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Maternità

Chapter 9: MARTHA
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About This Book

This collection of lyric poems examines maternal experience through images of pregnancy, childbirth, lullabies, loss, and the bodily labor of motherhood. Intimate domestic scenes and funerary moments alternate with voices of collective suffering, drawing attention to poverty, illness, and the sacrifices imposed on women. Nature and religious imagery recur as sources of consolation and solemnity, while direct social sympathy and quiet protest underline the poems' moral urgency. The work balances tenderness and indignation, using vivid sensory detail and varied lyrical forms to render both private devotion and public distress.

MATERNITÀ

[pg!2]

MATERNITÀ

Io sento, dal profondo, un'esile voce chiamarmi:
sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?
 
O vita, o vita nova!... le viscere mie palpitanti
trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti.
 
Tu sei l'Ignoto.—Forse pel tuo disperato dolore
ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core;
 
pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza,
io rido, ebra di vita, a un sogno di forza e bellezza:
 
t'amo e t'invoco, o figlio, in nome del bene e del male,
poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale.
 
E penso a quante donne, ne l'ora che trepida avanza,
sale dal grembo al core la stessa devota speranza!...
 
Han tutte ne lo sguardo la gioia e il tremor del mistero
ch'apre il lor seno a un essere novello di carne e pensiero;
 
urne d'amore, in alto su l'uomo e la fredda scïenza,
come su altar, le pone del germe l'inconscia potenza.
 
È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l'amore:
sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore.
 

*

Oh, per le bianche mani cucenti le fascie ed i veli
mentre ne gli occhi splende un calmo riflesso de i cieli:
 
pei palpiti che scuoton da l'imo le viscere oscure
ove, anelando al sole, respiran le vite future:
 
per l'ultimo martirio, per l'urlo de l'ultimo istante,
quando il materno corpo si sfascia, di sangue grondante
 
pel roseo bimbo ignudo, che nasce—miserrima sorte!...—
su letto di tortura, talvolta su letto di morte:
 
uomini de la terra, che pure affilate coltelli
l'un contro l'altro, udite, udite!... noi siamo fratelli.
 
In verità vi dico, poichè voi l'avete scordato:
noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato.
 
In verità vi dico, le supplici braccia tendendo:
non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.
 
Gettate in pace il seme ne i solchi del campo comune
mentre le forti mogli sorridon, cantando, a le cune:
 
nel sole e ne la gioia mietete la spica matura,
grazie rendendo in pace a l'inclita Madre, Natura.

[pg!5]

GÈRMINA

Calma e silenzio, in torno.
Dietro le mie cortine
muore tra nebbie fine
il giorno.
 
Ne la penombra, i volti
noti, da le cornici,
mi affisano.—Che dici,
che ascolti,
 
che abissi d'acqua fonda
schiudi al mio nero sguardo,
o amor di Leonardo,
Gioconda?...
 
.... Ne la penombra io sono
sola.—Non veramente.—
L'anima veglia e sente
un suono
 
lievissimo, un tremare
d'ali, un sommesso pianto,
come in conchiglia il canto
del mare.
 
L'anima veglia e prega:
e su la vita informe
che nel mio grembo dorme
si piega.
 
Io sembro inerte. E pure
son come zolla al sole.
S'aprono in me viole
oscure
 
di sogni, ardenti flore
d'un incantato maggio.
Porto io forse un messaggio
d'amore?...
 
Di pace un senso pio
per ogni vena io sento.
Sono io forse strumento
di Dio?...
 
La Sfinge dolorosa
sul tuo mortal destino
come suggel divino
si posa;
 
ma tu, che da me bevi
la forza essenzïale,
ed il bene ed il male
ricevi,
 
rompi, potente seme,
la zolla inturgidita.
Benedirem la vita
insieme.

[pg!11]

L'ÈSTASI

Cuce, in silenzio, sotto la lampada,
una cuffietta rosa.
Mai non si vide più leggiadra cosa.
 
Trasale, a un tratto, ne l'ampia tunica,
con un sorriso strano.
La cuffietta le scivola di mano.
 
Così, velato lo sguardo, pallida
come una morta, ascolta.
A qual raggio l'intenta anima è vôlta?...
 
Mai questo acuto spasimo d'èstasi
le scolorò la faccia
quando la cinser l'adorate braccia;
 
mai fu sì bella, fra riso e lacrime,
quando, folle d'amore,
il suo prescelto le posò sul core.
 
Così la bruna figlia di Nàzareth
udì la sacra voce,
congiungendo le mani ùmili in croce:
 
piccola voce nova e terribile
che dice a l'infinita
tenerezza materna: Eccomi, o vita!...

