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Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Chapter 9: VIII.
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About This Book

A woman recalls an early life marked by abandonment, rapid entrance into high society, and a series of intimate liaisons that brought both luxury and moral unease. She recounts a significant affair with a generous nobleman, the comforts and trappings of his patronage, and small acts of charity toward her mother. Episodes mix personal reminiscence, theatrical obsession—especially with Shakespearean scenes that she emulates—and practical details of fashion and social ritual. Interwoven with vivid scenes of pleasure are recurring reflections on remorse, aging, vulnerability, and the compromises made to survive and prosper in a world that alternately admires and judges her.

VIII.

Il mio bisogno più urgente, anche prima del nutrimento, era quello di un cambiamento completo di toletta e d’un bagno.

La signora Love, — era un soprannome datole dagli amici di casa, ovvero un capriccio del caso? — la signora Love comprese questo doppio bisogno, poichè nell’entrare diè l’ordine che fosse preparato un bagno e che fossero portati nella camera che mi destinava della biancheria ed un camice.

Appena entrata in quella camera, io era caduta senza forze sopra una poltrona, — insensibile, fredda come il ghiaccio, accorgendomi appena di ciò che accadeva intorno a me.

La signora Love presedeva a tutto con singolare tenacità. Il suo sguardo non si distoglieva mai un momento da me.

Allorchè il bagno fu pronto, volle essa stessa servirmi da cameriera, servigio ch’essa faceva con una certa passione, di cui non mi rendeva conto, ma di cui pure, nella atonia in cui ero caduta, non mi davo nessun pensiero. Le mie vesti s’erano incollate sulle mie spalle: in quel tempo si portavano molto strette; essa le stracciò e tagliò con le forbici il laccio del mio busto. In un momento mi trovai nuda. Provai, sebbene in faccia ad una donna, un rapido sentimento di vergogna che mi fece arrossire.

Mi ricoverai nel bagno, la cui acqua limpida mi copriva d’un velo ben trasparente.

Nel pormi in quell’acqua tiepida provai una prodigiosa sensazione di benessere, il mio petto si allargò e il mio respiro divenne facile e regolare.

— Ah, signora! le dissi, senza badare al motivo che la faceva operare così, quanto vi ringrazio.

— Bene, bene! disse ella; si avrà cura di voi, mia cara bimba; siate tranquilla, siete abbastanza bella per esser trattata così.

Poi, sonando il campanello, domandò a voce alta un brodo, e dette poi sotto voce un ordine, che non intesi.

Vi era in quella casa uno strano miscuglio di lusso e di bassezza. Una cameriera, troppo elegante come cameriera, e non elegante abbastanza come signora, mi portò un brodo eccellente in una tazza di terraglia comune.

Le mie labbra vi si accostarono con ripugnanza. Da un anno assuefatta al lusso, io, già povera contadina, non potevo mangiare se non con le posate d’argento, nè bere se non in bicchieri di cristallo o di porcellana.

Allorchè ebbi preso il brodo, la signora Love si pose alla testa della mia bagnaruola, prese un pettine, sciolse i miei capelli e li pettinò essa stessa con una cura ed una destrezza che avrebbe fatto onore ad una pettinatrice per mestiere. Poi, dopo averli sciolti e pettinati, li strinse di nuovo in treccie e li accomodò sulla mia testa con un’abilità ed in un modo sì elegante, che mi sentii obbligata a riconoscere guardandomi in uno specchio.

Nel momento in cui terminava di rendermi questo servigio, entrò la cameriera e disse qualche parola all’orecchio a madama Love. Queste parole parve che le recassero una viva soddisfazione.

— Ora, mia cara bimba, disse, è tempo che usciate dal bagno; un soggiorno troppo prolungato nell’acqua tepida nuoce non solamente alla sanità, ma anche alla bellezza, uscite fuori dalla vostra bagnaruola, ed io stessa vi asciugherò.

Io avevo preso subito l’assuefazione di farmi fare tutti i servigi che richiede la toletta da una cameriera; accettai dunque l’invito della signora Love senza alcuna opposizione. La camera ben riguardata, guernita di tappeto, era riscaldata ad una dolce temperatura. Io uscii dalla bagnaruola non avendo neppure, come la Venere Afrodita, il velo de’ miei lunghi capelli.

