XII.
Romney continuava ad essere per me amabilissimo: soddisfacevo insieme il suo amor proprio come amante ed il suo amor dell’arte come modello. — Certo le sue migliori opere di pittura furono da lui fatte durante la nostra relazione. Era tanto in voga in quel tempo, che, per prodigo che fosse, poneva in serbo, quasi suo malgrado, venti o venticinque ghinee al giorno, e ciò con quattro cavalli nella scuderia, due carrozze nella rimessa, tre o quattro servitori nell’anticamera.
Tre volte per settimana ricevevamo gente; le quattro altre sere andavamo a spasso o al teatro.
La nostra relazione aveva tutti i diletti della simpatia senz’avere le burrasche dell’amore.
Il quarto giorno dopo il nostro colloquio, sir Carlo riapparve: lo ricevetti esattamente come se nulla fosse accaduto fra noi: non avevo per lui nè attrazione nè ripugnanza: gli avevo proposte alcune condizioni senza desiderare che le accettasse, piuttosto per parlar chiaro che per voglia di diventar veramente milady Greenville.
Mi si appressò più volte; mi parlò sottovoce; ma non essendo entrato nella questione, non potè aver da me una parola che si riferisse allo stato del suo cuore.
Sia che Romney intendesse che la sua gelosia sarebbe stata ridicola; sia che si fidasse di me, che restavo con lui senza domandar nulla, anzi senza ricever nulla; sia che, come me, stimasse la nostra relazione non obbligatoria da una parte nè dall’altra, e dovesse durare soltanto finchè ad entrambi piacesse, non aveva mai mostrato darsi pensiero delle cortesie che mi si facevano.
Una volta m’aveva detto:
— È convenuto, n’è vero, che non siamo tanto sciocchi nè l’uno nè l’altro da ingannarci? Son doppiamente felice, come amante e come pittore, di possedervi: ma non m’impongo a voi per forza: intendete bene, n’è vero? Probabilmente non sarò io il primo a stancarmi della nostra vita; ma se ciò accadesse, ve lo direi; convinto che voi mi perdonereste la mia franchezza, e che resteremmo buoni amici. Chiedo altrettanto da parte vostra.
Gli avevo steso la mano, nè avevamo detto altro.
Ero risoluta a parlargli dell’amore di sir Carlo, appena quell’amore si spiegasse in modo positivo.
Ma m’ero prescritta una norma per non aver nulla da rimproverarmi, smettere, cioè, ogni civetteria con sir Carlo.
Debbo dirlo? Con l’istinto della donna, sentiva che tutta la mia forza con sir Carlo, forza che probabilmente assicurerebbe il mio trionfo, era nella mancanza di ogni desiderio.
Il domani, mentre Romney era andato a cominciar un ritratto di Lady Craven, — che fu poi la famosa margravia d’Anspach, — il servo annunziò sir Carlo Greenville.
Risposi ch’ero pronta a riceverlo.
Entrò pallidissimo ed agitato.
Gli accennai, sorridendo, di sedermi accanto.
— Cara Emma, mi disse, m’è impossibile di restar nell’incertezza in cui sono.
— Incertezza! risposi; parevami al contrario che nessuna posizione fosse più precisa al mondo, di quella che v’avevo proposta.
— E perciò non sarei irresoluto se fossi libero. Vedete, poco è mancato che non mi rivedeste più.
— Come? avreste per caso voluto uccidervi? Aspettate almeno il mese d’ottobre; è il mese de’ suicidj.
— No, non voglio nemmeno darvi a’ vostri occhi questo merito o questa ridicolezza. Ecco la semplice verità: sapete o non sapete che ho uno zio ricchissimo, che m’è congiunto per avere sposato in prime nozze una sorella di mia madre: è scozzese di nascita e fratello di latte del re Giorgio IV, vecchio erudito, geologo, archeologo, che so io? ed ha nome sir William Hamilton. Da lui aspetto tutta la mia fortuna, giacchè di mio patrimonio personale non ho nulla o pochissima cosa.
— Ma dunque, milord, onde la spesa che fate?
Dall’impiego che ho al ministero; ma se il ministero cambia; se il signor Fox, che mi fu compagno di collegio e mi vuol bene, cessa d’esser ministro, perdo millecinquecento sterline di stipendio che mi frutta l’impiego, e non ho altro mezzo di vivere che mio zio. Orbene, cara Emma, mio zio m’ha scritto per dirmi appunto quel che vi dico, ed offrirmi il grado di primo segretario d’ambasciata a Napoli, e dopo la sua morte non solo l’ufficio tenuto da lui oggi, ma le sue immense ricchezze. Sono stato un momento dubbioso se dovessi accettare; ma ho sentito che mi sarebbe impossibile viver lontano da voi: ho rifiutato.
