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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 4: III.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

III.

Sir Giorgio non si era ingannato; lord Featherson era tornato a Londra dopo un viaggio di cinque o sei mesi sul continente.

Sir Giorgio seppe dallo zio l’indirizzo di lui; dimorava in una magnifica casa di Brokstuet, al canto dello Square di Grosvenor.

Ma, non avendolo trovato a casa, gli lasciò un bigliettino, pregandolo, senza dirgli il perchè, di andare con lui a prendere il thè in casa di sir John, o meglio in casa mia.

M’interessavo singolarmente, senza intenderne la ragione, a quanto riferivasi a quello sconosciuto.

Aspettai con impazienza la serata del domani: mi occupai più del solito della toletta: sarei stata disperata di non sembrar bella a sir Harry.

I primi invitati arrivarono dalle 9 alle 10: ogni qualvolta la porta s’apriva, mi volgevo vivamente; ma alle 10 e mezzo soltanto, il servo annunziò sir Harry Featherson.

La mia inquietezza non era sfuggita a sir John: come i miei, i suoi sguardi si volgevano all’uscio sempre che s’apriva, e quando fu annunziato sir Harry Featherson, sentii il suo sguardo pesar su me, e quasi circondarmi tutta.

Sir Harry entrò.

Era un vaghissimo giovane di 23 o 24 anni, con occhi azzurri, denti magnifici, la carnagione d’una donna. Aveva acquistato, durante i sei mesi della sua dimora in Francia, molto della disinvoltura francese, e sembrava essersi spogliato, nel traversare la Manica, di quella durezza britannica, di cui i miei compatriotti stentano tanto a smettere. La prima persona che cercò con gli occhi fu sir John; andò dritto a lui; ma per via i suoi occhi si fermarono su me con un espressione strana di stupore, mentre i suoi piedi sembravano inchiodati al pavimento.

Arrossii senza sapere perchè.

Sir John vide il suo stupore ed il mio rossore: il suo occhio errò da lui a me e da me a lui.

Ma quella sensazione fu percettibile a me sola.

Dopo avere stretto la mano dell’amico che non aveva veduto da molto tempo, sir John me lo condusse per presentarmelo.

Sir Harry mi fece qualche complimento con voce commossa: risposi non so che parole sconnesse: quella voce m’aveva profondamente turbata: aveva un’analogia incredibile con quella del giovane artista sconosciuto che, nel giardino di miss Arabella, aveva declamato con me la parte di Romeo.

Sir Harry, dopo avermi salutata andò a stringere la mano agli altri amici; l’ammiraglio restò solo accanto a me.

— Conoscete sir Harry? mi disse con dolce rimprovero stringendomi la mano.

— Vi giuro, gli risposi, che lo vedo per la prima volta.

— Sapete che credo tutto ciò che mi dite, Emma.

— Ve ne do parola d’onore, caro sir.

Mi guardò teneramente.

— Con questi occhi e questa bocca non si mentisce, mi rispose, ma come parlando a sè stesso.

— Soprattutto, aggiunsi, quando non si ha alcun interesse a mentire.

Era tanto convinta io stessa di dir la verità, che tutto era vero in me, accento e sguardo.

Sir John fu affatto rassicurato.

Allora sir Giorgio trasse la conversazione sul motivo che aveva prodotto quella riunione, e chiese a lord Featherson se aveva sempre l’amore del teatro, e se sapeva sempre Shakespeare a mente.

Lord Featherson sorrise come ad una memoria.

— Ho molto dimenticato, disse, da sei mesi, o meglio, ho tentato dimenticar molto; ma di certe cose mi ricordo ancora.

— Vi ricordate delle due scene d’amore fra Romeo e Giulietta, gli chiese sir John Payne.

Lord Featherson sorrise tristamente.

Quelle due scene, disse, fanno parte appunto di quanto ho voluto, ma non potuto dimenticare.

Lo guardai come per interrogarlo; ma il suo volto non voleva esprimere assolutamente nulla più di ciò che aveva detto.

— Allora Emma, disse sir John Payne, palesate al mio amico Harry Featherson il nostro desiderio; avrà certo maggiore condiscendenza per la preghiera d’una leggiadra donna, che per la nostra.

— Di che si tratta? domando sir Harry.

— D’un fastidio che vorrete darvi, spero, signore, per soddisfare ad un desiderio di sir John Payne ed a quello de’ suoi onorevoli amici. Sono appassionata non dico pel teatro, — giacchè probabilmente mai salirò sulle scene, — ma per la declamazione. L’altra sera recitai per questi signori la scena d’Ofelia, del quarto atto di Amleto, e promisi di recitare le due scene di amore di Romeo e Giulietta, se alcuno volesse darmi le risposte. Nessuno di loro le sapeva a memoria: il vostro nome fu pronunziato come quello d’un artista perfetto; ci dolemmo della vostra assenza; ci fu annunziato il vostro ritorno. In fine sir Giorgio promise di trasmettere alla S. V. l’invito di venire a prendere il thè con noi, confidando ognuno, caduto che foste nell’insidia, di non lasciarvene uscire senza impegnarvi ad essere per una sera almeno il mio Romeo. Ora avete udito ciò che ha detto sir John Payne, e la speranza che pone in una preghiera fattavi da me. Credo che la vostra cortesia sarà abbastanza compita da non dargli una smentita.

