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Martin Eden

Chapter 23: CAPITOLO XXII.
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About This Book

The novel follows a working-class sailor who teaches himself literature and writing to rise into bourgeois society and win the admiration of an educated woman. He attains literary success but discovers that fame requires compromise, hypocrisy, and a gulf between his ideals and the values of the classes he sought to join. The narrative traces his intellectual striving, romantic ambition, and growing disillusionment, exploring themes of class mobility, artistic integrity, individualism, and the psychological cost of pursuing recognition that ultimately leads him to despair.

CAPITOLO XXII.

La signora Morse non dovette stentar molto a capire, dal contegno di Ruth quando fu a casa, che qualche cosa era accaduto. Il rossore persistente del volto e soprattutto gli occhioni lucidi rivelavano un gran turbamento di felicità.

— Che è successo? — domandò la signora Morse, con labbra tremanti.

E senza attendere la risposta, la madre la cinse con le braccia e le accarezzò dolcemente i capelli.

— »Non ha parlato, — proseguì Ruth disperatamente. — Io non me lo aspettavo, e non l’avrei mai lasciato parlare... ma non ha detto nulla.

— Ma se non ha detto nulla, nulla è dunque accaduto, non è vero?

— Ma... sì, appunto.

— Dio mio, figliola, che mi racconti! — fece la signora Morse disorientata. — Allora non ci capisco più nulla. Che è successo, dunque?

Sorpresa, Ruth guardò sua madre. — Pensavo che avessi capito. Ebbene siamo fidanzati, Martin ed io.

La signora Morse diede in uno scroscio di risa incredule.

— No, egli non ha detto nulla, — spiegò Ruth. — Mi amava, ecco. Sono rimasta stupita come te: non ha detto una parola: mi ha soltanto passato il braccio adorno alla vita e... e io non sono stata più io. E mi ha abbracciata e io l’ho abbracciato, senza poter resistere; era una forza superiore alla mia volontà. Allora ho capito che l’amavo.

Lei s’interruppe, sperando nell’assoluzione materna, ma la signora Morse si chiuse in un gelido silenzio.

— So: è una disgrazia imperdonabile, — proseguì Ruth con voce incerta; — io non so come potrai perdonarmi, ma non ho potuto resistere. Non immaginavo d’amarlo prima di quel momento. Dillo a papà... Io non ne avrei mai il coraggio.

— È meglio non dir nulla a tuo padre. Io vedrò Martin Eden, gli parlerò, gli spiegherò, egli capirà e ti libererà dalla promessa fatta.

— No, no! — esclamò Ruth sussultando. — Non voglio! L’amo, e l’amore è dolcissimo. Voglio sposarlo!... se lo permettete, s’intende.

— Noi avevamo concepito diversamente il tuo avvenire, io e tuo padre, cara Ruth, e io... oh! no, no! non è fissato nulla, non abbiamo presente nessuno. Noi pensiamo soltanto al tuo matrimonio con uno della tua condizione, con un uomo onorevole e perbene, che sceglierai tu stessa e che amerai.

— Ma io amo Martin! — protestò Ruth, con voce piagnucolosa.

— Noi non ostacoleremo la tua scelta, in alcun modo: tu sei la nostra figlia unica, e non potremmo ammettere che tu possa fare un matrimonio simile. In cambio della tua educazione raffinata, di tutto ciò che è fine e delicato in te, non ha altro da offrirti che rozzezza, grossolanità. Non è un partito per te, in alcun modo. Egli non ha mezzi per mantenerti. Noi non nutriamo pregiudizi stupidi circa la ricchezza, ma una certa agiatezza è indispensabile, e nostra figlia deve sposare un uomo che può darle perlomeno questo, e non già un avventuriero senza un soldo, un marinaio, un contrabbandiere di Dio sa che, il quale, inoltre, è, come se non bastasse, uno scervellato e un irresponsabile.

