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Lucifero

Chapter 7: CANTO QUARTO.
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About This Book

Divine silence and the fading force of ritual provoke a crisis of faith: priests lament, people laugh, and a rebellious celestial being resolves to incarnate as mortal to test love, action, and redemption. He transforms and descends amid vivid seasonal and mountain imagery, declaring a mission to rouse human thought and contest the authority of heaven. On the Caucasus he encounters a titan who first dissuades him and then listens as the stranger prepares his tale. The narrative alternates dramatic episodes and reflective passages, addressing critics and exploring themes of artistic vocation, freedom, struggle, and the possibility of human salvation through love and deeds.

CANTO QUARTO.

ARGOMENTO.

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.—Descrizione di Tempe.—Le bagnanti sorprese.—Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.—Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.—Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.

    Concitato così le spalle tòrse
    A la scitica rupe, e dentro al petto,
    Siccome vena di sboccanti lave,
    Giovane e forte gli bollía la vita.
    Solo e pensoso ei va, come solinga
    Per gli spazî del ciel tacita nube,
    Nè gli cal se la bianca alba gli rida,
    Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga
    L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo;
    Perocchè diva è la sua tempra, e nulla
    Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto.
    Solo e pensoso ei va: monti e dirupi
    E foreste e deserti indifferente
    Lasciasi a tergo, e par nave, che muta
    Solchi le tenebrose onde sospinta
    Da prosperi aquiloni. Il flutto varca
    De lo spumante, ingiurïoso Arasse;
    Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama
    Le Amazzoni omicide; le spelonche
    Orride mira e le ferrate valli
    Dei Cálibi feroci; e dei cotanti
    Popolati di fiabe incliti lochi
    O si scorda, o non cura, o ver sorride.
    Ma di te si sovvenne, in su la sponda
    Del propontide stretto, Ero infelice;
    E il mar querulo ancor di tanto lutto
    Ricercando con gli occhi e le nascenti
    Per l'azzurro del ciel candide stelle:
    —Ecco il talamo vostro, ecco le faci
    Del vostro imene, o giovanetti, ei disse:
    Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno
    Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno
    Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo
    Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli,
    Due fior la vita, ed ogni cor due stelle!
    Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze;
    Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio
    Ed un sospiro; un talamo e una fossa;
    Un sogno e un sonno; un inno ed un addio!
    Oh! l'amore, oh! la morte!—
                                In tali avvolto
    Meste e leggiadre fantasie d'amore
    Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti
    Per tanto flutto verginali amplessi
    E la pronuba face e il fato estremo
    Invidïando al garzoncel d'Abido,
    Sentì quasi pietà d'esser sì solo.
      Mentre ei vaga così di terra in terra,
    E amor solo il comanda, ad altre piagge
    Volano i canti miei: su le ridenti
    Piagge di Tempe, asil di giovanette,
    Ninfe, amanti di rose e di garzoni.
      Come canestro di ben culti fiori,
    Nel tessalo giardin Tempe verdeggia,
    Tempe, amena contrada, a cui diêr grido,
    Quando Grecia fioría, Numi e poeti.
    Coronata di selva, entro ad opaca
    Valle per ben chiomati olmi canori
    E per canto d'augelli e suon di rivi,
    Tra Larissa e l'Egèo molle dechina,
    E, quai Titani, a lei stanno d'intorno
    Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri
    Gioghi di monti, da le cui pendici,
    Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe
    Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi,
    Quando più torve lo mordean l'Erinni,
    Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse
    S'addossavano ancor rocce su rocce
    Senza varco di uscita; e brulla e mesta
    Era la terra. Arse di rabbia il fero
    Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto
    Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti
    Gl'iperborei macigni; inorriditi
    Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro
    Al furente Almeníde. Amena e bella
    Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume
    In memoria del dio. Fra sempre verdi
    Gramigne e giunchi flessuösi e fiori
    Esso ha il lubrico letto, ed or si volve
    Querulo come rivo, or mugolante
    Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno
    Tra foltissimi vepri al Sol s'invola,
    Or limpido e sonante al ciel risplende
    Come lama d'argento, ed ai lavacri
    Il polveroso mandrïan conforta.
    Pingue così di spume e di tributi
    Scende superbo a fecondar la valle,
    E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno
    E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa,
    Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda
    E sdegnosa altresì; però che un tratto
    Su l'ampio dorso del Penèo galleggia
    Lieve e cheto com'olio, indi si parte
    Solissimo fra' giunchi, e vien per via
    Mordendo argini e siepi ed involando
    Iridati lapilli e tenui fiori,
    Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce
    Con allegro susurro il giovin flutto.
    Cercan la sua romita onda al merigge
    Sitibonde le capre, e tarde e stanche
    Giù da l'erta si calano le vacche
    Al tinnío de le pensili campane,
    Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso
    Il rubesto caprar zufola al vento.
      Venían furtive un dì sopra la riva
    Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe
    Le ritonde sembianze, e su l'eburnee
    Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza
    Degli estivi solstizî, e mezzo ignude
    Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli,
    Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti
    Palpitavan, celati entro ai cespugli,
    L'insidïosi giovanetti, e nulla
    Prendean cura di greggi, o di ritorno,
    O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito
    Fuor mai si spinse, e disïoso e folle
    Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda,
    Clamorose echeggiar sentivi intorno
    Femminee strida, ed agitate e rotte
    Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo,
    Fuggon le donzellette, e vesti e pepli
    Scambian confuse, e tremanti avviluppansi
    Ne le riverse tuniche, e pe'l lido
    Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono
    Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia,
    Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli
    Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi
    Rosee forme fuggenti, e scappan dardi
    Di voluttà. Riedon delusi intanto
    I giovincelli, e s'affollan sul piano
    Clamorosi, anelanti, ed un si loda
    Del proprio ardire, e ride e si fa gioco
    Del ritroso compagno; un leva a cielo
    La beltà de l'amica; altri fa mostra
    D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta
    Sorrisi e baci e occulte intelligenze
    Di vicini ritrovi; e va del caso
    Superbo ognun qual d'un primier trïonfo.
      Così a le danze ed ai trastulli amica
    Tempe fioriva un dì, quando nei bruni
    Letti del mar dormía cieco ed ignoto
    Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta
    Come vedova or siede; e s'anco aprile
    Va per uso a recar le sue ghirlande
    Su quell'orbe contrade, e van le stelle
    A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume,
    Ben puoi dire, che senso han tutte cose
    Di ricordi gentili, e son fedeli,
    Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori.
    Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse
    Ispide macchie al croceo Sol biancheggia
    Qualche muta capanna, ove, costretto
    Di scarse lane il macerato fianco,
    Numera i penitenti anni nel duolo
    Il romito calòcero, che nulla
    Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo
    Forse dar più non puote, offre al Signore.
      Sola, fra questi incolti èremi, in vetta
    D'un'aërea collina, a cui sorride
    Primo dagli orti il giovinetto sole,
    Una strana magion sorger tu miri
    Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente
    Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora
    Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia,
    Or circonfusa d'un'argentea luce
    A dolce meditar l'anime invita.
    Danza d'intorno a lei con grazïoso
    Florivolo tripudio il fresco Aprile,
    Che le penne del dorso e il facil volo
    Ivi gran tratto e volentieri oblía,
    Fin che non giunga a discacciarlo il verno.
    Sentono il suo fecondo alito i fiori,
    E su su da le intatte erbe, che tremolano
    Riscintillanti al candido mattino,
    Schiudon l'auree corolle, innamorate
    D'agili silfi; ed ei, per la diffusa
    Luce che lo circonda e le volanti
    Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia,
    E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi,
    L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro,
    A un concento d'amor tempra e concorda.
    Mira a la lunge il credulo romito,
    Come spera di Sol, fulger l'ostello,
    E suonar l'aure insolite armonie
    Stupefatto ode, ed incantevol mostro
    Di spiriti lo crede, asil di fate
    Suäditrici di lascivi amplessi.
    Pende un tratto con doppio animo, e quando
    Nel travolto pensier dèmoni e ninfe
    Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi
    Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori,
    Trepidante di là togliesi, e il foco
    Del vorace desio, che il cor gli afferra,
    Nel pensiero di Dio spegner presume.
    —Piombi il foco del ciel su l'empie mura,
    Quinci a notte passando, esclama il vecchio
    Merciaiolo di Sira; al maledetto
    Spirito che vi ha stanza aprasi il nero
    Regno di Belzebù!—Sporge le braccia
    Imprecando in tal guisa; e, borbottando
    Per l'erma notte altre più ree parole,
    Riattizza la pipa: in fosche e spesse
    Nugole fuor da le sonanti labbra
    Sbuca il putido fumo, e con sinistro
    Gorgoglío geme la tartarea canna.
    Ma di lui men feroce, in su la china
    De le valli fiorite, allor che intera
    Guarda l'estiva luna entro lo specchio
    De le chete fontane, e a le tranquille
    Brezze dei monti flettono la cima
    L'arsicce mèssi e i moribondi fiori,
    Men feroce di lui fermasi e guata
    Il giovinetto pastorel, che vide
    Un dì ne la pensosa ora dei vespri
    Vaga passar di sotto ai pergolati
    De l'aërea magione una bellissima
    Immagin di fanciulla, e non sa forse
    Il semplicetto mandrïan, se cosa
    Fosse di sogno, o di mortal figura
    Non fallace apparenza. Entro al pensiero
    Quella leggiadra visïon tuttora
    Vagolando gli nuota, a quella forma
    Che vediam ne la verde onda d'un lago
    D'un astro ignoto tremolar l'aspetto,
    E ne par forse innamorato e mesto
    Spirto, dannato ad abitar quell'acque.
    Sui disfatti scaglioni il giovinetto
    Appo il fonte si asside, e la stanchezza
    Dei lunghi giorni e la stagion cocente
    Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri
    Fra le vergini rose e le modeste
    Edere de le siepi, or tu gli reca
    Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora
    Derivar da la dolce arpa l'ignota
    Di quell'aureo palagio abitatrice,
    Ebe, il misterïoso astro di Tempe,
    Ebe, l'arcana visïon d'amore.
      Ella è colà: nei taciti giardini
    Pari a le stelle uscì; candida e sola,
    Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira
    Pei fioriti vïali, ecco, domanda
    Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo,
    Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto
    Ne la pensile rete ella distende
    Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura
    Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
    Spinge tra fronda e fronda il curïoso
    Raggio la luna, ed al tremar dei rami
    Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi.
    Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda
    Fate di danze, innamorati augelli:
    Bacio d'amor su quella fronte intatta
    Finor non si posò; pronube danze
    Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura,
    Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
    Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira
    L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa
    Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco
    S'apre a fatica a la materna luce;
    Onda, che parta il marinar co'l remo,
    Mormorando s'aduna, e corre al lido;
    Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura
    Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
    Or vedete, ella sorge; a la vocale
    Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro
    Sedil, tessuto di costanti bossi,
    Mollemente si adagia, e al fuggitivo
    Tremulo raggio de l'occidue stelle
    La mesta del suo cor voce confida:

