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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 16: XV.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

XV.

È facile l’immaginarsi da quali emozioni io fossi dominata in quel giorno, sir Carlo nutriva una sicura speranza, la quale, non saprei per qual motivo, mi era impossibile di condividere.

Mi pareva che questa apparente sconfitta di sir William celasse qualche cosa d’ignoto. Ad ogni cosa che mi dicesse, o ad ogni progetto che lord Greenville facesse io rispondeva: domani vedremo.

Il domani arrivò.

Non avendo sir William Hamilton fissata l’ora, sir Carlo si recò da lui alle nove del mattino.

Io me ne stetti ad aspettare, ed aspettai un’ora che mi parve un secolo.

Passata un’ora circa, sir Carlo fu di ritorno, ed a prima vista potei agevolmente comprendere non essersi avverata nessuna delle sue speranze.

Era pallido ed affatto abbattuto.

— Ebbene? gli domandai io tutta tremante.

Si cavò di tasca una lettera.

— Inflessibile, mi rispose, egli vuole che ci separiamo immediatamente.

— Che v’aveva detto io?

— Se vi acconsentiamo, continuò a dire sir Carlo egli assicura cinquecento lire sterline di rendita a ciascuno dei nostri figli reversibili in caso di morte sulla testa degli altri. — Ed a me egli costituisce una rendita di mille e cinquecento lire, ed a voi egli restituisce le dieci mila lire sterline che abbiam speso insieme.

— E che avete risposto?

— Ho rifiutato.

— Cos’è questa lettera?

— È per voi.

— Di vostro zio?

— Di mio zio.

— Leggiamola.

— Non è che per voi, ed io gli promisi che non l’avreste letta che voi sola.

— Date.

— Devo dirvi una cosa? proseguì sir Carlo guardandomi con mestizia.

— Che?

— Mio zio è innamorato di voi.

Io trasalii.

— Sir Carlo, siete pazzo.

— Son pronto a giurarlo.

Abbassai la testa sul seno: un lampo m’aveva illuminata.

Mi sovvenni della scena della sera antecedente, gli sguardi d’ammirazione, e l’accento carezzevole di sir William.

Mi accostai al camino colla lettera in pugno decisa di gettarla al fuoco.

Sir Carlo mi trattenne.

— Emma, mi disse con voce abbastanza sicura, ieri eravate voi che m’incoraggiavate ad esser uomo, ed era io che faceva resistenza a checchè voi mi diceste in pro de’ miei figli e mio. Oggi son io che vi dico: Emma, leggete questa lettera e considerate seriamente le proposte che in essa si trovano, poichè son certo che ve ne sono, il momento è supremo, e se ieri mi credeva in diritto di disporre del mio destino, e di quello de’ miei figli, oggi non sento d’aver quello di disporre del vostro: e di essere un ostacolo al vostro avvenire ed alla vostra felicità.

Lo rimirai con stupore; ma conoscendone il cuor nobile, io non dubitai un istante del motivo che lo faceva parlare.

— Ho promesso a mio zio, egli continuò, ho promesso di lasciarvi tutta la libertà di leggere questa lettera: leggetela, cara Emma, e se, come non ne dubito, è l’ultimatum di sir William Hamilton, decidete della nostra sorte.

Ed abbracciandomi lagrimoso, passò nelle stanze da letto e mi lasciò sola nella sala.

Io restai un momento in piedi, tutta tremante e col sudor sulla fronte; indi vacillando mi lasciai cadere su d’una sedia a bracciuoli; io capiva difatti ch’io teneva nelle mani il nostro comune destino.

Apersi la lettera, ma non potei leggerla tosto, una nube mi copriva gli occhi.

A poco a poco i caratteri si fecero più visibili, la mia vista si schiarì e lessi:

«Signorina

«Da ieri a questa parte ho fatto le mie riflessioni con tutta quella freddezza e quella calma che si possono conservare, anche alla mia età, dopo avervi veduta.

Nelle vostre qualità, nei vostri meriti, nell’avvenenza infine della vostra persona io trovo la spiegazione della passione di mio nipote.

Non solo comprendo il modo con cui vi si possa amare, ma eziandio perchè vi si possa amare per sempre; vi hanno però nella vita certe fatalità, contro le quali sarebbe follia il voler lottare, contro le quali si finirebbe ad infrangersi, ma a vincerle non mai; queste fatalità ieri noi le abbiamo insieme passate in rassegna, e trovansi comprese nelle confessioni che ieri aveste la franchezza di farmi.

