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Maternità

Chapter 49: ALPE
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About This Book

This collection of lyric poems examines maternal experience through images of pregnancy, childbirth, lullabies, loss, and the bodily labor of motherhood. Intimate domestic scenes and funerary moments alternate with voices of collective suffering, drawing attention to poverty, illness, and the sacrifices imposed on women. Nature and religious imagery recur as sources of consolation and solemnity, while direct social sympathy and quiet protest underline the poems' moral urgency. The work balances tenderness and indignation, using vivid sensory detail and varied lyrical forms to render both private devotion and public distress.

ACQUEFORTI

[pg!165]

GLI AMANTI DELLA MORTE

Essi erano stanchi di tutte
le cose vedute.
Nessuna veniva, di tutte
le cose sognate.
La vita, come una straniera
dal freddo sorriso indolente,
ignota passava, fra gente
ignota.—Non era, non era
la vita che un pugno possente
brandisce, scudo, asta o bandiera.
E accadde che un giorno
i fieri assetati pensarono
la fonte che sazia ogni arsura,
la fuga che è senza ritorno,
la gioia de l'ultima oscura
rinuncia, del freddo guanciale,
del bacio che è senza l'uguale,
del sonno immortale.
E ti chiamarono, o Velata.—
Ma tu non rispondi che a l'ora
nel tempo fissata.—
Ed essi sognarono allora
vïolentare le tue labbra smorte:
sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...

*

E tu, prostituta del mondo,
che sai tutti i baci,
vampiro che succhi ogni vena
con labbra voraci,
tu fosti a quegli occhi la fata
dormente nel chiuso giardino,
il giglio lontano e divino,
la bocca non anco baciata.—
Ti pregarono, a capo chino.
Ti dissero: Vieni, o Velata.
—Con te nel silenzio
del bosco ove foglia non s'agita
e voce d'uccello non canta:
fra cespi di mirto e d'assenzio,
fra tronchi che l'edera ammanta,
o amore di terra lontana,
o luce di fata morgana!...—
.... Fu vana, fu vana
la lunga preghiera, o Velata.
Tu solo rispondi ne l'ora
dal tempo fissata.—
Ed essi sognarono allora
vïolentare le tue labbra smorte:
sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...

*

E come fanciulla dormente
t'han presa.—Lo so.—
La bocca brutale rovente
la tua soggiogò.
E tu, che prepari implacate
torture a colui che ti fugge,
col morbo che làncina e strugge,
con lunghe agonie disperate,
tu fosti l'Amante che rugge
d'ebrezza fra braccia adorate,
e versa le estreme
delizie con l'ultimo rantolo;
l'Amante com'edera avvinta
che tutta si dona, che freme,
che morde—tu vinta, tu vinta!...
.... Fra cespi di mirto e d'assenzio
or giaccion gli Atleti, in silenzio.
Eterno è il silenzio,
eterna la pace.—Un sorriso
di fiera dolcezza s'effonde
sul rigido viso.
Risognan le gioie profonde
ch'hanno strappate a le tue labbra smorte:
poichè tu ben ami chi t'ama, o bianca, o terribile Morte.

[pg!171]

LACRIME SILENZIOSE

Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,
quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,
 
mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,
goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.
 
Come inesausta fonte, oh, sgorgan nel freddo silenzio,
sciogliendosi su i labbri con acre sapore d'assenzio.
 
L'ombra le guarda e tace, le ascolta cadere dirotte,
e tace; e in essa il loro segreto d'angoscia s'inghiotte.
 
Stille di piombo fuso su viscere dilanïate,
ricadono su i cuori—e tutti ne abbiamo versate.
 
Chi mai, chi mai, fratelli, nel mondo può dir che le sole
lacrime sieno quelle che i cenci rivelano al Sole,
 
porte e finestre aprendo per chieder pietà su le vie,
pietà pei bimbi scarni, pietà per le ignude agonie?...

*

Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,
quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,
 
mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,
goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.
 
Piangon su i vecchi sogni, sul vecchio lontano dolore
che il labbro dice—spento—che è piaga insanabil nel core;
 
piangon su i figli ingrati, sul mesto avvizzir de la vita
che, come sabbia d'oro, ne sfugge da l'avide dita;
 
su quel che tu non dici nè pure a te stessa talvolta,
anima miseranda, nel buio, nel dubbio travolta!...
 
Gocce di vivo sangue, o lacrime ignote, sgorgare
da ignoti occhi vi sento—e, ahimè!... non vi posso asciugare.
 
Lo metteran sotterra, il cor che in segreto vi pianse:
non saprà mai nessuno che oscura tristezza l'infranse.

[pg!175]

LA VECCHIA PORTA

Quadro di A. Baertsoen.
 
A Elisa Ricci.
La vecchia porta s'apre nel fianco del vicolo oscuro:
goccia miseria e lebbra la crosta del viscido muro.
 
Nera come un abisso, è muta, è sinistra la porta:
sotto le basse nubi sta, fredda, terribile, morta.
 
Morta?... no, pensa.—Cose nel tempo sepolte ella sa.
Molto ricorda—amore, dolore, delitto, pietà.
 