            —Date a la terra i fiori,
          Date i coralli al mar;
          Ad ogni cor gli amori,
          Ad ogni dio l'altar.
          Abbia ogni nembo un'ìride,
          Ogni astro i suoi splendori;
          Date a la terra i fiori,
          Date i coralli al mar.

            Ma, rieda il verno o il maggio,
          Mesta e soletta io son;
          Muto è del cielo il raggio,
          Triste è de l'arpa il suon;
          Qual vana ala di zeffiro
          Passo nel mio vïaggio,
          E, rieda il verno o il maggio,
          Mesta e soletta io son.

            O immagini lucenti
          Di più felici dì,
          Sogni de l'arte ardenti,
          Il vostro april sfiorì;
          Invan chiedo le olimpiche
          Forme a le nuove genti,
          O immagini lucenti
          Di più felici dì.

            La giovinezza, il riso,
          Le grazie ed il piacer
          Fuggon tremanti al viso
          De l'inamabil Ver;
          Fuggon su l'ali rosee
          Del vago error conquiso
          La giovinezza, il riso,
          Le grazie ed il piacer.—

    Ella così cantò. Sul limitare
    Appresentossi un pellegrin. Dai muti
    Sottoposti sentieri, a stilla a stilla
    Bevuta avea la voluttà secreta
    Di quel suon, di quel canto, a par di fiore,
    Che le brine del cielo avido beve
    Ne le tiepide sere; e a forza tratto
    Ivi venía, per quel secreto istinto
    Che l'altera rivolge aquila al sole.
    —La Ragion sia con voi, grave e solenne
    Esclamò su la soglia; un pellegrino
    Chiede ospitalità.—
                        Lo sguardo eresse
    A lo strano saluto Ebe, e tremante,
    Attonita mirò quella bizzarra
    Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse
    Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero
    Gioco gli fan così su la persona
    Le acute ombre notturne e l'auree faci,
    Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva
    Apparenza di spirto, ivi per voce
    D'incantesimi tratto.
                         —O pellegrino,
    Così a dir prese con trepida voce
    L'inclita giovinetta; ove di cibo
    Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata
    Gente ed a case inospitali e dure
    Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo
    Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente
    Viene in tal guisa a visitar la terra.
    Però siedi e t'allegra; e mentre intorno
    Movan le ancelle ad imbandir le cene,
    E a sprimacciare e ricovrir di schiette
    Coltri le piume al tuo riposo amiche,
    Dir ti piaccia il tuo nome e le native
    Piagge ed i casi tuoi, però che al volto,
    A le fogge straniere e al portamento
    Uom venturoso e non vulgar ti estimo.—
    Egli sorrise e s'adagiò. Siccome
    Tenera foglia al susurrar del vento
    Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura
    Goda cullarsi e presentir l'onore
    Dei colmi bocci e del nettareo frutto,
    O che, del nembo aütunnal presaga,
    L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa
    Trepidava ne l'alma al novo aspetto
    De l'orgoglioso Pellegrino, e muta
    Pendea da lui, qual candido corimbo
    Che dal solingo muricciòl de l'orto,
    Quando zeffiro tace, immobil pende.
    Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero
    Ospite, e come può, cerca con gli occhi
    Disïosi tradir tutta in un punto
    La dolcezza improvvisa, onde si strugge
    Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto
    Nei grandi occhi di lei, con lenta voce
    Diè principio al suo dire:
                             —Ospite, ov'io
    Dar potessi la fede ai tanti miti,
    Di che memore è il loco, io di mortali
    Questo l'asil non crederei, ma antica
    Stanza di numi; ma nel cielo i numi
    Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo
    Regnator de la terra; ond'io con esso
    Primamente mi allegro, e son superbo
    D'esser con te. Pur molte fiate e molte
    Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi
    Raccontar la mia storia, e tu non senza
    Terror l'udresti, perocchè diverso
    Molto son io di quel che sembro, e fama
    E possanza ed impero ho anch'io nel mondo
    Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace
    Saper tanto di me, che altera cosa
    Il silenzio non sembri e folle il vanto,
    Brevemente dirò. Su l'immortale
    Cardine del Pensiero, inclito padre
    Di stupendi artificî, erto il mio trono
    S'alza come alpe, e nulla a me di fronte
    Nel creato universo altra si estolle
    Nemica forza emulatrice, tranne
    La gran larva di Dio. Fiero e superbo
    Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta
    Region dei cieli e la miglior presume
    Frenar sotto il suo scettro, e il radïante
    Popol degli astri e il dolce aere e la luce
    Al mio regno involar, ma questa bruna
    Picciola sfera, ove si affanna e preme
    Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde
    Alme al Vero devote e al culto mio
    Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno
    Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato,
    Darò, nè guari, e di mia man la morte!—
    —Tu bestemmî, stranier! raccapricciando
    Ebe esclamò; tremar mi fai!—
                                 Su'l labbro
    Pose ei l'indice in croce, e altero in atto
    Silenzio indisse, e proseguì:
                                 —Pugnammo
    Con diverse armi sempre, e spirò incerta
    L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso
    Firmamento del ciel, rigido, immoto
    L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco
    Fosse a la colpa del mestier divino,
    Sotto triplice larva il ciel governa.
    Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto
    Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo
    Arrestarne potría; come insanita
    Tiade balza la terra a l'aër cieco,
    E l'etere si spande, e il mare ondeggia,
    E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto
    Lo spensierato iddio pasce le nari
    Del bruciaticcio di venali incensi,
    E a soffiar vuote bolle di sapone,
    Che a la luce del Sol gli sembran stelle,
    Sciupa l'eternità. Ferrei governi
    E immote norme ed assoluti imperi
    A l'incontro io dispregio, e avverso al fato
    E a la Natura sto; m'agito e vivo
    Fra le cose create, e son de l'alma
    La libertà. Stupido e fiero ei regna
    Immobilmente, ed or di püerili
    Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo
    Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui
    E d'anfibî ministri e d'evirate
    Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza
    Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno
    Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta,
    Di libere e gagliarde alme il difendo
    Liberamente. O amore, o affanno, o colpa
    Di scïenza e di luce, o istinto e vita
    Di verità, di libertà, se merto
    Altro non hai che la tortura e il rogo,
    Se altro nome non hai fuor che delitto,
    Ecco, a la terra io fermamente il grido:
    Altare è il rogo, ed il delitto è dio!—
      Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni
    Omeri scosse, e sollevò la faccia
    Con fantastico ardir. Pavida, incerta
    Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota
    Purpurea fiamma le scendea nel petto
    Agitandole il cor. Sorse a la fine
    Tacita; con gentile atto la destra
    Cortesemente al forestier profferse,
    E al cheto asil dei suoi verginei sogni
    Conturbata si volse. Ei con l'acceso
    Sguardo la cinse; com'etereo foco
    Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto
    D'eterno amor le fibre intime ardente,
    Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!

CANTO QUINTO.

ARGOMENTO.

Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.

    Ma qual riposo mai, qual mai quïete
    Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta,
    Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete,
    Sì fiero caso a la tua vita appresta?
    Come fil di corallo entro a le chete
    Onde germoglia Amor ne l'alma mesta;
    Amor sen vien furtivo e taciturno,
    Sen viene al cor qual ladroncel notturno.

      Su le deserte, angoscïose piume
    Ella inquieta si volge, ella sospira;
    E, qual lieve farfalla intorno al lume,
    Amor non visto intorno a lei si aggira;
    Gira per l'aria, e com'è suo costume,
    Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira;
    E de lo strano Eroe le reca innante
    Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.

      Ella il vede, ella il sente: ad una ad una
    Fan le audaci parole a lei ritorno,
    Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna
    Tornan le pecchie argute al lor soggiorno;
    Ed or le parla de la sua fortuna,
    Muto or la guarda, or le si asside intorno;
    Ed ella, a par di bianca aërea face,
    Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.

      Sorse alfine; e de l'ombre impazïente
    Gli opposti vetri a le fresche aure aperse.
    Taceva anco la notte, e rade e lente
    Fuggían contro al mattin le stelle avverse;
    Un zeffiro gentil da l'orïente
    Le vaghe ali movea di brine asperse,
    E ad ogni fior de le ben culte aiuole
    Dolci olezzi traea, dolci parole.

      Diceva a l'aura il fiore:—Aura pietosa,
    Che mi porti le brine alme e vivaci,
    Deh! per poco su me l'ali riposa
    L'ali dolci così, così fugaci;
    Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa;
    Son mia vita ed amor solo i tuoi baci;
    Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo;
    Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!—

      —Sorgi, dicea con lamentevol grido
    Presso a la rosa il tenero usignolo;
    Quanto bella sei tu, tanto io son fido,
    Quanto lieta sei tu, tanto io son solo.
    Già il candido mattin sorge dal lido,
    E tu sorgi così dal tuo bocciòlo;
    Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio;
    Tu sei l'amore, e l'armonia son io.—

      Questo udía pe'l giardin la vereconda
    Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve,
    Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda,
    E un'Ombra vide, o di veder le parve;
    Stette, il respir contenne, e a la gioconda
    Luce de l'alba il Pellegrin le apparve;
    Mise ella un grido, e pallida divenne;
    Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.

      —Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento,
    M'odi, pietà del mio destin ti tocchi:
    Io, che ai Numi recai guerra e spavento,
    Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi!
    Ogni raggio d'onor fia per me spento,
    Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi:
    In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto,
    La vita, il trono, la vittoria acquisto.

      Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita
    Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi
    Sempre in traccia di te corsa ho la vita,
    O eterna Idea, che umana forma or prendi;
    Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita,
    Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi;
    Or che t'aggiungo, e intero alfin son io,
    Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.

      Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo,
    Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare:
    T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo,
    E immenso è l'amor mio siccome il mare:
    Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo,
    La beltà agli occhi, a la beltà un altare,
    Sola virtù di questa fragil salma,
    Luce de la pupilla, aria de l'alma!—

      Così dicendo, a l'odorato lembo
    De le vesti di lei dolce si appiglia;
    Ella pavida in atto, al vergin grembo
    Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;
    E qual fussia gentil, che dopo il nembo
    Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia,
    Stillante di pudor la faccia bella,
    Senza il fronte levar, così favella:

      —Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,
    Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;
    Deh! chi mai la possente arte ti apprese
    Del suäve parlar, ch'apre ogni petto?
    Ben questi alberi muti e le scoscese
    Rupi verrían commossi a tanto affetto,
    E amor risponderían, d'amore istrutti,
    Le dure querce e gl'infecondi flutti.

      Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri
    Il fior di questa mia povera vita,
    Se le gioie del mondo e i giorni allegri
    Par ch'abbian del mio cor la via smarrita?
    Qui passan gli anni miei romiti e negri,
    E m'è la speme del morir gradita;
    Chè sol di là di quest'oscuro esiglio
    Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.—

      Tal parla, e in verginale atto la faccia
    Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,
    E minacciar vorría, ma la minaccia
    Le muore su le labbra in un sospiro.
    Ebbro, anelante, con aperte braccia,
    —Ah! no, risponde il Pellegrin delíro,
    Tu, che sì bella e sì pietosa sei,
    Senza luce d'amor viver non dèi.

