MATERNITÀ
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MATERNITÀ
Io sento, dal profondo, un'esile voce chiamarmi:sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?O vita, o vita nova!... le viscere mie palpitantitrasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti.Tu sei l'Ignoto.—Forse pel tuo disperato doloreti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core;pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza,io rido, ebra di vita, a un sogno di forza e bellezza:t'amo e t'invoco, o figlio, in nome del bene e del male,poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale.E penso a quante donne, ne l'ora che trepida avanza,sale dal grembo al core la stessa devota speranza!...Han tutte ne lo sguardo la gioia e il tremor del misteroch'apre il lor seno a un essere novello di carne e pensiero;urne d'amore, in alto su l'uomo e la fredda scïenza,come su altar, le pone del germe l'inconscia potenza.È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l'amore:sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore.*
Oh, per le bianche mani cucenti le fascie ed i velimentre ne gli occhi splende un calmo riflesso de i cieli:pei palpiti che scuoton da l'imo le viscere oscureove, anelando al sole, respiran le vite future:per l'ultimo martirio, per l'urlo de l'ultimo istante,quando il materno corpo si sfascia, di sangue grondantepel roseo bimbo ignudo, che nasce—miserrima sorte!...—su letto di tortura, talvolta su letto di morte:uomini de la terra, che pure affilate coltellil'un contro l'altro, udite, udite!... noi siamo fratelli.In verità vi dico, poichè voi l'avete scordato:noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato.In verità vi dico, le supplici braccia tendendo:non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.Gettate in pace il seme ne i solchi del campo comunementre le forti mogli sorridon, cantando, a le cune:nel sole e ne la gioia mietete la spica matura,grazie rendendo in pace a l'inclita Madre, Natura.
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GÈRMINA
Calma e silenzio, in torno.Dietro le mie cortinemuore tra nebbie fineil giorno.Ne la penombra, i voltinoti, da le cornici,mi affisano.—Che dici,che ascolti,che abissi d'acqua fondaschiudi al mio nero sguardo,o amor di Leonardo,Gioconda?....... Ne la penombra io sonosola.—Non veramente.—L'anima veglia e senteun suonolievissimo, un tremared'ali, un sommesso pianto,come in conchiglia il cantodel mare.L'anima veglia e prega:e su la vita informeche nel mio grembo dormesi piega.Io sembro inerte. E pureson come zolla al sole.S'aprono in me violeoscuredi sogni, ardenti flored'un incantato maggio.Porto io forse un messaggiod'amore?...Di pace un senso pioper ogni vena io sento.Sono io forse strumentodi Dio?...La Sfinge dolorosasul tuo mortal destinocome suggel divinosi posa;ma tu, che da me bevila forza essenzïale,ed il bene ed il malericevi,rompi, potente seme,la zolla inturgidita.Benedirem la vitainsieme.
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L'ÈSTASI
Cuce, in silenzio, sotto la lampada,una cuffietta rosa.Mai non si vide più leggiadra cosa.Trasale, a un tratto, ne l'ampia tunica,con un sorriso strano.La cuffietta le scivola di mano.Così, velato lo sguardo, pallidacome una morta, ascolta.A qual raggio l'intenta anima è vôlta?...Mai questo acuto spasimo d'èstasile scolorò la facciaquando la cinser l'adorate braccia;mai fu sì bella, fra riso e lacrime,quando, folle d'amore,il suo prescelto le posò sul core.Così la bruna figlia di Nàzarethudì la sacra voce,congiungendo le mani ùmili in croce:piccola voce nova e terribileche dice a l'infinitatenerezza materna: Eccomi, o vita!...
