II.
Vorrei trascorrer rapidamente su questa parte della mia vita, che, benchè sia la più riprensibile forse pei moralisti, è quella, lo confesso, che m’ispira minori rimorsi. — Povera fanciulla, abbandonata dall’infanzia, non dovendo dar conto della mia condotta a nessuno, nemmeno a mia madre, per la quale la mia nascita stessa sarebbe stata una risposta a’ rimproveri che avrebbe potuto muovermi, dipendendo da me sola, in me sola sperando, bella per mia sciagura, trascinata da naturale istinto a tutte le gioie della gioventù, a tutte le seduzioni del lusso e della fortuna, a qual sostegno morale o fisico potevo chieder soccorso, quand’anche avessi avuto volontà di lottare? Ma ignorando a grado quasi eguale il bene ed il male, non ebbi nemmeno tal pensiero; mi lasciai sdrucciolar per un declivio che mi pareva sempre più dolce, sempre più fiorito. Il vizio veniva a me col sembiante d’un bel giovanotto coronato di fiori, come la primavera; presi il braccio di quel falso protettore, e mi vi appoggiai senza sapere a qual meta tendevo ed in qual trivio fangoso o a qual arido deserto finirei per ismarrirmi.
Poi, debbo dirlo, una delle fortune o dei guai del mio carattere, fu sempre di vivere nel presente: quel presente, comparandolo al passato, era, nel tempo che racconto, una vita di godimenti materiali incomparabilmente superiore a’ sedici anni trascorsi. Il mondo, che non mi conosceva, non mi rimproverava nulla; io stessa non aveva rimorsi; tutto mi spingeva quindi all’obblio del passato, alla spensieratezza dell’avvenire. Parevami, finchè durasse la mia bellezza, nulla poter temere dall’incostanza della fortuna; e grazie a Dio, guardandomi nello specchio e ricordando la mia età, avevo tempo d’esser bella.
Dissi che sir John Payne aveva chiesto ed ottenuto un congedo di due mesi; que’ due mesi, aggiunsi, voleva consacrarmeli interi. Mi chiese ove volessi andare e che volessi fare.
Lo lasciai assoluto padrone del mio destino; nulla conoscendo, fuori il cerchio nel quale ero vissuta, non ambivo nulla: avevo soltanto un trasporto irresistibile verso l’ignoto.
Sir John pensò d’andare in Francia; applaudii: avevo molto udito parlare della Francia, ma non m’era nemmeno venuto in mente che potessi mai vederla. Non sapevo il francese; ma sir John lo parlava con eleganza e mi tradurrebbe le parole, di cui i miei occhi gli chiedessero la spiegazione.
Partimmo; quel trasporto che risentivo per l’ignoto era la malattia del tempo, ed io, atomo, ero trascinata nel turbine.
Havvi momenti in cui le nazioni stanche, fastidendo ciò che è, si rifugiano ne’ sogni, ed aspirano non solo a ciò che non è, ma anche a ciò che non può essere. Per ignorante che fossi, quel gravitar della Francia all’impossibile mi colpì singolarmente. La miseria v’era grande, ma il lusso vieppiù grande. I principi ed i signori vi si rovinavano con un’ostinazione ed una spensieratezza che non sarebbero state maggiori, quando avessero conosciuto il baratro al quale correva la società: ma che importava loro? — Il cardinale di Rohan era intento alla ricerca della pietra filosofale; Cagliostro, dicevano, aveva trovato l’elisir della vita; Mesmer la guarigione di tutti i morbi col magnetismo; Francklin aveva vinto il tuono e lo conduceva captivo, lungo un filo, nelle visceri della terra; infine Montgolfier prometteva un nuovo sentiero ne’ campi infiniti del cielo: — l’antico mondo poteva essere ingoiato dall’abisso, chè un nuovo mondo sorgeva.
Que’ due mesi passarono in un continuo stupore: sir John possedeva i più belli cavalli, le più belle carrozze, i migliori palchi a tutti i teatri: vidi Lekain, vidi la signora Raucour, Orosmane, Atalia, Britannico; udii l’Ifigenia in Tauride di Gluck e la Didone di Piccini: Greuze, il pittore dell’innocenza, mi fece il ritratto, ed ovunque andavo un mormorio dolcissimo mi ripeteva che ero bella.
Era tanto felice che sir John si arrischiò a scrivere per domandare una proroga d’un mese al congedo: gli fu accordato, ma avvertendolo, passato il mese, di tenersi a disposizione del governo. La guerra con l’America infieriva sempre più: la Francia minacciava di prendervi parte, e l’Inghilterra, secondo ogni probabilità, vedrebbesi obbligata a vibrare un gran colpo di là dell’Atlantico.
Sir John, annunciandomi la proroga del congedo, si guardò dal dirmi nulla sull’avvertimento che vi era aggiunto: non voleva gettare nessun’ombra sulla mia gioia.
Restammo ancora un mese; poi ci fu forza tornare in Inghilterra.
Quel viaggio mi restò nella memoria come una visione abbagliante. Avevo veduto due volte la regina, una volta all’Opera alla rappresentazione della Didone di Piccini, una volta alla Comédie Française a quella d’Orosmane. — Era il tempo felice della sua vita: era ancora amata ed applaudita, l’odio e la calunnia vennero più tardi. Ella da parte sua m’aveva osservata e s’era informata di me: la mia memoria le restò tanto impressa, che quando, tre anni più tardi, la signora Lebrun, sua pittrice ordinaria, venne a Londra, mi pregò in nome della regina, di lasciarle fare il mio ritratto. Era un onore troppo grande perchè rifiutassi, e mi è stato poi affermato che quel ritratto era nella sua galleria particolare.[1]
Trovai, lo confesso, tornando a Londra, la mia casetta di Piccadilly alquanto triste: laonde, a poco a poco, sir Jonh, temendo senza dubbio che m’annoiassi, mi chiese il permesso di presentarmi alcuni suoi amici, e cominciammo a riceverli una volta la settimana, poi due, poi tre, poi ogni giorno.
