XIII.
Credo aver perfettamente spiegato il sentimento, non dirò che mi legava, ma che m’univa a sir Carlo.
M’univa a lui primamente la coscienza ch’egli mi amava veracemente; la certezza ch’era un uomo onesto; poi forse, sopra ogni cosa, quell’ambizione che mi spingeva agli onori, alle grandezze, alla ricchezza, invincibilmente, come la farfalla è tirata alla fiamma che deve divorarla.
Sir Carlo aveva avuto in eredità da sua madre un piccolo castello nella Scozia, sul Forth, fra Musselburgo e Preston-Pant, ad otto leghe da Edimburgo. Ivi ci fermammo.
Aveva ottenuto dal signor Fox, al quale probabilmente s’era astenuto dal dir il perchè della sua domanda, un congedo, non di otto giorni, ma di un mese.
Quella relazione, che durò tre anni e decise della sorte della mia vita, è forse quella di cui, in fatto di emozioni, abbia meno a dire.
Secondo la promessa fatta, dalla quale si teneva irrevocabilmente obbligato, sir Carlo mi stimava e mi trattava come sua moglie: da parte mia, vedendo in lui il mio marito futuro, lo trattavo come se già lo fosse.
Non illudendomi circa lo stato in cui m’aveva presa, e sopratutto su quello che l’aveva preceduto, apprezzavo benissimo il sagrifizio ch’egli aveva fatto obbligandosi a sposarmi: ora, prima d’ogni altra cosa, volevo renderlo tanto felice, che, durante i due anni e mezzo che dovevano precedere la nostra unione legale, un sol momento non si pentisse della sua risoluzione.
Non restammo al castello di sir Carlo che il tempo necessario per riposarci del viaggio, e quindi ci demmo a visitar la Scozia.
Quando fossi stata principessa del sangue reale, sir Carlo non avrebbe avuto per me più riguardi di quelli che mi mostrava. Il mio viaggio con lui fu un corso di storia, in cui imparai le leggende di Wallace e di Roberto Bruce, di Montrose e di Carlo Edoard: visitai la stanza in cui fu assassinato Rizzio, ed il castello ove fu prigioniera Maria Stuarda.
Il mese trascorse rapidamente; ritornammo a Londra. Durante la nostra assenza, l’agente di sir Carlo aveva presa in affitto una casa a Green-Park, ove avevamo, sir Carlo ed io, ciascuno un appartamento. Col suo stipendio ed il suo patrimonio, sir Carlo aveva circa duemila sterline per anno. Era poco, avuto riguardo al lusso sfoggiato da lui; ma il ministro gli aveva promesso, se restava al governo, di trovar un mezzo di accrescergli il soldo.
Aveva scritto allo zio William che, legato alla fortuna di Carlo Fox, resterebbe a Londra finchè il suo amico fosse ministro: gli aveva comunicato la promessa fattagli e l’aveva pregato di aiutarlo a conseguirne l’effetto.
Sir William gli aveva spedito un bono di mille lire sul suo banchiere.
Con perfetta delicatezza, lord Greenville mi domandò se non volevo prender maestri d’utilità e di diletto per compire la mia educazione. Capii che il cerchio di cognizioni che bastava ad Emma Lyonna, donna d’avventure e di piaceri, non bastava a milady Greenville, e dissi a sir Carlo di tracciarmi egli stesso un sistema d’istruzione.
Da quel momento ebbi un maestro di francese, un maestro d’italiano, uno di canto, uno di disegno, uno di ballo.
Ho detto già con quanta facilità imparavo, e che portentosa memoria avevo: benchè imparassi tutte quelle arti e quelle lingue insieme, feci in ciascuna rapidi progressi. Avevo naturalmente la voce intonata: la musica mi pareva un’arte che avessi dimenticata e di cui bastavami ricordarmi. Imparai l’italiano quasi cantando; al francese poi ponevo tanto ardore che, durante tutto il tempo che mi lasciavano i miei altri esercizi, avevo sempre in mano un volume scritto nell’idioma di Racine e Voltaire.
