa dal flutto che le geme intorno,
Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi,
E il flutto assiduo del pensier li rode.
Così Giove fu vinto, e in simil guisa
Vinto sarà chi gli successe. Or odi
Quel ch'io feci e farò. Da una malnata
Bordaglia rea, che da natura in dono
Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede,
Ièova ne venne, un implacato iddio,
A cui fulmine è il guardo e tuon la voce.
Solitario e funesto egli incombea
Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto
Dei tremanti mortali, e gran sepolcro
Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo,
Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi.
Io nel cielo era ancor, bello di tutti
Radïamenti. Era sorriso e luce,
Fragranze ed armonie del ciel la vita,
E, cullati in un mar d'ozii e di fiori,
Si tenean tutti e si dicean beati.
Sol'io, spirito inquieto, indifferente
A quell'aprile, a quel banchetto eterno,
Sentía dentro a l'altera anima un vôto
Misterïoso, un mar senza confine,
Come una solitudine infinita
D'intorno a me, dentro di me: se avessi
Conosciuto l'amor, forse in cor mio
Ravvisato l'avrei sin da quel giorno.
Poco mi parve il ciel, misera vita
L'eternità. Di strane opre, di voli,
Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie
Tal m'invase un desío, che sfere ed astri
Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia
D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra
Del mio stesso pensiere, o una diversa
Immagine con me nata, e divisa
Fatalmente da me. Dove mai, dove,
Sospiroso io dicea, trovar ti posso,
O disïata e necessaria parte
De l'esser mio? Per entro a l'immortale
Anima mia tutto il mortal sentiva.
Infelice mi tenni. A Dio nel fronte
Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:
Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi
Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,
Io replicai, l'eterno vero; io voglio
Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela!
Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,
Nè pugnai già: sentía ch'era più grande
De lo sdegno di Dio la mia caduta.
Quale allor degli antichi astri mi accolse?
Nessun fuor che la terra, e de la terra
Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta
Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.
Bollía sotto ai miei passi un fragoroso
Mar di liquide fiamme; in gran tenzone
Mugghiando si rompeano onde contr'onde;
Ma più cocenti assai dentro al mio petto
Combattendo bollían dubbî e speranze;
Salde e ferree correan sovra il mio capo
Di granito le vòlte, e assai più saldo
Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,
Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
Una voce incompresa: ama e cammina!
Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce
De la terra cercai; chi avria potuto
Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea
Fulminato, non vinto. È là, un occulto
Pensier diceami, è là sovra la terra
Il tuo destin, là di tue prove il campo,
Là fra tanto agitar d'odî è l'amore,
Là fra tanto morir la vita alberga!
Mi trasformai la prima volta: ignoto
Corsi la terra, e al caro sole in vista
L'uom, la natura e l'esser mio compresi.
L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono
A piè dei suoi creati idoli il vidi
Vaneggiar paventoso, e legar tutta
L'anima ardita a un inconcusso altare
M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante
A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo
De la terra sorgea l'egregia pianta
D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico
Del veggente saper, che i tenebrosi
Spirti rischiara, le ruggía d'intorno
Con feroce divieto; onde alcun mai
Coglier non osi ed assaggiarne il frutto.
Fu allor che con sottile arte la mente
Degli uomini tentai: simile a Dio
Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto;
E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa
Brama, un'ardente, inestinguibil sete
Di saver, d'indagar l'ombre, che folte
Gli addensava d'intorno il Dio nemico,
Morse gli uomini tutti; e qual più viva
Sentì in cor la mia voce e il poter mio,
E per vie non segnate oltre si spinse
Al confin de la pavida ignoranza,
E interrogò con l'intelletto audace
Le piante e gli animai, la terra e gli astri,
Quei di mago ebbe nome e di ribelle.
Piombò quinci su'l capo ai maledetti
Figli di Cam la collera di Dio,
E assai d'essi perîr, non la pugnace
Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse,
Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo.
D'orgogliose speranze io mi pascea
Secretamente, ed oltre un mar d'affanni
Prevedea su la terra il mio trïonfo;
Ma fulminato dal geloso Iddio
Nuovamente io piombai nei tenebrosi
Baratri de la terra, ove il superbo
Sdegno del petto e il mio dolor nascosi.
Ivi scendea talor qualche gagliardo
Intelletto di sofo o di poeta,
A cui fu colpa il propagar le nuove
Apocalissi del pensier mortale.
