XIV. GIUSTA.
Ci lasci il lettore tentare un abbozzo di questa figura, e tutto quello che non potremo dire noi stessi lo ritrovi nella sua fantasia e nel suo cuore. A sette anni, trascurando i primi dell’infanzia che furono tristi ed infermicci, Giusta era quella che chiamasi un diavoletto colle penne d’angelo. Il padre stesso, così poco espansivo e tanto rigido cogli altri di casa, l’idolatrava; egli non avrebbe mai creduto di poter avere da sua moglie un così bel cherubino. Direi quasi che si rabbonisse anche colla signora Lorenza, e certo il broncio stereotipo di Salomone venne a poco a poco levigandosi dal dì che Giusta fanciulletta cominciò a farfallare e folleggiare per la casa, empiendola delle sue grida argentine, delle sue canzoni melodiose, dei suoi trastulli, e del suo riso, ravvivando quella morta solitudine coi profumi della primavera e colorando quella tenebria coll’iride delle sue guance e il raggio luminoso e perenne delle sue nere pupille.
Essa smentiva vittoriosamente il verso di Dante:
Ch’ogni erba si conosce per lo seme.
Ma venne anche per lei il giorno d’essere affidata alle Carmelite di Tortona, e quando essa s’involò, l’arcigna strega della monotonia tornò ad assidersi al focolare della sua casa.
Sua madre, staccandosi da lei, ebbe il coraggio di piangere anche in faccia al suo marito, e questi di sospirare.
A sedici anni, un anno dopo Virginia, uscì di convento, sapendo un po’ di tutti quei nonnulla che le monache sanno insegnare con quel colorito e quella intonazione tutta particolare onde li rendono noiosi e insopportabili durante gli anni della scuola, insufficienti e sterili nel resto della vita.
Giusta aveva imparato a far dei fiori, ma in luogo di gigli e di gerani la obbligavano a pungersi le dita per de’ fioracci senza significato, senza poesia e senza verità, i quali andavano ad ornare la testa d’una madonna di legno o la nicchia d’una santa raffagottata. Giusta sapeva stare al cembalo; ma non le lasciavano studiare che Sursum corda e Tantum ergo; Giusta ricamava; ma l’eterno tipo era un sonetto acrostico, le cui iniziali erano quasi sempre un cuore trafitto, una mitra da vescovo o un capello da cardinale; — e si disamorava di tutte queste cose.
Non vogliamo dire con ciò che Giusta fosse senza religione. La sua anima amorosa e semplicetta sentiva Dio in tutto ciò che era bello, giusto, alto, sublime, ideale, e l’adorava. Alle pratiche della religione in cui l’avevano battezzata non s’atteneva superstiziosamente; molte però ne amava per la poetica espressione, tutte le rispettava. La preghiera e la carità erano le forme predilette e credute del suo culto; non la preghiera pubblicana e spettacolosa, informata ad una lingua morta e arcana, ma quella solitaria, spontanea, come le sgorgava dal cuore, come gliela dettava l’affetto e il bisogno di quell’ora; ma la carità segreta, modesta, incondizionata, illimitata per tutte le colpe penitenti, per tutte le virtù sventurate, per tutti i rimorsi sinceri; carità che non dispensa soltanto i soccorsi e i conforti del corpo, ma la parola, l’esempio, le lagrime consolatrici.
L’età, il sesso, l’educazione, l’ambiente non le permettevano di professare una religione filosofica, ma il sentimento le impediva d’avere una filosofia miscredente. In questo era donna e seguitava le aspirazioni ideali del suo cuore e ascoltava le voci che susurrava all’anima sua, la grande anima della natura, dai profondi spazj dell’infinito.
