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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 15: XIV.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

XIV.

In luogo di prender una carrozza per andar da sir William, volli esser umile fino alla fine, e m’avviai a piedi a Fleet-Street per Pall-Mall e lo Strand.

Sir Carlo aveva ragione: mi bastò chiedere il palazzo di sir William Hamilton perchè mi fosse indicato.

Giunta alla porta, sentii sciogliermi nelle gambe m’appoggiai al muro e tentai darmi cuore.

Sua Signoria era in casa.

All’uscio un servitore mi chiese il nome per annunziarmi: temetti che dicendolo, non mi si rifiutasse l’ingresso.

— Dite soltanto a sir William, risposi, che una donna desidera parlargli.

Benchè avessi passato ventiquattr’anni, sembravo tanto giovane che il servo, non volendo riconoscermi per una donna, m’annunziò come una fanciulla.

Udii la voce di sir William che diceva:

— Fatela entrare.

Mi posi la mano sul cuor per comprimerne i battiti: mi sentivo presso a soffocare.

Il servo tornò, si strasse da banda e m’invitò ad entrare.

Sir William era seduto ad una tavola, correggendo le prove del suo libro, Osservazioni sul Vesuvio.

Restai per poco sulla soglia, aspettando che levasse il capo.

Mi vide; restò un momento immobile, guardandomi; poscia, levandosi e dando un passo incontro a me:

— Che volete, bella fanciulla? mi chiese.

La voce mi venne meno; non potetti che andar a lui e cader mezzo svenuta sul tappeto.

Vedendo il mio pallore ed il tremito nervoso che m’investiva, sonò il campanello per chiamar soccorso: il servo entrò.

— Ella sviene! ma vedete che sviene! esclamò sir William; venite, aiutatemi.

Il servo aiutò sir William a portarmi sur una poltrona; nel muovermi, il cappello cadde, ed i capelli caddero sciolti.

Quand’avessi ciò fatto per civetteria, non avrei ottenuto più bell’effetto: avevo i più magnifici capelli del mondo.

— Dell’aceto! dell’aceto! gridò sir William.

Il servo gliene portò una boccetta; egli mi sedè accanto, appoggiò il capo mio sulla sua spalla, e me la fece aspirare.

Riaprii gli occhi che, durante l’ultimo minuto, avevo tenuti chiusi più per terrore che per debolezza.

— Ah! milord, mormorai, quanto siete buono!

E mi lasciai cadere a’ suoi piedi.

Mi guardò con crescente stupore.

— Bisogna che voi abbiate a chiedermi qualche cosa di impossibile, signorina, mi disse, perchè dubitiate di ottenerlo.

Mi lasciai cader il capo fra le mani e ruppi in pianto.

— Oh! milord, milord, gli dissi senza levar il capo, se sapeste chi sono!

— Chi siete dunque?

— La persona che più odiate al mondo, milord.

— Non odio nessuno, madamigella, rispose sir William.

— Allora, quella che più disprezzate.

Mi pose la palma della mano sulla fronte, e mi sollevò il capo.

— Emma Lyonna, balbettai.

— Impossibile! esclamò, dando indietro, impossibile!

— Perchè, milord?

— Una donna perduta non ha un viso come il vostro.

— Un nobile cuore come quello di vostro nipote, milord, non si sarebbe dato ad una donna perduta.

— Tutto ciò che m’è stato detto è vero, o non è che un complesso di menzogne?

— Che han detto a vossignoria? Son pronta a risponder francamente alle sue domande: nel mio stato la prima delle virtù è la schiettezza.

— Mi si è detto che vostra madre era fantesca in un podere, e che voi stessa avete guardato le pecore.

— È vero, milord.

— Poscia serva in una piccola città di provincia.

— È vero ancora.

— Che veniste a Londra, ove un bravo medico, il sig. Hawarden v’allogò presso un gioielliere, ma i vostri malvagi istinti non permisero che vi restaste.

— È sempre vero.

— Qui comincia senza dubbio la menzogna: siete stata mantenuta prima da sir John Payne e poi da sir Harry Featherson.

Accennai col capo ch’era vero.

— Poi scendete più basso, sempre più basso; divenite complice del cerretano Graham, druda di Romney, druda di mio nipote, cui non cedete, affermasi, se non a patto che vi sposerà, ed a cui fate firmare una promessa di matrimonio, che lo fa, suo malgrado, vostro schiavo.

