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Lutezia

Chapter 22: XVI.
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About This Book

A first-person travel narrative recounts a trip to Paris for an international exposition, beginning with a brief stay in Turin and a train passage through Savoy and Burgundy. The narrator describes station formalities and the courteous but exacting French bureaucracy, vivid rural landscapes and intensive cultivation, and small urban episodes such as hiring a cab with the help of a street youth. Interwoven reflections consider national manners, tolerance, and social types, and the text closes with critical impressions of the exhibition’s painting displays and a comparative appraisal of contemporary Italian art.

XII.

Le grandi cose e le piccole.—Teatri e concerti.—Incipit lamentatio.—Il più costoso tra tutti i rumori.—Caffè cantaiuoli.—Il faut que jeunesse se passe.—I sette castelli del diavolo.—Cavalli e pantomimi.—L'amore al lavoro.

Abbiamo veduto il palazzo del campo di Marte con tutte le sue dépendances, e abbiamo veduto il palazzo del Louvre; l'esposizione del presente e l'esposizione del passato, la transitoria e la permanente; a farla breve, le due grandi cose di Parigi.

Ma Parigi non vive solamente di grandi cose; vive molto e sopratutto di piccole. Chi non ha lette Les petites industries di Edmondo Texier, uno studio pubblicato sulla famosa Guida di Parigi del 1867, dove l'arguto scrittore del Siècle racconta come, vadano a finire i trecentomila mozziconi di sigaro buttati quotidianamente per via, come si faccia il pan grattato per le trattorie di quart'ordine, come si fabbrichino le creste di pollo e le ossa di prosciutto, e via discorrendo, non sa quanto ingegno ci voglia per cavare il nuovo dal vecchio, nè quanta fortuna arrida a questi sforzi di una civiltà sopraffina. Qui niente d'inutile, niente di perduto o di buttato via; dei rilievi d'un pranzo della Maison dorée si fa un arlequin dei Mercati; cogli avanzi dell'Acadèmie nationale de musique (che così pomposamente si chiama il teatro dell'Opera) si possono fare le musichette dei cafés chantants. Qualcheduno pretende che ci sia uno scambio, come un movimento di flusso e riflusso; ma io non ardisco andare tant'oltre.

All'Opera si spende troppo e non è dato a tutti di entrarci. Il bureau de location si apre un'ora prima dello spettacolo; bisogna far coda all'ingresso, per sentirsi a dire, un'ora dopo, che primi, secondi e terzi posti, tutto è andato a ruba da cinque giorni, e magari da quindici. Volete un biglietto d'anfiteatro, d'orchestra, o di loggia, per la medesima sera? Lo troverete sicuramente, ma ad uno di quegli uffici di rivendita, che sono frequentissimi nelle vicinanze dei teatri, e specialmente sui boulevards, pagando, secondo le circostanze, quaranta o sessanta lire quello che è segnato per quindici sui prezzi correnti del bureau de location, il quale non ha mai nulla per voi.

Tra parentesi, che cosa ne avviene? Quello che è avvenuto due settimane fa, appunto alla grande Académie nationale de musique. Un tenore si ammala, poche ore prima dello spettacolo. Come supplirlo, da un momento all'altro, e senza la possibilità di una prova d'orchestra? Cambiar lo spartito! Magari; ma, per far ciò, mancano le decorazioni, il vestiario, le scene. In quella gran mole, così bella, quantunque farragginosa, dell'architetto Garnier, non c'è posto per un magazzino, per una attrezzeria proporzionata al bisogno. Ci vuole almeno un giorno per introdurre e mettere a posto tutto ciò che occorre allo scenico allestimento del Profeta o del Faust. Dunque? Bisogna rimandare la gente che sta per entrare in teatro e restituirle i danari: cioè, intendiamoci, promettere di restituirli la mattina vegnente, con comodo, e mediante il sistema della coda al bureau de location.

L'impresario non sa darsene pace. È una brutta cosa dover restituire 22,000 lire, chè tante ne erano entrate in cassa quel giorno. Ma il caso dello spettatore è anche più brutto. Il biglietto d'ingresso, secondo la tarifia del teatro, val quindici lire? Gli restituiscono puntualmente le sue quindici lire. Ma quel biglietto egli lo aveva pagato sessanta in un bureau di fuori via, che naturalmente non restituisce nulla, perchè non era lui il mallevadore della rappresentazione. E così avviene che il sullodato spettatore abbia pagato quarantacinque lire per non veder nulla, e per sentire altrettanto. In verità, è troppo caro.

Del resto non vi lagnate; se siete buongustai, non avete perduto altro che l'occasione d'un disinganno. L'esecuzione musicale è meschina; le decorazioni son tutto. Questi famosi spettacoli (e qui non parlo solamente per l'Académie nationale de musique) si reggono per la moltitudine degli spettatori, che si dànno la muta ogni sera; il buon esito è assicurato da una claque intelligente: la riputazione è formata da una critica, anche più intelligente della claque.

Per queste ragioni, ed anche un pochino per questi pericoli, rinunzieremo a certe musiche grandiose e andremo a sentire la musichetta dei caffè cantaiuoli. Sono veri teatri, questi caffè, somiglianti a certe arene d'Italia; platea all'aperto, qualche volta protetta da un velario; quattro alberi intorno, ma non sempre; il palcoscenico in fondo, elegantissimo, con grandi specchiere, lampadari, fiammelle di gasse; queste poi a centinaia, a migliaia, sotto tutte le forme conosciute dal cavaliere Ottino, ed altre ancora, dentro e fuori del recinto, imprigionate in bellissimi globi di cristallo. Bisogna trovarsi sull'imbrunire ai Campi Elisi, in questa amenissima passeggiata che dalla piazza della Concordia mette all'Arco della Stella e al Bosco di Boulogne; le fiammelle di tutti quei caffè, vedute attraverso le piante, riescono d'un effetto magico, fantastico, e…. trovate voi gli altri epiteti, perchè io ci perdo la scrima. Di tanto in tanto un concertino di corni da caccia vien fuori ad avvertirvi che quelle fiammelle dei Campi Elisi non sono le anime dei giusti, e che potete entrare liberamente anche voi. Entrate di fatti, o all'Alcazar, o agli Ambassadeurs, o all'Horloge; ai primi posti sborserete tre lire, ai secondi la metà, sotto forma di pagamento per un gotto di birra, o per un mazagran (caffè in bicchiere) che avrete domandato al tavoleggiante e che egli vi avrà posto su d'un listello orizzontale di latta, appiccicato alla spalliera d'una sedia, che sarà in linea perpendicolare davanti alla vostra. Inutile il dirvi che per una seconda portata si paga da capo, ma non più così caro.

Frattanto, sul palcoscenico le cantilene si succedono e si rassomigliano. La più parte sono sciocchezze, senz'altro sugo che quello di un doppio senso fatto abilmente capire, o dalla bellezza, o dalla grazia, di chi canta e gesticola; bene inteso, se chi canta e gesticola appartiene al «devoto femmineo sesso.» Le voci, per solito, si fanno desiderare; gli abbigliamenti sono elegantissimi e spesso anche limitatissimi. Intorno alla cantante, o al cantante, sedute su certi canapè, come in un salotto e durante un concerto di società, si vedono spesso dieci dodici tra baronesse e contesse di princisbecco, le quali non hanno altro ufficio che di muovere il ventaglio, di guardare a destra e a sinistra sicut leo rugiens, e di mostrare i denti, quaerens quem devoret. Di queste dame non è piccol numero neanche in platea. Guai a voi, se siete Mozambicco, cioè a dire non avvezzo a queste magnificenze; la testa vi gira, e, nell'uscire dal tempio, non vedete più i meandri della sacra selva, donde vi bisogna uscire, per tornarvene a casa. Fortunatamente, non è lontana la piazza della Concordia, coi suoi mille lampioni accesi, colle sue statue colossali in giro e col suo obelisco nel mezzo. Arrivate là, guidato da quella gran luce; vi parrà d'essere in Alessandria d'Egitto. L'obelisco di Cleopatra vi guarda; se non siete Marc'Antonio, ci scatta poco.

Ho citato tre caffè cantaiuoli, ai Campi Elisi. Poco distante è il Mabille, un giardino dove si balla, cioè, correggo la frase, dove si vede ballare. Il luogo ha più fama che non meriti; i forastieri ci vanno in folla e ne ritornano disillusi, qualche volta stomacati. Bullier, una variante, o riscontro di Mabille, è sull'altra riva della Senna; gli studenti ci abbondano. Il faut que jeunesse se passe. Non dico di no; purchè passi all'esame!

Un teatro, o caffè, o giardino, più curioso di tutti è parso a me quello delle Folies Bergères, poco discosto dal boulevard Montmartre. C'è un teatro chiuso, con gallerie, platea ed orchestra; c'è un giardino, colla sua brava fontana zampillante nel mezzo, ma tutto coperto da cristalli e anch'esso con gallerie che corrono torno torno; un medesimo vestibolo vi conduce al bivio, anzi al trivio del giardino, della platea, delle scale, che mettono su, alle gallerie dell'uno e alle logge dell'altra. Da per tutto i deschetti di zinco; da per tutto i tavoleggianti, pronti a servirvi; in alcuni punti di passaggio i banchi, a cui siedono le rappresentanti dell'autorità padronale; tra queste una giovine donna, con veste scollata, i baffi e le fedine lunghe un palmo, che sta a sentire, col suo sigaro ai denti, le giaculatorie dei gommeux, in adorazione davanti a lei. Lungo gli anditi e le gallerie è una processione continua di viscontesse e di duchesse Christophle, sfarzosamente vestite, che vi passano daccanto, distribuendo occhiate imperatorie. Potete offrir loro un rinfresco; la galanteria francese non lo impedisce, e Baiardo nei panni vostri farebbe lo stesso. Se non lo fate, niente di male; son tanto alla mano, quelle gran dame, che quel rinfresco, alla vostra tavola, sono capaci di offrirselo da sè.