Ciascuno ha in sè l’eco d’un ideale che è il suo proprio Dio; tristo l’uomo che non l’intende; tristissima, orrida la donna... Reduce dal convento, Giusta non serbava più, della rosea, paffuta e indemoniata fanciullina, se non che il lampo fascinante dello sguardo, fattosi però più profondo e più mesto. I suoi bei capelli d’oro, senza aver perduto nulla della mollezza e del profumo nativo, s’erano infoscati, traendo già più al castano che al biondo; le sue forme tornite e piene si erano assottigliate e quasi diremmo spiritualizzate; l’incarnato delle sue guance erasi mutato nel pallido splendore della conchiglia; il suo collo così morbido e ritondo tendeva ad allungarsi fin troppo ed a chinarsi sull’omero; le sue spalle diritte e slanciate cominciavano a curvarsi; da tutta la sua persona traspariva quell’aria di abbandono e di stanchezza che è segno quasi sempre o d’un segreto dolore, o di grandi prove, d’uno spirito eccessivamente sensitivo e proclive alla contemplazione ed ai sogni. Soltanto la voce serbava il timbro argentino e soave dell’età infantile quasi promessa che l’anima sua custodiva in tutto il candore della prima innocenza.
Le contadine le quali non vedevano più il colore di melograno sulle sua fossette, dicevano che Giusta ingrandendo aveva perduto in bellezza; ma le contadine si ingannavano; Giusta non aveva fatto che salire di carne a spirito come la Beatrice del Poeta, e la sua bellezza meno pittoresca era divenuta più celestiale.
Ci si chiederà il perchè di questo improvviso mutamento, e noi lo daremo.
Nessun ricordo resta più scolpito nella mente, dei ricordi dell’infanzia, e per dire più esatto, o le immagini passano via fuggenti e svaniscono e nessuno sforzo vale a richiamarle nell’età più adulta; o si soffermano e s’imprimono, e nessuna potenza nè di tempo nè di cose può cancellarle mai più. Tutto ciò che la prima età riceve, assorbe e trasforma in sangue; più tardi in ogni fibra del cuore, in ogni figura del pensiero trovate un atomo del primo nutrimento.
Giusta, due cose rammentava della sua infanzia; ma quelle due rimembranze, giunti gli anni della riflessione — che ahimè! son pur quelli del dolore, — avvilupparono di quel tenue velo di melanconia l’anima sua, eterizzarono le forme del suo corpo e s’impressero incancellabili in tutta la sua vita.
Bambina di sei anni, ricordavasi che in una notte gelata d’inverno, mentre la neve cadeva a fiocchi per la contrada e il vento sibilava alle imposte, sua madre, discinta, pallida, tremante, era venuta a rifugiarsi nel lettuccio ov’essa dormiva per fuggire alle percosse di suo padre che furente ancora minacciava alla porta.
E rammentavasi pure che allora rizzandosi sul letto e coprendo la madre della sua persona, fatta gigante nell’ombra come l’angelo della punizione, aveva gridato:
— Cattivo babbo..... il Signore ti farà morire!...
E la madre chiuderle prestamente la bocca dicendole che una buona figliuola non deve mai invocare la morte del proprio padre.
E pochi anni dopo ricordavasi d’aver veduto in una delle inondazioni del fiume un vecchio ottuagenario e un giovinetto di quindici anni lanciarsi perdutamente entro le furenti corsie per salvare la vita e le masserizie di venti povere famiglie.
E questi due ricordi insieme disposati erano ingranditi coll’età nella sua mente e s’erano impossessati del suo spirito e, come il loto mitologico del sacro fiume indiano, erano un giorno sbocciati nel suo cuore sotto la forma di tre fiori soavi, di tre sentimenti celesti che gli angioli istessi le avrebbero invidiati. Vogliamo dire:
Adorazione per sua madre,
Venerazione per quel vecchio,
Amore per quel giovinetto.
Ora chi fosse la madre sua lo sappiamo, e quel giovinetto era Giorgio e quel vecchio il padre di lui.