La signora Love mi si avvicinò con una veste a camice, ma tutt’ad un tratto, volgendosi alla cameriera:

— Che cos’è questa biancheria grossolana? disse; prendete voi la signorina per una cameriera d’albergo? Portate via questo canavaccio e recate una camicia ed un camice di battista.

La cameriera uscì. Io la guardai fin che si allontanò, maravigliandomi assai e cercando, come una statua antica, a farmi velo con le due mani.

La signora Love si mise a ridere.

— Orsù dunque, voi uscite forse da un pensionato di giovani signorine? Se è così bisognava prevenirmi, mi sarei messa i guanti per toccarvi, e una sordina alla bocca per parlarvi. Andiamo, state dritta ed alzate le vostre mani in aria per far scendere il sangue.

— Ma, signora.

— Avete freddo, forse?

— No.

— Ebbene, allora non vi date pena di nulla e lasciate che vi guardi a mio bell’agio. Non mi ritratto, voi siete bella, anzi bellissima.

Questi elogi cominciavano a darmi pensiero senza però che io avessi una ragione vera per temer qualche cosa.

— Ve ne supplico, signora, le dissi, lasciatemi rivestire.

— Bisogna aspettare che vi si porti la biancheria conveniente; d’altronde voi che fate la vergognosa innanzi a me son sicura che più d’una volta vi siete guardata nel vostro specchio, carina mia, tal qual vi trovate in questo momento, se no non sareste donna. In ogni caso ecco la vostra biancheria; voi potete vestirvi adesso; solamente lasciatemi dirvi un’ultima cosa, ed è che se non siete una sciocca, la vostra fortuna è nelle vostre mani. Intendete voi?

— Sì, signora, intendo; ma vi confesso che non vi comprendo.

— Va bene, va bene, signorina Clarice, verrà qualcuno che si spiegherà chiaramente: vestitevi con tutto il vostro comodo, e se avete bisogno di qualche cosa, sonate. Non fate la pinzochera e tutto andrà bene.

E la signora Love uscì seguita dalla cameriera che aveva deposta la biancheria sopra una poltrona.

Rimasta sola, dimorai per un momento pensierosa ed immobile. Io non pensavo più che era nuda, o, per dir meglio, io vi pensava, ma solo per gettar su me stessa uno sguardo nello specchio. La signora Love, secondo quel che mi pareva almeno, non aveva fatto di me un elogio esagerato, ed io potevo veramente sostenere il paragone co’ più be’ marmi dell’antichità.

Infine, a poco a poco e cosa per cosa, io mi rivestii con quella biancheria che avrebbe soddisfatto i gusti aristocratici della regina Anna d’Austria. Tutti i miei istinti di lusso s’erano risvegliati, e le parole della signora Love risuonavano dolcemente alle mie orecchie:

— Se non siete una sciocca, la vostra fortuna è nelle vostre mani.

Ed io stendeva le braccia verso quella fortuna promessa, e mormoravo:

— Venga dunque, io sono pronta a riceverla.

Bisogna ch’io sia una creatura molto debole, e molto facile ad esser tentata, poichè infine aveva finito per comprendere in che luogo mi trovavo; avevo indovinato l’infame mestiere ch’esercitava la mia impudente albergatrice; sapevo che quell’ammirazione che mi aveva manifestata, era quella del sensale de’ cavalli per l’animale che vuol comperare o vendere, e, alla vista della mia bellezza, al toccare quella morbida biancheria, io ritrovavo la speranza e rinascevo alla vita.

Nel momento in cui finiva d’involgermi nella mia veste a camicie ed introducevo i miei piedi nudi in graziosissime pantofole di seta, vidi aprirsi la mia porta e fu portata una tavola tutta preparata con due posate.

Questa tavola era preparata con lusso: argenteria cesellata, porcellana di Cina, biancheria di Sassonia; non vi mancava nulla.

Solamente, come ho detto, questa tavola non era preparata per me sola.

La seconda posata indicava un convitato sconosciuto.

La fortuna, rivenendo verso di me, riprendeva le sue abitudini di mistero, solamente mi parve che trattasse senza molte cerimonie la povera Emma.

È vero che io era in una posizione sì trista, che essa non doveva avere molti riguardi. Quando la tavola fu posta innanzi al caminetto, la porta si aprì di nuovo ed entrò un uomo di 40 a 42 anni.

