MEMORIE
DI
EMMA LYONNA
I.
Io era l’amante di sir John Payne.
Da questo punto ha principio la storia de’ più tristi avvenimenti, non però forse la più colpevole di mia vita, che in prova del mio pentimento io narrerò con tutta sincerità, avendo promesso di confessarmene innanzi a Dio ed agli uomini.
Questo mio primo amore, o dirò meglio traviamento — non avendo io veramente mai amato che una sol volta in mia vita — io non sarei mai per rimpiangerlo quando un tale rimpianto non fosse che conseguenza naturale di quel disgusto che prova un cuore dopo la colpa, se questa non ebbe a fruttargli che materiali disinganni, imperocchè sir John era un nobile e degno signore, pieno di generosità e di cortesia, del quale io non ebbi che a lodarmi in tutto il tempo che durò la nostra relazione, che fu di cinque o sei mesi.
Io abitava il bel casino di Piccadilly, al quale ei recavasi ogni qualvolta non erane impedito dai doveri del suo servizio, serbandovi tal delicato contegno, come s’ei ponesse il piede in casa mia e non già foss’io nella sua. A miei comandi stavano equipaggi e servi, e dal rispetto che questi ultimi mi portavano potei arguire quanto a me ne portasse il loro padrone.
Cedendo a quella curiosità, mercè la quale una donna mai non tralascia di fare una minuta ispezione a tutti i mobili delle sue stanze, vi trovai in uno di essi una borsa colle mie iniziali, contenente cinque o sei cento lire sterline, ed in uno scrigno un’acconciatura pel capo, scrigno tempestato dai turchesi e dal diamanti.
Tostochè m’avvidi che quel denaro era destinato per me, lo spartii in due parti eguali, e ritenutane una per mio uso, mandai l’altra a mia madre, tacendole però il luogo di mia dimora, e la provenienza della somma di cui le spediva la metà.
Il pensiero di non aver io mai dall’alto della mia fortuna e vergogna dimenticato un sol momento colei che mi ha data questa vita, già sì splendida ed in un dolorosa, e d’averne provveduto al materiale benessere, è quello che forma la migliore delle mie consolazioni al presente, in cui mi si para innanzi la minaccia d’una vecchiaia triste ed infelice.
Del resto io sarei stata perfettamente felice, se non era il travaglio interno che mi davano due pensieri: l’uno si era di almanaccare che mai avrà dovuto pensare il mio sconosciuto Romeo, dopo che la sera m’avrà attesa invano ai piedi del mio balcone; l’altro, che cosa potrà aver detto Miss Arabella allorchè ritornata a casa avrà trovato ch’io me n’era partita.
E, per verità, io aveva una maniera singolare di abbandonare coloro che mi avevano fatto e voluto bene, ciò che avrà senz’altro lasciato nel loro concetto un’opinione bene strana a mio riguardo.
Ne provai per qualche giorno una certa qual vergogna, per cui io me ne stetti rinchiusa a Piccadilly, dove il giorno dopo che vi fui stabilita ricevetti la visita d’Amy e di Dick, il cui abbigliamento lasciavami supporre che essi avessero partecipato delle larghezze di sir John Payne.
Questi alla fine mi persuase a sortire, e sapendo essere il teatro la mia passione dominante, prese un palco a Drury-Lane.
Scelse per condurmi il giorno in cui vi si rappresentava l’Amleto, dove io ascoltai con una certa emozione i versi ch’egli mi aveva recitati a bordo del Teseo, e raffrontando la mia sorte a quella d’Ofelia, m’interessai con tutta l’anima alle sventure della figlia di Polonius.
Le due scene di pazzia furono per me quello che già erano state le scene del giardino e del balcone di Giulietta e Romeo, e nel ritornare da quelle rappresentazioni non feci che discorrere d’Ofelia, e tutta la notte non feci che pensare ad Ofelia, e ripeterne quei versi che m’erano restati nella memoria.
Nella piccola biblioteca di Piccadilly non v’era nulla di Shakespeare, che sir John teneva invece a bordo del Teseo: dovendo quindi recarvisi nel corso della giornata, mi promise di condurvi seco uno dei miei servi, col cui mezzo egli me lo avrebbe fatto tenere.
Io aspettai pertanto il mio Shakespeare con una impazienza, quanta ne proverebbe un’altra donna nell’aspettare una collana o dei bracceletti.
Anzichè prenderlo, io lo strappai dalle mani del servo, e mi chiusi con esso nella mia stanza, e mi tuffai avidamente in quell’oceano di poesia.
