ACQUEFORTI
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GLI AMANTI DELLA MORTE
Essi erano stanchi di tuttele cose vedute.Nessuna veniva, di tuttele cose sognate.La vita, come una stranieradal freddo sorriso indolente,ignota passava, fra genteignota.—Non era, non erala vita che un pugno possentebrandisce, scudo, asta o bandiera.E accadde che un giornoi fieri assetati pensaronola fonte che sazia ogni arsura,la fuga che è senza ritorno,la gioia de l'ultima oscurarinuncia, del freddo guanciale,del bacio che è senza l'uguale,del sonno immortale.E ti chiamarono, o Velata.—Ma tu non rispondi che a l'oranel tempo fissata.—Ed essi sognarono alloravïolentare le tue labbra smorte:sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...*
E tu, prostituta del mondo,che sai tutti i baci,vampiro che succhi ogni venacon labbra voraci,tu fosti a quegli occhi la fatadormente nel chiuso giardino,il giglio lontano e divino,la bocca non anco baciata.—Ti pregarono, a capo chino.Ti dissero: Vieni, o Velata.—Con te nel silenziodel bosco ove foglia non s'agitae voce d'uccello non canta:fra cespi di mirto e d'assenzio,fra tronchi che l'edera ammanta,o amore di terra lontana,o luce di fata morgana!...—.... Fu vana, fu vanala lunga preghiera, o Velata.Tu solo rispondi ne l'oradal tempo fissata.—Ed essi sognarono alloravïolentare le tue labbra smorte:sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...*
E come fanciulla dormentet'han presa.—Lo so.—La bocca brutale roventela tua soggiogò.E tu, che prepari implacatetorture a colui che ti fugge,col morbo che làncina e strugge,con lunghe agonie disperate,tu fosti l'Amante che rugged'ebrezza fra braccia adorate,e versa le estremedelizie con l'ultimo rantolo;l'Amante com'edera avvintache tutta si dona, che freme,che morde—tu vinta, tu vinta!....... Fra cespi di mirto e d'assenzioor giaccion gli Atleti, in silenzio.Eterno è il silenzio,eterna la pace.—Un sorrisodi fiera dolcezza s'effondesul rigido viso.Risognan le gioie profondech'hanno strappate a le tue labbra smorte:poichè tu ben ami chi t'ama, o bianca, o terribile Morte.
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LACRIME SILENZIOSE
Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.Come inesausta fonte, oh, sgorgan nel freddo silenzio,sciogliendosi su i labbri con acre sapore d'assenzio.L'ombra le guarda e tace, le ascolta cadere dirotte,e tace; e in essa il loro segreto d'angoscia s'inghiotte.Stille di piombo fuso su viscere dilanïate,ricadono su i cuori—e tutti ne abbiamo versate.Chi mai, chi mai, fratelli, nel mondo può dir che le solelacrime sieno quelle che i cenci rivelano al Sole,porte e finestre aprendo per chieder pietà su le vie,pietà pei bimbi scarni, pietà per le ignude agonie?...*
Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.Piangon su i vecchi sogni, sul vecchio lontano doloreche il labbro dice—spento—che è piaga insanabil nel core;piangon su i figli ingrati, sul mesto avvizzir de la vitache, come sabbia d'oro, ne sfugge da l'avide dita;su quel che tu non dici nè pure a te stessa talvolta,anima miseranda, nel buio, nel dubbio travolta!...Gocce di vivo sangue, o lacrime ignote, sgorgareda ignoti occhi vi sento—e, ahimè!... non vi posso asciugare.Lo metteran sotterra, il cor che in segreto vi pianse:non saprà mai nessuno che oscura tristezza l'infranse.