[pg!15]

LE DOLOROSE

Ed a me giunse un ulular di pianti
come suono di molte acque scroscianti.
 
E mi parea venisse di lontano,
col bianco spumeggiar de l'Oceàno:
 
e mi parea sorgesse di sotterra,
dal cuore immenso de la Madre Terra:
 
e mi pareva empisse il mondo e l'aria
in torno a la mia stanza solitaria:
 
entrò con la fremente ombra e col vento,
mi travolse fra il buio e lo sgomento:
 
e la voce che udìi fra la tempesta
qui, eterna, ne la scossa anima resta.
 
«Noi concepimmo senza gioia il figlio
che splende ai sogni come splende un giglio.
 
Noi portammo nel sen la creatura
con fatica, con fame e con paura.
 
Ne le soffitte dove manca l'aria,
ne le risaie infette di malaria,
 
ne' campi dove passa, orrida Iddia,
la pellagra con occhi di pazzia,
 
ne' luoghi di miseria e di servaggio,
chiedemmo a Dio Signor forza e coraggio;
 
pregando, allor che la virtù svaniva:
—Prenditi il figlio, o Dio, prima ch'ei viva—.

*

«Noi procreammo in viscere malate
le tristi creature a pianger nate.
 
Il guasto sangue de le nostre vene
ebbero, e il peso di nostre catene;
 
ben vorremmo, nel giorno, esser con loro
ma il giorno è breve ed è lungo il lavoro:
 
ci afferran del bisogno i rudi artigli,
mentre la strada ne corrompe i figli.
 
Madri noi siamo per l'angoscia e il pianto,
non per cantar su rosee culle un canto:
 
cantalo tu—che il mondo abbia pietà—
questo supplizio di maternità!...

*

«Tu che scrivi col sangue de i fratelli
caduti e coi singulti de i ribelli;
 
tu che lottasti con nemica sorte,
canta il dolor più forte de la morte.
 
Ricòrdati, ricòrdati: così
pianse tua madre ne i lontani dì.
 
Ricòrdati, ricòrdati: e il tuo grido
sia come uccello di selvaggio nido;
 
come popol che irrompe a la battaglia,
come fiamma che incendia la boscaglia:
 
dica a la terra: Salvezza non v'ha
se umiliata è la maternità!...»

*

Tacquer—ma come, in notte senza lume
di stelle, mugge un procelloso fiume,
 
durò ne l'aria in fremebondi giri
l'eco dei pianti e dei lunghi sospiri.
 
Oh, fin ch'io soffra in questa esil parvenza
ove s'infiamma la mia pura essenza,
 
sempre, nel ritmo de la vita oscuro,
dovunque, nel presente e nel futuro,
 
udrò quel lagno senza fine e quelle
vane preghiere d'anime sorelle:
 
sempre nel cuore avrò, come un rimorso,
quel torvo e disperato urlo: Soccorso!...—

[pg!25]

INSIEME

Sul letto sta, rigida e scialba,
la Morta, che sembra dormire.
Ai vetri è il sospiro de l'alba.
 
La Morta è vestita di bianco
come una fanciulla, con fiori
di neve sul petto, sul fianco;
 
e pare una vergine, un giglio;
ma incrocia le mani, in eterno,
sul grembo ove dorme suo figlio.
 
Il grembo che il germe raccolse
e il germe anelante a la vita
la stessa tempesta travolse;
 
al vento che romba e che geme
piegarono il boccio ed il fiore
insieme; si spensero, insieme,
 
il grande ed il piccolo cuore.

*

La Morta sorride.—Una pace
di sogno e di cielo s'imprime
sul volto, sul labbro che tace.
 
Le mani incrociate con pio
lor gesto, sul grembo che è tomba
al figlio, par dicano: È mio.—
 
—Io n'ebbi la prima parola
che sola compresi: nessuno
lo sa, ciò ch'ei disse a me sola.
 
Se visse de l'anima mia,
morì de la stessa mia morte:
laggiù ci farem compagnia.
 
Chi sa?... forse avrebbe smarrita,
lontano da me, la sua strada.
Che è mai, senza madre, la vita?...
 
Chi sa?... forse un solo ed un vinto
nel mondo che è senza pietà....
.... Oh, meglio, o mio sangue, a me avvinto
 
sparire, ne l'eternità.—

[pg!29]

MARA

La donna fila, presso il focolare.
Fra la cenere è ancor qualche favilla.
La lampadetta d'olio a tratti brilla
sul dolce viso che d'avorio pare.
 
Non vecchia ancora—ma son tutte bianche
le rade chiome, e l'orbite infossate
non contan più le lacrime versate.
La donna fila, con le mani stanche.
 