— Chiedo dieci minuti a Vossignoria per giustificarmi, risposi.

E, rialzatami, mi slanciai fuori della camera.

— Ove andate, gridò sir William, ove andate?

— Torno subito, milord.

Scesi le scale volando più che correndo e balzai in una vettura da nolo che passava, gridando: — «Cavendish-Square!»

Cinque minuti dopo ero da Romney.

La fortuna volle che fosse in casa.

— La promessa di lord Greenville, gli gridai, datemela, caro Romney.

— Che v’accade, mia povera Emma? Siete tutta sossopra.

— Non è nulla. Quella promessa, ve ne supplico, presto! presto!

Romney corse ad un armadio, aprì lo scrigno di cui parlai, e mi diè la promessa di matrimonio di lord Greenville.

— Prendete, mi disse; avrei per altro voluto che mi consultaste su ciò che volete farne.

— Per le cose di delicatezza, si consulta solo la propria coscienza, Romney. Grazie!

Mi slanciai fuori della camera; mi feci ricondurre a Fleet-Street; risalii le scale con la stessa rapidità e ritrovai Sir William che passeggiava pensoso, a gran passi.

Non gli diedi tempo d’interrogarmi e gli presentai la promessa di matrimonio di sir Carlo.

— Che è questo? mi disse.

— Vossignoria si degni leggere.

Sir William lesse:

«M’obbligo sull’onore a sposare miss Emma Lyonna alla mia maggiorità, ed acconsento ad esser trattato da gentiluomo senza fede se mancherò alla promessa.

«1 maggio 1783.

«Lord Greenville»

— Ebbene, e poi? disse: sapevo che questa promessa esistesse.

— V’ingannate, milord, risposi, essa non è più.

E m’appressai al fuoco e la gettai nelle fiamme, che subito la divorarono.

— Che fate? esclamò sir William.

— Nulla lega più vostro nipote, milord, risposi: a voi tocca ora ottener da lui che m’abbandoni.

E senza rispondere alla sua voce che mi chiamava, uscii dalla stanza e tornai a casa.

Sir Carlo aspettava pieno di vivissima ansietà.

— Ebbene, mi chiese, vedendomi tornare col volto acceso e dalla corsa e dalla commozione, che è accaduto?

Gli narrai il mio colloquio con lo zio minutamente.

— Adunque, mi disse, avete arso la mia promessa?

— Sì, sir Carlo, e siete libero.

— Cioè, mia cara Emma, il mio debito scritto si è mutato in un debito d’onore: ecco tutta la differenza.

— Ascoltate, sir Carlo, gli dissi, e riflettete bene: siete giunto a quel momento supremo in cui una vita intera si decide. Se m’abbandonate, non solo tutti vi daranno ragione, ma all’istante, il vostro avvenire è assicurato, la vostra fortuna fatta. Se, al contrario, v’ostinate a restar meco, la società tutta vi condanna, e vostro zio vi rinnega e vi disereda. Non potete materialmente vivere con me, e materialmente io posso far senza di voi. Voi ricco, mi renderete le diecimila lire spese da noi insieme; otterrete da vostro zio che assicuri una sorte a’ nostri figli; vivrò io e vivranno essi. Voi povero, i miei figliuoli ed io restiamo poveri, ed un giorno, inevitabilmente vi pentirete del vostro sacrifizio ed i nostri figli mi rinfacceranno la loro rovina.

— Basta, Emma, basta, esclamò sir Carlo, cingendomi delle sue braccia come per impedire che nessuno mi strappasse a lui, avverrà quel che Dio vorrà, ma nessuna forza umana potrà separarci!

In quel momento mise un grido: l’uscio della camera era rimasto aperto: suo zio che era salito senza permettere che alcuno l’annunziasse, e senza che lo vedessimo, era ritto sulla soglia ed aveva udito quanto avevamo detto.

— Mio zio! esclamò sir Giorgio, dando un passo indietro.

— Vedete, signore, gli dissi, che fo quel che posso, e che non ci ho colpa.

— Lasciatemi solo con questa giovane, signore, disse sir William Hamilton a sir Carlo.

Sir Carlo salutò rispettosamente ed uscì.

Sir William Hamilton mi si fe’ vicino e mi porse la mano.

— Son contento di voi, madamigella, mi disse, e spero che persevererete nella via in cui siete entrata.