Qui, lo confesso, fui Mozambicco, rimasi a bocca aperta, cogli occhi sbarrati, davanti a tanto spreco di luce, di eleganze, ed anche di povera carne umana. Triste spettacolo, per un moralista dell'antica maniera! Uno della nuova vi asserirà che il chiudere questi ritrovi non muterà le condizioni fisiologiche, o patologiche, del «cervello del mondo.» Io credo che sarebbe già un tanto di guadagnato a togliere la mostra, e che tante disgraziate coscienze perderebbero l'incentivo. Un tempo si diceva: le roi s'amuse: ora Parigi ha preso il posto e fa le veci del re; per divertire Parigi e i suoi centomila ospiti di tutto l'anno, occorre molta gente in scena, qualunque sia lo spettacolo. L'operaia del giorno è figurante di sera; il figlio di Parigi, chiusa la bottega, va a fare il romain, il claqueur, n'importe quoi, in un teatro qualunque; magari il ballerino a Mabille. Egli pure si diverte, e si diverte gratis, aiutando a quest'opera di corruzione intensiva, che rende così piacevole agli uni, così molesto agli altri, il soggiorno di Parigi. Il garzone del mio parrucchiere, un bravo ragazzo, dopo tutto, che legge due volte alla settimana il Journal des abrutis, e lo capisce, mi ha confessato di fare ogni sera il claqueur al teatro dello Châtelet, contribuendo largamente al trionfo dei Sept Châteaux du Diable, rappresentazione fantastica, mimica, coreografica, lirica e melodrammatica, che abbraccia tutti i generi, e ne rasenta degli altri.

Questa féerie dello Châtelet meriterebbe una lettera da sola. Siamo nel prologo all'inferno, dove Belzebù si cruccia di non aver più carne per la sua pentola. Un diavolo agli sgoccioli, come vedete, e a Parigi! Che cosa fa lui, per rimediare a questa carestia? Corre in Bretagna, a perseguitare due contadinotte, le quali hanno fatto voto di andare in pellegrinaggio ad un santuario dei più reputati; le fa passare per sette tentazioni, corrispondenti ai sette peccati capitali, in sette castelli incantati, l'uno più meraviglioso dell'altro. Ma ohimè, povero diavolo! Le contadine arrivano al santuario, in barba sua; un po' sbattute, se vogliamo, un po' lacere, ma finalmente ci arrivano, in compagnia dei loro innamorati, cantando, ballando, curiosando, attraverso il serraglio di Stambul, le piazze di Ninive, il regno di Gargantua, ed altri luoghi consimili, che dànno occasione allo scenografo, al macchinista, al corpo di ballo, di farsi un onore immortale.

Non meno portentosi di quelli dello Châtelet, sono gli spettacoli dell'Hippodrôme. Il teatro, tutta in ferro, capace di diecimila e più spettatori, ha un'arena, che è vasta, a giudicarne così ad occhio e croce, come quella del Colosseo. Figuratevi che tutti gli artisti, perfino i clowns, quando vengono a fare i loro giuochi, entrano nell'arena in carrozza a quattro cavalli, cogli staffieri dietro, tutti incipriati, pronti a saltar giù, per aprir lo sportello ai gloriosi mattaccini. I giuochi sono stupendi, qualche volta paurosi, come quello dell'Atlante che si porta su, colla punta dei piedi, il suo globo di cartone per una spirale alta cinquanta metri, e se lo riporta giù, collo stesso metodo, su quella lista di legno, larga cinquanta centimetri, senza ringhiera, e con una inclinazione del quaranta per cento. Bella sicurezza d'occhio e bella forza di punte! Ad ogni intermezzo, poi, compariscono i nani e il gigante cinese; i nani sono alti sessanta centimetri; il gigante due metri e trentacinque; dico trentacinque. Quando gira attorno, avvicinandosi alle gradinate, e sorride, si ha paura d'essere attratti, mandati giù per quella bocca, come un rosso d'uovo. Ultima è sempre una pantomima, in cui c'entrano tornei medievali, mostre di cento cavalli, di splendide armature d'acciaio, colla solita moltitudine di figuranti; parigini e parigine, che ingrossano la compagnia equestre, e mostrano (chi vorrebbe negarlo?) di prendere amore al lavoro.

XIII.

Sequitur lamentatio.—Usanze barocche.—Il tempio dell'arte drammatica.—La entième de Hernani.—Onorate l'altissimo poeta.—Il bello e il deforme.—I miei classici.

Rimango nei teatri, se non vi spiace, perchè ci ho dell'altro da dirne.

Quella forzata intromissione del rivenditore di biglietti d'ingresso deve sicuramente far comodo a qualcheduno; poniamo agli stessi impresarii teatrali, i quali s'ostinano a tener chiusi fino all'ultim'ora i bureaux de location; ma essa non fa comodo certamente al forastiero, che se ne lagna, nè al parigino, che la tollera. E questa non è la sola tra le noie a cui va incontro chi si reca a teatro. Ugualmente molesta, se non forse di più, è l'istituzione sociale delle ouvreuses de loges; veri sciami d'arpie che infestano tutti i teatri di Parigi. Se non si trattasse che della mancia per un ombrello, una spolverina e uno scialle, di cui l'ouvreuse ha voluto ad ogni costo liberar voi e la vostra signora, meno male; e tanto meno male in una loggia che non somiglia punto alle nostre d'Italia, in una loggia dove siete in sei, ed anche più, non avendo di vostro che la sedia occupata da voi. Ma il guaio grosso è nel modo in cui dovete entrare e rimanere, acciuga infelicissima, nell'anfiteatro…. del teatro.

Si chiama impropriamente anfiteatro una certa escrescenza che fanno i teatri di qui, all'altezza della prima fila dei palchi; specie di mezza luna che si avanza, come una platea sulla platea, ma senza coprirla tutta; che è larga e piena nel mezzo, e si assottiglia a mano a mano sui lati, fino a non dar luogo che per un posto solo. È fatta a scaglioni co' suoi sedili e i suoi cunei, fra mezzo ai quali salgono le gradinate di passaggio, come nei teatri e negli anfiteatri romani; donde il nome che ho detto. Ora, badate a me. I sedili, in questa mezza luna, come nelle altre spartizioni del teatro, son tutti numerati; ma i posti numerati non si sono venduti al bureau de location, bensì negli uffici di rivendita, e a prezzi naturalmente esagerati. Il posto che avete preso, con molto sforzo, al bureau de location, vi dà diritto anch'esso di entrare nell'anfiteatro, ma dipende dalla bontà dell'ouvreuse e dall'argomento ad hominem, cioè, no, ad foeminam, che le avrete fatto luccicare sott'occhio, di ottenere il meno peggio dei posti, inventati lì per lì, la mercè di certe assicelle di legno, collocate di gradino in gradino, tra cuneo e cuneo, o, per parlare il linguaggio del tempo, tra settore e settore. L'ouvreuse, angelo di misericordia, può darvi anche un cuscino, da mettere sull'assicella di legno; ma quel cuscino vi bisogna pagarlo, come avete pagato il servizio di non essere spinto su, coi meno fortunati, nel punto più alto e più lontano della gradinata di passaggio.

Quanto alla gente dei posti numerati, entrata che sia a fare il suo mestiere di acciuga, ha più poca speranza di muoversi. Perchè uno possa uscire, a prendere una boccata d'aria, bisogna che dieci o venti persone, sedute nella gradinata di passaggio più vicina, si alzino l'una dopo l'altra, tolgano il cuscino, sollevino la ribalta, e ad una ad una gli concedano il passo. Immaginate la noia che date, e i moccoli che ognuno attacca, nel santuario della propria coscienza, tutti per voi, e non già per pregarvi del bene. Conchiudo dicendo che questa dell'anfiteatro è un'usanza barocca; quella dell'ouvreuse, che vi presiede e ne approfitta, una invenzione diabolica; e l'una e l'altra non hanno poco contribuito a guastarmi coi teatri francesi.

Ho detto teatri francesi, al plurale, in forma collettiva. Parlando al singolare, abbiamo il Teatro Francese, così detto per antonomasia, che vuol essere eccettuato. La verità avanti ogni cosa, e il Teatro Francese avanti ogni teatro di commedia, di dramma, o di tragedia, che sia di presente in Europa, anzi nel mondo civile. Anch'esso ha la mezza luna e le ouvreuses, forse per dimostrarvi che non c'è niente di perfetto nel mondo sullodato; ma questa imperfezione è largamente compensata dalla abolizione della musica, o, per dire più esattamente, di quel concertino di trombe, violini, violoncelli et similia, che tien luogo d'orchestra in tanti teatri moderni. «Le plus cher de tous les bruits», come lo ha definito in un momento di cattivo umore il Gautier, non vi lacera gli orecchi, sotto pretesto di riempir l'intermezzo; il manico del contrabbasso non si rizza indiscretamente fra voi e gli attori, non si curva curiosamente ad origliare, come un servitore della commedia antica, le conversazioni amorose de' suoi giovani padroni.

Tacerò dello scelto uditorio che assiste alla rappresentazione del Teatro Francese. È un po' cosmopolita, il pubblico di questi ultimi mesi; ed io per conseguenza ho dovuto vederlo tale, alcune sere fa alla centesima rappresentazione dell'Hernani. Per altro, anche questo pubblico cosmopolita, più curioso che intelligente, più stupefatto che buongustaio, sentiva anche lui la maestà dell'ambiente. Questo è il maggior tempio dell'arte drammatica; messe piane non se ne dicono; tutte messe cantate. Molière, Racine, Corneille, sono i canonici più autorevoli del capitolo; seguono pochi altri, ultimi venuti, tra i quali l'Augier; Victor Hugo c'è entrato giovane, di straforo; ma oggi, grazie all'ingegno suo e al consenso del popolo, ha dignità di arcivescovo.