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DIALOGO
È lui.—Dal mistero profondodei sogni si desta, mi chiama, mi dice:—«Nel pallido Ignoto vagavo, felice....perchè tu mi vuoi nel tuo mondo?...È triste il tuo mondo.—Dai mortilo seppi, che ad esso non tornano più.O madre, io non chiesi di vivere. E tuperchè nel tuo grembo mi porti?...Non temi che un giorno, con vocedi vinto, io ti dica che tutto è menzogna,e spezzi il tuo core con l'aspra rampogna:—È troppo pesante la croce?...»—«O figlio, vi sono violene i prati. Vi sono farfalle ne l'aria.È bello, da un ciglio di via solitaria,fissare lo sguardo nel sole.»«O madre, ho paura. Nel cozzode l'ire terrene son troppi i caduti.Su l'erbe calpeste procombono, muti,con l'ultimo rantolo mozzodal colpo di grazia.»—«O figliuolo,temprando io ti vado la spada e la maglia:di atleti ha bisogno la santa battaglia:tu forse cadrai, ma non solo;chè al fosco tuo cor la mia vocedirà le parole d'un'unica fede;saprò, lacerando la veste ed il piede,portare con te la tua croce.».... «O madre, nel sogno, fra questepenombre fiorite di strane corolle,per sempre abbandona colui che non vollevenire a le vostre tempeste....»«O figlio, al solenne richiamonessuno è ribelle. Se amore t'adduce,fiorisci al tuo sole, t'avventa a la luce,vivi, ardi, sorridimi, io t'amo.»
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LE DOLOROSE
Ed a me giunse un ulular di pianticome suono di molte acque scroscianti.E mi parea venisse di lontano,col bianco spumeggiar de l'Oceàno:e mi parea sorgesse di sotterra,dal cuore immenso de la Madre Terra:e mi pareva empisse il mondo e l'ariain torno a la mia stanza solitaria:entrò con la fremente ombra e col vento,mi travolse fra il buio e lo sgomento:e la voce che udìi fra la tempestaqui, eterna, ne la scossa anima resta.«Noi concepimmo senza gioia il figlioche splende ai sogni come splende un giglio.Noi portammo nel sen la creaturacon fatica, con fame e con paura.Ne le soffitte dove manca l'aria,ne le risaie infette di malaria,ne' campi dove passa, orrida Iddia,la pellagra con occhi di pazzia,ne' luoghi di miseria e di servaggio,chiedemmo a Dio Signor forza e coraggio;pregando, allor che la virtù svaniva:—Prenditi il figlio, o Dio, prima ch'ei viva—.*
«Noi procreammo in viscere malatele tristi creature a pianger nate.Il guasto sangue de le nostre veneebbero, e il peso di nostre catene;ben vorremmo, nel giorno, esser con loroma il giorno è breve ed è lungo il lavoro:ci afferran del bisogno i rudi artigli,mentre la strada ne corrompe i figli.Madri noi siamo per l'angoscia e il pianto,non per cantar su rosee culle un canto:cantalo tu—che il mondo abbia pietà—questo supplizio di maternità!...*
«Tu che scrivi col sangue de i fratellicaduti e coi singulti de i ribelli;tu che lottasti con nemica sorte,canta il dolor più forte de la morte.Ricòrdati, ricòrdati: cosìpianse tua madre ne i lontani dì.Ricòrdati, ricòrdati: e il tuo gridosia come uccello di selvaggio nido;come popol che irrompe a la battaglia,come fiamma che incendia la boscaglia:dica a la terra: Salvezza non v'hase umiliata è la maternità!...»*
Tacquer—ma come, in notte senza lumedi stelle, mugge un procelloso fiume,durò ne l'aria in fremebondi giril'eco dei pianti e dei lunghi sospiri.Oh, fin ch'io soffra in questa esil parvenzaove s'infiamma la mia pura essenza,sempre, nel ritmo de la vita oscuro,dovunque, nel presente e nel futuro,udrò quel lagno senza fine e quellevane preghiere d'anime sorelle:sempre nel cuore avrò, come un rimorso,quel torvo e disperato urlo: Soccorso!...—
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INSIEME
Sul letto sta, rigida e scialba,la Morta, che sembra dormire.Ai vetri è il sospiro de l'alba.La Morta è vestita di biancocome una fanciulla, con fioridi neve sul petto, sul fianco;e pare una vergine, un giglio;ma incrocia le mani, in eterno,sul grembo ove dorme suo figlio.Il grembo che il germe raccolsee il germe anelante a la vitala stessa tempesta travolse;al vento che romba e che gemepiegarono il boccio ed il fioreinsieme; si spensero, insieme,il grande ed il piccolo cuore.*
