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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 8: VII.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

VII.

Entrai in quel caro appartamento che ritrovava in maniera tanto insperata, con profondo sentimento di gioia, e fra lacrime di riconoscenza per sir John rividi la mia camera azzurra, quella camera dei miei sogni, e quel grande specchio a cornice dorata predettomi da Dick.

La povera Amy non aveva fatto fortuna; ero sempre stata io la sua provvidenza; cinque o sei volte era venuta per saper mie nuove e ricorrere a me; le era stato sempre risposto che era lontana e che ignoravasi la mia dimora: era venuta a far un ultimo tentativo, con lo stesso risultato, quando sulla soglia, che ella ripassava disperata, ed a cui io m’appressavo tremante, ci eravamo incontrate.

Nella solitudine in cui mi trovavo quell’incontro parvemi una benedizione del cielo: le proposi di restar meco, e senza discorrer del grado che occuperebbe in casa mia, ella accettò.

Esaminata bene la posizione, a due partiti potevamo attenerci. Gli arredi della casa di Piccadilly erano miei, giacchè m’erano stati donati da sir John; e, venduti, potevano valere da due mila a duemilacinquecento sterline.

Potevo dunque con ciò che mi restava realizzar un sessantamila franchi, da cento o centoventi sterline di rendita.

Rinunziando al mondo, al lusso, alla vita elegante, tornando alla mia casetta di Nutley, non dovevo darmi pensiero dell’avvenire: la mia esistenza era assicurata.

Volendo, per l’opposto, seguir la via in cui ero entrata, quella dell’avventura, del capriccio, del caso, doveva serbare le suppellettili e la casa, avrei ricevuto gente, avrei aperto saloni di giuoco e corso il rischio di novelli amori.

Ahimè! il mio carattere pur troppo m’incitava a quest’ultimo partito, ed Amy che compiva meco l’ufficio dal serpente tenuto sei mila anni prima con Eva m’incoraggiava a tal risoluzione.

Chi legge indovina che ad essa m’attenni.

Dio che rappresenta la misericordia, non la vendetta, non chiede, spero, ch’io racconti nei suoi particolari l’anno che passò, e che fu il diciannovesimo della mia vita: tutte le fasi di quella vita dolorosa della donna che vive della sua beltà, vi furono da me percorse, tutti i dolori esauriti, tutte le vergogne bevute: se non le enumero, non è già che le avessi dimenticate, ma mi manca la forza di ripassar colla memoria per lo stesso sentiero; dirò che un anno, giorno per giorno, dopo il mio ritorno nella casetta di Piccadilly, ne uscivo, venduti i mobili, le gioie, i merletti, assai più povera e derelitta, che non ero uscita da Up-Park, non possedendo più delle reliquie del mio antico splendore, che la veste di seta che portavo indosso.

Com’ero caduta a tal grado di miseria, che Amy stessa, causa prima e perseverante della mia perdita, m’aveva abbandonata? — La fatalità sola, che voleva precipitarmi all’ultimo gradino della scala umana per farmeli di nuovo salir tutti, potrebbe dirlo.

Ogni minuzia di quella terribil giornata m’è presente alla memoria: fu il venerdì, 26 ottobre 1782, che uscii alle undici del mattino, con un tempo freddo e nebbioso, qual non trovi che a Londra, dalla casetta di Piccadilly.

Avevo mangiato un tozzo di pane e bevuto un bicchier d’acqua a colezione: non ero sicura d’aver altrettanto a pranzo.

Seguii Piccadilly fin a Old-Bond-Street, senza sapere ove andavo, senza tendere ad una meta: andavo innanzi, alla cieca, urtando i viandanti ed urtando i muri: mi trovai ben presto in Oxford-Street: il caso solo mi aveva condotta.

Ivi tornai in me: ero quasi rimpetto alla casa di miss Arabella. Mi vi fermai un momento: una carrozza venne dal cortile; si fermò a piè delle scale; una donna tutta avvolta in una ricca mantellina di raso fregiata di merletti vi salì seguita da un elegante cavaliere: la carrozza si richiuse e passò coprendomi di fango. — Quella donna era miss Arabella; il cavaliere, che probabilmente era un nuovo adoratore, mi era ignoto.

La carrozza sparì per High-Street.

Perchè quella donna, che non era forse di miglior qualità di me, restava ricca e felice, mentre, dopo essere stata ricca e felice quanto lei, io la guardavo passare, povera e miserabile, e la sua carrozza mi lordava di fango?

Mi parve quella una crudeltà inesplicabile della natura.

Restai immobile nello stesso luogo, mezz’ora forse, e senza dubbio mi sarei rimasta più a lungo, senza saper perchè restavo ferma in luogo di camminare, se un crocchio non mi si fosse formato intorno, e se un policeman, penetrando nel gruppo, non m’avesse domandato che facevo colà, simile ad una statua, muta e co’ piedi nel fango.

Gli risposi che, avendo veduto uscire una donna di mia conoscenza dal numero 23, aspettava il suo ritorno per parlarle.

— Andate avanti, mi disse sgarbatamente il policeman; le donne vostre pari han dritto soltanto la sera di star ferme su’ marciapiedi.

Quelle parole mi entrarono nel cuore come un ferro rovente; diedi un salto e per Dean-Street scesi verso lo Strand.

Fatti appena pochi passi, mi trovai innanzi al negozio del signor Plowden, ove, come i lettori sanno, ero restata un mese; ivi la vita non era stata per me nè felice, nè brillante, ma calma.

Al posto ove m’ero seduta durante quel mese era una giovane quasi mia coetanea. Era certo meno avvenente di me; ma era facile vedere dalla placidità del suo volto ch’era arrivata, o quasi, alla meta de’ suoi desideri e della sua ambizione.