.... Passò, scherzosa, a l'alba, tornò, stanca e pallida, a sera,
con le compagne, l'esile fanciulla che avea ne la fiera
 
bocca e ne gli occhi glauchi la luce d'un sogno.—Non fu
vista tornare, un giorno. Nessuno la vide mai più.—
 
.... La vecchia porta pensa:—ne l'andito buio, una notte,
due corpi avviticchiati, un colpo, uno schianto, due rotte
 
parole: A me! soccorso!...—Durò, dentro l'andito muto,
tutta la notte il rantolo de l'uom che morì senza aiuto.
 
Piccole, strette bare di bimbi rachitici, spenti
da tabe e da miseria nel fiore de gli anni innocenti,
 
passarono.—Non pianse la madre, o assai breve fu il pianto:
è dolce ai bimbi infermi la pace del pio camposanto.
 
Passarono i braccianti, cantando. Ma avevan le note
un ritmo grave, un senso d'ignote tristezze, d'ignote
 
lacrime.... e una fanciulla da l'alto guardava, chinato
il viso fra i cespugli di qualche geranio malato.
 
Quanti singhiozzi e sogni di povere vite ascoltò
la vecchia porta?... ora essa è stanca. —Ora pensa: Cadrò.—

*

Con voluttà di gioia, le picche e i martelli, domani,
faran le grigie case del sordido vicolo a brani.
 
Abbatteranno i muri stillanti la febbre del tifo,
le garrule ringhiere, degli anditi immondi lo schifo,
 
le stanze ove s'ammucchian, su stretti promiscui giacigli,
pel torbido riposo i padri e le madri coi figli.
 
Udran le tristi razze la prima parola d'amore,
sapran che su la terra vi sono degli alberi in fiore,
 
e gioie ùmili e sante, e case dai lindi balconi
pieni di vento, pieni di gaie ridenti canzoni.
 
E tu, tu, vecchia porta, travolta ne l'ampia ruina,
vedrai la prima volta, cadendo, la luce divina:
 
coi palpiti di marzo che sveglian le fresche viole,
respirerai, morendo, la gloria feconda del sole.

[pg!181]

L'ORGANETTO

Amo le tue canzoni, o vecchio organetto scordato,
da un monco veterano per ùmili strade guidato.
 
A lui, che in Aspromonte pugnava fra i pallidi insorti,
tu canti ancor: «Si scopron le tombe, si levano i morti....»:
 
quando s'addensan l'ombre de' plumbei tramonti pei cieli,
tu arridi a lui con l'inno fedel di Goffredo Mameli.
 
Amo i tuoi stanchi ritmi, che sanno a la povera gente
portare un soffio, un raggio di queta gaiezza ridente;
 
che a le donne, sedute coi bimbi rachitici al seno,
dicon non so che sogno, non so che miraggio sereno.
 
Rapsodo vagabondo, nel buio de' freddi cortili
getti, come d'incanto, l'effluvio de' liberi aprili;
 
Nina, Rosetta, Bice discendono a salti le scale,
ansando un poco, smorte del lento terribile male
 
che sugge a goccia a goccia le vene del povero.—E tu
suoni per quella gioia le danze del tempo che fu:
 
oh, vana, oh, breve gioia di corpi a la vita anelanti,
chiusi doman fra il sordo fragor de le macchine urlanti!...
 
Rapsodo vagabondo, va dunque, le tue serenate
cantando a le finestre d'anemica ruta infiorate:
 
getta i tuoi vecchi ritmi ne' trivii ove il popolo muore,
così, come si getta sul fango del lastrico un fiore:
 
Beethoven de la strada, un vento di turbine, un'onda
d'oscura angoscia infrange talor la tua voce profonda.
 
Ne le tue rotte corde, nel buono ramingo tuo core
l'anima de la plebe passò col suo stanco dolore,
 
e piange....—come il cieco vagante a tastoni entro il velo
d'ombra che gli contende l'azzurro implorato del cielo.

[pg!185]

L'ULTIMO VALZER

Fra le sue braccia
ella è flessibile
come un virgulto
nel lungo strascico
color viola.
Danzano, danzano
senza parola.
Fra densi effluvii,
fra luci gemmee
piegano, ondeggiano,
stretti trasvolano
ritmicamente;
ed ella fingere
tenta un sorriso
nel bianco viso;
ma il viso mente,
ma il valzer mente,
non s'aman più.
 
A onde, a fremiti,
a spire, a vortici
si snoda il valzer
pieno di lagrime,
pieno di baci.
E passan agili
coppie fugaci:
corpi di giglio,
spume di rosei
veli, auree treccie,
lenti bisbigli,
carezze lente....
bellezza e musica,
eterna e vana
fata morgana:
follia di danza,
fresca esultanza
di gioventù!...
 
.... La dama pallida
non è più giovane,
non è più bella.
Fra i ricci morbidi
v'è un filo bianco,
nel petto il fragile
cuore è già stanco.
Danzano, danzano,
avvinti inseguono
nel ritmo l'ultimo
miraggio, l'ultima
speranza in vano.
Giro di valzer
rapido e lieve
sei, vita breve!...
La terra accoglie
le vizze foglie:
il sogno fu.
 
.... Danzano, danzano
la ridda funebre
sui fiori morti.
L'amore in livido
gorgo s'affonda;
ma ancor del valzer
spumeggia l'onda.
Con lunghi brividi,
con molli e perfide
carezze avvinghia,
trascina, intorbida
l'anima e il senso.
Oh, fra le immemori
ultime spire
così sparire:
di mari ignoti
naufraghi ignoti,
non soffrir più!...