Descrivervi questa centième del dramma di Vittor Hugo, non si può; nè io son uomo da tentar l'impossibile. Vi schicchero alla buona le mie sensazioni, e non tutte, perchè in verità non mi ci raccapezzo; tante furono, e così vive. Anch'io ho dovuto applaudire à tout rompre, incominciando dai guanti; applaudire ripetutamente, furiosamente, come se fossi un romain, uno chevalier du lustre, un clacqueur (tre sinonimi, per dire un applauditore salariato), oppure un romantico della vecchia scuola, un discepolo del Maestro, un Ugolatra, insomma. Sapete che cosa sia, o meglio, che cosa fosse, trent'anni fa, un Ugolatra, e che cosa l'Ugolatria. Vittor Hugo, autore a ventisette anni della famosa prefazione del Cromwell, era detto per eccellenza il Maestro, i fedeli alle sue dottrine, si chiamavano i discepoli, gli apostoli; perfino il modesto luogo in cui si riunivano a spezzare il pane della nuova vita e a sbocconcellare la costoletta dell'amicizia, si chiamava, con nome evangelico, il Cenacolo. Luigi Reybaud, in que' tempi, canzonò gentilmente la nuova religione letteraria nei primi capitoli del suo Jerôme Paturot à la recherche d'une position sociale. E certo l'esagerazione ci fu, non indegna di riso; ma non tutta per colpa dei discepoli di Vittor Hugo; molta invece nel pubblico di certi pretesi classici, ai quali dispiacevano maledettamente gli enjambements del verso nuovo, e che andavano su tutte le furie perchè Donna Sol gridava, in un momento di febbre amorosa, ad Ernani:

Vous êtes mon lion superbe et généreux,

o perchè Don Cesare di Bazan, nel quarto atto del Ruy Blas, diceva d'una vecchia governante:

                   affreuse compagnonne
    Dont la barbe fleurit et dont le nez trognonne.

Ma quale distanza da quei tempi al nostro! Ora quegli sdegni pudicamente accademici non si capiscono più; le celie non hanno più eco; i dardi della critica si sono spuntati; una cosa sola rimane, l'ammirazione del pubblico pel teatro di Vittor Hugo. Stupendo teatro! E come lo si rivedrebbe tutto volentieri, rappresentato da questi valenti artisti della Commedia francese! Cromwel, Marion Delorme, Hernani, Angelo, Marie Tudor, Lucrèce Borgia, Le roi s'amuse, Ruy Blas, Les Burgraves, creazioni immortali! E dire che qualche critico, oggi ancora, fa colpa a Vittor Hugo di aver voluto essere uno Shakespeare! L'ambizione, dopo tutto, era nobile. Ma uno Shakespeare riveduto e corretto; che orrore! Fermiamoci qui e mettiamo in chiaro la faccenda. Non consta da nessun documento che Vittor Hugo abbia mai detto o pensato una cosa simile. È da credersi solamente che chiunque, oggi, foss'anche un altro Shakespeare, si mettesse a scrivere pel teatro, non potrebbe più, nè vorrebbe, dar libero corso a quei getti d'eufimismo che guastano la semplicità del discorso, a quelle trivialità che frammezzano i luoghi sublimi, a quelle sregolatezze d'immaginazione e a quelle licenze di storia e di geografia, che sono come a dire la scoria del prezioso metallo, in cui Shakespeare ha gittate le sue creazioni. E neanche si lascerebbe ingannare da una certa lode che si vuol dare oggi al tragico inglese, di aver badato sopratutto a concentrare la luce del suo genio e l'attenzione dello spettatore su d'un solo personaggio, curandosi meno degli altri e niente affatto degli accessorii; perchè nessuna affermazione, a proposito dello Shakespeare, è più arbitraria di questa, che lo vorrebbe far passare per un esageratore degli antichi, anzi che pel caposcuola dei moderni. Quel concentrarsi dell'azione in un solo carattere non è punto provato, non ha quasi esempio nel teatro dello Shakespeare; il riscontro di due caratteri, o l'antitesi di due passioni, ecco invece la sua novità. La gelosia d'Otello ha il suo contrapposto e il suo risalto nell'amore di Desdemona; l'ambizione di Macbeth deriva i suoi terribili ardimenti da quella di sua moglie; l'amore e la fatalità si contrastano epicamente il campo nel dramma di Romeo e Giulietta; l'amore e il dovere, nella fosca leggenda di Amleto, e così via. O contrasto, o dualità; non si esce di qui, nel teatro dell'inglese. Che cosa ha fatto il francese? Ha allargato il quadro; ha fatto girare più aria, ha dato contorni più ricisi a tutti i suoi personaggi. Figure in luce e figure in ombra, di tutto si è curato con uguale amore, e non meno degli accessorii. Concorrono tutte le parti all'azione? Contribuiscono all'effetto? Aiutano a svolgere la filosofia del dramma? Sì, come è dimostrato ampiamente e luminosamente dall'esito. L'accusa di avere stemperata la forte unità dell'azione shakesperiana, non regge. Il francese, come l'inglese, ha veduto e sentito il dramma nel contrasto. Se egli non esce dal paragone così grande come lo Shakespeare (che ha il merito di essere venuto il primo) ne esce come Vittor Hugo; ed è già qualche cosa. Diamo tempo al tempo; e vedremo il resto, o per dir meglio, vedrà chi sarà vivo.

Parrà strana in me questa abbondanza di lode per uno dei cosidetti novatori. Ma io, se Dio vuole, non sono un fossile. D'altra parte, la tanto decantata insurrezione di Vittor Hugo contro l'estetica antica, è vera come l'altra accusa che dicevo poc'anzi. Il suo teatro è proporzione, misura, euritmia; l'apoteosi del deforme, che altri vuol vedere in alcune accidentalità dei suoi drammi, io non l'ho trovata che nelle prefazioni, in cui qualche volta si compiace ad ingrossare la voce, per metter paura ai Filistei: ad ogni modo, Rigoletto e Quasimodo non sono niente più sciancati e contraffatti di Vulcano e di Tersite, due dissonanze armoniche del gran poema di Omero. E poi, dato e non concesso che il brutto, artisticamente reso, sia il brutto della natura, e che il contrapposto non sia esso medesimo, in giusta misura, una necessità dell'arte, chi vorrà lagnarsi di certi ritorni alla verità, anche quando è volgare? Amico dell'arte antica, io trovo che sono perfettamente compatibili con essa e che anzi le hanno dato qualche volta un risalto maggiore. I grandi d'ogni tempo si son presi le loro libertà; solo gl'imitatori non le intendono, e direi quasi che fanno bene a lasciarle da banda, perchè certe cose non devono essere permesse ai mediocri. I sommi poeti non hanno paura di attingere alle vecchie sorgenti. Dante può esser lui, cioè l'uomo del mondo moderno, chiedendo alle Muse antiche una nuova forma di poesia; classico nell'ordinatezza della sua mente, può scendere al Tartaro con Virgilio, salire in cielo con Esiodo ed Omero. Molte volte le differenze di scuola non sono che alla superfìcie. E perciò io, lasciando stare la quistione se Vittor Hugo abbia violato o no le regole di Laharpe e di tutti i mediocri legislatori del Parnaso, mi consolo di vedere in lui un classico della grande maniera, che è l'unica buona. Quella cura dell'accessorio, che indica l'amante della finitezza, quel parallelismo di caratteri, che denota il cultore dell'euritmia, quella elevatezza di sentimento, che mostra il fautore della bellezza morale, quell'onda di poesia che si svolge, varia e sonora, da tutte quelle scene ammirabili, ed accenna il poeta sublime, mi dànno l'opera compiuta in ogni sua parte, come sapevano pensarla, condurla e finirla, i maestri della mia scuola, i santi del mio calendario.

Con buona pace delle coscienze timorate (perchè ce ne sono ancora, tra i classici di seconda mano) e non importa se con grave scandalo di certa gente chiassona, a cui sembra di aver inventato la polvere, perchè ha trovato una nuova insegna di bottega, io dò a Vittor Hugo il posto suo; lo metto tra i classici.

XIV.

Una scivolata nell'estetica.—L'apparato scenico.—In Aquisgrana.—Un pensiero a Gustavo Modena.—Istituzione che va copiata.—Sara Bernhardt.—Ricordi fotografici.—La trinità poetica del secolo XIX.

Lodare o criticare l'Hernani come opera d'arte, dopo quarantott'anni di vita e di fama universale, mi parrebbe opera vana, salvo nel caso di uno studio particolare espressamente fatto, o di un corso d'estetica drammatica. Io non me la sento di dettare il corso, nè di fare lo studio; inoltre, comincia ad entrarmi addosso la paura di tornar molesto ai lettori, con certe fermate troppo frequenti ai santuari dell'arte. E di queste non vorrei aver biasimo, poichè esse, nell'animo mio, rappresentano tutta l'utilità, poca o molta che sia, dell'epistolario parigino a cui vi ho condannati.

Alle corte, perchè si viaggia, se non per vedere e studiare? E perchè si scrive di viaggi, se non per dar conto alle genti di ciò che s'è veduto e studiato? Qui sono troppe cose, non che da studiare intimamente, da vedere correndo. Ma poichè di talune ho avuto a dir corna, e forse mi rimarrà dell'altro da criticare, mi si lasci il gusto di osservare più lungamente ciò che merita lode. Parigi è un mondo (le Guide lo fanno dire, se non erro, a Carlo Quinto); e appunto come il mondo, ci ha il suo bello e il suo brutto, le sue paludi e i suoi poggi. Questa volta mi trovo sulla vetta d'un colle; lasciatemi star sulla vetta; se no, ricasco, sapete dove? nelle Folies Bergères.

