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Memorie d'un disertore, vol. 1/3 cover

Memorie d'un disertore, vol. 1/3

Chapter 7: IV. IL TERRORE NERO.
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About This Book

L'opera combina memorie personali e finzione per narrare la vicenda di una famiglia di patrioti, articolata in parti che insistono sul padre e sul figlio. L'autore alterna ritratti quotidiani e scene di vita semplice a riflessioni morali e politiche, offrendo la figura di un uomo virtuoso ispirata a un famoso condottiero vista nella sua intimità. Si criticano le storie che consacrano pochi eroi a scapito delle moltitudini, mentre emergono temi di onore, sacrificio e coerenza civile, il tutto con uno stile che mescola ricordo, meditazione e racconto.

IV. IL TERRORE NERO.

Era trascorso un anno e palesavansi già i primi segni della riscossa delle colonie inglesi. La tassa sul thè e il bollo sulla carta erano stati posti; la resistenza legale incominciata, la Società dei Figli del lavoro istituita e propagata dovunque; il primo albero della libertà rizzato a Boston; riunito a Filadelfia il congresso per decretare la famosa dichiarazione dei diritti, novello codice delle nazioni; in ogni città manifestazioni popolaresche dappertutto segni di guerra; a Concordia ed a Lexington già apertamente scoppiata.

Battista aveva deliberato il da farsi. Egli corse da Washington e gli disse:

— La giustizia è con voi, ed io debbo seguirvi. Se la mia fortuna, il mio braccio, la mia vita valgono qualcosa, adoperateli. Se nella guerra avrete bisogno di marinai e di bastimenti, io e il mio brick ci poniamo ai servigi della rivoluzione.

Così fu; e da quel giorno Battista prese parte a tutti i combattimenti navali della guerra americana. Ebbe patente di corsa contro gl’Inglesi, armò in guerra il suo brick, e li perseguitò ora sui mari ora sui fiumi, ora vincitore ora vinto, terribile sempre.

Come le Colonie avevano deciso di non servirsi più delle manifatture della madre patria, così egli intraprese con altri legni due viaggi in Olanda, e da corsaro divenne contrabbandiere, assai più volentieri perchè una certa segreta ripugnanza contro il sangue parlava già nel suo cuore e ammolliva l’energica sua fibra.

Continuò così nella sua missione eccettuate poche visite alla sua piantagione ed a’ suoi negri fino verso la fine del novanta.

In quell’anno i negri davano i primi segni di vita e contemporaneamente le nuove della rivoluzione francese capitavano in America. Lafayette coi francesi preparavasi a tornare in patria; un grande vespaio di popoli ronzava intorno ai troni dei re.

Frattanto giunsero avvisi a Battista da S. Domingo che la levata dei negri era pronta. Chiese licenza a Washington e partì. Al suo sbarcare a Porto Principe una immensa colonna di fiamme e di fumo annebbiava l’aere: urli selvaggi ferivano il suo orecchio: donne e fanciulli fuggivano per la campagna: erano i negri che si vendicavano della secolare ferocia dei padroni con ferocia ancora più inumana. Nessun bianco, nessuna casa di bianco era risparmiata; dove il ferro, dove il fuoco, dove la corda, dove la lama; la strage era cieca e sorda e non conosceva più nessuno, nè amici, nè avversari.

Battista pensò alla casa del suo Livio; essa era appunto nella direzione dell’incendio. Montò un cavallo e via ventre a terra sulla strada che guidava alla tenuta del suo amico. Era tardi, il fuoco avealo già avviluppato, e un coro di negri briachi di rhum cantava una feroce nenia di sangue, mentre altri ammonticchiavano i fasci d’una pira.

Battista giungeva nel punto in cui l’ultimo fascio era collocato.

I negri urlavano — «La donna!... la donna!...»

— Fermi — gridò Battista — quale donna?...

— Ah! un bianco, un altro bianco... alla corda, al fuoco...

Battista non si mosse, ma con voce tuonante intimò:

— Indietro forsennati!... Dov’è Toussaint, dov’è Cristophe?...

A questi nomi i negri si ristettero.

— Chiamatemi Toussaint — replicò Battista.

Un negro alto, robusto, grigio, dall’occhio vivo e dalle labbra meno grosse di quelle della sua razza, uscì da un crocchio appartato ed esclamò:

— Chi chiede di me?...