      No, non fia ver, che senz'amore al mondo
    Volga tua vita abbandonata e sola,
    Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,
    Qual bianco giglio in solitaria aiuola:
    Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo,
    La forte ala d'amor penetra e vola,
    Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,
    Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.

      Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,
    Raggio di sole e manto irto di neve,
    Vol di farfalla e profumo di fiore,
    Tutto passa così rapido e lieve;
    Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,
    E l'istante d'amor forse è il più breve;
    Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla,
    Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.

      Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte,
    Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
    Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
    Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
    Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
    Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
    Come ad olmo consorte edera o vite
    L'alme unirem sovra a le bocche unite!—

      Disse, e acceso negli occhi e in atto strano
    Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse;
    E un'armonia suonò per l'aër vano,
    Ch'armonia parve, e baci erano forse.
    Sorto era il sole intanto, e dal sovrano
    Balzo a schiarar quelle due fronti accórse;
    E negli occhi de l'un, qual fior nel lago,
    Specchiar l'altra mirò la propria immago.

      V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva
    Di bei fiori non è, non è di foglie,
    Ma al tocco sol, come se fosse viva,
    Tutta in sè si restringe, e si raccoglie;
    Nome il volgo le dà di sensitiva,
    E senso di pudor certo essa accoglie,
    Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio,
    Ha virtude d'amor, senso e linguaggio.

      Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno
    Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme;
    Ed agli urti del cor le ondeggia il seno,
    E il cor le fugge a la risposta insieme:
    —Stranier, caro stranier, per questa almeno
    Secreta ambascia, che m'affanna e preme,
    Deh! per questa ti prego alma soletta,
    L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta.

      Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida,
    Se a l'audace voler tua possa è uguale,
    Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida,
    Nuova di giovinezza onda immortale;
    Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida;
    Che men funesto a noi vibri il suo strale;
    Che a questa vecchia gente infastidita
    Riedan le Grazie a rifiorir la vita!

      E se tanto non puoi, dammi che a questa
    Terra, che non m'intende, alfin m'invole;
    Ch'io mi scevri da tanta orda molesta,
    Che sepolta nel ver l'anima vuole.
    Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa,
    Ch'io mi confonda in un raggio di sole,
    Ch'io naufraghi coi miei poveri numi
    In un mare di luce e di profumi!—

      —Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose,
    Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori,
    E alle fole, che il mito aureo compose,
    I nostri involïam superbi cori:
    Il trono de l'amor son queste rose;
    Tutti son ne la vita i suoi splendori;
    È qui sovra la terra il ciel che agogni,
    Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni!

      Vivi a la terra e a me: vivi al governo
    Di questo amor, che fiamma è del pensiero,
    Di questo universal giovane eterno,
    Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero;
    Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno,
    Tempo ed eternità, verbo e mistero,
    Principio e fine del mortal cammino,
    Fede, legge, virtù, vita, destino.

      Vieni con me; per l'infinita via
    L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene;
    L'opra e l'amor son la ricchezza mia,
    Mio cibo il ver, la libertà il mio bene:
    Aquila altera per l'aria natía
    Al Sol va incontro, e schiva è di catene;
    I nembi sfida, i turbini sovrasta,
    Libera muor; la libertà le basta.

      Noi liberi così, per vario corso,
    Correrem, cimbe audaci, il mar crudele,
    E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso,
    De l'ali sue ne rifarà le vele.
    A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso,
    Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele;
    Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso,
    Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!—

      Favellando così, giuso a la valle
    Avean, senza saper, già vòlti i passi,
    E incerti si seguían, qual due farfalle,
    Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi;
    Ma quando s'avvisâr del vario calle
    De l'assòrta fanciulla i guardi lassi,
    Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta
    Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta.

      Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe
    Guancial trovò sul molle suol proteso,
    Nè le miti verbene e le superbe
    Rose andâr liete del vergineo peso:
    Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe
    Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso,
    E gli spiriti erranti in su le chete
    Labbra le avviva, e geme, e le ripete:

      —Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,
    Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
    Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
    Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
    Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
    Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
    Come ad olmo consorte edera o vite
    L'alme unirem sovra a le bocche unite.—

      Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro
    Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno;
    Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro;
    Splender mirò de la Ragione il regno;
    Vacillò de l'Error l'idolo impuro;
    Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno,
    E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa,
    Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.

      Sconosciuta fra tanto a la ventura
    L'innamorata coppia oltre cammina,
    E or d'un côlto villaggio entran le mura,
    Or cercano la valle, or la collina;
    Posan or su la sponda, or ne l'oscura
    Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina:
    La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento
    Per essi: amor; l'eternità un momento.

      Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei
    Le nitide versâr perle dal crine,
    Fra il Saronico golfo e i flutti Egei
    Il sacro Attico suol videro alfine;
    E, i Bëozii varcati e i monti Onéi,
    Le Cecropie toccâr mura divine,
    Che avean, benchè or le copra oblio profondo,
    Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.

      Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo
    L'urne riversa il vigile Cefiso,
    Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo
    Crescea corone un dì l'aureo narciso.
    Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo
    La pelasgica rupe appo l'Illiso,
    Or rupe incolta, ma d'illustre prove
    Già campo a la fatal figlia di Giove.

      Di pentelici marmi, in su la cima,
    L'inconcusso delúbro alto sorgea,
    E d'opre egregie e sagrificî opima
    Ivi ebbe l'ara la terribil dea:
    Fra l'argive falangi inclita e prima
    Sovente essa l'invitta asta scotea;
    E al lampo sol del venerando aspetto
    Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.

      Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta,
    Temprate in Lemno a le celesti incudi,
    E libera de l'irto elmo l'augusta
    Fronte splendea fuor dei funesti ludi,
    Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta
    Spirava il riso di men ferrei studi;
    E a l'ombra del vocal delfico alloro
    Venían le Muse, e s'assidea fra loro.

      Tra i ruderi famosi e le dirute
    Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano;
    Pensieroso guardò l'are cadute
    E i fòri e del deserto ágora il piano
    E il monte del tremato Are e le mute
    Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano;
    E d'un dio su la testa infranta e nera
    Umor versò, che nettare non era.

      Sorge la notte; ei là, presso al Pecile,
    S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema
    Pende la luna, e sovra a la gentile
    Bionda testa di lei sorride e trema.
    Pensoso egli è più de l'usato stile;
    È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema;
    E nuotando le vanno incerte e scure
    Cento memorie in cor, cento paure.

      Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna
    Del sen le fa con le protese braccia;
    E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna
    De le stelle del cielo essa l'abbraccia.
    Velò la fronte ipocrita la luna,
    Chè tanta voluttà par che le spiaccia,
    Come vecchia pinzochera far suole
    Al caro suon di lubriche parole.

      Disse alfin la fanciulla:—Oh! se sapessi
    Che paure ho nel core! Ai giorni miei
    Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,
    E amore e vita ed avvenir mi sei.
    Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,
    Come rondin deserta io mi morrei,
    Io mi morrei così!—Tacque, e gli avvolse
    Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.

      Poi riprendea piangendo:—Era fatale
    Quest'amor, più di te, più di me forte;
    Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale,
    E infranse e ribadì le mie ritorte.
    Sento che tu non sei cosa mortale,
    Ma ne le braccia tue sento la morte;
    Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge,
    L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.—

      Non risponde colui: torbido, immoto
    Per le tenebre lunghe il guardo intende;
    Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto
    Di larve brulicar l'aria comprende:
    Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto,
    E incerta su di lor la luna splende;
    E a lui d'intorno in apparenze strane
    Prendon fogge e sembianze e voci umane.