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LA VECCHIA PORTA
Quadro di A. Baertsoen.A Elisa Ricci.La vecchia porta s'apre nel fianco del vicolo oscuro:goccia miseria e lebbra la crosta del viscido muro.Nera come un abisso, è muta, è sinistra la porta:sotto le basse nubi sta, fredda, terribile, morta.Morta?... no, pensa.—Cose nel tempo sepolte ella sa.Molto ricorda—amore, dolore, delitto, pietà..... Passò, scherzosa, a l'alba, tornò, stanca e pallida, a sera,con le compagne, l'esile fanciulla che avea ne la fierabocca e ne gli occhi glauchi la luce d'un sogno.—Non fuvista tornare, un giorno. Nessuno la vide mai più.—.... La vecchia porta pensa:—ne l'andito buio, una notte,due corpi avviticchiati, un colpo, uno schianto, due rotteparole: A me! soccorso!...—Durò, dentro l'andito muto,tutta la notte il rantolo de l'uom che morì senza aiuto.Piccole, strette bare di bimbi rachitici, spentida tabe e da miseria nel fiore de gli anni innocenti,passarono.—Non pianse la madre, o assai breve fu il pianto:è dolce ai bimbi infermi la pace del pio camposanto.Passarono i braccianti, cantando. Ma avevan le noteun ritmo grave, un senso d'ignote tristezze, d'ignotelacrime.... e una fanciulla da l'alto guardava, chinatoil viso fra i cespugli di qualche geranio malato.Quanti singhiozzi e sogni di povere vite ascoltòla vecchia porta?... ora essa è stanca. —Ora pensa: Cadrò.—*
Con voluttà di gioia, le picche e i martelli, domani,faran le grigie case del sordido vicolo a brani.Abbatteranno i muri stillanti la febbre del tifo,le garrule ringhiere, degli anditi immondi lo schifo,le stanze ove s'ammucchian, su stretti promiscui giacigli,pel torbido riposo i padri e le madri coi figli.Udran le tristi razze la prima parola d'amore,sapran che su la terra vi sono degli alberi in fiore,e gioie ùmili e sante, e case dai lindi balconipieni di vento, pieni di gaie ridenti canzoni.E tu, tu, vecchia porta, travolta ne l'ampia ruina,vedrai la prima volta, cadendo, la luce divina:coi palpiti di marzo che sveglian le fresche viole,respirerai, morendo, la gloria feconda del sole.
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L'ORGANETTO
Amo le tue canzoni, o vecchio organetto scordato,da un monco veterano per ùmili strade guidato.A lui, che in Aspromonte pugnava fra i pallidi insorti,tu canti ancor: «Si scopron le tombe, si levano i morti....»:quando s'addensan l'ombre de' plumbei tramonti pei cieli,tu arridi a lui con l'inno fedel di Goffredo Mameli.Amo i tuoi stanchi ritmi, che sanno a la povera genteportare un soffio, un raggio di queta gaiezza ridente;che a le donne, sedute coi bimbi rachitici al seno,dicon non so che sogno, non so che miraggio sereno.Rapsodo vagabondo, nel buio de' freddi cortiligetti, come d'incanto, l'effluvio de' liberi aprili;Nina, Rosetta, Bice discendono a salti le scale,ansando un poco, smorte del lento terribile maleche sugge a goccia a goccia le vene del povero.—E tusuoni per quella gioia le danze del tempo che fu:oh, vana, oh, breve gioia di corpi a la vita anelanti,chiusi doman fra il sordo fragor de le macchine urlanti!...Rapsodo vagabondo, va dunque, le tue serenatecantando a le finestre d'anemica ruta infiorate:getta i tuoi vecchi ritmi ne' trivii ove il popolo muore,così, come si getta sul fango del lastrico un fiore:Beethoven de la strada, un vento di turbine, un'ondad'oscura angoscia infrange talor la tua voce profonda.Ne le tue rotte corde, nel buono ramingo tuo corel'anima de la plebe passò col suo stanco dolore,e piange....—come il cieco vagante a tastoni entro il velod'ombra che gli contende l'azzurro implorato del cielo.
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L'ULTIMO VALZER
Fra le sue bracciaella è flessibilecome un virgultonel lungo strascicocolor viola.Danzano, danzanosenza parola.Fra densi effluvii,fra luci gemmeepiegano, ondeggiano,stretti trasvolanoritmicamente;ed ella fingeretenta un sorrisonel bianco viso;ma il viso mente,ma il valzer mente,non s'aman più.A onde, a fremiti,a spire, a vorticisi snoda il valzerpieno di lagrime,pieno di baci.E passan agilicoppie fugaci:corpi di giglio,spume di roseiveli, auree treccie,lenti bisbigli,carezze lente....bellezza e musica,eterna e vanafata morgana:follia di danza,fresca esultanzadi gioventù!....... La dama pallidanon è più giovane,non è più bella.Fra i ricci morbidiv'è un filo bianco,nel petto il fragilecuore è già stanco.Danzano, danzano,avvinti inseguononel ritmo l'ultimomiraggio, l'ultimasperanza in vano.Giro di valzerrapido e lievesei, vita breve!...La terra accogliele vizze foglie:il sogno fu..... Danzano, danzanola ridda funebresui fiori morti.L'amore in lividogorgo s'affonda;ma ancor del valzerspumeggia l'onda.Con lunghi brividi,con molli e perfidecarezze avvinghia,trascina, intorbidal'anima e il senso.Oh, fra le immemoriultime spirecosì sparire:di mari ignotinaufraghi ignoti,non soffrir più!...
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SETTE MAGGIO 1898
Ho quell'ore ne l'anima inchiodate:la via deserta, sotto un ciel di piombo:ad un tratto, da lungi, un sordo rombodi folla, e un grandinar di fucilate.Porte e finestre in un balen serratelugubremente—poi silenzio.—Il rombogià s'avvicina, sotto il ciel di piombo:colpi, fischi di palle, urli, sassate.Fin ch'io vivrò mi resterà ne l'ossaquell'angoscia, quel soffio d'agoniasu gente inerme del suo sangue rossa;e vedrò quel fanciul, senza soccorsomorente—un bimbo!...—in mezzo de la via,china e intenta su lui come un rimorso.