Rïardea la speranza entro al mio petto
Co'l suo venir, però che per ciascuna
Stella, che al fronte di Sofia s'accende,
De la Fede su'l crin spegnesi un sole.
Così durai gran tempo, e non già pago
De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque
Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
Una voce incompresa: ama e cammina!
Ritornai su la terra. Un mansüeto,
Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio,
Predicava l'amor. Debole e solo
Egli parea, ma tutta era con esso
L'umanità. Stetti pensoso e muto
Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi
Egli pugnò; vinse morendo: cadde
Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo
E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno
Che tutte dopo a lui volgersi al cielo,
Per cercarlo, vid'io l'anime umane,
E su la terra derelitta e mesta,
Come in carcere vil, gemer la vita;
No, vittoria non è, gridai da l'imo
Petto, e furente mi scagliai per quanta
Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia;
No, vittoria non è questa, che il tempo,
L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide;
Amor questo non è, ch'entro a una fatua
Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo
Cheto soppone a qual che sia flagello!
Braccio e pensier, moto e conflitto è amore;
Campo d'opre comuni e di travagli,
Non èremo la terra; uom, che nel pianto
Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta,
Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo!
Tremâr le infeminite anime al grido
Del mio potere; e Dio, fatto più forte
De l'umano terror, me per la mano
Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
E percosso e ferito indi nei cupi
Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne
Securamente vincitor. Dai ceppi,
Dagli abissi io balzai, giovine eterno,
E mutando me stesso in mille guise
Ebbi regno nel mondo. Una venale
Turba di sacerdoti a cui nel nome
Abusato del Cristo, agevol cosa
Era il far degli altari empio mercato,
Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno
Degli uomini imputò; strani sembianti
Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso
D'ogni umana salute e d'ogni amore
Il mio nome suonò; ma in faccia a questo
Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro:
Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto
Su l'umane coscienze s'assidea
L'infallibile Domma: un paventoso
Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo,
Che il mortale Pensier di ferri avvinto
Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba.
Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni;
L'ignoranza dei popoli il suo scudo,
Ed armi sue l'anátema e la scure.
Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga
Cosa per lui la sitibonda brama
D'ogni saper; frutto vietato il vero,
Colpa il voler, la libertà delitto,
E allora, oh! allor, superbamente il dico,
Menzogna, error, colpa e delitto io fui!—
CANTO TERZO.
ARGOMENTO.
Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.—La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.—Leone X e Lutero.—Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico.—Tirannide monarchica e republicana: la libertà sta nel centro.—Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.—Il canto della guigliottina.—Fecondità delle rovine.—Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.—Finita così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.
Sopra la terra imperversava intanto
Un uragan di popoli. Sul vecchio
Tronco latin spirò l'aura del norte,
E il rinverdì; fra le disfatte genti
S'insinuò un gagliardo alito, un fremito
Di selvatica possa. A quella forma
Che al ritorno d'april, sotto al fecondo
Bacio del Sol, freme la terra, e il cieco
Germe, che in grembo custodì dal fiero
Morso de' ghiacci, a l'aurea luce esprime;
Tal serpea de l'uman genere in petto
Una nuova virtù, che a la secreta
Aura del mio pensiere apríasi il varco.
Ed Ario sorse, e tutte avea d'intorno
Le germaniche stirpi.—Oh! splenda un lume
Di verità su queste genti; un riso
Di libertà su le coscenze umane;
Sia concesso il pensier!—Questo ai pastori
Del buon Cristo ei chiedea, là, su la soglia
Del Niceno consesso, ove a congiura
Tratti il cenno li avea d'un parricida.
Siccome folla di mendici, a cui
Cadan rotte le vesti e manchi il pane,
Tali sul freddo limitar premeansi
Mute, ansïose del giudizio, ai fianchi
D'Ario le genti. Alzâr le braccia i sacri
Del Cristo alunni, e su la fronte ardita
Del Cirenèo fulminâr tutta a un'ora
L'umanità. Sfida fu questa, a cui
Ostinata e mortal guerra successe.
Quinci la Fede della plebe: un'orba
Maga, che l'ignoranti anime impera,
E d'error vive ed a le stragi istíga;
Quindi colei, che luminosa incede
Fra tutti affanni, e di Scïenza ha nome:
Di severi intelletti arbitra e diva,
Sperimentando, essa li guida in loco
Dove scevro di nubi il Ver fiammeggia;
Gli eterni de le cose atomi indaga,
L'essenze esplora, e a la cagion lontana
La varia prole degli effetti annoda.