Dunque, torniamo a bomba, poichè bomba va. Sono stato al Teatro Francese, ho assistito alla centième de Hernani e ne parlo come di uno spettacolo che mi ha fatto un gran senso. Non ho da difendere l'orditura del dramma, nè da palliare certe imperfezioni, nè da attenuare i bei difetti della gioventù dell'autore. Sento nello Hernani il caldo della passione, ci vedo la grandezza del fare cavalleresco, proprio del paese e del tempo in cui è collocata l'azione, insieme con quella varietà di carattere che è tutta propria del Cinquecento, un secolo che ebbe i più ardenti innamorati, i più sottili politici, i più feroci odiatori del mondo. Le linee della composizione saranno forse un po' caricate; ma non bisogna dimenticare che una certa esagerazione di forme è anche necessaria alle statue, e in genere a tutti i monumenti che non vanno considerati da vicino. È onesta licenza in arte di ingrandire quelle parti che debbono colpire di più, dar carattere al tutto. Anche qui, è quistione di misura; ma, se applichiamo queste norme allo Hernani, troveremo che l'autore non ha abusato della licenza. Il suo dramma è tutto umano, anche con le proporzioni del colosso; i suoi personaggi hanno in sè tutta la varietà e l'impasto di virtù e di debolezza, che sono proprii dell'anima umana. Non domandate loro una troppo stretta osservanza del «sibi constet» di Orazio. Ecco tre uomini, in diverse condizioni, mossi da un medesimo sentimento, intorno a Donna Sol. Perchè non ammetterete tra loro la differenza, e dentro di loro la disuguaglianza, che è portata necessariamente dalle loro condizioni rispettive? Sono tutti uomini innamorati, ma internamente combattuti, Ernani dalle sue collere di bandito, Ruy Gomez de Silva dalla sua alterezza di castellano, Carlo V dai suoi sopraccapi di re e dalle sue ambizioni di imperatore in fieri.

Mi accorgo di scivolare nell'estetica, e fo punto. Il dramma di Vittor Hugo è posto in scena, al Teatro Francese, con uno sfarzo, che da noi s'usa a mala pena nei balli. Conosco degli umori malinconici, a cui questo apparato scenico dispiace nei drammi, come quello che svia l'attenzione dell'uditorio e nuoce alla piena comprensione dell'opera. Costoro, senza avvedersene, vanno dietro a qualche critico, che fu da principio autore drammatico e non ebbe pur troppo i cosidetti lenocinii del palcoscenico a salvarlo da una brutta figura. Per me, tengo un'opinione diversa; non intendo perchè un autore si debba stillare il cervello a rappresentare il vero meglio che può, se non ha poi da farlo ammirare sulla scena, come lo ha veduto lui nella mente. Si aggiunga che, dove il poeta abbia immaginato un gran quadro, le magnificenze del suo pensiero sembreranno ampollosità e muoveranno alle risa, quando non siano degnamente accompagnate dai loro accessorii. Immaginate Carlo V nel sotterraneo della cattedrale di Aquisgrana, presso la tomba di Carlo Magno; fate che il cannone abbia tratti i due colpi che annunziano al re di Spagna il suo innalzamento alla dignità imperiale; e poi fate entrare, se vi dà l'animo, due re meschinamente vestiti, con mezza dozzina di straccioni alle costole, che vengano ad ossequiare il nuovo monarca. Si riderà, a quella vista; quanto più saranno elevati i discorsi, più omeriche saranno le risate del pubblico.

Al Teatro Francese, nella famosa scena del sotterraneo d'Aquisgrana, entrano due re, vestiti da re ed accompagnati da re, coi loro trombettieri, araldi, vessilliferi, paggi, cavalieri e soldati; una comitiva degna dell'annunzio che porta e dell'uomo che lo riceve. Del vestiario dei principali artisti si potrebbe parlare a lungo, senza lodarlo abbastanza. C'è Carlo V, tra gli altri, che par lui, proprio lui, spiccato da un quadro del Tiziano; meglio ancora, uscito pur dianzi dalle mani del sarto di S. M. Cattolica.

Perchè ho citato Carlo V, incomincerò dall'artista che ne sostiene la parte. Il Worms è un attore intelligente e coscienzioso, pieno di severa eleganza nel portamento e nel gesto. Notevole la impertinenza altezzosa del giovine re nell'appartamento di Donna Sol, la sua freddezza orgogliosa nell'incontro notturno con Ernani, la sua fierezza prepotente nella sala di ricevimento del castello dei Silva, il passaggio del suo carattere ad una gravità solenne, quasi ad una grandezza imperatoria, presso la tomba di Carlo Magno. Ho detto quasi, e pensatamente. Perchè Worms non ha esagerata la figura di Carlo V; gli ha fatta compiere una grande azione, ma come doveva compierla lui, con una buona dose di calcolo; e la sua esecuzione è stata il migliore commento di quel carattere, come l'aveva pensato, ma non potuto confessare, il poeta.

Così intendo l'artista; e il Worms, che lo è in modo così pieno, mi è piaciuto da capo a fondo, perfino in quelle sue inflessioni di voce, così aristocraticamente beffarde, con cui egli certo ha inteso di compiere il suo personaggio. C'è un punto (del terz'atto, mi pare) in cui egli deve dire a Ruy Gomez: adieu, duc! Bisogna sentire come glielo dice; quanto lievito di malumore in quel suo accento strascicato, che lo porta a pronunziare la frase come se fosse scritta in quest'altra forma: adieue…. deuc!

Del Mounet-Sully, che fa la parte d'Ernani, mi dicono che sia questo il suo caval di battaglia; e lo credo facilmente. È giovane, di membra vigorose, che non escludono l'eleganza; ha larghi e bei lineamenti, neri gli occhi ed aperti, la chioma folta come una giubba leonina. Tutto impeti nel gesto e nella voce, ora gorgoglia, come un torrente tra i sassi (e allora non ne capite più una sillaba) ora si allarga, ma per poco, in un fiume sonoro. Capisco che questa di Ernani, parte concitata e quasi febbrile, da attaccarsi alla brava, come si attaccherebbe un ridotto nemico, sia fatta, meglio di qualunque altra, per lui, e che i suoi medesimi difetti possano dargli impronta di maggior verità, in quella giovanile scompostezza di nobile insalvatichito, che è il carattere di Don Giovanni d'Aragona.

I confronti tra questo primo attore e parecchi dei nostri italiani, tornerebbero forse a suo danno. Lascio Gustavo Modena, quel divino artista, che fece tutto bene, entrando, per dir così, nella pelle de' suoi personaggi; contenuto a forza nel Cittadino di Gand, arcigno nel Filippo, crudele e bigotto nel Luigi XI, terribile nel Sampiero, epico nel Saul, e sempre e da per tutto quel che voleva essere, non una linea di meno, o di più. All'altezza del Modena non era mai giunto, e forse non giungerà più nessuno. Ma il paragone non sarà possibile neanche coi due grandi scolari del Modena, voglio dire col Rossi e col Salvini, troppo nutriti dal midollo del leone, troppo pieni degli esempi e dei precetti di un tanto maestro. Per altro, si contenti la Francia del suo primo attore, di colui che dovrà succedere nella fama al Lemaître e al Bocage; nel Mounet-Sully c'è stoffa di grande artista; ho notato in lui certi slanci e certe violenze, che nessuno ha più (almeno, così naturali) in Italia. Verrà giorno che la Francia otterrà il primato anche nell'arte di Roscio, se nessun giovane da noi si mostrerà degno di prendere il posto dei pochi valenti che abbiamo, segnatamente pel dramma. Anche per questo rispetto, un periodo di decadenza incomincia in Italia. I nostri giovani artisti, il dramma lo recitano bene ancora, ma non lo sentono più.

Quello che piace in modo singolare al Teatro Francese è l'ottimo complesso di tanti attori, avvezzi a recitare insieme, quali il gran dramma e la tragedia, quali la commedia antica e moderna. Si nota in essi un accordo, un impasto, una fusione, un'arte di chiaro-scuri, che fa pensare alle orchestre meglio affiatate d'Italia. Peccato non avere anche noi, a Roma, qualche cosa che somigli alla istituzione del Teatro Francese! Eppure, sarà necessario pensarci, chi non voglia credere e far credere che la coltura d'un paese stia tutta nel freddo e dimenticabile insegnamento scolastico.

Ho lasciato ultimi due artisti, ma non mi rimarranno tuttavia nella penna. Uno è il Maubant, che si fa ammirare per recitazione corretta nella parte di Ruy Gomez de Silva, ma forse non è intieramente a posto. Ha del padre nobile, anzi che del tiranno; è grasso, per giunta, e, quantunque improntato di nobiltà negli atti e nell'accento, riesce leggermente stonato, sotto le spoglie di quel bilioso castellano, a cui l'amore, come un vino generoso in una cattiva botte (passatemi il paragone volgare), si è inacetito nel cuore. Per contro, Sarah Bernhardt… Ma qui ci vorrebbe un inno, un peana, un carme secolare; ed io, quando pure mi sentissi da tanto, temerei sempre di parervi esagerato. Attrici più attrici di lei, cioè a dire più esperte nei grandi effetti della scena, nelle smorzature e nei rinforzamenti della voce, o del gesto ne hanno su per giù tutte le nazioni d'Europa; ma un'artista più intimamente vera, più schiettamente donna di lei, non credo che esista. Perfino i suoi silenzi sono meravigliosi. Ce n'è uno, assai lungo e pericolosissimo, nel primo atto dello Hernani; quando la povera Donna Sol è colta nel suo appartamento, da Ruy Gomez e da un nugolo di servitori, in compagnia di due sconosciuti. Tutti gli occhi sono rivolti su lei; frattanto Ruy Gomez sfodera tutta la sua alterigia castigliana, per fare un'intemerata coi fiocchi. E lei, frattanto? Molte attrici qui sarebbero cadute sotto il mediocre; altre avrebbero affrontato il pericolo e fatto di Donna Sol un'audacissima donna, come ce ne son tante nelle antiche tragedie, che non si trovano impacciate in nessun luogo e non hanno paura di nulla. Sara Bernhardt ha trovato il modo di vergognarsi con nobiltà; di stare alla berlina senza audacia, senza smarrimento di spirito, di saper quel che deve alla presenza di suo zio e del re, senza dimenticare Ernani e il pericolo che egli corre là dentro per lei: tutto ciò con una misura, con una naturalezza stupenda.