[pg!191]

SETTE MAGGIO 1898

Ho quell'ore ne l'anima inchiodate:
la via deserta, sotto un ciel di piombo:
ad un tratto, da lungi, un sordo rombo
di folla, e un grandinar di fucilate.
 
Porte e finestre in un balen serrate
lugubremente—poi silenzio.—Il rombo
già s'avvicina, sotto il ciel di piombo:
colpi, fischi di palle, urli, sassate.
 
Fin ch'io vivrò mi resterà ne l'ossa
quell'angoscia, quel soffio d'agonia
su gente inerme del suo sangue rossa;
 
e vedrò quel fanciul, senza soccorso
morente—un bimbo!...—in mezzo de la via,
china e intenta su lui come un rimorso.

[pg!195]

FUNERALE DURANTE LO SCIOPERO

Carro povero e nudo e senza un fiore
che lentamente porti
il fèretro del vecchio muratore
a la casa de i morti,
 
come un carro di re verso il riposo
che non ha fine, vai:
il corteo che ti segue è glorïoso
come niun altro mai.
 
Son diecimila e pur sembrano un solo,
calmi, quasi sereni.
Unica e grande sul compatto stuolo
par che un'idea baleni;
 
e nel ritmico passo e ne l'uguale
respiro e ne le assorte
fronti parli e s'affermi, alta sul male,
sul pianto e su la morte.
 
«O Camerata, che ne l'aspro e degno
conflitto eri con noi,
e moristi, sperando, in questo segno,
fra le braccia de' tuoi;
 
volgiti indietro, e guarda. Eccoci tutti
a le tue pompe estreme.
Quel giorno solo noi verrem distrutti
che non saremo insieme.
 
Sappiamo ormai che, in nostra fede avvinti,
rinnoveremo il mondo.
Son retaggio de i deboli e de i vinti
il gesto furibondo,
 
il cieco sasso, de gli incendii il lume
sanguigno, e il pazzo urlare.
Noi siamo il grande e maestoso fiume
che volge il corso al mare;
 
il ghiacciaio noi siam bianco e silente
che leva al ciel la fronte,
e a poco a poco, inesorabilmente,
spacca e sommuove il monte.
 
L'ultimo aiuto e la speranza estrema
perduta avrem dimane.
Non tener, Camerata. Il cor non trema
se pur ci manca il pane.
 
Oh, come lungi ancor le radïose
battaglie del lavoro,
fra canti di fanciulli e aulir di rose
sboccianti a l'albe d'oro!...
 
Quante vittime ancor lungo la via
irta di sassi e spine,
ne la guerra inugual, ne l'agonia
tremenda e senza fine
 
de la fatica che non ha conforto,
de la scarsa mercede,
del duro pane!... O Camerata morto,
dormi, ne la tua fede.
 
Siam diecimila in torno a la tua cassa,
doman sarem milioni.
L'ira nostra non è turbin che passa
denso di lampi e tuoni:
 
è l'avanzar compatto ed incessante
fra torbidi perigli,
non per noi, non per noi, ma per le sante
gioie de' nostri figli:
 
è il batter senza tregua coi pesanti
martelli il duro masso,
a poco a poco disgregando, ansanti,
le vèrtebre del sasso:
 
nostra fede portar come un bel fiore
su l'elsa d'una spada:
stringer le file se un fratel ci muore,
e seguitar la strada.»

[pg!201]

REDENZIONE

L'uomo che molto pianse e maledisse
e s'abbrutì per fame,
a colei che di sè mercato infame
lungo i trivii facea,—Seguimi—disse.
 
Vide ch'ella, a vent'anni, rifinita
era, come vegliarda;
e avea ne la pupilla opaca e tarda
la vergogna e il terror de la sua vita.
 
Egli dunque le disse: «O condannata
al bacio, àlzati e vieni.
Con quest'occhi che un dì furon sereni
tra i rifiuti del mondo io t'ho cercata.
 
Perduta sei com'io perduto sono:
pietà di me nessuno
commoverà, pietà di te nessuno:
chi è fuor di legge non avrà perdono.
 
La tua china è la mia, giù, sino al fondo.
In questo è la salvezza.
Noi avrem la terribile dolcezza
d'amarci come niun s'amò nel mondo.
 
Per l'infanzia di stenti e di percosse
che ricordi tremando,
pel tuo livido corpo miserando,
per la fame che a venderlo ti mosse;
 
pel trivio cieco, ove randagie e scarne
ombre velate in viso
offronsi col più squallido sorriso
che mai finga il piacere in triste carne;
 
per le taverne ove il barabba porta
il rauco ritornello
d'un'oscena canzone, il suo coltello
pronto a ferire, e la sua donna smorta;
 
per l'alba d'ôr che Iddio promise, io t'amo,
io t'amo.—Così sia.—
V'è una terra nel mondo ove s'espìa
per rinascere.—Credi: àlzati: andiamo.»

*

Vanno—per espiar.—Tutto il rossore
de i colpevoli e ciechi anni trascorsi,
e i tumulti de l'anima e i rimorsi
vibrano in quell'amore:
 
come lavacro su le fronti oranti,
scroscïando dal ciel tinto di lutto,
cadono al par di tempestoso flutto
tutti del mondo i pianti.
 