Pensateci bene, e ditemi voi stessa se sia possibile che, nella stessa città che vide in voi l’amante di sir John Payne, e di sir Herry Featerson, che vide in voi la socia di Graham, il modello di Romney, voi diventiate la moglie di sir Carlo Greenville, a rischio di incontrare ad ogni passo che farete nelle vie di Londra, una memoria di quel passato, contro il quale nulla valgono i pentimenti, e che la potenza di Dio stesso non potrebbe cancellare.

Il vostro matrimonio con mio nipote, quand’anche io avessi ad acconsentirvi, ed avessi ad assicurarne la posizione, è una disgrazia per voi ed i vostri figli.

Voi avete venticinque anni, — siete voi che mi confidaste la vostra età, giacchè non giudicando che dai miei occhi io non ve ne stimerei più di 18. — Voi avete 25 anni; mio nipote non ne ha che 24, egli è quindi minore di voi di un anno, egli s’avanza verso l’età delle passioni. Per quanto siete bella, seducente, perfetta, non potrebbe darsi un giorno che egli vi sfuggisse, e che in quel giorno si lasciasse egli altresì sfuggire di bocca una parola di pentimento pel sagrificio che crederà di avervi fatto?

So benissimo, che sposando oggi un uomo rovinato e senza avvenire, siete voi quella che si sagrifica, ed io sono il primo a proclamarlo in faccia al mondo, però il sagrificato sarà egli.

Ecco quindi ciò ch’io vi propongo: invece d’essermi nipote, siatemi figlia.

Io son vedovo e senza figli, e quindi solo a questo mondo. — Mio nipote che fu da me lontano fin dalla giovinezza, non è per me che uno straniero; io l’amo per l’amore che aveva per mia sorella, e non per quello che io abbia direttamente per lui, ed egli stesso, senza saper darsene ragione, non ha per me che un affetto in rapporto al bene ch’io possa fargli.

Divenendo mia figlia adottiva scompaiono tutte le impossibilità che vi sono d’ostacolo per vivere tranquilla e felice in Inghilterra, nella guisa stessa che scompare il solco d’una nave passando da un mare all’altro. Io vi conduco meco a Napoli, dove nessuno vi conosce, dove nessuno vi ha veduta, dove non vi chiamate più nè Emma Lyonna, nè Miss Hearte; dove non sarete più l’amante di Featherson nè la socia di Graham, nè il modello di Romney; dove avrete il nome che più vi piacerà di adottare, vale a dire di mia figlia adottiva, di mia amatissima figlia.

Non vi parlo delle mie sostanze, sono sette od ottocento mila lire sterline di rendita, oltre il mio posto d’ambasciatore che ne vale altre cinque mila. Di questi beni io ne faccio tre parti, una per voi, una per mio nipote, e l’altra pei vostri figli.

No, io non parlo se non di servigi che voi possiate rendermi. Ho cinquant’otto anni, io ho bisogno di cure, d’amicizia, in luogo d’amore; ho bisogno d’essere amato come si ama un vecchio. Quanto tempo mi resta da vivere? Sei, otto, forse dieci anni. —

Considerate come alla vostra età volino rapidi dieci anni. — Dunque da qui a dieci anni, alla più lunga, voi ne avreste trentacinque, sarete cioè in quella età in cui la donna è ancora in tutta la pienezza della forza e bellezza, sarete allora libera, ricca e — permettetemi di aggiungere queste parole alle quali io non attribuisco nessun significato offensivo — e purificata dalla vostra divozione.

Lasciate che inoltre vi dica che io abito Napoli, una delle più amene città del mondo, e che ho ragione di sperare che io l’abiterò fino alla morte; che in essa godo dell’amicizia del re e della regina, e che in essa io vedo una società sopra la quale voi prenderete quell’ascendente che vi danno la vostra bellezza ed i vostri talenti e la vostra eccellenza; una società composta di ogni sorta di talenti, e di intelligenze, e di tutte le aristocrazie, dall’aristocrazia della nascita a quella del genio, e che sarete colà la regina dell’avvenire, mentre siete qui la schiava del passato.

Ora avete letto, fate i vostri riflessi; io aspetto la vostra risposta con maggior impazienza che non farebbe un giovane innamorato; io l’attendo da vecchio egoista.