Chi potría tutti annoverar di questa
Universa battaglia i campi e l'armi,
Gli eroi, gli studî, i vincitori, i vinti?
Sol taluno dirò. Di precursori
Italia è madre, e tre corone ha in fronte:
Regnò co'l brando e con le leggi in pria;
Poi, vinta i polsi e strazïata il petto,
Co'l pensiero regnò. Gemean le menti
Sotto al flagel d'una loquace, astuta
Sfinge bifronte, che, di Cristo a un tempo
E d'un Saggio, che patria ebbe Stagira,
Usurpando il poter doppio e gli aspetti,
Mutava con sottile arte in oscura
Fede il saper, la cattedra in altare.
Povera fra le genti iva e digiuna
D'ogni culto Sofía, nè pria fu lieta
Di fermo ospizio e d'onorate offerte,
Che s'avvenne in Telesio. Il venerando
Vecchio sedea pensosamente a l'ombra
De le selve native; e, pari al raggio
Novo del Sol, che tra le fronde e i rami
Scendea sereno a ricercargli il fronte,
Un arduo gli splendea dentro al pensiero
Giovanissimo spirto. A l'aura, al guardo
Riconobbe la santa esule, e incontro,
Sorridendo e tremando e con aperte
Braccia le córse. Una parola ardita
Quinci udiron le serve itale menti;
Impallidì l'orrida Sfinge; il duro
Giogo fu scosso; e da quell'aureo giorno
La casetta del sofo ara divenne.
Qual da le dilicate ántere aperte
Manda l'amante fiore al fior lontano
Il pòlline fecondo, e messaggero
Del casto bacio è il zeffiro d'aprile:
Tale il novo pensier, creduto a un novo
Magistero di cifre, inclite imprese
Maturò fra le ardenti anime; e il vanto
Fu tuo per vero, o egregia arte, per cui
Da metallici tipi impresso, e in mille
Guise prodotto, agil discorre e vola
Il mortale pensier, visibil fatto.
Possa tu sei, che ogni confine, opposto
Fra gente e gente, indomita conquidi;
Fulmine sei, che la funesta e scura
Tirannia de l'error sfolgori e sperdi;
Luce sei tu, per che dovunque e in tutte
L'alme il sorriso d'ogni ver si svela,
Tu, nel commercio de l'idee, le sparse
Genti accomuni; in facile amistanza
Leghi i vivi agli estinti, e in guisa annodi
L'uno a l'altro pensier, l'ieri al domani,
Che la specie de l'uom, devota a morte,
Un sol gigante ed immortal diviene.
Ma qual de l'onda avvien, che d'uno in altro
Vase versata, altra figura assume,
Così, da la contesa alpe ad estranei
Climi varcando il pensier novo, in nova
Forma e in campo diverso e con altr'armi
Contro a un cieco poter sorse, e proruppe.
Trafficata, qual vil merce, passava
Da un giogo a l'altro la saturnia terra;
E i suoi figli rideano. Un rubicondo
Pastore e re, che di Leone il nome,
Ma l'alma avea d'un animal di Circe,
Banchettava su l'are, e il ciel vendea.
Venne un giorno d'oltralpe un battagliero
Frate sul Tebro. Gli bollía nel petto
Il sassonico sangue, e calda al pari
Del suo sangue la fede.—Oh! ch'io nel vivo
Fonte, dicea, de l'evangel di Cristo
Quest'anima disseti!—Io, ch'era presso,
Per man lo presi, e lo condussi in loco
Ove il sir de l'umane alme gioíva
Fra una ciurma di servi, a cui sul crine
Sedea per celia un ramoscel d'alloro,
Una burla su'l labbro, e sol ne l'epa
La libertà. Del buon Leone intorno
Tripudïando oscenamente ignude
Ivan muse e madonne; ed ei, nuotante
Come in un mar di placida quïete,
Sonnecchiava e ridea, mentre, seduta
Sui suoi ginocchi, con la man lasciva
Stazzonando il venía lubricamente
Del Bibbiena una putta, ed esso il Cristo,
In abito or di scalco, or di poeta,
Compartía, strambottando in buon latino,
Cibi a le pance e a l'anime indulgenze.