Vanno—per espiar.—La fulgida ora
non suonò—ma rischiara a poco a poco
le trepidanti anime un riso, un foco
di speranza e d'aurora.
 
Passano ignoti per ignote strade,
fin che cessa la pioggia e il giorno appare:
giungono a un piano vasto come il mare,
magnifico di biade.
 
E caste madri e giovani e vegliardi
da la libera festa del lavoro
tra l'erbe verdi e tra le spiche d'oro
miran con dolci sguardi
 
i due ploranti, e tendono le braccia,
salmodiando il cantico di Cristo:
—Ben venga chi sofferse ignudo e tristo,
e chi smarrì la traccia:
 
chi, delitti non suoi scontando, infranse
le mura de la legge per un pane,
e tutte seppe le vergogne umane,
e il suo sfacelo pianse!...
 
Qui ogni vita risorge e si trasmuta:
qui si crede e si canta; e la sublime
giustizia de l'amor salva e redime
il ladro e la perduta.—

[pg!207]

INCONTRO

Noi c'incontrammo. Io mi sentìi repente
il gelo su la faccia e un tuffo al core,
e per tutte le membra un'opprimente
 
gravezza.—Ella era smorta del pallore
stesso che volto e labbra a me coprìa:
tremava del medesimo tremore.
 
Piegò vêr me la testa in atto muto,
silenzïosa io reclinai la mia:
e mai covò tant'odio in un saluto.

[pg!211]

DILUVIO

E piove, e piove senza mai cessare:
piove con odio su la terra scossa.
La rauca voce del torrente ingrossa
più e più, sotto il cieco imperversare.
 
Empie la stretta valle che s'infossa
fra i monti—e sale, e pare urlo di mare,
l'eco de gli opifici a soverchiare
come rombo di popoli in sommossa.
 
.... Ascolto—sola.—E penso a le fiumane
che, non lungi di qui, sfascian le rive,
tutto affogando in gialle onde incalzanti;
 
di qui non lungi, udir credo, su schianti
di case e lagni d'ombre fuggitive,
un ruinar precipite di frane.

[pg!215]

CAMPANA A MARTELLO

Dan-dan di campana lontana che turbi la pallida Notte,
che rompi la calma del sonno con grida d'angoscia, con rotte
parole, che piangi, che incalzi ne l'ombra, portato da i venti,
e piombi e ripiombi su i cuori, che al buio trasalgono, intenti:
qual fiume strarìpa?... qual dramma
si svolge di sangue fraterno?... qual fiamma
divora le case, divora le vite, ed avventa ne i cieli
da l'arse ruine con folle superbia le spire crudeli?...
 
E pur non rosseggia d'incendio de i cieli la curva profonda,
non rombo di fiume ne giunge che gonfio travolga la sponda.
Dan-dan di campana lontana che chiami, che chiami, che chiami,
da quale fantastica torre tu mandi i tenaci richiami?...
Non sei de la terra?... nel vuoto
ti getta il dolor d'uno spirito ignoto?...
Le bianche, le tacite stelle che piano tramontano in mare
te ascoltan con voce inesausta pregare, pregare, pregare.
 
Dan-dan di campana a martello squillante dal buio Infinito,
ne l'ora d'un sogno tremendo noi tutti t'abbiamo sentito.
Vorremmo assopirci ne l'ombra, ma tu sei de l'ombra più forte:
ci sveli il perchè de la vita, ci sveli il perchè de la morte.
E tutte le cose bugiarde,
e il tempo perduto ne l'opere tarde,
e tutte le ignavie vigliacche del cor che a se stesso ha mentito,
ne dici, campana a martello squillante dal buio Infinito!...
 
E il piccolo cuor che ha creduto di battere eterno, la Sfinge
a un tratto comprende: si sente caduco; ma il tempo già stringe.
Fu errata la strada e la fede; fu un sogno la gloria; fu vano
l'amore.—Mentisti a te stesso—ripete il rintocco lontano.
—O cuore, riprenditi intero:
t'imbevi di luce, combatti pel vero:
vuoi dunque morir senza dirla, la pura, la grande Parola
che devi?...—Così la campana singhiozza—fatidica—sola.—

[pg!219]

ALPE

Non posso amarti, o vetta ove risplende
fredda la neve ne' silenzî immoti,
ed il ghiaccio cristàllino si fende
su abissi ignoti.
 
Tu stai sovra le nubi e sovra il male,
t'avvolge l'ampia nudità de l'aria:
pria di sfiorarti irrigidiscon l'ale,
o Solitaria
 
che non sai, che non senti e che non muori.
Fra la mia vita e le tue nevi eterne
sta un miserrimo stuol d'odii, d'amori,
d'ansie fraterne:
 
tremano gli echi de i singhiozzi umani,
danzan le ridde de gli umani strazî;
ma tu non hai pietà, da' tuoi lontani
gelidi spazî.
 
E se l'uom, te mirando, un'ideale
grandezza pensa, gli rispondi: Mai:
a questa calma eccelsa ed immortale
non giungerai.—

*

Forse, chi sa?... tu pur soffri.—Tu, stanca
forse de' tuoi silenzî ampî di tomba,
e d'esser sempre immobilmente bianca
sul mondo che qua giù turbina e romba,
 
sogni.—Sogni un torrente aureo di lava
che salga dal tuo core a le tue cime,
e vi squarci un cratere, e su te schiava
trabocchi, ardendo d'un amor sublime.