La Morta sorride.—Una pacedi sogno e di cielo s'imprimesul volto, sul labbro che tace.Le mani incrociate con piolor gesto, sul grembo che è tombaal figlio, par dicano: È mio.——Io n'ebbi la prima parolache sola compresi: nessunolo sa, ciò ch'ei disse a me sola.Se visse de l'anima mia,morì de la stessa mia morte:laggiù ci farem compagnia.Chi sa?... forse avrebbe smarrita,lontano da me, la sua strada.Che è mai, senza madre, la vita?...Chi sa?... forse un solo ed un vintonel mondo che è senza pietà........ Oh, meglio, o mio sangue, a me avvintosparire, ne l'eternità.—
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MARA
La donna fila, presso il focolare.Fra la cenere è ancor qualche favilla.La lampadetta d'olio a tratti brillasul dolce viso che d'avorio pare.Non vecchia ancora—ma son tutte bianchele rade chiome, e l'orbite infossatenon contan più le lacrime versate.La donna fila, con le mani stanche.Suo figlio ha ucciso un re.—Più mai, nel mondoella potrà vedere il suo figliuolo.Solo è, per sempre e senza fine solo,vivo e pur morto, d'un abisso in fondopieno di sangue—e il nero sangue a fiotticorre, sprizza, zampilla insino al cuorematerno.—O sempre rinnovato orrorede i lunghi giorni, de le lunghe notti!...Ella non pensò mai che fosse ingiustoper l'altrui pane coltivar la spica,con tristezza, con fame e con faticaguadagnando la vita a frusto a frusto:arò la terra e dondolò la culla,senza riposo e senza gioia.—Al fiancole crescea quel figliuolo esile e bianco,esile e bianco come una fanciulla;e le chiedea talor, con veementedesìo ne gli occhi, una storia di re.«Non so narrarti una storia di re:che ne sa del suo re, l'umile gente?...Egli è solo e lontano, come Iddio:fra la sua torre e il nostro casolareci sta tutta la terra e tutto il mare:egli è in alto ed è solo, o figlio mio.».... Ed il figlio partì.—Ne le rombantifabbriche il torvo ansare udì dei mostrid'acciaio a mille artigli, a mille rostri,de le donne sposarsi ai tristi canti;il tremendo silenzio udì talvoltade gli scioperi: star, muti ed inerti,i mostri vide, ma con gli occhi apertiper afferrar le prede un'altra volta..... E passò.—Qualcheduno egli cercavaal di là de la folla e de la strada,col grigio sguardo acuto come spadapieno di lampi tra la chioma flava.E passò tra il fetor de le taverne,tra l'immensa putredine ove languel'ignota gente che di pianto e sanguebagna il calvario de l'angosce eterne;tra l'orror de le carceri e l'orrorede gli ospedali e il fango del selciatopassò, co' suoi felini occhi in agguato,una fiaccola d'odio accesa in cuore;e un giorno—un giorno, finalmente, a Quelloch'egli cercava da l'età lontanagiunse, fendendo una muraglia umana,e gli cacciò nel petto il suo coltello.*
Tu fili, o Madre, presso il focolareinsanguinato.—Le tue labbra smorteche bevvero a la coppa de la morte,non osan più, non sanno più pregare.Entro il tugurio tuo nulla è mutato.V'è l'uguale miseria e v'è l'ugualenuda tristezza, e un tanfo glacïalequal di covo selvaggio abbandonato.Tu fili, o Madre, o Martire, il lenzuoloove sarai, per la tua pace, avvolta.E implori presso il figlio esser sepolta,perch'ei non sia, pur ne la morte, solo.L'ami, il tuo figlio che ne l'odio scrittoportò il suo fato.—Forse, incoscïente,un germe de la tua psiche dormentepassò in lui, fecondando il suo delitto.L'ami, ferita in lui, per lui dannatade la vergogna a l'implacabil giogo,de l'insonne rimorso al laccio al rogo,complice ignara, santa e disperata.E ancor nel sogno l'accarezzi, comene gli spenti crepuscoli di pace,quand'ei, lupatto indomito rapace,scarno fra l'ombra de le flave chiome,ti chiedeva, col grigio occhio felinopieno di lampi, una storia di re.Tu tremavi—e gravar su lui, su tesentivi, enorme e fredda ombra, il Destino.
