CANTO QUARTO.
ARGOMENTO.
Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.—Descrizione di Tempe.—Le bagnanti sorprese.—Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.—Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.—Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.
Concitato così le spalle tòrse
A la scitica rupe, e dentro al petto,
Siccome vena di sboccanti lave,
Giovane e forte gli bollía la vita.
Solo e pensoso ei va, come solinga
Per gli spazî del ciel tacita nube,
Nè gli cal se la bianca alba gli rida,
Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga
L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo;
Perocchè diva è la sua tempra, e nulla
Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto.
Solo e pensoso ei va: monti e dirupi
E foreste e deserti indifferente
Lasciasi a tergo, e par nave, che muta
Solchi le tenebrose onde sospinta
Da prosperi aquiloni. Il flutto varca
De lo spumante, ingiurïoso Arasse;
Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama
Le Amazzoni omicide; le spelonche
Orride mira e le ferrate valli
Dei Cálibi feroci; e dei cotanti
Popolati di fiabe incliti lochi
O si scorda, o non cura, o ver sorride.
Ma di te si sovvenne, in su la sponda
Del propontide stretto, Ero infelice;
E il mar querulo ancor di tanto lutto
Ricercando con gli occhi e le nascenti
Per l'azzurro del ciel candide stelle:
—Ecco il talamo vostro, ecco le faci
Del vostro imene, o giovanetti, ei disse:
Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno
Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno
Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo
Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli,
Due fior la vita, ed ogni cor due stelle!
Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze;
Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio
Ed un sospiro; un talamo e una fossa;
Un sogno e un sonno; un inno ed un addio!
Oh! l'amore, oh! la morte!—
In tali avvolto
Meste e leggiadre fantasie d'amore
Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti
Per tanto flutto verginali amplessi
E la pronuba face e il fato estremo
Invidïando al garzoncel d'Abido,
Sentì quasi pietà d'esser sì solo.
Mentre ei vaga così di terra in terra,
E amor solo il comanda, ad altre piagge
Volano i canti miei: su le ridenti
Piagge di Tempe, asil di giovanette,
Ninfe, amanti di rose e di garzoni.
Come canestro di ben culti fiori,
Nel tessalo giardin Tempe verdeggia,
Tempe, amena contrada, a cui diêr grido,
Quando Grecia fioría, Numi e poeti.
Coronata di selva, entro ad opaca
Valle per ben chiomati olmi canori
E per canto d'augelli e suon di rivi,
Tra Larissa e l'Egèo molle dechina,
E, quai Titani, a lei stanno d'intorno
Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri
Gioghi di monti, da le cui pendici,
Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe
Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi,
Quando più torve lo mordean l'Erinni,
Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse
S'addossavano ancor rocce su rocce
Senza varco di uscita; e brulla e mesta
Era la terra. Arse di rabbia il fero
Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto
Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti
Gl'iperborei macigni; inorriditi
Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro
Al furente Almeníde. Amena e bella
Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume
In memoria del dio. Fra sempre verdi
Gramigne e giunchi flessuösi e fiori
Esso ha il lubrico letto, ed or si volve
Querulo come rivo, or mugolante
Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno
Tra foltissimi vepri al Sol s'invola,
Or limpido e sonante al ciel risplende
Come lama d'argento, ed ai lavacri
Il polveroso mandrïan conforta.
Pingue così di spume e di tributi
Scende superbo a fecondar la valle,
E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno
E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa,
Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda
E sdegnosa altresì; però che un tratto
Su l'ampio dorso del Penèo galleggia
Lieve e cheto com'olio, indi si parte
Solissimo fra' giunchi, e vien per via
Mordendo argini e siepi ed involando
Iridati lapilli e tenui fiori,
Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce
Con allegro susurro il giovin flutto.
Cercan la sua romita onda al merigge
Sitibonde le capre, e tarde e stanche
Giù da l'erta si calano le vacche
Al tinnío de le pensili campane,
Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso
Il rubesto caprar zufola al vento.
Venían furtive un dì sopra la riva
Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe
Le ritonde sembianze, e su l'eburnee
Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza
Degli estivi solstizî, e mezzo ignude
Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli,
Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti
Palpitavan, celati entro ai cespugli,
L'insidïosi giovanetti, e nulla
Prendean cura di greggi, o di ritorno,
O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito
Fuor mai si spinse, e disïoso e folle
Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda,
Clamorose echeggiar sentivi intorno
Femminee strida, ed agitate e rotte
Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo,
Fuggon le donzellette, e vesti e pepli
Scambian confuse, e tremanti avviluppansi
Ne le riverse tuniche, e pe'l lido
Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono
Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia,
Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli
Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi
Rosee forme fuggenti, e scappan dardi
Di voluttà. Riedon delusi intanto
I giovincelli, e s'affollan sul piano
Clamorosi, anelanti, ed un si loda
Del proprio ardire, e ride e si fa gioco
Del ritroso compagno; un leva a cielo
La beltà de l'amica; altri fa mostra
D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta
Sorrisi e baci e occulte intelligenze
Di vicini ritrovi; e va del caso
Superbo ognun qual d'un primier trïonfo.
Così a le danze ed ai trastulli amica
Tempe fioriva un dì, quando nei bruni
Letti del mar dormía cieco ed ignoto
Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta
Come vedova or siede; e s'anco aprile
Va per uso a recar le sue ghirlande
Su quell'orbe contrade, e van le stelle
A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume,
Ben puoi dire, che senso han tutte cose
Di ricordi gentili, e son fedeli,
Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori.
Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse
Ispide macchie al croceo Sol biancheggia
Qualche muta capanna, ove, costretto
Di scarse lane il macerato fianco,
Numera i penitenti anni nel duolo
Il romito calòcero, che nulla
Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo
Forse dar più non puote, offre al Signore.
Sola, fra questi incolti èremi, in vetta
D'un'aërea collina, a cui sorride
Primo dagli orti il giovinetto sole,
Una strana magion sorger tu miri
Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente
Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora
Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia,
Or circonfusa d'un'argentea luce
A dolce meditar l'anime invita.
Danza d'intorno a lei con grazïoso
Florivolo tripudio il fresco Aprile,
Che le penne del dorso e il facil volo
Ivi gran tratto e volentieri oblía,
Fin che non giunga a discacciarlo il verno.
Sentono il suo fecondo alito i fiori,
E su su da le intatte erbe, che tremolano
Riscintillanti al candido mattino,
Schiudon l'auree corolle, innamorate
D'agili silfi; ed ei, per la diffusa
Luce che lo circonda e le volanti
Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia,
E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi,
L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro,
A un concento d'amor tempra e concorda.
Mira a la lunge il credulo romito,
Come spera di Sol, fulger l'ostello,
E suonar l'aure insolite armonie
Stupefatto ode, ed incantevol mostro
Di spiriti lo crede, asil di fate
Suäditrici di lascivi amplessi.