— Io!...

— Murena! — fece il negro levandosi il suo largo cappello di palma. — Gloria a lui, fratelli, egli è nostro maestro!...

I negri s’inginocchiarono con superstizioso rispetto.

— Dov’è la donna che si minaccia del rogo?... Parlate Toussaint!

— Dov’è la donna che si minaccia del rogo?... chiese questi alla sua volta.

Due negri partirono per cercarla.

— È un’empia rivoluzione quella che si inaugura col sangue. Dal sangue non rampolla fiore di libertà, bensì la gramigna ancor più velenosa d’una nuova tirannia. Rammentatelo Toussaint.

— Lo so!... fece sospirando il re dei negri — ma chi potrebbe dire a questo fiume di odii e di vendette ingorgato da secoli: «Arrestati!» Chi interpreta le intenzioni di Dio?... Non ha egli inviato il suo angiolo a sterminare in una sola notte i nemici del suo popolo?...

— Un Dio che si vendica, è un Dio bugiardo — rispose Battista che era mondo dalla lebbra biblica del suo amico.

I due negri ritornavano sostenendo una donna che recava nelle sue braccia un bambino. Era pallida come una morta, gli occhi le si erano sprofondati entro due cerchi lividi; i denti dibatteva come per febbre: camminava a guisa di sonnambula, e malgrado ciò era impossibile non ammirare le tracce incancellate d’una nativa bellezza. Un dolore sincero, come tutto ciò che è nobile e santo, non deforma mai.

Tosto che la vide, Murena la riconobbe — Rosalia!... — sclamò egli.

Era veramente la moglie di Livio; ma la donna alzò gli occhi, guatò fissa, e rispose all’amico di suo marito con una di quelle laide contorsioni delle labbra che paiono sorriso, e non sono altro che i segni precursori della pazzia.

— Rosalia!... Sono Battista Santafiori... Sono Murena... Vengo in cerca di Livio...

A questo nome la donna si strinse disperata al seno il suo bambino e proruppe in un pianto gemebondo simile all’ululato di una fiera. Essa aveva perduto nella strage il marito e la figlia maggiore, e nel giorno istesso i negri la condannavano coll’altro figliuolo, ancora lattante, alle fiamme del rogo...

Il dolore le dava al cuore, il terrore al cervello; l’uno la faceva piangere, l’altro sghignazzare: connubio terribile da cui nasce la demenza.

Murena comprese tutto. Si fe’ recare dei cavalli e la trasportò seco a Porto Principe; conosciuto da tutti, potè circondare la salvata di tutte le cure. Egli stesso fu medico, infermiere, amico, protettore. Dopo pochi giorni potò trasportarla presso una sua zia vicino al Capo, sulle coste opposte, dove il terrore negro non poteva arrivare.

Quest’esordio sanguinoso della emancipazione d’una gente, per la quale egli aveva tanto operato, l’aveva amareggiato e disgustato. Le voci della rivoluzione francese arrivavano ogni giorno abbellite da’ novellieri, ingrossate dalla distanza e dalle passioni. Lettere private pervenivano a Battista annunziando: «l’Italia già invasa dalle nuove idee di libertà, pronta a levarsi in armi, a dar la mano ai fratelli repubblicani trasalpini, a ricostruire la patria».

— È là il mio posto — pensava Battista — ma questa donna? questo fanciullo?

Rosalia s’era ricuperata; la piaga stavale sempre viva e rodente nel cuore, ma lo spirito erasi interamente liberato. Essa riconosceva il suo liberatore, lo ringraziava e lo amava della più riconoscente amicizia. D’altronde ella era madre e sentiva il dovere di vivere per suo figlio, il quale, dopo la perdita del padre e degli averi, era ridotto alla più nuda miseria.

Ora la demente avea già la forza di dire: — Signor Battista!... il mio Michele — e additava il suo bambino — vi rimunererà un giorno di questo beneficio. Non è vero Michelino che tu pagherai il tuo debito di gratitudine anche per tua madre?...

Il fanciullino rispondeva strillando e la madre lo baciucchiava per acquietarlo. Vestita a bruno, illuminata da uno splendido pallore, ne’ momenti delle sue espansioni materne, quella donna sembrava più bella di prima.