Sir John a cui non avevo nulla nascosto della mia umile nascita, nè dalla mia educazione inculta, aveva temuto dapprima che fossi poco atta a sostener le parti di padrona di casa; ma fin dal primo giorno fu rassicurato. Uno dei doni più singolari prodigatimi dalla natura, è d’avermi fatta naturalmente gran signora, e sotto questo rapporto non mi fu necessaria nessuna educazione; nacqui, per così dire, già educata.
Una sera si ricordò quella scena di Ofelia che aveva, al principio de’ nostri amori, prodotto in lui un’espressione tanto profonda. Mi chiese se non volessi fare pe’ pochi amici che prendevano il thè con noi ciò che avevo fatto per lui solo. Avendomi egli fatto la domanda sotto voce, potetti rispondere sotto voce anch’io, che alcuni accessorî necessarî e sopratutto i fiori selvatici mi mancavano, ma che il domani alla sera sarei pronta ad esordire la seconda volta.
I nostri amici furono invitati a tornare il domani, e sir John li avvertì che preparavo loro una sorpresa.
Il domani corremmo, sir John ed io, non nei campi, come sei mesi prima, — i campi erano coperti di neve, — ma nei magazzini di fiori artificiali per trovare le margherite, il ramerino e le viole bandite dalla terra per tre o quattro mesi ancora.
Non so qual sentimento malinconico mi tormentava, riunendo in un mazzolino que’ fiori falsi in cambio de’ fiori veri.
Sir John mi pareva mesto anch’egli. Tratto tratto lo sorprendevo con gli occhi fissi su me, quando i nostri sguardi s’incontravano si sforzava di sorridere. Da una settimana o due andava ogni giorno all’Ammiragliato, ed i messaggi si succedevano in casa sua ed al Theseus; dava ordini sotto voce; faceva preparativi che mi nascondeva: era evidente che un cambiamento qualunque nel mio destino approssimavasi.
La sera venne: gli amici si riunirono ignoranti e curiosi della sorpresa da me preparata, e da sir John promessa con qualche solennità. Dopo il thè, o meglio durante il thè, passai dal salotto nella camera da letto: mi vi trasformai in pochi minuti in Ofelia; poi, quando tutti meno m’aspettavano, riaprii l’uscio: — un grido unanime m’annunziò che l’entrata aveva fatto effetto.
Il mio successo fu immenso: per la prima volta esordivo innanzi a spettatori: fin allora avevo sempre recitato o per me o per una sola persona. Una volta sola ero stata applaudita dal mio sconosciuto uditore, chè da sir John avevo ottenuto più che applausi; e l’effetto che in lui produssi la seconda volta fu anche maggiore del primo.
Fu un entusiasmo generale: mi gridarono bis; supplicarono l’ammiraglio di domandarmi una seconda rappresentazione, ma rifiutai ostinatamente. Ero convinta che i difetti sfuggiti agli occhi degli spettatori a quel primo saggio, si paleserebbero al secondo.
— Ma, dissi, se qualcuno vuol rispondermi, reciterò volentieri la scena, anzi le due scene di Giulietta al balcone.
Per disgrazia, bontemponi più che letterati, gl’invitati di sir John non erano abbastanza famigliari con Shakespeare per secondarmi.
Pensai allora con vivo senso di rammarico a quel povero Harry, che nel giardino di miss Arabella mi aveva dato un Romeo tanto poetico ed innamorato.
Quel velo della notte disteso sulla sua faccia, che m’aveva celato le sue sembianze, lasciando la sola sua voce giungere a me, gettava un dolce e vago mistero su quella memoria.
— Che sventura, disse sir John, che il mio amico Featherson non sia a Londra, egli che sapeva Shakespeare a mente, meglio di Garrick! La prima volta che vedrò Sheridan, gli chiederò dov’è.
— Ma è qui, rispose uno de’ nostri invitati.
— Ne siete sicuro, sir Giorgio? disse l’ammiraglio.
— Lo vidi e gli parlai ieri.
— V’è mezzo di saper ove sia?
— Nulla di più facile: me ne informerò da suo zio che dimora ad Hay-Market.
Non so perchè avevo seguito con vivissima attenzione, anzi con un certo batticuore, le parole scambiate fra l’ammiraglio e sir Giorgio.
L’ammiraglio si volse a me.
— E se troveremo Featherson, acconsentirete a recitar con lui le due scene di Giulietta e Romeo?
— Certo, dissi; ma aggiunsi sorridendo: — Perchè non le imparate voi? —
— Infatti, rispose sir John con un sospiro, quella scena s’accorderebbe alla congiuntura presente; ma Harry, vi riuscirà meglio di me.
— Harry! esclamai, chi è Harry?
— Harry, cara Emma, è il nome di Featherson.
— Perdono, dissi.
— Avete conosciuto un Harry? ripigliò sir John con qualche curiosità.
— Udii una volta pronunciare questo nome, dissi, ma non apparteneva ad un nobile lord, sibbene ad un povero artista, e certo il mio Harry non aveva nulla di comune con sir Harry Featerson.
Fu convenuto che sir John si darebbe a ricercare sir Harry, e che, ritrovatolo, ci accorderemmo per la recita delle due scene di Romeo.