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MARTHA
Sopportò gli urti de l'acerba dogliaritta, bianca, silente, al suo telajo.Quando ogni opra cessò, sotto il rovajocorse a la casa, e cadde su la soglia.E gemè senza freno—e allor che sôrtofu il pallido mattin, la sventuratacon un urlo di bestia laceratamise a la luce un angioletto morto.Il piccolo cadavere fu toltoda gli occhi de la madre—e tutto tacque.Tre dì sovra i guanciali ella si giacque,fatta di pietra ne l'immobil volto;ma il quarto giorno—e gelido il rovajosoffiava ancora—volle alzarsi, esanguecome avesse perduto tutto il sangue........ Così disfatta, ritornò al telajo.
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ELIANA
Un'ombra è ne' suoi straniocchi. Il suo petto è scossoda un brivido. Sul rossovelluto le sue manis'abbandonano, comemorte. E di morta è il volto,fra l'ondeggiar discioltode le scomposte chiome.Premerà dunque il grevetravaglio, il peso enorme,le sue scultorie forme,la sua beltà di neve?...Spasimerà la puramarmorea carne anch'essa,dilanïata, oppressada l'immortal tortura?...No.—La superba vuolede i balli fra le chiarepompe gioir, regnare,come rosa nel sole!...E le purpuree tendequasi regali, e i densitappeti, e i vasi immensiove l'oro s'accende,son complici a l'abissoperfido che la tenta.Oh, come ella diventalivida!... oh, come fissosi fa il suo sguardo!... comearde!... ma condannatoha il figlio.—È decretatol'atto che non ha nome.*
.... Morrai fra poco, umanogerme che il mondo ignora,e che, nel sonno, l'oravital sognasti in vano:morrai fra poco, o cuoresoffocato ne i brevituoi battiti da lievimani, senza rumore:pura alba, che dirittoavevi a la tua sera!...Non teme la galerachi osò questo delitto.Ne i balli andrà, qual giglioimmacolato il viso,la Pallida, che ha uccisose stessa nel suo figlio:andrà, come se fosseviva.—Ma un sordo malemisterïoso, da leviscere che le rossesue mani han profanatesucchierà il sangue, lenelene, fin che le veneavrà tutte vuotate;e una manina informel'attirerà fra l'ondadel gorgo senza spondaove il rimorso dorme.
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«VENGO, NINÌ»
«Vengo, Ninì.—So beneche mi aspetti da tantotempo, e ti struggi in piantoquando la notte viene.So che non hai riposoche col tuo capo sullamia mano.—A la tua culladi fango il furïosouragano s'abbatte.T'infràdicia la piovala camicina novach'io t'ho cucita. E battee batte la maninasu l'assi de la bara:—Mamma, la terra è amarase non mi sei vicina!...—.... Lascia ch'io metta i fiorine i vasi, e accenda il focopel babbo, che fra pocoritornerà da fuori.Ch'ei trovi ogni sua cosalinda, anche in questo giorno;e i crisantemi in tornoal tuo ritratto rosa........ Povero babbo!... solosarà, per sempre.—Vengo,Ninì.—Se mi trattengoun poco, o mio figliuolo,se m'indugio così,è perchè penso, sai,al babbo, che più mai,più mai....—Vengo, Ninì.—»
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È PARTITA
Stesa fra il letto e il muroei la trovò stanotte.Sul cuore un grumo oscurodi sangue; fra le ditala rivoltella; calmoil volto, come in vita;bella qual'era ai lietianni di giovinezza,quando mirti e rosetinon eran freschi comeil fior de la sua bocca,il fior de le sue chiome.Nulla lasciò: nè pureun foglio che dicesse—perdonami. —Nè pureuna riga d'addio.Ne la sinistra ancorastringe,—davanti a Dioche il suo Ninì le prese,—un ricciolo del bimboseppellito da un mese.