Su la spalla battei de lo stupíto
Solitario, e gli dissi: Ecco il vangelo!
Arse in cor d'ira e di vergogna in volto
Il generoso, e a le natíe contrade
Disdegnando volò. Folti a' suo' fianchi
Si stringeano i fedeli al suo ritorno,
Dimandando di lui, che il ciel dispensa;
Ed ei tuonò:—Colui, che il ciel dispensa,
L'are insozza, il ciel vende, e Dio svergogna!—
Disse, e dal petto fremebondo il sacro
Abito svelse, e si lanciò nel mondo
Come guerrier contro a nemico armato.
Ululâr contro a lui, contro al pensiero,
Contro a la vita, contro al ciel, gl'ingordi
Lupi di Trento; sibilâr gli obliqui
Rettili del Loiola, e dentro ai petti
S'insinüando, avvinghiâr l'alme; un freddo
Lento velen vi sparsero, sperando
Che sepolta nel sonno, o nel terrore,
L'umana volontà tutta si spenga.
Fu un sepolcro la terra. Un'ara e un trono
Soli sovr'esso; e tutto occhi e sospetti
Sovra entrambi il Loiola: Iddio discese
Umilmente dal cielo; e, perchè alcuna
De le pecore sue non si smarrisse,
Al comando di lui prese il coltello,
E con celestïal garbo l'immerse
Ne la gola di mille. Un mar di sangue
Coprì la terra; il divo manigoldo
Tornò al ciel, carezzò l'insanguinata
Barba, e pago dal suo trono sorrise
Come al settimo giorno. Io nel fumante
Sangue mi astersi, e fulminai la voce.
Pugnâr vivi ed estinti, e nuova intorno
Pullulò da la strage onda di vita.
Gemina possa, è libertà: risveglia
Le menti in pria, poi discatena i polsi.
Uom, che servo ha il pensier, la destra ha inerme;
Spada non ha chi i suoi diritti ignora.
Ricca d'affanni e d'ogni mal contesta
Egli è certo la vita; e pur qual turpe
Cosa è nel mondo, che al servir s'agguagli?
E qual di tutte è servitù più infesta
Che servir, non volente, al ferreo cenno
D'assoluto signor? Popol che geme
Fra' ceppi, e sente del suo mal vergogna,
Per metà è schiavo, e qual gode e s'oblía
Schiavo è due volte, e d'ogni ingiuria è degno.
Dinanzi a re, che il suo piacer fa legge,
E a nessun mai de l'opre sue risponde,
Leggi non son, nè cittadini: ai sommi
Gradi i pessimi esalta; il buon deprime;
L'altrui sostanze impunemente invade;
Grandi e piccoli offende; il sangue sparge;
L'onor calpesta: è tutto insomma ei solo.
Nè giustizia miglior, nè più felice
Stato è, per me, dove la plebe impera.
Idra ingorda è la plebe, e per ciascuna
Testa ha due bocche: a divorar la prima,
A morder l'altra e a maledir dischiusa.
Vile in servire, in comandar superba,
Cieca in ambo gli stati, iniqua sempre.
Miglior però d'ogni governo io tengo
Quel che al centro risiede, e da ogni estremo
Con eguale poter si tien diviso.
Quinci l'empia Licenza, a cui gradito
Cibo è la strage cittadina, e quindi
La Tirannide astuta; ed esso in mezzo
Sta, come ròcca, e per vegliante cura
Campa a un'ora dal male e al ben provvede.
Da l'estrano temuto, e riverito
Al par da' suoi, de la sua gente i dritti
Custodisce e difende, e, pur lasciando
A l'oprare d'ognun libero il campo,
Argine solo il dritto altrui gli oppone.
Così liberi tutti e tutti a un tempo
Servi sono a la Legge; e per diversa
Via, con varia fortuna e vario ingegno
Egual fine ha ciascuno: il ben di tutti.
Questo però, qual ch'abbia forma e nome,
Libero stato io sovra gli altri estimo.
Nè pensar già che il buon desío m'accechi,
Se dir m'udrai, che a tanto inclito obietto
Ogni gente del mondo ormai si appressi.
Al novo grido del pensier ribelle
Tremâr con l'are i troni, e giù dai troni
Precipitâr scettri purpurei e teste
Coronate di re. Surse su'l nudo
Scoglio Albïone, e su'l riverso giogo,
Il suo tiranno a giudicar, piantosse.