Ruth rimase muta, riconoscendo la verità di ogni parola.

— Egli perde il tempo con la letteratura, tentando di fare, a furia di cocciutaggine, ciò che ottengono di rado i geni e qualche raro uomo dotato d’una perfetta cultura universitaria. Un uomo che voglia sposarsi deve prepararsi al matrimonio; ma lui! Come ti ho già detto, — e so che tu sei del mio parere, — egli è irresponsabile. E come non lo sarebbe? Ha il temperamento di marinaio; non ha mai imparato a fare economie o a diventar sobrio; la sua folle giovinezza gli ha lasciato l’impronta per sempre. Non è colpa sua, s’intende, ma la sua natura non muterà per questo. E hai riflettuto agli anni di scostumatezza che è stato costretto a vivere? Hai pensato mai a questo, figliola? Tu sai che significa il matrimonio?

Ruth rabbrividì e si strinse a sua madre.

— Ho riflettuto. — E attese un po’ per chiarire il suo pensiero. — Ed è terribile: solo il pensarlo mi fa ammalare. Te l’ho detto: il mio amore per lui è una orribile disgrazia... ma non posso, impedirlo. Tu hai potuto rinunziare all’amore per mio padre? Ebbene! per me, è la stessa cosa. C’è qualche cosa in me, in lui, che ignoravo sino a questo giorno; ma è una cosa che esiste e che mi costringe ad amarlo. Io non ho mai pensato di poter amarlo, eppure l’amo! — concluse lei, con un leggero accento di trionfo.

Parlarono lungamente senza giungere ad altra conclusione, se non a questa, che bisognava aspettare un tempo indeterminato, senza far nulla.

La confessione sincera dell’insuccesso del suo esperimento, fatta dalla signora Morse a suo marito, dopo, ebbe la stessa conclusione.

— Era quasi fatale, — giudicò il signor Morse. — Quel giovane marinaio era il solo uomo col quale lei aveva contatto. Un giorno o l’altro, lei doveva svegliarsi, in tutti i modi; e s’è svegliata, e siccome quel marinaio era presente e senza rivali, lei s’è sentita spinta ad innamorarsi subito o a credere di esserne innamorata; il che è lo stesso.

La signora Morse si dichiarò pronta a influire indirettamente su Ruth, senza farlo apparire, anzichè contraddirla apertamente. C’era il tempo di farlo, giacchè Martin non era in condizioni di potersi ammogliare.

— Lasciaglielo vedere sinchè vorrà, — consigliò il signor Morse. — Più lo conoscerà e meno lo amerà, scommetto. E falle fare dei confronti. Circondala di signorine e di giovanotti — d’ogni sorta di giovanotti intelligenti che abbiano fatto qualche cosa o stiano per affermarsi; di uomini del nostro ambiente, insomma, di gentiluomini!

Lei sarà costretta a far dei paragoni, che le mostreranno chi è lui: un marinaio! D’altra parte ha vent’un anno appena, è quasi un ragazzo; e anche Ruth è una bambina. Sono amori da nursery, che passeranno subito.

Le cose rimasero a questo punto. Rimase inteso in famiglia che Ruth e Martin erano fidanzati, ma non ufficialmente; si pensava giustamente di non giungere a questo. E fu tacitamente inteso che il fidanzamento sarebbe durato a lungo. Non essendovi alcuna voglia d’incoraggiare Martin a mettersi sulla buona strada, non gli fu chiesto nè di cercare una sistemazione, nè di cessar di scrivere. Ed egli seguì a occhi chiusi questi subdoli disegni, giacchè non pensava neppur per sogno a sistemarsi.

— Io mi domando se approverete ciò che ho fatto, — diss’egli a Ruth alcuni giorni dopo. — Siccome la pensione presso mia sorella costa troppo, voglio abitare da solo. Ho fittato perciò una cameretta nel quartiere nord di Oakland, un posto tranquillo, che va benissimo, e ho comperato un fornelletto a petrolio per cucinare.