Alla sera io sapeva a memoria le due scene di pazzia; ed essendomi pure rimasti nella memoria gli avvisi ora gai ora tristi che Ofelia dà al suo amante quando lo visita nel giorno di San Valentino, o quando ella sparge fiori sulla tomba del padre, io ne seppi riprodurre con quel talento mimico ch’io ho sempre avuto, non solo i gesti, ma persino le stesse intonazioni da me vedute ed udite la sera antecedente.
Tutto ciò avveniva da sola, e davanti ad un immenso specchio dalla cornice dorata, quale me l’aveva profetizzato Dick.
Non vi mancava che una cosa, un costume — facile d’altronde a farsi, essendo assai semplice quello d’Ofelia — il quale consisteva in una lunga veste bianca.
Risolsi di cavarmi questo capriccio il giorno seguente.
Alla sera a cena chiesi a sir John il permesso di sortire all’indomani.
Egli mi guardò con meraviglia.
— Il permesso? egli mi disse. Ma credete d’aver bisogno del mio permesso per sortire?
— No, gli risposi, non sarei però sortita senza dirvelo.
— Giacchè avete questa bontà, vorreste avere altresì quella di farmi l’intera confidenza del motivo che vi induce a sortire?
— Esco, per comperar della stoffa, gli dissi.
— Perchè non far venire la vostra sarta?
Io mi misi a ridere.
— Perchè io intendo farmi da me la veste che mi abbisogna, gli risposi.
— Prendete, se non altro, l’indirizzo dei mercanti i più riputati.
— È inutile, ciò che m’abbisogna lo troverò presso il primo che mi capiti, anzi non so che mi tenga dal mandarvi la mia cameriera in mia vece; è appunto ciò che farò se voi acconsentite d’accompagnarmi in altro luogo.
— Ovunque vi piaccia condurmi, Emma mia diletta, io mi crederò sulla strada del paradiso; sarei quindi ben pazzo s’io avessi a rifiutarmi.
— Allora siamo intesi, dopo colazione io mando la mia cameriera in città.
— E noi andiamo?....
— In mezzo alle campagne, se ciò v’aggrada; domani i miei gusti saranno campestri.
— A che ora faremo questa scampagnata?
— Dopo la colazione, se l’ora accomoda a vostra signoria.
Queste furono le basi dei nostri accordi. Il seguente mattino, tosto che fui alzata mandai la cameriera in cerca della più bella stoffa di lana bianca che sapesse trovare, e d’un gran velo nero di tulle.
Sir John udiva questi miei ordini, e non sapeva intendere che intenzioni io m’avessi, e si scorgeva chiaramente com’ei morisse di voglia ch’io gli svelassi un cantuccio del mio segreto; ma io me ne stetti colla bocca chiusa.
Finita la colazione, salimmo in carrozza ed io ordinai al cocchiere che ci conducesse fuori della città nei campi più vicini; ed i più vicini di essi essendo tuttavia ben distanti da Londra, non ci volle meno d’un’ora perchè mi venisse fatto di trovare quanto mi occorreva.
Finalmente ordinai al cocchiere di fermarsi e smontai.
— Ho da seguirvi? domandò sir John.
— Certamente, io risposi, non solo seguirmi, ma dovete pur anco aiutarmi.
— A far cosa?
— Lo vedrete.
Entrai allora nel prato, e mi feci a cogliere dei fiorellini azzurri, dei bottoncini d’oro, dell’avena selvatica.
Sir John poneva mente a che io faceva, e così faceva esso pure.
Quando ciascuno di noi ebbe colto un covone di fiori campestri, io montai di nuovo in carrozza.
— Invero la vostra è una idea ben singolare. Venir qui a raccogliere tutto questo fieno, mentre presso i primi giardinieri di Londra voi potete procurarvi i fiori i più belli.
— Non vi diss’io, ch’io sono una semplice contadinella? Per una mia pari deggion quindi aver maggior prestigio i fiori delle campagne, che non quelli della città.
— Avrei io la sventura di vedervi rimpiangere il tempo che voi eravate ninfa dei prati del Flintshire, quando invece dovreste essere una divinità di Londra?
— No, mio caro Lord, benchè la mia divinità sia assai contestabile, per essere questa riconosciuta da un adorator solo.
— Oh! quanto a ciò non avete che a farvi vedere, perchè v’abbiate un culto universale, rispose sir John. Allorchè a Venere saltò il capriccio di regnare sul mondo intiero, sortì dal mare, e tutto fu fatto.
— Mi consigliereste forse, io gli domandai ridendo, di comparire innanzi ai miei sudditi futuri nello stesso costume di Miss Afrodite?