Pende un tratto con doppio animo, e quando
Nel travolto pensier dèmoni e ninfe
Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi
Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori,
Trepidante di là togliesi, e il foco
Del vorace desio, che il cor gli afferra,
Nel pensiero di Dio spegner presume.
—Piombi il foco del ciel su l'empie mura,
Quinci a notte passando, esclama il vecchio
Merciaiolo di Sira; al maledetto
Spirito che vi ha stanza aprasi il nero
Regno di Belzebù!—Sporge le braccia
Imprecando in tal guisa; e, borbottando
Per l'erma notte altre più ree parole,
Riattizza la pipa: in fosche e spesse
Nugole fuor da le sonanti labbra
Sbuca il putido fumo, e con sinistro
Gorgoglío geme la tartarea canna.
Ma di lui men feroce, in su la china
De le valli fiorite, allor che intera
Guarda l'estiva luna entro lo specchio
De le chete fontane, e a le tranquille
Brezze dei monti flettono la cima
L'arsicce mèssi e i moribondi fiori,
Men feroce di lui fermasi e guata
Il giovinetto pastorel, che vide
Un dì ne la pensosa ora dei vespri
Vaga passar di sotto ai pergolati
De l'aërea magione una bellissima
Immagin di fanciulla, e non sa forse
Il semplicetto mandrïan, se cosa
Fosse di sogno, o di mortal figura
Non fallace apparenza. Entro al pensiero
Quella leggiadra visïon tuttora
Vagolando gli nuota, a quella forma
Che vediam ne la verde onda d'un lago
D'un astro ignoto tremolar l'aspetto,
E ne par forse innamorato e mesto
Spirto, dannato ad abitar quell'acque.
Sui disfatti scaglioni il giovinetto
Appo il fonte si asside, e la stanchezza
Dei lunghi giorni e la stagion cocente
Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri
Fra le vergini rose e le modeste
Edere de le siepi, or tu gli reca
Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora
Derivar da la dolce arpa l'ignota
Di quell'aureo palagio abitatrice,
Ebe, il misterïoso astro di Tempe,
Ebe, l'arcana visïon d'amore.
Ella è colà: nei taciti giardini
Pari a le stelle uscì; candida e sola,
Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira
Pei fioriti vïali, ecco, domanda
Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo,
Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto
Ne la pensile rete ella distende
Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura
Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
Spinge tra fronda e fronda il curïoso
Raggio la luna, ed al tremar dei rami
Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi.
Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda
Fate di danze, innamorati augelli:
Bacio d'amor su quella fronte intatta
Finor non si posò; pronube danze
Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura,
Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira
L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa
Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco
S'apre a fatica a la materna luce;
Onda, che parta il marinar co'l remo,
Mormorando s'aduna, e corre al lido;
Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura
Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
Or vedete, ella sorge; a la vocale
Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro
Sedil, tessuto di costanti bossi,
Mollemente si adagia, e al fuggitivo
Tremulo raggio de l'occidue stelle
La mesta del suo cor voce confida:
—Date a la terra i fiori,
Date i coralli al mar;
Ad ogni cor gli amori,
Ad ogni dio l'altar.
Abbia ogni nembo un'ìride,
Ogni astro i suoi splendori;
Date a la terra i fiori,
Date i coralli al mar.
Ma, rieda il verno o il maggio,
Mesta e soletta io son;
Muto è del cielo il raggio,
Triste è de l'arpa il suon;
Qual vana ala di zeffiro
Passo nel mio vïaggio,
E, rieda il verno o il maggio,
Mesta e soletta io son.
O immagini lucenti
Di più felici dì,
Sogni de l'arte ardenti,
Il vostro april sfiorì;
Invan chiedo le olimpiche
Forme a le nuove genti,
O immagini lucenti
Di più felici dì.
La giovinezza, il riso,
Le grazie ed il piacer
Fuggon tremanti al viso
De l'inamabil Ver;
Fuggon su l'ali rosee
Del vago error conquiso
La giovinezza, il riso,
Le grazie ed il piacer.—
Ella così cantò. Sul limitare
Appresentossi un pellegrin. Dai muti
Sottoposti sentieri, a stilla a stilla
Bevuta avea la voluttà secreta
Di quel suon, di quel canto, a par di fiore,
Che le brine del cielo avido beve
Ne le tiepide sere; e a forza tratto
Ivi venía, per quel secreto istinto
Che l'altera rivolge aquila al sole.
—La Ragion sia con voi, grave e solenne
Esclamò su la soglia; un pellegrino
Chiede ospitalità.—
Lo sguardo eresse
A lo strano saluto Ebe, e tremante,
Attonita mirò quella bizzarra
Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse
Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero
Gioco gli fan così su la persona
Le acute ombre notturne e l'auree faci,
Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva
Apparenza di spirto, ivi per voce
D'incantesimi tratto.
—O pellegrino,
Così a dir prese con trepida voce
L'inclita giovinetta; ove di cibo
Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata
Gente ed a case inospitali e dure
Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo
Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente
Viene in tal guisa a visitar la terra.
Però siedi e t'allegra; e mentre intorno
Movan le ancelle ad imbandir le cene,
E a sprimacciare e ricovrir di schiette
Coltri le piume al tuo riposo amiche,
Dir ti piaccia il tuo nome e le native
Piagge ed i casi tuoi, però che al volto,
A le fogge straniere e al portamento
Uom venturoso e non vulgar ti estimo.—
Egli sorrise e s'adagiò. Siccome
Tenera foglia al susurrar del vento
Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura
Goda cullarsi e presentir l'onore
Dei colmi bocci e del nettareo frutto,
O che, del nembo aütunnal presaga,
L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa
Trepidava ne l'alma al novo aspetto
De l'orgoglioso Pellegrino, e muta
Pendea da lui, qual candido corimbo
Che dal solingo muricciòl de l'orto,
Quando zeffiro tace, immobil pende.
Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero
Ospite, e come può, cerca con gli occhi
Disïosi tradir tutta in un punto
La dolcezza improvvisa, onde si strugge
Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto
Nei grandi occhi di lei, con lenta voce
Diè principio al suo dire:
—Ospite, ov'io
Dar potessi la fede ai tanti miti,
Di che memore è il loco, io di mortali
Questo l'asil non crederei, ma antica
Stanza di numi; ma nel cielo i numi
Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo
Regnator de la terra; ond'io con esso
Primamente mi allegro, e son superbo
D'esser con te. Pur molte fiate e molte
Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi
Raccontar la mia storia, e tu non senza
Terror l'udresti, perocchè diverso
Molto son io di quel che sembro, e fama
E possanza ed impero ho anch'io nel mondo
Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace
Saper tanto di me, che altera cosa
Il silenzio non sembri e folle il vanto,
Brevemente dirò. Su l'immortale
Cardine del Pensiero, inclito padre
Di stupendi artificî, erto il mio trono
S'alza come alpe, e nulla a me di fronte
Nel creato universo altra si estolle
Nemica forza emulatrice, tranne
La gran larva di Dio. Fiero e superbo
Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta
Region dei cieli e la miglior presume
Frenar sotto il suo scettro, e il radïante
Popol degli astri e il dolce aere e la luce
Al mio regno involar, ma questa bruna
Picciola sfera, ove si affanna e preme
Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde
Alme al Vero devote e al culto mio
Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno
Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato,
Darò, nè guari, e di mia man la morte!—
—Tu bestemmî, stranier! raccapricciando
Ebe esclamò; tremar mi fai!—
Su'l labbro
Pose ei l'indice in croce, e altero in atto
Silenzio indisse, e proseguì:
—Pugnammo
Con diverse armi sempre, e spirò incerta
L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso
Firmamento del ciel, rigido, immoto
L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco
Fosse a la colpa del mestier divino,
Sotto triplice larva il ciel governa.
Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto
Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo
Arrestarne potría; come insanita
Tiade balza la terra a l'aër cieco,
E l'etere si spande, e il mare ondeggia,
E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto
Lo spensierato iddio pasce le nari
Del bruciaticcio di venali incensi,
E a soffiar vuote bolle di sapone,
Che a la luce del Sol gli sembran stelle,
Sciupa l'eternità. Ferrei governi
E immote norme ed assoluti imperi
A l'incontro io dispregio, e avverso al fato
E a la Natura sto; m'agito e vivo
Fra le cose create, e son de l'alma
La libertà. Stupido e fiero ei regna
Immobilmente, ed or di püerili
Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo
Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui
E d'anfibî ministri e d'evirate
Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza
Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno
Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta,
Di libere e gagliarde alme il difendo
Liberamente. O amore, o affanno, o colpa
Di scïenza e di luce, o istinto e vita
Di verità, di libertà, se merto
Altro non hai che la tortura e il rogo,
Se altro nome non hai fuor che delitto,
Ecco, a la terra io fermamente il grido:
Altare è il rogo, ed il delitto è dio!—
Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni
Omeri scosse, e sollevò la faccia
Con fantastico ardir. Pavida, incerta
Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota
Purpurea fiamma le scendea nel petto
Agitandole il cor. Sorse a la fine
Tacita; con gentile atto la destra
Cortesemente al forestier profferse,
E al cheto asil dei suoi verginei sogni
Conturbata si volse. Ei con l'acceso
Sguardo la cinse; com'etereo foco
Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto
D'eterno amor le fibre intime ardente,
Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!
CANTO QUINTO.
ARGOMENTO.
Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.
Ma qual riposo mai, qual mai quïete
Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta,
Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete,
Sì fiero caso a la tua vita appresta?
Come fil di corallo entro a le chete
Onde germoglia Amor ne l'alma mesta;
Amor sen vien furtivo e taciturno,
Sen viene al cor qual ladroncel notturno.
Su le deserte, angoscïose piume
Ella inquieta si volge, ella sospira;
E, qual lieve farfalla intorno al lume,
Amor non visto intorno a lei si aggira;
Gira per l'aria, e com'è suo costume,
Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira;
E de lo strano Eroe le reca innante
Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.
Ella il vede, ella il sente: ad una ad una
Fan le audaci parole a lei ritorno,
Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna
Tornan le pecchie argute al lor soggiorno;
Ed or le parla de la sua fortuna,
Muto or la guarda, or le si asside intorno;
Ed ella, a par di bianca aërea face,
Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.
Sorse alfine; e de l'ombre impazïente
Gli opposti vetri a le fresche aure aperse.
Taceva anco la notte, e rade e lente
Fuggían contro al mattin le stelle avverse;
Un zeffiro gentil da l'orïente
Le vaghe ali movea di brine asperse,
E ad ogni fior de le ben culte aiuole
Dolci olezzi traea, dolci parole.
Diceva a l'aura il fiore:—Aura pietosa,
Che mi porti le brine alme e vivaci,
Deh! per poco su me l'ali riposa
L'ali dolci così, così fugaci;
Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa;
Son mia vita ed amor solo i tuoi baci;
Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo;
Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!—
—Sorgi, dicea con lamentevol grido
Presso a la rosa il tenero usignolo;
Quanto bella sei tu, tanto io son fido,
Quanto lieta sei tu, tanto io son solo.
Già il candido mattin sorge dal lido,
E tu sorgi così dal tuo bocciòlo;
Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio;
Tu sei l'amore, e l'armonia son io.—
Questo udía pe'l giardin la vereconda
Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve,
Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda,
E un'Ombra vide, o di veder le parve;
Stette, il respir contenne, e a la gioconda
Luce de l'alba il Pellegrin le apparve;
Mise ella un grido, e pallida divenne;
Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.
—Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento,
M'odi, pietà del mio destin ti tocchi:
Io, che ai Numi recai guerra e spavento,
Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi!
Ogni raggio d'onor fia per me spento,
Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi:
In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto,
La vita, il trono, la vittoria acquisto.
Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita
Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi
Sempre in traccia di te corsa ho la vita,
O eterna Idea, che umana forma or prendi;
Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita,
Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi;
Or che t'aggiungo, e intero alfin son io,
Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.
Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo,
Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare:
T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo,
E immenso è l'amor mio siccome il mare:
Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo,
La beltà agli occhi, a la beltà un altare,
Sola virtù di questa fragil salma,
Luce de la pupilla, aria de l'alma!—
Così dicendo, a l'odorato lembo
De le vesti di lei dolce si appiglia;
Ella pavida in atto, al vergin grembo
Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;
E qual fussia gentil, che dopo il nembo
Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia,
Stillante di pudor la faccia bella,
Senza il fronte levar, così favella:
—Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,
Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;
Deh! chi mai la possente arte ti apprese
Del suäve parlar, ch'apre ogni petto?
Ben questi alberi muti e le scoscese
Rupi verrían commossi a tanto affetto,
E amor risponderían, d'amore istrutti,
Le dure querce e gl'infecondi flutti.
Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri
Il fior di questa mia povera vita,
Se le gioie del mondo e i giorni allegri
Par ch'abbian del mio cor la via smarrita?
Qui passan gli anni miei romiti e negri,
E m'è la speme del morir gradita;
Chè sol di là di quest'oscuro esiglio
Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.—
Tal parla, e in verginale atto la faccia
Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,
E minacciar vorría, ma la minaccia
Le muore su le labbra in un sospiro.
Ebbro, anelante, con aperte braccia,
—Ah! no, risponde il Pellegrin delíro,
Tu, che sì bella e sì pietosa sei,
Senza luce d'amor viver non dèi.
No, non fia ver, che senz'amore al mondo
Volga tua vita abbandonata e sola,
Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,
Qual bianco giglio in solitaria aiuola:
Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo,
La forte ala d'amor penetra e vola,
Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,
Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.
Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,
Raggio di sole e manto irto di neve,
Vol di farfalla e profumo di fiore,
Tutto passa così rapido e lieve;
Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,
E l'istante d'amor forse è il più breve;
Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla,
Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.
Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte,
Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
Come ad olmo consorte edera o vite
L'alme unirem sovra a le bocche unite!—
Disse, e acceso negli occhi e in atto strano
Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse;
E un'armonia suonò per l'aër vano,
Ch'armonia parve, e baci erano forse.
Sorto era il sole intanto, e dal sovrano
Balzo a schiarar quelle due fronti accórse;
E negli occhi de l'un, qual fior nel lago,
Specchiar l'altra mirò la propria immago.
V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva
Di bei fiori non è, non è di foglie,
Ma al tocco sol, come se fosse viva,
Tutta in sè si restringe, e si raccoglie;
Nome il volgo le dà di sensitiva,
E senso di pudor certo essa accoglie,
Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio,
Ha virtude d'amor, senso e linguaggio.
Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno
Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme;
Ed agli urti del cor le ondeggia il seno,
E il cor le fugge a la risposta insieme:
—Stranier, caro stranier, per questa almeno
Secreta ambascia, che m'affanna e preme,
Deh! per questa ti prego alma soletta,
L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta.
Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida,
Se a l'audace voler tua possa è uguale,
Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida,
Nuova di giovinezza onda immortale;
Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida;
Che men funesto a noi vibri il suo strale;
Che a questa vecchia gente infastidita
Riedan le Grazie a rifiorir la vita!
E se tanto non puoi, dammi che a questa
Terra, che non m'intende, alfin m'invole;
Ch'io mi scevri da tanta orda molesta,
Che sepolta nel ver l'anima vuole.
Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa,
Ch'io mi confonda in un raggio di sole,
Ch'io naufraghi coi miei poveri numi
In un mare di luce e di profumi!—
—Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose,
Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori,
E alle fole, che il mito aureo compose,
I nostri involïam superbi cori:
Il trono de l'amor son queste rose;
Tutti son ne la vita i suoi splendori;
È qui sovra la terra il ciel che agogni,
Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni!
Vivi a la terra e a me: vivi al governo
Di questo amor, che fiamma è del pensiero,
Di questo universal giovane eterno,
Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero;
Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno,
Tempo ed eternità, verbo e mistero,
Principio e fine del mortal cammino,
Fede, legge, virtù, vita, destino.
Vieni con me; per l'infinita via
L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene;
L'opra e l'amor son la ricchezza mia,
Mio cibo il ver, la libertà il mio bene:
Aquila altera per l'aria natía
Al Sol va incontro, e schiva è di catene;
I nembi sfida, i turbini sovrasta,
Libera muor; la libertà le basta.
Noi liberi così, per vario corso,
Correrem, cimbe audaci, il mar crudele,
E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso,
De l'ali sue ne rifarà le vele.
A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso,
Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele;
Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso,
Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!—
Favellando così, giuso a la valle
Avean, senza saper, già vòlti i passi,
E incerti si seguían, qual due farfalle,
Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi;
Ma quando s'avvisâr del vario calle
De l'assòrta fanciulla i guardi lassi,
Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta
Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta.
Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe
Guancial trovò sul molle suol proteso,
Nè le miti verbene e le superbe
Rose andâr liete del vergineo peso:
Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe
Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso,
E gli spiriti erranti in su le chete
Labbra le avviva, e geme, e le ripete:
—Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,
Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
Come ad olmo consorte edera o vite
L'alme unirem sovra a le bocche unite.—
Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro
Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno;
Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro;
Splender mirò de la Ragione il regno;
Vacillò de l'Error l'idolo impuro;
Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno,
E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa,
Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.
Sconosciuta fra tanto a la ventura
L'innamorata coppia oltre cammina,
E or d'un côlto villaggio entran le mura,
Or cercano la valle, or la collina;
Posan or su la sponda, or ne l'oscura
Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina:
La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento
Per essi: amor; l'eternità un momento.
Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei
Le nitide versâr perle dal crine,
Fra il Saronico golfo e i flutti Egei
Il sacro Attico suol videro alfine;
E, i Bëozii varcati e i monti Onéi,
Le Cecropie toccâr mura divine,
Che avean, benchè or le copra oblio profondo,
Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.
Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo
L'urne riversa il vigile Cefiso,
Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo
Crescea corone un dì l'aureo narciso.
Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo
La pelasgica rupe appo l'Illiso,
Or rupe incolta, ma d'illustre prove
Già campo a la fatal figlia di Giove.
Di pentelici marmi, in su la cima,
L'inconcusso delúbro alto sorgea,
E d'opre egregie e sagrificî opima
Ivi ebbe l'ara la terribil dea:
Fra l'argive falangi inclita e prima
Sovente essa l'invitta asta scotea;
E al lampo sol del venerando aspetto
Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.
Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta,
Temprate in Lemno a le celesti incudi,
E libera de l'irto elmo l'augusta
Fronte splendea fuor dei funesti ludi,
Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta
Spirava il riso di men ferrei studi;
E a l'ombra del vocal delfico alloro
Venían le Muse, e s'assidea fra loro.
Tra i ruderi famosi e le dirute
Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano;
Pensieroso guardò l'are cadute
E i fòri e del deserto ágora il piano
E il monte del tremato Are e le mute
Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano;
E d'un dio su la testa infranta e nera
Umor versò, che nettare non era.
Sorge la notte; ei là, presso al Pecile,
S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema
Pende la luna, e sovra a la gentile
Bionda testa di lei sorride e trema.
Pensoso egli è più de l'usato stile;
È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema;
E nuotando le vanno incerte e scure
Cento memorie in cor, cento paure.
Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna
Del sen le fa con le protese braccia;
E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna
De le stelle del cielo essa l'abbraccia.
Velò la fronte ipocrita la luna,
Chè tanta voluttà par che le spiaccia,
Come vecchia pinzochera far suole
Al caro suon di lubriche parole.
Disse alfin la fanciulla:—Oh! se sapessi
Che paure ho nel core! Ai giorni miei
Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,
E amore e vita ed avvenir mi sei.
Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,
Come rondin deserta io mi morrei,
Io mi morrei così!—Tacque, e gli avvolse
Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.
Poi riprendea piangendo:—Era fatale
Quest'amor, più di te, più di me forte;
Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale,
E infranse e ribadì le mie ritorte.
Sento che tu non sei cosa mortale,
Ma ne le braccia tue sento la morte;
Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge,
L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.—
Non risponde colui: torbido, immoto
Per le tenebre lunghe il guardo intende;
Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto
Di larve brulicar l'aria comprende:
Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto,
E incerta su di lor la luna splende;
E a lui d'intorno in apparenze strane
Prendon fogge e sembianze e voci umane.
Parla un'Ombra così:—Socrate fui,
E tra' mortali un'altra volta io vegno,
Chè contro a questi nebulosi e bui,
Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno.
