VI.
Quella commozione fu una delle più violente della mia vita: fin allora ero salita dalla miseria al lusso, dalla sventura alla gioia: d’un colpo, qualche cosa rompevasi nella mia esistenza; ed io stessa cessava di credere alla mia invulnerabilità.
Amavo Harry con tutta l’anima, e l’anima mia era tutta straziata nello strapparne quell’amore; esso aveva radici in tutto il mio essere e non una parte di me stessa non era addolorata.
Al lato ideale, sul quale era caduto il primo colpo, seguiva il lato materiale. Rimasta viva dopo l’urto, dovevo pensare a vivere, e ne’ grandi dolori è questa una terribile fatica.
Ove andrei? che diverrei? sotto qual tetto mi rifuggirei? su qual pietra poserei il capo?
— Non lo sapevo; lo chiedevo a me stessa, seduta sotto un albero del gran viale, di cui, otto giorni prima sollevavo la polvere con le ruote d’un’elegante carrozza, o sotto i piedi d’un magnifico cavallo.
Avendo noleggiata una vettura nella vicina città, l’avevo empita con due o tre bauli; mi aveva serbato un posto, e quando il cocchiere mi domandò: «Ove condurrò Vossignoria?» non seppi che rispondergli.
— Seguite la via, gli dissi.
— In qual direzione?
— In questa.
— Ma fin dove?
— Fin al primo villaggio, od alla prima città.
— Il primo borgo è Nutley.
— Andiamo a Nutley?
Il cocchiere maravigliato partì.
Dopo tre ore, fermossi in una grossa borgata in posizione amenissima, a piè d’una collina.
— Siamo a Nutley, mi disse.
— Informatevi se v’è una casetta da affittare, che possa occuparsi da una donna sola con una cameriera.
Gettò le briglie sulla groppa del cavallo e si diè a cercare quel che domandavo.
Restai immobile e muta nella carrozza, quanti minuti o quante ore, non saprei dirlo: avevo perduto la misura del tempo.
Tornò: aveva trovato all’altra estremità del villaggio un piccolo cottage, che, secondo lui, doveva perfettamente convenirmi.
— Conducetemi, gli dissi.
Il cavallo fermossi innanzi ad una casetta lieta d’ombra e di fiori: era posta nel mezzo d’un giardino chiuso da una siepe e nel quale penetravasi per un cancello di legno dipinto in verde, come le imposte delle finestre. Era stata dalla padrona lasciata in custodia ad una vecchia, commettendole di darla in fitto a chi volesse. Quella signora, senza altra fortuna che quel cottage ed una piccola rendita di cinquanta lire di cui viveva, era stata chiamata presso suo fratello, uffiziale generale in ritiro che aveva perduto l’unica sua figlia. La casa era rimasta qual l’aveva lasciata, cioè fornita di ogni suppellettile, modesta, ma pulita.
Un solo sguardo mi bastò volgere alla casa per riconoscerla conveniente sotto ogni rapporto allo stato del mio cuore e della mia borsa: era abbastanza solitaria perchè vi trovassi la pace ond’aveva d’uopo; era abbastanza modesta per darmi, benchè povera, tempo di risolvermi su quel che mi restava a fare.
Il prezzo n’era di trenta lire annue: pagai sei mesi anticipati con facoltà di lasciar la casa quando mi piacesse, senza pagar nulla di più, purchè ne partissi nel corso dei sei primi mesi: la mia fortuna si trovò così ridotta a 230 lire, cioè a 5750 franchi.
Ove volessi restar in quella casa e vivervi lontana dal mondo, ero sicura di circa tre anni di pace.
Due ore dopo, ero stabilita nel cottage, con cui la mia toletta più semplice contrastava singolarmente; ma quando paragonai a quella modesta ma ridentissima dimora il punto dal quale ero partita, parvemi che nella mia caduta mi fossi almeno fermata a mezza via.
Mediante una lira al mese ed il vitto, la vecchia acconsentì a restar meco e ad attendere a tutte le faccende di casa.