Sia che la mia domanda paresse loro ben fatta, sia che la mia voce avesse presa un’espressione di dolcezza persuasiva, que’ signori m’applaudirono, come in teatro, dopo una lunga parlata.

Dopo quel successo sul pubblico, sarebbe stato strano non ottenerne alcuno sul mio interlocutore.

Tuttavia sir Harry contentossi d’inchinarsi e di rispondermi, balbettando, che era a’ miei ordini.

Fui circondata, fui complimentata, e tutti si fecero una vera festa di vederci e d’udirci rappresentare le due scene promesse.

Era d’uopo soltanto di dare tempo a sir Harry di farsi fare il vestito di Romeo; quanto a me avevo quello di Giulietta; ma sir Harry rispose che, impromettendosi tutti gran diletto da quello spettacolo improvvisato, niente doveva ritardarlo.

Si procaccerebbe un vestito e sarebbe pronto per la sera del domani.

Una grande stufa da fiori era unita alla casa. La mattina seguente, sir John Payne mandò per un falegname che co’ suoi garzoni costruì un balcone; lo circondarono di piante tropicali, lo coprirono di fiori, e alle due del pomeriggio il teatro era pronto.

In quel momento giunse un corriere dell’ammiragliato con dispacci urgentissimi: sir John li lesse, impallidì leggermente, e con voce visibilmente alterata:

— Dite alle signorie loro, rispose, che saranno in ogni punto obbedite.

M’ero avveduta del suo turbamento, e mentre il messo ritiravasi, andai a lui, posi il mio braccio sotto il suo e gli chiesi se il dispaccio non contenesse qualche cattiva notizia.

— Cattivissima, mi disse, sforzandosi di sorridere: i lordi dell’ammiragliato tengono un’adunanza di notte e mi pregano d’andarvi.

— Allora, gli dissi, il divertimento sarà per un’altra sera.

— No, disse, al contrario; se la nostra riunione non avesse luogo stasera, chi sa quando potremmo ritrovarci insieme! Non debbo lasciar la casa che a mezzanotte: abbiamo quindi tutto il tempo di udir le due scene; intanto venite e datemi alcuni minuti, ve ne sarò gratissimo.

Lo guardai inquieta: perchè sir John che mi possedeva sempre sarebbemi grato di pochi minuti che gli dessi?

Non osai chiederglielo, ed avendomi egli cinto la vita col braccio, mi lasciai trascinare.

La sera venne: a misura che il tempo passava, sir John si faceva più mesto, ed io stessa mi sentivo presa, non so perchè, d’un incredibile brivido: il cuore mi si stringeva, e pure quelle contrazioni non erano senza diletto.

Parevami che temessi insieme e sperassi un non so che d’ignoto.

Mi figuravo sir Harry col vestito nero: parevami che il giustacuore di Romeo dovesse ottimamente confarsi alle sue aristocratiche fattezze.

Nel corso della giornata aveva mandato gli abiti che erano stati portati nella casa del giardiniere attigua alla stufa: da quella casa doveva uscire sir Harry per venire sotto il mio balcone.

Alle 9 giunse co’ suoi abiti ordinarii: sembrava raggiante di gioia, e quel giubilo gl’illuminava il volto com’un’aureola.

Non potetti astenermi dal trovarlo bellissimo.

Come il giorno prima, l’accento della sua voce mi fe’ sobbalzare.

Venne a me e baciommi la mano, dicendomi:

— «Buona sera, cara Giulietta.» —

Quella volta io mi turbai e non risposi: sarei stata assai confusa, se avessi dovuto fargli un secondo discorso simile al primo. Fortunatamente non era d’uopo, giacchè tutto era già stabilito.

Alle nove e mezzo ciascuno occupossi della toletta: ho sempre fatto rapidissimamente anche le tolette più complicate, avendo sempre portato, tranne nelle occasioni di gran gala, i capelli senza cipria.

Que’ signori scesero nella stufa, che era illuminata in modo vaghissimo: fra l’una e l’altra scena dovevano servirci il thè.

Quando fui pronta, un campanello interno avvisò sir Harry che poteva entrare in iscena.

Lo guardai a traverso una finestra che dava sul verone. — Non m’ero ingannata; le foggie del medio-evo gli si attagliavano perfettamente, ed era maravigliosamente bello così.

S’appressò al verone, come avrebbe potuto fare un artista espertissimo, o un uomo veramente innamorato, ed incominciò il verso:

«Oh! me sol chiama

Amor tuo ch’io n’avrò battesmo

Nè da tal punto sarò più Romeo!