Solo del vero io parlerò, di lui,
Ch'unico iddio su la natura ha regno;
E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta,
Beverò la cicuta un'altra volta!—
Sorge un'altr'Ombra, e dice:—Al vulgo iniquo,
Che tanto omai del suo poter presume,
Tal esempio darò, che da l'obliquo
Calle il ritragga d'ogni rio costume;
Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo,
Splender non può di Libertade il lume;
E ognun, che insorga al patrio onor rubello,
Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.—
Sparve, e un'altra a dir prese:—O voi ch'eletti
Foste in terra a portar le regie some,
Al patrio ben primi volgete i petti,
E le stranie falangi allor fien dóme.
Codro son io; dei popoli soggetti
Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome;
Ma a salvar Grecia, inesorato e forte,
Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.—
S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla
Su le stanche pupille il sonno scese,
E sovr'esso a la terra arida e brulla
Le strenue membra il Pellegrin distese.
Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla
Per lo pian solitario o vide o intese;
Ma al dileguar de le notturne larve
Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve.
Mostro ei mirò, che lungo e macilento
Viengli incontro per tòrto aspro sentiere:
Come punta di falce adunco ha il mento,
D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere;
Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento,
Intrecciate di scope ispide e nere;
Gambe ha di ragno e membra irsute e viete,
E su la testa un gran cappel da prete.
Qual trampolier, che da la ripa a un tratto
Dentro al placido rio salta e gavazza,
Così intorno al dormente agile in atto
Balla quel mostro, e per l'aria svolazza;
Gracchia qual corvo, miagola qual gatto,
Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza;
Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia,
E così lo deride e lo sbeffeggia:
—Questo dunque è l'ardir, questa la possa,
Di cui tremar dovean l'alme e le stelle?
Così la fede dei mortali hai scossa?
Così fatta hai la terra al ciel rubelle?
Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa!
Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle!
O eroe de la Ragione, o Re dei forti,
Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!—
Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo,
Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse,
Minaccioso rotò d'intorno il guardo,
Vide Ebe, e di pallor muto si tinse.
Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo
Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse,
Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci
Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.
CANTO SESTO.
ARGOMENTO.
L'Eroe s'imbarca per la Francia.—Rivolge superbe parole alla Natura.—Aurora boreale.—Sermone di frate Iginaldo.—Tempesta e naufragio.—Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.—Morte di frate Iginaldo.—Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.—Iddio, che vuoi perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.—Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.—L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.
Fra le chete e fiorenti isole o ninfe,
Cui bacia il flutto de l'icario mare,
Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi
Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua
Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo
L'ala del suo pensiero; e per le ardenti
Regïoni dei suoi sogni, vestita
Di crescenti speranze e di fulgori
Non toccati giammai, vede una sponda,
Che, libera e temuta in fra le genti,
L'ampia de la Ragione arbore edùca.
Gallia ebbe nome un dì; Francia l'appella
L'abietta lingua popolar, ma schiva
Com'è d'umili cose, ella a buon dritto
Titol di capo assume e di cervello.
Ivi la tenda ei pianterà: superba
Patria di sogni ella a sè chiama e attira,
Qual per forza d'istinto, il venturoso
Arcangelo umanato, a cui nel petto
Con eterno bollor balzano i sogni.
Sotto al suo piè monotona fra tanto
Brontola la rotante èlica; fischiano
Gli euri a l'antenne; mormoran confuse
Voci di meraviglia e di vendetta
Le solcate, saltanti acque; al governo
Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta
Nel suo madido manto alzasi al cielo
Coronata di muti astri la notte.
Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste
Onde, su cui passa leggera e certa
Con le fiamme nel sen quella nuotante
Fra tanta immensità piccola prora,
E ai solenni ardimenti inorgoglito
Dei suoi cari mortali, osa con questa
Baldanzosa jattanza alzar la voce:
—Piega al cenno de l'uom, piega la testa,
O superba di nomi Iside antica,
E leggi e ceppi a sopportar t'appresta!
V'è tale abitator su questa aprica,
Ultima sfera, che al tuo passo intorno
Volge ignorata, e tu scemi a fatica,
V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno,
Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi,
Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno.
L'idra orrenda del male erra quei lidi,
Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe
Prematura e fatal morte a quei nidi;
Ma dal sen degli affanni e de le tombe
Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto
Quanto più giù la vil creta procombe;
E l'uom col serto del martirio e il santo
Peso del suo dolor, nauta immortale,
L'onde si accinge a navigar del pianto;
E, rompendo co'l petto il mar fatale,
Pur morendo, procede, e su l'impure
Salme a nuovi ardimenti agita l'ale.
E tu invan, fiera Dea, tu invan d'oscure
Sfingi hai custodia intorno; invan di tuono
Armi il tuo grido, e veste hai di paure.
Questo verme immortale ebbe tal dono,
Per cui scrolla are, ombre dirada, e altero
Su le rovine tue piánta il suo trono.
Tu di fulmini t'armi, e in tuo mistero
Minacciosa sorridi; egli al tuo sguardo
Il fulmin strappa, ed arma il suo pensiero.
Tu di flutti e d'abissi il tuo codardo
Regno precidi, o ver di lidi avari
Inciampo opponi periglioso e tardo;
Ed ei co 'l foco dei tuoi falsi altari,
Con l'onda tua nei suoi congegni occulta,
Fa mari i monti, e fa montagne i mari.
Che stai? Schiava a le tue leggi, sepulta
Ne l'ira tua tu cadi; al tuo governo
Egli si asside, e ai tuoi disdegni insulta
Libero, invitto, onnipossente, eterno!—
Udì il vanto oltraggioso e la superba
Sfida la Dea, che tutte cose impera,
E da le sedi adamantine, eccelse,
Ove, occulta al creato, erge il suo trono,
Chinò lo sguardo, e il rilevò, siccome
Commiserando a questa ultima sfera,
Bruna ed ultima tanto e tanto audace.
Prendea l'aure in quel punto ad ampie vele
L'ignifera carena, e fra' tranquilli
Miraggi de le fate argenteo il dorso
Scopríano a la notturna aere i delfini,
Pazzamente esultando; e già non lungi
Nereggiava agl'incerti occhi la sponda,
Che udì del tapinello Aci il lamento,
Quando il fiero Ciclope eragli sopra
Con geloso consiglio; e già tra' cupi
Firmamenti d'azzurro, erti ed immani
Spiccava agli astri, qual fumante altare,
Gli affocati cratèri Etna superbo,
Quando, gli alti corrucci e il lampeggiante
Sguardo sentendo de la Dea sdegnosa,
Di sulfureo vapor l'aria si tinse,
Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti
Scoppiâro a un tempo e con tutt'ira i venti.
Balzò dagli antri de la terra un vasto
Sanguinoso fantasma; in tortuöse
Rapide spire si elevò, diffuse
Per li nordici campi orrido il crine,
Sparse il cielo di sangue, e in fiammeggianti
Cerchi gl'impaüriti astri costrinse.