Mio primo pensiero fu di farmi fare due o tre abiti più conformi alla modesta vita che dovevo menare: li feci fare di seta nera ed a tutte le domande risposi nomarmi mistress Hearts, esser vedova, ed essere andata a passar nella solitudine e nel silenzio i primi mesi del mio dolore e della mia vedovanza.
Ero molto giovane per essere già vedova; delle mie parole crederono quel che vollero: m’importava poco; non vedevo nessuno.
Gli otto primi giorni passarono interi in preda a quel dolore fisico e morale, che sempre accompagna i grandi cataclismi della vita; poi, a poco a poco, la calma mi tornò, se non nel cuore, nella mente, e potetti giudicare del mio stato.
Insomma, aveva perduto un uomo amato, ma era egli degno delle mie lagrime? La sua condotta era stata a mio riguardo quella d’un gentiluomo? Al rovinar delle sua fortuna s’era dato pensiero di me? Aveva posto mente a quel che diverrei? Aveva tentato risparmiarmi una di quelle vergogne serbate alle misere donne che han posto la loro vita nell’amore?
Mi era forza confessare che no.
Che differenza dalla condotta di sir John Payne alla sua.
Giunta a giudicar sir Harry con imparzialità e ad apprezzarlo pel giusto suo valore, ero assai vicina a consolarmi della sua perdita. Era un bello ed elegante giovine di certo; ma la memoria mi ricordava fra gli amici di sir John cinque o sei amici eleganti ed avvenenti quanto lui, e secondo ogni probabilità, senza il misterioso incidente col cui favore era entrato nella mia vita e v’aveva lasciato un’orma incancellabile, non avrei badato a lui più che ad un altro, e mi sarebbe passato accanto inosservato.
Lo stato poi in cui mi trovavo era certo migliore che al mio primo arrivo in Londra. Volevo viver solitaria? Avevo a me d’innanzi una lunga serie di giorni tranquilli. Volevo riapparire a Londra con la stessa pompa di quando ne ero partita? Avevo certo uno o due mesi di lusso da gettar agli occhi di quella società, in cui ero vissuta, ed in cui potevo sempre rientrar con le stesse condizioni.
Fatte queste riflessioni, volsi uno sguardo allo specchio: ero più giovane, più bella, più fresca che mai, e se qualche traccia restavami ancora sulle guancie delle lagrime versate, erano già cancellate in un mezzo sorriso.
Un sol bisogno risentivo dopo la vita fragorosa, dopo i giorni di festa, dopo le notti di giuoco che avevo traversate, quelle di poche settimane di riposo: la serenità del mio cuore era turbata come la purezza d’un lago dopo una procella; gli bisognava il tempo di riprendere la primitiva limpidità.
E però i primi giorni di solitudine che passai in quella casetta di Nutley non furono scevri di malinconici gaudi, che talvolta rimpiansi all’apice delle grandezze, e chiesi a me stessa se quella vita dolce, facile, di cui tutti i giorni somigliavansi non fosse infin di conto quella a cui ci ha destinati la natura.
Ma, debbo dirlo, a quella dimanda, una voce segreta rispondeva: che non ero di quelle a cui la natura ha serbato la calma della mediocrità e le dolcezze della solitudine: avevo al contrario uno di que’ caratteri estremi, cui fa d’uopo della lotta e del trionfo o della disfatta che la seguono. Su qual teatro s’impegnerebbe quella lotta del mio avvenire contro il mio destino? Nol sapevo; ma sentivo che, atleta del lusso, del capriccio, dell’ignoto, il momento di calma in cui ero caduta non era che il momentaneo riposo che precede la pugna.