      Parla un'Ombra così:—Socrate fui,
    E tra' mortali un'altra volta io vegno,
    Chè contro a questi nebulosi e bui,
    Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno.
    Solo del vero io parlerò, di lui,
    Ch'unico iddio su la natura ha regno;
    E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta,
    Beverò la cicuta un'altra volta!—

      Sorge un'altr'Ombra, e dice:—Al vulgo iniquo,
    Che tanto omai del suo poter presume,
    Tal esempio darò, che da l'obliquo
    Calle il ritragga d'ogni rio costume;
    Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo,
    Splender non può di Libertade il lume;
    E ognun, che insorga al patrio onor rubello,
    Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.—

      Sparve, e un'altra a dir prese:—O voi ch'eletti
    Foste in terra a portar le regie some,
    Al patrio ben primi volgete i petti,
    E le stranie falangi allor fien dóme.
    Codro son io; dei popoli soggetti
    Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome;
    Ma a salvar Grecia, inesorato e forte,
    Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.—

      S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla
    Su le stanche pupille il sonno scese,
    E sovr'esso a la terra arida e brulla
    Le strenue membra il Pellegrin distese.
    Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla
    Per lo pian solitario o vide o intese;
    Ma al dileguar de le notturne larve
    Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve.

      Mostro ei mirò, che lungo e macilento
    Viengli incontro per tòrto aspro sentiere:
    Come punta di falce adunco ha il mento,
    D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere;
    Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento,
    Intrecciate di scope ispide e nere;
    Gambe ha di ragno e membra irsute e viete,
    E su la testa un gran cappel da prete.

      Qual trampolier, che da la ripa a un tratto
    Dentro al placido rio salta e gavazza,
    Così intorno al dormente agile in atto
    Balla quel mostro, e per l'aria svolazza;
    Gracchia qual corvo, miagola qual gatto,
    Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza;
    Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia,
    E così lo deride e lo sbeffeggia:

      —Questo dunque è l'ardir, questa la possa,
    Di cui tremar dovean l'alme e le stelle?
    Così la fede dei mortali hai scossa?
    Così fatta hai la terra al ciel rubelle?
    Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa!
    Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle!
    O eroe de la Ragione, o Re dei forti,
    Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!—

      Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo,
    Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse,
    Minaccioso rotò d'intorno il guardo,
    Vide Ebe, e di pallor muto si tinse.
    Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo
    Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse,
    Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci
    Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.

CANTO SESTO.

ARGOMENTO.

L'Eroe s'imbarca per la Francia.—Rivolge superbe parole alla Natura.—Aurora boreale.—Sermone di frate Iginaldo.—Tempesta e naufragio.—Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.—Morte di frate Iginaldo.—Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.—Iddio, che vuoi perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.—Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.—L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.

      Fra le chete e fiorenti isole o ninfe,
    Cui bacia il flutto de l'icario mare,
    Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi
    Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua
    Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo
    L'ala del suo pensiero; e per le ardenti
    Regïoni dei suoi sogni, vestita
    Di crescenti speranze e di fulgori
    Non toccati giammai, vede una sponda,
    Che, libera e temuta in fra le genti,
    L'ampia de la Ragione arbore edùca.
    Gallia ebbe nome un dì; Francia l'appella
    L'abietta lingua popolar, ma schiva
    Com'è d'umili cose, ella a buon dritto
    Titol di capo assume e di cervello.
    Ivi la tenda ei pianterà: superba
    Patria di sogni ella a sè chiama e attira,
    Qual per forza d'istinto, il venturoso
    Arcangelo umanato, a cui nel petto
    Con eterno bollor balzano i sogni.
    Sotto al suo piè monotona fra tanto
    Brontola la rotante èlica; fischiano
    Gli euri a l'antenne; mormoran confuse
    Voci di meraviglia e di vendetta
    Le solcate, saltanti acque; al governo
    Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta
    Nel suo madido manto alzasi al cielo
    Coronata di muti astri la notte.
    Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste
    Onde, su cui passa leggera e certa
    Con le fiamme nel sen quella nuotante
    Fra tanta immensità piccola prora,
    E ai solenni ardimenti inorgoglito
    Dei suoi cari mortali, osa con questa
    Baldanzosa jattanza alzar la voce:

      —Piega al cenno de l'uom, piega la testa,
    O superba di nomi Iside antica,
    E leggi e ceppi a sopportar t'appresta!

      V'è tale abitator su questa aprica,
    Ultima sfera, che al tuo passo intorno
    Volge ignorata, e tu scemi a fatica,

      V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno,
    Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi,
    Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno.

      L'idra orrenda del male erra quei lidi,
    Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe
    Prematura e fatal morte a quei nidi;

      Ma dal sen degli affanni e de le tombe
    Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto
    Quanto più giù la vil creta procombe;

      E l'uom col serto del martirio e il santo
    Peso del suo dolor, nauta immortale,
    L'onde si accinge a navigar del pianto;

      E, rompendo co'l petto il mar fatale,
    Pur morendo, procede, e su l'impure
    Salme a nuovi ardimenti agita l'ale.

      E tu invan, fiera Dea, tu invan d'oscure
    Sfingi hai custodia intorno; invan di tuono
    Armi il tuo grido, e veste hai di paure.
      Questo verme immortale ebbe tal dono,
    Per cui scrolla are, ombre dirada, e altero
    Su le rovine tue piánta il suo trono.

      Tu di fulmini t'armi, e in tuo mistero
    Minacciosa sorridi; egli al tuo sguardo
    Il fulmin strappa, ed arma il suo pensiero.

      Tu di flutti e d'abissi il tuo codardo
    Regno precidi, o ver di lidi avari
    Inciampo opponi periglioso e tardo;

      Ed ei co 'l foco dei tuoi falsi altari,
    Con l'onda tua nei suoi congegni occulta,
    Fa mari i monti, e fa montagne i mari.

      Che stai? Schiava a le tue leggi, sepulta
    Ne l'ira tua tu cadi; al tuo governo
    Egli si asside, e ai tuoi disdegni insulta
      Libero, invitto, onnipossente, eterno!—