Reduce fra i suoi, la madre, quasi avvertita da quell’arcano istinto, che nella donna è più chiaroveggente della ragione, considerò quella mestizia come un omaggio alla sua, come un lutto segreto che la figlia portasse pei dolori a cui era condannata, e l’idolatrò ancora più s’era possibile.
Il padre se n’accorse pure, ma pensò dapprima, e con dispetto, potesse essere frutto dell’educazione ascetica del convento. Tuttavia com’egli era uno di quei volgari interpretatori della donna, che la bellezza giudicano alla stregua della carnale pienezza delle forme e credono spirito la immodestia e civetteria, così dubitava che quell’esile e quasi impalpabile creatura non potesse più pretendere ai ricchi partiti, ai quali parevano chiamarla le gote paffute e il riso procelloso dei suoi primi anni.
Immaginò pertanto, come tutti i padri della sua specie, che le distrazioni e i sollazzi fugherebbero quelle nebbie del chiostro e la fece viaggiare, ballare, divertirsi; le comperò vesti, ornamenti, trastulli, e fidandosi al patrocinio di Maria Teresa, nutricò persino in cuore la speranza di presentarla a corte. Ma a Torino gli fu fatto conoscere che il suo cavalierato era troppo di fresca data; e Salomone, senza rinunciarvi del tutto, aggiornò i suoi aristocratici progetti.
Giusta seguitò il padre, obbediente ma svogliata. Le nuove città, le diverse scene della natura la stupivano, l’ammiravano, è vero, ma nessuno dei piaceri a cui era iniziata potè appannare il candore dell’anima sua, o macchiare l’alabastro placido e solenne della sua melanconia.
Nessuno dei fiori che suo padre spandeva sul di lei cammino vinceva l’acre profumo del suo fior di memoria. — Diamine... — masticava qualche volta il sindaco cavaliere — Che cosa può avere Giusta?... che sia innamorata? sarebbe un brutto contrattempo pei miei progetti.... — poi riflettendoci — Baje! È impossibile! Chi mai dei tangheri del villaggio può aspirare fino a.... lei?
Il padre rasentava la verità; Giusta era innamorata, ma nessuno, nemmeno lei, avrebbe saputo dire di chi.
Spesse volte passando innanzi alla casa dei Santafiori aveva sentito il suo cuore battere a rintocchi più veloci; ma, sebbene gustasse un certo gaudio a quella sensazione, non sapeva spiegarla.
Così altra fiata, se andando alla messa le accadeva d’incontrare per la via il giovine dei suoi ricordi, era facile sorprendere sul suo volto un lampo di rossore; ma i curiosi, se pur lo notavano, erano però incapaci di interpretarlo e lo confondevano gli sciocchi con un colpo di sole, i maligni con un effetto di belletto.
Giusta era pietosa e caritatevole. Sebbene di rado padrona della più piccola somma di denaro, tuttavia o col suo tenue peculio, o con qualche avanzo del suo guardaroba, o col borsellino della madre, trovava sempre modo di vestire qualche bambino ignudo o di portare un soccorso qualunque a un ammalato.
Sebbene il cavaliere avesse tutto il giorno la voce in aria per perorare la economia o per gridare: — che le limosine fatte così di soppiatto, e senza che nessuno potesse ringraziarvi, a certi fannulloni accidiosi e ingrati, erano uno sciupio inutile coi danni e le beffe per giunta, — tuttavia chiudeva qualche volta — non sempre — un occhio sulla modesta liberalità della figliuola, prima perchè pensava che era dispensato dall’usarla egli stesso, poscia per amore di quella popolarità che lo vellicava tanto quand’era gratuita. Inoltre, stimando Giusta troppo alto locata nel villaggio perchè sospettasse alcuno tanto ardito di metterle un’occhiata addosso, le dava spesso libertà di fare lunghe passeggiate o nel villaggio o nei cascinali e nelle masserie dei dintorni.