E giudicò. Splendea nitida e bella,
Qual s'addice ad un re, sovra il tuo collo,
O Stüardo, la scure; e fredda, muta
Come il pensìer del rigido Cronvello,
Cadde, e libò con voluttà plebea
Il regio sangue di tue regie vene.
Rotolò ne la polve il tuo parlante
Capo, e le voci balbettate a pena
Da le labbra morenti entrâr nel petto
D'ogni re de la terra, a cui mutato
Sembrò il regno in abisso, in palco il trono.
Surse anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante
L'americana Libertà, che troppo
Sentì al collo pesar l'anglico giogo;
E tu primo ne udisti il grido orrendo,
Redentor Vasintóno, a cui la spada
Sfolgoratrice d'assoluti imperi
Essa prima affidò. Scornata e vinta
L'altera Anglia soggiacque; e non le valse
Fulminar Franchi orgogli e antenne Ibere,
Nè gli oceani domar, nè invitta e ferma
Durar su la contesa arce di Calpe,
Quando te non domò, te di nemici
Vincitore non pur, ma di te stesso.
Libertà allor sul grande istmo si assise
Vittorïosa, e ne le immense braccia
Ad un patto d'amor le genti accolse.
Sedea fra tanto una cortese e imbelle
Sovra il trono di Francia ombra di re.
Quinci un cortèo di pallide e lascive
Fantasme, e inciprïate ombre e superbi
Scheletri incappellati e rugginose
Armi vuote, che si tenean diritte,
Come fosser guerrieri; e quindi un vasto
Tumultüoso brulicar di vivi.
Il Re dicea: Stiam fermi, io son lo Stato!
Ed il popolo: Avanti, eguali tutti!
Diceva il Re: Pieghiam la fronte a Cristo;
E la plebe: Nè re, nè dio vogliamo:
Cristo è il passato, e l'avvenir siam noi!
E il magnifico Re, non per paura,
Ma perchè ardea d'amor pe' suoi soggetti,
Titubò, tentennò, si rassettò
Co'l mignolo sottil certi indiscreti
Ricci, che gli sfuggían da la parrucca,
E gridando: sto fermo, un gradin scese.
Fe' un sogghigno la plebe, e disse: È poco.
Ed il Re scese ancora. Ancor non basta!
Gridò la plebe; e il Re: M'abbasso troppo;
Allor pari sarem!—Meglio per tutti;
Se non ami con noi viver nel fango
Un palco t'alzerem d'oro e di gemme;
Vieni, scendi e vedrai!—Scese; e la plebe
Urlò un plauso di gioia, e, sì com'era
Nana, minuta, sbrindellata e scarna,
Diessi a ballonzolar bizzarramente
Tutta in giro al buon re.
—Balliam, balliamo:
La nostra gioia, il viver nostro è un'ora:
L'uccel venne a la rete, il pesce a l'amo.
Da l'una a l'altr'aurora,
Balliam, balliam, balliamo.
Balla con noi, buon re: noi non siam prenci,
Non vestiamo, gli è ver, porpora ed ostro,
Ma fatto è il manto tuo coi nostri cenci,
E tinto te l'abbiam co'l sangue nostro.
Balla con noi, buon re: vigile ognora
Tu pensavi al tuo popolo diletto:
E il popol tuo vegliava e veglia ancora
Per comporti a sue spese un cataletto.
Balla con noi, buon re; balliam, balliamo;
Facciam cambio di doni, oggi ch'è festa:
Noi la vita e l'onor dato t'abbiamo,
E tu, buono qual sei, dànne la testa!—
Era questo il baccar di quel tremendo
Popolo di pigmei. L'un l'altro, a un segno,
S'aggruppâro, si unîr, si fuser tutti
Come liquido bronzo, e una trifronte
Furia formâr così gagliarda e fiera,
Che immoto stette a contemplarla il mondo.
Ella si scosse, e dietro a lei sparirono
I secoli; diè un grido, e tremâr quanti
Popoli e re. Tutto sia nuovo, disse,
E fulminò: tempi, memorie, cose,
Troni ed altari, uomini e dii. La terra
Corse in tre passi; e a le rovine in cima,
Fra un oceano di sangue eretto un trono,
Lieta, guardando a l'avvenir, si assise.