      Udì il vanto oltraggioso e la superba
    Sfida la Dea, che tutte cose impera,
    E da le sedi adamantine, eccelse,
    Ove, occulta al creato, erge il suo trono,
    Chinò lo sguardo, e il rilevò, siccome
    Commiserando a questa ultima sfera,
    Bruna ed ultima tanto e tanto audace.
    Prendea l'aure in quel punto ad ampie vele
    L'ignifera carena, e fra' tranquilli
    Miraggi de le fate argenteo il dorso
    Scopríano a la notturna aere i delfini,
    Pazzamente esultando; e già non lungi
    Nereggiava agl'incerti occhi la sponda,
    Che udì del tapinello Aci il lamento,
    Quando il fiero Ciclope eragli sopra
    Con geloso consiglio; e già tra' cupi
    Firmamenti d'azzurro, erti ed immani
    Spiccava agli astri, qual fumante altare,
    Gli affocati cratèri Etna superbo,
    Quando, gli alti corrucci e il lampeggiante
    Sguardo sentendo de la Dea sdegnosa,
    Di sulfureo vapor l'aria si tinse,
    Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti
    Scoppiâro a un tempo e con tutt'ira i venti.
    Balzò dagli antri de la terra un vasto
    Sanguinoso fantasma; in tortuöse
    Rapide spire si elevò, diffuse
    Per li nordici campi orrido il crine,
    Sparse il cielo di sangue, e in fiammeggianti
    Cerchi gl'impaüriti astri costrinse.
    Guardò l'Eroe senza sgomento al petto
    La boreäl meteora, e a le stupìte
    Genti, che su la tolda erano accórse
    A mirar tanto caso, e di paura
    Avean gelido il core e verde il viso,
    Insegnò, come seppe, in dir cortese
    Il magnetico evento; allor che sorto
    Da le funi riposte, ove grand'ora
    Scialbo e sparuto era rimasto assiso
    Certo frate Iginaldo, in modo strano
    Trampolando sui piè, sciolse la lingua
    Ai soliti sermoni. Era costui
    Un fil d'omo, sottil, magro, ricurvo,
    Pallido come cece, istrice al fronte,
    Falco a lo sguardo: un subbio benedetto,
    A cui tutta ravvolta era la trama,
    Che ordita avea con fine arte il Loiola.
    Corsa gran parte avea d'Asia; pescato
    Con la rete di Pietro alme e moneta
    Per la sposa di Cristo, e al Franco lido
    Quinci movea per sovvenir le afflitte
    Dai novelli cimenti anime pie.
    Di Lucifero il detto e il paventoso
    Mormorar de la ciurma, a quella strana
    Apparenza di cielo, ei tosto accolse
    Ne le vigili orecchie, e, tolto il destro
    Di fulminar con la parola audace
    L'alme corrotte e l'empietà dei tempi,
    Gittossi a' piedi il brevïario, strinse
    Ne la tremula destra il crocifisso,
    Che tenea, qual pugnale, a la cintura,
    E in questa guisa a favellar proruppe:
    —Prostratevi, tremate; ululi e pianti
    Alzate, o genti de la terra; il crine
    Di polvere spargete! Ecco, si appressa
    L'ora del gran giudizio; ecco, il Signore
    Sbuca fuor da le sue stanze, e discende
    Come nembo d'autunno. Ardono i cieli
    A l'irata presenza, e piovon fiamme
    Su le terre di Sòdoma; qual cera
    Squaglian monti e palagi; orridi e neri
    Bollon com'olio i flutti; apron le gole
    I mille abissi de la terra, e inghiottono
    Le falangi del tristo. Empî! di falsi
    Idoli e di scïenze occulte e maghe
    Mal vi fate voi schermo! Avete il tempio
    Profanato del Cristo; il santo avete
    Patrimonio di Pier fra voi diviso;
    Gozzovigliato fra le stragi; aperto
    Con mille punte di tortura il grembo
    De la madre di tutti; i figli spinti
    Contro al sen de la madre; e il latte e il sangue,
    Con vile e frodolente arte spremuto,
    Tracannando qual vino, ebbri e feroci,
    Incoronati d'empietà, vi siete
    Sopra l'ossa dei santi eretto il trono!
    Ma tra' fulmini avvolto ecco, passeggia
    Il Signor degli eserciti, e l'immondo
    Trono di Belzebù, come vil coccio
    Infrangerà! Questo che in ciel vedete
    È il giudizio di Dio!—
                            —Questo è il rossore
    Di Dio, che sul tuo labbro ode il suo nome!—Una
    voce gridò.
              —Questo è l'inferno,
    Riprese il frate, che divora e strugge
    Le falangi degli empî!—
                             —O forse il sangue,
    Che han versato ogni tempo i manigoldi
    Di Vaticano!—
                  —Odo fra noi la voce
    De l'eresía; Satana è qui; perduti
    Tutti siam noi: ci sarà tomba il mare!—
      Dicea, quando dal mar torbido e negro
    Mugulando una sconcia onda levosse,
    Contro al legno proruppe, e lieve in guisa
    L'alzò, che spinta noi vediam dal turbo
    Una povera foglia. Orridamente
    Cigolaron le antenne; urlâr concordi
    I venti e i passaggier, le ciurme e il mare,
    E, dal fiero sospinto urto improvviso,
    Balenò, traballò, rovescion cadde
    Il loquace profeta, e destò il riso
    Ai mal fermi su' piè trepidi astanti,
    Qual da la ferrea gabbia, ove a diporto
    Con muta gravità saltando aggirasi
    La rugosa bertuccia, o ver, seduta
    Ad un raggio di Sol, prova l'aguzzo
    Dente a spellar secco virgulto, e il guardo
    Volge furtivo ai curïosi intorno,
    Se avvien ch'altri l'aìzzi, essa d'un salto
    Balza a l'opposto lato, i bianchi denti
    Digrigna, batte le palpebre, e torna
    Con guardinga incuranza al giro usato;
    Così in piè balzò il frate, il sospettoso
    Occhio intorno girò, forbì le sozze
    Palme, scosse la tunica, e, l'adunca
    Faccia a la tenebrosa aria levando,
    Umile e grave accovacciossi; aprì
    L'unto breviario, e mormorò latine
    Forse bestemmie, che parean preghiere.
      Giù dagli astri in quel punto, a par di scura
    Aquila, che a l'ovil piombi improvviso,
    Precipitava una procella, e il core
    Discioglieva ai più fermi. Orride e gravi
    Come monti di piombo, ingombran tutta
    Del ciel la faccia le sulfuree nubi;
    Mugghian lividi i flutti, e d'ogni banda
    Saltan sul mare ad azzuffarsi i venti.
    Quinci aquilon prorompe, e quindi irato
    Si scatena il ponente, e in un sol groppo
    Pugnan, come Titani: un le pesanti
    Nuvole afferra, e contro al mar le scaglia
    Con immenso fragor; l'altro dai fondi
    Gorghi del mar l'onde travolve, e al cielo
    Furibondo le avventa, e sfida Iddio.
    Qual da robusto giocator, compulso
    Dal dentato bracciale, a l'altro avverso
    Il ben gonfio pallon balza e resulta,
    Tal de l'onde in balía, dei venti in preda,
    Di qua spinto e di là, s'agita e batte
    Il rotante naviglio; ed or su 'l dorso
    Del fiotto immane al ciel levasi, or piomba
    Ruïnoso tra' flutti, e s'inabissa
    Come cosa perduta. A l'aër nero
    Fra lo schianto dei tuoni odi un confuso
    Suon di strida e di preci, un disperato
    Urtar d'opre e di cose, un fiero, orrendo
    Battagliar con la morte, e inconsüeta
    Fratellanza di pianti e di paure.
    Tu sol, fra tanto perdimento, il petto
    Non apristi a la tema, inclito amico
    Degli arditi mortali; e l'alma e il braccio