Del resto qualunque sia per esserne il tenore, non verrà meno in me nessuno di quei sentimenti che vi ho dedicati, fra i quali la stima occupa il primo posto.

William Hamilton.»

Questa lettera cotanto semplice, cotanto nobile e degna, debbo confessarlo, mi commosse profondamente, — mi lasciai cadere le braccia lungo la vita, e la testa sul petto; e m’immersi in una profonda meditazione.

Quando rialzai il capo, sir Carlo era in piedi dinanzi a me — al di lui melanconico sorriso, era facile scorgere com’egli indovinasse ciò che avveniva nell’intimo del mio cuore.

Io gli stesi la lettera.

— Leggetela, gli dissi.

Egli vi gettò su uno sguardo.

— No, io gli dissi, non leggetela in mia presenza, leggetela da solo come io feci. — In ogni caso, è però sempre un cuor generoso il cuore di vostro zio.

Sir Carlo ripassò nella stanza ed io restai di nuovo sola nella sala. — Sola, oh no! La lettera di sir William l’aveva popolata d’un mondo intiero di fantasmi sconosciuti.

Anche stavolta il caso, il destino, la fatalità, la provvidenza sembravano voler disporre di me senza riguardo ai miei desiderj e senza lasciar libero il campo al mio libero arbitrio. Io non potevo dissimulare la forza e la verità degli argomenti di sir William Hamilton intorno al mio matrimonio con suo nipote; tutti questi pensieri mi erano venuti più di una volta, e quanto più io andava avvicinandomi alla meta ideale della mia ambizione, tanto meno appetibile me ne sembrava la realtà.

Al contrario l’orizzonte che sir William m’aveva ora schiuso sfolgorava di tutto il fuoco di quel sole del mezzogiorno, ch’io non aveva per anco intraveduto, se non a traverso dei canti del Tasso e dell’Ariosto; la mia funesta immaginativa, pronta sempre a trascinarmi nelle sue illimitate regioni, mi andava ora svolgendo i raggi più abbaglianti. Avezza a regnare nelle sale, stava ora per riconquistarvi più completo, più vasto, e più sublime quell’impero che io aveva perduto a cagione della partenza di sir John, dell’abbandono di sir Harry, e da ultimo per la rovina di sir Carlo, ben altrimenti più elevata essendo la posizione diplomatica occupata da sir William Hamilton. Un ambasciatore non è già un re, ma ha l’incarico di rappresentarlo; quindi che immenso campo per soddisfare l’ambizione d’un ambasciatore foss’ella la donna la più esigente della terra! Quest’idea era tuttavia non poco attutita dal pensiero, che l’essere figlia adottiva d’un ambasciatore è ben altra condizione che l’esserne la moglie: potendo la noia, il capriccio, le fantasie d’un vecchio ghiribizzoso una volta serie che fossero, lasciar ricadere la figlia adottiva, la cui adozione non fosse assicurata, al livello d’Emma Lyonna ed a quello pure di Miss Hearte.

Se in luogo di figlia adottiva il signor William avesse detto moglie, oh allora sì!

A questo pensiero un lampo mi abbacinò la vista.

Come ciò?

La schiatta di Lord Greenville non era forse assai più grande di quella di sir Hamilton? Non discendeva forse il primo dai Warwich, o non era desso per lo meno alleato di quell’illustre famiglia dei Warwich, originaria da quel famoso conte Riccardo Nevil che chiamavano il fattore dei re? Sir William era tutto al più di buona famiglia scozzese, se pertanto un Greenville, vale a dire un Warwich non aveva sdegnato di impegnare per me la sua parola, perchè sir William Hamilton che era bensì ricco, che godeva bensì di una posizione elevata, ma difettava di quei pregi seducenti di aristocrazia e di gioventù che aveva suo nipote — perchè sir William doveva esitare a dare il nome di Lady Hamilton a colei che non aveva se non una parola da dire per essere Lady Greenville?

M’era io forse sostata nella corsa ascendente, o se io era caduta, la mia caduta provvidenziale, per così dire non m’aveva sempre ricondotta in regioni più alte da quelle ond’ero discesa?

Essendo già quasi Lady Greenville, io aveva maggiore distanza a divenir Lady Hamilton di quanta ne avessi avuta a divenir Lady Greenville quand’ero l’amante di Romney.

Sarò o l’una o l’altra, ma sarò Lady: questa fu la mia determinazione.