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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 5: IV.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

IV.

Lo spettacolo non era finito: dopo la scena del balcone, restava da eseguir la scena della finestra; dopo aver espresso il desiderio, dovevamo dipinger la felicità.

Temevo molto quella seconda prova, e pregai sottovoce sir John, e forte i suoi amici, di volermela risparmiare, sotto pretesto di stanchezza; ma il fremito nervoso dei muscoli, il mio sguardo scintillante, l’accento febbrile della mia voce dicevano al contrario come avessi bisogno più di fatica che di riposo.

Insisterono: il mio cuore era troppo d’accordo con quelle istanze perchè potessi resistere a lungo; cedetti.

Quella volta dovevamo apparire insieme al verone, sir Harry ed io, col mio braccio cinto al suo collo, co’ miei occhi smarriti ne’ suoi, coi nostri cuori frementi d’amore.

Sir Harry si trovò quindi un momento solo con me, dietro le quinte: mi si avvicinò, mi cinse la vita con un braccio e m’appoggiò sul suo cuore, mormorando la sola parola:

— Finalmente!...

La commozione fu elettrica; gli occhi mi si chiusero; gli gettai un braccio al collo, con un lieve grido; poscia, non so come accadde, una fiamma mi corse le labbra: — non era il primo bacio dato a Giulietta, ma era il primo bacio datole da Romeo.

Mi sentii presso a svenire.

Sir Harry mi trasse alla finestra; feci un violento sforzo e tornai padrona della mia volontà; ma una notte intera d’amore non m’avrebbe meglio disposta a quegli addii tanto inebbrianti e dolorosi, che precedono l’eterna separazione degli amanti di Verona.

Il nostro apparire fu salutato da unanimi applausi.

Toccava a me a cominciare: l’arte meglio studiata e più profonda non avrebbe saputo dare maggior verità alla mia voce dello stato in cui trovavasi il mio cuore.

E però que’ be’ versi di Shakespeare

«Partir già vuoi? Non viene il giorno ancora.

Fu l’usignol non già la lodoletta

Ch’or ti feriva il timoroso orecchio,»

sfuggirono alla mia bocca dolci, come dolcissimo mele, e quando sir Harry rispose che era contentissimo di restar meco, e di morir per me, una triplice salva d’applausi mi disse che tutti erano pronti ad imitar il falso Romeo.

La scena continuò, percorrendo tutte le fasi onde l’ha colorita il possente genio di Shakespeare; ma quando Romeo si tolse delle mie braccia, parvemi che l’anima mi fuggisse, e caddi in ginocchio affranta.

Fu creduta ispirazione del cuore quel ch’era debolezza del corpo.

Recitai il resto della scena curva fuori il balcone, avvinghiata al parapetto.

Io stessa fui maravigliata dall’espressione che diedi alla mia voce quando giunsi a’ versi:

«Oh cielo! il mio

È un cor presago di sciagure. Il credi?

Or che laggiù tu sei, parmi vederti

Sì come un morto in grembo della fossa.

O l’occhio mio s’appanna, o impallidito

Tu mi sembri.»

E quando Romeo allontanossi, mandandomi l’ultimo addio, l’addio mio fu un grido tanto doloroso, che poteva credersi in verità quello d’un corpo che sente l’anima fuggirgli.

Esprimerei difficilmente l’entusiasmo ispirato da quella scena e la frenesia degli applausi che la seguirono.

Sir John mi s’appressò; mi sollevò fra le braccia e portommi, più che non mi condusse, ai suoi amici.

Sir Harry prese nella sua mano fredda ed umida le nostre due mani febbrili, dicendo:

— Se Romeo e Giulietta si fossero amati come voi, la morte, tuttochè spietata, non avrebbe avuto cuore di separarli!

Lo guardai stupefatta, ritraendo la mano, che sir Harry non lasciò senza un’ardente stretta.

Prendemmo il thè.

Poi sir John cavò l’oriuolo:

— Signori, disse, a mezzanotte sono obbligato a lasciarvi: l’Ammiragliato si riunisce; abbiamo un altro quarto d’ora da passare insieme.

Poi chiamandomi da parte:

— Non vi dico addio, cara Emma, proseguì; può darsi che la tornata finisca presto, e ch’io venga a passar la notte con voi; tuttavia non m’aspettate. Andate a letto, dormite; ho la chiave; non vi date nessun pensiero di me.

Non so perchè a queste parole mi sentii rabbrividire per tutto il corpo.

— Non potete dispensarvi dall’assistere a quell’adunanza? gli domandai, senza sapere se desiderassi che restasse.

— Impossibile, rispose.

Poi, tornando alla tavola da thè, intorno a cui erano in crocchio gli amici, conversò facendo uno sforzo visibile per simulare una falsa gaiezza.

Il quarto d’ora passò; udimmo sonar mezzanotte; sir John cavò di nuovo l’oriuolo; era l’ora infatti di partire.

Que’ signori pensarono che era ora di ritirarsi; si congedarono da me, Harry come gli altri, ma con uno sguardo di profondo rammarico: poi, sir John venne a me, mi baciò sulla fronte, e mi disse que’ due versi di Romeo:

«Il dolce sonno

Scenda sugli occhi tuoi, la pace al seno.»

Non ebbi forza di rispondere che con un sorriso mesto quasi quanto il suo; mi volse un ultimo sguardo, prese a braccetto sir Harry ed uscì con lui.

Quando l’uscio si chiuse, mi trovai sola ed oppressa, come nella tomba de’ Capuleti. Ammirava, impaurita di quella persistenza, per quali strani nodi il destino legava gli uni agli altri i vari episodî della mia vita, senza che la mia volontà v’avesse alcuna parte.