    Adoprando al governo, e da ogni parte
    Con diva ressa esercitando il grido
    Su le pavide ciurme, il cigolante
    Pino a le voratrici acque contendi.
    E là, dove nel mar libico schiude
    La selvaggia di Sardo isola il seno,
    Ben ridotto l'avresti, ove già fermo
    Di tutti la madrigna Isi in quel giorno
    Non avesse nel cor l'esizio estremo.
    Suscitò co 'l suo fiato un vorticoso
    Turbine, spalancò l'onde, in un mucchio
    Avviluppò fiaccate arbori e sarte,
    E fin dentro ai secreti antri, ove occulto
    L'impellente vapor mugola e ferve,
    Vïolento introdusse il flutto avverso.
    Scoppian, travolti nei dedalei fianchi,
    Gl'ingegnosi lebèti; in duo partito
    Salta al cielo ad un punto, e s'inabissa
    Il perduto naviglio; e orrenda, immensa
    Fra le rovine e il mare urla la Morte.
      Era fra tanti derelitti, a cui
    Piomba certo su 'l capo il danno estremo,
    La leggiadra Isolina; a le ginocchia
    Del nostro Eroe si attenne, e fredda, bianca,
    Scompigliata negli atti e negli accenti
    Fra' singhiozzi pregò:—Deh! mi salvate,
    Deh! salvatemi voi! Ch'io lo riveda,
    Ch'io muoia almen fra le sue braccia!—Un'onda
    In questo dir si sollevò; travolse
    La giovinetta, e de l'Eroe lontano,
    Come fiore divelto, in mar la spinse.
    Diè Lucifero un grido, e d'Ebe a un'ora
    Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo
    Di rapir la gentil preda a la morte,
    Qual tempestoso augello, in mar lanciosse.
    Trabalzati dal turbo erran gl'infranti
    Pini su' flutti, e con sinistri e neri
    Serpeggiamenti ingombrano gli abissi
    Tenebrosi del mar: sembran natanti
    Dèmoni, che al ghignar cupo de l'onde
    Ballin pazza una ridda a far più triste
    De' disperati naufraghi la morte.
    Rompe i flutti Lucifero, e fra tanta
    Desolata pietà sol di lei cerca,
    Sol si affanna per lei, che tutte in core
    Le sopite d'amor fiamme gli avviva.
    Biancheggiar vede alfin come un'incerta
    Forma, cullata abbandonatamente
    Da men torbidi flutti, e sembra cosa
    Di visïon, che tremoli a lo sguardo
    D'oblique stelle, e tu non sai, se chiusa
    Entro a un vel di canore acque e di spume,
    Sia l'amor che tu sogni, o ver la morte.
    Stranamente l'Eroe spinse la voce,
    Pari ad artigliatrice aquila, quando
    Disertar vede il nido, e da le nubi
    Piomba, e co 'l grido il cacciator sgomenta;
    E a quella volta ambo le braccia e il petto
    Affaticò. La cara supplicante
    Ben riconobbe, e in cor gioì: di peso
    L'alza, l'impone al grande òmero, e forte
    Serrandola co 'l braccio a mezza vita,
    Con ambo i piè squarcia di forza il flutto.
    Ella respira ancor; la fuggitiva
    Pupilla per le vaste ombre dilata,
    E un caro astro ricerca, il derelitto
    Astro de l'amor suo.—Cessate, o venti,
    T'accheta, o mar; risplendi, o Sol; venite,
    Lontane terre, al cenno mio; ch'io possa
    Serbar quest'infelice alma a l'amore!—
    Girò in tal dir lo sguardo, e a lui da presso
    Con le braccia convulse a una raminga
    Botte aggrappato disperatamente
    Scòrse il misero frate: un moribondo
    Topo ei parea, che, a la grommata riva
    D'un impuro padùle a ber venuto,
    Vi trabocchi per caso: il miserello
    Stride pietosamente, i neri e furbi
    Occhi spalanca; or d'uno or d'altro verso
    Si travaglia d'intorno a un galleggiante
    Sughero, che da' piè sempre gli sfugge,
    E, invan le gambe picciolette a un tempo
    Dimenando e la coda, alza a fior d'onda
    Tenero il muso, i grigi orecchi appunta,
    Finchè, domato da la sorte acerba,
    Riman su l'acqua tumido e supino.
    L'Eroe lo vide, e contro a lui di punta
    Si disserrò, qual su l'ingorda sula
    Piomba il labbo animoso: a la codarda
    Voratrice la vasta ala non giova;
    Gracchia a l'aure fuggendo, e il mal digesto
    Cibo a l'audace assalitor concede.
    Tal sul frate l'Eroe piombò, nel punto,
    Che a cavalcion su le cerchiate doghe
    Con gran pena ei salía: per la pelata
    Nuca agguantollo; al soverchiante flutto
    L'abbandonò; su la girevol cimba
    Pontò forte la destra, e su d'un salto
    Vi si assise, e gridò:—Frate, il tuo regno
    De la terra non è, non è del mare:
    Io t'insegno il vangel!—Guaiva il frate,
    Tapinandosi indarno, e rotte e fioche
    Voci mettea:—Non vo' morir, non devo
    Così presto morir! Come San Pietro
    Tu solchi il mar; salvami tu!—
                                   —Profeta
    Non son, nè figlio di profeta, eppure
    Veggio che in gran peccato esser tu devi:
    Troppo temi il morir!—
                           —Sono in peccato,
    Hai detto il vero, in gran peccato io sono:
    Vo' confessarmi a te!—
                           —Volgiti ai santi;
    Il demonio son io.—
                        —Sàtana, o Cristo,
    T'adorerò, pur che mi salvi!—
                                  —Assai
    Facile è in ver la fede tua: rinneghi
    Dunque la legge cui finor servisti?—
    —Pur che sia salvo, io la rinnego!—
                                         —In molle
    Rèstati adunque, e non aver paura
    De le fiamme d'inferno!—
                             Il moribondo
    Sparì tra' flutti; al cor l'altro costrinse
    La giovinetta; su la fredda e bianca
    Fronte baciolla; le spirò su' labbri
    Una dolce parola: ella era muta
    Come la morte. Egli proruppe:—È bello,
    Bello, o frate, è il morir: vedi? su questa
    Bocca è la morte, ed io la bacio e l'amo!—
      Era già piano il mar, taciti i venti,
    Terso di nubi il ciel; roridi e bianchi
    Tremolavan per l'aere i fuggitivi
    Astri, e a specchiar la fronte aurea nei flutti
    Con le perle su 'l crin venía l'aurora.
    Correa spinta dall'aure a fior di spume
    La cimba portentosa, e verso ai cari
    Lidi movea; quando al tenace amplesso
    D'un terribile sogno Iddio si tolse
    Scapigliato ed ansante:
                           —Ove, ove siete,
    Miei campioni, gridò? Qui a me d'intorno
    Gli arcangeli non veggo e il formidato
    Fulmin de l'ira mia! Tacciono i cieli
    L'inno de la mia gloria; alzano il riso
    Gl'increduli mortali, e l'inconcusso
    Trono de la mia luce, ecco, diventa
    Tenebroso sepolcro ai passi miei.
    Rompete il laccio dei melliflui sonni,
    Troppo ingenui Celesti! Orrido io sento
    Sibilar per le vive aure lo strido
    De l'umano Pensier; sorge di nuovo
    Lucifero da l'ombre, e sotto ai chiari
    Sguardi del cielo, in faccia al Sol, vestito
    D'umane carni e d'ardimenti invitti,
    Contro al nostro poter pugna co 'l riso.
    Dormite pur, beate alme, sognate
    L'albe eterne dei cieli e la ghirlanda
    Mai consunta degli astri e le piovute
    Manne del paradiso; e tu, dai regni
    Contrastati del mondo, oltre il confine