— È male.
— Ed avete il coraggio di dirmelo?
— Sì, rifiutando commetteste un primo errore, e sposandomi, — giacchè, se è vero che siate restato a Londra per me, mi sposerete, — ne farete un secondo.
— Voi non siete consolante, Emma.
— Sono schietta. Credetemi, sir Carlo, se la lettera a vostro zio non è partita, laceratala; se è partita, scrivetene un’altra in senso contrario. Sposandoci, faremmo entrambi un cattivo affare; io crescerò forse, ma v’abbasserò di certo.
— Ciò vuol dire che mancate alla promessa fattami, e che, anche offrendo di sposarvi, non debbo sperar nulla da voi?
— Non ho detto una sillaba di ciò, milord: la mia promessa è impegnata e la terrò.
— Ahimè! disse sir Carlo, la sventura è che non sono nemmeno libero di fare quel che dite una pazzia; mai, prima d’esser maggiorenne, mio padre mi permetterà di sposare una donna che non m’abbia scelta egli stesso, e fatto maggiorenne, per prender moglie a mio piacere, mi bisognerà lottare contro lui e chiamar in aiuto la legge.
— Che età avete?
— Non ho che ventidue anni e mezzo.
— Ebbene, milord, penso io, risposi ridendo, che è questa anzi una fortunata congiuntura. Durante i due anni e mezzo che ancor vi separano dalla vostra età maggiore, avrete tempo di assicurarvi che m’amate veramente, ed allora, fra due anni e mezzo vedremo.
— Come! vedete quel che soffro, e potete così beffarmi?
— Non vedo quel che soffrite; ascolto soltanto quel che mi dite.
— E non credete alle mie parole?
— Ricordatevi di quel che Amleto dice a Polonio: — «Parole! parole! parole!»
— Credete al mio onore, miss Emma? mi disse seriamente lord Greenville.
— Più che al vostro amore, sir Carlo.
— Credereste alla mia parola da gentiluomo?
— Nella misura del tempo che basta a fare svaporare un giuramento.
— Non credereste dunque a nulla?
— Sì, credo all’incostanza delle cose umane.
— Supponete, miss Emma, che m’obblighi fermamente a sposarvi alla mia età maggiore?
— Ciò diverrebbe più serio senza diventar molto più positivo.
— Perchè?
— Perchè una donna nel mio stato non ricorre ai tribunali per farsi sposare.
— Ma se sottoscrivessi la mia promessa in termini tali che fosse per me disonore mancarvi?
— Sarebbe allora da pensarvi.
— Vi pensereste?
— Se avessi la promessa, forse.
— Bene; stasera l’avrete.
— Non mi tentate, milord.
— Miss Emma, mi disse sir Carlo, levandosi, vi amo sopra ogni cosa al mondo. E se solo il matrimonio può darvi a me, ebbene! sarete mia moglie.
— Farò un’ultima cosa per voi, milord, non aprirò le mie lettere nè stasera nè dimani, sicchè avrete fino a doman l’altro per disdirvi.
— Posso aspettare ventiquattr’ore, avendo aspettato due mesi.
Mi baciò la mano ed uscì.
Tutto ciò fu fatto e detto da lord Greenville con grande semplicità, da uomo risoluto. Del resto sir Carlo aveva una fama di lealtà, che non lasciava dubbio, non sul compimento della promessa, ma sulla sua intenzione di compierla.
Da parte mia sentivo che, operando come facevo, non cedevo nè ad un calcolo d’interesse nè ad un desiderio ambizioso; ma che rientravo in qualche maniera sotto il potere di quella potenza inesplicabile ed ignota che disponeva del mio destino, e mi spingeva innanzi, facendomi quasi ad ogni passo della vita salir un gradino della scala sociale.
È vero che una volta ero caduta e la caduta era stata profonda.
Ma me n’ero riavuta, relativamente almeno; l’amore di sir John e di sir Harry non era che la glorificazione della mia bellezza; l’amore di Romney era la consacrazione dell’arte.
Dicevo fra me che la storia ha gradi anche per le cortigiane; che dopo essere stata Frine ero divenuta Taide; e dopo Taide, restavami a salire fino ad Aspasia.
Aspasia, amica di Socrate e d’Alcibiade; Aspasia donna di Pericle, che gettava il peso della sua parola negli affari dalla Grecia, decideva le guerre di Samo, di Megara e del Peloponneso; Aspasia era più che una cortigiana comune.
Ebbene, non so qual voce dicevami all’orecchio che non mi bastava esser Taide e che sarei Aspasia.