[pg!223]

A MIA MADRE LONTANA

Ti sogno.—A le gracili mani
appoggi la testa che langue.
Oh, mai così pallida, oh, mai così esangue
ti vidi ne i tempi lontani.
 
Tu ascolti il cammino de l'ore,
o madre, d'intense memorie vivendo;
e passano l'ore, cadendo
pesanti sul chiuso tuo core.
 
E pensi a me sola, a me sola:
con tutta l'oscura energia
di quella che t'arde mortal nostalgia
chiamando me sola, me sola.
 
Oh, qui, dove perdutamente
a un rogo d'amore la vita abbandono,
ti grido—Perdono, perdono—
o madre diserta e cadente;
 
e sempre ti sogno. Le mani
raccogli, bianchissime, in croce,
e parli—e nel soffio de l'esile voce
rivivono i tempi lontani.

[pg!227]

SUL MONUMENTO DI EDVIGE V***

Ritta presso il sarcofago, non geme
l'alta immobile donna, e non impreca:
ascolta, intenta e dolorosa insieme.
 
Lo sguardo e il viso essa tremando tende,
socchiuso il labbro, giunte ambo le mani:
e forse il sogno del mistero intende,
 
poi che le vibra tutta la persona,
e gli occhi, fissi al limitar del cielo,
spiran l'essenza d'ogni cosa buona.
 
In questi giorni di novembre, grevi
di nebbie, e quando coprirà l'inverno
le fosse col pallor de le sue nevi,
 
e sempre, nel fluir del tempo ignoto,
muta sfinge di bronzo, ascolterai,
perduti i supplicanti occhi nel vuoto;
 
ma quel che intendi non saprem giammai.

*

Noi non sappiamo nulla.—Ferrea porta
si chiude, nel presente e nel futuro,
su quel che resta de la nostra Morta.
 
Noi null'altro che ciechi atomi siamo,
e su la Cara che ci lasciò soli
oh, nulla, fuor che pianger, non sappiamo.
 
Luceva in Essa quell'ardor di bene
che sommove le pietre e tutti i cuori
trascina e spezza tutte le catene:
 
e mentre Ella, di fiori una regale
copia spargendo con le bianche mani,
assurgeva al suo culmine mortale,
 
mentre un suo riso semplice e gagliardo
a noi volgeva, a un tratto sparve.—Sola
tu sai, tu, sfinge da l'intento sguardo,
 
del suo sepolcro l'intima parola.

*

È parola di speme e di quiete
che a te sommessa come un bacio giunge
da queste ov'Ella dorme ombre secrete?...
 
O pure è pianto, è gemito d'angoscia,
urlo e singhiozzo per cui trema il marmo
come a tumultuosa acqua che scroscia?...
 
O è sogno d'altri mondi e d'altri cieli,
cantico e riso di novella vita
che commove i tranquilli echi fedeli?...
 
.... Noi non sappiam che piangere, vaganti
come bimbi smarriti ne la notte,
mentre il tempo ne spinge avanti, avanti,
 
ove Ella aspetta.—E tu, sfinge, che il puro
viso tendi ascoltando e preghi e tremi,
tacerai nel presente e nel futuro,
 
sino al cieco affondar de gli anni estremi.

[pg!233]

PASQUA DI RISURREZIONE

Io canto la canzon di Primavera
andando come libera gitana
in patria terra ed in terra lontana,
con ciuffi d'erba ne la treccia nera.
 
E con un ramo di mandorlo in fiore
a le finestre batto, e dico: Aprite:
Cristo è risorto e germinan le vite
nove e ritorna con l'April l'amore!...
 
Amatevi fra voi, pei dolci e belli
sogni ch'oggi fioriscon su la terra,
uomini de la penna e de la guerra,
uomini de le vanghe e de i martelli.
 
Schiudete i cuori: in essi irrompa intera
di questo dì l'eterna giovinezza.
Io passo e canto che vita è bellezza,
passa e canta con me la Primavera.

[pg!237]

IN MEMORIA

Alla mia seconda bambina
vissuta un mese.
Non odi?... il frondoso giardino
è tutto un cantare di passeri,
è tutto un susurro di foglie
nel fresco mattino.
 
Mio piccolo fiore selvaggio,
perchè rifiutasti di vivere?...
È ver, tristi giorni ha novembre;
ma poi torna maggio.
 
Velata di candidi veli
saresti or fra queste mie braccia;
avresti ne gli occhi vaghissimi
l'azzurro de i cieli;
 
ed io ti direi le gioiose
parole che tutte bisbigliano
le madri ai bambini, cogliendoti
a fasci le rose.
 
Ma tu non volesti. Il vagito
tuo primo, o mia bimba, fu l'ultimo:
suggella i tuoi labbri il silenzio:
eterno, infinito.
 
Schiudesti sul mondo l'ignara
pupilla, o mia bimba, un sol attimo:
che vide?...—Suggella il silenzio
la culla e la bara.
 
E pure al mio sogno che sparve
io grido: perchè?... Fra le braccia
materne, perchè, bimba, inutile
la vita ti parve?...

[pg!241]

PICCOLA TOMBA

O piccola tomba lontana,
è il giorno de i Morti.—Chi sa
se l'erta stradetta montana
qualcuno per te salirà!...
 