Due mesi restai a Nutley, quasi senza varcare l’uscio del giardino. In questi due mesi tutte le aspirazioni della mia gioventù ebbero tempo di rinascere; la ferita del mio cuore si rimarginò, tanto più facilmente, perchè dicevo a me stessa, che nell’abbandono di sir Harry, abbandono forzato, nulla aveva avuto a soffrire il mio amor proprio, giacchè la nostra separazione era stata cagionata non da un raffreddamento della sua passione, ma da una forza esercitata su lui da avvenimenti più possenti della sua volontà. Ora in tali abbandoni, forse non dovrei tradir questi segreti femminili alla pubblicità, il nostro amor proprio sanguina anche più del nostro cuore, e la donna, che può dire: «son divisa dal mio amante, ma son sicura che mi ama sempre» si consola assai più facilmente di quella che dice: «Son separata dal mio amante perchè non m’ama più.»
Ne risultò che nel corso del secondo mese del mio ritiro, sentendomi di nuovo invincibilmente trascinata a quel turbine, che da un anno mi rapiva seco, deliberai di tornar a Londra e di tentar di nuovo la fortuna: m’era stata fin allora sì fedele, che potevo sperar che non m’abbandonerebbe a mezza via.
D’altronde, a misura che la riflessione, o meglio la memoria m’era tornata, e la luce aveva irradiato il mio spirito, avevo pensato ad una risorsa che forse ancora restavami; avevo tanto rapidamente lasciata la casetta di Piccadilly, nella fretta di seguir sir Harry fuori della mia vita passata, che non aveva più pensato al dono fattomi da sir John delle ricche suppellettili che conteneva.
Ora, adesso, sentiva una brama ardente di rivedere quella casa, testimone dei miei primi giorni d’orgoglio, cioè di felicità, giacchè per me, e ciò è quello che m’ha perduta, la felicità è nella soddisfazione dell’orgoglio, anzichè in quella dell’amore. Mi ricordavo vagamente di aver udito dire all’intendente di sir John che un’annata della pigione della casa era anticipatamente pagata e che quanto trovavasi nella casa m’apparteneva. Ma nessun atto comprovava quella donazione; e se la memoria m’ingannava, se l’affitto era fatto in nome di sir John anzichè nel mio, faccenda di cui non m’ero mai seriamente occupata, o se il fattore era poco onesto, tutta quella ricca speranza era perduta.
Venne un momento in cui non potetti reggere a quel dubbio, e deliberai di partire e di accertarmi della verità qualunque fosse.
Una diligenza passava ogni giorno a Nutley, andando da Lewes a Londra e viceversa: senza dire alla cameriera se tornerei o no, cosa inutile giacchè la casa era pagata per due o tre altri mesi ancora, le rimisi le chiavi, presi posto nella diligenza e partii par Londra, ove giunsi il domani alla mattina.
Giunta a Londra, chiamai una vettura da nolo, vi feci deporre i miei bauli, e col cuore palpitante diedi ordine di portarmi a Piccadilly.
Quando la vettura fermossi innanzi alla facciata a me sì nota di quella cara casa, in cui era per decidersi una questione tanto importante nella mia vita, sentii mancarmi le forze ed esitai a picchiar all’uscio.
Ma d’un tratto, quasi per dar termine alla mia incertezza, l’uscio si aprì per dar passaggio ad una donna, ed io misi un grido di gioia.
Era Amy Strong, che, il lettore lo rammenterà, aveva sempre avuto tanta influenza sulla mia vita.
Quella volta ancora la fatalità sembrava ricondurmela innanzi.
Mi riconobbe com’io la riconobbi: e ci slanciammo l’una nelle braccia dell’altra.
Dietro di lei il portinaio stava ritto rispettosamente, col cappello in mano: quando m’ebbe riconosciuto, aprì i due battenti della porta perchè la carrozza potesse entrare.
La vettura entrò: fermossi a piè della scala, il portinaio aprì lo sportello, e vedendomi esitar ad interrogarlo:
— Vossignoria è stata molto tempo assente, mi disse: ma troverà tutto come il giorno che partì.
E mi presentò la chiave del primo piano, ch’era stato già da me occupato.
Era chiaro che nulla era mutato, e che quanto racchiudeva la casa era proprio mio.