Egli era elegantemente vestito, sebbene l’eleganza del suo abbigliamento consistesse piuttosto nel taglio che nella stoffa e nella ricchezza de’ suoi vestiti: aveva un abito di velluto color granato orlato in nero, un corpetto di seta bianca ricamato, calzoni di raso e calze di seta nera. Una cravatta bianca, una camicia con un magnifico collare di merletti d’Inghilterra, scarpe con fibbie di brillanti, un cappello a tre punte orlato con un gallone di seta nera, completavano la sua toletta: alla quale un paio di occhiali d’oro finivano di dare un certo carattere indeciso fra la toletta d’un magistrato e quella d’un uomo di scienza.

Nel vederlo mi alzai tutta confusa, e compresi che la casa e la situazione nella quale egli mi trovava non mi davano il dritto di fare, come diceva la signora Love, la pinzochera con chiunque fosse.

Questa riflessione mi fece ricadere tutta tremante sulla mia poltrona.

Egli si avvide del mio turbamento, vedendomi a volta a volta impallidire ed arrossire.

Ma, avvicinandosi a me con una squisita cortesia:

— Vi domando perdono, signorina, mi disse, se mi presento innanzi a voi senza essermi fatto annunziare, ma ho premura di sapere se siete tanto buona quanto siete bella.

Io balbettai poche parole inintelligibili. Per quanto fossi caduta in basso ne’ miei giorni di miseria, non ero mai arrivata ad essere, senza preparativi e senza transazione, la proprietà del primo che capitasse, e mio malgrado, le lagrime mi sgorgavano dagli occhi.

Oh! esclamai quella miserabile creatura non ha perduto tempo!

Lo sconosciuto mi guardò con un certo stupore, e come se volesse assicurarsi che erano vere lagrime quelle che io versava.

— Signorina, mi disse, la mia assuefazione a giudicare della fisionomia mi fa vedere al primo sguardo, che io ho che fare con una persona non volgare, che un concorso di disgraziate circostanze, le quali non ho il diritto di ricercare, ha gettata in una falsa posizione. Mi affretto dunque a tranquillizzarvi, io non vengo a parlarvi d’amore, sebbene la vostra bellezza pare che dovesse allontanare in voi ogni altro soggetto di conversazione.

— Ah! signore, esclamai, la bellezza è qualche volta una grande disgrazia!

L’incognito sorrise.

— E, diss’egli, una disgrazia, di cui ho sempre veduto consolarsi facilmente quelle che n’erano colpite. La bellezza, signorina, è la divinità che si rivela alla terra; permettete dunque ad un apostolo del gran culto universale di deporre il suo omaggio ai vostri piedi.

Io sorrisi, mio malgrado, del tuono enfatico col quale aveva pronunziato questa ultima parola.

— Vi domando perdono, signore, gli dissi, ma mi pareva che voi mi aveste promesso poco fa di non parlarmi punto d’amore.

— E in che ho mancato alla mia promessa, signorina? Un omaggio non è una dichiarazione.

Io comprendeva sempre di meno.

— Ma voi dovete, secondo quel che m’ha detto la vostra albergatrice, aver bisogno di prendere qualche cosa. Ponetevi dunque a tavola e mangiate. Io sederò presso di voi per tenervi compagnia, e soprattutto per avere l’onore di servirvi.

Non v’era modo di ricusare, in ispecie quando si moriva alla lettera di fame, un’invito fatto in termini così gentili.

Avvicinai la mia poltrona alla tavola. L’incognito, che non s’era ancora seduto, si avvicinò una sedia, e si pose rimpetto a me, mettendo tutta la larghezza del vassoio fra noi due.

— Signorina, mi disse l’incognito, prendendo un pollo freddo colla punta della forchetta, e cominciando a scalcarlo con una destrezza ammirabile, un poeta latino chiamato Orazio ha detto:

«Gli affari che riescono più facilmente a buona fine son quelli, che si trattano a tavola, perchè il vino è per i pensieri ciò che l’acqua è per le piante: esso li fa sbocciare e fiorire.»

Mangiate dunque, e soprattutto bevete per porre il vostro spirito in un giusto equilibrio. Poi parleremo dell’affare che mi ha condotto qui, il quale può essere una miniera d’oro per voi e per me.

E nel tempo stesso in cui poneva un’ala di pollo nel mio piatto, empiva a mezzo il mio bicchiere con un eccellente vino di Bordeaux.