Romney tornò.
M’era troppo amico, perchè gli celassi nulla di quel che accadeva.
— Caro Romney, gli dissi, qual consiglio dareste ad una donna della mia condizione, che trovasse l’occasione di sposare un futuro Pari d’Inghilterra e di diventar milady?
— Bene! disse Romney, sir Carlo v’avrebbe finalmente palesato il suo amore?
— Vi eravate accorto che m’amava?
— Perdio!
— E non me n’avevate parlato?
— Era sicuro che, venuta l’ora, voi stessa me ne parlereste.
— Caro Romney, siete un uomo amabilissimo, ed in vero credo che non avrò mai cuore di separarmi da voi.
— Siete persuasa, cara Emma, che non saremo mai separati.
— Ma se sposo sir Carlo?...
— I corpi non si separano, ma l’anime. Ora, finchè vi sovverrete di me con piacere ed io di voi con delizia, non saremo l’uno all’altra presenti, non avremo la presenza reale, come dice la chiesa nel suo simbolico linguaggio, la comunione delle anime? A cinquecento, a mille leghe, saremo forse più presenti l’uno all’altra che alcuni che non si lasciarono mai.
— Siete un filosofo platonico, Romney.
— Gli antichi dicevano: — «Muor giovane colui ch’al Cielo è caro!» — Ebbene, io ho sempre pensato che amore dolcissimo sarebbe quello cui non si desse tempo d’invecchiare, e che si cogliesse nel suo fiore, s’imbalsamasse nella sua memoria, e che comparato a tutti gli altri amori, restasse giovane e fresco com’un’aurora di primavera.
— Adunque il vostro parere, Romney, è...? — Non terminai.
— Il mio parere è che seguiate il vostro destino, Emma.
— Credete che sarò un giorno Paressa d’Inghilterra?
— Non so quel che sarete, Emma; ma se dopo una lontananza di quattro o cinque anni, tornando a Londra, mi si dicesse che siete regina de’ tre regni, non me ne maraviglierei. Non sarei Romney, cioè il primo pittore dell’Inghilterra, se non credessi all’onnipotenza della beltà.
— Romney, è bizzarro; quel che ora mi dite m’è stato spesso detto da una voce interna. Romney, ve lo confesso quasi con terrore, credo al mio destino.
— Ebbene, seguite dunque il vostro destino. Se è ne’ voleri della Provvidenza, sarebbe empietà opporvisi.
La sera ricevetti la lettera di lord Greenville, ma come gliel’avevo detto, non l’aprii.
Nella sua impazienza non potè aspettare, e venne la sera.
Gli mostrai la lettera suggellata.
Romney fu per lui affettuoso come sempre, più affettuoso forse.
— A che ora avrò da voi una risposta? chiese sir Carlo.
— Domani, prima di mezzodì.
— Voglia Dio che secondi i miei desiderii, disse sir Carlo.
Il domani aprii la sua lettera; conteneva queste sole parole:
«M’obbligo sull’onore a sposare miss Emma Lyonna alla mia età maggiore, ed acconsento ad esser trattato da gentiluomo senza fede se mancherò alla promessa.
«1 maggio 1783.
«Lord Greenville»
Comunicai la lettera a Romney.
— Non v’è un minuto da esitare, disse, la vostra fortuna è in queste quattro linee; e se mai sir Carlo mancasse alla sua parola, io stesso m’incaricherei di disonorarlo.
— Adunque serbate questa lettera, dissi a Romney: è meglio nelle vostre mani che nelle mie.
— Da questo momento, cara Emma, disse Romney, chiudendo la mia lettera nello scrigno ove riponeva le sue gemme più preziose, siete mia sorella ed io son vostro fratello. Se m’accadesse sventura, penserei a farvi capitar questa lettera. D’altronde potreste sempre reclamarla, giacchè è a voi diretta.
Tornai nella mia camera, presi una penna, e scrissi a sir Carlo Greenville:
«Ottenete un permesso di otto giorni dal ministro; venite a prendermi stasera in carrozza e conducetemi ove vorrete.
«Emma Lyonna.»
Un’ora dopo ricevetti questo biglietto:
«Sarò a’ vostri ordini: ma avete commesso una dimenticanza nella vostra risposta. Dopo Emma Lyonna, dovevate aggiungere: Lady Greenville.
«Colui che avete fatto il più felice degl’uomini,
«C. G.»
La sera una carrozza a quattro cavalli ci trasportava sulla strada d’Edimburgo, mentre Romney annunziava a tutti i nostri amici, che fra due anni e mezzo, mi rivedrebbero col nome e col titolo di lady Greenville.