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L'ABBANDONATO
Un'ombra di donna comparve ne l'ombra notturna,strisciante, radente, fuggente pel vicolo tetro.Depose un fardello, disparve—così, taciturna,così, senza volgersi indietro.È vivo il fardello.—Ne parte un sottile vagito,lamento d'implume perduto che chiama il suo nido.Le mura, le porte, le pietre di cupo granitoascoltan quel tremulo grido.La bassa finestra ne parla al rossiccio fanaleche s'apre qual fumida piaga nel cuor de la via.Il vento che passa ne parla a la stella immortale,al cielo che in alto s'oblìa.Il trivio, con sordo ribrezzo, bisbiglia a la fogna:—C'è un bimbo là in fondo, c'è un bimbo che muor sul selciato:Colei che nel mondo lo mise, per fame o vergognaal fango così l'ha gettato........ Perchè?... che ferocia di leggi su gli uomini gravase fame o vergogna può vincer l'istinto materno?...che benda t'accieca?... che lacci, o degli uomini schiavit'attorcono il cuore in eterno?...»Il fioco vagito che chiama la madre e la culladiventa singhiozzo, poi rantolo.—Il vicolo guardacon occhi sbarrati, morire quel bimbo, quel nulla,in grembo a la notte codarda....La notte trapassa, fremente di pianti non pianti,d'angosce non dette, di sdegno terribile e muto.Vorrebbe, non può—vano strazio di tenebre oranti!...salvar quell'umano rifiuto.Si spengono gli astri nel brivido primo de l'albache sparge di cenere il cielo, che schiude le porte,che chiama le donne a le soglie, fantastica, scialba,dicendo: È passata la Morte....Là giù, come un piccolo cencio che il lastrico ingombraappare, nel giorno, l'Ignoto.—Egli è nudo ed è solo.—Nè madre, nè casa, nè croce.—Più lieve di un'ombra....—.... Raccoglilo tu, cenciaiuolo.
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ZINGARESCA
Fra i pioppi, mentre sorge alta la luna,al tardo passo de i cavalli stanchi,l'errante casa va de i saltimbanchi,inseguendo l'ignoto e la fortuna.V'è un lumicino ad una finestrella,e guizza e trema ne l'incerto andare;presso il lume, il suo pargolo a cullare,canta una donna con fioca favella;limpida e triste, di dolcezza piena,di lacrime e d'amor,ai pioppi de la via la cantilenatesse i suoi fili d'ôr.«Dormi a l'ombra de' miei lunghi capelli,de' miei lunghi capelli zingareschi,piccolo bimbo tutto mio, da i freschilabbri e da gli occhi regalmente belli:quando tramonterà la luna chiarasul fiume, al primo impallidir de l'alba,sostando fra le siepi di vitalbasaluteremo la stella boara;respirerem la brezza vagabondache avviva fiore e stel;liberi come barca sopra l'onda,allodola pel ciel!...*
Di questi cenci non aver paura,non temer quando sibila il rovajo,o la neve implacabile, a gennajo,ci blocca su le vie. La vita è dura.Meglio liberi andar con freddo e fameche infrangerci a le sbarre de la legge.Questa che tutto afferra e tutto reggepesando come cupola di ramesu i ricchi schiavi ai quali è scudo e cella,si chiama civiltà.Piccoli schiavi de la vita bella,voi ci fate pietà!...*
Dormi.—T'avvolge la mia chioma nera,ombra di sogno e sfavillìo di spada.Dormi, o nato su l'orlo d'una strada,senza dolore, un giorno di bufera.Io t'ho create vèrtebre di belva,occhi di falco ed anima di sole.La magnifica terra a sè ti vuoleco' suoi effluvii di solco e di selva;quel ch'io t'ho dato è sangue rutilantedi razza imperïalche de la piena libertà vagantesa il fascino immortal!...»*
Va e va per la tacita pianuracome un fantasma al raggio de la luna,inseguendo l'ignoto e la fortunail carro zingaresco, a la ventura.Va e va.—Ma gorgheggiano le smortelabbra di lei che stringe il bimbo al corela canzone più forte del dolore,più forte del martirio e de la morte;ebra di spazio e di malinconia,ai rami, ai nidi, ai fiorl'indomita selvaggia rapsodìatesse i suoi fili d'ôr....
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IL CORREDINO
Da l'alba, febbrilmente,ella cuce, in silenzio.Sul lavoro le lacrimecome gocce d'assenzio,cadono a tratti, lente.Un'angoscia infinitail petto le attanaglia.E pure ella sa vincersi,stoica ne la battagliadel cor contro la vita;e lavora, lavora.Par che non pensi a nullafuor che a quel bianco e morbidocorredino di culla....Lavora—e passa l'ora.Oh, cessare un istante,oh, rotolarsi a terra,gridando a Dio lo straziocieco che il cor le serra,povero cor tremante!...No.—Dev'esser finitoil corredino, a sera.Reclina ella su l'agilemano color di cerail visino patito;e ammassa febbrilmentepunti e punti, in silenzio.Sul lavoro le lacrime,come gocce d'assenzio,cadono a tratti, lente.