Guardò l'Eroe senza sgomento al petto
La boreäl meteora, e a le stupìte
Genti, che su la tolda erano accórse
A mirar tanto caso, e di paura
Avean gelido il core e verde il viso,
Insegnò, come seppe, in dir cortese
Il magnetico evento; allor che sorto
Da le funi riposte, ove grand'ora
Scialbo e sparuto era rimasto assiso
Certo frate Iginaldo, in modo strano
Trampolando sui piè, sciolse la lingua
Ai soliti sermoni. Era costui
Un fil d'omo, sottil, magro, ricurvo,
Pallido come cece, istrice al fronte,
Falco a lo sguardo: un subbio benedetto,
A cui tutta ravvolta era la trama,
Che ordita avea con fine arte il Loiola.
Corsa gran parte avea d'Asia; pescato
Con la rete di Pietro alme e moneta
Per la sposa di Cristo, e al Franco lido
Quinci movea per sovvenir le afflitte
Dai novelli cimenti anime pie.
Di Lucifero il detto e il paventoso
Mormorar de la ciurma, a quella strana
Apparenza di cielo, ei tosto accolse
Ne le vigili orecchie, e, tolto il destro
Di fulminar con la parola audace
L'alme corrotte e l'empietà dei tempi,
Gittossi a' piedi il brevïario, strinse
Ne la tremula destra il crocifisso,
Che tenea, qual pugnale, a la cintura,
E in questa guisa a favellar proruppe:
—Prostratevi, tremate; ululi e pianti
Alzate, o genti de la terra; il crine
Di polvere spargete! Ecco, si appressa
L'ora del gran giudizio; ecco, il Signore
Sbuca fuor da le sue stanze, e discende
Come nembo d'autunno. Ardono i cieli
A l'irata presenza, e piovon fiamme
Su le terre di Sòdoma; qual cera
Squaglian monti e palagi; orridi e neri
Bollon com'olio i flutti; apron le gole
I mille abissi de la terra, e inghiottono
Le falangi del tristo. Empî! di falsi
Idoli e di scïenze occulte e maghe
Mal vi fate voi schermo! Avete il tempio
Profanato del Cristo; il santo avete
Patrimonio di Pier fra voi diviso;
Gozzovigliato fra le stragi; aperto
Con mille punte di tortura il grembo
De la madre di tutti; i figli spinti
Contro al sen de la madre; e il latte e il sangue,
Con vile e frodolente arte spremuto,
Tracannando qual vino, ebbri e feroci,
Incoronati d'empietà, vi siete
Sopra l'ossa dei santi eretto il trono!
Ma tra' fulmini avvolto ecco, passeggia
Il Signor degli eserciti, e l'immondo
Trono di Belzebù, come vil coccio
Infrangerà! Questo che in ciel vedete
È il giudizio di Dio!—
—Questo è il rossore
Di Dio, che sul tuo labbro ode il suo nome!—Una
voce gridò.
—Questo è l'inferno,
Riprese il frate, che divora e strugge
Le falangi degli empî!—
—O forse il sangue,
Che han versato ogni tempo i manigoldi
Di Vaticano!—
—Odo fra noi la voce
De l'eresía; Satana è qui; perduti
Tutti siam noi: ci sarà tomba il mare!—
Dicea, quando dal mar torbido e negro
Mugulando una sconcia onda levosse,
Contro al legno proruppe, e lieve in guisa
L'alzò, che spinta noi vediam dal turbo
Una povera foglia. Orridamente
Cigolaron le antenne; urlâr concordi
I venti e i passaggier, le ciurme e il mare,
E, dal fiero sospinto urto improvviso,
Balenò, traballò, rovescion cadde
Il loquace profeta, e destò il riso
Ai mal fermi su' piè trepidi astanti,
Qual da la ferrea gabbia, ove a diporto
Con muta gravità saltando aggirasi
La rugosa bertuccia, o ver, seduta
Ad un raggio di Sol, prova l'aguzzo
Dente a spellar secco virgulto, e il guardo
Volge furtivo ai curïosi intorno,
Se avvien ch'altri l'aìzzi, essa d'un salto
Balza a l'opposto lato, i bianchi denti
Digrigna, batte le palpebre, e torna
Con guardinga incuranza al giro usato;
Così in piè balzò il frate, il sospettoso
Occhio intorno girò, forbì le sozze
Palme, scosse la tunica, e, l'adunca
Faccia a la tenebrosa aria levando,
Umile e grave accovacciossi; aprì
L'unto breviario, e mormorò latine
Forse bestemmie, che parean preghiere.
Giù dagli astri in quel punto, a par di scura
Aquila, che a l'ovil piombi improvviso,
Precipitava una procella, e il core
Discioglieva ai più fermi. Orride e gravi
Come monti di piombo, ingombran tutta
Del ciel la faccia le sulfuree nubi;
Mugghian lividi i flutti, e d'ogni banda
Saltan sul mare ad azzuffarsi i venti.
Quinci aquilon prorompe, e quindi irato
Si scatena il ponente, e in un sol groppo
Pugnan, come Titani: un le pesanti
Nuvole afferra, e contro al mar le scaglia
Con immenso fragor; l'altro dai fondi
Gorghi del mar l'onde travolve, e al cielo
Furibondo le avventa, e sfida Iddio.
Qual da robusto giocator, compulso
Dal dentato bracciale, a l'altro avverso
Il ben gonfio pallon balza e resulta,
Tal de l'onde in balía, dei venti in preda,
Di qua spinto e di là, s'agita e batte
Il rotante naviglio; ed or su 'l dorso
Del fiotto immane al ciel levasi, or piomba
Ruïnoso tra' flutti, e s'inabissa
Come cosa perduta. A l'aër nero
Fra lo schianto dei tuoni odi un confuso
Suon di strida e di preci, un disperato
Urtar d'opre e di cose, un fiero, orrendo
Battagliar con la morte, e inconsüeta
Fratellanza di pianti e di paure.
Tu sol, fra tanto perdimento, il petto
Non apristi a la tema, inclito amico
Degli arditi mortali; e l'alma e il braccio
Adoprando al governo, e da ogni parte
Con diva ressa esercitando il grido
Su le pavide ciurme, il cigolante
Pino a le voratrici acque contendi.
E là, dove nel mar libico schiude
La selvaggia di Sardo isola il seno,
Ben ridotto l'avresti, ove già fermo
Di tutti la madrigna Isi in quel giorno
Non avesse nel cor l'esizio estremo.
Suscitò co 'l suo fiato un vorticoso
Turbine, spalancò l'onde, in un mucchio
Avviluppò fiaccate arbori e sarte,
E fin dentro ai secreti antri, ove occulto
L'impellente vapor mugola e ferve,
Vïolento introdusse il flutto avverso.
Scoppian, travolti nei dedalei fianchi,
Gl'ingegnosi lebèti; in duo partito
Salta al cielo ad un punto, e s'inabissa
Il perduto naviglio; e orrenda, immensa
Fra le rovine e il mare urla la Morte.