Come allor, che dai campi aridi e brulli
Piomba co'l verno una tempesta, orrendo
Romba il tuon, fischia il vento, a larghe falde
Piove olimpo; i torrenti alzansi in fiumi,
I fiumi in mar; crollan capanne e case,
E ti par tutto, ove che il guardo giri,
Un sepolcro di torbe acque la terra;
Tal passò quell'Erìne; e, a quella forma
Che, a le fiamme del Sol, bevendo i campi
L'abbondevole umor, pullula intorno
Fuor del morbido limo ogni diversa
Vegetal vita, e variopinto e bello
D'erbe intesto e di fior spiega il suo manto;
Così da le rovine alte e dal sangue
Germinâr cose e idee, ch'arbori or fatte,
Dan riparo a le genti e frutti al mondo.
Questi, ch'io noto con parlar fugace,
Inclito Prometèo, son, tra' maggiori
Fatti, per cui l'uman genere avanza,
I maggiori e più illustri; e d'essi al raggio
La speme del mio cor s'accende e cresce.
Me più volte cacciò nei tenebrosi
Baratri il Dio, che al suo fatale è presso,
Ma invitto sempre ad altre prove io sorsi,
E a l'estrema mi accingo, or che cotanto
Spazia nel Ver de l'uman genio il volo.
Però ti piaccia udir, come appuntando
L'uomo industre e tenace il vario ingegno
Or d'Iside nel grembo, or di sè stesso,
Utili veri a la sua vita invenne.
Qual dirò prima o poi? Correa su' ciechi
Flutti il nocchiero, e nulla al dubbio corso
Guida costante gli reggea la prora,
Fuor che l'Orsa malfida e il vario sole.
Mal securo ei fuggía gli alti, e la riva
Con vigile tenendo occhio, il nemico
Nembo tremava, che rapìagli il cielo.
Ma poi che la virtù primo conobbe
Del commisto magnete, il qual, sospinto
Da un istinto d'amor, volgesi al polo,
Un sottil, ben temprato ago ne trasse;
Mobilmente il librò sovra a un diritto
Fil d'intrepido ottone; entro una cava
Ciotola il custodì tutta di puro
Rame, e, co'l guardo al ben costrutto ordigno,
Diede a l'agile prua certo il governo.
Così per mari inesplorati, in traccia
D'un pensier, che parea sogno e deliro,
T'affidavi, o Colombo; e intenta e certa,
Più de la punta del sottil congegno,
Ch'oltre ai nembi scorgea l'artiche nevi,
Lungi, lungi, oltre ai mari, oltre al confine,
Dove il cielo si univa al mar crudele,
Tutto un mondo vedea la tua pupilla.
Esplorata così questa rotante
Sfera, che intorno al Sol l'anno misura
Più vasto al genio umano aere s'apría.
Crescean genti e città; crescean con elle,
Madri d'opere eccelse e d'aurea prole,
Le varie stirpi de' bisogni industri,
E d'un vol più veloce e più securo
Ogni gente, ogni cor l'uopo sentiva.
Qual parría del vapor più debil cosa?
Atro figlio de l'acqua e del selvaggio
Foco, di tutto genitor, si leva
Turbinando per l'aria, e l'aria offende
Di fosco, umido vel, sin che del tutto
Si discioglie e si sperde. Eppur, se in cupo
Spazio tu ardisci imprigionarlo, e al cielo,
Ch'ei desía, non gli assenti adito alcuno,
Cozzar tosto l'udrai contro ai pareti
In terribile guisa, e sì con fiero
Talento e con tal vivo urto li assale,
Che, fosse anche d'acciar la sua prigione,
Indomito la spezza; i perigliosi
Frantumi in alto, in cento versi avventa,
E con tuono improvviso all'aria esplode.
Di tal fiero poter con mente audace
L'uman genio si valse; accortamente
Il compose, il costrinse in ben attati
Cilindri, che dischiuso abbiano un varco;
Diè modo e verso al repentino istinto,
Che a dilatarsi e cercar l'aria il porta,
E di guisa il domò, che or dentro a immoti
Dedaleï congegni urge, ed immani
Suste ad un cenno e ferrei magli elèva,
Ruote stridule aggira, e, a tutto intorno
Propagando con vario ordine il moto,
Porge all'uom mille braccia, a l'arti il volo;
Or, d'un agile pino occulto in grembo,
Via lo spinge su' flutti, al nembo, a' venti,
Senza remi, nè vela; ond'esso, in forma
D'agile carro, sui voraci abissi
Rapidissimo scorre, e lidi e genti
In utili amistanze obliga e aduna.