Suo figlio ha ucciso un re.—Più mai, nel mondo
ella potrà vedere il suo figliuolo.
Solo è, per sempre e senza fine solo,
vivo e pur morto, d'un abisso in fondo
 
pieno di sangue—e il nero sangue a fiotti
corre, sprizza, zampilla insino al cuore
materno.—O sempre rinnovato orrore
de i lunghi giorni, de le lunghe notti!...
 
Ella non pensò mai che fosse ingiusto
per l'altrui pane coltivar la spica,
con tristezza, con fame e con fatica
guadagnando la vita a frusto a frusto:
 
arò la terra e dondolò la culla,
senza riposo e senza gioia.—Al fianco
le crescea quel figliuolo esile e bianco,
esile e bianco come una fanciulla;
 
e le chiedea talor, con veemente
desìo ne gli occhi, una storia di re.
«Non so narrarti una storia di re:
che ne sa del suo re, l'umile gente?...
 
Egli è solo e lontano, come Iddio:
fra la sua torre e il nostro casolare
ci sta tutta la terra e tutto il mare:
egli è in alto ed è solo, o figlio mio.»
 
.... Ed il figlio partì.—Ne le rombanti
fabbriche il torvo ansare udì dei mostri
d'acciaio a mille artigli, a mille rostri,
de le donne sposarsi ai tristi canti;
 
il tremendo silenzio udì talvolta
de gli scioperi: star, muti ed inerti,
i mostri vide, ma con gli occhi aperti
per afferrar le prede un'altra volta.
 
.... E passò.—Qualcheduno egli cercava
al di là de la folla e de la strada,
col grigio sguardo acuto come spada
pieno di lampi tra la chioma flava.
 
E passò tra il fetor de le taverne,
tra l'immensa putredine ove langue
l'ignota gente che di pianto e sangue
bagna il calvario de l'angosce eterne;
 
tra l'orror de le carceri e l'orrore
de gli ospedali e il fango del selciato
passò, co' suoi felini occhi in agguato,
una fiaccola d'odio accesa in cuore;
 
e un giorno—un giorno, finalmente, a Quello
ch'egli cercava da l'età lontana
giunse, fendendo una muraglia umana,
e gli cacciò nel petto il suo coltello.

*

Tu fili, o Madre, presso il focolare
insanguinato.—Le tue labbra smorte
che bevvero a la coppa de la morte,
non osan più, non sanno più pregare.
 
Entro il tugurio tuo nulla è mutato.
V'è l'uguale miseria e v'è l'uguale
nuda tristezza, e un tanfo glacïale
qual di covo selvaggio abbandonato.
 
Tu fili, o Madre, o Martire, il lenzuolo
ove sarai, per la tua pace, avvolta.
E implori presso il figlio esser sepolta,
perch'ei non sia, pur ne la morte, solo.
 
L'ami, il tuo figlio che ne l'odio scritto
portò il suo fato.—Forse, incoscïente,
un germe de la tua psiche dormente
passò in lui, fecondando il suo delitto.
 
L'ami, ferita in lui, per lui dannata
de la vergogna a l'implacabil giogo,
de l'insonne rimorso al laccio al rogo,
complice ignara, santa e disperata.
 
E ancor nel sogno l'accarezzi, come
ne gli spenti crepuscoli di pace,
quand'ei, lupatto indomito rapace,
scarno fra l'ombra de le flave chiome,
 
ti chiedeva, col grigio occhio felino
pieno di lampi, una storia di re.
Tu tremavi—e gravar su lui, su te
sentivi, enorme e fredda ombra, il Destino.

[pg!35]

MARTHA

Sopportò gli urti de l'acerba doglia
ritta, bianca, silente, al suo telajo.
Quando ogni opra cessò, sotto il rovajo
corse a la casa, e cadde su la soglia.
 
E gemè senza freno—e allor che sôrto
fu il pallido mattin, la sventurata
con un urlo di bestia lacerata
mise a la luce un angioletto morto.
 
Il piccolo cadavere fu tolto
da gli occhi de la madre—e tutto tacque.
Tre dì sovra i guanciali ella si giacque,
fatta di pietra ne l'immobil volto;
 
ma il quarto giorno—e gelido il rovajo
soffiava ancora—volle alzarsi, esangue
come avesse perduto tutto il sangue....
.... Così disfatta, ritornò al telajo.

[pg!39]

ELIANA

Un'ombra è ne' suoi strani
occhi. Il suo petto è scosso
da un brivido. Sul rosso
velluto le sue mani
 
s'abbandonano, come
morte. E di morta è il volto,
fra l'ondeggiar disciolto
de le scomposte chiome.
 
