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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 11: X.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

X.

Solo chi conosce Londra, strano mescuglio di pudore apparente, e d’impudicizia reale, può farsi un concetto della voga che ottenne quell’esposizione umana, in cui la polizia, che, in tutti i paesi civili del mondo, sarebbe intervenuta, non pose nessun ostacolo.

La folla s’ammassava alla porta, e benchè il prezzo dell’entrata fosse d’una sterlina, ogni sera la sala, ove il dottor Graham teneva il corso, era piena.

Appena usciti gli spettatori, il dottor Graham mi svegliava; mi vestivo, cenavamo insieme, ed ognuno ritiravasi nella sua camera.

Mai, debbo dirlo, ne’ due o tre mesi che restai con lui, il dottor Graham non mi volse parola, che non fosse un segno di simpatia e di rispetto.

Ed ora tocca a me, che ho giurato a Dio di dir tutto, di far discendere il lettore nelle misteriose latèbre, non dirò del cuore della donna, — mi guardi Dio dal credermi l’espressione del mio sesso, — ma del cuore d’una donna. Rousseau anch’egli, nelle sue Confessioni, ha dipinto non gli uomini, ma l’uomo, e le Confessioni, a malgrado delle strane rivelazioni che contengono, son tenute un bel libro.

Vorrei, non celando al fisiologo nessuno degli arcani del mio cuore, scrivere un libro, non dico rivale, ma emulo di quello di Rousseau.

Vengo al mio nuovo peccato.

Ogni sera, cenando con me, il dottor Graham, senza dubbio perchè non mi saltasse in mente di sospendere il corso delle sue lucrative lezioni, parlavami del coro d’elogi, che sorgeva intorno al letto, sul quale ero esposta, e che non era nemmeno per me un suono vuoto, giacchè nessuno strepito, di qualunque sorta, trapassava la densità del mio sonno. Ne derivò che a forza di dirmi che Venere nella rete, ove lo sposo l’aveva tenuta captiva, non aveva eccitato fra’ numi dell’Olimpo un’ammirazione maggiore di quella che promovevo fra gli abitanti della terra, mi venne voglia d’udir con le mie orecchie quell’inebbriante melodia che chiamano lode. Come tutti i miei desiderii, questo divenne presto invincibile, ed essendo facile il soddisfarlo, anche senza avvertirne il dottore, deliberai di porlo ad effetto.

Laonde, il terzo o il quarto giorno, feci vista, alla prima passata del dottor Graham, d’essermi addormentata, e, con gli occhi chiusi ma con le orecchie all’erta, coperto il viso dal fazzoletto di batista che lo involava agli occhi, m’apprestai ad ascoltar quello stuolo di lodi ardenti, che la mia bellezza strappava, per quanto affermava il dottore, agli ammiratori della forma.

Graham non aveva detto nulla di troppo: mai l’elogio non ascese in incenso più profumato innanzi alla dea di Gnido e di Pafo, di quel che levossi intorno al piumaccio sul quale ero distesa: avreste detto che ogni ammiratore indovinasse che il mio sonno era simulato, e che poteva udirlo, e perciò esagerasse la lode nella speranza d’un guiderdone.

Bevvi il dolce veleno fino all’ultima goccia.

Da quel momento, promisi a me stessa di restar sempre sveglia: il premio in elogi sorpassava il premio in danaro.

Quanto al dottore, guadagnava tanto, che senza che glielo chiedessi, raddoppiò il prezzo delle mie serate e mi diè cinquanta sterline al giorno in luogo di venticinque.

Cinque o sei serate trascorsero in quella specie d’ebbrezza che accompagna ogni successo; ma in quelle lezioni alcune parole, come un ferro aguzzo, mi penetrarono in fondo al cuore e mi fecero trabalzare.

— Che sventura, diceva una voce, che un volto forse spiacente guasti una perfezione di forme tanto rara!

— Chi vi fa credere che questa magnifica statua abbia un volto indegno del corpo? chiese una seconda voce: Graham dice al contrario che il volto è di beltà finita.

— Se ciò fosse, disse la prima voce, lo nasconderebbe con tanta cura?

La seconda voce trovò senza dubbio la riflessione tanto giusta, che non rispose.

Il domani ed i giorni di poi, altre riflessioni quasi simili furon fatte e fecero assai soffrire il mio amor proprio. Il dottor Graham s’avvide della mia brutta cera che mi tormentava qualcosa che non volevo confessare: m’interrogò con la consueta cortesia, ma non gli detti nessuno schiarimento.

Le voci più contradditorie divulgavansi a Londra rispetto al mio viso. Nessuno voleva starsene alla causa naturale; gli uni dicevan saper da buona fonte che ero stata sfigurata dal vaiuolo; gli altri che una larga scottatura mi solcava una delle guance: udivo tutte quelle dicerie, e l’ira mi si addensava nel cuore.