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FUNERALE DURANTE LO SCIOPERO
Carro povero e nudo e senza un fioreche lentamente portiil fèretro del vecchio muratorea la casa de i morti,come un carro di re verso il riposoche non ha fine, vai:il corteo che ti segue è glorïosocome niun altro mai.Son diecimila e pur sembrano un solo,calmi, quasi sereni.Unica e grande sul compatto stuolopar che un'idea baleni;e nel ritmico passo e ne l'ugualerespiro e ne le assortefronti parli e s'affermi, alta sul male,sul pianto e su la morte.«O Camerata, che ne l'aspro e degnoconflitto eri con noi,e moristi, sperando, in questo segno,fra le braccia de' tuoi;volgiti indietro, e guarda. Eccoci tuttia le tue pompe estreme.Quel giorno solo noi verrem distruttiche non saremo insieme.Sappiamo ormai che, in nostra fede avvinti,rinnoveremo il mondo.Son retaggio de i deboli e de i vintiil gesto furibondo,il cieco sasso, de gli incendii il lumesanguigno, e il pazzo urlare.Noi siamo il grande e maestoso fiumeche volge il corso al mare;il ghiacciaio noi siam bianco e silenteche leva al ciel la fronte,e a poco a poco, inesorabilmente,spacca e sommuove il monte.L'ultimo aiuto e la speranza estremaperduta avrem dimane.Non tener, Camerata. Il cor non tremase pur ci manca il pane.Oh, come lungi ancor le radïosebattaglie del lavoro,fra canti di fanciulli e aulir di rosesboccianti a l'albe d'oro!...Quante vittime ancor lungo la viairta di sassi e spine,ne la guerra inugual, ne l'agoniatremenda e senza finede la fatica che non ha conforto,de la scarsa mercede,del duro pane!... O Camerata morto,dormi, ne la tua fede.Siam diecimila in torno a la tua cassa,doman sarem milioni.L'ira nostra non è turbin che passadenso di lampi e tuoni:è l'avanzar compatto ed incessantefra torbidi perigli,non per noi, non per noi, ma per le santegioie de' nostri figli:è il batter senza tregua coi pesantimartelli il duro masso,a poco a poco disgregando, ansanti,le vèrtebre del sasso:nostra fede portar come un bel fioresu l'elsa d'una spada:stringer le file se un fratel ci muore,e seguitar la strada.»
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REDENZIONE
L'uomo che molto pianse e maledissee s'abbrutì per fame,a colei che di sè mercato infamelungo i trivii facea,—Seguimi—disse.Vide ch'ella, a vent'anni, rifinitaera, come vegliarda;e avea ne la pupilla opaca e tardala vergogna e il terror de la sua vita.Egli dunque le disse: «O condannataal bacio, àlzati e vieni.Con quest'occhi che un dì furon serenitra i rifiuti del mondo io t'ho cercata.Perduta sei com'io perduto sono:pietà di me nessunocommoverà, pietà di te nessuno:chi è fuor di legge non avrà perdono.La tua china è la mia, giù, sino al fondo.In questo è la salvezza.Noi avrem la terribile dolcezzad'amarci come niun s'amò nel mondo.Per l'infanzia di stenti e di percosseche ricordi tremando,pel tuo livido corpo miserando,per la fame che a venderlo ti mosse;pel trivio cieco, ove randagie e scarneombre velate in visooffronsi col più squallido sorrisoche mai finga il piacere in triste carne;per le taverne ove il barabba portail rauco ritornellod'un'oscena canzone, il suo coltellopronto a ferire, e la sua donna smorta;per l'alba d'ôr che Iddio promise, io t'amo,io t'amo.—Così sia.—V'è una terra nel mondo ove s'espìaper rinascere.—Credi: àlzati: andiamo.»*
Vanno—per espiar.—Tutto il rossorede i colpevoli e ciechi anni trascorsi,e i tumulti de l'anima e i rimorsivibrano in quell'amore:come lavacro su le fronti oranti,scroscïando dal ciel tinto di lutto,cadono al par di tempestoso fluttotutti del mondo i pianti.Vanno—per espiar.—La fulgida oranon suonò—ma rischiara a poco a pocole trepidanti anime un riso, un focodi speranza e d'aurora.Passano ignoti per ignote strade,fin che cessa la pioggia e il giorno appare:giungono a un piano vasto come il mare,magnifico di biade.E caste madri e giovani e vegliardida la libera festa del lavorotra l'erbe verdi e tra le spiche d'oromiran con dolci sguardii due ploranti, e tendono le braccia,salmodiando il cantico di Cristo:—Ben venga chi sofferse ignudo e tristo,e chi smarrì la traccia:chi, delitti non suoi scontando, infransele mura de la legge per un pane,e tutte seppe le vergogne umane,e il suo sfacelo pianse!...Qui ogni vita risorge e si trasmuta:qui si crede e si canta; e la sublimegiustizia de l'amor salva e redimeil ladro e la perduta.—
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INCONTRO
Noi c'incontrammo. Io mi sentìi repenteil gelo su la faccia e un tuffo al core,e per tutte le membra un'opprimentegravezza.—Ella era smorta del pallorestesso che volto e labbra a me coprìa:tremava del medesimo tremore.Piegò vêr me la testa in atto muto,silenzïosa io reclinai la mia:e mai covò tant'odio in un saluto.