Premerà dunque il greve
travaglio, il peso enorme,
le sue scultorie forme,
la sua beltà di neve?...
 
Spasimerà la pura
marmorea carne anch'essa,
dilanïata, oppressa
da l'immortal tortura?...
 
No.—La superba vuole
de i balli fra le chiare
pompe gioir, regnare,
come rosa nel sole!...
 
E le purpuree tende
quasi regali, e i densi
tappeti, e i vasi immensi
ove l'oro s'accende,
 
son complici a l'abisso
perfido che la tenta.
Oh, come ella diventa
livida!... oh, come fisso
 
si fa il suo sguardo!... come
arde!... ma condannato
ha il figlio.—È decretato
l'atto che non ha nome.

*

.... Morrai fra poco, umano
germe che il mondo ignora,
e che, nel sonno, l'ora
vital sognasti in vano:
 
morrai fra poco, o cuore
soffocato ne i brevi
tuoi battiti da lievi
mani, senza rumore:
 
pura alba, che diritto
avevi a la tua sera!...
Non teme la galera
chi osò questo delitto.
 
Ne i balli andrà, qual giglio
immacolato il viso,
la Pallida, che ha ucciso
se stessa nel suo figlio:
 
andrà, come se fosse
viva.—Ma un sordo male
misterïoso, da le
viscere che le rosse
 
sue mani han profanate
succhierà il sangue, lene
lene, fin che le vene
avrà tutte vuotate;
 
e una manina informe
l'attirerà fra l'onda
del gorgo senza sponda
ove il rimorso dorme.

[pg!45]

«VENGO, NINÌ»

«Vengo, Ninì.—So bene
che mi aspetti da tanto
tempo, e ti struggi in pianto
quando la notte viene.
 
So che non hai riposo
che col tuo capo sulla
mia mano.—A la tua culla
di fango il furïoso
 
uragano s'abbatte.
T'infràdicia la piova
la camicina nova
ch'io t'ho cucita. E batte
 
e batte la manina
su l'assi de la bara:
—Mamma, la terra è amara
se non mi sei vicina!...—
 
.... Lascia ch'io metta i fiori
ne i vasi, e accenda il foco
pel babbo, che fra poco
ritornerà da fuori.
 
Ch'ei trovi ogni sua cosa
linda, anche in questo giorno;
e i crisantemi in torno
al tuo ritratto rosa....
 
.... Povero babbo!... solo
sarà, per sempre.—Vengo,
Ninì.—Se mi trattengo
un poco, o mio figliuolo,
 
se m'indugio così,
è perchè penso, sai,
al babbo, che più mai,
più mai....—Vengo, Ninì.—»

[pg!49]

È PARTITA

Stesa fra il letto e il muro
ei la trovò stanotte.
Sul cuore un grumo oscuro
 
di sangue; fra le dita
la rivoltella; calmo
il volto, come in vita;
 
bella qual'era ai lieti
anni di giovinezza,
quando mirti e roseti
 
non eran freschi come
il fior de la sua bocca,
il fior de le sue chiome.
 
Nulla lasciò: nè pure
un foglio che dicesse
perdonami. —Nè pure
 
una riga d'addio.
Ne la sinistra ancora
stringe,—davanti a Dio
 
che il suo Ninì le prese,—
un ricciolo del bimbo
seppellito da un mese.

[pg!53]

L'ABBANDONATO

Un'ombra di donna comparve ne l'ombra notturna,
strisciante, radente, fuggente pel vicolo tetro.
Depose un fardello, disparve—così, taciturna,
così, senza volgersi indietro.
 
È vivo il fardello.—Ne parte un sottile vagito,
lamento d'implume perduto che chiama il suo nido.
Le mura, le porte, le pietre di cupo granito
ascoltan quel tremulo grido.
 
La bassa finestra ne parla al rossiccio fanale
che s'apre qual fumida piaga nel cuor de la via.
Il vento che passa ne parla a la stella immortale,
al cielo che in alto s'oblìa.
 
Il trivio, con sordo ribrezzo, bisbiglia a la fogna:
—C'è un bimbo là in fondo, c'è un bimbo che muor sul selciato:
Colei che nel mondo lo mise, per fame o vergogna
al fango così l'ha gettato....
 
.... Perchè?... che ferocia di leggi su gli uomini grava
se fame o vergogna può vincer l'istinto materno?...
che benda t'accieca?... che lacci, o degli uomini schiavi
t'attorcono il cuore in eterno?...»
 