Nè il mar vince soltanto; anche la terra
Con nuovo magistero a lui soggiace.
Varcar vedi per lui, quanto è distesa
Da l'igneo Sâra al gelido Trïone,
Tal fulmineo congegno, che animato
Mostro il diresti: un ferreo ed infernale
Pègaso dai fiammanti occhi, che orrendo
Fuma, fischia, ansa, sbuffa, alita, e crassi
Fiati or da l'alto or giù dal ventre avventa;
Ed ecco, or per campagne umili e valli
Correr mugghiante e serpeggiar lo miri,
O lungo i fianchi d'un aëreo monte
Divincolando trascinar l'immane
Corpo; or sui fiumi sorvolar, traendo
Fuor dai pensili ponti alto fragore;
O la riva del mar tremulo al giorno
Radere, o dentro a tetri anditi a un tratto
Cacciarsi, e poi, lontan che il vedi appena,
Sbucar, lieto fischiando, a l'aure amiche.
Di tante meraviglie a l'uom stromento
È il domato vapore. Or quelle ascolta,
Ch'opra il vigor del fulminante elettro.
O che chiuso ei si assieda, o che trascorra,
Tutto egli abita e muove: il ciel sublime
Turba e schiara a sua posta, or con sovrana
Possa adunando, or dispergendo i nembi;
La terra investe, agita i petti, e i germi
Scalda e svolge ne l'una, e dentro agli altri
L'estro del ricco immaginar produce.
Le piante, gli animai, l'ambre, i cristalli,
L'irto pel, l'aurea seta, il fil sottile,
Tutto, qual serpeggiante anima, invade,
Per ogni cosa si conduce, e, come
Odio avesse ed amor, le simiglianti
Cose respinge, e le diverse attira;
Altre muta, altre scambia, altre dissolve.
Di questa forza onnipossente, occulta
Entro al sen de le cose e di sè stesso,
L'uom si avvisò meravigliando; e poi
Che al vulgare stupor, che inerte ammira,
L'acuto esame operator successe,
L'ignea virtù, la doppia indole, i fatti
Ne investigò, ne misurò; gli azzurri
Dardi, per via di ben composti ingegni,
Costringendo, ne accrebbe, e di tal guisa
Al suo nume obbligò l'etereo foco,
Che il fulmine del ciel, già paventosa
Arma di Dio, terror de l'uomo e morte,
De l'umano pensier schiavo s'è fatto.
Affascinato da la tenue punta
D'un magnetico stil, che su dai colmi
Aërei tetti a vertice s'inalza,
Giù da le nubi rovinar tu il mira
Con fragore innocente, e sotto al cenno
Del tranquillo mortal cercar gli abissi.
Qui di doppio metal sorger tu vedi
Piccioletta colonna, a cui di pila
Dà nome il mondo. Di frequenti, alterne
Piastrelle, altre d'argento, altre di zinco,
Fra cui, molle di salsa onda, si spiega
L'indocile a l'elettro olida lana,
Con modesto artificio essa è costrutta.
Dentro ai vari elementi, in questa forma
Sovrapposti e congiunti, in un momento
Per innata virtù svolgesi e guizza
L'elettrica corrente; ai poli avversi
S'urta inqueta, s'aduna, e quindi e quinci
Svanirebbe per l'aria inutilmente,
Se ai due lati non fosse un magistero
Di metallici stami, in cui bentosto
La fulgurea scintilla entra, e propagasi
Precipite, e, fidata al tenue filo
Che ronzante a l'immenso aere si stende,
E i lidi estremi ed ogni gente unisce,
Fende il ciel, passa i campi, il mar penètra
Qual dèmone; e non pur segni e parole,
Fidi messaggi del pensier, produce,
Ma, stupendo a veder, le desïate
Di chi lungi è da noi care sembianze
Fedelmente ritratte a noi presenta.
Ma a che produrre il favellar? Che detto
Sarà che il vol de l'uman genio adegue?
Dirò, com'ei, con piccioletto ordigno
Le alate ore del dì segna e divide?
E l'elastica e grave aria, che preme
Su le suddite cose, e il caldo e il gielo
Con ingegno sottil pesi e misuri?