Sarah Bernhardt è fatta per la scena; smilza della persona e tutta nervi; gli occhi d'una mobilità e d'una profondità non comune; armonica la voce, sebbene non robustissima; gli atteggiamenti, i gesti, i moti tutti della persona, improntati di naturale eleganza. È donna, lo ripeto, in tutta l'estensione artistica della parola. Dove le altre facilmente strafanno, e per poco non appariscono uomini per esuberanza di vita e d'ardore, ella conserva i suoi mirabili istinti femminei. Sono dolente di andarmene da Parigi, senza vederla ed udirla in qualche altra parte del suo repertorio; ma ho la certezza che ella riesca benissimo in tutte. Un nostro italiano, che la Francia ha adottato, il Parodi, è ancora tutto compreso d'ammirazione pel modo in cui l'impareggiabile attrice gli ha interpretato una parte di vecchia cieca (cieca lei Sarah Bernhardt, con quegli occhi!) nella sua Rome Vaincue, dramma potente, che presto avrà dei fratelli, e degni di lui.

Bernheim Jeune, marchand de tableaux et curiositès sul boulevard di Montmartre, vende ritratti fotografici di Sara Bernhardt in tutti gli atteggiamenti e in tutte le foggie. Sono i ritratti più costosi della bottega, e tuttavia gli vanno come il pepe. Non c'è forastiero a Parigi, che, dopo essere stato al Teatro Francese, non voglia portarsi via Sarah Bernhardt, almeno in fotografia. E un ritratto non basta. Del Thiers, del Gambetta, di Emilio Zola, di Ottavio Feuillet e via discorrendo, una copia, e non più; di Sarah Bernhardt quattro, cinque, sei, magari dieci, spendendo una ventina di lire.

Su questi pezzi di cartone la gentile attrice è ritratta in veste di pittore, che dà l'ultima pennellata ad un quadro; o di scultore, che medita, appoggiato col gomito al trespolo che sostiene un busto di donna, a cui manca forse l'ultima mano. Sarah Bernhardt è pittrice e scultrice; non so di qual pregio nell'arte, perchè non ho visto nulla di suo. Con buona licenza della scultrice e della pittrice, preferisco Donna Sol, con la sua veste di broccato, che le sale fino alla radice del collo, disegnando le sue forme snelle, con le braccia abbandonate, le mani intrecciate sulle ginocchia, la testa appoggiata alla spalliera d'un seggiolone gotico, gli occhi mezzo velati dalle ciglia lunghe. Davanti a quella elegante persona si rinnovano in una tutte le sensazioni che la valorosa artista mi ha fatto provare, due settimane fa, alla centième de Hernani.

E penso poi a quel vecchio glorioso, il cui genio ispira artisti così potenti; a quell'altissimo poeta che tutti debbono invidiare alla Francia, perchè, volere o no, è il primo poeta vivente d'Europa, e sarà, col Byron e col Goethe, uno dei tre primi poeti del secolo.

XV.

A Versaglia.—Splendori e miserie.—Cherchez la femme.—Camillo
Desmoulins e madama di Pompadour.—Gian Giacomo e Diana di
Poitiers.—I ritratti e gli originali—Politica d'andata e
ritorno.—Il teatro.—Ricordi storici.

Il paziente lettore, che mi ha seguito fin qua, non può certamente nutrire il sospetto che io voglia condurlo attorno per tutti i luoghi memorabili di Parigi. Faccio per la città quel che ho fatto per l'Esposizione universale; tra le cose che ho vedute, noto solamente quelle che possono darmi appiglio a qualche considerazione, non affatto inutile per un lettore italiano. S'intende per un lettore paziente, come il mio, di cui sopra.

Ciò posto, venga il sullodato lettore con me. Dal boulevard des Italiens si svolta nella chaussée d'Antin, dove abita il Gambetta, con la sua République française. In capo alla strada è la piazza, la prateria a forma di scavo e la pagoda della Trinità; ma noi non entreremo in chiesa; svolteremo a sinistra, per andare alla stazione di San Lazzaro, scalo famoso della ferrovia de ceinture, donde ogni giorno, quando c'è aperta l'Assemblea nazionale, partono i treni parlamentari per alla volta di Versaglia. Chi lo avesse mai detto a Luigi XIV!

Andiamo, già lo indovinate, a Versaglia. Si può infatti, dimenticare un visibilio di cose, tra belle e strane, che adornano Parigi e i suoi pressi; ma Versaglia non può lasciarsi da banda. È stata la sede della monarchia, dopo il Louvre e prima delle Tuileries, per un periodo di tre regni, interrotto soltanto da una reggenza, che abitò in Parigi, al palais Royal, e fece le sue miserabili prove nella famosa via Quincampoix. Da Luigi XIV, che ha edificata la reggia di Versaglia a Luigi XVI, che ne è uscito, per andare, di debolezza in debolezza, fino alla piazza della Rivoluzione, Versaglia è stata il teatro di tutti i grandi ricevimenti, di tutte le feste, ed anche di parecchie brutture de' suoi regali padroni. Laggiù la stolta revoca dell'editto di Nantes, per compiacere alla signora di Maintenon e ai gesuiti; laggiù l'infame Parc aux cerfs, una specie di Capri, nascosta tra i faggi e gli ontani, che non ebbe poca parte nella rovina dei Capetingi. Luigi XVI doveva espiare i falli de' suoi antecessori e lasciare la testa su quella medesima piazza, dove si era festeggiato ventitrè anni prima il suo matrimonio con l'Austriaca. Era finita pel fasto di Versaglia, quando le donne del popolo di Parigi andarono in processione tumultuaria fino alla cancellata della Corte di Marmo. Ma, anche prima, i reali di Francia incominciavano a non trovarsi bene in mezzo a quel fasto. Maria Antonietta amava sopra tutto un villino, ascoso nel bosco, il piccolo Trianon, graziosa fabbrica italiana, ad un piano e mezzo, con cinque finestre di facciata, e le cucine mezzo affondate nel suolo. La regina e le sue dame, semplicemente vestite di percallo bianco, passavano le loro giornate in quel luogo, ricamando, giuocando, o fingendosi contadine e adempiendo allegramente gli uffici di quello stato, così bello nei quadri di Boucher e di Watteau. Immaginate che idillio, in riva a quel laghetto, in cui si specchia ancora la celebre casetta svizzera! Vedendo il piccolo Trianon, e pensando alla vita tranquilla di quella regia lattaia, il cui marito fabbricava toppe o scriveva trattati di fabbroferraio, ricorre alla mente il frusto paragone della calma che precede…. quel che sapete.

Versaglia non è più una reggia; è da quarant'anni un museo. «A toutes les gloires de la France» ci scrisse su quel povero Luigi Filippo, che le rispettò tutte, le ospitò tutte, anche richiamandole dall'esilio, ma ebbe, a quanto pare, il torto gravissimo di non aggiungerne abbastanza di sue. La guerra d'Africa non doveva servire ad altro che a formare i generali per un'altra dinastia.

Quelle glorie ci son tutte davvero, nel palazzo di Versaglia, rappresentate nel marmo, o sulla tela, da tutti i grandi uomini e da tutte le vittorie della Francia. I monarchi ci hanno i loro ritratti, in una sequela non interrotta, da Clodoveo a Napoleone III; i contestabili, gli ammiragli, i marescialli, i guerrieri famosi, gli uomini di Stato, si mescolano coi poeti, cogli artisti e con le donnine belle. Cherchez la femme. E a Versaglia non occorre nemmeno cercarla; si trova su tutte le pareti. Curiosa, che, frammezzo a tanti ricordi monarchici, facciano capolino anche i repubblicani! Camillo Desmoulins mostra la sua faccia arguta davanti al ritratto della Pompadour; Gian Giacomo Rousseau, fresco ancora di tutta la sua gioventù, dimentica le Charmettes, e madama di Warens e il collega Anet, davanti ad una Diana di Poitiers, che si è fatta ritrarre in abito da bagno antico, quello della sua divina omonima, quando Atteone portò in fronte la pena di aver troppo curiosato tra i rami.

Come sapete, anche la repubblica odierna è rappresentata a Versaglia; ma non da ritratti, poichè ogni giorno ci vanno gli originali. La rivolta della Comune aveva fatto andare laggiù l'Assemblea costituente, al suo ritorno da Bordeaux; un meschino puntiglio ce l'ha fatta rimanere, con grande rammarico di Parigi e con noia anche più grande dei signori deputati. Salvo uno o due ministeri, non c'è ombra di autorità costituita; il governo parlamentare ci arriva in convoglio a mezzodì e ne riparte alle sei. La politica francese si fa con due ore di perdita al giorno, andata e ritorno compresi. Se è vero che il tempo è moneta, questa forma di governo è troppo cara e bisognerà cambiarla. I giornalisti di Parigi, costretti a fare ogni giorno come i rappresentanti della Francia, sperano, o temono, secondo i casi e gli umori, che possa aver fine col Settennato. Ma quando finirà il Settennato? C'è chi ne prevede la morte volontaria dopo le elezioni senatorie, il cui esito dovrà assicurare la repubblica conservatrice e rimandare gli ultimi rurali con Dio. Se ciò si avvera, non passerà molto che il Senato e l'Assemblea voteranno il ritorno puro e semplice; quello al Lussemburgo, questa al Corpo Legislativo.