— In fede mia no, ciò ebbe un esito troppo infelice presso il re Candolle, perchè ne ritenti la prova.
Verso le tre noi eravamo ritornati a Piccadilly, dove sir John mi lasciò giù alla porta insieme al mio fascio di fieno, com’egli diceva, e proseguì la strada fino all’ammiragliato, dove egli aveva affare.
Trovai la mia cameriera tornata colle provviste che io le aveva ordinate; io le aveva inoltre ingiunto di condurmi una sarta, e questa pure stava attendendomi.
Ricordandomi del taglio della veste di Ofelia, volli correggerne quanto mi parve in essa meno grazioso, e valendomi di quella prodigiosa abilità ond’io seppi mai sempre, non dirò vestirmi, ma adattarmi un costume, mi tagliai io stesso la tunica, e promisi una lira per ciascuna alla sarta ed alla cameriera se per le nove della sera l’avessero finita di cucirla, o per lo meno imbastirla.
Sull’istante si misero all’opera, sperando ottenerne il premio promesso.
Io poi feci una scelta dei fiori ch’io portai dalla campagna, e li posi nell’acqua acciocchè si serbassero freschi per la sera.
A sei ore sir John fu di ritorno.
Egli se ne tornava tutto giulivo per essergli stato concesso due mesi di vacanza, ch’egli aveva domandati colla mira di dedicarmeli tutti e due intieramente.
L’amore ch’io portava a sir John non era già quello che generalmente intendesi sotto questo nome, — che di questo io non sentiva per lui, — ma era piuttosto un affetto pieno di riconoscenza, non già a motivo del lusso ond’egli m’aveva circondata, sì bene della cortesia ch’egli usavami, rimanendo il mio orgoglio aristocratico maggiormente soddisfatto dalle forme sotto cui celavasi il beneficio, che del beneficio in sè stesso.
Sir John m’aveva chiesto il permesso di non ritornare al Teseo se non il giorno seguente; com’è agevole il crederlo, io glielo accordai, dicendogli inoltre che per ricompensarlo o castigarlo — e ciò a norma delle sue idee — della smodata di lui ambizione, io gli preparavo una sorpresa.
In fatti alle nove gli chiesi di poter ritirarmi per pochi istanti nella mia camera; per il che egli mi domandò alla sua volta ridendo, se questa eclissi aveva rapporto con la sorpresa di cui si parlò. Io lo lasciai nel dubbio.
La mia veste era bell’e all’ordine.
Mi disciolsi i lunghi capegli, intrecciai una corona, quale soleva farne per rimirarmi entro l’acqua quand’io era fanciulla, indossai la lunga veste che lasciava scoperte le braccia ed una parte del petto, feci appello a tutto quanto la memoria mi dettava, aggiungendovi del mio checchè l’ispirazione sapesse suggerirmi, e spalancai la porta della sala.
Era la prima sera in cui m’apprestava a formarmi un’idea dell’influenza che avrebbe potuto esercitare sugli uomini la mia bellezza, sussidiata dal doppio prestigio della mimica e della poesia.
Egli è bensì vero che colui, che in tale circostanza mi serviva da rappresentante degli uomini, nutriva già delle forti prevenzioni in mio favore, e non poteva quindi formar legge generale; tuttavia non volli arrischiare la prova se non dopo aver gettato un ultimo e prolungato sguardo sul famoso specchio dalla cornice dorata.
Il complimento ch’io riportai da quello specchio fu sì completo, che ogni mio dubbio svanì ed entrai con tutta franchezza.
Sir John trovavasi in quell’istante opportunamente appoggiato al camino, e quindi cogli occhi rivolti alla porta.
Al mio apparire egli gettò un grido di sorpresa e d’ammirazione.
Ebbi un successo completo fin dal principio.
Come ben può credersi, ciò servì non poco a darmi coraggio.
Incominciai tosto la canzone metà allegra e metà triste, dalla quale ha principio la scena della pazzia.
Come l’amore — vero provato
Scerni da quello — che tal non è?
Egli ha il cappello — di nicchj ornato
Bordone in mano — sandali al piè.
Sir John distese verso di me le braccia, ma io finsi di non addarmene, e cogli sguardi vaganti nello spazio, proseguii con un accento di più intensa tristezza.
Egli è partito, è morto, o mesta!
Morto, partito, non torna più!
L’erba è cresciuta sulla sua testa
Il freddo sasso vi poggia su.
Sir John fece applauso.