M'han detto che cadde la neve
su i colli di Santa Maria:
io penso la grigia, la breve
 
colonna troncata, fra un chiuso
di fronde rossiccie, di rami
bagnati, in un velo diffuso
 
di nebbia.—La candida Morta
io penso, che quasi non visse.
S'aprì, si rinchiuse la porta
 
di Vita, in un'ora, per lei.
E fuor che quegli occhi, sì grandi,
sì limpidi e simili ai miei,
 
io d'essa non vedo.—Nel cuore
non so ricomporre quel viso,
quell'esile grazia di fiore....
 
.... Morivo, lo so.—Sui cuscini
rizzata la testa convulsa,
io vidi quegli occhi divini.
 
Tentaron le labbra una pia
parola di benedizione.
Poi vinse, su me, l'agonia.—
 
O tu che portavi ne i tristi
tuoi occhi il perchè del mio male,
o tu, che di quello moristi;
 
da lunge mi guardi, mi guardi,
con muta struggente pietà.—
Comprendi?... mi aspetti?... È già tardi,
fra poco la mamma verrà.

[pg!243]

PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI

Se de la patria il giovanile e fresco
disìo sale al mio cor come un incenso,
tutta bianca nel sole io ti ripenso,
piazza di San Francesco.
 
Cresce fra le tue pietre, o solitaria,
tranquilla l'erba come in cimitero.
—Sole e silenzio.—Un passo—un tremar nero
d'ali, fendenti l'aria.
 
Ed eran quel silenzio e quella pace
che in te bevevo a sorsi larghi e puri;
e il bacio amavo su' tuoi vecchi muri
de l'edera tenace.
 
L'antico tempio, presso l'ospedale,
svolgea sue linee semplici e divine.
Per due bifori in alto, snelle e fine,
rideva il ciel d'opale.
 
L'antico tempio avea canti e colori
d'una soavità che ancor mi trema
dentro.—O speranze, o poesia suprema
de gli anni miei migliori!...
 
Gravi note de l'organo, salenti
a gli archi de le vôlte longobarde,
su l'alte mura tremolar di tarde
stelle e fluir di venti!...
 
Come un suggello mistico al pensiero
da voi mi venne—e forse ho sempre amate
per voi le grigie case abbandonate
ove dorme il mistero,
 
i muschi densi a piè de l'erme, i queti
cortili pieni di sole e di verde,
i portici de i chiostri ove si perde
l'anima de i poeti;
 
i tristi luoghi ruinanti in pace
ove sol parla il soffio de le cose,
de i sogni morti e de le morte rose,
e tutto il resto tace.

[pg!247]

IL SOGNO DI DRAGA

Sorrise con labbra procaci,
con piccoli denti felini
la donna al suo sogno, ne l'ombra.
Sì grande era il sogno
che vincer le parve follìa;
ma grande era pur la malìa
de gli occhi d'amore,
di sotto a le pàlpebre chini;
ma il fiero destino era scritto
nel suo nome, nel suo nome,
lucente, terribile e dritto
qual filo di spada.
Creata ad ambigue vittorie
ella era; in quel corpo era chiusa
la forza di tutte le glorie
del senso.—Ella sorse.—L'effusa
sua chioma pareva una veste
regale.—Ella andò.—Le tempeste
a lei saettavano i fianchi,
gonfiandole il labbro di sfide,
gonfiandole il cuore d'orgoglio.
Salì fino a te,
salì dal tuo letto al tuo soglio,
o giovine re!...

*

Co' suoi tenebrosi capelli
la pallida Maga t'avvinse.
Tu, contro la storia e la plebe,
tu, contro i destini
di patria, fanciullo selvaggio,
bevesti a quel bacio, a quel raggio
la fede, la vita.
Ed ella il tuo cuore si strinse
nel piccolo pugno di fata,
invincibile, invincibile,
allor che, al tuo piede prostrata,
susurrava: T'amo.—
Mentiva. Mentiva, pel trono
gonfiando il suo grembo infecondo,
indegna di tregua e perdono,
profanante a gli occhi del mondo
per sete di regno un altare.
Sfidò, come scoglio nel mare,
il nembo fischiante.—Fu sola
in faccia a l'Europa.—Con denti
difese e con unghie di belva
il suo sogno, o re.
E cadde qual tigre a la selva,
ma cadde con te!...

*

Regina di Serbia, stanotte
scordasti, per l'ore solenni,
la veste di rosso broccato?...
Purpurea qual sangue
di vinti è la tunica slava
che avvolger ti dee, prima schiava
d'un torbido regno,
di patria ne l'ore solenni.
Ma gli ebbri soldati, o superba,
ti preparano, ti preparano,
col piombo, la tunica Serba.
Per vènti ferite
cadendo, due volte sovrana,
scontando con l'empio martirio
la gloria terribile e vana,
il vano infecondo delirio,
scagliando ancor l'ultimo insulto
sul viso a la Serbia in tumulto,
tu insanguinerai terra e mare
col tuo sangue di leonessa.
Il manto regal di Teodora
volesti per te.
Or cadi, com'essa, ne l'ora
fatale de i re!...

