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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 12: XI.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

XI.

Aveva capito che con Romney solo una grande disinvoltura di maniere poteva coprire la falsità della mia posizione: starmene sul sostenuto dopo quanto aveva egli veduto il dì prima sarebbe stato operar da stolta.

Mi levai quindi al vederlo, ed andai a lui porgendogli il benvenuto.

— Affè! mia cara Emma, mi disse, mi serbate a tutte le sorprese: tre volte già v’ho veduta; due volte ho creduto non potervi mai trovar più bella; e già due volte mi son ingannato, e forse son destinato ad ingannarmi una terza volta.

— Parlate da amante? gli risposi. Allora ponetevi alle mie ginocchia. Parlate soltanto da amico? Allora sedete accanto a me.

— Giacchè cominciate così, disse Romney, lasciate che vi dica che non desidero di venirvi amico, se non quando avrò perduto la speranza d’un titolo più invidiabile. Eccomi quindi alle vostre ginocchia, cara Emma, e vi dico che siete in verità la creatura più bella che m’abbia veduta sulla terra e che per me un sol giorno della vita sarà più bello di questo in cui vi dico: — «Emma, lasciatemi amarvi,» — e sarà quello che mi direte: — «Romney v’amo!»

— Amatemi, non mi oppongo, caro Romney; ma venite qui e discorriamo, perchè voglio saper da voi stesso se mi trovate ancora degna d’amarvi, dopo avervi narrato tutto quello che è accaduto dacchè non ci siamo veduti.

— Bene! disse; ora non vi contentate d’esser bella e mostrate d’aver uso del mondo e spirito: volete dunque farmi impazzire.

— Quanto a questo, non potrò che contribuirvi per una metà: miss Arabella ha fatto il resto.

— L’avete riveduta?

— Vi dico che ho una lunga confessione da farvi: ascoltatemi dunque.

Ed allora, mezzo seria, mezzo mesta, sempre civettuola, perchè volevo piacergli, narrai a Romney tutti gli avvenimenti della mia vita, dal giorno che l’avevo veduto; com’ero venuta a Londra, soprattutto nella speranza di rivederlo; come, trovatolo partito, ero andata a casa del signor Hawarden: poscia svolsi tutta la bizzarra catena dei fatti della mia vita, maravigliandomi io stessa di non essermi imbattuta in lui una sol volta fra quella turba di gentlemen, e d’artisti da me veduti ne’ quattordici o quindici mesi passati con sir John e con lord Featherson.

Da parte sua, Romney aveva udito parlare molto di me, senza conoscermi: le due scene d’Ofelia e di Romeo e Giulietta avevano fatto romore nel mondo artistico, ed egli avea desiderato vedermi: ma la sua vita tutta dedita all’arte, ed ai piaceri, l’aveva trascinato altrove, e non c’eravamo incontrati.

— Ora, mi disse Romney, siete troppo ricca perchè vi proponga di pagarvi cinque ghinee ogni ora, e tocca a voi farmi l’elemosina: siete libera del vostro cuore e della vostra persona?

— Libera come l’aria.

— E Graham?

— È il mio cornac e non altro: ma ho un impegno d’onore con lui: m’ha tolto alla miseria, anzi all’infamia, e gli debbo in iscambio la sua fortuna.

— Ebbene, disse Romney, tutto può aggiustarsi. Arricchirete Graham e mi farete famoso: poi, nei vostri momenti di carità, penserete se non potrete insieme farmi beato; e così poche vite saranno state meglio spese della vostra.

Fu convenuto che il domani andrei a passar un’ora a Cavendish-Square nello studio di Romney, e che ivi comincerebbe una serie di disegni, pigliandomi a modello.

Ci lasciammo come due teneri amici, che non hanno che un passo da fare per divenir amanti.

Da lungo tempo il mio povero cuore era senza occupazione nessuna. Aveva sempre avuto gran simpatia per Romney; come glielo aveva detto, ero libera da ogni impegno: benchè in età di circa quarantacinque anni, Romney aveva la triplice gioventù della forza, dell’eleganza e della fama: una donna, che avesse più diritti di me ad esser difficile, non poteva desiderar di più: potetti creder un momento che amavo, o meglio che amerei Romney.

Il domani andai a casa sua all’ora convenuta: egli m’aspettava con tutti quei piccoli preparativi che si fanno per una donna desiderata, fiori, profumi, soffici tappeti; una bellissima pelle di tigre era distesa sur un letto simile a quello che occupava in casa del dottor Graham: una corona di pampini intrecciata a grappoli d’uva aspettava senza dubbio un’Erigone.