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«MATER INVIOLATA»
Un bambino agonizza a l'ospedale:suor Benedetta veglia al suo guanciale.Le manine contratte sul lenzuoloannaspano, e la bocca un nome, un solonome sospira: O mamma!...—ne l'affannodel rantolo. I velati occhi si fannodi vetro. Egli non vede più.—Ma ancora,perdutamente,—O mamma, o mamma!...—implora.La suora a confortar quell'agoniadice, mentendo con la voce pia:—Ecco la mamma: ecco, è venuta: taci:senti le mie carezze ed i miei baci?...Starò con te, fin che sarai guarito:taci.—Verrà l'april gaio e fiorito,e il tuo visetto tornerà di fiamma:càlmati, dormi presso la tua mamma....».... S'acqueta il bimbo. Il moribondo visosi ricompon ne l'ultimo sorriso;fra l'invocate ali materne giace;spira la consolata anima, in pace..... Ma quando l'alba torna a la crociera,trova la suora immobile, dov'era.Sta presso il morticin curva a ginocchi,e una luce novella è ne' suoi occhi:uno spasimo strano, una diffusaonda di amore irruppe ne la chiusasua vita: sopra un mar glauco e sonoroaprirsi vide ella una porta d'oro;le parve in quelle immense onde sparire,tremò, comprese, si sentì morire.
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NINNA-NANNA DI NATALE
—Ninna-nanna....—gelato è il focolare,fanciul: non ti svegliare.Per coprirti dal freddo, o mio bambino,cucio in un vecchio scialle un vestitino.Ma il lucignolo trema e l'occhio è stanco,bimbo dal viso bianco.Chi sa se per domani avrò finitoquesto che aspetti povero vestito!...Ninna-nanna —È la notte di Natale....Libera nos dal male.Cade la neve senza vento, fitta:sgocciola un trave qui, ne la soffitta.Io ti narrai la storia di Gesù,bimbo.—Guardavi tulontano coi pensosi occhi che sannogià tristi cose, e tante ne sapranno;e mi chiedesti: È ver che nacque in unastalla, ed ebbe per cunaun po' di paglia, e andò povero e soloper noi, nel mondo?...—È vero, o mio figliuolo.E redimerci volle, ed un feroceodio il confisse in croce;e invan, da venti secoli di guerra,l'ombra de la sua croce empie la terra;chè sempre il viver nostro si trascinafra bettola e officina,fra l'ignoranza e la miseria nera,fra il vizio, l'ospedale e la galera..... Pace ed amor non avrem dunque mai?...O bimbo!... tu non sai.—La notte è santa.—Mulinando cadela neve bianca su le bianche strade;e domani, con l'alba, le campanediran: riposo e panea gli uomini di buona volontà!...—Ma menzogna terribile sarà.Sarà menzogna sino a quando, o figlio,in ogni aspro giacigliosimile a questo, in ogni nuda stanzasimile a questa, ove non è speranza,a l'alba di Natale ogni bambinoche soffra il tuo destinoe mangi pan con lacrime commisto,si sveglierà con l'anima di Cristo:e tutte le soffitte avranno un fierofanciul che andrà il pensierotemprando a gli urti de la vita grama,sino a foggiarne un'invincibil lama:e un giorno insorgeranno a milïonicon fulmini e con tuoniquesti profeti: e al loro impeto alatoil vecchio mondo crollerà, stroncato:ed il Vangelo allor sarà sovranalegge a la vita umana:e—Pace,—allora, dire si potràagli uomini di buona volontà!...Ne le viscere nostre oppresse e macredi popolane, sacrea la fatica ed al servaggio muto,il miracol di Dio sarà compiuto.Ed ora, o figlio, del tuo letto al piede,con inesausta fedequesta leggenda di Natale io dico:—Cristo del sangue mio, ti benedico.—
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QUEL GIORNO