Alle prime parole fui scossa: era quella volta impossibile dubitarne; era proprio la stessa voce, era proprio lo stesso accento che avevo udito nel giardino di miss Arabella; o era quello un miracolo inaudito di somiglianza, o avevo ritrovato il mio Harry, che credevo perduto per sempre.

Ma era d’altra parte impossibile che il nobile lord Featherson fosse l’umile artista, che avevo conosciuto in guisa sì pittoresca e misteriosa.

Meglio era credere ad una somiglianza di voce improbabile, ma possibile, anzichè ad un’identità più che inverosimile.

Ad ogni modo mi sentivo invincibilmente affascinata, e senza dubbio, quando uscii sul verone, il mio volto era impresso dello spirito della mia parte, giacchè i pochi spettatori riuniti da sir John mi applaudirono tutti d’un sol movimento.

Tutti sanno come ha principio quel dialogo amoroso, in cui Giulietta parla senza veder Romeo, credendosi sola, e Romeo parla, vedendo l’amata a pochi piedi da lui, ma senza osar di volgergli la parola, e come quelle due voci che favellavano dapprima, l’una alla solitudine, l’altra alla notte, finiscono per rispondersi scambievolmente: è, del resto, la scena che ho già più su riferita, avvivata allora da’ lumi, dalla vista degli attori, dagli applausi degli spettatori.

Ho detto gli applausi che avevo ottenuti entrando in iscena: quegli applausi si volsero a lord Featherson quando esclamò:

«È l’amor mio

Senza confine, come il mar; com’esso

Profondo è l’amor mio; più te ne dono

E in me n’ho più, che sono ambo infiniti!»

La scena proseguì per me con uno strano realismo; certo non era più Emma Lyonna; il mio interlocutore non era più sir Harry; sir Harry era Romeo: io era Giulietta, e con tutta l’anima gli dissi:

«Ah! ti soffocherebbe

L’amplesso mio!»

Il mio sguardo attirato dagli applausi si volse al gruppo degli uditori: parvemi vedere sir John asciugarsi una lagrima.

Quella lagrima mi piombò sul cuore.

Per fortuna, in quel momento supponevasi che la balia mi chiamasse e, per rispondere a quell’appello, lasciai un momento il balcone. Durante que’ pochi secondi mi riebbi, benchè mi sembrasse che da quel momento il corso della mia vita volgesse ad altro scopo.

Due o tre volte, mio malgrado, mormorai a bassa voce: — «sir Harry! sir Harry! sir Harry!» — come avrei mormorato: — Romeo.» —

Tornai al verone colla vista velata, il cuore inebbriato, trasalendo d’amore, e quando profferii quel verso, le braccia mi si serrarono al petto, stringendo, non un sogno, non un’ombra, non un fantasma, ma come Psiche, l’Amore stesso sul cuore.

Rientrando nella mia camera, fuor di me, mentre Romeo, rimasto a piè del verone diceva i versi che precedono la sua uscita, mi scontrai a faccia a faccia con sir John.

Sobbalzai.

Ma egli, attirando il mio capo sul suo petto ed appoggiandovelo:

— O povera Giulietta, mi disse, quanto ami Romeo!

Compresi il tenero rimprovero chiuso in queste parole, e come dubitasse di quanto gli aveva detto d’Harry, cioè che non l’avevo mai veduto.

— Ascoltate, sir John, gli dissi, non ho mentito mai, ed a voi, che siete stato tanto buono per me, men che ad altri mentirei: vi dirò tutto.

— Oh! no, rispose, sforzandosi di sorridere.

— Lo voglio, insistetti.

Ed in poche parole gli narrai quanto m’era accaduto nel giardino di miss Arabella quella notte, in cui, credendo declamarvi sola, v’avevo trovato un interlocutore sconosciuto. Gli dissi della lettera che avevo ricevuta il domani, e come infatti, andata lo stesso giorno con Amy a chiedergli la grazia di Dick, non avevo mai riveduto quel creduto studente di Cambridge. Vero è che, alle prime parole dette da sir Harry all’entrar nel salotto, avevo creduto riconoscere la sua voce; a’ primi versi che aveva pronunziati entrando in iscena, non avevo più serbato dubbio; ma quando gli avevo affermato non aver mai veduto sir Harry gli avevo detto schietta ed intera la verità.

— Che volete, amico mio? aggiunsi; se non fosse troppa superbia in una debole creatura, qual sono, crederei la mia vita soggetta ad una fatalità, contro cui nulla posso.

Sir John tacque, e mise un sospiro.

In quel momento udii i nostri spettatori richiamarmi con grandi grida, come richiamasi al teatro l’artista che piace.

— Emma! Emma!

Sentii il rossore salirmi al viso.

— Venite, cara, a ricevere i complimenti che tanto vi son dovuti, mi disse sir John.

E mi trascinò nella stufa, ove, appena entrata, fui circondata, lusingata, applaudita da tutti, — tranne da sir Harry, che si tenne da banda, ma i cui occhi erano per me più eloquenti de’ complimenti degli amici, per frenetici che fossero.