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DILUVIO
E piove, e piove senza mai cessare:piove con odio su la terra scossa.La rauca voce del torrente ingrossapiù e più, sotto il cieco imperversare.Empie la stretta valle che s'infossafra i monti—e sale, e pare urlo di mare,l'eco de gli opifici a soverchiarecome rombo di popoli in sommossa..... Ascolto—sola.—E penso a le fiumaneche, non lungi di qui, sfascian le rive,tutto affogando in gialle onde incalzanti;di qui non lungi, udir credo, su schiantidi case e lagni d'ombre fuggitive,un ruinar precipite di frane.
[pg!215]
CAMPANA A MARTELLO
Dan-dan di campana lontana che turbi la pallida Notte,che rompi la calma del sonno con grida d'angoscia, con rotteparole, che piangi, che incalzi ne l'ombra, portato da i venti,e piombi e ripiombi su i cuori, che al buio trasalgono, intenti:qual fiume strarìpa?... qual drammasi svolge di sangue fraterno?... qual fiammadivora le case, divora le vite, ed avventa ne i cielida l'arse ruine con folle superbia le spire crudeli?...E pur non rosseggia d'incendio de i cieli la curva profonda,non rombo di fiume ne giunge che gonfio travolga la sponda.Dan-dan di campana lontana che chiami, che chiami, che chiami,da quale fantastica torre tu mandi i tenaci richiami?...Non sei de la terra?... nel vuototi getta il dolor d'uno spirito ignoto?...Le bianche, le tacite stelle che piano tramontano in marete ascoltan con voce inesausta pregare, pregare, pregare.Dan-dan di campana a martello squillante dal buio Infinito,ne l'ora d'un sogno tremendo noi tutti t'abbiamo sentito.Vorremmo assopirci ne l'ombra, ma tu sei de l'ombra più forte:ci sveli il perchè de la vita, ci sveli il perchè de la morte.E tutte le cose bugiarde,e il tempo perduto ne l'opere tarde,e tutte le ignavie vigliacche del cor che a se stesso ha mentito,ne dici, campana a martello squillante dal buio Infinito!...E il piccolo cuor che ha creduto di battere eterno, la Sfingea un tratto comprende: si sente caduco; ma il tempo già stringe.Fu errata la strada e la fede; fu un sogno la gloria; fu vanol'amore.—Mentisti a te stesso—ripete il rintocco lontano.—O cuore, riprenditi intero:t'imbevi di luce, combatti pel vero:vuoi dunque morir senza dirla, la pura, la grande Parolache devi?...—Così la campana singhiozza—fatidica—sola.—
[pg!219]
ALPE
Non posso amarti, o vetta ove risplendefredda la neve ne' silenzî immoti,ed il ghiaccio cristàllino si fendesu abissi ignoti.Tu stai sovra le nubi e sovra il male,t'avvolge l'ampia nudità de l'aria:pria di sfiorarti irrigidiscon l'ale,o Solitariache non sai, che non senti e che non muori.Fra la mia vita e le tue nevi eternesta un miserrimo stuol d'odii, d'amori,d'ansie fraterne:tremano gli echi de i singhiozzi umani,danzan le ridde de gli umani strazî;ma tu non hai pietà, da' tuoi lontanigelidi spazî.E se l'uom, te mirando, un'idealegrandezza pensa, gli rispondi: Mai:a questa calma eccelsa ed immortalenon giungerai.—*
Forse, chi sa?... tu pur soffri.—Tu, stancaforse de' tuoi silenzî ampî di tomba,e d'esser sempre immobilmente biancasul mondo che qua giù turbina e romba,sogni.—Sogni un torrente aureo di lavache salga dal tuo core a le tue cime,e vi squarci un cratere, e su te schiavatrabocchi, ardendo d'un amor sublime.