La mia vita era dunque affatto mutata; que’ mille piaceri che son il corollario della vita d’una bella donna, avevano ceduto agli studi d’una donna seria, dirò anzi d’una madre di famiglia. Dopo dieci mesi, una bambina venne a dare alla nostra unione una nuova apparenza coniugale più completa.
Ma due mesi prima avevamo subito un gran colpo nella nostra fortuna.
Quel che sir William Hamilton aveva preveduto accadde: dopo aver abbattuto il ministero di Pitt, Carlo Fox, incaricato nel 1782 del portafogli degli Esteri, aveva fatto fermare la pace con l’America e la Francia; aveva creduto vedere in quel trionfo l’origine d’un potere illimitato, e sdegnato de’ peculati della compagnia delle Indie, l’aveva altamente accusato alla tribuna, domandando un’inchiesta; ma non avendola ottenuta dalla camera alta, era obbligato a ritirarsi dal ministero ed a tornar all’opposizione.
Per questo mutamento, sir Carlo perdè l’ufficio: restavangli quindi in tutto di suo asse particolare, dugento cinquanta o trecento sterline annue.
Ricorse, come soleva, allo zio, affermandogli che fra poco Carlo Fox non poteva mancare di tornare al ministero; che in questa congiuntura la sua posizione sarebbe più bella che mai, giacchè avrebbe tosto ricevuto il premio della sua devozione all’amicizia.
Sir William Hamilton spedì una nuova cambiale di mille sterline sul suo banchiere.
Con quella somma, con gli averi particolari di sir Carlo, con la rendita delle mie otto o diecimila lire, avremmo potuto viver modestamente ed aspettare giorni migliori. Esortavo a ciò a tutto potere sir Carlo; ma sia che credesse veramente alla rivincita di Carlo Fox, sia che le sue prodighe abitudini soverchiassero i consigli della ragione, proseguimmo a menar la stessa vita.
Ne derivò che presto trovammo aver esaurito il nostro avere.
In tal congiuntura, mi correva obbligo di porre il mio peculio a disposizione di colui, del quale avrei portato fra breve il nome.
Lo feci.
In diciotto mesi vedemmo finita quella somma.
Per la terza volta sir Carlo scrisse allo zio, ma questa volta ebbe da lui un rifiuto, con invito tuttavia di andarlo a raggiungere, se credesse, alle condizioni già offertegli.
Quel partito era la nostra separazione eterna: sir Carlo non vi pensò un momento.
La nostra famiglia s’era accresciuta di due figli, il che aumentava anche le nostre angustie.
È vero che fra tre mesi sir Carlo giungerebbe alla sua età maggiore, e che quello stesso giorno, ne ero sicura, egli porrebbe ad effetto la sua promessa; ma sarei lady Greenville e non altro: la mia posizione sarebbe mutata, la nostra fortuna no.
La nostra povertà mutavasi a poco a poco in miseria.
Non so, o so male descrivere questo stato, in cui l’orgoglio, le abitudini, gl’istinti lottano ogni dì col bisogno; già una volta trascorsi rapidamente sulla mia caduta; il mio coraggio non sarà la seconda volta maggiore della prima.
Non potevo non esser riconoscente a sir Carlo che durava tanti patimenti per amor mio; ma la sua tristezza, il suo scoramento, il suo soffrire m’eran sensibili: vinsi la sua ripugnanza a scrivere per la quarta volta allo zio; scrisse.
La risposta di sir Hamilton fu per noi un fulmine.
Scriveva che s’era informato della vita di sir Carlo, ed aveva saputo che le sue angustie derivavano dall’amar una cortigiana indegna di amore; annunziava il suo prossimo arrivo a Londra, dicendo che voleva veder le cose con gli occhi proprii, ed agirebbe a seconda di quel che vedrebbe.
Non pertanto una proscritta annunziava a sir Carlo, che, ove gli piacesse accettar le proposte già fatte, partisse subito per Napoli, lasciando a Londra quella creatura indegna di lui, alla cui esistenza in tal caso la sua pietà degnerebbe provvedere.