Agognavo il giorno che la somma accumulata da me fosse vistosa abbastanza per dispensarmi dal continuar quella mostra, alla cui vergogna m’ero assuefatta, mentre non poteva tollerarne il dubbio.

Alfine, un dì che una discussione di quel genere insorse, non potetti resistere: un movimento fece cader il fazzoletto di battista che mi velava il viso, ed il mio capo apparve scoperto, con gli occhi chiusi, ma sulle labbra l’espressione della sfida.

Un grido d’ammirazione s’udì; temetti per poco che gli astanti, nel loro entusiasmo, non rompessero la balaustrata: il dottor Graham fu obbligato a slanciarsi fra essi e me.

Quel fatto, che parve effetto del caso, produsse un aumento di spettatori ne’ saloni del dottor Graham: la sera stessa, la notizia che ero bella di viso quanto di corpo era in tutte le bocche, il domani in tutti i giornali.

Ingannato come gli altri, il dottor Graham attribuì al caso la caduta del mio velo; ma quel caso aveva avuto un risultato tanto meraviglioso, che egli mi supplicò di subire d’allora in poi l’esposizione a volto scoperto; mostrai cedere alle sue istanze, ma cedetti alla mia civetteria.

Il mio successo crebbe: gl’introiti del dottore, giunsero ad una somma ingente: dopo un mese ebbe realizzato quasi trentamila sterline.

Una sera, una voce, il cui accento non m’era ignoto, mi fe’ trabalzare.

— È lei mormorò la voce.

Poi, un momento dopo aggiunse.

— È anche più bella che non credevo.

Non ardii aprire gli occhi: si sarebbero accorti che ascoltavo; le mie palpebre chiuse erano l’ultima difesa dietro cui era scampato il mio pudore.

Era manifestamente qualcuno che conoscevo, qualcuno che avevo incontrato nel corso della mia vita passata; ma per quanto vi studiassi, il suono dì quella voce, benchè presente alla mia memoria, non ricordava nessuno di coloro che avevo veduti durante la mia relazione con lord Featherson e con sir John, o anche poi.

Dovevo risalir più alto, a memorie anteriori al mio arrivo a Londra.

È inutile dire che era una voce d’uomo.

Terminata la lezione, una sola persona restò dopo le altre; alla sua voce riconobbi in lei quella di cui invano cercavo il nome.

— Caro Graham, diceva la voce, mi dovete ad ogni modo ottener da miss Emma Lyonna il favore che vi domando.

— Innanzi tratto la persona cui chiedete tal favore non ha nome Emma Lyonna, ma miss Hearte.

— È possibile che si chiami miss Hearte per voi, caro dottore, ma per me chiamasi Emma Lyonna: ad ogni modo presentatemi a lei, e spero che non m’avrà dimenticato del tutto.

— Stasera? Impossibile.

— Non dico stasera, ma domani.

— Domani, sia.

È detto.

— Salvo non vi si opponga.

— In tal caso, intendete, non ho nulla a dire; ma spero che non vi si opporrà. Addio, caro Graham.

— Addio, caro Romney.

Romney! Era Romney!

Quando il dottore tornò, non gli parlai di lui: si sarebbe avveduto che non dormivo.

Cenando, mi chiese se non conoscessi un pittore a nome Romney.

Gli risposi con indifferenza che tre o quattro anni prima, sulla sponda della Dée, avevo incontrato infatti un pittore di tal nome, che m’aveva schizzato un ritratto, e m’aveva offerto cinque ghinee per ogni volta che volessi servirgli da modello.

— Vi dispiacerebbe di rivederlo? mi chiese il dottore. Era stasera fra’ miei ascoltanti; vi ha riconosciuta, e brama vivamente d’esservi presentato. Il vostro ritratto fatto da Romney è un passaporto per la posterità.

Risposi che lo rivedrei con piacere; ma, volendogli domandar il segreto su certi fatti della mia vita passata, desideravo vederlo nelle mie stanze da solo a solo.

Graham inchinossi.

— Sapete, mi disse, che siete padrona assoluta delle vostre azioni e di voi stessa: ma promettetemi che, qualunque influenza egli prenda su voi, non v’indurrà ad abbandonar le nostre lezioni prima di due mesi. Fra due mesi sarò ricco ed avrò il contento di avervi per lungo tempo tolta alla miseria.

Impegnai la mia parola al dottor Graham, porgendogli la mano. S’era condotto meco con troppa lealtà, perchè gli rifiutassi quella prova di gratitudine.

Il domani facendo colezione sola col dottore, secondo il solito, trovai sotto il tovagliuolo un par di orecchini di diamanti del valore di cinquecento sterline ognuno.

Me li stavo aggiustando alle orecchie, abbagliando me stessa del fuoco che gettavano, quando udii batter all’uscio que’ cinque o sei colpi frettolosi e sonori, che annunziano a Londra una visita aristocratica.

Non dubitai che non fosse Romney; infatti, cinque minuti dopo, l’uscio s’aprì e riconobbi il vecchio mio amico del golfo della Dée.