Quel dì la terra avrà, sotto i divinicieli adoranti, un rispuntar gioiosodi fronde, e un mite aulir di biancospini.Ogni soglia quel dì sarà fioritad'ulivo, a custodir la dolce casaove l'amor benedirà la vita.Ed ogni madre allatterà suo figliocon letizia e con pace, in lui versandola potenza del suo sangue vermiglio;o pur, china sul forte giovinettoda lei cresciuto, d'incorrotti sensigli tesserà salda corazza al petto,con le parole che le labbra orantiripeteran ne' giorni in cui si muore,pensando il casto viso e gli occhi santi.Più non dovrà, più non dovrà nessunadonna, per legge di servil fatica,lasciar la casa e abbandonar la cuna.Libera Dea di tempio immacolato,verso la luce condurrà l'Eroeda la sua carne e dal suo spirto nato.E tutti allor saran fratelli in questareligïon del doloroso gremboche li creò pel sole e la tempesta:nel sogno, nel lavoro e ne la messefratelli:—in nome di Colei che in tuttigl'idiomi del mondo e con le stesseinfinite carezze in fondo al piosguardo e le stesse lacrime nel cuore,perdonando susurra: O figlio mio!...—
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RITORNO A MOTTA VISCONTI
Ella dintorno si guardò, tremando,e riconobbe la selvaggia e stranaterra che a fiume si dirompe e franaentro l'acque, che fuggon mormorando.Il guado antico riconobbe e il pratoe le foreste, azzurre in lontananzasotto il pallor de i cieli:e il passato di lotta e di speranza,il suo ribelle e splendido passatoricomparve, senz'ombra e senza veli.Piegavano gli steliin torno, ed ella respirava il vento:vento di libertà, di giovinezza,soffio di primaveresepolte, belle come messaggeredi gloria, piene d'ali e di buferevïolente e d'immemore dolcezza!...Ora, silenzio.—Un battere di remi,solitario, nel fiume: un lontanaredi cantilene lungo l'acque chiare,e nel suo petto il cozzo de' supremirimpianti.—Oh, prega, anima che t'infrangia l'onda de i ricordi, travolgentecome tempesta a notte:anima stanca in vene quasi spente,così giovane ancora, oh, piangi, piangicon tutte le tue lacrime dirottequi dove i sogni a frotteti sorrisero un giorno!... Ora è finita.—.... E strinse fra le mani il capo bruno:a lei da la profondacoscïenza, com'onda chiama l'ondanel plenilunio a fior de l'alta sponda,salivano i ricordi ad uno ad uno.E rivide la vergine ventennecon la fronte segnata dal destinosfiorar diritta il ripido cammino,baldo aquilotto da le ferme penne.La nuda stanza fulgida di larverivide, e il letto da le insonnie pienedi cantici irrompenti;ed il sangue gittato da le venerobuste, il sangue di veder le parve,ne la febbre de l'arte su gli ardentiritmi a fiotti, a torrentigittato—E i versi andarono pel mondo,da la potenza del dolor sospinti;e parvero campanea martello; e le case senza panee senza fuoco e la miseria inanedissero, e l'agonie torve de i vinti.Ma la vinta or sei tu, che de la mortesenti, a trent'anni, il brivido ne l'ossa,e ben altro aspettavi da la rossatua giovinezza così salda e forte!...Tutto dunque fu vano?... e così fuggeoscuramente dal tuo cor la vita,dal cerebro il fervorede i ritmi, come sabbia fra le dita?...Ah, niun guarisce il mal che ti distrugge!....... Pur de le sacre tue viscere il fiore,la bimba del tuo amoretorna da i boschi, carica di rose.Essa che porta la divina fiammadel sogno tuo ne gli occhi,lascia cader le rose a' tuoi ginocchi,e dice, e par che l'anima trabocchine la sua voce: Perchè piangi, mamma?...—
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LA CULLA
Ora ella veglia, calma nel sorriso,presso il lettuccio ove la bimba dorme.Hanno nel sonno le infantili formeuna soavità di paradiso.S'addormentò la bimba con la manone la sua mano; ed ella più non osatoglier le sue da quellepiccole dita, petali di rosa.S'addormentò la bimba su lo stranoritmo d'una canzon d'ali e di stellee di bionde sorelle,ch'ella cantava:—ora la sogna, forse.—E ne la calma quasi augusta, pienadi taciti pensieri,la smorta donna dai grand'occhi neriripete nel suo cor la cantilena.«C'era una volta....»—ma perdutamentesi spezza la canzon nel triste cuore.L'anima antica insorge in un clamoredi tempesta.