Il fioco vagito che chiama la madre e la culla
diventa singhiozzo, poi rantolo.—Il vicolo guarda
con occhi sbarrati, morire quel bimbo, quel nulla,
in grembo a la notte codarda....
 
La notte trapassa, fremente di pianti non pianti,
d'angosce non dette, di sdegno terribile e muto.
Vorrebbe, non può—vano strazio di tenebre oranti!...
salvar quell'umano rifiuto.
 
Si spengono gli astri nel brivido primo de l'alba
che sparge di cenere il cielo, che schiude le porte,
che chiama le donne a le soglie, fantastica, scialba,
dicendo: È passata la Morte....
 
Là giù, come un piccolo cencio che il lastrico ingombra
appare, nel giorno, l'Ignoto.—Egli è nudo ed è solo.—
Nè madre, nè casa, nè croce.—Più lieve di un'ombra....—
.... Raccoglilo tu, cenciaiuolo.

[pg!57]

ZINGARESCA

Fra i pioppi, mentre sorge alta la luna,
al tardo passo de i cavalli stanchi,
l'errante casa va de i saltimbanchi,
inseguendo l'ignoto e la fortuna.
 
V'è un lumicino ad una finestrella,
e guizza e trema ne l'incerto andare;
presso il lume, il suo pargolo a cullare,
canta una donna con fioca favella;
 
limpida e triste, di dolcezza piena,
di lacrime e d'amor,
ai pioppi de la via la cantilena
tesse i suoi fili d'ôr.
 
«Dormi a l'ombra de' miei lunghi capelli,
de' miei lunghi capelli zingareschi,
piccolo bimbo tutto mio, da i freschi
labbri e da gli occhi regalmente belli:
 
quando tramonterà la luna chiara
sul fiume, al primo impallidir de l'alba,
sostando fra le siepi di vitalba
saluteremo la stella boara;
 
respirerem la brezza vagabonda
che avviva fiore e stel;
liberi come barca sopra l'onda,
allodola pel ciel!...

*

Di questi cenci non aver paura,
non temer quando sibila il rovajo,
o la neve implacabile, a gennajo,
ci blocca su le vie. La vita è dura.
 
Meglio liberi andar con freddo e fame
che infrangerci a le sbarre de la legge.
Questa che tutto afferra e tutto regge
pesando come cupola di rame
 
su i ricchi schiavi ai quali è scudo e cella,
si chiama civiltà.
Piccoli schiavi de la vita bella,
voi ci fate pietà!...

*

Dormi.—T'avvolge la mia chioma nera,
ombra di sogno e sfavillìo di spada.
Dormi, o nato su l'orlo d'una strada,
senza dolore, un giorno di bufera.
 
Io t'ho create vèrtebre di belva,
occhi di falco ed anima di sole.
La magnifica terra a sè ti vuole
co' suoi effluvii di solco e di selva;
 
quel ch'io t'ho dato è sangue rutilante
di razza imperïal
che de la piena libertà vagante
sa il fascino immortal!...»

*

Va e va per la tacita pianura
come un fantasma al raggio de la luna,
inseguendo l'ignoto e la fortuna
il carro zingaresco, a la ventura.
 
Va e va.—Ma gorgheggiano le smorte
labbra di lei che stringe il bimbo al core
la canzone più forte del dolore,
più forte del martirio e de la morte;
 
ebra di spazio e di malinconia,
ai rami, ai nidi, ai fior
l'indomita selvaggia rapsodìa
tesse i suoi fili d'ôr....

[pg!63]

IL CORREDINO

Da l'alba, febbrilmente,
ella cuce, in silenzio.
Sul lavoro le lacrime
come gocce d'assenzio,
cadono a tratti, lente.
 
Un'angoscia infinita
il petto le attanaglia.
E pure ella sa vincersi,
stoica ne la battaglia
del cor contro la vita;
 
e lavora, lavora.
Par che non pensi a nulla
fuor che a quel bianco e morbido
corredino di culla....
Lavora—e passa l'ora.
 
Oh, cessare un istante,
oh, rotolarsi a terra,
gridando a Dio lo strazio
cieco che il cor le serra,
povero cor tremante!...
 
No.—Dev'esser finito
il corredino, a sera.
Reclina ella su l'agile
mano color di cera
il visino patito;
 
e ammassa febbrilmente
punti e punti, in silenzio.
Sul lavoro le lacrime,
come gocce d'assenzio,
cadono a tratti, lente.

[pg!67]

«MATER INVIOLATA»

Un bambino agonizza a l'ospedale:
suor Benedetta veglia al suo guanciale.
 