Pour le quart d'heure, si tira avanti col provvisorio. La Camera dei deputati è allogata in un cortile, raffazzonato alla meglio. La sala è fredda, ma per contro non bella. Belli, ma freddi, i corridoi che mettono all'aula, in mezzo a due file di statue, che sole non hanno bisogno di caloriferi. Neanche i quadri avrebbero bisogno di fumo, specie di quello del sigaro; eppure, la buvette e il fumatolo sono stati impiantati in alcune sale elegantissime, le cui pareti si vedono ancora tappezzate di quadri, alcuni dei quali di gran pregio artistico, e tutti di molta importanza storica.

Meglio alloggiati i senatori, nel grazioso teatro edificato da Luigi XV per la signora di Pompadour, che morì cionondimeno senza vederlo finito. In questo teatro, che s'inaugurò per le nozze di Luigi XVI col Perseo di Lulli, con l'Atalia di Racine, col Tancredi e con la Semiramide di Voltaire, si diede nel 1789 il malaugurato banchetto delle guardie del corpo al reggimento di Fiandra, donde vennero tutti i guai della famiglia reale.

Quella festa, a cui erano stati invitati gli ufficiali della guardia nazionale di Versaglia, aveva un intento riposto, di rinfiammare la devozione degli ufficiali del reggimento di Fiandra, da pochi giorni arrivato colà. Una mensa di trecento posti, in forma di ferro di cavallo, era collocata sul palcoscenico; nell'orchestra erano le musiche dei due corpi; i soldati, che avevano fatto lega, stavano in platea; molti spettatori, senza mestieri di biglietto d'ingresso, erano stati ammessi nei palchi. Alle frutte, il re e la regina, accompagnati dal Delfino e da sua sorella, apparvero dal palco reale, nel punto che l'orchestra suonava l'aria: «O Richard, o mon roi, l'univers t'abandonne». Le accoglienze furono entusiastiche. L'orchestra allora mutò registro, suonò un'aria del Disertore, notissima allora: «Peut-on affliger ce qu'on aime?» Palco scenico e platea andarono in visibilio; parecchi militi della guardia nazionale, spregiando la loro assisa, rivoltarono le coccarde tricolori. La moltitudine, briaca della sua propria allegrezza, ricondusse la famiglia reale ne' suoi appartamenti. L'esaltazione era al colmo; si ballò sotto le finestre del re, gridando tutti gli abbasso analoghi alla circostanza e tutti i morte più furibondi ai nemici del trono.

Ma pur troppo quella scenata (chiamiamola così) doveva avere il suo contraccolpo a Parigi. Si esagerò forse lo scopo del banchetto e la parte attiva che ci aveva presa la regina; le minacce contro l'Assemblea furono raccolte e commentate; la carestia, che in quell'inverno aveva ridotto troppa gente alla fame, non era certamente consigliera di prudenza nè di magnanimità. Il banchetto si era tenuto il 1.° ottobre; la mattina del 6 il popolo, aizzato da' suoi sobillatori, accompagnato dal Lafayette, che voleva moderarlo, prese la via di Versailles, si condusse a furia sotto le mura del castello e penetrò nella Corte di marmo.

Maria Antonietta, a cui, ne' gravi momenti, non venne mai meno l'ardire, si presentò alla folla, da un verone del primo piano, accompagnata dal Delfino e da madama Reale.—Non vogliamo bambini!—gridarono mille voci sdegnate; e la regina, sfidando il pericolo che le era chiaramente presagito da quel grido feroce, rimandò i suoi due figli, inoltrandosi da sola verso il popolo, come una vittima consacrata alla morte. Ed era tale davvero. Lafayette, avvicinandosi a lei, poteva proteggerla per allora col lustro della sua fama. Il re, chiamato a sua volta, e accolto col grido: «venga a Parigi» potè rispondere che si sarebbe volentieri commesso, con la moglie e coi figli, alla guardia de' suoi fedelissimi sudditi. Ma quella pace piena di rancore, quella partenza immediata per Parigi, che dava alla moltitudine la misura del poter suo e della obbedienza paurosa del suo re, segnavano la condanna di morte per Luigi Capeto, per l'Austriaca e pel lupicino reale. Perchè lupicino? Forse per dire con una sola parola e per via di contrapposto che i delfini, animali d'acqua salsa, non si ammettevano più.

La carovana partì da Versaglia quel giorno medesimo, 6 ottobre 1789, al tocco dopo il meriggio. Si racconta che, passando per una galleria del palazzo, davanti ad un ritratto di Carlo I d'Inghilterra, Luigi dicesse, quasi divinando il futuro: «Il mio destino sarà come il suo». Da quel giorno il castello di Versaglia rimase disabitato. Ci andarono tratto tratto, in occasione di qualche festa, i sovrani che ebbe ancora la Francia, dopo la sua grande rivoluzione. Luigi Filippo, per esempio, quando ebbe fondato il museo nazionale di Versaglia, lo inaugurò col Misantropo di Molière, due atti di Roberto il Diavolo di Meyerbeer e una commedia di Scribe, rappresentati nel teatro di Luigi XV. Ma il figlio di Filippo Eguaglianza non si trovò bene colà. Troppi ricordi lo molestavano; e tra i ricordi, qualche rimorso…. di famiglia. Nel 1848, scacciato anche Luigi Filippo, i membri del Governo provvisorio, ordinarono in quel teatro un concerto; la guardia nazionale, forse per purificarlo dalle memorie di poco civismo della sua antenata del 1789, ci ballò anche lei, ma senza regine di sangue, e per iscopo di beneficenza. Napoleone III ci convitò il 25 luglio del 1855 la regina Vittoria, il principe Alberto e i loro figli, ad una cena sontuosa. Si cenò nel palco reale, diventato, per quella occasione, imperiale. Dopo di che, buio pesto, fino alla prima seduta del Senato, che ci stona abbastanza, forse per amor di contrasto colle armonie di Lulli e di Meyerbeer.

Mi avvedo di essere già dentro a Versaglia, mentre il mio posto era accanto a voi, nella stazione di San Lazzaro. Abbiate pazienza; la fantasia correva innanzi con la rapidità dell'elettrico. Fate conto che sia andata a prepararvi gli alloggi; io torno indietro per ripigliare la strada.

XVI.

Dintorni di Parigi.—Super flumina Babylonis.—Una città di villeggiatura.—Il capolavoro del Mansart.—Sinfonie del Rossini.—Arte e natura.—Si dice male di Luigi XIV.—Le vecchie cronache—Adulazione bizzarra.

Si può andare a Versaglia, anche passando dalla riva sinistra della
Senna. Parigi ha due scali di partenza per Versaglia, e, perchè le due
linee ferrate non si congiungano strada facendo, ne viene che
Versaglia abbia due scali d'arrivo; tout comme à Paris, dicono i
Versagliesi, non senza un miccino d'orgoglio.

La strada, sia che andiate per la riva destra, sia che andiate per la riva sinistra, è incantevole; tutta in mezzo a villini bianchi e rossi, coi tetti a capanna, castelli in miniatura, ascosi come nidi di scriccioli tra le siepi, colmi di case che si direbbero aggruppate a forma di città da un fabbricante di balocchi di Norimberga; e sempre in vista della Senna, che si divalla lì presso, in un ristretto orizzonte, con le sue rive incoronate di salici. Super flumina Babylonis; è proprio il caso. Colori dominanti del paese, il bianco latteo delle casine, il rosso mattone dei tetti, il verde tenero della frappa; aggiungerete l'azzurro pallido del cielo, quando è sereno, e avrete una campagna, che può benissimo non apparir bella nei quadri, una campagna a cui mancano le tinte vigorose e i riflessi dorati dell'italiana, ma che riposa l'occhio e contenta lo spirito. Per viverci, per dimenticarcisi ed essere dimenticati, che cosa si domanda di più?

Le stazioni sono graziosine; casette da due piani, attorniate, accarezzate, prese d'assalto da famiglie di piante rampicanti, aperte nel mezzo da una gran sala d'aspetto, che durante l'inverno si chiude tutta con una grande invetriata. Gente, in queste oasi ferroviarie, pochina; se non fosse lo chocolat Mènier, o un Pas de concurrence possible, che vi perseguita anche là, coi suoi cartelloni luccicanti, vi credereste d'essere in capo al mondo, non alle porte di Parigi. Ecco Saint Cloud; nessuna magnificenza vi annunzia la vicina residenza imperiale; il castello vi è nascosto all'occhio da un poggio, o da una piccola macchia. Sèvres, là in fondo alla valle, non vi lascia intendere dove siano le sue fabbriche di porcellane, celebrate nel mondo. Passando per Asnières, vorreste riconoscere il villino di Margherita Gauthier; ma non c'è caso, i villini si seguono e si rassomigliano tutti, nella piccolezza, nella grazia, direi quasi nella discrezione con cui vi mostrano, o vi nascondono, la felicità dei loro penetrali. Perfino Versaglia, la fastosa Versaglia, dove arrivate finalmente, scendendo da una stazione che vorrebbe parere grandiosa, non vi lascia indovinar nulla de' suoi regali tesori. È una città di provincia, o, per dir meglio, malgrado la contraddizione apparente, una città di campagna, di villeggiatura. È nata sotto Luigi XIV, non lo dimentichiamo; e quando il re Sole abitava il palazzo edificato a lui dal Mansart, non si poteva mica alloggiare tutta la corte entro i cancelli della reggia. La città è debitrice della sua esistenza ad un rigurgito, ad uno stravaso, di quella reggia pletorica. Strade larghe e vuote, viali alberati in cui non si vedono quattro persone a diporto, palazzi grigi che paiono caserme e che hanno l'aria di non conoscersi l'un l'altro, agglomerazione di solitarii, ecco la città, come si presenta oggi all'occhio del forastiero. Ci sono parecchie trattorie, il che a tutta prima vi farebbe credere che almeno la popolazione avventizia dei senatori, dei deputati o dei curiosi, può in certe ore del giorno simulare lo spettacolo d'una città viva. Ma non è vero niente; senatori, deputati e curiosi vengono qua dopo aver fatto colazione, aguzzano il loro appetito e lo riportano a Parigi. Solamente a Parigi si trovano il pied à la Saint-Menéhould e la sôle au gratin, che levano tant'alto la cucina francese al cospetto delle nazioni. E i trattori di Versaglia aspettano invano la folla; i ragni della città cenobitica ci rimettono la spesa e la fatica della tela.