Avevo infatti quasi obbliato quell’artista sconosciuto, quell’umile sir Harry, che m’era apparito appena nella vita, passando come un fantasma nelle tenebre, nè vi lasciando traccia, più che un fantasma. Ecco, vien voglia a sir John di dar a’ suoi amici un saggio della mia arte mimica; recito la scena di pazzia d’Amleto; mi chiedono di ripeterla: offro, se alcuno vuol darmi le risposte, di declamar l’una o l’altra delle due scene d’amore di Romeo e Giulietta: nessuno le sa a memoria; uno degli amici di sir John pronunzia il nome di sir Harry Featherson, a quel nome d’Harry sobbalzo: lord Featherson, assente da sei mesi, è tornato da due o tre giorni appena; l’ammiraglio Payne prega sir Giorgio di condurlo in casa nostra: vi viene, ed il caso, la fatalità, vuole che lord Featherson e lo studente Harry sieno una stessa persona.

Di che potevo accusarmi in tutto ciò? Di nulla, se non delle sensazioni provate al vederlo, all’udirlo, al toccarlo. — Ma dipendevano da me que’ sentimenti, sì o no? E non era già molto che avessi forza di padroneggiarli? Che accadrebbe nella mia vita per quel nuovo rincontro? — Oh! quanto a ciò, ero ben risoluta a non assumerne la responsabilità. Avevo detto tutto a sir John; gli direi al suo ritorno di quali sentimenti m’era stata cagione la presenza di sir Harry; a lui spetterebbe decider della mia vita, allontanandomi da Londra, o permettendomi di restare, e perciò di rivedere sir Harry.

Fermai questa risoluzione nella mente; non amavo sir John d’amore, ma avevo grande stima pel suo carattere, grande riconoscenza per la sua generosità: — ingannarlo, lo sentiva, mi sarebbe stato un eterno rimorso.

Presa quella risoluzione, mi sentii più calma; la sua mano, n’ero sicura, mi guiderebbe come quella d’un amico, e senza pensar a sè stesso, sceglierebbe per me la via men dolorosa.

Lasciai la stufa, tornai nella mia camera, mi spogliai e mi coricai, ed, avendomi egli detto che, potendo, sarebbe tornato, sicura che manterrebbe la parola, l’aspettai. Ma, pensando che la notte non sarebbe mai tanto oscura per la confessione che dovevo fargli, spensi ogni lume, anche il lumicino di notte.

Un lungo spazio passò, durante il quale la mia cameriera e gli altri servi si ritirarono, ed il pendolo sonò un’ora, poi due, senza che, ansiosa, preoccupata, potessi chiuder l’occhio.

Le due e mezzo sonavano, quando parvimi udire il rumore d’un cauto passo sul pavimento; poi lo strepito dell’uscio d’un camerino da toletta attiguo alla mia camera che s’apriva; poi infine seguì un momento di silenzio.

Non dubitai che fosse sir John che tornava; aveva la chiave dell’uscio esterno per entrar ad ogni ora e spesso mi sorprendeva così.

Per un momento la risoluzione da me presa dopo la sua partenza sembrò presso ad abbandonarmi al suo ritorno; ma raccolsi tutta la mia volontà, e se posso dirlo, tutta la mia onestà.

Finalmente l’uscio aprissi; il camerino era buio come la camera da letto; a tentoni dunque, guidato dalla mia voce, s’appressò al letto. Mi prese fra la braccia ed io lo respinsi dolcemente, dicendogli che, prima di ricever le sue carezze, dovevo fargli una confessione. Ed allora gli descrissi tutti i miei sentimenti di quella serata e delle precedenti, dal momento che l’avevo veduto, da quello in che avevo acquistato la certezza che lord Featherson ed il mio giovane studente del giardino erano lo stesso uomo: nulla gli celai di quanto avevo provato quando il falso Romeo m’aveva cinto la vita col suo braccio; quando le sue labbra avevano sfiorato le mie; quando infine m’aveva mandato quell’addio che m’aveva affranta; e giunsi fino a dirgli che, in quel momento stesso che gli ero accanto, nelle sue braccia, sul suo cuore, a sir Harry pensavo, sir Harry invocavo.

Con mio immenso stupore un grido di giubilo seguito da folli carezze rispose alle mie parole: quell’uomo non era sir John ma sir Harry Featherson.

Lo riconobbi a quel grido, al mio nome mille volte ripetuto nel suo delirio, a quella voce che mi scendeva al cuore, a quelle carezze che mi bruciavano il sangue. Non potevo più difendermi dopo la confessione che avevo fatta: m’abbandonai a quella sorte, i cui bizzarri capricci mi padroneggiavano.

In due parole, sir Harry mi spiegò quella strana sostituzione che tanto bene rispondeva a’ voti del mio cuore.

L’ammiraglio, al momento di partire per l’America, con la squadra che comandava, si era avveduto del mio amore per sir Harry e dell’amore di sir Harry per me. Ho riferito le sue domande e le mie risposte, senza dubbio aveva voluto assicurarsi che gli dicevo la verità. Era uscito dalla stufa con sir Harry, l’aveva fatto salire nella sua carrozza ed era entrato deliberatamente nella questione con queste parole:

— Voi amate Emma ed Emma vi ama.

Allora, con la stessa mia schiettezza, sir Harry gli aveva detto tutto: sir John restò un momento pensoso, e presa la mano di sir Harry, gli diè una chiave dicendo:

— Rendetela felice!

Poscia l’abbracciò e gli disse addio.

Era quella chiave della casetta di Piccadilly.

Mentre sir Harry mi narrava questa storia, l’ammiraglio era in mare, e navigava a piene vele alla volta dell’America.