Giacchè ero in casa di Romney; giacchè vi ero andata non solo di mia volontà, ma per un desiderio espresso da me stessa, sarebbe stato ridicolo per parte mia di rifiutar nulla di quanto egli mi chiedeva.

Fece in quel giorno stesso, in due ore, uno stupendo schizzo: abbiamo pochi pittori in Inghilterra, ma quasi tutti quelli che abbiamo sono perfetti coloristi: Romney merita d’esser nominato fra’ primi.

Trovai, tornando a casa, il povero dottor Graham un po’ inquieto: dacchè m’aveva condotta fuori la casa della signora Love, era quella la prima volta che uscivo.

Lo rassicurai su quello che sopra ogni altra cosa gli stava a cuore, cioè sulla certezza che manterrei la parola data; gli dissi ciò che già sapeva, giacchè prima di me Romney glielo aveva detto, che cioè da lunga mano conoscevo il celebre artista, nè gli tacqui gl’impegni di cuore che avevo presi con lui.

Passai così tre mesi, dando al dottore Graham un mese più che non m’avea domandato: durante quel tempo, Romney menò a termine una serie di studi riprodotti dalla mia persona: dopo l’Erigone, fece una Venere, una Calipso, una Elena, una Giuditta, una Rebecca.

Circa la metà del quarto mese, il dottore annunziò la fine del corso: aveva guadagnato quasi centomila lire sterline. Le ultime lezioni fecero furore: la folla vi soffocava, benchè da me stessa, sapendo di far piacere a Romney, avessi ripreso il velo che già mi copriva il viso.

Io stessa aveva guadagnato da otto a dieci mila sterline; Graham m’offriva la metà del guadagno, purchè volessi continuare: rifiutai: ero stanca di quell’esposizione: avevo bisogno di riprender un po’ la vita di donna di piacere: non ero stata mai sì ricca, e parevami che non vedrei mai la fine delle mie ricchezze.

Romney m’offrì d’andar a dimorare a casa sua: accettai.

Passammo tre mesi nell’unione più perfetta: Romney riceveva in sua casa tutta la gioventù elegante di Londra: fra gentlemen più nobili era lord Greenville, che dicevano congiunto alla nobile casa di Warwick, quello stesso a cui sir Harry Featherson aveva guadagnato 2000 sterline alle corse d’Epsom.

Fra gli omaggi che da tutti mi si facevano, i suoi erano i più assidui, e, debbo dirlo, i più rispettosi.

Fervido ammiratore della forma, Romney mi aveva ritratta in tutti gli atteggiamenti dell’antichità, ed il suo pennello non lasciava desiderar che il godimento a coloro che vedevano i disegni che di me aveva fatti.

Lord Greenville restava ore intere innanzi a quei quadri.

Durante un mese o due, il suo amore non si tradì che per la sua ammirazione per le copie, ed i suoi applausi all’originale quando riproducevo qualche atteggiamento storico, o quando declamava qualche brano di Shakespeare.

Una sera che avevo recitato il monologo di Giulietta quando beve il narcotico, mi s’appressò, e profittando del momento, che nessuno poteva vederlo nè udirlo:

— Bisogna che siate mia, Emma, mi disse, o diverrò pazzo.

Lo guardai ridendo.

— Sull’onore, mi disse, parlo seriamente.

— In fè di gentiluomo?

— In fè di gentiluomo!

— Venite allora in un momento che sarò sola, gli risposi; ne parleremo.

— Ed a che ora dovrò venire per trovarvi sola?

— Non tocca a me, ma a voi di spiare quand’esca Romney, e di profittar della sua assenza.

— Bene, disse, non chiedo altro.

Due giorni dopo, lo vidi entrare poco dopo che Romney fu uscito.

— Eccomi, disse con voce commossa, gittandomisi alle ginocchia.

— D’una faccenda tanto importante, milord, risposi, non potete discorrere alle mie ginocchia, ma al mio fianco: sedete quindi e discorriamo.

Lord Greenville mi guardò attonito.

— Oh! mi disse, miss Emma, credevo esser ricevuto da voi men freddamente.

— Perchè vi riceverei altrimenti? gli risposi: amo Romney e non v’amo, nel senso che vorreste ch’io dessi a questa parola.

— E non m’amerete mai?