    De la fallibil creta alza l'imbelle
    Tuo desiderio, e bamboleggia e trema,
    Reo vegliardo di Roma! Io, benchè agli occhi
    Nereggiar miri un crudo fato, e senta
    Mormorar fra' consorti astri una voce
    Di superba minaccia, io quel nemico
    Spirto di libertà, ch'agita i petti,
    Soffocherò!—
                 Disse, e l'usbergo usato,
    Che tutto era di nebbie e di paure,
    Stupenda opra, vestì; l'orrida assunse
    Ègida, che le avverse anime impietra;
    Strinse nel pugno la fulminea spada,
    E d'immenso clamore il ciel confuse.
    Balzâr dal sonno esterrefatti i Troni,
    Gli Arcangeli balzar, tutte fûr deste
    Le falangi de' cieli, e a frotte, a stormi
    Alïando venían, simili a incerti
    Pigolanti piccioni, ove tra' sonni
    Del temuto falcon sentan lo strido.
    Videli appena il Dio, che da le soglie
    Polverose de' cieli il dubitante
    Per lunghi ozî ed età passo togliea,
    Con fier cipiglio borbottando; e, in petto
    Mal frenando la gialla ira, tre volte
    Rotò sovra la testa il brando ignudo,
    —E, via di qua, sclamò, via dal mio sguardo,
    Plebe del cielo infeminita! Ai molli
    Suoni de l'infingarde arpe voi date
    L'anima tutta, e le divine essenze
    Seppellite nel sonno. Onta a voi tutti!
    Mentre l'uomo laggiù s'agita, e invade
    Ogni cosa crëata, e dio diventa,
    Voi, d'ogni cosa e di voi stessi ignari,
    Con pacifico studio divorate
    I banchetti celesti, e con le belle
    Figlie de l'uom gli ozii spartite e il letto!—
    Girò, in tal dire, anco una volta il brando,
    E partito saría, se da la folta
    Dei trepidanti arcangeli non fosse
    Sorto innanzi Michel, l'adamantina
    Spada del cielo. A le incostanti aduso
    Bizze del Padre, ei gli si pianta innanzi
    Con ischietto sorriso, e,—Qual talento,
    Gli dice, è il vostro di pugnar? S'addice
    La pugna a voi? Lucifero ha vestite
    Spoglie umane, ed a noi l'alme ribella;
    Ma rotto è forse il brando mio? Su lui
    Disagevole è tanto il mio trïonfo?
    Ben altre volte io gliel provai. Smettete
    L'armi dunque e lo sdegno; io, s'ancor sono
    Il guerrier vostro, io pugnar deggio: a voi
    Il comandar, a me il servir si aspetta.—
    Così parlava, ed il canuto mento
    Gli careggiava, e il rabbonía. Di forza
    Volea prima da lui svolgersi il nume,
    Poi fiero in vista e mal frenando un riso,
    Ritrasse il piè dal limitar: le indotte
    Armi svestì; senza mirarlo in fronte
    Al diletto campion la pugna indisse,
    E, calcando ai superbi astri la faccia,
    Su l'aureo trono in maestà si assise.
      Gemea l'Eroe fra tanto, e su la bocca
    De la bella sua morta iva mescendo
    Dal profondo del cor lagrime e baci.
    Mestamente fendea l'onde, e nel raggio
    Dei purpurei crepuscoli diffuso
    Vagolava il suo spirto oltre la vita.
    Saltò da l'etra in quell'istante il forte
    Messaggero di Dio, tutto ne l'armi
    Coruscanti precluso, e parea stella
    Portatrice di stragi. A sommo il flutto
    Contro al gagliardo nuotator piantosse,
    Precidendogli il lido, e con superbe
    Voci il tentò:
                  —Riedi, insensato, ai neri
    Baratri tuoi; quest'aure e questa luce
    Non son per te. Del tuo Signor dispregi
    Il divieto così? Ben del suo sdegno
    T'è noto il peso e del mio brando. Lascia
    Quest'aure adunque, se non vuoi di nuovo
    Provar l'ira del Padre e il braccio mio!—
    Guardollo in fronte, e con sorriso amaro
    Gli rispose l'Eroe:
                       —Superbo e vôto
    È il tuo parlar, qual si conviene a servo
    D'assoluto signor. Gonfio de l'aura
    D'un fatuo nume, opre millanti e cose,
    Che son, più che vittorie, onte e dispregi.
    Ma inver semplici or siete, ove co 'l suono
    D'una futil minaccia il pensier mio
    Svïar provate da l'ardita impresa,
    Per cui tutta cadrà da' vostri petti
    La superba jattanza. Ebbri del fumo
    Dei vaporati sagrificî, il guardo
    Voi non drizzate oltre l'istante, e lunghi
    Anni di gloria e non caduco impero
    V'impromettete. Al par di voi, securo
    Si tenea ne le ròcche ardue d'Olimpo
    Il fatal Saturnìde; e pure ei cadde,
    E favola e ludibrio oggi è il suo nome
    Ai più vili del mondo. E voi, voi pure,
    E non guari, cadrete; e su le vostre
    Fiere cervici striderà la punta
    Dei sarcasmi plebei. Stolti! che al volo
    De l'umana ragion, che tutto arriva,
    Presumeste por ceppi, e chiuder l'alma
    Dentro al sepolcro degl'imposti errori;
    Ma trono eretto su l'error non dura;
    Al tuo cieco signor la terra il grida!—
    Strinse al petto, in tal dir, la giovinetta,
    E verso al lido si spingea. Tremendo
    Fulminò l'aïzzato angelo il grido,
    Raggiò d'ira e di lampi, e la funesta
    Spada calò. Su la sua cara estinta
    Piegò il nemico il petto, e nulla oppose
    A la spada fatal destrezza o scudo.
    Balena il mar sinistramente; a l'aure
    Fischia l'acciar, ma, come ghiaccio in fiamma,
    Tocco appena l'Eroe, sciogliesi e strugge.
    Vide il portento, e scompigliossi in core
    Il guerriero di Dio; nè però a mezzo
    Lascia la pugna: smisurate, immense
    Spiega l'ali gagliarde, e si disserra
    Contro al ribelle nuotator. Qual suole
    Orgoglioso tacchino, ove al guardato
    Beccatoio appressar veda un digiuno
    Ramingante mastin, smetter l'usata
    Ruota d'un tratto, scolorir l'eretta
    Caruncula, e assalir tremendo in vista
    Il mal sofferto esplorator; s'aggira
    Questo, e no 'l bada; e mentre quei su' fianchi
    L'ale gli sbatte, e sbuffa, e stronfia, e grida,
    E il bèzzica a la coda e lo flagella,
    Tacito e imperturbato ei mette il muso
    Ne l'accolto becchime, e fiuta e passa;
    Tale il divo campion con le robuste
    Penne il superbo Pellegrin combatte
    Rotëandogli intorno.
                        Ai cari lidi
    Questi si affretta, e con parole acerbe
    Lo stanco assalitor punge e motteggia:
    —Torna ai cieli, o fanciullo; e le lucenti
    Soglie giammai de la magion paterna
    Non lasciar quind'innanzi. È dura impresa,
    Credi, il fermar sopra le vie del fato
    Il pensiero de l'uom: pari a torrente
    Ch'argini rompe, alberi svelle, ei corre
    Per sentiero infinito, e, non che un solo,
    Mille Dii non potrían romperne il corso!—
      In così dir, prese la riva; irato
    L'Angiol guardollo, e dileguossi al vento,
    Come vapor di nebbia vespertina,
    Che s'innalzi dal mar: vela un istante
    I purpurei del Sol placidi occasi,
    Poi si scioglie a la brezza.
                                Il Pellegrino
    Diede un forte sospir; la cara estinta
    Su l'arena depose; e poi che l'ebbe
    Tersa, come potea, del flutto amaro,
    La guardò lungamente; una leggera
    Zolla le impose, e muto e senza pianto,
    Pari a fantasma, in riva al mar si assise.