Con me ha fatto meglio le cose sue un fiaccheraio, che, allungandomi di non so quanti chilometri la via dalla stazione al castello, mi persuase a salire nel suo trespolo, e poi, in quattro minuti di corsa, mi depose sulla piazza grande, davanti al famoso cancello. Diedi un mesto pensiero a due lire sprecate e mi guardai d'intorno. La piazza è fatta a pendìo; due caserme da un lato, e in mezzo ad esse il gran viale che mette a Parigi, chi voglia andarci in carrozza; dall'altro il cancello lunghissimo, che custodisce la Corte di marmo. Questa Corte, fiancheggiata da palazzi di vario stile, che si vanno restringendo a mano a mano, toglie maestà all'edifizio principale, che si scorge nel fondo. E questa, domandate tra voi, è questa la gran reggia di Luigi XIV? No,—vi potrebbe rispondere un cicerone di piazza, se udisse la vostra domanda interiore;—quello è il palazzo edificato da Luigi XIII e conservato, incastonato dall'architetto Mansart nel palazzo dieci volte più vasto, che sorse per volontà del figliuolo.

Del resto, bisogna entrare in quel palazzo più antico, per vedere che la residenza campestre del marito d'Anna d'Austria è bella anch'essa di molto e meritava di sopravvivere. Bisogna poi uscir fuori, dall'altra banda del palazzo vecchio e del nuovo, vedere così in di grosso i piazzali, le terrazze, i giardini sterminati, voltarsi indietro a contemplare quella lunga e nobilissima facciata, tutta portici e colonne, per rimanere stupefatti, o, a dirla volgarmente, rintontiti. Questa gran fabbrica, questo capolavoro del Mansart, non ha rivali nel mondo. Lo spazio aiuta a dargli rilievo, e forse una cosa simile si poteva fare soltanto qui, dove c'era la libertà dello spazio. Doveva esser così la Domus aurea, fabbricata da un Luigi XIV dell'antichità (Nerone, se permettete), quella Domus aurea che dal Palatino giungeva all'Esquilino, attraversando la Velia. Ma la casa di Nerone bisogna raffigurarsela con la fantasia; qui abbiamo la realtà. Quelle linee eleganti e maestose ad un tempo, quella prospettiva di viali e di statue, di vasche e di laghi, vi comprendono di meraviglia e di piacere, come è naturale che avvenga, quando il concetto della grandiosità non si scompagna da quello dell'armonia. Ho pensato qui, senza il menomo desiderio di trovare un paragone, ho pensato alle sinfonie del Rossini, a quelle musiche così fitte e così chiare, così severamente architettate, eppure così piene di fioriture, così strette alla misura, così ricche di varietà.

In questa fusione (non confusione) di generi, consiste per l'appunto il sommo dell'arte. A Versaglia l'eleganza e la magnificenza si sposano; cioè, si sono sposate e vivono da dugent'anni in fortunata armonia. Oltrepassate quel terrazzo e quella spianata; quindi, voltatevi indietro. Il palazzo non è più un palazzo; ha l'aspetto d'un tempio greco, ingrandito una ventina di volte, che biancheggia tra due timide masse di verde e sotto un padiglione d'azzurro. Per una volta tanto, l'architettura francese ha abbandonato que' suoi tetti rilevati a cono; abbiamo dei tetti all'italiana, mascherati per giunta da un attico che corre per tutta la lunghezza della cornice. Voltatevi ancora e guardate quel viale, anzi meglio, quei viali interminabili, accompagnati da quelle statue e da que' vasi monumentali di marmo, interrotti da quei laghi, da quelle fontane, orlati da quelle siepi gigantesche; che cosa immaginare di più grandioso e tuttavia di meno fastoso, di meno opprimente! L'arte ha soggiogato la natura, ma con garbo e quasi per fargli piacere; la verdura, stagliata in larghe messe simmetriche, ma senz'ombra di tirannia, si armonizza coi monumenti disseminati a profusione da per tutto; lo stesso orizzonte, imprigionato tra quelle digradazioni sapienti, o sia perchè non offre linee spezzate alla vista, o sia perchè la grandezza dell'opera artistica è stata condotta a non parer da meno di quella della natura, si acconcia volentieri alla servitù, obbedisce senza sforzo, par libero.

Era questo che voleva Luigi XIV? Non so, credo anzi che egli in tutti questi accorgimenti non ci abbia nulla a vedere. Se un architetto gli avesse detto che l'orizzonte, in materia di prospettiva, ha i suoi diritti, avrebbe forse risposto a quell'architetto: «l'horizon c'est moi.» Diciamo dunque: fu un uomo potente, che seppe volere una bella cosa per appagare il suo fasto, la sua boria di nuovo Sesostri, e ottenne, grazie all'ingegno del Mansart, un'ottava meraviglia, su cui era giusto che stampasse il suo nome, perchè era lui che snocciolava i quattrini. Mi domanderete da che casse li pigliava, se non forse da quelle dello Stato. Ma il gran Luigi vi risponde per me, come ha risposto al Parlamento: «l'Etat c'est moi.» Vedetelo dipinto almeno un centinaio di volte, in tutti i quadri che illustrano i grandi fatti del suo regno. In quelle fredde e vuote composizioni, non è in luce, non è in vista che lui. Volete l'assedio d'una città nemica? Eccolo; il re Sole a cavallo, che visita una trincea. Il famoso passaggio del Reno, per cui s'innalzarono archi di trionfo a Parigi? C'è anche quello, rappresentato da una campagna grigia, nel cui fondo non si vede più nulla, ma sul cui primo piano spicca un cavaliere, circondato da due o tre generali che paion valletti. È il re Sole, che vi guarda colla coda dell'occhio grifagno e sembra che voglia dirvi: «le passage du Rhin… c'est moi.» È lui, sempre, è lui ogni cosa; fulmine di guerra, redivivo Pelide, tutti i guerrieri dell'antichità possono andarsi a riporre;

Non illi quisquam bello se conferet heros.

Ma di Luigi XIV e della sua boria mi occorrerà di parlare più oltre. Sbrighiamoci da quattro cenni di storia. C'è anzi tutto il nome di Versaglia, che domanda uno schiarimento. Or dunque, dovete sapere che nelle vecchie cronache si parla di un Ugo de Versaliis, contemporaneo dei primi re Capetingi, il quale possedeva in questo luogo la sua bicocca feudale, non avendo altro vicinato che la prioria di San Giuliano, la cui campanella era la sola che rompesse di tanto in tanto i silenzi della vallata e probabilmente anche i timpani del sullodato cavaliere. Nel secolo XVI, l'ultimo feudatario di Versaglia, un Marziale di Léomenie, per cansare la strage di San Bartolomeo, si raccomandò al signor di Gondy, maresciallo di Retz, facendogli dono di tutti i suoi beni; il che non tolse che il bravo maresciallo lo facesse scannare, e un 28 d'agosto, ricorrendo la festa di San Giuliano, si facesse riconoscere seigneur de Versailles, prendendo sotto il baldacchino della prioria il posto dello sventurato Marziale.

Ignoro come fruttasse al Gondy quella roba di mal acquisto. So invece che Luigi XIII, il quale andava spesso a caccia da quelle parti, e trovava riparo in un mulino, diventato il suo quartier generale, commise all'architetto Lemercier di fabbricargli colà un palazzo di campagna. Fu quel medesimo palazzo che il Mansart incastonò più tardi nella sua costruzione, quando a Luigi XIV piacque di avere un alloggio suo, proprio suo, sbalorditoio, come la fama, la grandezza, la magnificenza, che egli si figurava di avere.

Ingannato, dopo tutto, guastato dalle lodi d'un secolo cortigiano, come dalla fortuna che un italiano, il Mazzarino, aveva preparata al suo regno! Non era forse per lui che un uomo come il Boileau scriveva il verso curioso:

Grand roi, cesse de vaincre, ou je cesse d'écrire?

XVII.

Scorribanda capricciosa.—La chiesetta.—Una celia di soldato.—Les dames de beauté.—Dinastie a olio.—Marescialli di Francia.—Filosofi e belle donne.—Ricordi storici.—Grandi uomini a migliaia.

Ci vorrebbe un volume, non che una o due lettere, a prender nota di tutte le cose memorabili di Versaglia, e dei ricordi che destano. Se avessi il tempo e la voglia di fare il volume, mi riuscirebbe un catalogo, che nessuno di voi si sentirebbe la voglia, o avrebbe il tempo di leggere. Un'occhiata al complesso, dunque! Ma come si fa? Son centinaia e centinaia di sale, migliaia e migliaia di quadri; memorie di tutti i regni, di tutte le dinastie, di tutte le grandezze e di tutte le miserie. Altro che occhiate al complesso! L'unica cosa che si possa fare è una scorribanda capricciosa, con tre quattro fermate, per ricogliere il fiato.

Incomincio da una fermata. La merita davvero, quantunque il fumo delle candele mi dia al naso, la merita davvero quella graziosa chiesetta del Mansart, costrutta sotto il regno della Maintenon, sulle rovine di una elegantissima grotta di Teti, che era stata decorata dal Girardon e cantata dal Lafontaine. Non vi parlo dei matrimonii principeschi e regali che vi furono celebrati; penso alla burletta del Brissac e non resisto alla tentazione di raccontarvela.