Era fra tanti derelitti, a cui
Piomba certo su 'l capo il danno estremo,
La leggiadra Isolina; a le ginocchia
Del nostro Eroe si attenne, e fredda, bianca,
Scompigliata negli atti e negli accenti
Fra' singhiozzi pregò:—Deh! mi salvate,
Deh! salvatemi voi! Ch'io lo riveda,
Ch'io muoia almen fra le sue braccia!—Un'onda
In questo dir si sollevò; travolse
La giovinetta, e de l'Eroe lontano,
Come fiore divelto, in mar la spinse.
Diè Lucifero un grido, e d'Ebe a un'ora
Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo
Di rapir la gentil preda a la morte,
Qual tempestoso augello, in mar lanciosse.
Trabalzati dal turbo erran gl'infranti
Pini su' flutti, e con sinistri e neri
Serpeggiamenti ingombrano gli abissi
Tenebrosi del mar: sembran natanti
Dèmoni, che al ghignar cupo de l'onde
Ballin pazza una ridda a far più triste
De' disperati naufraghi la morte.
Rompe i flutti Lucifero, e fra tanta
Desolata pietà sol di lei cerca,
Sol si affanna per lei, che tutte in core
Le sopite d'amor fiamme gli avviva.
Biancheggiar vede alfin come un'incerta
Forma, cullata abbandonatamente
Da men torbidi flutti, e sembra cosa
Di visïon, che tremoli a lo sguardo
D'oblique stelle, e tu non sai, se chiusa
Entro a un vel di canore acque e di spume,
Sia l'amor che tu sogni, o ver la morte.
Stranamente l'Eroe spinse la voce,
Pari ad artigliatrice aquila, quando
Disertar vede il nido, e da le nubi
Piomba, e co 'l grido il cacciator sgomenta;
E a quella volta ambo le braccia e il petto
Affaticò. La cara supplicante
Ben riconobbe, e in cor gioì: di peso
L'alza, l'impone al grande òmero, e forte
Serrandola co 'l braccio a mezza vita,
Con ambo i piè squarcia di forza il flutto.
Ella respira ancor; la fuggitiva
Pupilla per le vaste ombre dilata,
E un caro astro ricerca, il derelitto
Astro de l'amor suo.—Cessate, o venti,
T'accheta, o mar; risplendi, o Sol; venite,
Lontane terre, al cenno mio; ch'io possa
Serbar quest'infelice alma a l'amore!—
Girò in tal dir lo sguardo, e a lui da presso
Con le braccia convulse a una raminga
Botte aggrappato disperatamente
Scòrse il misero frate: un moribondo
Topo ei parea, che, a la grommata riva
D'un impuro padùle a ber venuto,
Vi trabocchi per caso: il miserello
Stride pietosamente, i neri e furbi
Occhi spalanca; or d'uno or d'altro verso
Si travaglia d'intorno a un galleggiante
Sughero, che da' piè sempre gli sfugge,
E, invan le gambe picciolette a un tempo
Dimenando e la coda, alza a fior d'onda
Tenero il muso, i grigi orecchi appunta,
Finchè, domato da la sorte acerba,
Riman su l'acqua tumido e supino.
L'Eroe lo vide, e contro a lui di punta
Si disserrò, qual su l'ingorda sula
Piomba il labbo animoso: a la codarda
Voratrice la vasta ala non giova;
Gracchia a l'aure fuggendo, e il mal digesto
Cibo a l'audace assalitor concede.
Tal sul frate l'Eroe piombò, nel punto,
Che a cavalcion su le cerchiate doghe
Con gran pena ei salía: per la pelata
Nuca agguantollo; al soverchiante flutto
L'abbandonò; su la girevol cimba
Pontò forte la destra, e su d'un salto
Vi si assise, e gridò:—Frate, il tuo regno
De la terra non è, non è del mare:
Io t'insegno il vangel!—Guaiva il frate,
Tapinandosi indarno, e rotte e fioche
Voci mettea:—Non vo' morir, non devo
Così presto morir! Come San Pietro
Tu solchi il mar; salvami tu!—
—Profeta
Non son, nè figlio di profeta, eppure
Veggio che in gran peccato esser tu devi:
Troppo temi il morir!—
—Sono in peccato,
Hai detto il vero, in gran peccato io sono:
Vo' confessarmi a te!—
—Volgiti ai santi;
Il demonio son io.—
—Sàtana, o Cristo,
T'adorerò, pur che mi salvi!—
—Assai
Facile è in ver la fede tua: rinneghi
Dunque la legge cui finor servisti?—
—Pur che sia salvo, io la rinnego!—
—In molle
Rèstati adunque, e non aver paura
De le fiamme d'inferno!—
Il moribondo
Sparì tra' flutti; al cor l'altro costrinse
La giovinetta; su la fredda e bianca
Fronte baciolla; le spirò su' labbri
Una dolce parola: ella era muta
Come la morte. Egli proruppe:—È bello,
Bello, o frate, è il morir: vedi? su questa
Bocca è la morte, ed io la bacio e l'amo!—
Era già piano il mar, taciti i venti,
Terso di nubi il ciel; roridi e bianchi
Tremolavan per l'aere i fuggitivi
Astri, e a specchiar la fronte aurea nei flutti
Con le perle su 'l crin venía l'aurora.
Correa spinta dall'aure a fior di spume
La cimba portentosa, e verso ai cari
Lidi movea; quando al tenace amplesso
D'un terribile sogno Iddio si tolse
Scapigliato ed ansante:
—Ove, ove siete,
Miei campioni, gridò? Qui a me d'intorno
Gli arcangeli non veggo e il formidato
Fulmin de l'ira mia! Tacciono i cieli
L'inno de la mia gloria; alzano il riso
Gl'increduli mortali, e l'inconcusso
Trono de la mia luce, ecco, diventa
Tenebroso sepolcro ai passi miei.
Rompete il laccio dei melliflui sonni,
Troppo ingenui Celesti! Orrido io sento
Sibilar per le vive aure lo strido
De l'umano Pensier; sorge di nuovo
Lucifero da l'ombre, e sotto ai chiari
Sguardi del cielo, in faccia al Sol, vestito
D'umane carni e d'ardimenti invitti,
Contro al nostro poter pugna co 'l riso.
Dormite pur, beate alme, sognate
L'albe eterne dei cieli e la ghirlanda
Mai consunta degli astri e le piovute
Manne del paradiso; e tu, dai regni
Contrastati del mondo, oltre il confine
De la fallibil creta alza l'imbelle
Tuo desiderio, e bamboleggia e trema,
Reo vegliardo di Roma! Io, benchè agli occhi
Nereggiar miri un crudo fato, e senta
Mormorar fra' consorti astri una voce
Di superba minaccia, io quel nemico
Spirto di libertà, ch'agita i petti,
Soffocherò!—
Disse, e l'usbergo usato,
Che tutto era di nebbie e di paure,
Stupenda opra, vestì; l'orrida assunse
Ègida, che le avverse anime impietra;
Strinse nel pugno la fulminea spada,
E d'immenso clamore il ciel confuse.