[pg!223]
A MIA MADRE LONTANA
Ti sogno.—A le gracili maniappoggi la testa che langue.Oh, mai così pallida, oh, mai così esangueti vidi ne i tempi lontani.Tu ascolti il cammino de l'ore,o madre, d'intense memorie vivendo;e passano l'ore, cadendopesanti sul chiuso tuo core.E pensi a me sola, a me sola:con tutta l'oscura energiadi quella che t'arde mortal nostalgiachiamando me sola, me sola.Oh, qui, dove perdutamentea un rogo d'amore la vita abbandono,ti grido—Perdono, perdono—o madre diserta e cadente;e sempre ti sogno. Le maniraccogli, bianchissime, in croce,e parli—e nel soffio de l'esile vocerivivono i tempi lontani.
[pg!227]
SUL MONUMENTO DI EDVIGE V***
Ritta presso il sarcofago, non gemel'alta immobile donna, e non impreca:ascolta, intenta e dolorosa insieme.Lo sguardo e il viso essa tremando tende,socchiuso il labbro, giunte ambo le mani:e forse il sogno del mistero intende,poi che le vibra tutta la persona,e gli occhi, fissi al limitar del cielo,spiran l'essenza d'ogni cosa buona.In questi giorni di novembre, grevidi nebbie, e quando coprirà l'invernole fosse col pallor de le sue nevi,e sempre, nel fluir del tempo ignoto,muta sfinge di bronzo, ascolterai,perduti i supplicanti occhi nel vuoto;ma quel che intendi non saprem giammai.*
Noi non sappiamo nulla.—Ferrea portasi chiude, nel presente e nel futuro,su quel che resta de la nostra Morta.Noi null'altro che ciechi atomi siamo,e su la Cara che ci lasciò solioh, nulla, fuor che pianger, non sappiamo.Luceva in Essa quell'ardor di beneche sommove le pietre e tutti i cuoritrascina e spezza tutte le catene:e mentre Ella, di fiori una regalecopia spargendo con le bianche mani,assurgeva al suo culmine mortale,mentre un suo riso semplice e gagliardoa noi volgeva, a un tratto sparve.—Solatu sai, tu, sfinge da l'intento sguardo,del suo sepolcro l'intima parola.*
È parola di speme e di quieteche a te sommessa come un bacio giungeda queste ov'Ella dorme ombre secrete?...O pure è pianto, è gemito d'angoscia,urlo e singhiozzo per cui trema il marmocome a tumultuosa acqua che scroscia?...O è sogno d'altri mondi e d'altri cieli,cantico e riso di novella vitache commove i tranquilli echi fedeli?....... Noi non sappiam che piangere, vaganticome bimbi smarriti ne la notte,mentre il tempo ne spinge avanti, avanti,ove Ella aspetta.—E tu, sfinge, che il puroviso tendi ascoltando e preghi e tremi,tacerai nel presente e nel futuro,sino al cieco affondar de gli anni estremi.
[pg!233]
PASQUA DI RISURREZIONE
Io canto la canzon di Primaveraandando come libera gitanain patria terra ed in terra lontana,con ciuffi d'erba ne la treccia nera.E con un ramo di mandorlo in fiorea le finestre batto, e dico: Aprite:Cristo è risorto e germinan le vitenove e ritorna con l'April l'amore!...Amatevi fra voi, pei dolci e bellisogni ch'oggi fioriscon su la terra,uomini de la penna e de la guerra,uomini de le vanghe e de i martelli.Schiudete i cuori: in essi irrompa interadi questo dì l'eterna giovinezza.Io passo e canto che vita è bellezza,passa e canta con me la Primavera.
[pg!237]
IN MEMORIA
Alla mia seconda bambinavissuta un mese.Non odi?... il frondoso giardinoè tutto un cantare di passeri,è tutto un susurro di foglienel fresco mattino.Mio piccolo fiore selvaggio,perchè rifiutasti di vivere?...È ver, tristi giorni ha novembre;ma poi torna maggio.Velata di candidi velisaresti or fra queste mie braccia;avresti ne gli occhi vaghissimil'azzurro de i cieli;ed io ti direi le gioioseparole che tutte bisbiglianole madri ai bambini, cogliendotia fasci le rose.Ma tu non volesti. Il vagitotuo primo, o mia bimba, fu l'ultimo:suggella i tuoi labbri il silenzio:eterno, infinito.Schiudesti sul mondo l'ignarapupilla, o mia bimba, un sol attimo:che vide?...—Suggella il silenziola culla e la bara.E pure al mio sogno che sparveio grido: perchè?... Fra le bracciamaterne, perchè, bimba, inutilela vita ti parve?...