O come, armato la pupilla inferma
Di veggenti cristalli, al ciel li appunta
Con alto ardir, gli astri gelosi esplora,
E, penetrando un oceán di fiamme,
Strappa ai templi del Sol gli ardui misteri?
La terra, il mar, l'aria sonante, il cielo,
Tutto ha l'orma di lui, tutto gli cede
Riverente il governo. Un sol, sol uno
Maligno error nei regni suoi si ostina,
E quell'uno cadrà. Più forte io sento
Favellarmi l'amor; già di mortali
Forme il fantasma del cor mio si veste;
Ecco, il sento; ecco, il vedo. Oh! se a cotanto
Volo, per tanta via, per tanti affanni
L'uomo mortal contro a l'error si eresse,
Credi, non pur possibile e secura,
Ma vicina, imminente, agevol cosa
È la morte del Nume e il mio trïonfo!—
Disse, e giù per la china aspra e romita
Concitato avvïossi. Alto un saluto
Suonò l'antro profondo, e a lui d'intorno
Strana e gagliarda un'armonia si desta:
Ei viene, egli s'avanza;
Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
Non firmamenti, o báratri,
Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
Sorgete a lui d'intorno,
O sepolti ne l'ira; e voi, che fate
Traffico di terreni odî, dal vostro
Usurpato soggiorno
Levatevi! Tremate
Da la cortina dei venduti altari,
Voi, che potenti di menzogne, il foco
Del dissidio apprendete; e al reo costume
De le plebi insensate
Esca porgete, ed affilate acciari.
Raggio non ha di lume
La mente vostra, e non ha tetto o loco
Per voi la terra, abbenchè vasta. O fieri
Mastri d'insidie, o neri
Viventi covi di serpenti, o mostri
D'error pasciuti e d'uman sangue ingordi,
Ministri d'ira, apostoli d'errore,
A terra alfin; costui che viene è Amore!
Ei viene, egli s'avanza;
Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
Non firmamenti, o báratri,
Ma le tende de l'uom son la sua stanza!
O derelitti e miseri
Figli devoti a povertà, reietti
Da splendidi banchetti,
Servi cenciosi a la spezzata gleba,
Che fertile e ridente,
Il molle ozio nutrìca
Di fastosa Ignoranza;
A voi dura e nemica
Madrigna, invidiosa
Pur d'un vil tozzo bruno
Che pugna duramente
Con l'affilato dente
Pria che sfami il plebeo fianco digiuno;
Schiavi, in piè, tutti in piè; quanti pur siete
Da le arene di Libia a la restía
Cuba, asilo di schiavi, e qual pur sia
Sotto al flagello de l'assiduo sole,
Crudo signore anch'esso,
Il color vostro e il crin. Schiavi, in piè tutti!
Parla cotal parola
Costui che vien, per cui,
De l'opre e degli affanni
Santificati a la feconda scola,
L'alma e la destra amica
Di provvida fatica,
Porger potranno tutti
De la finor vietata arbore ai frutti!
Ei viene, egli si avanza;
Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi!
Non firmamenti, o báratri
Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
Voi, che in abietto e vile
Ozio distesi, il turpe viver molle
Annoverate dal fuggir de l'ore,
Schiavi imbelli del core
Vostro e d'altrui, larve patrizie, all'opra!
Tal giudice v'è sopra,
Che a nulla mai quanto a l'oprar perdona.
Nè del ceruleo sangue
Vi gioverà l'inclita stilla, o il caro
Peso di scrigno avaro,
Solo a capricci di lussuria aperto;
Nè, meno ignobil merto,
Le illustri opre dei padri: egro ed imbelle
Nipote da gagliardi avi discende,
Qual da la salma d'un illustre antico
Discende il vil lombrìco.
Industre ed ingegnosa
Gente, ai travagli del pensiero avvezza
Come ad opra di man, combatte ed osa
Assidua ed animosa,
Ed a mezzo il cammin mai non assonna.
Da le vulgari ed ime
Sedi s'inalza a mal contesa altezza,
E, rampogna sublime
Cui l'ozio ingombra e l'ignoranza opprime,
Sa ciò che vale, e di sè stessa è donna!
Tal suonava d'intorno al Pellegrino
Meravigliosa un'armonia, fra tanto
Che, incoronato di superba luce,
Sul superbo suo capo il Sol splendea.