Balzâr dal sonno esterrefatti i Troni,
Gli Arcangeli balzar, tutte fûr deste
Le falangi de' cieli, e a frotte, a stormi
Alïando venían, simili a incerti
Pigolanti piccioni, ove tra' sonni
Del temuto falcon sentan lo strido.
Videli appena il Dio, che da le soglie
Polverose de' cieli il dubitante
Per lunghi ozî ed età passo togliea,
Con fier cipiglio borbottando; e, in petto
Mal frenando la gialla ira, tre volte
Rotò sovra la testa il brando ignudo,
—E, via di qua, sclamò, via dal mio sguardo,
Plebe del cielo infeminita! Ai molli
Suoni de l'infingarde arpe voi date
L'anima tutta, e le divine essenze
Seppellite nel sonno. Onta a voi tutti!
Mentre l'uomo laggiù s'agita, e invade
Ogni cosa crëata, e dio diventa,
Voi, d'ogni cosa e di voi stessi ignari,
Con pacifico studio divorate
I banchetti celesti, e con le belle
Figlie de l'uom gli ozii spartite e il letto!—
Girò, in tal dire, anco una volta il brando,
E partito saría, se da la folta
Dei trepidanti arcangeli non fosse
Sorto innanzi Michel, l'adamantina
Spada del cielo. A le incostanti aduso
Bizze del Padre, ei gli si pianta innanzi
Con ischietto sorriso, e,—Qual talento,
Gli dice, è il vostro di pugnar? S'addice
La pugna a voi? Lucifero ha vestite
Spoglie umane, ed a noi l'alme ribella;
Ma rotto è forse il brando mio? Su lui
Disagevole è tanto il mio trïonfo?
Ben altre volte io gliel provai. Smettete
L'armi dunque e lo sdegno; io, s'ancor sono
Il guerrier vostro, io pugnar deggio: a voi
Il comandar, a me il servir si aspetta.—
Così parlava, ed il canuto mento
Gli careggiava, e il rabbonía. Di forza
Volea prima da lui svolgersi il nume,
Poi fiero in vista e mal frenando un riso,
Ritrasse il piè dal limitar: le indotte
Armi svestì; senza mirarlo in fronte
Al diletto campion la pugna indisse,
E, calcando ai superbi astri la faccia,
Su l'aureo trono in maestà si assise.
Gemea l'Eroe fra tanto, e su la bocca
De la bella sua morta iva mescendo
Dal profondo del cor lagrime e baci.
Mestamente fendea l'onde, e nel raggio
Dei purpurei crepuscoli diffuso
Vagolava il suo spirto oltre la vita.
Saltò da l'etra in quell'istante il forte
Messaggero di Dio, tutto ne l'armi
Coruscanti precluso, e parea stella
Portatrice di stragi. A sommo il flutto
Contro al gagliardo nuotator piantosse,
Precidendogli il lido, e con superbe
Voci il tentò:
—Riedi, insensato, ai neri
Baratri tuoi; quest'aure e questa luce
Non son per te. Del tuo Signor dispregi
Il divieto così? Ben del suo sdegno
T'è noto il peso e del mio brando. Lascia
Quest'aure adunque, se non vuoi di nuovo
Provar l'ira del Padre e il braccio mio!—
Guardollo in fronte, e con sorriso amaro
Gli rispose l'Eroe:
—Superbo e vôto
È il tuo parlar, qual si conviene a servo
D'assoluto signor. Gonfio de l'aura
D'un fatuo nume, opre millanti e cose,
Che son, più che vittorie, onte e dispregi.
Ma inver semplici or siete, ove co 'l suono
D'una futil minaccia il pensier mio
Svïar provate da l'ardita impresa,
Per cui tutta cadrà da' vostri petti
La superba jattanza. Ebbri del fumo
Dei vaporati sagrificî, il guardo
Voi non drizzate oltre l'istante, e lunghi
Anni di gloria e non caduco impero
V'impromettete. Al par di voi, securo
Si tenea ne le ròcche ardue d'Olimpo
Il fatal Saturnìde; e pure ei cadde,
E favola e ludibrio oggi è il suo nome
Ai più vili del mondo. E voi, voi pure,
E non guari, cadrete; e su le vostre
Fiere cervici striderà la punta
Dei sarcasmi plebei. Stolti! che al volo
De l'umana ragion, che tutto arriva,
Presumeste por ceppi, e chiuder l'alma
Dentro al sepolcro degl'imposti errori;
Ma trono eretto su l'error non dura;
Al tuo cieco signor la terra il grida!—
Strinse al petto, in tal dir, la giovinetta,
E verso al lido si spingea. Tremendo
Fulminò l'aïzzato angelo il grido,
Raggiò d'ira e di lampi, e la funesta
Spada calò. Su la sua cara estinta
Piegò il nemico il petto, e nulla oppose
A la spada fatal destrezza o scudo.
Balena il mar sinistramente; a l'aure
Fischia l'acciar, ma, come ghiaccio in fiamma,
Tocco appena l'Eroe, sciogliesi e strugge.
Vide il portento, e scompigliossi in core
Il guerriero di Dio; nè però a mezzo
Lascia la pugna: smisurate, immense
Spiega l'ali gagliarde, e si disserra
Contro al ribelle nuotator. Qual suole
Orgoglioso tacchino, ove al guardato
Beccatoio appressar veda un digiuno
Ramingante mastin, smetter l'usata
Ruota d'un tratto, scolorir l'eretta
Caruncula, e assalir tremendo in vista
Il mal sofferto esplorator; s'aggira
Questo, e no 'l bada; e mentre quei su' fianchi
L'ale gli sbatte, e sbuffa, e stronfia, e grida,
E il bèzzica a la coda e lo flagella,
Tacito e imperturbato ei mette il muso
Ne l'accolto becchime, e fiuta e passa;
Tale il divo campion con le robuste
Penne il superbo Pellegrin combatte
Rotëandogli intorno.
Ai cari lidi
Questi si affretta, e con parole acerbe
Lo stanco assalitor punge e motteggia:
—Torna ai cieli, o fanciullo; e le lucenti
Soglie giammai de la magion paterna
Non lasciar quind'innanzi. È dura impresa,
Credi, il fermar sopra le vie del fato
Il pensiero de l'uom: pari a torrente
Ch'argini rompe, alberi svelle, ei corre
Per sentiero infinito, e, non che un solo,
Mille Dii non potrían romperne il corso!—
In così dir, prese la riva; irato
L'Angiol guardollo, e dileguossi al vento,
Come vapor di nebbia vespertina,
Che s'innalzi dal mar: vela un istante
I purpurei del Sol placidi occasi,
Poi si scioglie a la brezza.
Il Pellegrino
Diede un forte sospir; la cara estinta
Su l'arena depose; e poi che l'ebbe
Tersa, come potea, del flutto amaro,
La guardò lungamente; una leggera
Zolla le impose, e muto e senza pianto,
Pari a fantasma, in riva al mar si assise.