[pg!241]
PICCOLA TOMBA
O piccola tomba lontana,è il giorno de i Morti.—Chi sase l'erta stradetta montanaqualcuno per te salirà!...M'han detto che cadde la nevesu i colli di Santa Maria:io penso la grigia, la brevecolonna troncata, fra un chiusodi fronde rossiccie, di ramibagnati, in un velo diffusodi nebbia.—La candida Mortaio penso, che quasi non visse.S'aprì, si rinchiuse la portadi Vita, in un'ora, per lei.E fuor che quegli occhi, sì grandi,sì limpidi e simili ai miei,io d'essa non vedo.—Nel cuorenon so ricomporre quel viso,quell'esile grazia di fiore........ Morivo, lo so.—Sui cuscinirizzata la testa convulsa,io vidi quegli occhi divini.Tentaron le labbra una piaparola di benedizione.Poi vinse, su me, l'agonia.—O tu che portavi ne i tristituoi occhi il perchè del mio male,o tu, che di quello moristi;da lunge mi guardi, mi guardi,con muta struggente pietà.—Comprendi?... mi aspetti?... È già tardi,fra poco la mamma verrà.
[pg!243]
PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI
Se de la patria il giovanile e frescodisìo sale al mio cor come un incenso,tutta bianca nel sole io ti ripenso,piazza di San Francesco.Cresce fra le tue pietre, o solitaria,tranquilla l'erba come in cimitero.—Sole e silenzio.—Un passo—un tremar nerod'ali, fendenti l'aria.Ed eran quel silenzio e quella paceche in te bevevo a sorsi larghi e puri;e il bacio amavo su' tuoi vecchi muride l'edera tenace.L'antico tempio, presso l'ospedale,svolgea sue linee semplici e divine.Per due bifori in alto, snelle e fine,rideva il ciel d'opale.L'antico tempio avea canti e colorid'una soavità che ancor mi tremadentro.—O speranze, o poesia supremade gli anni miei migliori!...Gravi note de l'organo, salentia gli archi de le vôlte longobarde,su l'alte mura tremolar di tardestelle e fluir di venti!...Come un suggello mistico al pensieroda voi mi venne—e forse ho sempre amateper voi le grigie case abbandonateove dorme il mistero,i muschi densi a piè de l'erme, i queticortili pieni di sole e di verde,i portici de i chiostri ove si perdel'anima de i poeti;i tristi luoghi ruinanti in paceove sol parla il soffio de le cose,de i sogni morti e de le morte rose,e tutto il resto tace.
[pg!247]
IL SOGNO DI DRAGA
Sorrise con labbra procaci,con piccoli denti felinila donna al suo sogno, ne l'ombra.Sì grande era il sognoche vincer le parve follìa;ma grande era pur la malìade gli occhi d'amore,di sotto a le pàlpebre chini;ma il fiero destino era scrittonel suo nome, nel suo nome,lucente, terribile e drittoqual filo di spada.Creata ad ambigue vittorieella era; in quel corpo era chiusala forza di tutte le gloriedel senso.—Ella sorse.—L'effusasua chioma pareva una vesteregale.—Ella andò.—Le tempestea lei saettavano i fianchi,gonfiandole il labbro di sfide,gonfiandole il cuore d'orgoglio.Salì fino a te,salì dal tuo letto al tuo soglio,o giovine re!...*
Co' suoi tenebrosi capellila pallida Maga t'avvinse.Tu, contro la storia e la plebe,tu, contro i destinidi patria, fanciullo selvaggio,bevesti a quel bacio, a quel raggiola fede, la vita.Ed ella il tuo cuore si strinsenel piccolo pugno di fata,invincibile, invincibile,allor che, al tuo piede prostrata,susurrava: T'amo.—Mentiva. Mentiva, pel tronogonfiando il suo grembo infecondo,indegna di tregua e perdono,profanante a gli occhi del mondoper sete di regno un altare.Sfidò, come scoglio nel mare,il nembo fischiante.—Fu solain faccia a l'Europa.—Con dentidifese e con unghie di belvail suo sogno, o re.E cadde qual tigre a la selva,ma cadde con te!...*
Regina di Serbia, stanottescordasti, per l'ore solenni,la veste di rosso broccato?...Purpurea qual sanguedi vinti è la tunica slavache avvolger ti dee, prima schiavad'un torbido regno,di patria ne l'ore solenni.Ma gli ebbri soldati, o superba,ti preparano, ti preparano,col piombo, la tunica Serba.Per vènti feritecadendo, due volte sovrana,scontando con l'empio martiriola gloria terribile e vana,il vano infecondo delirio,scagliando ancor l'ultimo insultosul viso a la Serbia in tumulto,tu insanguinerai terra e marecol tuo sangue di leonessa.Il manto regal di Teodoravolesti per te.Or cadi, com'essa, ne l'orafatale de i re!...*
Nel campo ove immemore l'erbaverdeggia su l'umili fosse,o Draga, il tuo sogno è sepoltocon te.—Tu passastisul capo di cento ribelli,sul filo di cento coltelli,fra il plumbeo silenzioche cova fragor di sommosse,armata di scudo e d'elmettopel tuo sogno, pel tuo sogno,che or serri, in eterno, sul petto.Tessuto di perlee d'oro, gemmato di ardentirubini, grondante di sangue,ti avvolge le membra possentifra spire fantastiche d'angue.In vita toccasti il tuo segno:nel mondo godesti il tuo regno:se rosso martirio ti lava,se crisma di morte t'assolve,riposa—o pirata del soglio.—Riposi con te,sgabello al tuo misero orgoglio,il fosco tuo re!...