Ruth ne fu entusiasta: il fornello a petrolio, specialmente, le piaceva.

— Così ha cominciato il signor Butler, — fece lei.

Martin non apprezzò come meritava quell’allusione ai meriti del degno gentiluomo, e proseguì:

— Ho affrancati tutti i miei manoscritti, e li ho spediti a nuovi editori. Oggi ho sgomberato e domani mi metto al lavoro.

— E non me l’avevate detto! Di che si tratta? — Una sistemazione! — esclamò lei, e tutta beata gli si strinse addosso, e gli prese la mano sorridendo.

— Voglio dire: mi rimetto a scrivere. — Vedendo l’amara delusione di lei, egli s’affrettò ad aggiungere: — Capirete bene che non mi metto all’opera, questa volta, con idee stravaganti; ma ne faccio un affare, freddamente, prosaicamente. Meglio questo, anzichè riprendere la navigazione, tanto più che mi darà quanto il mestiere che potrei esercitare a Oakland, senza competenze speciali.

— Vedete, il riposo che mi son preso, mi ha dato un senso di prospettiva: non ho affaticato il corpo e non ho scritto, per pubblicare, almeno. Non ho fatto altro che amarvi e riflettere. Ho letto anche un po’ di giornali illustrati. Ho ripensato a me, al mondo, al posto che vi occupo, alle possibilità di conquistarvi un posto degno di voi; ho letto anche la Filosofia dello stile di Spencer e vi ho trovate molte notizie interessanti. E il risultato di tutto questo, delle mie riflessioni, delle mie letture e del mio amore, è il fatto che mi sono stabilito in via Grub. Metto da parte i capolavori per fare «del lavoro commerciale»: articoli allegri, ritratti, versi umoristici, versi da declamare in società, tutte sciocchezzuole che vedo molto richieste. Poi, ci sono i sindacati dei cronisti, e i sindacati dei supplementi della domenica. Io fornirò loro ciò di cui hanno bisogno e guadagnerò discretamente. Voi sapete che vi sono dei pubblicisti indipendenti che guadagnano due o tremila lire al mese. Io non tengo a diventare uno di questi; ma posso guadagnarmi da vivere in un modo conveniente e avere un bel po’ di tempo disponibile; ciò che sarebbe impossibile con qualsiasi altro impiego.

Avrò così il tempo di studiare e di lavorare per me. Finito il lavoro, potrò allenarmi a una grande opera, e mi ci preparerò. Veramente, a ripensarci, sono stupito del cammino fatto! Dapprima, non sapevo che cosa scrivere, a parte alcune esperienze banali, mal comprese e peggio analizzate. Non osavo pensare, e non possedevo neppure gli elementi per questo; le mie esperienze personali erano quasi senz’anima. Poi, accrescendo le mie cognizioni e il mio vocabolario, tutto ciò m’è apparso diverso, e ho trovato il vero modo d’interpretare i miei quadri. Ho cominciato a fare del buon lavoro scrivendo «Avventura», «Gioia», «La Marmitta», «Il Vino della Vita», «Lo scompiglio», «Il Cielo dell’Amore», e i «Poemi del Mare». Ma ne scriverò altri come questi, e migliori, durante le ore libere. Ora, i miei piedi poggiano solidamente sulla Terra! Lavoro commerciale e danaro, prima di tutto!, i capolavori, poi. Per mostrarveli, ho scritto ieri una mezza dozzina di sciocchezzuole per giornali umoristici; in una mezz’ora ne avevo ponzati quattro! Valgono cento soldi al pezzo! Venti lire guadagnate in pochi minuti persi prima di prender sonno.