Le manine contratte sul lenzuolo
annaspano, e la bocca un nome, un solo
 
nome sospira: O mamma!...—ne l'affanno
del rantolo. I velati occhi si fanno
 
di vetro. Egli non vede più.—Ma ancora,
perdutamente,—O mamma, o mamma!...—implora.
 
La suora a confortar quell'agonia
dice, mentendo con la voce pia:
 
—Ecco la mamma: ecco, è venuta: taci:
senti le mie carezze ed i miei baci?...
 
Starò con te, fin che sarai guarito:
taci.—Verrà l'april gaio e fiorito,
 
e il tuo visetto tornerà di fiamma:
càlmati, dormi presso la tua mamma....»
 
.... S'acqueta il bimbo. Il moribondo viso
si ricompon ne l'ultimo sorriso;
 
fra l'invocate ali materne giace;
spira la consolata anima, in pace.
 
.... Ma quando l'alba torna a la crociera,
trova la suora immobile, dov'era.
 
Sta presso il morticin curva a ginocchi,
e una luce novella è ne' suoi occhi:
 
uno spasimo strano, una diffusa
onda di amore irruppe ne la chiusa
 
sua vita: sopra un mar glauco e sonoro
aprirsi vide ella una porta d'oro;
 
le parve in quelle immense onde sparire,
tremò, comprese, si sentì morire.

[pg!71]

NINNA-NANNA DI NATALE

Ninna-nanna....—gelato è il focolare,
fanciul: non ti svegliare.
Per coprirti dal freddo, o mio bambino,
cucio in un vecchio scialle un vestitino.
 
Ma il lucignolo trema e l'occhio è stanco,
bimbo dal viso bianco.
Chi sa se per domani avrò finito
questo che aspetti povero vestito!...
 
Ninna-nanna —È la notte di Natale....
Libera nos dal male.
Cade la neve senza vento, fitta:
sgocciola un trave qui, ne la soffitta.
 
Io ti narrai la storia di Gesù,
bimbo.—Guardavi tu
lontano coi pensosi occhi che sanno
già tristi cose, e tante ne sapranno;
 
e mi chiedesti: È ver che nacque in una
stalla, ed ebbe per cuna
un po' di paglia, e andò povero e solo
per noi, nel mondo?...—È vero, o mio figliuolo.
 
E redimerci volle, ed un feroce
odio il confisse in croce;
e invan, da venti secoli di guerra,
l'ombra de la sua croce empie la terra;
 
chè sempre il viver nostro si trascina
fra bettola e officina,
fra l'ignoranza e la miseria nera,
fra il vizio, l'ospedale e la galera.
 
.... Pace ed amor non avrem dunque mai?...
O bimbo!... tu non sai.—
La notte è santa.—Mulinando cade
la neve bianca su le bianche strade;
 
e domani, con l'alba, le campane
diran: riposo e pane
a gli uomini di buona volontà!...—
Ma menzogna terribile sarà.
 
Sarà menzogna sino a quando, o figlio,
in ogni aspro giaciglio
simile a questo, in ogni nuda stanza
simile a questa, ove non è speranza,
 
a l'alba di Natale ogni bambino
che soffra il tuo destino
e mangi pan con lacrime commisto,
si sveglierà con l'anima di Cristo:
 
e tutte le soffitte avranno un fiero
fanciul che andrà il pensiero
temprando a gli urti de la vita grama,
sino a foggiarne un'invincibil lama:
 
e un giorno insorgeranno a milïoni
con fulmini e con tuoni
questi profeti: e al loro impeto alato
il vecchio mondo crollerà, stroncato:
 
ed il Vangelo allor sarà sovrana
legge a la vita umana:
e—Pace,—allora, dire si potrà
agli uomini di buona volontà!...
 
Ne le viscere nostre oppresse e macre
di popolane, sacre
a la fatica ed al servaggio muto,
il miracol di Dio sarà compiuto.
 
Ed ora, o figlio, del tuo letto al piede,
con inesausta fede
questa leggenda di Natale io dico:
—Cristo del sangue mio, ti benedico.—

[pg!77]

QUEL GIORNO

Quel dì la terra avrà, sotto i divini
cieli adoranti, un rispuntar gioioso
di fronde, e un mite aulir di biancospini.
 
Ogni soglia quel dì sarà fiorita
d'ulivo, a custodir la dolce casa
ove l'amor benedirà la vita.
 
Ed ogni madre allatterà suo figlio
con letizia e con pace, in lui versando
la potenza del suo sangue vermiglio;
 
o pur, china sul forte giovinetto
da lei cresciuto, d'incorrotti sensi
gli tesserà salda corazza al petto,
 
con le parole che le labbra oranti
ripeteran ne' giorni in cui si muore,
pensando il casto viso e gli occhi santi.
 