[pg!255]
NATALIA
E tu, che di beltà quasi divinafosti, ed or soffri nel lontano esiglio,e pregare non puoi, se pur regina,su la terra ove ucciso hanno il tuo figlio!...Stai, come Niobe, curva sotto il fato,senza lamenti.—E pur sento caderelacrime e grida sul tuo cor malato,—gocciole di veleno in un bicchiere:—sento, o vagante e tragica Sorella,—e la pietà per te mi fa più buona—l'inconfessato intimo strazio dellamaternità che porta una corona.
[pg!259]
IL MINUTO
Minuto che passi fuggendo, veloce pulsantefra il cielo e la terra fiorita,minuto che passi, fermare nel ritmo sonanteio voglio la breve tua vita.Io fragile donna con gesto d'amor ti conquido,ti strappo a la notte d'oblìo:rapito a la corsa del tempo, nel bronzo t'incido:sei bello, sei vinto, sei mio.E sento vibrar nel tuo cerchio le immense energiede l'aria, de l'acque, de l'uomo;il vento ne i boschi, su l'alpi, fra vele e sartìedi alati navigli sul dòmoabisso de i mari; fragor di veicoli urtantigli asfalti di libere strade,respiro di folla, respiro di fronde, vaganticanzoni per campi di biade;stridore di seghe e di leve, di cinghie e catene,vicenda di remi su l'onda,di mine fra i monti, d'aratri spaccanti le veneal sen de la Madre feconda.Mi giungon risate e singhiozzi, susurri di baci,preghiere di voci commosse;baleni di falci che taglian le messi feraci,di vanghe che scavan le fosse;conflitti di forze lottanti ne l'aspra conquistade l'uom su i selvaggi elementi;bisbigli sommessi de l'erba che cresce non vistane gli orti de i vecchi conventi.Rapisco a la donna che siede con gli occhi su l'agoil sogno che ride al suo cuore;il primo suo gemito al bimbo che nasce, presagodi pianto, fra il sangue e il dolore;l'alato onniforme pensiero a la folla dispersasu mari su terre fraterne;ti chiudo in me sola, minuto di vita universa,lanciato a le tènebre eterne:io centro del cosmo, regina de gli atomi erranti,respiro, adorando, i fulgoridi tutti i tuoi raggi, la gioia di tutti i tuoi canti,l'aroma di tutti i tuoi fiori.
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MADRE TERRA
La Terra Madre chiama.Ne la luce del sol stesa e sommersa,de i tristi figli la tribù dispersatenacemente chiama.La Terra Madre piange.Ne le pallide notti senza lunasotto le stelle abbandonata e bruna,perdutamente piange.E grida: Ove fuggiste,o figli, o figli del mio grembo nero,ch'io pel mio bacio crebbi, unico vero,e per le bionde ariste?...Quale malvagio istintovi trascinò ne le città tremendeove a l'intrigo verità s'arrende,ove il respiro è vintoda torpidi miasmi,per meandri tortuosi ed atri,—.... o nati per le falci e per gli aratri!...—vanno i vostri fantasmi?...Arde come in un rogola gran città di febbre e di peccato.Tra quelle fiamme un sogno insazïatovi preme, arido giogo.In brume ampie s'avvolgela città di menzogna e di tumulto.Di passïone un trepido sussultoper essa vi travolge:averla al piè, domatacome una schiava avvinta per le chiome,e ch'ella gridi il vostro, il vostro nome,con voce innamorata....Ma la leggiadra belvavi dissangua con bocca di vampiro.Tornate, o figli, al libero respirodel vento ne la selva;ai fiumi vinti a nuoto,ai voli in groppa di puledri indòmi.Io so l'ombre de i lauri e so gli aromidel desiderio ignoto.Io vi darò le purenotti, quando tra il fien cantano i grilli,e par che il cielo tremulo sfavilliamor su le pianure;e il fiorir bianco e lentode l'albe a maggio, allor che il giorno pareun campo di conquista ove balzarecogli orifiammi al vento..... Gonfie di vizio e d'orocadranno a fascio, in un boato immanedi ruina ciclòpica, le insanecittà, vinte dal loroorgoglio.—Io sola e granderesterò.—Verran vergini e poetiai miei solchi, ai miei tralci, ai miei roseti,a le mie vaste lande.Chini sovra il mio cuoredal ritmo innumerevole, saprannola verità che Iddio, sul basso ingannode gli uomini e l'errore,pose.—E dal mio possenteseno gonfio di germi e di dolorezampillerà per quelle bocche in fiorela magica sorgentedi Vita: polla d'acquefresche come nel biblico mattino,quando, vergin di forze, ad un divinocenno, la Vita nacque.