— Non dico ciò, milord. L’amore consta di due elementi, o meglio dovrei dire che l’amore è di due maniere: evvi l’amore che invade i sensi d’una donna al primo sguardo, e che è l’urto della scintilla simpatica: evvi l’amore che occupa lentamente il cuore d’una donna, ed è il risultato di dolci rapporti e di cortesi maniere. Benchè giovane, milord, ho già amato di questi due amori, e colui che fu amato della seconda maniera non è colui che ha più motivo di dolersi della sua sorte. — Se avessi dovuto amarvi nella prima guisa, sarebbe già fatto e ve lo direi, e lascerei subito Romney per voi; giacchè il desiderio della donna per un uomo, che non sia quello con cui vive, è già un’infedeltà. — Ma voi siete giovane, bello, ricco, di grande famiglia; posso quindi amarvi non come ho amato sir Harry, ma sir John e Romney.

— So, rispose sir Carlo, che un proverbio francese dice: — «Da un cattivo debitore prendine quel che puoi». — Mi rassegnerò a questo aforisma.

— Senonchè, sir Carlo, ripresi, vi farò notare che un debitore deve e che io non debbo.

— Avete molto spirito, miss Emma, ed ho sempre udito dire che il troppo spirito nuoce al cuore.

— Non so se ho spirito, giacchè nessuno me l’ha detto ancora, ma so d’avere un cuore: perchè sventuratamente il mio cuore ha parlato. Non ho dovuto quindi finora diffidare del mio spirito: permettetemi dunque che per questa volta il mio cuore commetta al mio spirito di fare i suoi affari.

— Ascolto, miss Emma, ma lo confesso, tremo, ascoltandovi.

— È tempo ancora; fate come Ulisse: o cansate il promontorio di Circe, gridando al pilota — «alla larga!» — o turatevi con la cera le orecchie.

— Preferisco ascoltar la vostra voce e correre il rischio d’esser mutato in bestia: d’altronde, lo vedete, giacchè v’ascolto ancora, dopo ciò che m’avete detto, la metamorfosi è già mezza fatta.

— Bene! anche voi, milord, siete uomo di spirito e vedo che c’intenderemo.

— V’ascolto.

— Avrò fra poco vent’anni: son nata in un villaggio, ed ho vinto la rusticità della mia nascita: non ho avuto educazione, ed a forza di ingegno, di lettura e di memoria ho supplito all’educazione che mi manca: ho commesso errori; li ho emendati: sono stata misera; ho avuto fame e sete; non ho avuto rifugio contro la pioggia, il vento ed il freddo, e son vestita di velluto; dimoro fra’ capilavori dell’arte, e senza esser ricca, posso, limitando le mie spese a mille franchi al mese, essere per tutta la vita al sicuro dalla miseria. Restando tre altri mesi col dottor Graham, sarei divenuta milionaria. Non volli, Romney mi piaceva; preferii darmi a lui.

— M’avete dunque invitato a venir da voi mentre Romney era lontano per dirmi che ha la fortuna di esser da voi amato?

— Appunto, perchè dovendo parlarvi di cose serie, giacchè il vostro avvenire ed il mio ne dipendono, bisogna che vi parli con tutta franchezza.

Sir Carlo mise un sospiro.

— Amate meglio diventar pazzo: proseguii.

— Non v’intendo.

— Non m’avete detto: — «Emma, se non sarete mia, diverrò pazzo?».

— Vero.

— Orbene, non potendo esser vostra che a certe condizioni, debbo dirvele.

— Ditele.

— Adunque, ve lo ripeto, ecco il mio stato. Ho preso Romney senza grande amore, ma come si prende un uomo amabile, per non esser più sola nella vita, per aver un appoggio. Romney m’ama e gli porto affetto; la nostra vita è piacevole e dolce; non ho nessuna ragione di mutarla; se non — ascoltatemi bene, — se non per uno stato sociale, non pecuniario, migliore. M’amavate abbastanza per impazzire? Adunque m’amavate abbastanza per isposarmi.

Sir Carlo Greenville balzò sulla sedia.

— Sposarvi! esclamò.

Mi levai e gli feci inchino.

— Milord, gli dissi, quando sarete disposto a rispondere alla mia proposta altrimenti che con un salto di sorpresa, avrò l’onore di rivedervi. Fin allora permettete che mi privi dell’onore della vostra conversazione e del piacere della vostra presenza.

E, salutatolo col capo, rientrai nella mia camera, lasciandolo solo nello studio.

Tre o quattro giorni passarono senza che vedessi sir Carlo.