—Sei tu, quasi morente?...Sei dunque tu la zingara boemalibera come il raggio e come l'onda,che respirò l'ebrezzadel sole e de la rondine errabonda,e ne i canti onde l'aria par che fremaancor, tutta versò la giovinezza?...L'infinita stanchezzadel tuo viso confessa il lungo maleche a poco a poco ti vuotò le vene.E pur tu condannatanon sei.—Ti vuole a sè quest'adorataculla ove dorme e palpita il tuo bene.—Vivrai per questa bianca creaturache uscì da la tua carne dolorosa.Una potenza che a te stessa è ascosaavvampa ancor ne la tua fibra oscura.Ancor tu guarderai la vita in facciaper lei, per lei ch'è sangue del tuo sangue;e ascenderai le cimeeccelse, ove lo spirito non langue;per lei, per lei ritroverai la traccia.Se l'anima nel pianto si redime,raccogli tu ne l'imefibre la poesia del tuo dolore:poi va—trasumanata.—E avanti, avanti,fin che ti regga il piede,fin che non abbia la tua nova fedeinfiammati d'amor tutti i tuoi canti!........ Passano l'ore e passano le stellepallide su quel sonno d'innocente,mentre la donna fragile e possentedal fermo cuore ogni viltà si svelle..... «O creatura mia, piccolo fioreche chini e chiudi le tue foglie a seraper riaprirle al raggiode l'alba: solo ed inesausto amoreoltre la vita, oltre la morte nera:guida il mio sogno, tempra il mio coraggiolungo il cammin selvaggio!...».... Passano l'ore e passano le stelle.La madre veglia—e ancora, nel divinosilenzio, ella non osatoglier la sua da quella man di rosache tiene avvinto tutto il suo destino.
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UN RICORDO
Un meriggio di luglio, un'afa bassa:io consunta di febbre, abbandonatesu le lenzuola le braccia stroncate,e immobil come salma ne la cassa.Ne l'orrenda stanchezza un solo, acutopensier: la bimba.—La sua voce pianagiungeva a me da una stanza lontana,come ne i sogni:—tutto il resto, muto.—E il suo piccolo passo udìi venire,dopo, sino al mio letto.—Dolcementemi prese, mi baciò la mano ardente........ ed a quel bacio io mi sentìi morire.Precipitava i colpi vïolentiil cor malato, sino a soffocarmi.Le tempie, come tizzi, eran roventi;le membra, fredde come freddi marmi.Tentavi con le tue di riscaldarequeste povere mani moribonde.Io mi sentiva l'anima affondarein un mar senza scampo e senza sponde.Dissi, come in un soffio: La bambina.—E vidi ne' tuoi buoni occhi una fortepromessa.—Al buio, come un'assassina,stava in agguato, dietro a me, la morte.
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DESTINO
Non dovevo morir.—V'è una parolaChe niuno ancora su la terra ha detta.Scriverò la parola benedettacol puro sangue del mio grembo, io sola.Solo una madre il gran mister può direche disserra le fonti de la vita.Io sarò quella madre.—Io l'infinitagioia che fa ogni volto impallidirecanterò.—Coi fanciulli su i ginocchi,febbricitanti di dolcezza, tuttele donne in me saran sospese, tuttele donne avranno in me raccolti gli occhi,e un'ebrezza d'orgoglio al cor profondosentiranno affluir per ogni venaal mio grido: Ave o Madre, o Gratia plena,che porti e nutri ne' tuoi fianchi il mondo.
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IL CALVARIO DELLA MADRE
Grembo materno strazïato e forte,di tua fecondità l'invitto segnoin te impresso sarà fino a la morte.Ave.Bocca materna, non avrai più baciche non sien quelli di tuo figlio—comesigilli d'oro fulgidi e tenaci.Ave.Occhi materni, voi vedrete il mondodietro un velo di lagrime, seguendoansiosi il folleggiar d'un bimbo biondo.Ave.Mani materne, voi più non sapreteche blandire e sanar le rosse piaghedi colui che a la terra offerto avete.Ave.Vita materna, non sarai più nullafuor che l'Ombra vegliante ad ali aperte,con lunghe preci, a fianco d'una culla.Ave.Cuore materno, cuore crocifisso,cuor benedetto, cuore sanguinante,cuore pregante a l'orlo d'un abisso,non più per te, non più per te vivrai;ma pel figlio, pel figlio in mille formedi perdono e d'amor rinascerai.Ave.
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