Naturalmente tutto ciò non ha alcun valore: è un lavoro fastidioso, che accoppa. Ma non è nè più fastidioso nè più tedioso di quello di tenere la contabilità a trecento lire il mese, sommando interminabili colonne di numeri, sinchè si muore. E, d’altra parte, questo lavoro mi mantiene in contatto col mondo letterario e mi dà il tempo di tentare cose più grandi.

— Ma a che servono queste grandi cose, questi capolavori? — domandò Ruth. — Voi non li vendete.

— Oh! sì che li venderò, — disse lui. Ma lei lo interruppe.

— Di tutte le opere che mi avete enumerate e che dite buone, non ne avete venduta neppur una. Ora noi non potremo accasarci coll’aiuto di capolavori invendibili.

— Allora ci accaseremo con delle canzonette che si vendono! — affermò lui, con enfasi attirando a sè la prediletta molto poco entusiasta. — Volete sentir questo? — continuò egli con finta allegria. — Non è arte... ma è un dollaro!

«He came in

When I was out.

To borrow one tin

Was why he came in.

And he went without;

So I was in

And he was out.»[1]

L’allegra monelleria ch’egli mise nel declamare lo scherzo cedette a un’espressione d’afflizione, quando egli vide che Ruth, non solo non rideva affatto ma lo guardava con aria perplessa e imbronciata.

— Può darsi che sia un dollaro, questo, ma un dollaro falso, — fece lei. — Non vedete che tutto ciò è umiliante? Io voglio che l’uomo che amo e che stimo sia qualcosa di più d’un facitore di versi burleschi e stupidi.

— Volete che rassomigli al... signor Butler, per esempio?

— So che il signor Butler non vi è simpatico, — disse lei, ma egli l’interruppe.

— No, no: tutt’altro! Solo, non approvo la sua indigestione. Ma, quanto a me, non capisco perchè non dovrei fare dei versi umoristici o degl’indovinelli, anzichè scrivere a macchina, copiare o far di conto, ottenendo, in fondo, la stessa cosa. Voi partite dal principio che bisogna che cominci assolutamente coll’allineare delle cifre, per diventare poi un bravo notaio o un uomo d’affari. Io voglio cominciare in una forma di basso giornalismo per diventare poi un bravo scrittore.

— C’è una differenza, — obbiettò Ruth.

— Quale?

— Dio mio... voi non potete vendere la vostra buona letteratura, quella che considerate buona. Avete tentato, non è vero? ma nessun editore ne vuole.

— Datemi del tempo, cara, — pregò egli. — Questo giornalismo non è che un mezzo, che non prendo per nulla sul serio. Datemi due anni. Allora sarò riuscito, e gli editori saranno felici di prendere delle buone opere. So quel che dico: ho fede in me; so quello di cui sono capace, e so quanto vale la letteratura attuale; conosco a memoria tutta quella prosa rancida che una quantità enorme di gente pretenziosa e fallita ponza tutti i giorni; e so che in due anni sarò sulla strada del buon successo. Quanto agli affari, non riuscirò mai, non avendo nessuna passione per essi. Comunque, non mi adatterò mai a farne. Non potrei diventar altro che commesso di notaio, e che faremmo, Dio buono, dei miseri proventi d’un commesso?...

Io voglio che siate circondata di quanto v’è di meglio e di più bello, in seguito. E l’otterrò, otterrò tutto. A confronto dei guadagni d’un autore alla moda, quelli del signor Butler sono insignificanti. Un autore alla moda guadagna facilmente dalle duecentomila alle trecentomila lire l’anno, sia l’annata buona o cattiva, lo sapete?

Lei non rispose nulla; giacchè, evidentemente, non approvava.

— Ebbene? — interrogò lui.

— Io avevo altre speranze e altre idee. Avevo pensato, e penso ancora, che la miglior cosa per voi sarebbe di studiare la stenografia, — sapete già dattilografare, — e di entrare nello studio di mio padre. Voi avete un cervello solido e quadrato, e son sicura che diventereste un ottimo notaio.