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SACRA INFANZIA
A Ersilia MajnoSacra infanzia del povero, io ti vidisoffrire e mendicar per tutti i lidi.Vidi fragili carni avvelenateda tabe; esili membra già piagateda i colpi; labbra fatte pel serenoriso, schiudersi al ghigno, al detto osceno;grandi occhi d'innocenza aperti in fondoa turpi abissi; anime dal profondopalpito, ansanti verso la bellezzadel mondo, anime piene di dolcezzae d'impeto, stroncarsi al giogo, intrisedi melma e d'odio, mutilate, uccise.Sacra infanzia del povero, io lo sentoentrar ne le mie fibre il tuo lamento.Viene da i bassi vicoli ove i murisanno l'istoria di delitti impuri;da i rossi forni de le vetrerie,da i fondaci, da i porti, da le vied'esilio, da le torride solfare,da le soffitte strette come bare,da tutti i luoghi ove son vite ardentidi bimbi oppressi, torturati a lentispasimi, deturpati in mille formedi servaggio e d'infamia, a torme a torme.Noi, liete madri di superba proleche va coi piè ne i fiori e il viso al sole,non lo vogliamo, su le creaturenostre, il rimorso de le tue torture;non le vogliam, le viscere de' tuoimartiri, per nutrire i nostri eroi.Coi rosei figli su le forti bracciadi te veniam, fra sterpi e fango, in traccia;su te gettando, con l'amor che ignori,gioia di baci e nuvole di fiori;te guidando con gesto ardente e pioove ogni vita tocca il suo disìo.Oh, madri anche per te!... Le consacrateviscere che a crear furon create,tanta han potenza in lor gioir fecondoda contener tutto l'amor del mondo.Vieni coi nostri figli, benedettacom'essi, al sole, a l'avvenir che aspetta.Vieni al robusto anelito, a la febbrede la conquista e de la gloria, a l'ebbreore di gaudio che la vita donaquando al suo bacio il forte s'abbandona:godi il tuo maggio e cogli il frutto e il fiore,fra cielo e terra respirando amore.
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IL SALUTO FRATERNO
Salve, fratello.—Tu non mi conosci,non so il tuo nome: non ti vidi maiprima d'ora.—Qui, dove t'incontrai,mugghia il fragor de' carri e batte il polsovibrante de la strada affaccendata.Ognuno accorre con lena affannataverso il suo sogno o il suo dolore. Ognunos'urta, senza guardarsi.—Ed io ti miro,lieve passando—oh, il tempo d'un respiro,oh, il tempo d'un addio breve, d'ignotaa ignoto, in mezzo a la ruggente via:—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—Non m'importa saper donde tu venganè chi tu sia, nè che farai domani.Non m'importa saper se le tue manisien pure.—O nato, come me, da grembodolente; o fatto de la stessa carne,o preda de le stesse adunche e scarneunghie de l'Ombra che in silenzio attendedietro una porta, a l'angolo d'un muro,per colpir quando il colpo è più sicuro:tu che piangesti come forse io piansi,volgiti a questa voce de la via:—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—Pel dondolìo de la lontana cullache ti cullò; pei baci di tua madre,se madre avesti che di sue leggiadrecantilene protesse il tuo riposo;per le poche dolcezze e per le moltelacrime, e le speranze che hai sepolte,come piccoli morti, in fondo al cuore;pel senso oscuro de la vita, ugualein tutti; per la sacra ansia immortaleche sospinge le razze a l'avvenire;per la tua fede e per la fede mia,—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—E vada, come a te, questo salutoa l'ampia folla che le strade ingombra:a la donna che passa, ombra ne l'ombra,contro i muri, velata: a chi un amoreinsegue, o un odio, o il pane: a l'uom del maglioe del telajo, fiero del travagliocompiuto, e gaio d'una sua canzone:al poeta, al fanciullo, al morituroche sogna, e crede eterno il suo futuro,e domani, con me, con te, dissoltoandrà pel cosmo in onde d'armonia:—Dio ti salvi, ora e sempre—e così sia.—Fine
Nota dei trascrittori
I seguenti refusi sono stati corretti (tra parentesi il testo originale):
[pg 157]_ Prega—ma non ricorda, e non desìa [desia][pg 165]_ vïolentare [violentare] le tue labbra smorte[pg 195]_ non per noi, non per noi, ma per le sante [sarte]
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