Io gettai allora quel grido prolungato di lamento come io l’avevo udito gettare dall’artista che rappresentava la parte d’Ofelia, e con voce interrotta dai singhiozzi tirai innanzi.
Qual neve alpina, bianco è il suo manto
Tutto cosparso di dolci fior.
Sulla sua tomba li nutre il pianto,
È la rugiada del puro amor!
Sir John fece un passo verso di me.
Soltanto allora feci mostra di vederlo, e gli rivolsi quei versi che Ofelia rivolge al re.
Bene! V’aiuti il cielo. — E’ m’hanno detto
Che la civetta d’un fornaio è figlia....
Signore, noi sappiamo quello che siamo,
Non quel ch’esser potremo....
Indi di salto dalla più profonda melanconia passando alla più aperta allegrezza, cominciai la canzone tanto popolare in Francia:
Quest’è il giorno di san Valentino,
Sorgon tutti col primo mattino,
Del mio bello al balcon volerò,
Suo fedel Valentino sarò.
Egli sorge, s’abbiglia e festante
La sua porta dischiude all’amante:
Ma colei che zitella a lui va,
Se ritorni zitella chi ’l sa?
Poscia messa di nuovo nel mio sguardo quell’espressione vaga e caratteristica dalla pazzia ch’io aveva cessata per un istante, ripresi:
. . . . . . . . . . . . Io spero
Che tutto a ben verrà. Di pazienza
Abbiam bisogno; ma che far potria
Se non pianger, pensando che l’han messo
Nella gelida terra?.... Il mio fratello
Ben lo saprà, del vostro buon consiglio
Grazie vi rendo.... Andiamo, il cocchio mio.
O dame, buona notte! buona notte,
O dame graziose! buona notte!
E sortii gorgheggiando un’aria d’una canzone sconosciuta.
Non appena io riposi il piede nella mia stanza, sir John vi si precipitò dietro ai miei passi.
— Siete una maliarda, egli disse, ed una pazzia simile farebbe impazzire lo stesso re Salomone.
Io però, quasi io non l’udissi, proseguii dando alla mia voce un’espressione sì dolorosa ch’io stessa ne provai ribrezzo:
Sulla scoverta bara lo recano....
Ahi! più non è — no! più non è.
Sulla sua fossa cade una lagrima.
— Emma, esclamò sir John, Emma, rispondetemi dunque, ve ne scongiuro.
— Addio, mio tortore, gli dissi, seguitando la mia parte.
Indi, ripigliando di nuovo la stessa espressione di dolore ch’io aveva per un istante dismessa, distesi il velo nero sul tappeto e sfogliando i miei fiori:
. . . . In terra, in terra!
In terra dunque lo mettete.
Sir John fece per interrompermi, ma io non gliene lasciai il tempo, e gli dissi col sorriso sulle labbra:
. . . . Eccovi questo,
È ramerino, e val per ricordarsi,
Ven prego, amate, ricordate sempre!....
Pensate! il fiore del pensiero è questo!
Questo finocchio, e questa ancolia a voi;
E per voi questa ruta; e per me stessa
Un poco amor....
Una margheritina eccovi ancora
E vorrei darvi alcuna violetta....
Ma tutte inarridir quando mio padre
Morì.... Dicon ch’ei fece un giusto fine.
Io caddi in ginocchio cogli occhi rivolti al cielo, mormorando come se il pensiero sembrasse non vi avesse parte in nulla.
Il caro buon Roberto
È tutto il mio tesor!
Ma sir John, non sapendo più contenersi, passandomi le braccia attorno la vita, mi rialzò, e stringendomi al seno:
— Basta, basta, mi disse, ah! son io colui che voi fareste impazzire.
Il terrore che spirava dal suo sguardo, e l’emozione della sua voce erano tali da non lasciar dubbio sul senso delle sue parole.
Io allora diedi in uno scoppio di risa.
— Vediamo, mi diss’egli, è ciò pure effetto di pazzia, o non è che la continuazione della vostra parte? Rispondetemi da senno, in nome del cielo.
— La mia parte è di piacervi, o mio caro signore, e non di spaventarvi. Ofelia è caduta in un fiume e si annegò, ma Emma Lyonna vive, e vi ama.
E mi gli gettai al collo tutta allegra. Io non poteva ora più serbare alcun dubbio dell’effetto ch’io aveva prodotto, esso aveva oltrepassato ogni mia speranza.
L’unico pensiero, che mio malgrado mi preoccupava dal fondo del cuore, era pel mio povero Romeo, da me sconosciuto, la cui voce rispondeva tanto bene alla mia, là sotto gli alberi del giardino di Miss Arabella.