Più non dovrà, più non dovrà nessuna
donna, per legge di servil fatica,
lasciar la casa e abbandonar la cuna.
 
Libera Dea di tempio immacolato,
verso la luce condurrà l'Eroe
da la sua carne e dal suo spirto nato.
 
E tutti allor saran fratelli in questa
religïon del doloroso grembo
che li creò pel sole e la tempesta:
 
nel sogno, nel lavoro e ne la messe
fratelli:—in nome di Colei che in tutti
gl'idiomi del mondo e con le stesse
 
infinite carezze in fondo al pio
sguardo e le stesse lacrime nel cuore,
perdonando susurra: O figlio mio!...—

[pg!81]

RITORNO A MOTTA VISCONTI

Ella dintorno si guardò, tremando,
e riconobbe la selvaggia e strana
terra che a fiume si dirompe e frana
entro l'acque, che fuggon mormorando.
Il guado antico riconobbe e il prato
e le foreste, azzurre in lontananza
sotto il pallor de i cieli:
e il passato di lotta e di speranza,
il suo ribelle e splendido passato
ricomparve, senz'ombra e senza veli.
Piegavano gli steli
in torno, ed ella respirava il vento:
vento di libertà, di giovinezza,
soffio di primavere
sepolte, belle come messaggere
di gloria, piene d'ali e di bufere
vïolente e d'immemore dolcezza!...
 
Ora, silenzio.—Un battere di remi,
solitario, nel fiume: un lontanare
di cantilene lungo l'acque chiare,
e nel suo petto il cozzo de' supremi
rimpianti.—Oh, prega, anima che t'infrangi
a l'onda de i ricordi, travolgente
come tempesta a notte:
anima stanca in vene quasi spente,
così giovane ancora, oh, piangi, piangi
con tutte le tue lacrime dirotte
qui dove i sogni a frotte
ti sorrisero un giorno!... Ora è finita.—
.... E strinse fra le mani il capo bruno:
a lei da la profonda
coscïenza, com'onda chiama l'onda
nel plenilunio a fior de l'alta sponda,
salivano i ricordi ad uno ad uno.
 
E rivide la vergine ventenne
con la fronte segnata dal destino
sfiorar diritta il ripido cammino,
baldo aquilotto da le ferme penne.
La nuda stanza fulgida di larve
rivide, e il letto da le insonnie piene
di cantici irrompenti;
ed il sangue gittato da le vene
robuste, il sangue di veder le parve,
ne la febbre de l'arte su gli ardenti
ritmi a fiotti, a torrenti
gittato—E i versi andarono pel mondo,
da la potenza del dolor sospinti;
e parvero campane
a martello; e le case senza pane
e senza fuoco e la miseria inane
dissero, e l'agonie torve de i vinti.
 
Ma la vinta or sei tu, che de la morte
senti, a trent'anni, il brivido ne l'ossa,
e ben altro aspettavi da la rossa
tua giovinezza così salda e forte!...
Tutto dunque fu vano?... e così fugge
oscuramente dal tuo cor la vita,
dal cerebro il fervore
de i ritmi, come sabbia fra le dita?...
Ah, niun guarisce il mal che ti distrugge!...
.... Pur de le sacre tue viscere il fiore,
la bimba del tuo amore
torna da i boschi, carica di rose.
Essa che porta la divina fiamma
del sogno tuo ne gli occhi,
lascia cader le rose a' tuoi ginocchi,
e dice, e par che l'anima trabocchi
ne la sua voce: Perchè piangi, mamma?...—

[pg!87]

LA CULLA

Ora ella veglia, calma nel sorriso,
presso il lettuccio ove la bimba dorme.
Hanno nel sonno le infantili forme
una soavità di paradiso.
S'addormentò la bimba con la mano
ne la sua mano; ed ella più non osa
toglier le sue da quelle
piccole dita, petali di rosa.
S'addormentò la bimba su lo strano
ritmo d'una canzon d'ali e di stelle
e di bionde sorelle,
ch'ella cantava:—ora la sogna, forse.—
E ne la calma quasi augusta, piena
di taciti pensieri,
la smorta donna dai grand'occhi neri
ripete nel suo cor la cantilena.
 
«C'era una volta....»—ma perdutamente
si spezza la canzon nel triste cuore.
L'anima antica insorge in un clamore
di tempesta.—Sei tu, quasi morente?...
Sei dunque tu la zingara boema
libera come il raggio e come l'onda,
che respirò l'ebrezza
del sole e de la rondine errabonda,
e ne i canti onde l'aria par che frema
ancor, tutta versò la giovinezza?...
L'infinita stanchezza
del tuo viso confessa il lungo male
che a poco a poco ti vuotò le vene.
E pur tu condannata
non sei.—Ti vuole a sè quest'adorata
culla ove dorme e palpita il tuo bene.
 