Luigi XIV, diventando vecchio, s'era fatto eremita; ogni giovedì ed ogni domenica andava in cappella, anche di sera, e voleva che tutti ci andassero. Le dame della Corte non se lo fecero dire due volte; dov'era il re si trovavano loro, e, per farsi meglio scorgere dal re, tenevano tanti torchietti accesi sui davanzali delle tribune, col pretesto di vederci chiaro nella stampa dei loro uffiziuoli. Il re, indisposto, faceva sapere che non andava in cappella? La divozione delle dame sbolliva issoffatto; non c'era caso di vederne più una al suo posto. Ora sentite che cosa facesse il Brissac, maggiore delle guardie del corpo, uno schietto soldato, a cui tutte quelle beghinerie urtavano i nervi. Una sera, sull'ora della benedizione, tutti i torchietti erano accesi nelle tribune; le dame, inginocchiate, aspettavano il re. Brissac si affaccia alla tribuna reale, alza il suo bastone di comando e grida: «Guardie del re, ritiratevi; il re questa sera non viene.» Indovinate il resto; le guardie se ne vanno, i torchietti si spengono, le dame spulezzano.

Partite loro, il Brissac fa ritornare le guardie al posto. Sopraggiunge il re, si guarda intorno, e non tace la sua meraviglia, non vedendo nessuna delle dame di corte. Ma, finita la benedizione, il maggiore Brissac racconta arditamente al re la prova diabolica a cui aveva sottoposta la devozione delle signore. Luigi XIV, che ama il Brissac, finisce col ridere; ridono i signori del seguito, e ride, a farla breve, tutta la corte. Non le dame, intendiamoci. Il Brissac, con tutta la sua prodezza, non ardì più, dopo quella burletta, passar troppo vicino alle dame di corte. Sfidava le palle, il bravo maggiore; ma non si fidava delle unghie.

Andiamo avanti per una galleria di scoltura. Ci sono cento e più, tra statue, busti e monumenti funebri, con figure marmoree, in mezzo alle quali si vedono quasi tutte le più celebri dames de beauté della Francia. Nelle sale delle crociate, che vengono dopo, si hanno i Goffredi Buglioni, i Filippi Augusti e i San Luigi a tutte le salse. Notevoli in queste camere alcune reliquie storiche dei cavalieri di Rodi, mandate in regalo a Luigi Filippo dal sultano Mahmud; tra esse il mortaio di bronzo, che serviva di campana ai valorosi ospedalieri. Avanti ancora, e troveremo la sala dei sovrani di Francia, tutti effigiati sulla tela, dal solito Clodoveo fino a Napoleone III. C'è poco da ammirare, come arte; non c'è che l'interesse storico, e non per tutti, trattandosi di figure dipinte la più parte secoli e secoli dopo la sparizione degli originali dalla faccia della terra. Io ho cercato tra gli altri Filippo il Bello, e l'ho trovato…. brutto.

Vi ho già detto delle sale degli ammiragli, dei contestabili e dei marescialli di Francia, tutte piene zeppe di ritratti. Di marescialli antichi mi ha colpito il conte Rantzau, bel giovinotto, a cavallo, con un occhio di meno e una gamba di legno. È quel Rantzau, sulla cui tomba fu scolpito questo grazioso epitaffio:

    Du corps du grand Rantzau tu n'as qu'une des parts,
    L'autre moitié resta dans les plaines de Mars;
    Il dispersa partout ses membres et sa gloire,
    Tout abattu qu'il fut, il demeura vainqueur;
    Son sang fut en tous lieux le prix de sa victoire,
    Et Mars ne lui laissa rien d'entier que le coeur.

L'ultimo dei marescialli effigiati è il Niel, una nostra simpatica conoscenza di Solferino. Cito lui che chiude la serie, per ora; ma non mi fermo a nominarvi i più notevoli, perchè sarebbero troppi. In quattordici sale, che hanno tutte una storia, poichè servirono d'abitazione a principi e principesse della maison de France, ci sono tutti i generali che giunsero ad afferrare quel tal bastone, portato nel proprio zaino (secondo la notissima frase) da ogni semplice soldato. In altre sale attigue ci sono i guerrieri celebri, che morirono senza avere il bastone: Jean Bart, Duguay Trouin, il balì di Suffren, Hoche, Kléber, Desaix, Lafayette. Quanti nomi, quante glorie purissime! Che cosa ne avrebbe pensato, di questi ospiti nuovi, la signora di Pompadour, che proprio in questo sale ebbe il suo appartamento?

Salite al primo piano; si passa in mezzo a due file di busti, tra i quali noto un Rabelais e un Descartes, due grandi filosofi, ma di scuola diversa. Avanti ancora, e c'è un visibilio di ritratti, dei quali uno mi ruba un quarto d'ora. Confesso la mia debolezza, ma ho dedicato un quarto d'ora a Madama Récamier, l'Egeria della Restaurazione, la più bella donna di Francia e Navarra, l'amica di Chateaubriand e del filosofo Ballanche. Questa perdita di tempo mi ha fatto stringere il passo nella grande, immensa galleria delle battaglie, dove di battaglie ne avete a bizzeffe, da quella di Tolbiac, vinta da Clodoveo, a quella di Wagram, vinta da Napoleone. Più lunge, ho veduto la camera da letto della signora di Maintenon, ma non ho più trovata la nicchia di damasco rosso e la poltrona di Luigi XIV, il quale assisteva ogni sera alla cena della marchesa, e alla sua andata a letto, per andarsene poi a cena e a letto anche lui, cinque o sei camere più in là.

Uscite dall'anticamera della Maintenon, ed eccovi la sala du Sacre, così detta pel celeberrimo quadro di David, vastissima composizione che rappresenta l'incoronazione di Napoleone I e di Giuseppina. C'è anche la battaglia d'Abukir e il Giuramento dell'esercito nel Campo di Marte, quel giuramento, con distribuzione d'aquile imperiali, che seguì di tre giorni l'incoronazione suddetta. Nel mezzo della sala è il Napoleone morente del Vela; un marmo che parla, e non occorre dir altro. Ancora due sale e i ricordi cangiano…. di dinastia. Siamo nella sala del biliardo di Luigi XVI; ma non c'è più il biliardo su cui Luigi metteva la sua posta di cinque lire, rispondendo ad un certo duca che si meravigliava della parsimonia del re:

—Signor duca, scusatemi; voi giuocate il vostro denaro, io quello di tutti.—

Andiamo avanti, e si torna indietro… due regni. Ecco gli appartamenti della signora di Montespan. Nessun ricordo piacevole; la signora di Montespan fu una bella antipatica. Amerei meglio trovare l'appartamento della povera madamigella De la Vallière; ma il cicerone non sa dirmi dove sia. Forse non c'è mai stato; forse la gelosa Montespan ne ha cancellate le tracce. Passo di corsa nella camera da letto dove morì Luigi XV, il Tiberio della Francia, che compendiò il suo regno nella cinica frase: «après moi le déluge» e giungo nel gabinetto del Consiglio, celebre per uno dei pochi tratti di nobiltà vera del re Sole. Qui infatti egli invitò il Molière, suo valet de chambre, a sedersi a tavola con lui, e gli servì di sua mano un'ala di pollo, per dare una lezione a tanti gentiluomini, che erano valletti di camera come il Molière, e tuttavia sdegnavano di sedere a mensa con lui, presso il contrôleur de la bouche.

—Voi mi vedete occupato—disse Luigi XIV ai gentiluomini che erano venuti ad assistere alla sua colazione,—voi mi vedete occupato a far mangiare il nostro Molière, che ai miei valletti di camera non sembra una compagnia abbastanza buona per loro.—

Segue la camera da letto del re, conservata tal quale, come era nel tempo suo, col letto parato di velluto cremisi trapunto d'oro, e tutto il rimanente degli arredi, costati dodici anni di fatica al tappezziere Simone Delobel, anche lui, come l'autore del Tartuffo, decorato del nome di valletto di camera. Accanto alla camera da letto è la sala dall'Oeil de boeuf, così detta da una finestra ovale nella parete, aperta per ottenerle più luce da una camera attigua. Ivi aspettavano i principi e i gran signori, ammessi alla felicità della levata e dell'andata a letto del re Sole. Si parlava a bassa voce, non si bussava agli usci, ma si grattavano gentilmente col sommo del dito; solamente agli uscieri era permesso di aprirli.

Non lungi dall'Oeil de boeuf, da questa scuola di maldicenza raffinata della corte di Francia, sono gli appartamenti della regina. L'ultima che ci abitò fu Maria Antonietta. Il cicerone vi mostra la sala delle guardie, ove, nella giornata del 6 ottobre 1789, morirono tre soldati, tre eroi, Varicour, Durepaire, Miomandre de Sainte Marie, ottenendo, col sacrifizio delle loro vite, il tempo necessario alla fuga della regina negli appartamenti del marito e alle valide difese della guardia nazionale, che cacciò poi la moltitudine furibonda fuori del palazzo. Valore inutile, del resto, poichè i due scampati cadevano di Scilla in Cariddi!

Andiamo via, non ci lasciamo impietosire. Dicono che bisogna punire le colpe degli uni fino alla quarta generazione, e trovar commendevoli i furori, sublime la libidine di sangue degli altri. Io dico invece con madama Roland: «Liberté, que de crimes en ton nom!» E passo oltre; anzi, salgo a respirare un'aria più pura nell'attico. L'attico, se nol sapete, è il piano sotto i tetti. È grande quanto gli appartamenti inferiori, contiene un centinaio di quadri rappresentanti battaglie navali, i ritratti di quasi tutti i regnanti europei del secolo XIX e di quasi tutti gli uomini politici più notevoli di Francia e d'Inghilterra; inoltre, più di duemila ritratti di personaggi meritamente illustri, e immeritamente noti, dal 1400 fino al tempo presente.

Quanta storia, Dio buono! E dire che non c'impariamo mai nulla!