Mi ricordavo troppo crudelmente l’apostrofe del policeman per restar innanzi al magazzino del signor Plowden, come m’ero fermata innanzi al palazzo di miss Arabella.

Risalii lo Strand fino a King-Williams-Street, e di là passai a Leycester-Square, e quasi dovessi a grado a grado risalir la scala delle mie memorie, ivi ritrovai quella casetta del signor Hawarden, ov’era scesa arrivando a Londra, ed ove aveva trovato sì dolce e benevola ospitalità.

Dopo lo Strand ero stata colta dalla pioggia che continuava a scendere sempre più copiosa; ma ero giunta a tal grado d’insensibilità che non m’avvedevo d’essere bagnata fin all’ossa: la casetta aveva sempre la sua apparenza d’onestà, anzi di puritanismo: sedetti su gli scalini d’un teatro ambulante costruito sulla piazza.

Avevo di rimpetto la porta della casa del signor Hawarden; vi restai più di due ore: pioveva sempre; la fame cominciava a farmisi sentire, ma ero troppo superba per andar a chieder del pane a quella casa ospitale.

Sventuratamente due risorse, sulle quali avrei potuto far assegnamento in quello estremo, mi venivano meno.

Il signor Sheridan, di cui avevo tanto spesso udito il nome come direttore di Drury-Lane, era ridotto nell’impossibilità di giovarmi per l’incendio del suo teatro, ove avrei potuto esser addetta e farmi un nome.

Romney non m’aveva mai dato il suo indirizzo: credevo ricordarmi soltanto che dimorava poco lontano da Cavendish-Square, ma l’indirizzo era troppo vago, perchè potessi trovar la sua dimora.

Mi bisognava un soccorso pronto ed efficace: avevo fame; non avevo ove mangiare; la notte avanzava; non avevo ove dormire.

Levai gli occhi al cielo, per tentar di placarne la collera con uno sguardo supplichevole.

In quel punto una carrozza passava a quattro passi dal luogo ov’ero seduta; si fermò; lo sportello s’aprì; una donna su’ quarant’anni, avvolta in un bellissimo cacimiro indiano, ne discese, e mi si fece incontro, esponendosi alla pioggia che veniva giù a secchie.

Un misto di cinismo e di volgarità era nelle sembianze di quella donna, e contrastava con le sue vesti eleganti.

Non potendo credere che volesse parlare a me, avevo lasciato ricader la fronte fra le due mani.

Ella mi toccò la spalla.

Rialzai il capo: ella era ritta innanzi a me: mi guardò con attenzione sfacciata, e mormorò:

— Affè! è leggiadra, leggiadrissima.

La guardai stupita.

Che voleva da me quella donna?

— Perchè restate così esposta alla pioggia? mi chiese.

— Perchè non so ove andare, risposi.

— Oibò! con un visino come questo, non è mai difficile trovar un asilo.

— Eppure io non l’ho trovato.

— Perchè siete tanto pallida?

— Perchè ho freddo e fame.

— Non siete inferma?

— No; ma certo lo sarò, se resto stanotte sul lastrico.

— Chi v’obbliga a restar all’aria stanotte? Venite meco.

La guardai.

— Chi siete? dissi.

— Son tale che v’offro ciò che non avete; cibo, tetto, vesti, danaro.

— Ed a qual prezzo?

— Lo saprete: ma spicciatevi; perdo, non il tempo, ma il cappello e la mantellina a discorrere con voi.

Esitai.

— Dunque buonasera, quella giovane.

E fece un passo per tornar alla carrozza.

— Signora! signora! le dissi.

— Ebbene, avete risoluto?

— Se domani i progetti che avete sopra di me non mi convengono, sarò io libera di lasciarvi?

— Certamente, però rimborsandomi tutte le spese che avrò fatte per voi, se mai ne facessi.

— Vi seguo, signora.

Mi alzai, i miei abiti eran tutti grondanti d’acqua.

— Mettetevi alla parte d’avanti della carrozza, e fatevi più piccola quanto più vi sarà possibile.

Io obbedii, ella crollò la testa.

— Voi siete in un tristo stato: a proposito, avete nessuna partita da aggiustare colla polizia?

— Io?

— Sì, voi.

— Come potrei aver qualche partita da aggiustare con la polizia, io che sono uscita da casa mia questa mattina?

— Ah, voi eravate a casa vostra.

— Sì.

— E dove sta la casa vostra?

— A Piccadilly.

— Ma Piccadilly non è uno de’ nostri rioni.

— Uno de’ nostri rioni? io non vi comprendo.

Essa mi guardò ancora, ed allungò le labbra.

— Infatti è possibile, ella disse, ha un’aria onesta, ma si prende così facilmente quest’aria.

— Signora, le dissi, quasi spaventata dalla trivialità del suo linguaggio, se vi pentite dell’offerta che mi avete fatta, son pronta a scendere di carrozza.

— No, rimanete.

E tirando ella stessa lo sportello che si chiuse.

— A casa, disse al cocchiere.

Dieci minuti dopo la carrozza si fermava alla porta d’una casa di Hay-Market, le cui finestre eran tutte chiuse.

Io aveva molto freddo, ma nell’entrare in quella casa, e sentendo la porta chiudersi dietro di me, ebbi anche più freddo.

Mi pareva di entrare in una tomba.

Ed infatti era una tomba, tomba del pudore e della virtù, d’onde non si esce mai senza conservare sulla sua persona quelle tracce della morte morale, ben più terribili di quelle della morte fisica.