Debbo dirlo a lode di sir Carlo, fu anche più sdegnato che non afflitto da quella lettera, a cui non rispose nemmeno.
Ma i suoi sentimenti generosi nulla mutavano al nostro stato. Dopo essere stati privati del superfluo, cominciavamo ad esser privati del necessario. Avevamo venduto fino alle ultime nostre gioie; dovevamo più d’un anno di pigione: un atto giudiziario bastava a gettarci sulla via, noi ed i nostri bambini.
Eravamo in quello stato estremo, in cui anche una nuova sventura si fa desiderabile, tanto è impossibile che una catastrofe, per terribile che sia, peggiori la nostra condizione.
D’improvviso ci fu riferito che da otto giorni sir William Hamilton era a Londra, nel suo palazzo a Fleet-Street.
Non eravamo stati avvisati di quell’arrivo, senza dubbio sir William aveva speso quel tempo a prender informazioni sul nostro conto; ad ogni modo una grande sventura ci era sospesa sul capo.
All’udir quella nuova, sir Carlo prese una subita risoluzione.
— Cara Emma, mi disse, tranne che non siamo separati, non possiamo esser più infelici di quel che siamo: ebbene, la nostra sorte è nelle vostre mani.
Lo guardai stupita.
— Ascoltate, continuò: conosco mio zio: è un archeologo fanatico d’ogni bellezza plastica; passa la vita fra’ più bei marmi della Grecia: ora non conosco una statua, fosse di Prassitele o di Lisippo, che v’uguagli in bellezza. Andate a trovar mio zio: gettatevi a’ suoi piedi; orate la nostra causa, e sarà guadagnata.
Guardai sir Carlo, tutta stupefatta di simile proposta.
— Come! gli dissi, contro me egli è irritato, e volete che io vada ad espormi alla sua collera?
— È irritato contro voi, cara Emma, perchè non intende il mio amore, e non l’intende perchè non vi conosce. Ma quando v’avrà veduta una volta; quando avrà udito la vostra voce irresistibile; quando le lagrime vi gronderanno supplichevoli dagli occhi, intenderà tutto e perdonerà.
Dimenai il capo: sentivo una ripugnanza profonda a quel passo.
— Allora, disse sir Carlo, non resta che rassegnarci alla nostra sorte, perchè io, ne son sicuro, non otterrò nulla da mio zio che aspetta la mia visita, ed è già preparato a respingermi: mentre voi...
— Ascoltate, sir Carlo, risposi, non vorrei che vi entrasse, non dirò nella mente ma nel cuore, il pensiero che, potendo ricompensare i vostri sacrifizi, io mi sia rifiutata ad un’azione, benchè per me umiliante: lasciatemi fin a domani per prepararmi all’abboccamento, e domani andrò.
— Farete quel che vorrete, cara Emma, disse sir Carlo; ma pensate che il tempo è prezioso e che è imprudente di perdere un minuto. Fin a domani, sir Hamilton può prender qualche risoluzione: mettetevi la veste più semplice; non siete mai più bella che nella vostra semplicità; andate a Fleet-Street; tutti conoscono il palazzo Hamilton; entrate arditamente, parlate col cuore, a nome vostro, a nome mio, a nome de’ nostri figli: Dio farà il resto.
Sir Carlo parlava con tanto convincimento, che anch’io cominciai a far cuore. Domandando fino al domani, avevo fatto ciò che fa il condannato che chiede s’indugi di qualche ora la condanna; avevo tentato ritardar il momento supremo; ma, risoluta la visita, era meglio farla subito.
Entrai nella mia camera con la fermezza delle risoluzioni disperate; indossai la mia veste meno ricca; legai i miei capelli che portavo sempre senza polvere con un semplice nastro: mi posi sul capo un gran cappello di paglia; mi gettai una mantellina sulle spalle; e riapparii d’improvviso nella stanza ov’era restato sir Carlo.
Allo strepito che feci entrando, sir Carlo levò il capo e mise un grido.
— Oh! mi disse, non siete mai stata tanto bella, cara Emma; siam salvi!