*

Nel campo ove immemore l'erba
verdeggia su l'umili fosse,
o Draga, il tuo sogno è sepolto
con te.—Tu passasti
sul capo di cento ribelli,
sul filo di cento coltelli,
fra il plumbeo silenzio
che cova fragor di sommosse,
armata di scudo e d'elmetto
pel tuo sogno, pel tuo sogno,
che or serri, in eterno, sul petto.
Tessuto di perle
e d'oro, gemmato di ardenti
rubini, grondante di sangue,
ti avvolge le membra possenti
fra spire fantastiche d'angue.
In vita toccasti il tuo segno:
nel mondo godesti il tuo regno:
se rosso martirio ti lava,
se crisma di morte t'assolve,
riposa—o pirata del soglio.—
Riposi con te,
sgabello al tuo misero orgoglio,
il fosco tuo re!...

[pg!255]

NATALIA

E tu, che di beltà quasi divina
fosti, ed or soffri nel lontano esiglio,
e pregare non puoi, se pur regina,
su la terra ove ucciso hanno il tuo figlio!...
 
Stai, come Niobe, curva sotto il fato,
senza lamenti.—E pur sento cadere
lacrime e grida sul tuo cor malato,
—gocciole di veleno in un bicchiere:—
 
sento, o vagante e tragica Sorella,
—e la pietà per te mi fa più buona—
l'inconfessato intimo strazio della
maternità che porta una corona.

[pg!259]

IL MINUTO

Minuto che passi fuggendo, veloce pulsante
fra il cielo e la terra fiorita,
minuto che passi, fermare nel ritmo sonante
io voglio la breve tua vita.
 
Io fragile donna con gesto d'amor ti conquido,
ti strappo a la notte d'oblìo:
rapito a la corsa del tempo, nel bronzo t'incido:
sei bello, sei vinto, sei mio.
 
E sento vibrar nel tuo cerchio le immense energie
de l'aria, de l'acque, de l'uomo;
il vento ne i boschi, su l'alpi, fra vele e sartìe
di alati navigli sul dòmo
 
abisso de i mari; fragor di veicoli urtanti
gli asfalti di libere strade,
respiro di folla, respiro di fronde, vaganti
canzoni per campi di biade;
 
stridore di seghe e di leve, di cinghie e catene,
vicenda di remi su l'onda,
di mine fra i monti, d'aratri spaccanti le vene
al sen de la Madre feconda.
 
Mi giungon risate e singhiozzi, susurri di baci,
preghiere di voci commosse;
baleni di falci che taglian le messi feraci,
di vanghe che scavan le fosse;
 
conflitti di forze lottanti ne l'aspra conquista
de l'uom su i selvaggi elementi;
bisbigli sommessi de l'erba che cresce non vista
ne gli orti de i vecchi conventi.
 
Rapisco a la donna che siede con gli occhi su l'ago
il sogno che ride al suo cuore;
il primo suo gemito al bimbo che nasce, presago
di pianto, fra il sangue e il dolore;
 
l'alato onniforme pensiero a la folla dispersa
su mari su terre fraterne;
ti chiudo in me sola, minuto di vita universa,
lanciato a le tènebre eterne:
 
io centro del cosmo, regina de gli atomi erranti,
respiro, adorando, i fulgori
di tutti i tuoi raggi, la gioia di tutti i tuoi canti,
l'aroma di tutti i tuoi fiori.

[pg!263]

MADRE TERRA

La Terra Madre chiama.
Ne la luce del sol stesa e sommersa,
de i tristi figli la tribù dispersa
tenacemente chiama.
 
La Terra Madre piange.
Ne le pallide notti senza luna
sotto le stelle abbandonata e bruna,
perdutamente piange.
 
E grida: Ove fuggiste,
o figli, o figli del mio grembo nero,
ch'io pel mio bacio crebbi, unico vero,
e per le bionde ariste?...
 
Quale malvagio istinto
vi trascinò ne le città tremende
ove a l'intrigo verità s'arrende,
ove il respiro è vinto
 
da torpidi miasmi,
per meandri tortuosi ed atri,
—.... o nati per le falci e per gli aratri!...—
vanno i vostri fantasmi?...
 
Arde come in un rogo
la gran città di febbre e di peccato.
Tra quelle fiamme un sogno insazïato
vi preme, arido giogo.
 
In brume ampie s'avvolge
la città di menzogna e di tumulto.
Di passïone un trepido sussulto
per essa vi travolge:
 
averla al piè, domata
come una schiava avvinta per le chiome,
e ch'ella gridi il vostro, il vostro nome,
con voce innamorata....
 
Ma la leggiadra belva
vi dissangua con bocca di vampiro.
Tornate, o figli, al libero respiro
del vento ne la selva;
 
ai fiumi vinti a nuoto,
ai voli in groppa di puledri indòmi.
Io so l'ombre de i lauri e so gli aromi
del desiderio ignoto.
 
Io vi darò le pure
notti, quando tra il fien cantano i grilli,
e par che il cielo tremulo sfavilli
amor su le pianure;
 
e il fiorir bianco e lento
de l'albe a maggio, allor che il giorno pare
un campo di conquista ove balzare
cogli orifiammi al vento.
 
.... Gonfie di vizio e d'oro
cadranno a fascio, in un boato immane
di ruina ciclòpica, le insane
città, vinte dal loro
 
orgoglio.—Io sola e grande
resterò.—Verran vergini e poeti
ai miei solchi, ai miei tralci, ai miei roseti,
a le mie vaste lande.
 