— Perdono, signore, gli risposi; ma lo vedete, non ho d’uopo d’esser incoraggiata dai vostri consigli: quelli della mia coscienza mi basteranno, spero.

— Benissimo, ma, come dicevate a quel pazzo, avete figli.

— Questo è un altro discorso, ed il mio dovere di madre è di raccomandarveli.

— Da quel che ho udito, mio nipote vi dovrebbe un 10,000 lire sterline.

— È possibile, signore; ma questo è un affare fra vostro nipote e me.

— Se mio nipote acconsente a lasciarvi, triplicherò questa somma.

— Non presto ad usura nè il mio danaro nè il mio amore.

— Ma che farete con due o trecento lire di rendita?

— Tenterò trar profitto dalla mia istruzione.

— Darete lezione?

— Perchè no?

— E che lezioni?

— Di francese e d’italiano.

— Parlate francese ed italiano?

-Sì.

Sir William mi parlò in queste due lingue: gli risposi abbastanza correttamente perchè paresse soddisfatto.

— Sapete anche di musica, a quanto pare, aggiunse, giacchè veggo un cembalo ed un’arpa.

— So sonare infatti questi due strumenti.

— Sarebbe indiscretezza chiedervi d’eseguire un pezzo?

— Avete dritto di comandare, signore.

— E se invece di comandare pregassi?

— Scuserete allora se vi canterò un’aria che s’accorda allo stato del mio cuore.

— Cantate quel che volete: checchessia, l’ascolterò con piacere.

Lo confesso. In quel momento un po’ di civetteria entrò nel mio cuore: non potendo indovinare il sentimento che spingeva sir William a farmi tutte quelle domande, non ne vidi che il lato insensibile ed egoista, e trovai ch’era crudeltà a pregarmi di cantare in quella circostanza; costretta ad obbedirgli, volevo almeno trarre tutto il vantaggio possibile della mia obbedienza a pro del mio amore.

Chiamai in aiuto tutta la potenza mimica che la natura m’aveva data. Andai a sedere innanzi all’arpa, e con la fronte appoggiata ad essa, i capelli scinti ed inanellati sulle spalle, disperata e gemente come Desdemona, feci correre alcuni accordi dolorosi sulle corde dello strumento ed incominciai quella straziante ballata del Salice:

«La giovinetta piangea, piangea,

D’un sicomoro a piè sedea:

Teneasi al core la man vicina

E su’ ginocchi la testa inchina. —

«Il verde salice cantate ognor

Cantate il salice del mesto amor.»

Spesso avevo, nelle nostre serate presso sir Harry, o presso Romney, cantato quel poetico lamento e sempre con immenso successo; ma quella volta più che mai ero commossa da parità di situazione.

Durante la pausa fra la prima e la seconda strofa, non udii nemmeno il respiro di sir William, tanto anelante, tutta l’anima sua era sospesa alle mie parole.

Proseguii:

«Un fresco rio scorreale accanto,

Che mormorava al suo compianto:

Amaro il pianto dal ciglio uscia

Che fin le rupi commosso avria. —

«Il verde salice cantate ognor;

Cantate il salice del mesto amor.»

Mi fermai, quasi mi paresse aver dato a sir William un saggio sufficiente della mia arte di musica, di cantatrice e di mima.

— Oh! di grazia, disse, continuate!

Ripresi:

«Nomai mendace l’amante mio;

E’ che rispose quando m’udio?

— Se a molte io dono facile il core,

Tu molti allieta del tuo favore. —

«Il verde salice cantate ognor;

Cantate il salice del mesto amor.»

E dopo aver fatto rendere all’arpa il suo strido più doloroso, lasciai i suoi concenti morir lentamente, come un ultimo sospiro.

Avevo lasciato cadere, sfinita, il capo sulla spalla: aspettavo l’assoluzione o la condanna.

— Signora, dissemi sir William, intendo ora l’adorazione di mio nipote per voi: ditegli che lo prego di venirmi a parlar dimani.

E salutandomi con rispetto, si ritirò.

Appena fu uscito, sir Carlo, che dalla camera attigua aveva veduto ed udito tutto, slanciossi nel salotto, e stringendomi fra le braccia, con gli occhi pieni di gioia, il cuore pieno di speranza, esclamò:

— Lo sapevo io che ci salveresti!