—Vivrai per questa bianca creatura
che uscì da la tua carne dolorosa.
Una potenza che a te stessa è ascosa
avvampa ancor ne la tua fibra oscura.
Ancor tu guarderai la vita in faccia
per lei, per lei ch'è sangue del tuo sangue;
e ascenderai le cime
eccelse, ove lo spirito non langue;
per lei, per lei ritroverai la traccia.
Se l'anima nel pianto si redime,
raccogli tu ne l'ime
fibre la poesia del tuo dolore:
poi va—trasumanata.—E avanti, avanti,
fin che ti regga il piede,
fin che non abbia la tua nova fede
infiammati d'amor tutti i tuoi canti!....
 
.... Passano l'ore e passano le stelle
pallide su quel sonno d'innocente,
mentre la donna fragile e possente
dal fermo cuore ogni viltà si svelle.
.... «O creatura mia, piccolo fiore
che chini e chiudi le tue foglie a sera
per riaprirle al raggio
de l'alba: solo ed inesausto amore
oltre la vita, oltre la morte nera:
guida il mio sogno, tempra il mio coraggio
lungo il cammin selvaggio!...»
.... Passano l'ore e passano le stelle.
La madre veglia—e ancora, nel divino
silenzio, ella non osa
toglier la sua da quella man di rosa
che tiene avvinto tutto il suo destino.

[pg!93]

UN RICORDO

Un meriggio di luglio, un'afa bassa:
io consunta di febbre, abbandonate
su le lenzuola le braccia stroncate,
e immobil come salma ne la cassa.
 
Ne l'orrenda stanchezza un solo, acuto
pensier: la bimba.—La sua voce piana
giungeva a me da una stanza lontana,
come ne i sogni:—tutto il resto, muto.—
 
E il suo piccolo passo udìi venire,
dopo, sino al mio letto.—Dolcemente
mi prese, mi baciò la mano ardente....
.... ed a quel bacio io mi sentìi morire.
 
Precipitava i colpi vïolenti
il cor malato, sino a soffocarmi.
Le tempie, come tizzi, eran roventi;
le membra, fredde come freddi marmi.
 
Tentavi con le tue di riscaldare
queste povere mani moribonde.
Io mi sentiva l'anima affondare
in un mar senza scampo e senza sponde.
 
Dissi, come in un soffio: La bambina.—
E vidi ne' tuoi buoni occhi una forte
promessa.—Al buio, come un'assassina,
stava in agguato, dietro a me, la morte.

[pg!99]

DESTINO

Non dovevo morir.—V'è una parola
Che niuno ancora su la terra ha detta.
Scriverò la parola benedetta
col puro sangue del mio grembo, io sola.
 
Solo una madre il gran mister può dire
che disserra le fonti de la vita.
Io sarò quella madre.—Io l'infinita
gioia che fa ogni volto impallidire
 
canterò.—Coi fanciulli su i ginocchi,
febbricitanti di dolcezza, tutte
le donne in me saran sospese, tutte
le donne avranno in me raccolti gli occhi,
 
e un'ebrezza d'orgoglio al cor profondo
sentiranno affluir per ogni vena
al mio grido: Ave o Madre, o Gratia plena,
che porti e nutri ne' tuoi fianchi il mondo.

[pg!103]

IL CALVARIO DELLA MADRE

Grembo materno strazïato e forte,
di tua fecondità l'invitto segno
in te impresso sarà fino a la morte.
Ave.
 
Bocca materna, non avrai più baci
che non sien quelli di tuo figlio—come
sigilli d'oro fulgidi e tenaci.
Ave.
 
Occhi materni, voi vedrete il mondo
dietro un velo di lagrime, seguendo
ansiosi il folleggiar d'un bimbo biondo.
Ave.
 
Mani materne, voi più non saprete
che blandire e sanar le rosse piaghe
di colui che a la terra offerto avete.
Ave.
 
Vita materna, non sarai più nulla
fuor che l'Ombra vegliante ad ali aperte,
con lunghe preci, a fianco d'una culla.
Ave.
 
Cuore materno, cuore crocifisso,
cuor benedetto, cuore sanguinante,
cuore pregante a l'orlo d'un abisso,
 
non più per te, non più per te vivrai;
ma pel figlio, pel figlio in mille forme
di perdono e d'amor rinascerai.
Ave.

[pg!107]