Chini sovra il mio cuore
dal ritmo innumerevole, sapranno
la verità che Iddio, sul basso inganno
de gli uomini e l'errore,
 
pose.—E dal mio possente
seno gonfio di germi e di dolore
zampillerà per quelle bocche in fiore
la magica sorgente
 
di Vita: polla d'acque
fresche come nel biblico mattino,
quando, vergin di forze, ad un divino
cenno, la Vita nacque.

[pg!269]

SACRA INFANZIA

A Ersilia Majno
Sacra infanzia del povero, io ti vidi
soffrire e mendicar per tutti i lidi.
 
Vidi fragili carni avvelenate
da tabe; esili membra già piagate
 
da i colpi; labbra fatte pel sereno
riso, schiudersi al ghigno, al detto osceno;
 
grandi occhi d'innocenza aperti in fondo
a turpi abissi; anime dal profondo
 
palpito, ansanti verso la bellezza
del mondo, anime piene di dolcezza
 
e d'impeto, stroncarsi al giogo, intrise
di melma e d'odio, mutilate, uccise.
 
Sacra infanzia del povero, io lo sento
entrar ne le mie fibre il tuo lamento.
 
Viene da i bassi vicoli ove i muri
sanno l'istoria di delitti impuri;
 
da i rossi forni de le vetrerie,
da i fondaci, da i porti, da le vie
 
d'esilio, da le torride solfare,
da le soffitte strette come bare,
 
da tutti i luoghi ove son vite ardenti
di bimbi oppressi, torturati a lenti
 
spasimi, deturpati in mille forme
di servaggio e d'infamia, a torme a torme.
 
 
Noi, liete madri di superba prole
che va coi piè ne i fiori e il viso al sole,
 
non lo vogliamo, su le creature
nostre, il rimorso de le tue torture;
 
non le vogliam, le viscere de' tuoi
martiri, per nutrire i nostri eroi.
 
Coi rosei figli su le forti braccia
di te veniam, fra sterpi e fango, in traccia;
 
su te gettando, con l'amor che ignori,
gioia di baci e nuvole di fiori;
 
te guidando con gesto ardente e pio
ove ogni vita tocca il suo disìo.
 
 
Oh, madri anche per te!... Le consacrate
viscere che a crear furon create,
 
tanta han potenza in lor gioir fecondo
da contener tutto l'amor del mondo.
 
Vieni coi nostri figli, benedetta
com'essi, al sole, a l'avvenir che aspetta.
 
Vieni al robusto anelito, a la febbre
de la conquista e de la gloria, a l'ebbre
 
ore di gaudio che la vita dona
quando al suo bacio il forte s'abbandona:
 
godi il tuo maggio e cogli il frutto e il fiore,
fra cielo e terra respirando amore.

[pg!275]

IL SALUTO FRATERNO

Salve, fratello.—
Tu non mi conosci,
non so il tuo nome: non ti vidi mai
prima d'ora.—Qui, dove t'incontrai,
mugghia il fragor de' carri e batte il polso
vibrante de la strada affaccendata.
Ognuno accorre con lena affannata
verso il suo sogno o il suo dolore. Ognuno
s'urta, senza guardarsi.—Ed io ti miro,
lieve passando—oh, il tempo d'un respiro,
oh, il tempo d'un addio breve, d'ignota
a ignoto, in mezzo a la ruggente via:
—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—
 
Non m'importa saper donde tu venga
nè chi tu sia, nè che farai domani.
Non m'importa saper se le tue mani
sien pure.—O nato, come me, da grembo
dolente; o fatto de la stessa carne,
o preda de le stesse adunche e scarne
unghie de l'Ombra che in silenzio attende
dietro una porta, a l'angolo d'un muro,
per colpir quando il colpo è più sicuro:
tu che piangesti come forse io piansi,
volgiti a questa voce de la via:
—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—
 
Pel dondolìo de la lontana culla
che ti cullò; pei baci di tua madre,
se madre avesti che di sue leggiadre
cantilene protesse il tuo riposo;
per le poche dolcezze e per le molte
lacrime, e le speranze che hai sepolte,
come piccoli morti, in fondo al cuore;
pel senso oscuro de la vita, uguale
in tutti; per la sacra ansia immortale
che sospinge le razze a l'avvenire;
per la tua fede e per la fede mia,
—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—
 
E vada, come a te, questo saluto
a l'ampia folla che le strade ingombra:
a la donna che passa, ombra ne l'ombra,
contro i muri, velata: a chi un amore
insegue, o un odio, o il pane: a l'uom del maglio
e del telajo, fiero del travaglio
compiuto, e gaio d'una sua canzone:
al poeta, al fanciullo, al morituro
che sogna, e crede eterno il suo futuro,
e domani, con me, con te, dissolto
andrà pel cosmo in onde d'armonia:
—Dio ti salvi, ora e sempre—e così sia.—

Fine

Nota dei trascrittori

I seguenti refusi sono stati corretti (tra parentesi il testo originale):

[pg 157]_ Prega—ma non ricorda, e non desìa [desia]
[pg 165]_ vïolentare [violentare] le tue labbra smorte
[pg 195]_ non per noi, non per noi, ma per le sante [sarte]

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MATERNITÀ ***