Erano appena scorsi tre mesi, e Battista sentiva di non poter più guardarla colla stessa franchezza di prima.

Ma egli frattanto aveva fatto il suo progetto. Tornò alla sua fattoria nella Virginia; ne vendette parte a Washington, già ritiratosi per la prima volta dalla scena politica nelle terre, e il rimanente ad altri coltivatori; congedò i suoi negri già liberati e li accompagnò con regali e pensioni. Cedette due dei suoi bastimenti; e non ne ritenne che uno, cui ribattezzò col nome di Livio, in memoria del perduto amico. Intascò con tutto questo un milione a cui poteva aggiungerne un’altra metà in denaro, cambiali e buoni sulla banca di Filadelfia.

In tutte queste operazioni era trascorso un anno. La signora Rosalia col figliuolino era sempre rimasta al Capo presso la vecchia zia e sotto la protezione speciale di Toussaint Louverture. Quando Ballista tornò, ritrovolla assai più calma; essa aveva ripresi tutti gli usati uffici di donna; qualche volta sorrideva melanconicamente, tal altra arrossiva come una fanciulla davanti alle occhiate di Battista, e senza sapere il perchè abbassava le pupille.

Egli un giorno la colse sola nella sua stanza, deliberato di rompere il ghiaccio e di aprirle l’animo suo. Le parlò del progetto che aveva fatto di tornare in Europa, dei suoi doveri di cittadino, delle sue idee di rivoluzionario, della sua fede impegnata. Le confidò d’aver tutto venduto, meno il brick che doveva riportare nella patria che aveva lasciata bambina. Le fece considerare che essa era sola, povera, denudata d’ogni cosa, col peso troppo caro della sua creatura, circondata da una popolazione feroce in momenti procellosi.

— Per questo — e a questo punto la voce di Battista cominciò a tremare — io vi consiglio Rosalia a... — e la voce gli si appannò del tutto.

— A che cosa? — fece Rosalia impallidendo alla sua volta e sprofondando i suoi grandi occhi celesti nella faccia di Battista.

Questi esitò ancora; ma poi si decise e pronunciò chiaro e secco:

— A rimaritarvi.

— Rimaritarmi!... E Livio? — disse Rosalia alzando gli occhi al cielo — e Michele?... — additando il suo pargolo. — Epperò... rimaritarmi... con chi?

— Alle corte, Rosalia... con me!...

L’anima di Rosalia tremò tutta, ma invisibilmente. Se vi fosse una chimica che valesse a decomporre le sensazioni avrebbe trovato in quel tremito molti atomi di gioia. Essa accettò, ma chiese di rispettare la memoria di suo marito ancora per qualche mese, e fu pattuito che il matrimonio seguirebbe in Europa.

Battista con Rosalia, Michelino, due vecchi servitori, che eran piuttosto suoi amici d’America, riprese la via d’Oriente e in capo a due mesi di navigazione rivide da lontano le cime dell’Alpi marittime, la chioma del Mon Boron, l’anfiteatro ridente di Nizza, e più basso, avvolte d’azzurro, le ondulazioni dell’Appennino ligure da cui giovinetto aveva lanciato la lenza e il palamite, o s’era spiccato, audace nuotatore, a snidare da’ loro profondi recessi i gronghi e le murene. Là egli sentì echeggiare nel suo cuore il grido dei compagni di Enea: Italiam! Italiam! e cacciatosi a cavalcioni del suo bompresso ristette lungamente a contemplare, inondato di lagrime, le sacre immagini redivive della patria sua.

Nelle vicinanze di Nizza, in una valle tutta dorata d’aranci e fronzuta di vigne e d’oliveti, s’accasò. Era una delle più vaste e ricche possessioni dei dintorni; vi buttò dentro senza contare, due terzi del denaro raccolto in America dicendo: — che anche quel cielo e quel mare bisognava pagarli.

Nell’inverno del 1793 condusse Rosalia all’altare; egli aveva allora cinquantacinque anni, e sua moglie ventiquattro. Ma l’una ne dimostrava più di trenta, l’altro appena quaranta: il dolore aveva invecchiata la donna; la vita attiva, battagliera e nell’istesso tempo rigida e monacale avevano prolungato sulla fronte dell’uomo le vestigia della giovinezza. Per questo la disparità degli anni adeguavasi, ed essi si amavano.